1 Il libro di Fausto Bertinotti con Alfonso Gianni, le idee che non muoiono (Ponte alle Grazie, Milano 2000), è un libro ambizioso ed importante. E' un libro importante proprio perché è un libro ambizioso. Il volume si apre con l'intenzione dichiarata dagli autori di ricostruire il senso di alcune parole-chiave (libertà, eguaglianza, lavoro, valore, bisogno, comunismo), pur nella piena coscienza della insicurezza delle categorie interpretative. Strada facendo, però, diviene sempre più nitido quello che è l'autentico obiettivo di Bertinotti e Gianni. Quello, rischioso ma benvenuto, di procedere a una rivisitazione critica delle basi concettuali del marxismo e del movimento operaio che sia in grado di reggere la tesi della attualità e della maturità del comunismo: quella che gli autori stessi qualificano come "una nuova fondazione culturale della nostra pratica politica". Qualcosa che tutto è meno che scontata, confrontati, come siamo, da una doppia sfida. Da un lato, la sfida di comprendere le novità portate dalla metamorfosi del capitale e dalla necessità di opporgli un antagonismo efficace, di prendere atto di contraddizioni altre rispetto a quella di classe (riconducibili alla soggettività di genere e alla questione della natura), di imparare dall'esperienza delle nuove forme di conflitto. Dall'altro, la sfida che proviene dall'ineludibile registrazione del crollo o dell'esaurimento delle vie tradizionalmente percorse dai partiti e dai movimenti comunisti, e quindi dalla necessità di ricostruire non soltanto il profilo e i movimenti dell'avversario ma anche la propria stessa identità e prospettiva.
Una ambizione del genere, tanto più da parte del segretario di una forza politica che si richiama al comunismo, dovrebbe essere ovvia ed è però ai nostri giorni del tutto inconsueta. Qualcosa di cui si è persa l'abitudine: e di cui è da verificare l'impatto in una sinistra di alternativa frantumata anche, se non soprattutto, nei suoi riferimenti culturali. Non mi stupirei, peraltro, che all'interno stesso della sua area di riferimento un libro del genere finisse con l'essere accolto da elogi di maniera o da critiche pregiudiziali, se non addirittura che venisse messo elegantemente da parte perché implicitamente considerato come una sorta di vizio privato, irrilevante per la pratica politica o per la ricerca del consenso. L'esercizio che farò qui, nella forma di alcuni appunti di lettura, sarà invece quello di `prendere sul serio' lo sforzo di Bertinotti e Gianni nel cercare una fondazione di più ampio respiro all'intervento politico, e su questa base di aprire un confronto con gli autori che non si spaventi dei vuoti e delle aporie di una ricerca che non può non essere che ai suoi inizi. Tanto più che, come cercherò di chiarire, nel volume si intersecano linee di riflessione potenzialmente incorenti, la cui mera giustapposizione è foriera di limiti politici prima ancora che teorici. Se la mia interlocuzione sarà talora molto critica, è però interna ad una ricerca che sento per molti versi comune.
2 Un primo filo di ragionamento è quello che percorre in modo prevalente i capitoli sul valore, sulla libertà e sull'eguaglianza. Si tratta della parte del libro più esplicitamente rivolta a una ridefinizione teorica del lascito marxiano. Grosso modo, il discorso che qui viene portato avanti mi sembra sintetizzabile come segue. Marx ricerca un fondamento scientifico all'idea del superamento della società capitalistica. Questo fondamento è espresso nella teoria del valore come teoria dello sfruttamento del lavoro: se cade questo punto, il riferimento a Marx - non solo e non tanto dal punto di vista culturale, ma anche e soprattutto dal punto di vista analitico (l'interpretazione della dinamica capitalistica) e politico (la costruzione del soggetto e la pratica rivoluzionaria) - diviene puramente verbale. D'altra parte, la teoria del valore non può essere accettata così com'è: sono certamente riduttive le versioni tradizionali della teoria del valore, ma è per molti aspetti problematica l'indagine stessa di Marx, a cui quindi non si può troppo semplicisticamente tornare o restare fedeli. In questo `revisionismo' cui siamo costretti, cosa tenere fermo?
Bertinotti e Gianni mettono in evidenza il ruolo centrale che ha la nozione di lavoro salariato come lavoro `astratto': attività la cui qualità deriva dal rapporto con il capitale nel cuore stesso della sfera della produzione, e la cui subordinazione nasce dalla vendita di capacità lavorativa contro denaro sul mercato del lavoro. Il lavoro vivo del lavoratore salariato è lavoro forzato ed eterodiretto nella sua interezza: il capitale si valorizza nella misura in cui è in grado di estrarre lavoro e pluslavoro ad una forza lavoro che è sempre potenzialmente recalcitrante, e perciò nella misura in cui riesce a incorporare e `legare' a sé i lavoratori tramite la determinazione sociale della struttura materiale e immateriale della produzione. Lo sfruttamento del lavoro non è riducibile né ad una nozione meramente distributiva, l'esistenza di un sovrappiù capitalistico, né ad una nozione meramente tecnologica, una supposta inesorabile tendenza alla dequalificazione del lavoro. L'elemento distintivo della situazione capitalistica è semmai la necessità per il capitale non soltanto di controllare direttamente i lavoratori, ma anche di ridefinire costantemente la natura concreta del lavoro per garantirsi la subordinazione della classe operaia
Può sembrare un discorso `accademico' ma, come mostrano bene Bertinotti e Gianni, non lo è. Mi limiterò a pochi esempi. Innanzi tutto, questo Marx sembra in grado di dar conto degli aspetti apparentemente contraddittori del comando capitalistico attuale sul lavoro. I momenti di inchiesta registrano infatti, rispetto al passato più e meno recente, tanto una permanenza, e cioè l'estensione del taylorismo e l'approfondimento del dispotismo di fabbrica, quanto una discontinuità, ovvero il riemergere in punti significativi del ciclo di contenuti professionali anche rilevanti e di momenti di autonomia controllata concessa a un lavoro che viene tenuto costantemente sotto pressione dalle insicurezze della propria condizione e dalla incertezza del mercato finale. Ancora, questo Marx chiarisce la ragione di fondo della crescente tensione che si è andata determinando tra capitale e democrazia, una tensione che è registrata più `superficialmente' dalla letteratura sociologica e politica contemporanea. Nella misura in cui il capitale riesce ad includere dentro di sé quella alterità che è il lavoro, frammentandolo e plasmandolo per cancellarne ogni antagonismo, e ha così successo nella pretesa assurda di divenire l'unico orizzonte economico e sociale possibile, è evidente che esso finisce con il costituire una realtà tendenzialmente totalitaria dove l'ambito delle scelte, nel lavoro e nel consumo, è sostanzialmente predefinito e imposto.
Questo Marx, infine, è all'origine di un'idea diversa di libertà e di eguaglianza come contenuto di una società diversa. La libertà di cui ci narra l'ideologia dominante è quella `negativa', l'assenza di costrizioni o interferenze sull'azione degli individui, la libertà `da'. Ma questa libertà è sempre più vuota se non si accompagna ad una libertà `positiva', consistente in ciò che una persona è in grado di fare o ottenere, la libertà `di' - la libertà come espressione di capacità e come autogoverno. Questo secondo tipo di libertà è intrinsecamente intersoggettiva: è una libertà che diviene concepibile solo quando l'essere umano inizia a essere nella realtà un individuo sociale, per il quale la libertà dell'altro diviene la condizione della propria. Ed è una libertà che non può essere raggiunta senza che il lavoro - quel momento della modernità dove il rapporto con l'altro, oltre che con la natura, è costitutivo - da momento di negazione di sé inizia a tramutarsi nell'opposto, in attività libera e realizzatrice. Detto altrimenti: l'eguaglianza di Marx è fondata sulla diversità degli individui, non sulla loro omologazione, e rimanda ad una conquista di libertà ed autonomia dentro il momento stesso del lavoro. Al contrario, il primato del mercato capitalistico erode le basi della democrazia nel momento in cui si declina come crescita inarrestabile della diseguaglianza e dell'esclusione.
3 Questa sequenza argomentativa, che dallo sfruttamento va alla liberazione del lavoro, mi pare sostanzialmente condivisibile. Ad essa se ne affianca un'altra che corre parallela, senza che se ne colgano - o almeno, io non li ho colti - nessi stringenti con la prima. Faccio riferimento ai ragionamenti che sono svolti principalmente nei capitoli dedicati a lavoro, bisogno, e comunismo (e che, per una sua parte significativa, affronta anche la questione della lettura della fase attuale del capitalismo attraverso la griglia interpretativa della `globalizzazione' e del `postfordismo').
Proverò pure in questo caso a proporre una sintesi estrema, oltre che parziale, del discorso, che evidentemente non può rendergli giustizia. In cosa consiste realmente la globalizzazione, si chiedono Bertinotti e Gianni? Il sistema fordista-taylorista è andato in crisi ed è stato definitivamente soppiantato da una regolazione postfordista. Quest'ultima si impernia su una globalizzazione della produzione che non si estende ai consumi. La compiuta globalizzazione della produzione è evidente nel fatto che l'intero pianeta è oramai a disposizione del ciclo produttivo, che trova e organizza la forza lavoro dove essa ha il più basso prezzo. La mancata globalizzazione dei consumi deriva dalla presenza di un doppio limite: per un verso, l'insufficienza della domanda, dati i bassi salari; per l'altro, l'impatto negativo sull'ambiente della accresciuta produzione. La mondializzazione del capitale travolge ogni e qualsiasi stato-nazione, e il ruolo di centro degli Stati Uniti è da vedere come il riflesso non soltanto di un primato militare ma anche, se non soprattutto, della localizzazione in quella sede del capitale finanziario, non di una permanente significatività della sovranità statuale.
Non che questo `nuovo' capitalismo segni la fine del lavoro, perché un numero così alto di operai al mondo non c'è mai stato. Né che scompaia il lavoro dipendente dal capitale: al contrario, affermano Bertinotti e Gianni, il capitale oggi sussume sotto di sé non soltanto la prestazione lavorativa, ma tutto l'insieme di relazioni umane che precede e circonda queste ultime, senza essere peraltro in grado di garantire il pieno impiego. Per questo, la risposta all'evoluzione naturale del capitale deve consistere nell'imporgli di pagare il valore che estrae alla società e non paga, nella riduzione di orario a parità di salario, e più in generale nelle lotte per determinare una distribuzione più egualitaria. Insomma, nell'eliminare la barriera che la proprietà privata ancora pone all'appropriazione di una ricchezza sempre più sociale nella sua natura, una richiesta `redistributiva' che si pone come immediatamente rivoluzionaria rispetto al capitale globale. Che il comunismo sia necessario e urgente come alternativa alla barbarie discende, da un lato, dalla considerazione che la dinamica strettamente economica del capitalismo dà vita ad una tendenza al crollo, dall'altro, come si prova a spiegare Bertinotti ad un immaginario quindicenne, dal fatto che, quando il capitale giunge a mercificare il tempo e la durata della vita sino all'intervento sul gene, allora la costruzione del comunismo è quanto ci si deve proporre se si vuole impedire che la proprietà decida in modo irreversibile del destino dell'umanità.
Il lettore deve essere avvertito che il resoconto che precede della riflessione di Bertinotti e Gianni inevitabilmente deve mettere di lato tutte le qualificazioni del discorso che vengono a più riprese messe avanti nel testo, come anche le incertezze (e talora persino le contraddizioni) che lo costellano. Mi sembra però che a questo sia riducibile il nocciolo coerente dell'analisi che i due autori presentano quanto più si avvicinano all'attualità economica e sociale. E, devo dire, si tratta di un ragionamento che, a parte singoli snodi, non mi convince. In breve, il quadro della situazione presente che viene dipinto nel libro è tutto fenomenologico, cioè appiattito su una descrizione delle apparenze capitalistiche; per di più unidimensionale, in quanto seleziona soltanto alcune delle tendenze in atto, prese per irreversibili, senza dar conto delle tendenze opposte e delle linee di frattura interne al movimento capitalistico. Per quel che riguarda le categorie interpretative impiegate, al di là della coloritura accesamente radicale, esse seguono di fatto quello che è l'orientamento prevalente nella letteratura sociologica e politologica dell'area della sinistra, in primis quella gravitante attorno alla `terza via', che è l'oggetto di attacchi particolarmente aspri nel volume.
Non è questa la sede per una critica nei particolari del quadro della `globalizzazione' e del `postfordismo' presentato da Bertinotti e Gianni. Mi limito allora ad alcuni spunti impressionistici. Mentre leggo le idee che non muoiono trovo sul "Sole 24 ore" notizia di una ricerca, che riporta un dato peraltro già ampiamente confermato da tutti gli studi seri, e cioè questo: che i capitali oggi vanno non tanto (o non necessariamente) dove i salari sono bassi e le incentivazioni fiscali sono elevate, ma dove le infrastrutture economiche e sociali sono più solide. Come si articola questa notizia con l'immagine di un capitale senza territorio e smaterializzato che vola dove i salari sono più bassi, che il libro sottoscrive senza riserve? In un altro articolo, questa volta su Alternatives Economiques, vedo una statistica aggiornata sugli investimenti diretti all'estero, che mostra come i flussi di capitale, lungi dal diffondersi verso le aree del sottosviluppo, si concentrano nei paesi più avanzati, tanto che i primi beneficiari sono Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Come si conciliano questi dati con l'idea di una globalizzazione della produzione definitivamente affermatasi all'alba del terzo millennio? Su "Repubblica" Marcello De Cecco ci parla di un miracolo economico americano, di una bolla speculativa, e di un tentativo di `atterraggio morbido' sinora proceduto con successo, che sono stati (non dico prodotti, ma) accompagnati e sostenuti da una accorta politica della Federal Reserve e del Tesoro americano, creando una situazione internazionale in cui a rischio di crisi finanziaria è oggi la Germania e non gli Stati Uniti.
C'è chi non veda in questo una gestione, appunto, politica, talora persino statuale, dei conflitti tra capitalismi? C'è chi crede che la `nuova economia' reggerebbe alle forze che spingono alla stagnazione se Greenspan e prima Rubin, poi Summers, cioè le massime istanze monetarie e fiscali dello stato egemone, non avessero dato una generosa mano non tanto invisibile? O che la borsa non rischierebbe di affondare senza il procedere accelerato dell'evoluzione verso un capitalismo dei fondi pensione la cui costruzione dipende strettamente dall'intervento statuale (di qualsiasi colore) ovunque in giro nel mondo capitalistico più sviluppato? Questo mutamento di ruolo dello stato non è efficamente catturato limitandosi a registrare l'apparenza di una `frammentazione politica', o opponendo le funzioni attuali dello stato a quelle di un leggendario stato-nazione keynesiano orientato alla mediazione sociale e la cui presa territoriale sarebbe stata ben salda. A meno di non ritenere che l'Italia di Valletta o l'Italia della strategia della tensione fossero un esempio di redistribuzione e di autonomia nazionale.
4 Compro in questi giorni alcuni libri più e meno recenti di un sociologo tedesco, recensito molto bene su "Liberazione" (come è giusto, perché è un autore importante e da cui c'è molto da imparare), Ulrich Beck, che usa parole di fuoco contro il neoliberismo dei nostri giorni, del tutto assimilabili alle argomentazioni di Bertinotti e Gianni. E però Beck è, guarda un po', un punto di riferimento intellettuale per la coalizione rosso-verde di Schroeder, e sta in un arco di autori che da Giddens a Habermas, da Touraine a Bauman, da Amartya Sen a Joseph Stiglitz, a mille altri, costituiscono l'orizzonte di riferimento culturale del centro-sinistra, quando vuole averne uno che non sia di pretta marca imprenditoriale. Non a caso è "Reset" ad averli quasi tutti come collaboratori regolari.
Non c'è nulla di stupefacente in ciò. E infatti, al di là delle forme specifiche che possono variare, proposte come il reddito di cittadinanza o come la riduzione d'orario a parità di salario o come la creazione di lavori `fuori mercato' rientrano esattamente dentro quella redistribuzione e quella riregolazione che chi reputa la `globalizzazione' e il `postfordismo' ineluttabili sul piano dell'economia, e però inaccettabili sul terreno della società, non può che abbracciare. Su questa strada si può andare molto, ma molto a sinistra - e in fondo, le cose che dice Ralph Nader su questo piano di discorso sono non lontane da quelle che dicono Bertinotti e Gianni. Oppure, nei fatti, si può finire molto, ma molto al centro. Qualora, infatti, non si si sia in grado di ricondurre ad una chiave unitaria quei lati della rivoluzione capitalistica attuale che sembrano smentire una troppo facile lettura in termini di mera regressione, l'oscillazione tra una cultura critica dell'esistente e una politica di gestione all'insegna della modernizzazione equa non può che essere nell'ordine delle cose, salvando l'anima ma perdendo il corpo della sinistra.
Dov'è il problema, comunque, visto che gli autori di questo volume si tengono strettamente al corno più radicale della sinistra, e rifuggono con orrore dalle sue derive moderate? Non c'è problema, in realtà. O, meglio, non ci sarebbe se Bertinotti e Gianni non si interrogassero costantemente su cosa `non muore' di Marx e del comunismo. Perché, per quel che riguarda Marx, il Marx del valore e dello sfruttamento, di lui in questa rinnovata koiné non è rimasto granché. La liberazione del lavoro lascia il posto alla liberazione dal lavoro. Coerentemente, l'idea che non c'è rivoluzione contro il capitale che non passi attraverso una trasformazione del lavoro recede sullo sfondo rispetto all'obiettivo di una redistribuzione cui si affida la speranza di cambiare la qualità della vita, e rispetto a cui non ci si chiede quali siano le condizioni strutturali che la renderebbero possibile (magari per non vederla degenerare in quella carità congiunturale che ora promette anche Berlusconi). Se in questa parte del libro Marx risulta, come sulla copertina del volume, un po' sfocato, il comunismo viene invece caricato di compiti salvifici un po' generici. Non vorrei essere irriverente nei confronti di nessuno, ma quello che Bertinotti dice a un quindicenne per spiegargli cos'è il comunismo, lanciato come un'àncora di salvezza dei destini dell'umanità contro la mercificazione del tempo e della vita, non assomiglia tremendamente, almeno nella forma, a quello che, contro il consumismo capitalista e il prometeismo laico, gli va dicendo il papa - a sostegno, è chiaro, di una fede diversa? O, mettiamo, a quello che potrebbe dire, e in effetti dicono, i pensatori di una ecologia politica catastrofista e conservatrice?
In generale, tutto il pensiero anticapitalista e antimoderno di qualsiasi segno potrebbe ritrovarsi in quell'allarme sui destini dell'umanità se non in quell'invito al comunismo, pur trattandosi di ideologie che spero non solo diverse ma antagonistiche rispetto alla nostra. Fossi in Bertinotti e in Gianni, mi preoccuperei un po' di più di quello che la scuola italiana e l'università saranno in grado di insegnare a quel giovane tra i quindici e i ventidue anni, per dargli la possibilità di comprendere con spirito critico le differenze tra quei modi di vedere e di essere, e magari di sapere qualcosa di quella critica dell'economia politica e di quell'analisi di classe di cui è fatto questo libro. Gli auspici non sono buoni.
5 Vale la pena di insistere su questo punto. Ciò che fa problema nel libro è, paradossalmente, il richiamo forte a Marx, che pure è una delle ragioni della sua importanza. Un problema che consiste in ciò, che non si vede che rapporto, sostanziale e interno, ci sia tra il Marx eterodosso del lavoro sfruttato, dell'altro come primo bisogno, dell'interdipendenza delle libertà, di cui ci parlano un buon numero delle sue pagine, e il democraticismo radicale (lo dico, sia chiaro, con il massimo rispetto) cui si costringe l'analisi del presente di cui è impregnato il rimanente. Messe così le cose, Marx torna ad essere un filosofo, peggio un profeta, che sul terreno della ricostruzione dei meccanismi economici e politici è del tutto `ridondante', cioè francamente inutile. Un Marx che è, diciamolo, una zavorra in una comunicazione mediatica che si vuole sempre più `elementare' nell'affrontare la `complessità' del presente. E che non può non risultare inutilmente appesantita dal tentativo di scervellarsi sui problemi lasciati aperti da uno scienziato sociale di due secoli fa, con le sue pretese di dar conto `scientificamente' dello sfruttamento, per lo meno se la teoria del valore- `quella' teoria del valore - non si prolunga in un'ipotesi relativa alle dinamiche `oggettive' dello sviluppo e della crisi. In fondo, se proprio non possiamo tenerci il buon vecchio Marx ortodosso della tradizione (che, ne sono sicuro, avrà i suoi estimatori nel partito di Bertinotti, e al quale nel volume, e per fortuna, non si concede molto), non potremmo accontentarci di quell'altro Marx che ormai qualunque serio intellettuale (e persino Lucio Colletti) non può non avere nel suo bagaglio di `classici'? O di quel Marx teorico dell'alienazione cui, è vero, fa continuo riferimento questo volume?
Un esito del genere, cioè lo iato profondo tra fondazione teorica e analisi di fase, tutto è meno che necessitato. Perché il Marx dei capitoli più teorici di le idee che non muoiono, il Marx dello sfruttamento come luogo della dialettica tra il capitale soggetto astratto della valorizzazione e il lavoro vivo come sua sostanza costantemente manipolata ma sempre a rischio dell'antagonismo, ha qualcosa da dire sulla forma attuale del capitalismo. Anche in questo caso non è possibile entrare nei dettagli. Chi ne avesse la pazienza, potrebbe però facilmente rendersi conto che il Marx del valore e dello sfruttamento è un Marx che sottolinea la natura politica della gestione della moneta e della riproduzione della forza-lavoro, la articolazione di centralizzazione e concorrenza dei capitali, la crisi come momento di ricostituzione delle condizioni della valorizzazione. E', perciò, un Marx che porterebbe a interrogarsi su ciò che Bertinotti e Gianni, incomprensibilmente, lasciano all'oscuro nella lora analisi della cosiddetta `globalizzazione'. Sulla sua natura contraddittoria, limitata e reversibile. Su come interagiscano finanziarizzazione, competizione intracapitalistica, conflitto interimperialistico, e condizioni del lavoro. Sulla natura di transizione e instabile della fase presente. Su come quel processo capitalistico unitario che rivoluziona oggi il pianeta nondimeno produca effetti così diversi nelle differenti realtà. Se lo chiede "Business Week", possibile che non se lo chiedano due dirigenti comunisti, abbagliati dall'ideologia di retroguardia nello stesso pensiero manageriale?
Un richiamo forte al Marx del valore e dello sfruttamento non impedirebbe affatto di individuare le novità della rivoluzione del capitale dei nostri giorni, ma le scoprirebbe altrove rispetto a dove le cerca questo libro. Per esempio, non solo, troppo semplicemente, nei bassi salari e nella spoliazione del lavoro, ma nella inedita capacità di controllo del lavoro anche qualificato, con la rinascita su nuove basi del `mestiere': un controllo anche indiretto, enormemente facilitato dal primato della finanza e dalla incertezza crescente delle relazioni di mercato. Non solo, troppo semplicemente, nella disoccupazione di massa, ma in una versione povera e feroce del pieno impiego. Non solo, troppo semplicemente, nell'esaurirsi della sovranità dello stato-nazione, ma in una inaspettata potenza di gestione dall'alto della crisi del capitale. Non solo, troppo semplicemente, nella necessità di interventi redistributivi contro la diseguaglianza, ma nella natura intrinsecamente disegualitaria del modello economico e sociale che abbiamo davanti. E, di conseguenza, nell'impossibilità di una significativa inversione sul terreno distributivo senza un simultaneo intervento radicale sui vincoli macroeconomici e sulla struttura reale e finanziaria del sistema. Un intervento che è forse oggi fuori portata (anche se la tendenza alla crisi del capitale potrebbe un domani ridare fiato a questa prospettiva): ma se le cose stanno così, allora si dovrebbe essere lucidi, e riconoscere che qualsiasi politica economica che si voglia davvero `alternativa' non ha possibilità di essere proposta e tanto meno implementata. E tanto varrebbe darsi da fare per costruire lotte di resistenza, senza attribuirgli valenze improprie.
Fuori da questa altra prospettiva interpretativa si rischia di scivolare in una registrazione immediatistica e poco profonda (di un lato soltanto) delle trasformazioni e delle posizioni in campo. E di non comprendere come mai le interpretazioni e le politiche `antagonistiche' che si mettono avanti non segnano affatto una soluzione di continuità con gli argomenti `riformisti' della terza via, nella misura in cui quest'ultima si presenta come la necessaria e urgente regolazione politica da imporre ad una globalizzazione altrimenti devastante. Come si può perdere di vista che nel mondo del lavoro l'apparenza che il postfordismo garantisca flessibilità, autonomia, autovalorizzazione ha basi reali, che male faremmo a rimuovere.
6 Questo scarto tra gli interrogativi che pone il Marx cui fanno riferimento Bertinotti e Gianni e le loro conclusioni analitiche e politiche sul presente potrebbe essere ripercorso sulle mille altre questioni che vengono affrontate nel libro, mettendo in chiaro come sempre il loro discorso si trovi in bilico tra esiti alternativi e contraddittori.
Tre soli altri esempi, il più velocemente possibile. Nel libro le esperienze del socialismo reale, a ragione, sono dissezionate senza pietà. Pure, c'è qualcosa che non torna. E non è solo una questione di gusti retorici. Di fronte alla frase di Veltroni secondo cui il comunismo è incompatibile con la libertà, la mia reazione è innanzi tutto di riconoscere che quella frase registra un fatto, e con ritardo: e soltanto poi di capire se e come il comunismo possa essere riproposto dopo un secolo di macerie. Bertinotti e Gianni partono invece dalla dichiarazione consolatoria che la frase di Veltroni sarebbe impronunciabile (e perché mai?), per proporre poi una critica del comunismo novecentesco e delineare un `nuovo' comunismo da opporre al `nuovo' capitalismo. Se però si guarda bene, risulta un po' strano che il modo con cui insistentemente caratterizzano l'inaccettabilità del capitalismo e perciò, in negativo, la necessità del comunismo sia così spesso strettamente legato alla questione della proprietà. E' chiaro che qui Bertinotti e Gianni pagano un pedaggio alle visioni tradizionali del comunismo, che in fondo discendono dalle visioni tradizionali del valore.
Se il valore non è altro che la socializzazione ex post di lavori privati, e il problema principe del capitalismo è la sua natura anarchica, il comunismo sarà semplicemente il piano. Se il valore non è altro che il lavoro sempre più spogliato di contenuti concreti, il comunismo sarà semplicemente la generalizzazione della (o meglio, di quella determinata) figura del lavoratore, che è egemone sulla società attraverso il partito, e che attraverso il potere del partito sullo stato si riappropria del sovrappiù. Se il valore, infine, si è ormai dissolto nella sua dimensione quantitativa e ne è residuato nient'altro che un simulacro di immediato comando politico su un lavoro che si vorrebbe, per sua costituzione autonoma, sempre più ricco di contenuti intellettuali, relazionali e linguistici, il comunismo non diviene altro che la resistenza, qui e ora, a questo comando, e perciò nient'altro che la riappropriazione diretta della ricchezza sociale estraneata.
Ora, in tutti questi filoni si capisce bene la centralità della proprietà, e anche della distribuzione. Ma se il valore è visto non semplicemente nel lavoro diviso, e neanche nell'appropriazione di una quota del prodotto o del lavoro erogato, ma nella natura sfruttata di tutta la prestazione lavorativa inclusa dal capitale nel processo della sua valorizzazione, la questione della proprietà si chiarisce come totalmente irrilevante, o per meglio dire secondaria e derivata: e il comunismo si rivela come la costruzione difficile di una socialità concreta, a partire innanzi tutto dalla sfera ineludibile del lavoro come luogo del libero sviluppo della personalità umana - che è quanto, appunto, ci dicono Bertinotti e Gianni nelle pagine più belle del libro. Ma allora il nodo vero è il rapporto sociale di produzione, non il rapporto giuridico di proprietà.
Prendiamo un altro tema giustamente messo in evidenza nel libro, quello della marxiana `critica della politica'. A ragione si sottolinea che la rappresentanza parlamentare e lo stato `borghesi' sono momenti dell'alienazione: l'una e l'altra funzionali alla riproduzione del dominio capitalistico. Ma questo evidentemente non può cancellare il problema del rapporto rappresentanti-rappresentati, semmai impone la contemporanea costruzione di altri luoghi e altri momenti di democrazia `diretta' e `reale', dentro il conflitto politico e dentro la soggettività antagonistica, fino ad una diversa teorizzazione del partito. Nella coscienza però, è questo il punto essenziale, della costante potenziale deriva dell'organizzazione e della gestione politica nel senso della costruzione di una volontà separata e illusoria. Qui Bertinotti e Gianni, di nuovo, ci lasciano incerti a mezza strada. Da una parte, all'inizio del volume, c'è il riprodursi di un vuoto di riflessione su questi temi, che è forse causa non ultima della deriva autocratica dei socialismi reali. Dall'altro, alla fine del volume, si profila un pericolo molto più immediato, che sta nel rimando troppo diretto alla politicità delle insorgenze sociali. Una mossa che finisce con il coprire il ripetersi della alienazione politica nei piccoli gruppi (come nei piccoli o grandi partiti, poco importa) i quali, credendo di cancellare la rappresentanza, finiscono invece con il cancellare gli anticorpi al divenire avanguardia separata ed esterna. Così la critica della politica si traduce nel suo opposto, nell'ipostatizzazione dei ceti politici della sinistra sociale come di quella politica.
Terzo esempio, la questione del rapporto da instaurare con la contraddizione di genere e con il movimento ambientalista. Sono da sempre convinto dell'identità parziale dei comunisti. Sono ancora più convinto delle ambiguità industrialiste e produttiviste che hanno accompagnato la storia del movimento operaio. Le pagine che Bertinotti e Gianni dedicano alla necessità di un dialogo tra il rosso, il rosa e il verde sono perciò opportune. Ma il punto è, di nuovo, che dal libro non si capisce bene cosa avrebbe da dire a femministe ed ecologisti il marxismo, il `nostro' marxismo eretico. Per mio conto, risponderei così: nel rammentare incessantemente che la centralità dell'economico nella società presente è sicuramente il nemico comune, ma è altrettanto certamente un fatto, che ha alla sua base il dominio astratto del capitale sul lavoro; e nell'aggiungere subito che cancellare questo fatto solo ideologicamente è pericoloso e inaccettabile. Questo, deve essere chiaro, chiama non a un rapporto di generica `apertura' verso la cultura femminista o la cultura verde, ma semmai ad un corpo a corpo con l'una e con l'altra in cui all'autocritica si accompagna la critica.
Quando dico critica ho qualcosa di preciso in mente: che il marxismo di cui sto parlando è in relazione, non di semplice esternità, ma di opposizione rispetto a quel femminismo differenzialista e a quell'ecologia politica che oggi vanno per la maggiore. Il primo proclama la frammentazione originaria e incomunicante degli individui e delle individue. La seconda è anticapitalista perché imputa la catastrofe ambientale ad un fondamentale istinto prevaricatore dell'essere umano sulla natura, all'attività umana in quanto tale, alla produzione materiale, all'industria. L'uno e l'altra, solidalmente, finiscono con il mettere tra parentesi il nodo centrale della ricostruzione di una unità e di un conflitto di classe. Bisognerebbe dirlo ad alta voce, tanto più se si va alla radice del perché non possiamo non richiamarci a Marx. Nel libro, invece di un confronto vero, mi pare prevalga la buona educazione. Ancora una volta con il sospetto che così, non soltanto faccia difetto la critica, ma che la stessa autocritica finisca con il rimanere alla superficie, offrendo in fondo agli altri soggetti nient'altro che di far parte tutti quanti di un frontismo progressista cacofonico di cui nessuno sente davvero il bisogno.
7 Ma forse mi sbaglio, e questa distanza tra la fondazione teorica e la analisi della fase che mi è parso di intravedere in le idee che non muoiono nel libro non c'è, ed io la registro soltanto per le lenti distorte con cui ricostruisco la parte del libro più esplicitamente rivolta ad una rilettura di Marx. In effetti, almeno due argomenti mi potrebbero essere opposti per suggerire la plausibilità di questa obiezione.
Il primo argomento ha a che vedere con due punti interessanti delle tesi di Bertinotti e Gianni, ai quali ho già fatto un cenno veloce: innanzi tutto, il loro insistere sull'estensione quantitativa della classe operaia nell'epoca della `globalizzazione'; poi, l'affermazione insistita della necessità di riprendere e attualizzare la teoria del crollo. Il primo punto, in effetti, libera felicemente quanto gli autori dicono del `postfordismo' dall'ipoteca della tesi, discutibile quant'altre mai, di una imminente `fine del lavoro'. Il secondo punto, più ambiguo, ha almeno il merito di rimettere a tema la ricorrente tendenza a una crisi oggettiva del capitale, di fronte alle ubriacature di destra e di sinistra sulla inesauribile vitalità della `nuova economia'. L'ineluttabile movimento verso la catastrofe a fronte di un soggetto che sarebbe riprodotto su scala allargata dallo stesso sviluppo spontaneo del capitale non garantisce certo il socialismo. Permette però di confermare l'idea, prima di Marx e poi della Luxemburg, che senza rottura rivoluzionaria la prospettiva imminente è quella di una comune rovina. In questo modo, certo, assumono un qualche retrogusto marxista anche le parti più genericamente `umaniste' del volume.
Il secondo argomento è più strettamente legato alla deduzione teorica delle categorie marxiane fondamentali. Quando Bertinotti e Gianni rilevano che in Marx lo sfruttamento non è altro che la sussunzione reale del lavoro al capitale, e che quindi il primo va letto come l'imposizione e il controllo che gravano su tutto il lavoro, non chiariscono forse che quel `tutto', più che alla semplice prestazione lavorativa nella sua interezza, rimanderebbe all'insieme di relazioni umane e di sistema in cui entrano i soggetti, non soltanto nella produzione ma anche nella riproduzione in senso lato? Non stanno, in fondo, segnalando che allo stadio attuale della rivoluzione capitalistica il valore assumerebbe una qualità `nuova', quella di inglobare in sé non soltanto il lavoro, ma anche la società tout court? Di più: la vita stessa; sicché lo sfruttamento capitalistico è uno sfruttamento ormai direttamente biopolitico? E perciò che non il puro lavoro in atto, ma lo stesso portatore di forza-lavoro in quanto tale contribuisce con un `eccesso' di sapere, e quindi di produttività, alla produzione? Qualcosa di cui il capitale si appropria fraudolentemente, e che, come si dice nel resto del volume, è giusto retribuire?
Può essere. Forse in questo modo i due discorsi che nel libro mi sono parsi andare in direzioni divergenti conquisterebbero una loro coerenza. Devo confessare, però, che questa doppia replica per un verso mi incuriosirebbe, e per l'altro mi preoccuperebbe. Mi incuriosirebbe, perché i due argomenti sono essi stessi, nella tradizione del marxismo, più e meno recente, contraddittori: il primo unilateralmente ossessionato dai limiti meccanici del puro funzionamento economico, rispetto a cui il lavoratore è un mero capitale variabile; il secondo, all'opposto, altrettanto unilateralmente esaltato dalla potenza costituente del lavoro, di cui il capitale è soltanto un epifenomeno reattivo. A questa divaricazione se ne accompagna subito un'altra. E' evidente che una volta che si volesse affermare, su questa base (scivolosa), una dubbia storicizzazione della stessa definizione di valore e sfruttamento, e che questi ultimi fossero annegati in un magma indistinto dove l'estrazione di lavoro e pluslavoro in senso stretto trascolorano in un comando immediatamente (bio)politico sugli individui come potenziali lavoratori, il Marx di Bertinotti e Gianni perderebbe ogni specifità economica, e il loro libro rischierebbe di apparire, dal punto di vista concettuale, una glossa a margine del pensiero di Negri, dal Marx secondo Marx all'appena pubblicato Empire. O forse meglio: una variante della sua scuola.
Non nego che una interpretazione del genere avrebbe i suoi vantaggi. Per esempio, sarebbe possibile ricostruire i paralleli nel libro di Bertinotti e Gianni alle tre `domande' politiche dell'ultimo Negri: la cittadinanza globale, il salario sociale, il diritto all'appropriazione (ve ne è per la verità una quarta, di cui ne le idee che non muiono non vi è traccia, e cioè l'apertura indiscriminata ai flussi migratori). E si spiegherebbe pure come mai, se in questo volume vi fosse un indice dei nomi, la enorme prevalenza di citazioni spetterebbe ad autori di discendenza operaista, nella quasi totalità fortemente influenzati proprio dal soggettivismo attualista di Negri.
Troppo però nel libro milita, e per fortuna, contro questa conclusione. A partire dalle stesse contraddizioni celate nei riferimenti più o meno espliciti all'operaismo. Per dirne una, alcune pagine del volume sembrano far capo a due sue versioni che, per quanto oggi politicamente alleate, restano concettualmente distinte, e distanti. Mi riferisco, da un lato, a quell'operaismo che potremmo definire `tragico', che è ripreso da Bertinotti e Gianni per quel che riguarda l'analisi della sconfitta operaia degli anni ottanta e la ricostruzione della globalizzazione degli anni novanta; dall'altro, a quell'operaismo che potremmo definire `dionisiaco', che è ripreso invece dove si descrivono le metamorfosi del lavoro e la svolta linguistica nella produzione. L'uno inevitabilmente portato ad una visione chiusa ed apocalittica del presente, che assolutizza il momento della scomposizione, ritenuta irreversibile, della classe, e che dunque comprensibilmente va alla ricerca di scialuppe di salvataggio dal naufragio. L'altro compulsivamente orientato a cantare le magnifiche sorti e progressive di un soggetto lavorativo sempre più indeterminato (con il passaggio, prima, dall'operaio massa all'operaio sociale, poi al lavoratore immateriale), e sempre più individualizzato, ma proprio per questo ritenuto sempre più quantitativamente esteso e storicamente egemone. Se un riferimento a Marx l'operaismo `tragico' mantiene è quello al Marx della reificazione, ma senza il bagaglio `scientifico' che Bertinotti e Gianni hanno a cuore. Se un riferimento a Marx l'operaismo `dionisiaco' mantiene è ad un Marx senza vigenza della legge del valore, cioè a un Marx che non è Marx. Niente a che vedere, si direbbe, con il Marx di Bertinotti e Gianni. O no?
La questione, in fondo, è semplice. Il Marx che mi è parso di leggere, spero non arbitrariamente, nei capitoli teorici de le idee che non muoiono, è un autore che dà lui stesso le armi teoriche per smontare qualsiasi teoria del crollo e qualsiasi teoria che veda nello sviluppo capitalistico l'automatico fondamento di una ricomposizione della classe. Per questo mi stupirei che davvero Bertinotti e Gianni si tenessero a una visione ormai datata del soggetto, e a una rappresentazione ormai improponibile del collasso capitalistico. Se c'è una novità dell'epoca presente è anzi proprio questa, la capacità anche politica del capitale di portare avanti insieme sviluppo e crisi dentro una scomposizione frammentante dei soggetti lavorativi. E' questo il contenuto, oggi, dell'iniziativa capitalistica. E' questo che può essere illuminato da quel marxismo che vede nel capitale il Soggetto astratto dominante che è costretto, per valorizzarsi, a dipendere da una attività che gli è altra e opposta, il lavoro vivo dei soggetti concreti, e che deve proprio per questo controllare per i mille fili delle mediazioni oggettive della finanza, della produzione, del mercato (e non solo).
Lavoro vivo di cui si tratta di recuperare le condizioni dell'antagonismo, che non sono `date' né dall'esterno `politico' né dalla dinamica `naturale' del capitale. Per questo, ancora, mi stupirei se Bertinotti e Gianni importassero anche parzialmente spezzoni dell'operaismo `dionisiaco'. Il Marx di cui abbiamo bisogno non è l'autore che riconosce nella ricchezza capitalistica la propria potenza sociale di cui (di nuovo, troppo semplicemente) riappropriarsi. E' il Marx che individua nel soggetto espropriato dalle dinamiche astratte della valorizzazione l'agente collettivo che, se ricomposto nella lotta solidale contro lo sfruttamento, è il solo in grado di mettere in questione la natura stessa del produrre e dell'essere in società.
8 Un'ultima osservazione, in conclusione. Le idee che non muoiono è anche, e questo lo rende ancora più prezioso, un omaggio che Bertinotti e Gianni tributano a Claudio Napoleoni. Tanto la parte più strettamente teorica, che sento più vicina, quanto quella più immediatamente politica, che mi appare più problematica, possono essere intese come una conversazione che continua con il grande economista scomparso. Così, la riflessione nel capitolo sul valore si arrovella su quella questione della `trasformazione dei valori in prezzi' - che proprio Napoleoni ritenne sempre dirimente per poter mantenere un riferimento forte al Marx scienziato - allo scopo di sfuggire all'esito distruttivo che quell'autore ritenne di dover registrare al termine della sua ricerca. E così, ancora, alcune proposte di politica economica avanzate nel libro possono essere viste come un tentativo di riproposizione della tesi napoleoniana della necessità di imporre al capitale un `vincolo interno' di natura distributiva.
Per questo, non sembri bizzarro chiudere questa mia interlocuzione con Bertinotti e con Gianni riportando e commentando alcuni passaggi dedicati al rapporto tra ricercatori economici e partito comunista con cui si apre un articolo del 1973 su "Rinascita" che fu firmato, oltre che da Napoleoni, anche da Mariano D'Antonio e Marina Bianchi, e che si intitolava significativamente Per la ripresa di una critica dell'economia politica. In quel testo, leggiamo che "specie negli ultimi anni, nel campo degli studi economici il PCI ha praticato il principio della tolleranza e della coesistenza di più indirizzi fino al punto in cui sembra aver rinunciato a sollecitare non diciamo il rinnovamento, ma financo il consolidamento in Italia di una scienza economica ispirata al marxismo [...] A questa posizione `liberale' ha fatto sempre riscontro all'estremo opposto un richiamo dogmatico ed intollerante alla tradizione `marxista', intesa come complesso di principi codificati e irrinunciabili, validi sia a combattere le posizioni diverse (e problematiche) che si affacciavano nella ricerca sia a `spiegare' gli sviluppi della realtà capitalistica". E si proseguiva così: "questo richiamo si è fatto particolarmente aspro ogni qualvolta i singoli o i gruppi di ricercatori raggiungevano dei risultati che travalicavano l'ambito ristretto della loro `specializzazione' e ponevano in discussione i grandi temi della battaglia politica [...] Fino a quando cioè gli `economisti' (ma forse anche i filosofi e gli storici) si occupavano di coltivare le loro discipline, era loro permesso di ottenere risultati `interessanti' (che, cioè, lasciano il tempo che trovano); quando ambivano - come forse per ogni studioso marxista non è innaturale - a dedurne delle conclusioni pratiche, cioè politiche, insorgeva il biasimo ed il rimprovero degli `addetti ai lavori'". Insomma: "[t]olleranza (fino al lassismo) e dogmatismo sono venuti così a congiungersi frequentemente nelle posizioni ufficiali dei comunisti anche nel campo degli studi economici."
Lo confesso, queste frasi non mi appaiono per nulla obsolete. Credo fotografino abbastanza bene quello che è stato, almeno in Italia, il rapporto tra intellettuali e partito comunista almeno dagli anni quaranta: con un progressivo allentamento del dogmatismo, mai però fino a scomparire, e un conquistare spazi da parte di un approccio eclettico, che peraltro non è mai diventato autentico pluralismo, cioè intersezione e dialogo tra posizioni diverse. In questa morsa, una ricerca marxista, aperta e esplicitamente politica nelle sue conclusioni, non è mai riuscita a emergere. Storie del passato, si dirà. Ed è certo così. Pure, negli ultimi anni, nella stessa Rifondazione Comunista, il rapporto tra ricerca teorica ed elaborazione delle conclusioni pratiche che dovrebbero discenderne è rimasto nell'ombra. Quasi che alla fase del dogmatismo e poi dell'eclettismo avesse fatto seguito una situazione in cui non era chiaro dove e come si costruissero le linee di fondo dell'interpretazione del capitalismo e dell'azione politica, e su che fondamenta culturali. E, quindi, con il sospetto che il passo ulteriore, dopo il dogmatismo e l'eclettismo, fosse stato, in fondo, quello di delegare all'esterno l'agenda di riflessione, e di ridurre la linea politica a una rielaborazione da parte della dirigenza politica di materiali estranei e disparati. Con un paradossale, conseguente raddoppiamento dell'alienazione di militanti e intellettuali, come si suol dire, `di area'. I secondi confermati nel loro ruolo di `esperti', ma anche collocati in un'arena dove un discorso vale l'altro. I primi, privati dei termini di un dibattito tra ipotesi interpretative, e gerarchie di intervento, alternative.
Credo che Bertinotti e Gianni sappiano benissimo che il loro libro è un proiettile potenzialmente letale per questo stato di cose. Se preso sul serio, infatti, le idee che non muoiono mette all'aperto i due nodi gemelli di cosa possa significare oggi la ripresa di un marxismo critico e di cosa si debba dedurne sul piano analitico e operativo. Invita, quindi, ad aprire un vero dibattito teorico e politico sull'uno e sull'altro piano, e su quanto il secondo discenda dal primo. Che il rapporto tra fondazione teorica e analisi di fase sia fragile e poco persuasivo - che è il mio, contestabilissimo, giudizio - non toglie che esattamente queste questioni il libro faccia venire alla luce, e su queste questioni riapra la discussione dentro (ma anche fuori) il partito. Da questo punto di vista, conta poco che questa prima uscita si cristallizzi in un irrisolto equilibrismo tra marxismi in contrasto alla radice stessa del loro impianto categoriale: conta di più stare a vedere come questo bilanciamento instabile tra diversi poli di attrazione verrà sciolto. Staremo a vedere se, dopo la rituale sequela di presentazioni e recensioni, seguirà una vera e approfondita serie di confronti sulle tesi e sulle ipotesi del libro. Soltanto, sarebbe un peccato che quest'occasione fosse persa, magari con una rinnovata scissione tra intellettuali `specialisti', portatori di verità parziali, e politici `addetti ai lavori', deputati alla formulazione di sintesi superiori.