[1] Lo dicono gli autori stessi: "può essere letto in molti modi diversi: dall'inizio alla fine e viceversa, per singole parti, soltanto qua e là, o basandosi su corrispondenze" (p. 18).

[2] Dall'elzeviro intitolato IL POVERO apprendiamo infatti che la "moltitudine" è costituita dai "poveri" - "Il povero [...] è il comune denominatore della vita, il fondamento della moltitudine" (p. 153).

[3] La rivendicazione di questo carattere della storia è contenuta nell'elzeviro CICLI (pp. 225-227).

[4] Nonostante il valore attribuito all'"immanenza", l'ispirazione religiosa è ben presente nei frequenti richiami all'Esodo, all'agostiniana Città celeste, a suggestioni gnostiche (di cui lo stesso termine moltitudine - moltitudo è traduzione latina di pleroma - è un sintomo). Anche per questo aspetto Empire si presenta come un prodotto multiculturale largamente fruibile, buono per atei (grazie all'mbiguità del termine "umanesimo", che nella cultura americana significa in prima istanza "a system of belief and standards concerned with the needs of people, and not with religious ideas" e solo in secondo luogo "the study in the Renaissance of the ideas of the ancient Greeks and Romans", cfr. Longman, Dictionary of English Language and Culture) come per credenti di diverse confessioni (che, a seconda della religione di appartenenza, potranno leggere l'epopea della moltitudine come viaggio del popolo eletto verso la terra promessa, come vicenda di salvazione, come città celeste in pellegrinaggio sulla terra, come risalita alla pienezza divina del pleroma-multitudo, ecc.). Un occhio di riguardo spetta comunque al mondo cattolico, dal momento che l'eroe eponimo della moltitudine, prototipo e figura universale del militante, è San Francesco d'Assisi, protagonista dell'elzeviro che chiude il volume (MILITANTE, pp. 380-382). Gli islamici non si perdano d'animo, un posticino c'è anche per loro, in quanto rappresentanti della postmodernità (non sto scherzando: cfr. pp. 144-147).

[5] Il più grande campione di rovesciamento è Spinoza, la cui filosofia "rinnovava gli splendori dell'umanesimo rivoluzionario, che metteva l'umanità e la natura nella posizione di Dio, che trasformava il mondo nell'orizzonte dell'azione e che affermava la democrazia della moltitudine come forma assoluta della politica" (p. 86). E' uno Spinoza che, per i miei gusti, somiglia un po' troppo a Feuerbach, ma accontentiamoci.

[6] Da segnalare che in questo capitolo l'uso della dialettica è così massiccio (la usano contemporaneamente gli autori per spiegare le modalità del dominio coloniale e i colionalisti per imbrogliare la moltitudine) da produrre affermazioni del tipo: "la realtà non è dialettica, il colonialismo lo è" (p. 169). Overdose?

[7] In una ricostruzione che accoglie e apprezza più o meno tutti i contributi marxisti appianando ogni disputa interpretativa (c'è posto per il marxismo ortodosso e per quello eterodosso, per Lenin e per Kautsky, per Gramsci, per la Scuola di Francoforte, per Althusser, per la Scuola della Regolazione, oltre naturalmente a "un gruppo di marxisti italiani contemporanei" che scrivono sulla rivista francese Futur antérieur - cfr. p. 55 e nota 16 - il cui caposcuola non viene nominato per modestia, ma ha un cognome che inizia con "Ne" e finisce con "gri"), l'unico secco ostracismo è riservato alla cosiddetta Scuola del Sistema Mondo e a Giovanni Arrighi in particolare, cui è dedicato uno sdegnato elzeviro (CICLI, pp. 225-227). Che l'idea della ciclicità e ricorsività della dinamica capitalistica avanzata da questo autore risulti indigesta ai Nostri è piuttosto comprensibile: essa urta in effetti pesantemente con le "grandi narrazioni" utilizzate da Hardt e Negri, oltre che con il forte soggettivismo che ha sempre caratterizzato l'impostazione operaista.

[8] Vladimir Ilic Lenin, L'imperialismo fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti 1974, p. 128.

[9] Sulla base di alcune citazioni dal III libro del Capitale di Marx, di cui almeno una - quella riportata nel testo - mi suona sospetta. Impossibile verificare, poiché la nota relativa non riporta la pagina. Senza voler fare i pedanti - magari osservando che, oltretutto, ormai si dovrebbe tener conto dell'edizione critica delle opere di Marx ed Engels della MEGA (la quale ha prodotto una vistosa potatura del libro III del Capitale) - e senza tirare in ballo la filologia, è comunque evidente che attribuire a Marx un'interpretazione sottoconsumista delle crisi è - per usare un eufemismo - riduttivo.

[10] Con ciò Empire propone una drastica semplificazione delle elucubrazioni operaiste sui celeberrimi passi dei Grundrisse, ritenuti fondamentali da questa scuola di pensiero e oggetto di esegesi infinite quanto astruse. Contraddizioni dialettiche, barriere intrinseche, negazioni delle negazioni, tutto si riduce a un problema di sottoconsumo: "questi limiti sono altrettante espressioni di un unico grande limite costituito dalla relazione irriducibilmente ineguale tra il lavoratore in quanto produttore e il lavoratore in quanto consumatore" (p. 212). L'operazione è davvero coraggiosa: merita a mio avviso un plauso, prima che un impaziente "potevate dirlo subito!".

[11] L'ho messa giù facile per non spaventare i miei lettori veteromarxisti (ormai saranno ridotti a tre), ma l'operazione di conciliare l'oggettivismo del marxismo ortodosso con il soggettivismo di marca operaista è in realtà assai complessa. Per questa autentica acrobazia, che "costringe a ricombinare le cause efficienti e le cause finali" (p. 223), gli autori scomodano Nietzsche e si appoggiano ai "volumi mancanti del Capitale di Marx" (pp. 222-224). Un numero da circo.

[12] Te ne ho risparmiate un paio. Quella dello sviluppo delle forze produttive, attraverso l'epoca dell'Agricoltura, l'era dell'Industria (modernizzazione) e l'età dei Servizi (postmodernizzazione): sì, la vecchia e vilipesa teoria degli stadi di sviluppo può anche andare bene, purché la si interpreti in modo non meramente quantitativo, ma qualitativo e gerarchico (cfr. pp. 263-265). E quella della formazione del Soggetto Rivoluzionario, che ti riassumerò tra poco - lo giuro - in pochissime righe.

[13] Veramente Negri, dopo la trasformazione dell'operaio professionale in operaio massa e in "operaio sociale", aveva previsto figure ulteriori, come l'Intellettualità di massa (espressione del mondo informatico e compiuta incarnazione del General Intellect) e, in scritti più recenti, l'Imprenditorialità collettiva (espressione del decentramento produttivo, del distretto industriale e del lavoro autonomo), tutte prodotte con il medesimo procedimento: dedotte teoricamente da sviluppi reali o virtuali dell'organizzazione capitalistica del lavoro, queste figure diventano per incanto sociologicamente vere (si tratta al massimo di dar loro corpo con qualche esempio ad hoc, sulla cui generalizzabilità non si discute). Anche in questo caso - come per le interpretazioni dei Grundrisse - Empire rappresenta una sorta di automutilazione teorica. Ma la dizione lavoratore (anziché operaio) sociale possiede in effetti una indeterminazione sufficiente a renderla compatibile con l'ineffabile Moltitudine di cui Empire narra la millenaria epopea.