Il libro di Bertinotti Le idee che non muoiono, anche se di molto precedente, può essere messo a confronto con Oltre il Novecento. E' costruito attorno a sei parole-chiave (libertà, uguaglianza, lavoro, valore, bisogno, comunismo) ed è stato pensato come <<un alfabeto, un vocabolario della nostra politica>> per i giovani e i militanti di Rifondazione Comunista.
Le "lacune" di Marx
Ad una domanda del suo intervistatore, Alfonso Gianni, che gli chiede se
non vi siano <<delle lacune nel pensiero di Marx sul tema della libertà>>
il segretario del PRC risponde così: <<Condivido il pensiero
di quegli studiosi marxisti che in questi ultimi decenni hanno sostenuto
che (...) il suo pensiero, alla luce del corso della storia, presenti anche
degli elementi di maturità e di vuoto, che certo non spiegano le
vicende successive, anche tragiche, del Movimento operaio, ma che non possono
essere sottaciuti, perché questi "vuoti" hanno aperto dei
varchi a quegli errori che poi si sono manifestati>>.
Ma, domanda ancora Gianni: <<Si può davvero parlare di aporie
insite nel pensiero di Marx, di deficit, mi si passi l'espressione, di "buchi"?>>
Risposta: << Si (...) c'è (...) un altro elemento che ha inciso
direttamente nella costruzione della politica, e forse anche nella determinazione
degli errori e degli orrori che si sono verificati nella storia del Movimento
operaio in questo secolo. Questo elemento consiste in quello che diversi
studiosi hanno chiamato la "indifferenza alla teoria politica",
ovvero il disinteresse per la questione dello Stato. (...) nella lunga transizione
verso quel fine di libertà, la particolare forma di oppressione che
è data dal modo di governo della società, e l'esigenza di
tutelare gli individui dalla possibile oppressione di coloro che li governano
(...) sono questioni che non sono state considerate nel modo dovuto. Nel
1875 (...) Marx scrive: "Si domanda quindi: quale trasformazione subirà
lo Stato in una società comunista?"; ma quella domanda veramente
cruciale, rimarrà per sempre un auspicio a cui Marx stesso non tenterà
nemmeno di dare una risposta (...). Quel vuoto ha permesso che lo si potesse
riempire di materiali cattivi>>.
A futura riflessione
<<...la critica principale da muovere all'esperienza dei Paesi del
socialismo realizzato è quello della penuria di socialismo>>.
Tuttavia, aggiunge Bertinotti: <<la penuria di socialismo non spiega
appieno e del tutto il difetto di democrazia e l'esistenza delle forme di
oppressione sulle persone; (...) dobbiamo essere del tutto coscienti che
abbiamo oggi più che mai bisogno di costruire una teoria della legalità.
Dopo le tragedie di questo secolo non è possibile continuare a non
occuparsi della questione>>. E prosegue invitandoci ad <<indagare
molto criticamente quel "vuoto" di Marx e, ancora di più
la scelta di primato politico attribuito all'organizzazione, che ha concretamente
impedito la congiunzione dell'idea generale di libertà con la costruzione
pratica delle libertà delle donne e degli uomini che hanno percorso
questo cammino e che ancora oggi ci provano>>.
La curvatura scientista
<<Dopo l'avvento del fordismo-taylorismo, una curvatura scientista
si é impadronita del pensiero marxista che, nella sua ispirazione
prevalente, ha considerato lo sviluppo delle forze produttive e della tecnica
sostanzialmente come una base necessaria per seguire un processo di emancipazione
sociale e di libertà>>.
Il Comunismo, subito
<<I "successori" di Marx insistono su una tappa intermedia
tra capitalismo e comunismo, ovvero il socialismo, nella quale non sarebbe
possibile pensare a una fuoriuscita dalla condizione di necessità
e in cui si dovrebbe realizzare il principio "chi non lavora non mangia"
(...). Ma (...) il socialismo è la società nella quale non
viene abolito il diritto borghese e quindi il lavoro è ancora imprigionato
nei rapporti tipici della società capitalistica. La radicalità
del pensiero marxiano su questo punto viene dunque abbattuta nella pratica
storica del Movimento operaio>>.
Il rifiuto della dimensione politica
Secondo Bertinotti si deve sottoporre a critica <<una sorta di autonomia
del politico che ha segnato molta della storia del Movimento operaio anche
nelle esperienze più avanzate. L'idea, insomma, che fosse possibile
realizzare delle esperienze, se non di trasformazione socialista, di introduzione
di elementi di socialismo nella società, fondati però prevalentemente
sulle relazioni politiche, sul peso degli apparati statuali, sulle pratiche
di governo dello Stato. (...) cioè l'idea per cui la conquista del
potere o l'ascesa al governo costituivano il fine primo del Movimento, per
cui, più che le esperienze concrete di contestazione e di trasformazione
del lavoro e dell'organizzazione sociale realizzate dal Movimento medesimo,
contava l'azione di pressione verso una modificazione del quadro politico
e per la salita al governo dei partiti del Movimento operaio.
Questo (...) è stato (...) un elemento che non ha consentito il pieno
dispiegarsi (...) delle potenzialità della grande rottura operaia
e studentesca del '68-'69. E che ha, progressivamente, confinato il Movimento
sindacale in un ruolo (...) di concertazione e di conciliazione tra quegli
interessi e l'impresa, finendo per assumere, (...) una configurazione del
Sindacato come istituzione tra le istituzioni piuttosto che come organizzazione
delle lavoratrici e dei lavoratori, quindi del Movimento operaio nella sua
forma più diretta e immediata>>. Per Bertinotti questa condizione
avrebbe prodotto <<una vera e propria mutazione genetica, che ha investito
le grandi organizzazioni sindacali e confederali da un lato e molti dei
principali partiti della sinistra europea. (...) Questa mutazione soggettiva
che costituisce una discontinuità radicale con la storia del secolo
del Movimento operaio sembra, tuttavia, riassumere dentro di sé gli
errori e i vizi che in una stagione tutt'affatto diversa, persino eroica,
erano come nascosti perché concretamente e culturalmente soverchiati
dalla esplicita finalizzazione della lotta sia alla conquista del socialismo,
sia alla rappresentazione e all'organizzazione degli interessi di classe;
nel deperimento dell'una e dell'altra questi errori e vizi affiorano, invece,
con tanta evidenza da essere del tutto prevalenti, da costituire, diversamente
dal passato, la cifra caratterizzante le istituzioni della sinistra di governo
in
Questo collage di citazioni ci permette di conoscere alcuni fattori
costitutivi della cultura politica del segretario di Rifondazione.
Ci rivela, ad es., che per Bertinotti il marxismo non è un metodo,
ma una ideologia, imperfetta perché incompleta: Marx infatti ha lasciato
dei "vuoti". L'accenno poi alla "curvatura scientista"
e il rifiuto della dimensione politica ci fa intuire che il segretario del
PRC sia molto sensibile alle argomentazioni di Revelli sul "dominio
del lavoro totale" e alla metafisica negativa di Oltre il Novecento.
Le parole del segretario rispecchiano un'esigenza di Utopia, di purezza
ideologica astratta che si risolve, semplicisticamente, nella negazione
di tutto l'intero corpo teorico comunista. Bertinotti, infatti, non ragiona
sui fatti storici, sui problemi per come si sono storicamente presentati,
sulle esigenze pressanti e mortali che hanno forzato la mano di tanti dirigenti
storici del movimento operaio (e dell'URSS in particolare), sulle strategie
e le culture che li guidavano, né sugli specifici errori e crimini
commessi. Non ragiona realmente sulla possibilità che una eventuale
nuova esperienza socialista si trovi esposta a problemi altrettanto gravi
e ad alternative altrettanto drammatiche, né viene sfiorato dal dubbio
che lui in quanto segretario di un partito comunista dovrebbe pur dare qualche
indicazione. Segue la via più facile: butta via tutto. E in questo
"tutto" c'è la vecchia scolastica staliniana ( e "piccina")
rigida e ipocrita, c'è quel blocco teorico forte che è il
leninismo, i sono gli sforzi successivi di elaborazione teorica e militante
più critici e meditati sui problemi della rivoluzione e della fase
di transizione. L'ostinazione nel voler cercare una "causa prima"
che spieghi la storia dell'URSS al di fuori della problematica della transizione
dal capitalismo al socialismo, il rifiuto addirittura della problematica
stessa della "transizione", assieme al fascino evidente che i
temi di matrice anarchicheggiante e utopistica esercitano su Bertinotti;
tutti questi elementi gli impediscono di trarre delle vere lezioni dall'esperienza
dei paesi socialisti e lo portano a fare delle affermazioni generiche. Ciò
è grave perché alcuni problemi della fase di transizione mutatis
mutandis potranno ripresentarsi e non c'è ragione di sdegnare
l'esperienza dell'URSS e degli altri paesi dell'Est Europa. Inoltre il ritorno
all'utopismo ritarda il processo di ricostruzione della credibilità
teorica e politica del marxismo e del comunismo, oggi seriamente compromessi.
Tuttavia, Bertinotti dà una indicazione condivisibile: <<bisogna
garantire che il riprovare non ricalchi le strade del già provato;
rispetto al passato dovremo essere in grado addirittura di proporci persino
una storia controfattuale. Al contrario dell'opinione secondo cui non si
può fare la storia con i se, bisognerebbe reindagare il secolo proprio
con i se e, in particolare in alcuni passaggi topici, provare a ragionare
sulla possibilità che l'assunzione di un'altra ipotesi come scelta
politica nella storia del Movimento operaio e nella storia della costituzione
delle società che si sono chiamate socialiste avrebbe potuto avere
un esito ben diverso>>.
Su questa via, però, lo stesso segretario non va molto avanti. Indica
un problema, quello della carente elaborazione marxista sullo Stato e la
transizione, ma a distanza di 25 anni dal famoso articolo di Bobbio ("Esiste
una teoria marxista dello Stato?", Mondo Operaio, 1975) e del
dibattito che ne seguì, ancora ne parla come di un problema di "buchi"
teorici e rifiuta di entrare nel merito del problema. E ciò è
il modo migliore per favorire (nel caso che domani se ne presentasse l'occasione)
il ripetersi di tutte le deviazioni, di tutti gli "errori e di tutti
gli orrori" di un regime dispotico, sia pure in una forma nuova e oggi
imprevedibile.
Sia ben chiaro che - contrariamente a quel che lui rimprovera a Marx - noi
non gli chiediamo una "ricetta", ma - più modestamente
- una vera riflessione sul passato che permetta di orientarci nel futuro.
Infatti, come diceva Mario Mineo (Lo Stato e la transizione, Unicopli,
1987), i classici <<partivano da una visione, estremamente semplicistica,
di un processo lineare di transizione dal capitalismo al socialismo>>.
L'esperienza dell'URSS <<ha però dimostrato che, una volta
caduto il mito della rivoluzione mondiale, all'interno di un processo di
transizione contraddittorio e di lunga durata, la questione teorica e politica
della natura e della forma dello stato socialista deve necessariamente essere
affrontato già prima della conquista del potere. (...) Né
di fronte alle conseguenze pesanti dello stalinismo, è sufficiente
prendere le distanze dal modello staliniano di organizzazione e gestione
politica: occorre affrontare in concreto il problema di una proposta politica
nuova, di un progetto alternativo>>.
È vero che chi, come Bertinotti, pensa (Corriere della Sera,
20.10.00) <<che quando si parla di rivoluzione bisogna liberarsi di
idee riduttive o fuorvianti. La rivoluzione non è una rivolta e non
può essere concepita come conquista del potere statuale. E non può
essere fatta in un solo Paese. Bisogna tornare all'idea della rivoluzione
come processo mondiale e di lungo periodo>>; ebbene costui è
automaticamente esonerato dal porsi troppi problemi, avendo delineato a
priori un quadro dello sviluppo storico al tempo stesso immaginario
e in piena sintonia con i propri desideri.
Anche il rifiuto della dimensione politica, infine, è coerente con
l'impostazione di fondo della cultura bertinottiana in cui strategia, tattica
e organizzazione sembrano essere aspetti formali, secondari e di poco conto
che non meritano di essere affrontati e discussi laicamente e razionalmente.
La tensione morale (l"esplicita finalizzazione") sarebbe l'elemento
sufficiente a soverchiare "errori e vizi" connaturati alle strutture
partitiche del Movimento operaio e a rendere superflua qualsiasi ricerca
metodologica.
Questa tesi curiosa per cui sarebbe il pathos dei militanti a far
rigare dritto un partito altrimenti destinato a diventare una odiosa macchina
di potere, a noi sembra di netta derivazione anarchica. Ovviamente, la "tensione
morale" è connaturata alla motivazione e al contenuto dell'agire
rivoluzionario e comunista (altrimenti non faremmo Cassandra!), ma
pensiamo anche che da sola non basti: con la sola tensione morale
si può anche diventare cattolici millenaristi o sindacalisti o anarchici.