Le idee che non muoiono

di Lillo Testasecca

Recensione pubblicata nel n. 13 di Cassandra

Il libro di Bertinotti Le idee che non muoiono, anche se di molto precedente, può essere messo a confronto con Oltre il Novecento. E' costruito attorno a sei parole-chiave (libertà, uguaglianza, lavoro, valore, bisogno, comunismo) ed è stato pensato come <<un alfabeto, un vocabolario della nostra politica>> per i giovani e i militanti di Rifondazione Comunista.

Le "lacune" di Marx
Ad una domanda del suo intervistatore, Alfonso Gianni, che gli chiede se non vi siano <<delle lacune nel pensiero di Marx sul tema della libertà>> il segretario del PRC risponde così: <<Condivido il pensiero di quegli studiosi marxisti che in questi ultimi decenni hanno sostenuto che (...) il suo pensiero, alla luce del corso della storia, presenti anche degli elementi di maturità e di vuoto, che certo non spiegano le vicende successive, anche tragiche, del Movimento operaio, ma che non possono essere sottaciuti, perché questi "vuoti" hanno aperto dei varchi a quegli errori che poi si sono manifestati>>.
Ma, domanda ancora Gianni: <<Si può davvero parlare di aporie insite nel pensiero di Marx, di deficit, mi si passi l'espressione, di "buchi"?>> Risposta: << Si (...) c'è (...) un altro elemento che ha inciso direttamente nella costruzione della politica, e forse anche nella determinazione degli errori e degli orrori che si sono verificati nella storia del Movimento operaio in questo secolo. Questo elemento consiste in quello che diversi studiosi hanno chiamato la "indifferenza alla teoria politica", ovvero il disinteresse per la questione dello Stato. (...) nella lunga transizione verso quel fine di libertà, la particolare forma di oppressione che è data dal modo di governo della società, e l'esigenza di tutelare gli individui dalla possibile oppressione di coloro che li governano (...) sono questioni che non sono state considerate nel modo dovuto. Nel 1875 (...) Marx scrive: "Si domanda quindi: quale trasformazione subirà lo Stato in una società comunista?"; ma quella domanda veramente cruciale, rimarrà per sempre un auspicio a cui Marx stesso non tenterà nemmeno di dare una risposta (...). Quel vuoto ha permesso che lo si potesse riempire di materiali cattivi>>.

A futura riflessione
<<...la critica principale da muovere all'esperienza dei Paesi del socialismo realizzato è quello della penuria di socialismo>>. Tuttavia, aggiunge Bertinotti: <<la penuria di socialismo non spiega appieno e del tutto il difetto di democrazia e l'esistenza delle forme di oppressione sulle persone; (...) dobbiamo essere del tutto coscienti che abbiamo oggi più che mai bisogno di costruire una teoria della legalità. Dopo le tragedie di questo secolo non è possibile continuare a non occuparsi della questione>>. E prosegue invitandoci ad <<indagare molto criticamente quel "vuoto" di Marx e, ancora di più la scelta di primato politico attribuito all'organizzazione, che ha concretamente impedito la congiunzione dell'idea generale di libertà con la costruzione pratica delle libertà delle donne e degli uomini che hanno percorso questo cammino e che ancora oggi ci provano>>.

La curvatura scientista
<<Dopo l'avvento del fordismo-taylorismo, una curvatura scientista si é impadronita del pensiero marxista che, nella sua ispirazione prevalente, ha considerato lo sviluppo delle forze produttive e della tecnica sostanzialmente come una base necessaria per seguire un processo di emancipazione sociale e di libertà>>.

Il Comunismo, subito
<<I "successori" di Marx insistono su una tappa intermedia tra capitalismo e comunismo, ovvero il socialismo, nella quale non sarebbe possibile pensare a una fuoriuscita dalla condizione di necessità e in cui si dovrebbe realizzare il principio "chi non lavora non mangia" (...). Ma (...) il socialismo è la società nella quale non viene abolito il diritto borghese e quindi il lavoro è ancora imprigionato nei rapporti tipici della società capitalistica. La radicalità del pensiero marxiano su questo punto viene dunque abbattuta nella pratica storica del Movimento operaio>>.

Il rifiuto della dimensione politica
Secondo Bertinotti si deve sottoporre a critica <<una sorta di autonomia del politico che ha segnato molta della storia del Movimento operaio anche nelle esperienze più avanzate. L'idea, insomma, che fosse possibile realizzare delle esperienze, se non di trasformazione socialista, di introduzione di elementi di socialismo nella società, fondati però prevalentemente sulle relazioni politiche, sul peso degli apparati statuali, sulle pratiche di governo dello Stato. (...) cioè l'idea per cui la conquista del potere o l'ascesa al governo costituivano il fine primo del Movimento, per cui, più che le esperienze concrete di contestazione e di trasformazione del lavoro e dell'organizzazione sociale realizzate dal Movimento medesimo, contava l'azione di pressione verso una modificazione del quadro politico e per la salita al governo dei partiti del Movimento operaio.
Questo (...) è stato (...) un elemento che non ha consentito il pieno dispiegarsi (...) delle potenzialità della grande rottura operaia e studentesca del '68-'69. E che ha, progressivamente, confinato il Movimento sindacale in un ruolo (...) di concertazione e di conciliazione tra quegli interessi e l'impresa, finendo per assumere, (...) una configurazione del Sindacato come istituzione tra le istituzioni piuttosto che come organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori, quindi del Movimento operaio nella sua forma più diretta e immediata>>. Per Bertinotti questa condizione avrebbe prodotto <<una vera e propria mutazione genetica, che ha investito le grandi organizzazioni sindacali e confederali da un lato e molti dei principali partiti della sinistra europea. (...) Questa mutazione soggettiva che costituisce una discontinuità radicale con la storia del secolo del Movimento operaio sembra, tuttavia, riassumere dentro di sé gli errori e i vizi che in una stagione tutt'affatto diversa, persino eroica, erano come nascosti perché concretamente e culturalmente soverchiati dalla esplicita finalizzazione della lotta sia alla conquista del socialismo, sia alla rappresentazione e all'organizzazione degli interessi di classe; nel deperimento dell'una e dell'altra questi errori e vizi affiorano, invece, con tanta evidenza da essere del tutto prevalenti, da costituire, diversamente dal passato, la cifra caratterizzante le istituzioni della sinistra di governo in

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Questo collage di citazioni ci permette di conoscere alcuni fattori costitutivi della cultura politica del segretario di Rifondazione. Ci rivela, ad es., che per Bertinotti il marxismo non è un metodo, ma una ideologia, imperfetta perché incompleta: Marx infatti ha lasciato dei "vuoti". L'accenno poi alla "curvatura scientista" e il rifiuto della dimensione politica ci fa intuire che il segretario del PRC sia molto sensibile alle argomentazioni di Revelli sul "dominio del lavoro totale" e alla metafisica negativa di Oltre il Novecento.
Le parole del segretario rispecchiano un'esigenza di Utopia, di purezza ideologica astratta che si risolve, semplicisticamente, nella negazione di tutto l'intero corpo teorico comunista. Bertinotti, infatti, non ragiona sui fatti storici, sui problemi per come si sono storicamente presentati, sulle esigenze pressanti e mortali che hanno forzato la mano di tanti dirigenti storici del movimento operaio (e dell'URSS in particolare), sulle strategie e le culture che li guidavano, né sugli specifici errori e crimini commessi. Non ragiona realmente sulla possibilità che una eventuale nuova esperienza socialista si trovi esposta a problemi altrettanto gravi e ad alternative altrettanto drammatiche, né viene sfiorato dal dubbio che lui in quanto segretario di un partito comunista dovrebbe pur dare qualche indicazione. Segue la via più facile: butta via tutto. E in questo "tutto" c'è la vecchia scolastica staliniana ( e "piccina") rigida e ipocrita, c'è quel blocco teorico forte che è il leninismo, i sono gli sforzi successivi di elaborazione teorica e militante più critici e meditati sui problemi della rivoluzione e della fase di transizione. L'ostinazione nel voler cercare una "causa prima" che spieghi la storia dell'URSS al di fuori della problematica della transizione dal capitalismo al socialismo, il rifiuto addirittura della problematica stessa della "transizione", assieme al fascino evidente che i temi di matrice anarchicheggiante e utopistica esercitano su Bertinotti; tutti questi elementi gli impediscono di trarre delle vere lezioni dall'esperienza dei paesi socialisti e lo portano a fare delle affermazioni generiche. Ciò è grave perché alcuni problemi della fase di transizione mutatis mutandis potranno ripresentarsi e non c'è ragione di sdegnare l'esperienza dell'URSS e degli altri paesi dell'Est Europa. Inoltre il ritorno all'utopismo ritarda il processo di ricostruzione della credibilità teorica e politica del marxismo e del comunismo, oggi seriamente compromessi.
Tuttavia, Bertinotti dà una indicazione condivisibile: <<bisogna garantire che il riprovare non ricalchi le strade del già provato; rispetto al passato dovremo essere in grado addirittura di proporci persino una storia controfattuale. Al contrario dell'opinione secondo cui non si può fare la storia con i se, bisognerebbe reindagare il secolo proprio con i se e, in particolare in alcuni passaggi topici, provare a ragionare sulla possibilità che l'assunzione di un'altra ipotesi come scelta politica nella storia del Movimento operaio e nella storia della costituzione delle società che si sono chiamate socialiste avrebbe potuto avere un esito ben diverso>>.
Su questa via, però, lo stesso segretario non va molto avanti. Indica un problema, quello della carente elaborazione marxista sullo Stato e la transizione, ma a distanza di 25 anni dal famoso articolo di Bobbio ("Esiste una teoria marxista dello Stato?", Mondo Operaio, 1975) e del dibattito che ne seguì, ancora ne parla come di un problema di "buchi" teorici e rifiuta di entrare nel merito del problema. E ciò è il modo migliore per favorire (nel caso che domani se ne presentasse l'occasione) il ripetersi di tutte le deviazioni, di tutti gli "errori e di tutti gli orrori" di un regime dispotico, sia pure in una forma nuova e oggi imprevedibile.
Sia ben chiaro che - contrariamente a quel che lui rimprovera a Marx - noi non gli chiediamo una "ricetta", ma - più modestamente - una vera riflessione sul passato che permetta di orientarci nel futuro. Infatti, come diceva Mario Mineo (Lo Stato e la transizione, Unicopli, 1987), i classici <<partivano da una visione, estremamente semplicistica, di un processo lineare di transizione dal capitalismo al socialismo>>. L'esperienza dell'URSS <<ha però dimostrato che, una volta caduto il mito della rivoluzione mondiale, all'interno di un processo di transizione contraddittorio e di lunga durata, la questione teorica e politica della natura e della forma dello stato socialista deve necessariamente essere affrontato già prima della conquista del potere. (...) Né di fronte alle conseguenze pesanti dello stalinismo, è sufficiente prendere le distanze dal modello staliniano di organizzazione e gestione politica: occorre affrontare in concreto il problema di una proposta politica nuova, di un progetto alternativo>>.
È vero che chi, come Bertinotti, pensa (Corriere della Sera, 20.10.00) <<che quando si parla di rivoluzione bisogna liberarsi di idee riduttive o fuorvianti. La rivoluzione non è una rivolta e non può essere concepita come conquista del potere statuale. E non può essere fatta in un solo Paese. Bisogna tornare all'idea della rivoluzione come processo mondiale e di lungo periodo>>; ebbene costui è automaticamente esonerato dal porsi troppi problemi, avendo delineato a priori un quadro dello sviluppo storico al tempo stesso immaginario e in piena sintonia con i propri desideri.
Anche il rifiuto della dimensione politica, infine, è coerente con l'impostazione di fondo della cultura bertinottiana in cui strategia, tattica e organizzazione sembrano essere aspetti formali, secondari e di poco conto che non meritano di essere affrontati e discussi laicamente e razionalmente. La tensione morale (l"esplicita finalizzazione") sarebbe l'elemento sufficiente a soverchiare "errori e vizi" connaturati alle strutture partitiche del Movimento operaio e a rendere superflua qualsiasi ricerca metodologica.
Questa tesi curiosa per cui sarebbe il pathos dei militanti a far rigare dritto un partito altrimenti destinato a diventare una odiosa macchina di potere, a noi sembra di netta derivazione anarchica. Ovviamente, la "tensione morale" è connaturata alla motivazione e al contenuto dell'agire rivoluzionario e comunista (altrimenti non faremmo Cassandra!), ma pensiamo anche che da sola non basti: con la sola tensione morale si può anche diventare cattolici millenaristi o sindacalisti o anarchici.

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