UN SECOLO ALLE SPALLE: FINISCE LA MODERNITA'
Lettura critica di Oltre il Novecento di Marco Revelli

di Giovanni Bruno

Questo intervento verrà pubblicato in Nuova Unità

Quello che ci si trova a sfogliare è un libro ambizioso, innanzitutto. Un libro costruito per far discutere e per suscitare un dibattito non ordinario, ma imbevuto di una tensione contro il progresso (non solo contro l'idea di progresso) che si scarica innanzitutto sul comunismo, responsabile principale di ogni tragedia del secolo passato; sembra di essere caduti nel centro delle argomentazioni del più becero revisionismo, con cui Revelli sembra qui in perfetta sintonia, nonostante egli si prodighi in tentativi maldestri di nascondere il proprio accanimento. In fondo, attraverso la critica assoluta dell'industrialismo e del produttivismo novecentesco, egli vuole la resa dei conti con il comunismo e con i militanti comunisti del `900, scaricando loro addosso l'intera responsabilità oggettiva delle tragedie del secolo appena concluso.

Diviso in tre parti, Oltre il Novecento rappresenta una sorta di viaggio negli inferi dei disastri novecenteschi, in cui ci si può addentrare solamente se si accetta preliminarmente il concetto di mostruoso che accomunerebbe, nel seguente ordine, Comunismo, Auschwitz, Hiroshima.
Al di là dell'immediata reazione di sconcerto che prende già dalla lettura dell'indice, è interessante notare come Revelli decida di mischiare in un unico calderone nomi, concetti, eventi storici che devono essere indagati con categorie storiografiche, politiche e perfino morali diverse; l'altro elemento unificante, oltre al mostruoso, sarebbe l'eterogenesi dei fini che ha colpito chiunque abbia intrapreso qualche tentativo di cambiamento o costruzione di qualcosa nel `900: cioè il parziale o totale distacco degli effetti reali dagli obiettivi fissati, ovvero il loro rovesciamento speculare nell'opposto di ciò che si voleva raggiungere.
Su questo sfondo, Revelli introduce la figura dell'"ossimoro", (introdotta dal subcomandante Marcos e destinata a sostituire nell'immaginario degli antagonisti la ben più consistente dialettica hegeliana, potente strumento logico/filosofico utilizzato per l'elaborazione del materialismo storico e dialettico di Marx ed Engels), quasi una sorta di funambolo in equilibrio instabile sul filo che avvolge le vicende umane e sociali, su cui coincidono e convivono in perpetuo bilico assonanza e dissonanza degli opposti, la cui oscillazione dovrebbe indurre ad un nuovo approccio alla realtà e alla volontà di trasformazione meno rigido e dogmatico, più magmatico e attento ai bisogni individuali.
Se si limitasse a ciò, Revelli riuscirebbe a mascherare ancora il proprio anticomunismo. La questione è che il mostruoso - risultato del rovesciamento degli obiettivi progettati e non raggiunti - è soprattutto il frutto del tipo antropologico novecentesco, l'homo faber, che del lavoro totale e della trasformazione artificiale del mondo ha fatto il suo fine: naturalmente il comunismo è per Revelli l'incarnazione più compiuta e più fallimentare di questo delirio di onnipotenza.
In generale, l'homo faber avrebbe ridotto la società ad una immensa fabbrica, sussumendo ogni dimensione dell'esistenza sotto la disciplina e la razionalizzazione fordista, assunta come verbo anche dal comunismo; negli anni '30 infatti vi sarebbe stata una sorta di convergenza del pensiero di destra e di sinistra riguardo agli effetti che la totalizzazione del mondo della produzione avrebbe avuto sulla nascita di un nuovo tipo umano, incarnato nell'Operaio di Junger e nel lavoratore collettivo di Gramsci. La dimensione individuale e non omologata dell'esistenza sarebbe stata dunque consumata e conculcata a vantaggio del produttivismo e dell'industrialismo, frutti del delirio dell'homo faber, incarnazione di una volontà di potenza illimitata e distruttiva generata dall'idea di progresso.

Dal delirio dell'homo faber, si passa ai dilemmi dell'<<uomo flessibile>> nella seconda parte. Qui le intenzioni di Revelli si fanno più chiare ancora: il fordismo è sotto accusa non in quanto strumento costrittivo di estrazione del plusvalore, ma perché non avrebbe avuto il senso del limite. Anche Lenin avrebbe le medesime responsabilità avendo condiviso con i tecnocrati di Ford una sorta di "elemento <<metafisico>> alle radici del materialissimo statuto fordista", cioè il senso dell'illimitato, "l'assunto di una totale assenza di limiti posti alla produzione". Questo sarebbe stato il <<pregiudizio>> che avrebbe prodotto l'idea di una "totale fabbricabilità della Natura".
Solo dagli anni '70 la "fede" fordista inizierà ad entrare in crisi, per una serie di fattori: il primo, l'introduzione di un capitale immateriale accanto all'economia pesante (la rivoluzione informatica); il secondo, il riconoscimento del limite (energetico, ambientale, produttivo) nello stesso establishment (a partire dalle posizioni del <<Club di Roma>>); il terzo, l'estensione e la trasformazione del lavoro per la presenza delle donne.
Revelli si trova qui più a suo agio, potendo passare in rassegna i problemi connessi alle trasformazioni del lavoro negli ultimi trent'anni, ma non disdegna di continuare la polemica con coloro che hanno sottomesso il lavoro per più di mezzo secolo alla dittatura della centralizzazione e dell'organizzazione rigida di fabbrica, mentre con l'avvento delle nuove tecnologie tutto sarebbe più pulito e a misura d'uomo.
Fortunatamente, almeno nelle pagine finali di questa sezione riscopre un barlume di intelligenza critica evidenziando come la delocalizzazione, la flessibilizzazione, il decentramento e la virtualità non abbiano aperto nuovi orizzonti di liberazione dal lavoro, ma soprattutto accentuato lo sfruttamento e la precarizzazione: <<Tuttavia, non per questo cessa la capacità di centralizzazione e di sottomissione (di appropriazione privata) delle forze della produzione disseminata da qualche vertice della "catena del valore": del potere sociale che governa il nuovo sistema produttivo disseminato>>.

Infine, nella terza parte si va alla ricerca del peccato originale della politica, ed ecco che tutti gli elementi revisionisti e a dir poco reazionari affiorano alla superficie del discorso di Revelli. Nell'opera di distruzione delle figure storiche novecentesche, il primo a cadere sotto i colpi di Revelli è il militante, colui che ha assolutizzato la sfera della politica nella propria vita. Il tipo umano del militante nasce da tre eventi storici: la Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa, l'avvento dei Fascismi. Subito dopo aver individuato la radice storica di tale "tipo umano", Revelli però la dimentica subito, affermando che la violenza diventa pratica normale per i comunisti, arrivando a dare sostanzialmente ragione agli estensori del celeberrimo (e sconfessato perfino dagli autori) Libro nero del comunismo.
Ma i comunisti avrebbero un'altra colpa: quella di aver imprigionato il sogno e la volontà emancipatoria delle masse in un incubo statalista, in una società-fabbrica in cui la dimensione del lavoro si fa totale alienazione che sottomette ogni dimensione dell'esistenza individuale e collettiva alla sua logica; alla logica del macchinismo, dell'artificialismo sociale, alla fredda e totalizzante razionalizzazione organizzativista che ingloba e inghiotte ogni creatività e proiezione liberatoria, rovesciando <<la "cultura del sociale" e le pratiche di costituzione dei soggetti produttivi in soggetti storici vigenti nell'Ottocento>> nel buco nero dello stalinismo.
Eppure, l'obiettivo di Revelli non è neppure lo stalinismo, come ha affermato in un articolo Ferrero su Liberazione del 4 marzo, ma in generale il comunismo nelle sue forme novecentesche, cioè soprattutto il leninismo (a cui è accomunato in senso negativo anche Gramsci), dottrina politica che ha avuto il difetto di credere nella costruzione di un progetto emancipatorio, che avrebbe in sé il delirio dell'homo faber. Cioè di quel particolare tipo antropologico che avrebbe abbandonato qualsiasi rapporto con il naturale per svellere l'umanità (e tutta la natura organica e non) dalla sua radice originaria allo scopo di forgiare, prometeicamente, una nuova realtà.

Concludendo, credo si debba affermare che Revelli, superando i confini dell'indagine storico-sociologica a lui congeniale per approdare ad una sorta di riflessione filosofico-antropologica sul Novecento, si scaglia a testa bassa contro il comunismo come la più compiuta e coerente idea di progresso e di emancipazione sotanziale del Novecento, ma con l'intento di colpire chiunque abbia pensato alla scienza, alla tecnica e alla produzione industriale come strumento essenziale della nuova umanità.
La foga è tale da non riuscire più neppure a distinguere tra gli ideali emancipatori della sinistra e di quei partiti comunisti che hanno permesso la libertà dal nazifascismo, e i disvalori distruttivi ed annichilatori dell'avversario professati e praticati dai nazisti e dai fascisti.
Il furore iconoclasta di Revelli ci appare incomprensibile, per quanto il suo discorso appaia pacato e "ragionevole", senza invettive, ma assolutamente privo di capacità selettiva e di confronto. Gli argomenti che Revelli macina con sapienza e cultura rappresentano la versione postmoderna (e più ambigua) delle critiche francofortesi all'uomo ad una dimensione: tuttavia, mentre là c'era una forte critica del dominio della produzione e del consumo nella logica del profitto capitalistico - dunque una critica ad una produzione non indirizzata ai bisogni sociali ed individuali, ma asservita agli appetiti di profitto delle imprese - c'è qua un indistinto attacco all'idea stessa di progresso che, pur con tutti i ripensamenti e le limitazioni necessarie su cui la fine del secolo ci invita a riflettere, resta pur sempre un'idea fondamentale per il processo di emancipazione umana e di liberazione dell'umanità dall'asservimento al capitale. Revelli invece sembra invece voler rimuovere un'idea che ha dominato circa tre secoli di storia umana e da cui, evolvendosi, sono nate tutte le dottrine democratiche, socialiste e rivoluzionarie della contemporaneità: egli si aggiunge alla ormai folta schiera di coloro che vogliono distruggere questa idea, suggerendo che nei deliri dell'homo faber novecentesco essa ha raggiunto il suo culmine.
Così, <<il Novecento deve finire. Perché solo così può riprendere la ricerca, ripartendo dal punto in cui il percorso aveva deviato e s'era perduto; di là dove la pratica della solidarietà si era confusa con la mistica del potere, e la disposizione di sé si era rovesciata nella volontaria sottomissione alla disciplina d'apparato>>.
Sembra che le teorie da neosocialismo utopistico o da socialdemocrazia sociale alla Porto Alegre, che oggi sembrano il nuovo verbo dell'antagonismo mondiale, di cui Revelli è un sostenitore, devono passare dalla distruzione purificatrice dell'idea stessa di rivoluzione (la mistica del potere, come la chiama Revelli), insita nell'idea di progresso, che ha assunto soprattutto con Marx ed Engels (nell'800) e con Lenin (nel `900) una concretezza dialettica e storica nella prospettiva del socialismo e del comunismo. Così, come ha riconosciuto perfino Luigi Pintor, Revelli ha scritto un libro soprattutto anticomunista: per distruggere alla radice il concetto di progresso e di emancipazione, in vista di "mitici" uomini solidali, <<animati esclusivamente dal proprio personale senso di responsabilità>> e sostanzialmente impotenti di fronte all'aggressione del capitalismo imperialista "globalizzato".

(11 marzo 2001)

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