Quello che ci si trova a sfogliare è un libro ambizioso, innanzitutto. Un libro costruito per far discutere e per suscitare un dibattito non ordinario, ma imbevuto di una tensione contro il progresso (non solo contro l'idea di progresso) che si scarica innanzitutto sul comunismo, responsabile principale di ogni tragedia del secolo passato; sembra di essere caduti nel centro delle argomentazioni del più becero revisionismo, con cui Revelli sembra qui in perfetta sintonia, nonostante egli si prodighi in tentativi maldestri di nascondere il proprio accanimento. In fondo, attraverso la critica assoluta dell'industrialismo e del produttivismo novecentesco, egli vuole la resa dei conti con il comunismo e con i militanti comunisti del `900, scaricando loro addosso l'intera responsabilità oggettiva delle tragedie del secolo appena concluso.
Diviso in tre parti, Oltre il Novecento rappresenta una sorta
di viaggio negli inferi dei disastri novecenteschi, in cui ci si può
addentrare solamente se si accetta preliminarmente il concetto di mostruoso
che accomunerebbe, nel seguente ordine, Comunismo, Auschwitz, Hiroshima.
Al di là dell'immediata reazione di sconcerto che prende già
dalla lettura dell'indice, è interessante notare come Revelli decida
di mischiare in un unico calderone nomi, concetti, eventi storici che devono
essere indagati con categorie storiografiche, politiche e perfino morali
diverse; l'altro elemento unificante, oltre al mostruoso, sarebbe
l'eterogenesi dei fini che ha colpito chiunque abbia intrapreso qualche
tentativo di cambiamento o costruzione di qualcosa nel `900: cioè
il parziale o totale distacco degli effetti reali dagli obiettivi fissati,
ovvero il loro rovesciamento speculare nell'opposto di ciò che si
voleva raggiungere.
Su questo sfondo, Revelli introduce la figura dell'"ossimoro",
(introdotta dal subcomandante Marcos e destinata a sostituire nell'immaginario
degli antagonisti la ben più consistente dialettica hegeliana, potente
strumento logico/filosofico utilizzato per l'elaborazione del materialismo
storico e dialettico di Marx ed Engels), quasi una sorta di funambolo in
equilibrio instabile sul filo che avvolge le vicende umane e sociali, su
cui coincidono e convivono in perpetuo bilico assonanza e dissonanza degli
opposti, la cui oscillazione dovrebbe indurre ad un nuovo approccio alla
realtà e alla volontà di trasformazione meno rigido e dogmatico,
più magmatico e attento ai bisogni individuali.
Se si limitasse a ciò, Revelli riuscirebbe a mascherare ancora il
proprio anticomunismo. La questione è che il mostruoso - risultato
del rovesciamento degli obiettivi progettati e non raggiunti - è
soprattutto il frutto del tipo antropologico novecentesco, l'homo faber,
che del lavoro totale e della trasformazione artificiale del mondo ha fatto
il suo fine: naturalmente il comunismo è per Revelli l'incarnazione
più compiuta e più fallimentare di questo delirio di onnipotenza.
In generale, l'homo faber avrebbe ridotto la società ad una
immensa fabbrica, sussumendo ogni dimensione dell'esistenza sotto la disciplina
e la razionalizzazione fordista, assunta come verbo anche dal comunismo;
negli anni '30 infatti vi sarebbe stata una sorta di convergenza del pensiero
di destra e di sinistra riguardo agli effetti che la totalizzazione del
mondo della produzione avrebbe avuto sulla nascita di un nuovo tipo umano,
incarnato nell'Operaio di Junger e nel lavoratore collettivo di Gramsci.
La dimensione individuale e non omologata dell'esistenza sarebbe stata dunque
consumata e conculcata a vantaggio del produttivismo e dell'industrialismo,
frutti del delirio dell'homo faber, incarnazione di una volontà
di potenza illimitata e distruttiva generata dall'idea di progresso.
Dal delirio dell'homo faber, si passa ai dilemmi dell'<<uomo
flessibile>> nella seconda parte. Qui le intenzioni di Revelli
si fanno più chiare ancora: il fordismo è sotto accusa non
in quanto strumento costrittivo di estrazione del plusvalore, ma perché
non avrebbe avuto il senso del limite. Anche Lenin avrebbe le medesime responsabilità
avendo condiviso con i tecnocrati di Ford una sorta di "elemento <<metafisico>>
alle radici del materialissimo statuto fordista", cioè il senso
dell'illimitato, "l'assunto di una totale assenza di limiti posti
alla produzione". Questo sarebbe stato il <<pregiudizio>>
che avrebbe prodotto l'idea di una "totale fabbricabilità della
Natura".
Solo dagli anni '70 la "fede" fordista inizierà ad entrare
in crisi, per una serie di fattori: il primo, l'introduzione di un capitale
immateriale accanto all'economia pesante (la rivoluzione informatica);
il secondo, il riconoscimento del limite (energetico, ambientale, produttivo)
nello stesso establishment (a partire dalle posizioni del <<Club
di Roma>>); il terzo, l'estensione e la trasformazione del lavoro
per la presenza delle donne.
Revelli si trova qui più a suo agio, potendo passare in rassegna
i problemi connessi alle trasformazioni del lavoro negli ultimi trent'anni,
ma non disdegna di continuare la polemica con coloro che hanno sottomesso
il lavoro per più di mezzo secolo alla dittatura della centralizzazione
e dell'organizzazione rigida di fabbrica, mentre con l'avvento delle nuove
tecnologie tutto sarebbe più pulito e a misura d'uomo.
Fortunatamente, almeno nelle pagine finali di questa sezione riscopre un
barlume di intelligenza critica evidenziando come la delocalizzazione, la
flessibilizzazione, il decentramento e la virtualità non abbiano
aperto nuovi orizzonti di liberazione dal lavoro, ma soprattutto accentuato
lo sfruttamento e la precarizzazione: <<Tuttavia, non per questo cessa
la capacità di centralizzazione e di sottomissione (di appropriazione
privata) delle forze della produzione disseminata da qualche vertice della
"catena del valore": del potere sociale che governa il nuovo sistema
produttivo disseminato>>.
Infine, nella terza parte si va alla ricerca del peccato originale
della politica, ed ecco che tutti gli elementi revisionisti e a dir
poco reazionari affiorano alla superficie del discorso di Revelli. Nell'opera
di distruzione delle figure storiche novecentesche, il primo a cadere sotto
i colpi di Revelli è il militante, colui che ha assolutizzato
la sfera della politica nella propria vita. Il tipo umano del militante
nasce da tre eventi storici: la Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa,
l'avvento dei Fascismi. Subito dopo aver individuato la radice storica di
tale "tipo umano", Revelli però la dimentica subito, affermando
che la violenza diventa pratica normale per i comunisti, arrivando a dare
sostanzialmente ragione agli estensori del celeberrimo (e sconfessato perfino
dagli autori) Libro nero del comunismo.
Ma i comunisti avrebbero un'altra colpa: quella di aver imprigionato il
sogno e la volontà emancipatoria delle masse in un incubo statalista,
in una società-fabbrica in cui la dimensione del lavoro si fa totale
alienazione che sottomette ogni dimensione dell'esistenza individuale e
collettiva alla sua logica; alla logica del macchinismo, dell'artificialismo
sociale, alla fredda e totalizzante razionalizzazione organizzativista che
ingloba e inghiotte ogni creatività e proiezione liberatoria, rovesciando
<<la "cultura del sociale" e le pratiche di costituzione
dei soggetti produttivi in soggetti storici vigenti nell'Ottocento>>
nel buco nero dello stalinismo.
Eppure, l'obiettivo di Revelli non è neppure lo stalinismo, come
ha affermato in un articolo Ferrero su Liberazione del 4 marzo, ma
in generale il comunismo nelle sue forme novecentesche, cioè soprattutto
il leninismo (a cui è accomunato in senso negativo anche Gramsci),
dottrina politica che ha avuto il difetto di credere nella costruzione di
un progetto emancipatorio, che avrebbe in sé il delirio dell'homo
faber. Cioè di quel particolare tipo antropologico che avrebbe
abbandonato qualsiasi rapporto con il naturale per svellere l'umanità
(e tutta la natura organica e non) dalla sua radice originaria allo scopo
di forgiare, prometeicamente, una nuova realtà.
Concludendo, credo si debba affermare che Revelli, superando i confini
dell'indagine storico-sociologica a lui congeniale per approdare ad una
sorta di riflessione filosofico-antropologica sul Novecento, si scaglia
a testa bassa contro il comunismo come la più compiuta e coerente
idea di progresso e di emancipazione sotanziale del Novecento, ma con l'intento
di colpire chiunque abbia pensato alla scienza, alla tecnica e alla produzione
industriale come strumento essenziale della nuova umanità.
La foga è tale da non riuscire più neppure a distinguere tra
gli ideali emancipatori della sinistra e di quei partiti comunisti che hanno
permesso la libertà dal nazifascismo, e i disvalori distruttivi ed
annichilatori dell'avversario professati e praticati dai nazisti e dai fascisti.
Il furore iconoclasta di Revelli ci appare incomprensibile, per quanto il
suo discorso appaia pacato e "ragionevole", senza invettive, ma
assolutamente privo di capacità selettiva e di confronto. Gli argomenti
che Revelli macina con sapienza e cultura rappresentano la versione postmoderna
(e più ambigua) delle critiche francofortesi all'uomo ad una dimensione:
tuttavia, mentre là c'era una forte critica del dominio della produzione
e del consumo nella logica del profitto capitalistico - dunque una critica
ad una produzione non indirizzata ai bisogni sociali ed individuali, ma
asservita agli appetiti di profitto delle imprese - c'è qua un indistinto
attacco all'idea stessa di progresso che, pur con tutti i ripensamenti e
le limitazioni necessarie su cui la fine del secolo ci invita a riflettere,
resta pur sempre un'idea fondamentale per il processo di emancipazione umana
e di liberazione dell'umanità dall'asservimento al capitale. Revelli
invece sembra invece voler rimuovere un'idea che ha dominato circa tre secoli
di storia umana e da cui, evolvendosi, sono nate tutte le dottrine democratiche,
socialiste e rivoluzionarie della contemporaneità: egli si aggiunge
alla ormai folta schiera di coloro che vogliono distruggere questa idea,
suggerendo che nei deliri dell'homo faber novecentesco essa ha raggiunto
il suo culmine.
Così, <<il Novecento deve finire. Perché solo
così può riprendere la ricerca, ripartendo dal punto in cui
il percorso aveva deviato e s'era perduto; di là dove la pratica
della solidarietà si era confusa con la mistica del potere, e la
disposizione di sé si era rovesciata nella volontaria sottomissione
alla disciplina d'apparato>>.
Sembra che le teorie da neosocialismo utopistico o da socialdemocrazia sociale
alla Porto Alegre, che oggi sembrano il nuovo verbo dell'antagonismo mondiale,
di cui Revelli è un sostenitore, devono passare dalla distruzione
purificatrice dell'idea stessa di rivoluzione (la mistica del potere,
come la chiama Revelli), insita nell'idea di progresso, che ha assunto soprattutto
con Marx ed Engels (nell'800) e con Lenin (nel `900) una concretezza dialettica
e storica nella prospettiva del socialismo e del comunismo. Così,
come ha riconosciuto perfino Luigi Pintor, Revelli ha scritto un libro soprattutto
anticomunista: per distruggere alla radice il concetto di progresso e di
emancipazione, in vista di "mitici" uomini solidali, <<animati
esclusivamente dal proprio personale senso di responsabilità>>
e sostanzialmente impotenti di fronte all'aggressione del capitalismo imperialista
"globalizzato".
(11 marzo 2001)