Premessa
Il conflitto tra India e Pakistan[1],
per quanto abbia origini lontane nella fase di decolonizzazione e di indipendenza
dall'Inghilterra, è stato alimentato all'indomani della Guerra nel
Golfo e soprattutto dopo l'invasione Usa in Afghanistan.
Sono passati piùdi 30 anni dalla guerra per il Kashmir eppure il
Pakistan nonostante la sconfitta subita nel 1971 ha agito nell'ombra finanziando
una guerriglia islamista nella regione, in lotta non solo contro l'India
ma anche contro la popolazione induista. Questo conflitto seppure in forme
latenti è presente da anni; già nove anni fa le truppe Indiane
ammontavano nel Kashmir a quasi 400 mila unità. Il supporto logistico
e militare pakistano non può essere sfuggito agli Usa che dalla destabilizzazione
della regione e dal ridimensionamento Indiano pensano di trarre vantaggi
e soprattutto legittimerebbero un intervento diretto pacificatore in caso
di conflitto. La strategia indiana è stata quella del contenimento
di profughi e di attacchi terroristici, bombardando i territori di confine.
La strategia pakistana è stata quella di costringere l'India ad investire
sempre più uomini e risorse economiche nel contenimento della guerriglia
islamica del Kashmir, non tanto nell'ottica di conquistare l'indipendenza
della regione (piuttosto di annetterla) ma di utilizzare al meglio i finanziamenti
infiniti accordati dalla Cia, per indebolire l'economia Indiana creando
malcontenti interni per le eccessive spese militari. L'appoggio Usa al Pakistan
ha permesso a quest'ultimo di superare oltre il 3% del Pil per spese militari
(l'India spendeva nel frattempo l'1,8%), un trend costante negli ultimi
venticinque anni senza menzionare i finanziamenti occulti provenienti dalla
Cia per l'operazione Afghanistan.
Washington ha bloccato gli aiuti militari ad Islamabad ma in pochi anni
è stato recuperato il tempo perduto con la vendita a basso costo
di moderni e potenti caccia F16. Con questo non vogliamo presentare l'India
come una vittima, tanto è vero che negli anni settanta, in funzione
allora anti-cinese, realizzò uno dei più grandi riarmi della
storia moderna con i primi esperimenti nucleari nel 1974, un sistema missilistico
di produzione occidentale ma sperimentato e costruito in proprio (l'India
esporta ingegneri e informatici in mezzo mondo, Usa inclusi) con raggio
di copertura e carico di esplosivo praticamente doppio rispetto a quello
Pakistano.
Islamabad può contare anche sull'appoggio di Pechino ma l'intesa
in campo militare e tecnologica rimane in secondo piano rispetto all'alleanza
con gli Usa.
Il Great Middle East
Gli Usa da anni stanno pensando in grande e l'area alla quale sono interessati
si dilata sempre piu fino ad attraversare ben tre continenti. Il termine
Great Middle East, coniato dall'Institute for National Strategic Studies
e dal Pentagono, sta ad indicare un'area che va dai paesi del Nord Africa
al Medioriente, dal Golfo Persico all'Asia centro meridionale Bangladesh
incluso; un'area nevralgica per le condotte di gas e petrolio e per gli
equilibri geopolitici planetari.
Lo sgretolamento dellíUrss è iniziato ben prima del 1989,
il sostegno accordato dagli Usa alla guerriglia Afgana è emblematico.
Una guerra "di liberazione" creata ad arte con centinaia di esperti
militari addestrati in Arabia Saudita, Israele ed Egitto; migliaia di uomini,
una santa alleanza con i grandi produttori di droga della regione, addestramento
militare, finanziamenti economici accordati dai paesi arabi alleati Usa,
attacchi tribali ai territori dell'Unione sovietica, razzie, commerci clandestini,
una vera e propria campagna di destabilizzazione orchestrata a metà
degli anni settanta dalla Cia prima e dai Servizi segreti pakistani, con
l'obiettivo di aggredire e intrappolare in Afghanistan il Patto di Varsavia
"costringendolo" ad intervenire militarmente per controllare un
paese da cui provenivano minacce e incursioni destabilizzanti. L'intervento
Sovietico si rivelerà ben presto una trappola dal punto di vista
geopolitico ma soprattutto militare ed economico.
Non è fantapolitica ma una semplice lettura dei fatti che si evince
da articoli e corrispondenze tra uomini díaffari e politici statunitensi,
la trappola Afgana compensava, per gli Usa, la perdita dell'Iran, un paese
chiave nell'area del Golfo fino alla Rivoluzione del Gennaio 1979 con l'ascesa
al potere degli integralisti sciiti di Komehini che subito repressero nel
sangue le cospicue minoranze laiche e marxiste dei fedayn particolarmente
attivi nelle città, nelle scuole e nelle fabbriche.
L'area del Great Middle East si sviluppa a partire dal 1989 con paesi che
fino a quel momento non avevano importanti ruoli strategici nella divisione
bipolare del globo tra Usa e Urss; il Pakistan da paese funzionale alla
guerriglia islamica antisovietica e da bastione occidentale per limitare
espansione verso le rotte petrolifere del Mar Arabico diventa il paese catalizzatore
di interessi regionali, agisce nell'orbita del Pentagono ma con una politica
autonoma, fino ad allora sconosciuta, che porta ad un consistente riarmo
militare con massiccia immissione di tecnologia per uso militare e civile
(esperimenti nucleari per esempio). Il Pakistan, negli anni novanta, guadagna
sempre maggiori vantaggi e cerca di allargare affari e relazioni alle ex
repubbliche dell'URSS; si incarica di sistemare gli sporchi affari con la
potente polizia segreta, rafforza una nuova classe imprenditoriale costituita
dall'intreccio di relazioni tra militari, speculatori e imprenditori legati
a doppio filo con potenti multinazionali per conto delle quali sfruttano
il lavoro in stabilimenti dove la paga base è di pochi dollari al
giorno (dieci ore giornaliere) e con vasto uso di manodopera minorile\infantile.
Il Pakistan ha sostenuto militarmente i Talebani [2]
e in qualche misura ne ha protetto la fuga a Kunduz in virtù di un
accordo tra il presidente Musharaff (salito al potere con golpe militare)
e la Cia, onde evitare che la repressione nel sangue dei capi talebani facesse
esplodere contraddizioni interne al paese e allo stesso esercito; del resto
un Pakistan instabile non gioverebbe agli interessi Usa.
In questi scenari non poteva che esplodere la miccia del Kashmir, un'area
contesa tra India e Pakistan, una delle principali contraddizioni prodotte
dal colonialismo con una divisione tra stati e confini costruita a tavolino
per salvaguardare rotte commerciale, controllo su vie di comunicazione e
terre ricche. Anche il Medio Oriente ha subito una simile divisione con
stati inventati di sana pianta dalle multinazionali e potenze dell'epoca.
La regione compresa tra Caspio e Asia centrale non è solo importante
dal punto di vista strategico e militare, possiede anche risorse di gas
e petrolio solo parzialmente sfruttate; il porto pakistano di Karachi è
a sua volta il crocevia dei commerci verso i paesi dell'ex Urss. Un altro
fattore di primaria importanza è rappresentato dall'esercito industriale
di riserva disposto a spostarsi nei paesi dell'area per lavorare 5, 10 al
massimo 15 anni. La popolazione pakistana è tra le più giovani
della regione, poco istruita ma disposta a trasferirsi nei paesi arabi pi
ricchi e nei paesi limitrofi; si crea così una vasta rete di rapporti
cha alla fine risulta utile per impiantare commerci e relazioni.
Islam tra religione e politica
Non va sottovalutata in ogni caso la presenza islamica[3]
che per anni ha realizzato fedelmente il compito assegnatole dagli Usa,
ma a partire dalla Guerra nel Golfo acquista autonomia politica e decisionale,
forte anche dei finanziamenti di sceicchi e alti burocrati di alcuni paesi
arabi, tra tutti Arabia Saudita, recalcitranti a subire i diktat di Washington
e soprattutto l'occidentalizzazione della regione.
In Occidente è forte un'immagine falsata dell'Islamismo, i sapienti,
gli ulema, non sono barbuti vecchietti intenti a leggere il Corano, spesso
sono a capo di imperi finanziari, televisioni, giornali; il prestigio assoluto
di cui godono consente loro di spaziare dalla materia religiosa ai precetti
di vita, alla politica vera e propria.
Il termine di Jihad non significa guerra santa ma letteralmente si traduce
con una applicazione a muoversi, uno sforzo indirizzato ad un obiettivo
che altro non è se non quello di difendere il mondo islamico in prima
istanza, in seconda battuta estenderne i confini, l'influenza.
Negli anni novanta in Pakistan, in Afganistan e in altri paesi è
salita alla ribalta una nuova classe politica che partendo dai precetti
del Corano ha fatto leva su valori religiosi indiscussi per costruire movimenti
politici che in pochi anni hanno guadagnato vasti consensi tenuto conto
del discredito in cui versa gran parte della classe dirigente al potere
nei paesi arabi e asiatici. Alcuni di questi movimenti, per esempio Hamas,
vengono dipinti strumentalmente come islamismi radicali tralasciando ogni
riferimento alle strutture sociali (scuole, ospedali, asili) che hanno costruito
guadagnando vasti consensi nei settori proletari. Sull'islamismo radicale
sappiamo solo ciò che la stampa occidentale fa filtrare, il ricorso
alla religione per guadagnare un consenso generale del resto dovrebbe riportarci
agli scenari italiani dei primi anni cinquanta quando la Dc invocava santi
e Madonne per demonizzare il Partito Comunista. Si è costruita in
Pakistan una alleanza di ferro tra settori dell'esercito, intellettuali
provenienti dalle scuole Coraniche e ceti imprenditoriali che dietro la
islamizzazione della società hanno costruito un consenso di massa
verso politiche degne di una piccola potenza filo imperialista nella regione
asiatica di sua competenza. Siamo dinanzi ad un uso strumentale della religione
servito per la conservazione di una elite di potere, elite alleata degli
Usa ma nello stesso tempo vigile a non rompere equilibri sui quali ha costruito
la propria egemonia (vedi alleanza passata con Bin Laden)
Le guerre costituenti il Nuovo Ordine Mondiale
Negli ultimi tredici anni gli interessi imperialisti si sono progressivamente
allargati e si rende necessaria una breve cronistoria, particolarmente utile
per sviluppare il concetto di guerra permanente come base su cui si erge
il nuovo dis-ordine mondiale[4]:
- sgretolamento dell'ex Urss, esplosione dei nazionalismi e guerre di secessione orchestrate dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale (Jugoslavia, Cecenia dove nelle milizie anti-russe troviamo uomini addestrati in Afghanistan e legati al miliardario Bin Laden)
- 1991, Guerra nel Golfo e occupazione militare occidentale in difesa
dei giacimenti petroliferi della regione.
Embargo contro líIraq, rafforzamento in Medio Oriente di Israele;
in Asia di Turchia e Pakistan.
Queste tre entità statali avranno una certa autonomia nelle loro
politiche regionali e ne pagheranno le conseguenze soprattutto le istanze
dei popoli Kurdo e Palestinese.
- 1999, bombardamento contro la Serbia per il totale controllo sui corridoi petroliferi e sui gasdotti che si dipanano, guarda caso, dal Mediterraneo alla regione Indiana
- 2001, invasione in Afganistan
Il ricorso alle guerre per gli Usa nasce innanzitutto per ragioni economiche.
Nel 2001 ci sono stati oltre 200.000 licenziamenti nelle imprese ad alta
tecnologia e della così detta "new economy"; il tasso di
disoccupazione cresce anche in Giappone con percentuali in pochi anni raddoppiate;
líeconomia Usa vede interrotta la crescita del Pil e un massiccio
intervento statale (in barba a chi rivendica il tramonto degli stati nazionali).
Il Fmi e la Bm continuano ad intervenire negli scenari mondiali ed i finanziamenti
da loro accordati, per ripianare il debito interno con i disavanzi statali
e quello esterno (bilancia dei pagamenti) gettano sul lastrico alcuni paesi
(vedi Argentina).
Tra scenari di guerra e immaginari di sicurezza, come afferma De Giorgi
[5], si crea una simbiosi: la
lotta contro gli "stati canaglia" e contro il terrorismo costruiscono
nei paesi occidentali una autentica psicosi mentre l'ordine pubblico va
salvaguardato in ogni modo e soprattutto con legislazioni di emergenza che
diventano procedure usuali del diritto penale.
Nasce così la xenofobia verso i musulmani e più genericamente
contro lo straniero del terzo mondo, alimentata da leggi severe contro l'immigrazione
e dalla colpevolizzazione dei movimenti sociali e delle minoranze antagoniste.
L'altra faccia della guerra costituente, dopo quella imperialista della
aggressione contro popoli e stati non assoggettati al Nuovo ordine mondiale,
è quella interna, della restrizione delle libertà individuali
e collettive, di scenari repressivi contro le minoranze, di imbarbarimento
dei codici civili e penali, del partito unico contro il terrorismo, parente
stretto delle crociate anti-immigrati, in difesa dell'ordine e della legalità.
Questi sono i molteplici intrecci tra sfera economica, militare e politica
che caratterizzano l'Imperialismo.
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