osservatorio internazionale

 

Il golpe civico-militare di Hugo Chavez

di Antonino Infranca

 

Dopo appena 48 ore dall'inizio del golpe civico-militare Hugo Chavez è riuscito a tornare al potere, determinando una situazione di grande confusione sia in Venezuela che nell'intero continente. Non c'è dubbio che adesso l'autonomia di Chavez dagli Stati Uniti aumenterà sensibilmente, e con essa si rafforzerà il sostegno alla guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia e l'aiuto economico alla Cuba di Fidel Castro che hanno caratterizzato la politica del cripto-dittatore di Caracas. Chavez è, infatti, un'ennesima versione del caudillismo latinoamericano, fenomeno dove elementi di destra e sinistra si frammischiano in forma originale.
In realtà Chavez ha condotto una politica economica neo-liberista, aprendo il mercato alle multinazionali straniere, privatizzando alcuni settori chiave dell'economia, come telecomunicazioni e fondi pensione. In questo senso la politica economica di Chavez somigliava più a quella del Cile di Pinochet, che non quella di un paese orientato a sinistra. La buona situazione dell'economia venezuelana gli ha permesso di portare a termine queste privatizzazioni senza traumi, è riuscito ad abbassare il debito estero da 38.000 milioni di dollari (dato 1995) a 30.000, facendo crescere contemporaneamente le esportazioni da 22.122 milioni di dollari (dato 1999) a 28.157 e dichiarando un saldo positivo della bilancia commerciale di 3557 milioni di dollari per il 1999 -suo primo anno di governo-, di 13.112 per il 2000 e di 5100 per il 2001. Con questo bilancio positivo ha intrapreso una politica di spesa nel settore sanitario e dell'educazione pubblica.
Adesso Chavez si trova di fronte al problema che aveva spinto imprenditori e militari a scalzarlo dal potere: la privatizzazione dell'impresa di Stato petrolifera, Petroleos de Venezuela (PDVSA). Occorre ricordare che il Venezuela è il quarto produttore di petrolio al mondo. Ad opporsi alla privatizzazione sono sia i sindacati che la Confindustria venezuelana. Inoltre lo stile presidenziale di Chavez gli allontana le simpatie popolari, anche se la notte del 13 aprile sono stati proprio i poveri dei quartieri marginali a imporre il suo ritorno al potere. Probabilmente temendo più i militari che l'istrionico presidente -clamorose sono le sue gaffe diplomatiche. Un dato di fatto era incontestabile alla vigilia del golpe: Chavez aveva perso il consenso popolare, sceso dal 90% al momento della sua prima elezione a presidente della Repubblica nel 1999 al 30% egli ultimi tempi. La perdita di consenso era dovuta alla sua politica monetaria. Grazie ai profitti della vendita del petrolio Chavez aveva condotto una politica di sopravvalutazione del bolivar, la moneta venezuelana, che aveva fatto crescere la disoccupazione (13%) e aveva fermato la crescita industriale.
Dal punto di vista politico, Chavez ha chiesto e ottenuto da un referendum popolare la modificazione della Costituzione, rifatta a sua immagine e somiglianza, ha imposto uomini di sua fiducia nei posti chiave della politica e dell'economia, ha usato l'esercito come strumento di pressione nei confronti dell'opposizione, e si è impadronito dei mezzi di comunicazione di massa, che utilizza in maniera gigionesca a suo unico vantaggio, senza alcun rispetto delle regole democratiche. D'altronde lo stesso Chavez in passato (1992) si era distinto per le sue pratiche anti-democratiche, da tenente colonnello delle truppe speciali aveva tentato un golpe, che era fallito ma aveva lasciato un bilancio di 1.200 morti.
Il golpe fallito ha restituito un po' di serenità ad altri presidenti lationoamericani. Il presidente argentino Duhalde, durante la riunione dei presidenti latinoamericani a San José di Costarica, ha esplicitamente dichiarato che temeva che un golpe analogo fosse tentato a Buenos Aires, nel caso che la sua politica economica avesse indotto gli argentini a scendere in piazza non soltanto per i cacerolazos (colpi di casseruola), ma anche per saccheggiare i supermercati. Naturalmente la dichiarazione di Duhalde era tesa a smuovere gli USA e il Fondo Monetario Internazionale a cedere alla fermezza mostrata finora e a concedere altri prestiti all'Argentina.
Ma il tentato golpe venezuelano mostra che gli USA stanno ripensando a tutta la politica finora tenuta in America latina, un continente che hanno sempre considerato "il giardino di casa". Sono palesi le pressioni del governo Bush sul Parlamento di Washington per aumentare i fondi spesi nella lotta anti-droga in Colombia, che significa fondi per la lotta anti-guerriglia delle FARC. Palese è anche la soddisfazione di Washington mostrata subito dopo il golpe, per essersi liberata di Chavez che rompeva il blocco economico a Cuba, concedendo 53.000 mila barili di petrolio al giorno a un prezzo politico, ricevendo in cambio aiuti sanitari ed educativi. Chavez aveva anche tentato di formare un fronte comune con Irak, Libia e Iran entro la Organizzazione dei produttori di petrolio in funzione anti-USA. Era quasi sul punto di accettare la sospensione della vendita di petrolio, decisa dall'Irak per protestare contro la guerra in Palestina, quando è stato abbattuto.
Oltre a Venezuela, Argentina e Colombia, anche il Brasile pare nella mira della politica di maggior controllo messa in atto dagli USA in America latina. Il Brasile e il Venezuela sono gli unici paese del continente a non accettare il Trattato del Libero Commercio Americano (ALCA). Non è casuale che nei mesi scorsi siano aumentate le uccisioni di leader e membri del Partido dos Trabalhadores brasiliano, durante una campagna elettorale che vede il leader del PT, Lula, in testa ai sondaggi con oltre il 30% dei consensi. Anche in Argentina si discute di nuove elezioni presidenziali per avere un presidente con un periodo più lungo di governo dell'attuale presidente Duhalde -che terminerà nell'ottobre 2003- e che abbia più tempo per sistemare la disastrata economia argentina. Ma a causa dell'attuale crisi politica, nessun candidato sembra essere in grado di ottenere l'effettivo consenso ad una ulteriore politica di tagli sociali e di ristrettezze economiche, come vuole l'FMI. In effetti l'ambasciata statunitense a Buenos Aires non riesce a trovare questo candidato e, quindi, non è in grado di permettere nuove elezioni. A meno che non sia possibile instaurare una giunta militare-civile che senza aver problemi di consenso affronti una politica del genere.
Con il ritorno di Chavez al potere, la politica statunitense in America latina non subirà sostanziali cambiamenti. Non sarà il golpe fallito a cambiare le sorti del "giardino di casa", ma senza dubbio qualche modificazione sarà necessaria. Gli statunitensi dovranno cercare nuovi e più affidabili partner per le loro avventure politiche, dovranno preparare meglio eventuali altri golpe con una campagna di comunicazione più incisiva. Lo stesso Chavez sarà più prudente nelle sue mosse, se vuole conservare il potere in un paese che ha rischiato la guerra civile. Si è chiuso un capitolo, ma la storia sarà ancora lunga e non è detto che Chavez ne uscirà bene.