"...Non é la stessa cosa governare tredici nazioni e governare l'Europa. Guidare il Continente vuol dire avere un progetto europeo..."
F. Gonzales (intervista rilasciata al mensile Labour)
Anche se ignorato da gran parte dell'opinione pubblica un polo imperialista
europeo esiste e gode di buona salute. E' sufficiente leggere i quotidiani
per comprendere la grande importanza dell'industria militare europea all'interno
dei giochi imperialistici.
Uno dei primi biglietti da visita del governo D'Alema è stato il
progetto di esercito professionale, progetto che da alcuni anni attende
una sua definitiva ratificazione dai due rami del Parlamento. Anche il neo
ministro Scognamiglio si è mosso celermente e con obiettivi che non
possono essere sfuggiti ai più attenti lettori di giornali. Con l'Unione
Europea sono ormai maturi i tempi per una forza di pronto intervento che
si sposti con estrema celerità nelle aree di conflitto vicine; questa
forza è di fatto già esistente e attende solo l'occasione
propizia per entrare in azione.
Qualunque analisi in merito all'imperialismo non può trascendere
dalla valutazione di cosa oggi rappresenti il nuovo modello di difesa euuropeo,
all'interno del quale trova la giusta collocazione anche il modello italiano.
Iniziamo quindi con a riflettere sui conflitti interimperialistici che rallentano
il percorso che porta alla concentrazione di una industria bellica europea;
autonoma e concorrente dei colossi USA.
L'immagine del vecchio venditore di armi, immortalata in un film degli
anni settanta dal comico italiano Alberto Sordi è ormai un ricordo
del passato, lontano dagli scenari odierni. Il capitale europeo spinge perché
i governi nazionali si facciano carico di sostenere gli sforzi per costruire
un polo alternativo agli USA. Ma l'accordo per AIRBUS si scontra con i conflitti
che vedono contrapposti la Francia al polo britannico/ tedesco. L'intesa
tra DASA e British Areospace rischia di mettere in minoranza i francesi
che spingono per rafforzare l'autonomia rispetto agli USA.
C'è da dire che la Francia ha investito non poche risorse statali
a sostegno della propria industria bellica e unificando i suoi gruppi raggiunge
la invidiabile quota di fatturato di 40.000 miliardi, cifra che supererebbe
le disponibilità dei due colossi British Aerospace e Dasa. Questi
ultimi spingono per una completa liberalizzazione delle quote azionarie
nell'industria bellica, ipotesi che la Francia respinge con fermezza. L'Europa,
a prescindere dai conflitti intestini al suo polo imperialista , deve costruire
una Holding per non venire schiacciata dalla concorrenza americana . I gruppi
Lockheed Martin, Raytheon, Boeing, Mc Donnel Douglas, nonostante negli ultimi
dieci anni il mercato sia calato del 50% , hanno compreso come gli affari
tra aeronautica civile e militare siano strettamente intersecati perché
si formano alleanze strategiche destinate da una parte a coprire tutte le
rotte possibili, dall'altra a ricorrere a tecnologie valide in tempo di
pace e in tempo di guerra. La decisione della BOEING di tagliare 48.000
posti di lavoro suona come un campanello di allarme per i riottosi alleati
europei, ragion per cui l'accordo non tarderà a venire.
La Francia per esempio controlla il 51% della Matra Marconi Space (attraverso
la S.p.A Logardére) mentre l'Inghilterra è ferma al 49% con
la Gec Marconi. Del tutto irrisorie le quote in Airbus della Spagna (4,2%
detenuto dalla CASA) ma più "preoccupante" è l'assenza
italiana. Il nostro paese dovrebbe entrare nel consorzio europeo AIRBUS
con l'Alenia a sancire la ripresa definitiva di una industria esportatrice
che negli anni ottanta aveva subito grande impulso. Nel frattempo nuove
commissioni alle industrie belliche italiane sono in dirittura di arrivo
e una larga intesa con il polo elettronico Thompson dovrebbe migliorare
la qualità dei prodotti offerti.
Da questi dati si evince che la costituzione di un polo spaziale europeo
rimane prioritaria per il rilancio della industria e per conquistare quote
di mercato fino ad oggi detenute dagli USA. Quindi seppure in ritardo, la
Holding si farà e a trarne beneficio saranno tutte le industrie belliche
nazionali.
La nascita di questo polo decreta alcuni cambiamenti strategici nella
politica delle singole nazioni. Prendiamo l'esempio dell'Italia che da sempre
gode di un beneficio geografico, quello di essere una portaerei naturale
che si affaccia sul Mediterraneo. Una forza di intervento rapido presuppone
che ogni paese sia in grado di gestire un intervento militare in aree dove
i suoi interessi politici ed economici risultino minacciati. Non meravigliamoci
delle ultime vicissitudini politiche, con l'Italia che assume decisioni
in contrasto con gli USA per esempio sull'embargo contro Libia ed Iraq o
sull'Albania. Gli interessi italiani ed europei possono risulatere in contrasto
con quelli americani; la missione Alba rappresenta un segnale di autonomia
e di intraprendenza mai visto nel dopoguerra. Questo non significa che l'Italia
accenda focolai nazionali sul modello tedesco all'indomani del crollo nell'Est
Europeo.
L'Italia non intende sostenere la creazione di paesi etnocentrici, il nazionalismo
estremista viene presentato all'opinione pubblica come un insieme di bande
colluse con la malavita organizzata. Sono cambiati gli scenari internazionali,
e se nel 1991 Germania e Vaticano spinsero per il riconoscimento unilaterale
di Slovenia e Croazia, oggi il focolaio nel Kosovo viene visto come un pericolo
da scongiurare perché rimetterebbe in discussione gli equilibri economici
attuali con i molteplici interessi nell'Est Europeo.
L'Italia ben sa di non potere decidere autonomamente e la sua politica per
quanto indipendente si deve poggiare sulle più salde radici europee.
A pensarla in questo modo sono tutti gli altri paesi dell'UE.
Nel novembre scorso a Vienna si è tenuta la prima riunione dei Ministri
della Difesa auropei, alla quale riunione è seguito un analogo incontro
tra i colleghi dell'industria. Argomento principale di discussione il rilancio
di un modello europeo di difesa e la definitiva costituzione di Airbus.
Quindi non solo coincidenze ma fatti che meritano attenzione maggiore
L'Italia si muove
Anche se la momentanea esclusione di Alenia non gioca a suo favore, l'industria
italiana manifesta segnali di ripresa soprattutto per gli accordi recentemente
conclusi o in fase di realizzazione. Le intese con la francese Thompson
per costruire sistemi elettronici e missili, l'alleanza tra Alenia (elicotteri)
e la GKN WESTLAND o gli stretti rapporti con la GEC britannica sui sistemi
di difesa rilanciano una produzione tecnologicamente avanzata, in grado
di immetere sui mercati prodotti più competitivi delle fregate LUPO
che negli anni ottanta assorbirono cifre elevatissime per la progettazione
di sistemi ben poco affidabili.L'Italia gioca poi un ruolo importante nell'allargamento
da Est dell'alleanza verso paesi nei quali i suoi affari sono ben presenti.
Non sono casuali a riguardo gli interessamenti della Fiat verso la rinegoziazione
del debito Russo e verso accordi che non saranno solo militari ma soprattutto
economici.
La nomina dell'Ammiraglio Venturoni a guida del Comitato militare Nato è
una ulteriore dimostrazione del ruolo italiano sia nell'alleanza atlantica
sia nel comitato ristretto preposto alla sicurezza. Venturoni non a caso
sostiene con forza l'ingresso dei paesi est europei come un elemento di
maggiore coesione tra i paesi dell'alleanza .Entro Gennaio 1999 saranno
pronte le 3 Brigate di militari professionisti e non oltre il 2002 ne sorgeranno
altre 7.
In questo contesto non desta sorpresa l'elezione a Capo di Stato Maggiore
della Difesa di Mario Arpino, numero uno dell'aeronautica militare. Illuminante
è una sua intervista rilasciata a IL Sole 24 ORE nel dicembre scorso
, intervista dalla quale estrapoliamo il seguente passo
"..L'emergenza dei conti pubblici è finita. Da oggi è
possibile lavorare per riqualificare la spesa, per fare ammodernamenti...L'obiettivo
è avere una migliore operatività. E per questo occorre precisione,
efficienza e rapidità anche nella spesa, non bisogna avere fretta...."
Le scelte italiane sono in funzione europea perché il polo imperialista
necessita di una strategia comune tanto nel complesso industrial militare
quanto nella politica estera.
Da alcuni anni prosegue quel processo di ristrutturazione delle forze armate
che ha trasformato l'esercito di leva tradizionale in quella forza di intervento
rapido prima citata.
Le spese militari italiane sono in aumento e se nel 1991 sono pari a 24466
miliardi di lire nel 1997 superano quota 31.000, cifra di poco ridotta nel
1998. Se guardiamo con attenzione alle spese vediamo che aumentano gli investimenti
atti a rinnovare mezzi e materiali, con o senza infrastrutture. L'Italia
ha a suo carico poi l'8% del Bilancio Nato. Gli anni novanta sono stati
un periodo di transizione con mezzi troppo vecchi da liquidare e molti ufficiali
alle soglie della pensione Dopo quasi un decennio le Forze Armate presentano
una immagine completamente rinnovata; le spese attuali e future si indirizzeranno
verso mezzi antiaerei ed antimissili, sistemi elettronici di sorveglianza
e materiale per truppe di pronto intervento. Al tutto si aggiungano mezzi
navali ed aerei efficienti e funzionali allo scopo prioritario, ossia il
Nuovo Modello.
L'oro nero. Alla ricerca dei profitti perduti
Precedentemente abbiamo parlato dei conflitti interni al Polo imperialista
europeo, per esempio rispetto all'alleato Americano verso cui la Gran Bretagna
dimostra un certo attaccamento. Non è casule che sia T. Blair a godere
di maggiori simpatie alla Casa Bianca, simpatie contraccambiate con il pieno
appoggio ad un eventuale attacco contro l'IRAQ. Nel Medio Oriente , USA
e GB. devono tutelare gli stessi interessi salvaguardando i profitti delle
compagnie petrolifere ( le inglesi Schell e British petrolium, le americane
EXXON, Mobil, Chevron, Texaco) e il loro controllo sui mercati. L'Iraq non
riesce ad estrarre neppure la quota di greggio accordata dall' ONU in cambio
di cibo; l'embargo impedisce il ricorso a quella tecnologia estrattiva che
rappresenterebbe una minaccia per le grandi compagnie. Troppo petrolio è
invenduto, il suo prezzo ha subito un tracollo pari al 45% in un solo anno
e i colossi del settore già iniziano quei processi di fusione che
rimangono il solo mezzo possibile per salvaguardare quote ristrette di mercato.
Il 1 Dicembre scorso la Exxon ha annunciato l'acquisto della Mobil con uno
scambio azionario del valore di 126 mila miliardi di lire. Anche per questi
motivi un modello di difesa europeo non significa nell'immediato un polo
contrapposto agli Stati Uniti. Le alleanze mutano in base ai molteplici
interessi nazionali e transnazionali. In ogni caso i governi del centro
sinistra rimangono garanti di interessi antitetici a quelli delle masse
popolari e al principio di solidarietà tra i popoli
Che fare?
Vorremmo concludere con alcune osservazioni. A detta di molti il nuovo
modello di difesa rappresenterebbe un giusto compromesso per salvaguardare
l'obiezione di coscienza .
Noi siamo di avviso contrario, perché non solo viene calpestato il
principio costituzionale che l'esercito deve essere di leva ( chi attacca
la costituzione sul diritto di sciopero o sulle parti più avanzate
in tema di democrazia economica è parente stretto di coloro che costruiscono
Nuove forze armate con professionisti in ferma per 7,8 anni che vengono
poi destinarti alla Pubblica sicurezza, alla Finanza e ai Carabinieri con
le conseguenze immaginabili), ma con la militarizzazione della società
gli stessi obiettori vedrebbero sminuita la loro scelta.
Da anni gli obiettori sostituiscono personale di ruolo in molte associazioni,
nate originariamente non a scopo di lucro ma ormai divenute vere e proprie
società dominate dal profitto. Solo per questo motivo si può
presentare il Modello di difesa come una conquista.
Oggi scontiamo i ritardi di un movimento pacifista che della non violenza
ha fatto il suo cavallo di battaglia. Noi crediamo che il solo pacifismo
credibile sia quello antimperialista capace di coniugare la lotta contro
il militarismo e le basi militari con una più vasta rivendicazione
sociale ed internazionalista. Le parole ora usate non sono prive di significato
perché le marce per la pace degli anni passati non sono riuscite
a costruire attorno a loro un movimento credibile e del tutto autonomo dagli
interessi dell `Associazionismo di regime . Riflettere sulla esperienza
pacifista degli anni ottanta è il primo passo per costruire un movimento
antimperialista che non si limiti alle contingenze politiche ma sappia costruire
una iniziativa credibile nel tempo
Labour Mensile Ndeg. 4,5 /1998
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