osservatorio internazionale

 

L'informazione libera

 

di Luca Evangelisti

 

"...Nelle condizioni attuali, i capitalisti controllano inevitabilmente, in modo diretto o indiretto, le principali fonti di informazione (stampa, radio, educazione). Pertanto è estremamente difficile, se non impossibile nella maggior parte dei casi, che un cittadino arrivi a conclusioni e possa fare uso intelligente dei suoi diritti politici...".
Albert Einstein in Monthly Review, maggio1949

L'informazione è uno dei punti nodali della società attuale. La diffusione tempestiva delle notizie e delle idee è ormai un fattore fondamentale in un sistema come il nostro, che si basa sulla comunicazione e sulla compressione dei cicli temporali (specie nell'ambito culturale ed economico). La definizione di `villaggio globale', che viene ormai stereotipicamente associata alla società contemporanea, si fonda proprio su questo - sulla circolazione sempre più rapida e facilitata delle notizie e, più in generale, delle nozioni e dei saperi. Si pensi solo alla crescita impetuosa di un fenomeno come Internet, che si basa in buona sostanza proprio sulla comunanza virtuale delle conoscenze e dei servizi più disparati. D'altra parte, già da più di venti anni gli studiosi - ne citiamo uno per tutti, il Lyotard de La condizione postmoderna[1] - vanno sottolineando come il nostro sistema culturale si stia sempre più incentrando sulla produzione, sullo scambio e sulla compravendita dei saperi.
L'informazione più strettamente giornalistica e mediatica appare allora come l'avanguardia di questo nuovo orientamento del sapere, l'ambito dove la tempestività ancor più che l'attendibilità assume il maggior peso; si pensi solo all'importanza delle notizie finanziarie nella contrattazione di mercato. Questa nuova centralità si accompagna ad una crescente focalizzazione etica sul problema dell'informazione. In teoria, la situazione dovrebbe essere rassicurante: la libertà di informare ed essere informati è ormai unanimemente riconosciuta come uno dei diritti inalienabili e fondamentali dell'uomo, e il giornalismo più avanzato appare ben conscio dell'alto ruolo morale di cui è investito. Ma nella realtà dei fatti, le cose stanno davvero così? In altre parole, l'informazione è veramente libera?

L'informazione liberista
La risposta è sì, l'informazione è libera e globale, negli stessi termini in cui il mercato internazionale si può definire libero e globale. Anzi, l'informazione gode di un'autonomia anche maggiore, poiché la libertà di informare viene implicitamente equiparata alla libertà d'espressione e all'opposizione ad ogni censura, valori basilari della dignità umana. Chi contesta la globalizzazione ben difficilmente si sognerebbe di contestare la libertà di pensiero - anzi, molto spesso adduce l'una come argomento contro l'altra.
Ecco allora che, sotto l'alibi della libertà d'espressione, si apre un vuoto normativo che il codice deontologico dei singoli giornalisti non basta a riequilibrare - anche perché le grandi strategie d'informazione e i flussi della comunicazione vengono stabiliti molto al di sopra di loro, all'origine stessa delle notizie. Di fatto, i meccanismi dell'informazione riproducono i rapporti di forza esistenti nel mercato globale: la libertà - ma a questo punto è più appropriato parlare di liberismo - dell'informazione si traduce in una legge del più forte che vede come al solito lo strapotere delle nazioni più ricche. I dati forniti dall'UNESCO riguardo l'influenza planetaria delle fonti principali sono espliciti: fra le 300 società che dominano il mercato dell'informazione e della comunicazione, 144 sono nord-americane, 80 europee, 49 giapponesi; solo 27 (il 9 % del totale) appartengono ad altre aree geografiche. La situazione delle agenzie di stampa è ancora più anomala: di fatto, tre sole agenzie - la statunitense Associated Press, la francese Agence France Presse, l'inglese Reuters, la più potente - raccolgono e rivendono più dell'80 % delle notizie internazionali che vengono diffuse ogni giorno[2]. E' stato calcolato che tali agenzie trasmettono ogni giorno ventidue milioni di parole ad oltre cento Paesi, mentre la Panafrican News Agency (PANA) - costituita su iniziativa di tutti gli Stati africani - non supera le venticinquemila parole [3]. Esistono naturalmente altre agenzie che possono vantare una rete internazionale di raccolta notizie, quali ad esempio la russa Itar-Tass, la giapponese Kyodo, la cinese Xinhua, la tedesca DPA o la spagnola EFE, ma la stragrande maggioranza delle agenzie di stampa si limitano al proprio ambito nazionale e non fanno che riprendere le notizie internazionali dalle agenzie di cui sopra.
Non dissimile è la situazione del flusso planetario delle immagini televisive. Fino a pochi anni fa, il mercato era praticamente monopolizzato dalla Visnews (ora Reuters Television) e dalla UPITN (ora Worldwide Television News, controllata dalla statunitense ABC). Ultimamente, l'avvento di nuove tecnologie nella trasmissione video e la crescente domanda di immagini ha indotto molti dei principali network televisivi a creare le proprie agenzie; è il caso della CNNI, collegata all'americana CNN, che trasmette notiziari internazionali e vende servizi televisivi in tutto il mondo. Tuttavia, ciò non cambia minimamente i rapporti di forza all'interno del flusso dell'informazione televisiva, tanto che più di tre quarti delle immagini circolanti sul circuito internazionale sono di origine nordamericana. Un dato particolarmente grave se si pensa all'enorme influenza dei Telegiornali nell'informazione del cittadino medio: una ricerca - peraltro piuttosto vecchia (1987) - ha evidenziato che il 66 % degli americani vede la televisione come la principale fonte d'informazione, il 50 % come l'unica.
Il solo medium d'informazione veramente libero, globale e pluralista parrebbe essere allora la rete mondiale di Internet, che per le sue stesse caratteristiche parrebbe sfuggire a forti logiche di controllo. Esempi di efficace controinformazione non mancano; per limitarci ai più famosi possiamo citare il sito della radio B92 di Sarajevo, o la rete mondiale di Indymedia. Ma anche in questo caso esistono delle gravi controindicazioni: Internet non è un medium immediatamente e liberamente accessibile, ma dipende da infrastrutture e tecnologie che sono saldamente in mano alle solite nazioni, e che ne costituiscono in buona parte la chiave della supremazia economica e mondiale. I dati pubblicati dall'UNESCO nel World Communication and Information Report 1999-2000 [4] mettono in luce un gravissimo ritardo dei Paesi in via di sviluppo rispetto a Nord America, Europa e Giappone: `There seems to be general agreement in scientific literature and in public policy statements that the Information and Communication Technologies gap between the developed and the developing countries is widening and will be a major obstacle in the integration of all countries into the so-called Global Information Society'[5]. I succitati Paesi, più Australia e Nuova Zelanda, coprono il 97 % dei server di Internet; nel continente africano si contano meno di 700.000 users, più di 600.000 dei quali concentrati in Sudafrica. Si pensi che vi sono più linee telefoniche nella sola isola di Manhattan che nell'intera Africa.
Il dato è particolarmente significativo perché in questo ambito - che rappresenta ormai la nuova frontiera dello sviluppo - si realizza pienamente la coincidenza fra disparità di mercato e liberismo dell'informazione: la libertà d'espressione pare appannaggio solo di chi se la può permettere, e passa comunque attraverso le meccaniche di ingiustizia del neocapitalismo. I Paesi più svantaggiati non hanno i mezzi per sostenere e diffondere in prima persona una informazione propria; in un certo senso, una valida controinformazione non può che passare per strutture o soggetti comunque inseriti all'interno dei meccanismi di mercato del più ricco emisfero nord, secondo una logica pietistica e sottilmente neocolonialista. In questo senso, vale la pena di ricordare le acute osservazioni di Fredric Jameson, che notò come "non soltanto le forme controculturali di resistenza o guerriglia culturale puntuali o locali, ma persino interventi esplicitamente politici [...] vengono tutti in qualche modo segretamente disarmati e riassorbiti da un sistema di cui essi stessi possono a buon diritto essere considerati parti, dato che non possono distanziarsene"[6].
Dopo una prima analisi, appare dunque evidente che la distribuzione geografica delle "fabbriche di notizie" è enormemente sbilanciata a favore delle nazioni più ricche, secondo rapporti di potere che riflettono specularmene quelli del capitalismo su scala mondiale. Una situazione che l'UNESCO stessa, pur riconoscendo nella stampa una grande forza di democrazia, definisce "estremamente preoccupante": "in the industrialized countries, while access to the media poses no special problems aside from financial constraints, the growing dependence of the small countries on the major international suppliers of texts, images and data has become an extremely worrying factor. As regards the least developed countries, their situation has worsened still further in that many have become still more impoverished, and have been left on the fringe of technological progress"[7].
Tuttavia, questi dati non sono di per sé sufficienti a definire in maniera decisiva una precisa collusione fra informazione e forme di potere, anche se l'evidente contiguità fra i due desta molti sospetti8. L'informazione resta comunque un'istituzione irrinunciabile e spesso animata da intenti sinceri e positivi, ma storture, parzialità e strumentalizzazioni non riconosciute sono numerosissime, ingiustificabili e presenti a tutti il livelli. Per farsene un'idea occorrerà allora rivedere criticamente il percorso dell'informazione, capire come un fatto diventa notizia e come passa da un media all'altro fino ad arrivare alla persona comune.

Criteri di costruzione della realtà: le fonti

La prima cosa che occorre tenere bene in mente è che una notizia è una cosa ben diversa da un fatto. Man mano che la notizia percorre l'itinerario dell'informazione - dalle fonti alle agenzie di stampa giù giù fino ai media - essa viene sottoposta a processi di selezione, riduzione od ampliamento che esulano completamente dai criteri di obiettività. Questi possono essere più o meno marcati a seconda delle componenti ideologiche della notizia e delle istituzioni che la processano; resta comunque uno scarto inoppugnabile rispetto a quella che è stata la realtà dei fatti, che trova il suo momento più importante nell'origine stessa della notizia. Tutto sommato, le agenzie di stampa hanno relativamente poca responsabilità in questo, poiché esse non fanno altro che raccogliere e diffondere le notizie; esiste infatti uno stadio ancora precedente, nel quale vengono creati vizi di forma che restano intatti - se non amplificati - per tutto il percorso informativo.
Il problema delle fonti è basilare anche perché i media si basano quasi completamente su notizie riportate. L'indagine diretta è ormai merce rara, soprattutto per quel che riguarda le notizie internazionali, dati gli elevati costi (un altro esempio di come il mercato condiziona l'informazione...). Se apriamo una pagina qualsiasi di un giornale troveremo non notizie raccolte direttamente dal giornalista, ma interviste, conferenze stampa, dichiarazioni, comunicati di agenzie di stampa, dispacci delle Aziende Promozione Turismo per i fatti locali, o anche semplicemente `indiscrezioni' riprese e rielaborate da chi firma il pezzo. Vien qui da ricordare, per le notizie dall'estero, quello che viene chiamato "effetto Hilton", dal nome della catena internazionale di alberghi dove gli inviati risiedono di solito: giornalisti e operatori arrivano, si insediano e raramente ne escono prima della fine del loro mandato, passando tutto il tempo a rielaborare materiale di seconda mano. Se poi - quando scendono in strada per indagini dirette - accadono fatti come l'omicidio di Ilaria Alpi, allora la tentazione di chiudersi in albergo diventa ancora più forte. Non avete mai notato come lo sfondo dei servizi da Paesi fuori mano - soprattutto i reportages di guerra - sia sempre lo stesso? Ebbene, il più delle volte quello è semplicemente il panorama che si gode dalla terrazza dell'Hilton.
La cosa più sconfortante è che è praticamente impossibile rintracciare e perciò valutare l'origine delle notizie. Nei rari casi in cui la fonte è indicata ciò accade per precisi motivi ideologici: così nei servizi sulla Guerra del Golfo, in cui quel 5 % di immagini di fonte irachena veniva sempre indicato dalla scritta `vistato dalla censura irachena', laddove non veniva mai precisato che il restante 95 % veniva passato direttamente dall'esercito statunitense. E' comunque possibile delineare alcuni principi di massima ed esaminare qualche caso esemplare, così da capire come le notizie contribuiscano a costruire e indurre una particolare visione della realtà.
Il primo dato che salta agli occhi è che le notizie più influenti ed ideologiche - politica nazionale ed estera, grandi fatti di cronaca internazionale e in particolar modo l'informazione di guerra - provengono direttamente dalle istituzioni. Al di là della mediazione dei giornalisti, sono esse a decidere cosa far sapere e soprattutto come farlo sapere. Si pensi, per restare in un campo relativamente neutro, ai grandi summit internazionali, alle mediazioni di pace, o anche solo alle riunioni di governo. Ciò che sappiamo è ciò che i politici, se non addirittura un portavoce, dichiara in conferenza stampa - un resoconto di massima che quasi sempre tralascia i contrasti, le distanze, i compromessi e tutte le meschinerie del confronto. Ciò che vediamo nei servizi televisivi sono pose standard allestite ad esclusivo uso e consumo dei giornalisti: persone sorridenti che si stringono cordialmente la mano, capi di governo che fingono di parlare amichevolmente di politica, personalità che rispondono amabilmente alle domande, uomini politici che si stringono scherzosamente per la foto di gruppo. Di ciò che è successo veramente noi non ne sappiamo più dei giornalisti: in questi casi è il sistema che parla direttamente alla persona comune, dicendogli solo ciò che è strettamente necessario o ideologicamente opportuno far sapere e mostrandogli il proprio volto benevolo e rassicurante. E' in larga parte in questo che ha origine l'appiattimento dei media su valori dominanti o di consenso generale, che analizzeremo più avanti.
Le élites sono al contempo fonti e soggetti primari dei flussi dell'informazione. Le notizie riportano più spesso ciò che una personalità ha detto di un fatto piuttosto che il fatto stesso. Frequentemente - soprattutto qui in Italia - sono anzi le dichiarazioni stesse a diventare notizia: nel senso più letterale della notizia, le persone potenti "fanno notizia". Commentatori, opinionisti, sedicenti esperti sono figure di contorno che non fanno altro che confermare il punto di vista di certi gruppi privilegiati e a ribadire perciò l'essenziale validità dello status quo. Se si considera l'univocità dei flussi d'informazione cui queste fonti danno origine, si comincia a capire l'iniquità del sistema informativo e le sue sostanziali complicità coi meccanismi di oppressione e marginalizzazione.
Ovviamente, l'attenzione particolare di cui godono certe fonti rispetto ad altre agisce anche nel senso inverso - enfatizzando cioè accadimenti di secondo piano su cui si è fissata l'attenzione di tale o talaltro organo d'informazione. La vicenda di Chavez non avrebbe avuto l'attenzione che ha avuto se gli Stati Uniti non avessero prontamente riconosciuto il nuovo Presidente: si è così acceso un riflettore su quello che altrimenti sarebbe rimasto l'ennesimo golpe sudamericano. E' poi successo l'imprevedibile, e la notizia si è risolta come un boomerang in un notevole ritorno d'immagine per Chavez; ma già dopo due giorni nessuno parlava più del Venezuela.
Gli Stati Uniti in particolare sembrano aver capito il meccanismo, tanto che le spese per la comunicazione sono superate nel bilancio statale solo da quelle per l'esercito. Ronald Reagan - non a caso un ex-attore - fu il primo a rendersi pienamente conto delle enormi possibilità offerte dalla comunicazione pilotata. Egli si circondò di uno sterminato staff di manipolatori e creatori d'informazione, capitanati dal collaboratore per l'immagine Mike `Magic' Deaver, il cui compito era programmare l'agenda informativa del governo e inondare i media con notizie pilotate, basandosi sul presupposto - rivelatosi solidamente fondato - che i media avrebbero divorato tutto ciò che gli sarebbe stato dato in pasto. Ogni mattina, il gruppo di vertice si riuniva di buon ora e decideva quella che sarebbe stata `la frase del giorno' (e più tardi anche "l'immagine del giorno" per i telegiornali), destinata a diventare il tema di comizi, interviste, dibattiti ed analisi giornalistiche per il tramite delle migliaia di funzionari governativi cui veniva immediatamente comunicata. Fu questa stessa struttura a perfezionare il meccanismo delle photo opportunities (in gergo photo ops), situazioni particolari in cui il personaggio di turno può essere ritratto in atteggiamenti significativi (strette di mano, brindisi, colloqui...), che di fatto vennero trasformate in `immagini simbolo' vuote d'informazione ma cariche di precisi significati ideologici. E' il caso dell'incontro tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin, svoltosi alla Casa Bianca il 13 settembre 1993: il centro delle photo ops non sono l'israeliano e il palestinese ma la figura giovanile e benevola di Bill Clinton che allarga le braccia dietro i due uomini politici, novello Dio Padre che - dall'alto della sua autorità - ricompone la frattura fra Caino e Abele.
Questo processo di pilotaggio dell'informazione è proseguito, si è affinato ed è divenuto via via più efficace, tanto che - come sottolineato da più parti - si è ormai realizzata negli Stati Uniti una dipendenza schiacciante dalle informazioni fornite da membri del Parlamento, da loro assistenti o collaboratori, da funzionari governativi. E' estremamente significativo che questa forma di controllo si sia realizzata nella culla stessa del liberismo - nel Paese delle libertà e del Primo Emendamento. Di fatto, l'ufficio stampa della Casa Bianca costituisce oggi uno dei più potenti organi d'informazione del mondo, capace di influenzare concretamente e profondamente non solo l'opinione pubblica, ma l'andamento stesso degli equilibri planetari. C'è chi ha provato ad imitarli - come il nostro Presidente del Consiglio, che ai tempi del primo governo spediva ai giornalisti karaoke dell'inno di Forza Italia e cassette con dichiarazioni ed interviste preregistrate - ma la professionalità degli americani resta insuperabile. D'altra parte, un cantante ed intrattenitore di navi da crociera non è sicuramente all'altezza di un attore hollywoodiano.
Queste tecniche di manipolazione dell'informazione rientrano in quello che viene genericamente chiamato news management, `gestione delle notizie'. Esiste un altro tipo di tecnica - più diretta - che consiste in una manipolazione molto più radicale delle fonti, che va dalla pura e semplice distorsione fino alla vera e propria creazione di pseudo-eventi. Esse vengono utilizzate dalle grandi agenzie di Pubbliche Relazioni, che vengono ingaggiate da Stati e governi per vere e proprie operazioni di politica internazionale - in particolar modo preparazione o giustificazione di guerre. Sono tecniche molto pericolose, poiché le istituzioni interessate non sono coinvolte in prima persona: in questo modo, `i fabbricatori restano occulti, perché l'inganno del lettore possa essere più efficace e totale'[9]. I metodi sono quanto di più lontano ci sia dalla deontologia giornalistica corrente, ed eppure alla verifica dei fatti tali pseudo-notizie sono assolutamente indistinguibili da quelle genuine. Come ha spiegato James Harff, direttore di una di queste agenzie, `il nostro lavoro non è di verificare l'informazione... Dal momento in cui un'informazione è buona per noi, dobbiamo darla in pasto all'opinione pubblica. Perché noi sappiamo che è la prima notizia quella che conta. Le smentite non hanno nessuna efficacia'[10].
Operazioni di questo tipo appartengono alla più ampia casistica della distorsione della notizia, che esula dall'ambito di questo articolo e che analizzeremo specificamente nel prossimo numero. Ci limiteremo semplicemente ad osservare che questo tipo di pseudo-notizie sono molto più diffuse di quello che si pensi, in forme fortunatamente spesso molto meno faziose ma ugualmente ingannatrici. E' assai facile imbattersi - soprattutto verso la fine dei telegiornali - in servizi che nascondono in realtà un chiaro intento pubblicitario, "notizie" promosse direttamente o indirettamente dal soggetto interessato. Caso classico sono i servizi di moda, un vero e proprio `genere' giornalistico sponsorizzato più da massicce regalie da parte degli stilisti che dal desiderio di fare un'informazione al servizio del cittadino. Non di rado tali servizi vengono realizzati direttamente dai protagonisti della notizia; sono le cosiddette Video News Release, video-comunicati stampa che presentano un'operazione pubblicitaria - un nuovo farmaco, l'ultimo modello della FIAT, una nuova filiale di McDonald's - camuffata da notizia oggettiva. Questo valore di notizia ne fa la forza: i media, affamati, ingoiano tutto indiscriminatamente e lo passano all'interno della più nobile cornice dei TG, con un enorme risparmio di spese pubblicitarie. E per quei giornalisti che vogliono fare gli originali a tutti i costi, esiste comunque una versione B priva di commento, che può essere rimontata a piacere.
Dopo questo rapido esame, risulta evidente la pressoché completa inconoscibilità ed inaffidabilità delle fonti d'informazione. Ci viene negata non solo la conoscenza delle fonti, ma anche dell'intrico di interessi, conoscenze tecniche e strategie d'immagine che sottende il flusso delle notizie, laddove è invece essenzialmente certa - anche alla luce dei dati riportati nella prima parte - la sostanziale omogeneità fra sistema informativo e dirigenza politico-economica mondiale. L'uso degli organi e soprattutto delle fonti d'informazione ha un ruolo fondamentale in quella costruzione della realtà che la società ci impone quotidianamente. Di fronte a questo meccanismo, la persona comune non ha alcuna difesa. Anche perché - come ben sottolineato dal succitato direttore d'agenzia - la smentita, così come la contropartita proveniente da fonti ideologicamente o commercialmente più deboli, ha poca o nessuna efficacia.
Poniamo il caso dei telegiornali. All'inizio di ogni servizio vengono indicati i dati: provenienza geografica, nome del giornalista e dei tecnici. Se non è indicata la provenienza - ed è la maggioranza dei casi - quel servizio è stato fatto direttamente in redazione con materiale di cui è impossibile conoscere l'origine, spesso di seconda mano. In molti casi - specie se la notizia viene da lontano - il servizio è una rimasticatura di dispacci d'agenzia o più semplicemente un commento alle immagini disponibili. Ricordiamo qui le riprese dell'assedio di Betlemme dei primi di aprile: alla famosa immagine del carro armato che schiacciava una macchina - riproposta per più giorni da tutte le emittenti senza eccezione di sorta - corrispondeva il commento "l'avanzata prosegue inarrestabile, i carri armati travolgono tutto ciò che ostacola il loro cammino" (TG Studio Aperto del 3/4/2002). Ma anche se è indicata la provenienza, la sostanza non cambia: è semplicemente precisata la locazione geografica di un giornalista che rielabora materiali di seconda mano di origine ugualmente imprecisata. Se ad esempio un servizio sull'Afghanistan è firmato `da Washington' potremo star certi che le fonti sono americane - che quel servizio non ci aggiorna cioè sulla situazione in Afghanistan, ma sul punto di vista statunitense sulla situazione. Ma questo non ci viene detto, e noi prendiamo per notizia oggettiva un punto di vista privilegiato.
Talvolta, la manipolazione è talmente evidente da insospettire perfino i giornalisti stessi. In questi casi vengono spesso tirati in ballo i servizi segreti - una garanzia di opacità delle fonti - quasi sempre le coordinate spazio-temporali non sono precisate, ma la gente ci crede e il colpo va a segno. E' il caso, recentissimo, del video dei servizi segreti israeliani che svelano i finti funerali palestinesi - una notizia priva di riferimenti precisi e con un affascinante look da spy-story, che assomiglia clamorosamente ad uno pseudo-evento. Allo stesso modo, difficilmente sapremo quale ufficio dei servizi segreti francesi ha realizzato il sondaggio che dava Le Pen al 40 % alle presidenziali - uscito, guarda caso, a ridosso del Primo Maggio - anche perché nel frattempo Chirac ha stravinto le elezioni.

Criteri di costruzione della realtà: i media
I media non sono da meno in questo processo di ricostruzione ideologica della realtà. In quanto strutturalmente dipendenti da fonti istituzionali, e in quanto essi stessi parte integrante dei flussi di mercato, i media tendono a confermare il sistema dei valori costituiti e a riprodurre simbolicamente - in maniera questa sì fedele e imparziale - le strutture di potere esistenti nell'ordine istituzionale della realtà. Non di rado, le fonti migliori vengono riservate ai giornalisti più ligi, che acquisiscono così stima ed influenza. Come ha scritto lo studioso John Fiske: "What is absent from the text of the news, but present as a powerful force in its reading, are the unspoken assumptions that life [in our own society] is ordinarily smooth-running, rule- and law-abiding, and harmonious. These norms are of course prescriptive rather than descriptive, that is, they embody the sense of what our social life ought to be rather than what it is, and in doing this they embody the ideology of the dominant classes. [...] Negative events in another part of the world do not bear the same relationship to these norms and are therefore read differently. Third World countries, are, for example, conventionally represented in western news as places of famines and natural disaster, of social revolution, and of political corruption. These events are not seen as disrupting their social norms, but as confirming ours, confirming our dominant sense that western democracies provide the basics of life for everyone, are stable, and fairly and honestly governed"[11].
I criteri di selezione delle notizie sono il principale meccanismo attraverso cui tale principio viene attivato. E' ovvio che nell'allestire la scaletta di un notiziario si debba operare una scelta: se si dovessero pubblicare tutte le notizie raccolte dalle agenzie di stampa e dai grandi organi d'informazione si avrebbe una dispensa di una decina di chili che nessuno leggerebbe. Tuttavia, i criteri di scelta appaiono gravemente inficiati da pregiudizi di ogni tipo - politico, sociale, culturale, razziale, economico - che operano in maniera spesso del tutto inconscia. La recente vicenda di Chavez, ad esempio, è stata trattata in un primo momento seguendo per filo e per segno lo stereotipo del golpe sudamericano: un militare rovesciato da altri militari, verosimilmente in combutta con le élites industriali e - perché no - con gli americani, le promesse populiste non mantenute, i disordini popolari, i poveri che diventano sempre più poveri, e via dicendo. Poi, dopo soli due giorni, ecco che il militare `amico di Castro' viene rimesso al potere a furor di popolo e riprende la sua opera di affrancamento dal liberismo, mentre i golpisti di un giorno spariscono senza spargimenti di sangue e Chavez si riconcilia pubblicamente con loro. Contraddicendo ogni aspettativa, la notizia è sfuggita completamente al cliché sudamericano; è uno dei motivi per cui la vicenda è stata poi liquidata in fretta e con malcelato imbarazzo. Ma al di là di questo, resta la fastidiosa impressione di un evento assolutamente incomprensibile perché gli si sono voluti imporre le pastoie del pregiudizio. Un fatto che avrebbe potuto rivelarci un aspetto nuovo ed inatteso della situazione sudamericana si è di fatto trasformato nella solita babele da Terzo Mondo, confermandoci ancora una volta nella convinzione della superiorità della nostra civile democrazia occidentale.
Sulla base di questi pregiudizi è stata addirittura stilata una "scala di equivalenza razziale" del rilievo dato alle notizie di cronaca nera, che nella sua forma più nota - chiamata "Legge di McLurg" dal nome dell'editore britannico che la formulò - recita che "un morto inglese vale cinque morti francesi, venti egiziani, cinquecento indiani e mille cinesi". Tale scala è stata poi generalizzata nel principio per cui `l'ampiezza della copertura giornalistica è inversamente proporzionale alla distanza del soggetto dalla sedia dell'editore'. E, aggiungiamo noi, aumentata esponenzialmente dall'importanza della nazione o area geografica nei flussi del mercato globale.
Dal punto di vista pratico, è un principio che vediamo concretamente all'opera ogni volta che - in occasione di qualche disastro - veniamo immediatamente rassicurati che "non si segnalano italiani fra le vittime". Se invece qualche connazionale è malauguratamente coinvolto, i riflettori della stampa si possono allora accendere - anche se, il più delle volte, solo per pochi momenti. Come nel caso della crisi politica in Liberia, che provocò migliaia di vittime nell'aprile '96 e che trovò molto spazio sulla stampa italiana - principalmente perché una famiglia di Livorno rimase bloccata dai guerriglieri a Monrovia e perché il campione del momento, Gorge Weah, era liberiano. Finiti gli appelli di Weah e rientrata in Italia la famiglia, la Liberia e le migliaia di persone che continuavano a morire sparirono dall'informazione italiana - senza peraltro che i giornalisti avessero chiarito un granché le dinamiche della situazione.
Ma al di là di questi esempi locali, tale principio opera a livelli molto più alti e generali orientando in senso pesantemente occidentalistico l'intera informazione planetaria. Come ha scritto esemplarmente Claudio Fracassi, "nei meccanismi informativi di selezione e censura della realtà si manifestano in forma limpida e brutale i rapporti economici e di potere fra Paesi ricchi e poveri, e nello stesso tempo agisce una sorta di colonialismo culturale"[12]. In particolar modo, l'Africa - sempre lei - figura estremamente in basso nella scala d'equivalenza razziale. Non a caso, se si considera l'assoluta inconsistenza del continente nero nei bilanci del commercio mondiale (nel mercato dell'informazione, l'Africa occupa una quota variabile fra l'1 % e l'1,5 %): all'emarginazione dai flussi del mercato globale corrisponde l'emarginazione dai flussi della comunicazione. Le stragi del Ruanda hanno cominciato a far notizia solo dopo aver superato quota 200.000 morti; anni prima, gli scontri etnici fra Tutsi e Hutu nel Burundi (`solo' qualche decina di migliaia di morti) erano stati completamente ignorati, privando così i lettori occidentali di una possibile chiave di lettura e dando loro l'immagine dell'ennesima, sanguinosa ed incomprensibile guerra tribale.
D'altro canto, c'è un'abnorme sovrabbondanza di notizie - anche estremamente futili - da e per l'esclusivo consumo dell'emisfero settentrionale. Tale eccesso è percentualmente in diretta proporzione alla potenza informativa delle nazioni relative: si pensi al risalto dato alle vicende della famiglia reale d'Inghilterra, non a caso base di giganti mediatici come la BBC e la Reuters. Ancora più significativo fu il caso, nel 1994, di O. J. Simpson, il campione di football americano che uccise la moglie e venne arrestato al termine di una rocambolesca fuga in macchina, seguita in diretta dai network statunitensi. E' stato valutato che l'interesse suscitato dalla vicenda sia stato pari - attacco alle Torri Gemelle a parte - solamente all'assassinio del presidente John F. Kennedy (1963). L'eco è stata talmente grande da riverberarsi inevitabilmente in tutto il resto del mondo, e così le cronache di quell'anno vennero inondate - sebbene in misura molto minore - da notizie riguardanti un delitto assolutamente ordinario perpetuato da un perfetto sconosciuto - almeno al di fuori degli Stati Uniti.
Questo ci porta a fare considerazioni molto serie sul vero volto della globalizzazione dell'informazione. Se i flussi delle notizie hanno origine quasi monopolisticamente in poche aree, commercialmente ed ideologicamente ben individuabili; se gli organi che raccolgono e ridistribuiscono tali notizie sono ugualmente radicati in queste stesse aree[13]; se, soprattutto, i media operano su questo materiale una selezione in base a criteri poco più che regionalistici, allora la pretesa di un'informazione libera, oggettiva e globale appare come una chimera. In particolare, l'informazione planetaria pare pesantemente condizionata dai modi, dagli interessi, dagli umori e dall'ideologia del gigante statunitense, o da sistemi che comunque ad esso fanno riferimento. Per molti versi, la rete delle notizie internazionali è poco più che il cortile di casa dell'informazione nordamericana - un dato particolarmente grave se si considera, come visto, la dipendenza di questa dalle fonti istituzionali; l'informazione nazionale appare invece condizionata da piccoli interessi politici e sociali locali - e il panorama italiano, in questo senso, è un esempio citato e studiato nel mondo. I pochi margini di autonomia che restano ai media si concentrano prevalentemente nella cronaca nera, che va infatti caratterizzandosi nel senso di uno spropositato sensazionalismo, quasi che le energie dei giornalisti si esprimessero ormai solo in questo campo.
Da questa ricognizione generale, necessariamente rapida e superficiale, esce dunque il panorama di un sistema informativo parziale ed assolutamente conforme ai valori dell'ideologia dominante - un fatto tanto più preoccupante in quanto non riconosciuto. In un sistema del genere, episodi di disinformazione, strumentalizzazione e distorsione della notizia ricorrono con regolarità e disarmante naturalezza, in quanto strumenti organici di controllo. Sono proprio questi meccanismi, e in particolare l'informazione di guerra, che andremo ad analizzare nel prossimo articolo.

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