"...Nelle condizioni attuali, i capitalisti controllano inevitabilmente, in modo diretto o indiretto, le principali fonti di informazione (stampa, radio, educazione). Pertanto è estremamente difficile, se non impossibile nella maggior parte dei casi, che un cittadino arrivi a conclusioni e possa fare uso intelligente dei suoi diritti politici...".
Albert Einstein in Monthly Review, maggio1949
L'informazione è uno dei punti nodali della società attuale.
La diffusione tempestiva delle notizie e delle idee è ormai un fattore
fondamentale in un sistema come il nostro, che si basa sulla comunicazione
e sulla compressione dei cicli temporali (specie nell'ambito culturale ed
economico). La definizione di `villaggio globale', che viene ormai stereotipicamente
associata alla società contemporanea, si fonda proprio su questo
- sulla circolazione sempre più rapida e facilitata delle notizie
e, più in generale, delle nozioni e dei saperi. Si pensi solo alla
crescita impetuosa di un fenomeno come Internet, che si basa in buona sostanza
proprio sulla comunanza virtuale delle conoscenze e dei servizi più
disparati. D'altra parte, già da più di venti anni gli studiosi
- ne citiamo uno per tutti, il Lyotard de La condizione postmoderna[1] - vanno sottolineando come il nostro sistema
culturale si stia sempre più incentrando sulla produzione, sullo
scambio e sulla compravendita dei saperi.
L'informazione più strettamente giornalistica e mediatica appare
allora come l'avanguardia di questo nuovo orientamento del sapere, l'ambito
dove la tempestività ancor più che l'attendibilità
assume il maggior peso; si pensi solo all'importanza delle notizie finanziarie
nella contrattazione di mercato. Questa nuova centralità si accompagna
ad una crescente focalizzazione etica sul problema dell'informazione. In
teoria, la situazione dovrebbe essere rassicurante: la libertà di
informare ed essere informati è ormai unanimemente riconosciuta come
uno dei diritti inalienabili e fondamentali dell'uomo, e il giornalismo
più avanzato appare ben conscio dell'alto ruolo morale di cui è
investito. Ma nella realtà dei fatti, le cose stanno davvero così?
In altre parole, l'informazione è veramente libera?
L'informazione liberista
La risposta è sì, l'informazione è libera e globale,
negli stessi termini in cui il mercato internazionale si può definire
libero e globale. Anzi, l'informazione gode di un'autonomia anche maggiore,
poiché la libertà di informare viene implicitamente equiparata
alla libertà d'espressione e all'opposizione ad ogni censura, valori
basilari della dignità umana. Chi contesta la globalizzazione ben
difficilmente si sognerebbe di contestare la libertà di pensiero
- anzi, molto spesso adduce l'una come argomento contro l'altra.
Ecco allora che, sotto l'alibi della libertà d'espressione, si apre
un vuoto normativo che il codice deontologico dei singoli giornalisti non
basta a riequilibrare - anche perché le grandi strategie d'informazione
e i flussi della comunicazione vengono stabiliti molto al di sopra di loro,
all'origine stessa delle notizie. Di fatto, i meccanismi dell'informazione
riproducono i rapporti di forza esistenti nel mercato globale: la libertà
- ma a questo punto è più appropriato parlare di liberismo
- dell'informazione si traduce in una legge del più forte che vede
come al solito lo strapotere delle nazioni più ricche. I dati forniti
dall'UNESCO riguardo l'influenza planetaria delle fonti principali sono
espliciti: fra le 300 società che dominano il mercato dell'informazione
e della comunicazione, 144 sono nord-americane, 80 europee, 49 giapponesi;
solo 27 (il 9 % del totale) appartengono ad altre aree geografiche. La situazione
delle agenzie di stampa è ancora più anomala: di fatto, tre
sole agenzie - la statunitense Associated Press, la francese Agence France
Presse, l'inglese Reuters, la più potente - raccolgono e rivendono
più dell'80 % delle notizie internazionali che vengono diffuse ogni
giorno[2]. E' stato calcolato che tali agenzie
trasmettono ogni giorno ventidue milioni di parole ad oltre cento Paesi,
mentre la Panafrican News Agency (PANA) - costituita su iniziativa di tutti
gli Stati africani - non supera le venticinquemila parole [3].
Esistono naturalmente altre agenzie che possono vantare una rete internazionale
di raccolta notizie, quali ad esempio la russa Itar-Tass, la giapponese
Kyodo, la cinese Xinhua, la tedesca DPA o la spagnola EFE, ma la stragrande
maggioranza delle agenzie di stampa si limitano al proprio ambito nazionale
e non fanno che riprendere le notizie internazionali dalle agenzie di cui
sopra.
Non dissimile è la situazione del flusso planetario delle immagini
televisive. Fino a pochi anni fa, il mercato era praticamente monopolizzato
dalla Visnews (ora Reuters Television) e dalla UPITN (ora Worldwide Television
News, controllata dalla statunitense ABC). Ultimamente, l'avvento di nuove
tecnologie nella trasmissione video e la crescente domanda di immagini ha
indotto molti dei principali network televisivi a creare le proprie agenzie;
è il caso della CNNI, collegata all'americana CNN, che trasmette
notiziari internazionali e vende servizi televisivi in tutto il mondo. Tuttavia,
ciò non cambia minimamente i rapporti di forza all'interno del flusso
dell'informazione televisiva, tanto che più di tre quarti delle immagini
circolanti sul circuito internazionale sono di origine nordamericana. Un
dato particolarmente grave se si pensa all'enorme influenza dei Telegiornali
nell'informazione del cittadino medio: una ricerca - peraltro piuttosto
vecchia (1987) - ha evidenziato che il 66 % degli americani vede la televisione
come la principale fonte d'informazione, il 50 % come l'unica.
Il solo medium d'informazione veramente libero, globale e pluralista parrebbe
essere allora la rete mondiale di Internet, che per le sue stesse caratteristiche
parrebbe sfuggire a forti logiche di controllo. Esempi di efficace controinformazione
non mancano; per limitarci ai più famosi possiamo citare il sito
della radio B92 di Sarajevo, o la rete mondiale di Indymedia. Ma anche in
questo caso esistono delle gravi controindicazioni: Internet non è
un medium immediatamente e liberamente accessibile, ma dipende da infrastrutture
e tecnologie che sono saldamente in mano alle solite nazioni, e che ne costituiscono
in buona parte la chiave della supremazia economica e mondiale. I dati pubblicati
dall'UNESCO nel World Communication and Information Report 1999-2000
[4] mettono in luce un gravissimo
ritardo dei Paesi in via di sviluppo rispetto a Nord America, Europa e Giappone:
`There seems to be general agreement in scientific literature and in public
policy statements that the Information and Communication Technologies gap
between the developed and the developing countries is widening and will
be a major obstacle in the integration of all countries into the so-called
Global Information Society'[5]. I succitati
Paesi, più Australia e Nuova Zelanda, coprono il 97 % dei server
di Internet; nel continente africano si contano meno di 700.000 users, più
di 600.000 dei quali concentrati in Sudafrica. Si pensi che vi sono più
linee telefoniche nella sola isola di Manhattan che nell'intera Africa.
Il dato è particolarmente significativo perché in questo ambito
- che rappresenta ormai la nuova frontiera dello sviluppo - si realizza
pienamente la coincidenza fra disparità di mercato e liberismo dell'informazione:
la libertà d'espressione pare appannaggio solo di chi se la può
permettere, e passa comunque attraverso le meccaniche di ingiustizia del
neocapitalismo. I Paesi più svantaggiati non hanno i mezzi per sostenere
e diffondere in prima persona una informazione propria; in un certo senso,
una valida controinformazione non può che passare per strutture o
soggetti comunque inseriti all'interno dei meccanismi di mercato del più
ricco emisfero nord, secondo una logica pietistica e sottilmente neocolonialista.
In questo senso, vale la pena di ricordare le acute osservazioni di Fredric
Jameson, che notò come "non soltanto le forme controculturali
di resistenza o guerriglia culturale puntuali o locali, ma persino interventi
esplicitamente politici [...] vengono tutti in qualche modo segretamente
disarmati e riassorbiti da un sistema di cui essi stessi possono a buon
diritto essere considerati parti, dato che non possono distanziarsene"[6].
Dopo una prima analisi, appare dunque evidente che la distribuzione geografica
delle "fabbriche di notizie" è enormemente sbilanciata
a favore delle nazioni più ricche, secondo rapporti di potere che
riflettono specularmene quelli del capitalismo su scala mondiale. Una situazione
che l'UNESCO stessa, pur riconoscendo nella stampa una grande forza di democrazia,
definisce "estremamente preoccupante": "in the industrialized
countries, while access to the media poses no special problems aside from
financial constraints, the growing dependence of the small countries on
the major international suppliers of texts, images and data has become an
extremely worrying factor. As regards the least developed countries, their
situation has worsened still further in that many have become still more
impoverished, and have been left on the fringe of technological progress"[7].
Tuttavia, questi dati non sono di per sé sufficienti a definire in
maniera decisiva una precisa collusione fra informazione e forme di potere,
anche se l'evidente contiguità fra i due desta molti sospetti8. L'informazione
resta comunque un'istituzione irrinunciabile e spesso animata da intenti
sinceri e positivi, ma storture, parzialità e strumentalizzazioni
non riconosciute sono numerosissime, ingiustificabili e presenti a tutti
il livelli. Per farsene un'idea occorrerà allora rivedere criticamente
il percorso dell'informazione, capire come un fatto diventa notizia e come
passa da un media all'altro fino ad arrivare alla persona comune.
Criteri di costruzione della realtà: le fonti
La prima cosa che occorre tenere bene in mente è che una notizia
è una cosa ben diversa da un fatto. Man mano che la notizia percorre
l'itinerario dell'informazione - dalle fonti alle agenzie di stampa giù
giù fino ai media - essa viene sottoposta a processi di selezione,
riduzione od ampliamento che esulano completamente dai criteri di obiettività.
Questi possono essere più o meno marcati a seconda delle componenti
ideologiche della notizia e delle istituzioni che la processano; resta comunque
uno scarto inoppugnabile rispetto a quella che è stata la realtà
dei fatti, che trova il suo momento più importante nell'origine stessa
della notizia. Tutto sommato, le agenzie di stampa hanno relativamente poca
responsabilità in questo, poiché esse non fanno altro che
raccogliere e diffondere le notizie; esiste infatti uno stadio ancora precedente,
nel quale vengono creati vizi di forma che restano intatti - se non amplificati
- per tutto il percorso informativo.
Il problema delle fonti è basilare anche perché i media si
basano quasi completamente su notizie riportate. L'indagine diretta è
ormai merce rara, soprattutto per quel che riguarda le notizie internazionali,
dati gli elevati costi (un altro esempio di come il mercato condiziona l'informazione...).
Se apriamo una pagina qualsiasi di un giornale troveremo non notizie raccolte
direttamente dal giornalista, ma interviste, conferenze stampa, dichiarazioni,
comunicati di agenzie di stampa, dispacci delle Aziende Promozione Turismo
per i fatti locali, o anche semplicemente `indiscrezioni' riprese e rielaborate
da chi firma il pezzo. Vien qui da ricordare, per le notizie dall'estero,
quello che viene chiamato "effetto Hilton", dal nome della catena
internazionale di alberghi dove gli inviati risiedono di solito: giornalisti
e operatori arrivano, si insediano e raramente ne escono prima della fine
del loro mandato, passando tutto il tempo a rielaborare materiale di seconda
mano. Se poi - quando scendono in strada per indagini dirette - accadono
fatti come l'omicidio di Ilaria Alpi, allora la tentazione di chiudersi
in albergo diventa ancora più forte. Non avete mai notato come lo
sfondo dei servizi da Paesi fuori mano - soprattutto i reportages di guerra
- sia sempre lo stesso? Ebbene, il più delle volte quello è
semplicemente il panorama che si gode dalla terrazza dell'Hilton.
La cosa più sconfortante è che è praticamente impossibile
rintracciare e perciò valutare l'origine delle notizie. Nei rari
casi in cui la fonte è indicata ciò accade per precisi motivi
ideologici: così nei servizi sulla Guerra del Golfo, in cui quel
5 % di immagini di fonte irachena veniva sempre indicato dalla scritta `vistato
dalla censura irachena', laddove non veniva mai precisato che il restante
95 % veniva passato direttamente dall'esercito statunitense. E' comunque
possibile delineare alcuni principi di massima ed esaminare qualche caso
esemplare, così da capire come le notizie contribuiscano a costruire
e indurre una particolare visione della realtà.
Il primo dato che salta agli occhi è che le notizie più influenti
ed ideologiche - politica nazionale ed estera, grandi fatti di cronaca internazionale
e in particolar modo l'informazione di guerra - provengono direttamente
dalle istituzioni. Al di là della mediazione dei giornalisti, sono
esse a decidere cosa far sapere e soprattutto come farlo sapere.
Si pensi, per restare in un campo relativamente neutro, ai grandi summit
internazionali, alle mediazioni di pace, o anche solo alle riunioni di governo.
Ciò che sappiamo è ciò che i politici, se non addirittura
un portavoce, dichiara in conferenza stampa - un resoconto di massima che
quasi sempre tralascia i contrasti, le distanze, i compromessi e tutte le
meschinerie del confronto. Ciò che vediamo nei servizi televisivi
sono pose standard allestite ad esclusivo uso e consumo dei giornalisti:
persone sorridenti che si stringono cordialmente la mano, capi di governo
che fingono di parlare amichevolmente di politica, personalità che
rispondono amabilmente alle domande, uomini politici che si stringono scherzosamente
per la foto di gruppo. Di ciò che è successo veramente noi
non ne sappiamo più dei giornalisti: in questi casi è il sistema
che parla direttamente alla persona comune, dicendogli solo ciò che
è strettamente necessario o ideologicamente opportuno far sapere
e mostrandogli il proprio volto benevolo e rassicurante. E' in larga parte
in questo che ha origine l'appiattimento dei media su valori dominanti o
di consenso generale, che analizzeremo più avanti.
Le élites sono al contempo fonti e soggetti primari dei flussi dell'informazione.
Le notizie riportano più spesso ciò che una personalità
ha detto di un fatto piuttosto che il fatto stesso. Frequentemente - soprattutto
qui in Italia - sono anzi le dichiarazioni stesse a diventare notizia: nel
senso più letterale della notizia, le persone potenti "fanno
notizia". Commentatori, opinionisti, sedicenti esperti sono figure
di contorno che non fanno altro che confermare il punto di vista di certi
gruppi privilegiati e a ribadire perciò l'essenziale validità
dello status quo. Se si considera l'univocità dei flussi d'informazione
cui queste fonti danno origine, si comincia a capire l'iniquità del
sistema informativo e le sue sostanziali complicità coi meccanismi
di oppressione e marginalizzazione.
Ovviamente, l'attenzione particolare di cui godono certe fonti rispetto
ad altre agisce anche nel senso inverso - enfatizzando cioè accadimenti
di secondo piano su cui si è fissata l'attenzione di tale o talaltro
organo d'informazione. La vicenda di Chavez non avrebbe avuto l'attenzione
che ha avuto se gli Stati Uniti non avessero prontamente riconosciuto il
nuovo Presidente: si è così acceso un riflettore su quello
che altrimenti sarebbe rimasto l'ennesimo golpe sudamericano. E' poi successo
l'imprevedibile, e la notizia si è risolta come un boomerang in un
notevole ritorno d'immagine per Chavez; ma già dopo due giorni nessuno
parlava più del Venezuela.
Gli Stati Uniti in particolare sembrano aver capito il meccanismo, tanto
che le spese per la comunicazione sono superate nel bilancio statale solo
da quelle per l'esercito. Ronald Reagan - non a caso un ex-attore - fu il
primo a rendersi pienamente conto delle enormi possibilità offerte
dalla comunicazione pilotata. Egli si circondò di uno sterminato
staff di manipolatori e creatori d'informazione, capitanati dal collaboratore
per l'immagine Mike `Magic' Deaver, il cui compito era programmare l'agenda
informativa del governo e inondare i media con notizie pilotate, basandosi
sul presupposto - rivelatosi solidamente fondato - che i media avrebbero
divorato tutto ciò che gli sarebbe stato dato in pasto. Ogni mattina,
il gruppo di vertice si riuniva di buon ora e decideva quella che sarebbe
stata `la frase del giorno' (e più tardi anche "l'immagine del
giorno" per i telegiornali), destinata a diventare il tema di comizi,
interviste, dibattiti ed analisi giornalistiche per il tramite delle migliaia
di funzionari governativi cui veniva immediatamente comunicata. Fu questa
stessa struttura a perfezionare il meccanismo delle photo opportunities
(in gergo photo ops), situazioni particolari in cui il personaggio
di turno può essere ritratto in atteggiamenti significativi (strette
di mano, brindisi, colloqui...), che di fatto vennero trasformate in `immagini
simbolo' vuote d'informazione ma cariche di precisi significati ideologici.
E' il caso dell'incontro tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin, svoltosi alla
Casa Bianca il 13 settembre 1993: il centro delle photo ops non sono
l'israeliano e il palestinese ma la figura giovanile e benevola di Bill
Clinton che allarga le braccia dietro i due uomini politici, novello Dio
Padre che - dall'alto della sua autorità - ricompone la frattura
fra Caino e Abele.
Questo processo di pilotaggio dell'informazione è proseguito, si
è affinato ed è divenuto via via più efficace, tanto
che - come sottolineato da più parti - si è ormai realizzata
negli Stati Uniti una dipendenza schiacciante dalle informazioni fornite
da membri del Parlamento, da loro assistenti o collaboratori, da funzionari
governativi. E' estremamente significativo che questa forma di controllo
si sia realizzata nella culla stessa del liberismo - nel Paese delle libertà
e del Primo Emendamento. Di fatto, l'ufficio stampa della Casa Bianca costituisce
oggi uno dei più potenti organi d'informazione del mondo, capace
di influenzare concretamente e profondamente non solo l'opinione pubblica,
ma l'andamento stesso degli equilibri planetari. C'è chi ha provato
ad imitarli - come il nostro Presidente del Consiglio, che ai tempi del
primo governo spediva ai giornalisti karaoke dell'inno di Forza Italia e
cassette con dichiarazioni ed interviste preregistrate - ma la professionalità
degli americani resta insuperabile. D'altra parte, un cantante ed intrattenitore
di navi da crociera non è sicuramente all'altezza di un attore hollywoodiano.
Queste tecniche di manipolazione dell'informazione rientrano in quello che
viene genericamente chiamato news management, `gestione delle notizie'.
Esiste un altro tipo di tecnica - più diretta - che consiste in una
manipolazione molto più radicale delle fonti, che va dalla pura e
semplice distorsione fino alla vera e propria creazione di pseudo-eventi.
Esse vengono utilizzate dalle grandi agenzie di Pubbliche Relazioni, che
vengono ingaggiate da Stati e governi per vere e proprie operazioni di politica
internazionale - in particolar modo preparazione o giustificazione di guerre.
Sono tecniche molto pericolose, poiché le istituzioni interessate
non sono coinvolte in prima persona: in questo modo, `i fabbricatori restano
occulti, perché l'inganno del lettore possa essere più efficace
e totale'[9]. I metodi sono quanto di più
lontano ci sia dalla deontologia giornalistica corrente, ed eppure alla
verifica dei fatti tali pseudo-notizie sono assolutamente indistinguibili
da quelle genuine. Come ha spiegato James Harff, direttore di una di queste
agenzie, `il nostro lavoro non è di verificare l'informazione...
Dal momento in cui un'informazione è buona per noi, dobbiamo darla
in pasto all'opinione pubblica. Perché noi sappiamo che è
la prima notizia quella che conta. Le smentite non hanno nessuna efficacia'[10].
Operazioni di questo tipo appartengono alla più ampia casistica della
distorsione della notizia, che esula dall'ambito di questo articolo e che
analizzeremo specificamente nel prossimo numero. Ci limiteremo semplicemente
ad osservare che questo tipo di pseudo-notizie sono molto più diffuse
di quello che si pensi, in forme fortunatamente spesso molto meno faziose
ma ugualmente ingannatrici. E' assai facile imbattersi - soprattutto verso
la fine dei telegiornali - in servizi che nascondono in realtà un
chiaro intento pubblicitario, "notizie" promosse direttamente
o indirettamente dal soggetto interessato. Caso classico sono i servizi
di moda, un vero e proprio `genere' giornalistico sponsorizzato più
da massicce regalie da parte degli stilisti che dal desiderio di fare un'informazione
al servizio del cittadino. Non di rado tali servizi vengono realizzati direttamente
dai protagonisti della notizia; sono le cosiddette Video News Release,
video-comunicati stampa che presentano un'operazione pubblicitaria - un
nuovo farmaco, l'ultimo modello della FIAT, una nuova filiale di McDonald's
- camuffata da notizia oggettiva. Questo valore di notizia ne fa la forza:
i media, affamati, ingoiano tutto indiscriminatamente e lo passano all'interno
della più nobile cornice dei TG, con un enorme risparmio di spese
pubblicitarie. E per quei giornalisti che vogliono fare gli originali a
tutti i costi, esiste comunque una versione B priva di commento, che può
essere rimontata a piacere.
Dopo questo rapido esame, risulta evidente la pressoché completa
inconoscibilità ed inaffidabilità delle fonti d'informazione.
Ci viene negata non solo la conoscenza delle fonti, ma anche dell'intrico
di interessi, conoscenze tecniche e strategie d'immagine che sottende il
flusso delle notizie, laddove è invece essenzialmente certa - anche
alla luce dei dati riportati nella prima parte - la sostanziale omogeneità
fra sistema informativo e dirigenza politico-economica mondiale. L'uso degli
organi e soprattutto delle fonti d'informazione ha un ruolo fondamentale
in quella costruzione della realtà che la società ci impone
quotidianamente. Di fronte a questo meccanismo, la persona comune non ha
alcuna difesa. Anche perché - come ben sottolineato dal succitato
direttore d'agenzia - la smentita, così come la contropartita proveniente
da fonti ideologicamente o commercialmente più deboli, ha poca o
nessuna efficacia.
Poniamo il caso dei telegiornali. All'inizio di ogni servizio vengono indicati
i dati: provenienza geografica, nome del giornalista e dei tecnici. Se non
è indicata la provenienza - ed è la maggioranza dei casi -
quel servizio è stato fatto direttamente in redazione con materiale
di cui è impossibile conoscere l'origine, spesso di seconda mano.
In molti casi - specie se la notizia viene da lontano - il servizio è
una rimasticatura di dispacci d'agenzia o più semplicemente un commento
alle immagini disponibili. Ricordiamo qui le riprese dell'assedio di Betlemme
dei primi di aprile: alla famosa immagine del carro armato che schiacciava
una macchina - riproposta per più giorni da tutte le emittenti senza
eccezione di sorta - corrispondeva il commento "l'avanzata prosegue
inarrestabile, i carri armati travolgono tutto ciò che ostacola il
loro cammino" (TG Studio Aperto del 3/4/2002). Ma anche se è
indicata la provenienza, la sostanza non cambia: è semplicemente
precisata la locazione geografica di un giornalista che rielabora materiali
di seconda mano di origine ugualmente imprecisata. Se ad esempio un servizio
sull'Afghanistan è firmato `da Washington' potremo star certi che
le fonti sono americane - che quel servizio non ci aggiorna cioè
sulla situazione in Afghanistan, ma sul punto di vista statunitense sulla
situazione. Ma questo non ci viene detto, e noi prendiamo per notizia oggettiva
un punto di vista privilegiato.
Talvolta, la manipolazione è talmente evidente da insospettire perfino
i giornalisti stessi. In questi casi vengono spesso tirati in ballo i servizi
segreti - una garanzia di opacità delle fonti - quasi sempre le coordinate
spazio-temporali non sono precisate, ma la gente ci crede e il colpo va
a segno. E' il caso, recentissimo, del video dei servizi segreti israeliani
che svelano i finti funerali palestinesi - una notizia priva di riferimenti
precisi e con un affascinante look da spy-story, che assomiglia clamorosamente
ad uno pseudo-evento. Allo stesso modo, difficilmente sapremo quale ufficio
dei servizi segreti francesi ha realizzato il sondaggio che dava Le Pen
al 40 % alle presidenziali - uscito, guarda caso, a ridosso del Primo Maggio
- anche perché nel frattempo Chirac ha stravinto le elezioni.
Criteri di costruzione della realtà: i media
I media non sono da meno in questo processo di ricostruzione ideologica
della realtà. In quanto strutturalmente dipendenti da fonti istituzionali,
e in quanto essi stessi parte integrante dei flussi di mercato, i media
tendono a confermare il sistema dei valori costituiti e a riprodurre simbolicamente
- in maniera questa sì fedele e imparziale - le strutture di potere
esistenti nell'ordine istituzionale della realtà. Non di rado, le
fonti migliori vengono riservate ai giornalisti più ligi, che acquisiscono
così stima ed influenza. Come ha scritto lo studioso John Fiske:
"What is absent from the text of the news, but present as a powerful
force in its reading, are the unspoken assumptions that life [in our own
society] is ordinarily smooth-running, rule- and law-abiding, and harmonious.
These norms are of course prescriptive rather than descriptive, that is,
they embody the sense of what our social life ought to be rather than what
it is, and in doing this they embody the ideology of the dominant classes.
[...] Negative events in another part of the world do not bear the same
relationship to these norms and are therefore read differently. Third World
countries, are, for example, conventionally represented in western news
as places of famines and natural disaster, of social revolution, and of
political corruption. These events are not seen as disrupting their social
norms, but as confirming ours, confirming our dominant sense that western
democracies provide the basics of life for everyone, are stable, and fairly
and honestly governed"[11].
I criteri di selezione delle notizie sono il principale meccanismo attraverso
cui tale principio viene attivato. E' ovvio che nell'allestire la scaletta
di un notiziario si debba operare una scelta: se si dovessero pubblicare
tutte le notizie raccolte dalle agenzie di stampa e dai grandi organi d'informazione
si avrebbe una dispensa di una decina di chili che nessuno leggerebbe. Tuttavia,
i criteri di scelta appaiono gravemente inficiati da pregiudizi di ogni
tipo - politico, sociale, culturale, razziale, economico - che operano in
maniera spesso del tutto inconscia. La recente vicenda di Chavez, ad esempio,
è stata trattata in un primo momento seguendo per filo e per segno
lo stereotipo del golpe sudamericano: un militare rovesciato da altri militari,
verosimilmente in combutta con le élites industriali e - perché
no - con gli americani, le promesse populiste non mantenute, i disordini
popolari, i poveri che diventano sempre più poveri, e via dicendo.
Poi, dopo soli due giorni, ecco che il militare `amico di Castro' viene
rimesso al potere a furor di popolo e riprende la sua opera di affrancamento
dal liberismo, mentre i golpisti di un giorno spariscono senza spargimenti
di sangue e Chavez si riconcilia pubblicamente con loro. Contraddicendo
ogni aspettativa, la notizia è sfuggita completamente al cliché
sudamericano; è uno dei motivi per cui la vicenda è stata
poi liquidata in fretta e con malcelato imbarazzo. Ma al di là di
questo, resta la fastidiosa impressione di un evento assolutamente incomprensibile
perché gli si sono voluti imporre le pastoie del pregiudizio. Un
fatto che avrebbe potuto rivelarci un aspetto nuovo ed inatteso della situazione
sudamericana si è di fatto trasformato nella solita babele da Terzo
Mondo, confermandoci ancora una volta nella convinzione della superiorità
della nostra civile democrazia occidentale.
Sulla base di questi pregiudizi è stata addirittura stilata una "scala
di equivalenza razziale" del rilievo dato alle notizie di cronaca nera,
che nella sua forma più nota - chiamata "Legge di McLurg"
dal nome dell'editore britannico che la formulò - recita che "un
morto inglese vale cinque morti francesi, venti egiziani, cinquecento indiani
e mille cinesi". Tale scala è stata poi generalizzata nel principio
per cui `l'ampiezza della copertura giornalistica è inversamente
proporzionale alla distanza del soggetto dalla sedia dell'editore'. E, aggiungiamo
noi, aumentata esponenzialmente dall'importanza della nazione o area geografica
nei flussi del mercato globale.
Dal punto di vista pratico, è un principio che vediamo concretamente
all'opera ogni volta che - in occasione di qualche disastro - veniamo immediatamente
rassicurati che "non si segnalano italiani fra le vittime". Se
invece qualche connazionale è malauguratamente coinvolto, i riflettori
della stampa si possono allora accendere - anche se, il più delle
volte, solo per pochi momenti. Come nel caso della crisi politica in Liberia,
che provocò migliaia di vittime nell'aprile '96 e che trovò
molto spazio sulla stampa italiana - principalmente perché una famiglia
di Livorno rimase bloccata dai guerriglieri a Monrovia e perché il
campione del momento, Gorge Weah, era liberiano. Finiti gli appelli di Weah
e rientrata in Italia la famiglia, la Liberia e le migliaia di persone che
continuavano a morire sparirono dall'informazione italiana - senza peraltro
che i giornalisti avessero chiarito un granché le dinamiche della
situazione.
Ma al di là di questi esempi locali, tale principio opera a livelli
molto più alti e generali orientando in senso pesantemente occidentalistico
l'intera informazione planetaria. Come ha scritto esemplarmente Claudio
Fracassi, "nei meccanismi informativi di selezione e censura della
realtà si manifestano in forma limpida e brutale i rapporti economici
e di potere fra Paesi ricchi e poveri, e nello stesso tempo agisce una sorta
di colonialismo culturale"[12]. In
particolar modo, l'Africa - sempre lei - figura estremamente in basso nella
scala d'equivalenza razziale. Non a caso, se si considera l'assoluta inconsistenza
del continente nero nei bilanci del commercio mondiale (nel mercato dell'informazione,
l'Africa occupa una quota variabile fra l'1 % e l'1,5 %): all'emarginazione
dai flussi del mercato globale corrisponde l'emarginazione dai flussi della
comunicazione. Le stragi del Ruanda hanno cominciato a far notizia solo
dopo aver superato quota 200.000 morti; anni prima, gli scontri etnici fra
Tutsi e Hutu nel Burundi (`solo' qualche decina di migliaia di morti) erano
stati completamente ignorati, privando così i lettori occidentali
di una possibile chiave di lettura e dando loro l'immagine dell'ennesima,
sanguinosa ed incomprensibile guerra tribale.
D'altro canto, c'è un'abnorme sovrabbondanza di notizie - anche estremamente
futili - da e per l'esclusivo consumo dell'emisfero settentrionale. Tale
eccesso è percentualmente in diretta proporzione alla potenza informativa
delle nazioni relative: si pensi al risalto dato alle vicende della famiglia
reale d'Inghilterra, non a caso base di giganti mediatici come la BBC e
la Reuters. Ancora più significativo fu il caso, nel 1994, di O.
J. Simpson, il campione di football americano che uccise la moglie e venne
arrestato al termine di una rocambolesca fuga in macchina, seguita in diretta
dai network statunitensi. E' stato valutato che l'interesse suscitato dalla
vicenda sia stato pari - attacco alle Torri Gemelle a parte - solamente
all'assassinio del presidente John F. Kennedy (1963). L'eco è stata
talmente grande da riverberarsi inevitabilmente in tutto il resto del mondo,
e così le cronache di quell'anno vennero inondate - sebbene in misura
molto minore - da notizie riguardanti un delitto assolutamente ordinario
perpetuato da un perfetto sconosciuto - almeno al di fuori degli Stati Uniti.
Questo ci porta a fare considerazioni molto serie sul vero volto della globalizzazione
dell'informazione. Se i flussi delle notizie hanno origine quasi monopolisticamente
in poche aree, commercialmente ed ideologicamente ben individuabili; se
gli organi che raccolgono e ridistribuiscono tali notizie sono ugualmente
radicati in queste stesse aree[13]; se,
soprattutto, i media operano su questo materiale una selezione in base a
criteri poco più che regionalistici, allora la pretesa di un'informazione
libera, oggettiva e globale appare come una chimera. In particolare, l'informazione
planetaria pare pesantemente condizionata dai modi, dagli interessi, dagli
umori e dall'ideologia del gigante statunitense, o da sistemi che comunque
ad esso fanno riferimento. Per molti versi, la rete delle notizie internazionali
è poco più che il cortile di casa dell'informazione nordamericana
- un dato particolarmente grave se si considera, come visto, la dipendenza
di questa dalle fonti istituzionali; l'informazione nazionale appare invece
condizionata da piccoli interessi politici e sociali locali - e il panorama
italiano, in questo senso, è un esempio citato e studiato nel mondo.
I pochi margini di autonomia che restano ai media si concentrano prevalentemente
nella cronaca nera, che va infatti caratterizzandosi nel senso di uno spropositato
sensazionalismo, quasi che le energie dei giornalisti si esprimessero ormai
solo in questo campo.
Da questa ricognizione generale, necessariamente rapida e superficiale,
esce dunque il panorama di un sistema informativo parziale ed assolutamente
conforme ai valori dell'ideologia dominante - un fatto tanto più
preoccupante in quanto non riconosciuto. In un sistema del genere, episodi
di disinformazione, strumentalizzazione e distorsione della notizia ricorrono
con regolarità e disarmante naturalezza, in quanto strumenti organici
di controllo. Sono proprio questi meccanismi, e in particolare l'informazione
di guerra, che andremo ad analizzare nel prossimo articolo.