osservatorio internazionale

 

Etiopia-Eritrea 2001[1]

di Matteo Dominioni

 

Il 12 dicembre 2000 ad Algeri il presidente etiopico Meles Zenawi e quello eritreo Isaias Afewerk hanno firmato, alla presenza di Abdelaziz Bouteflika, Kofi Annan e Madelene Albright, un trattato di pace che nelle intenzioni dovrebbe porre fine al conflitto apertosi tra Etiopia ed Eritrea nel marzo 1998. Solamente poche settimane prima l'Onu ha mandato un contingente cosiddetto di pace di circa 4.000 soldati, che si sono subito installati lungo il confine dove, per tre anni, si sono affrontati i due eserciti.
Purtroppo però la situazione rimane instabile, soprattutto perché gli accordi di pace ricalcano gli intenti di cessate il fuoco siglati, sempre ad Algeri, nel luglio 2000, i quali sono transitori e non di buon auspicio, pertanto la situazione in merito alla disputa confinaria non è ancora completamente chiarita. Il secondo elemento di instabilità, preso in considerazione solo marginalmente da un trattato funzionale ai diktat diplomatici, riguarda i rapporti tra le popolazioni e non solo quelli tra governanti. Oggi come oggi i due popoli, dopo tre anni di guerra e deportazioni di civili, non sembrano essere disposti a cooperare come avvenuto in passato e anzi, ben lungi dal definirsi fratelli come avveniva fino al 1998, si dimostrano nazionalisti e sciovinisti come mai in passato, benché il Corno d'Africa sia da sempre un'area complessa per composizione etnica, linguistica o culturale in genere.
La guerra tra Etiopia ed Eritrea incominciò inaspettatamente nel 1998. Oggi rimangono forti dubbi che essa possa concludersi completamente in tempi brevi, o che almeno possa risorgere una convivenza priva di mire egemoniche sull'area.

Alcune premesse su fonti e notizie

Non è semplice scrivere a caldo su fatti appena conclusi o tuttora in corso. In primo luogo le informazioni reperibili non sono molto numerose, secondariamente rappresentano cronache di seconda mano, che non permettono una corretta valutazione delle reali decisioni alla base delle scelte strategiche di etiopici ed eritrei. Se a questo si aggiunge che la maggior parte delle notizie diffuse e pubblicate sono state di una palese partigianeria, il compito interpretativo appare arduo.
Eccezione fatta per sporadiche notizie diffuse dalle agenzie stampa internazionali o da network referenti ad organizzazioni non governative, il conflitto tra Etiopia ed Eritrea non ha suscitato l'interesse degli analisti internazionali di geopolitica o del dibattito spicciolo. I cinici intellettuali della geopolitica si sono interessati e successivamente mobilitati, tramite appelli e una funzionale informazione tesa a formare l'opinione pubblica, solamente a partire dal maggio 2000, troppo tardi per porre rimedio ad un conflitto ormai in pieno svolgimento[2]. I media, con il disinteresse mostrato per la guerra del Corno d'Africa, hanno la responsabilità di non avere dato un indirizzo all'opinione pubblica tendente a muovere pressioni di qualsiasi tipo, affinché la diplomazia intervenisse prontamente nel maggio 1998.
L'atteggiamento di informare malamente o di non informare affatto è presente anche, in maniera molto diffusa, tra la stampa italiana che si è rivelata poco professionale e priva di qualsiasi serietà nel fornire dossier e reportage attendibili al di là delle questioni umanitarie, presenti ovunque e fin troppo abusate. Gli articoli apparsi sulla stampa quotidiana sono poco numerosi e concentrati soprattutto nei periodi di maggiore conflitto (maggio-giugno 1998, febbraio-giugno 1999, giugno-luglio 2000, dicembre 2000). Durante la pause negli scontri nessuno si è più occupato del Corno d'Africa, ad eccezione de Il manifesto che talvolta ha pubblicato, in manchette laterali, alcune sterili e acritiche notizie di agenzia. Oltre al disinteresse di fronte alla guerra, ciò che disonora maggiormente la stampa italiana, a livello macroscopico, è il basso livello dei titoli, fatti giusto per caratterizzare la notizia in maniera sensazionale: strumentali, opportunisti e mossi da pietismo piuttosto che funzionali ad una corretta conoscenza e interpretazione dei fatti. Talvolta appaiono decisamente deliranti e scritti come riempimento di porzioni di pagina in attesa di inserzioni pubblicitarie. Un esempio emblematico è il titolo apposto all'articolo di Maria Grazia Cutoli sul Corriere della Sera del 13 dicembre 2000, nel quale Etiopia ed Eritrea vengono indicate, seppure tra virgolette, come nazioni sorelle dopo tre anni di massacri.
Un altro difetto evidente dell'informazione italiana riguarda la carenza nelle informazioni di carattere politico, che hanno sempre privilegiato le posizioni eritree a scapito di quelle etiopiche. Questo rappresenta un limite di non poco conto per la comprensione di fatti di per sé complessi e verso i quali non c'è nessuna parte da difendere, ma semmai da accusare fortemente come criminale quanto l'altra per mandare al macello un popolo intero. Sicuramente questa deviazione ab origine nel divulgare notizie e nello stilare reportage ha il proprio retaggio nella fitta rete di solidarietà che in passato, soprattutto negli anni `70, si diffuse in Italia allo scopo di aiutare il popolo eritreo nella lotta di liberazione dall'invasione etiopica di Haile Selassie prima e di Menghistu Haile Mariam poi. Ma quella legittima lotta è ormai archiviata da tempo, oggi sono altre le dispute in questione, le quali non sono condivisibili da nessuna visuale si osservi, soprattutto perché l'esito finale è la guerra. Quelli che ieri, da entrambe le parti, erano alleati nella guerriglia, oggi occupano posti di potere: essi non devono più essere visti come personaggi impegnati per il bene dei loro popoli, ma come statisti che mirano ad allargare all'estero l'egemonia dei propri gruppi.
Un caso isolato di buona informazione non lo dobbiamo, ironia della sorte, ad un giornalista ma allo storico Giampaolo Calchi Novati che su Il manifesto ha formulato linee interpretative di largo respiro e per nulla scontate, anche se numericamente scarse. Anche Andrea Semplici, giornalista ottimo conoscitore di Etiopia ed Eritrea, ha scritto acuti reportage sulle conseguenze della guerra nel giugno 2000. Egli stesso non nasconde le inadeguatezze dell'informazione italiana di fronte ad una guerra dagli alti costi umani: "nelle prime settimane del conflitto gli inviati dei giornali italiani si sono, per lo più, limitati a seguire le orme dei nostri connazionali che vivevano nelle due capitali. Appariva questo l'unico elemento di rilievo agli occhi dei giornalisti spediti in Eritrea o in Etiopia. Pochi si sono accorti che questa era la prima, vera guerra che metteva di fronte due stati indipendenti in Africa, che questa era la prima, vera guerra africana combattuta con tecnologie avanzate, con armi moderne, con altissima intensità"[3].

1950-1991: anni di guerra, anni di pace.

Nel novembre 1941 l'impero italiano in Africa orientale subisce la definitiva sconfitta ad opera delle forze del Commonwealth inglese. Nel 1943 toccherà alla Libia riconquistare la propria indipendenza. Nel 1947 l'Italia deve rinunciare definitivamente ai propri possedimenti coloniali, eccezione fatta per l'amministrazione fiduciaria della Somalia che durerà altri 10 anni[4]. Quindi alla fine della seconda guerra mondiale il ruolo coloniale ed internazionale dell'Italia, nelle aree storicamente prese di mira, viene meno per lasciare il posto a una contesa tra Inghilterra e Stati Uniti che verrà in seguito riassorbita nella disputa planetaria della guerra fredda.
Haile Selassie, imperatore d'Etiopia, tornato da un esilio volontario in Inghilterra durato dal 1936 al 1941, si allineerà agli Stati Uniti tramite concessioni militari. In cambio gli Stati Uniti si fanno promotori presso l'organizzazione delle Nazioni Unite di un processo di transizione del Corno d'Africa che mette in risalto l'egemonia dell'Etiopia. Il 2 dicembre 1950 l'Assemblea Generale dell'Onu ratifica la nascita di una federazione tra Etiopia ed Eritrea, che rappresenta una mediazione rispetto alle ipotesi di annessione o indipendentiste. Tale risoluzione rispecchiava il risultato delle consultazioni referendarie tenutesi in Eritrea, in cui erano prevalsi gli unionisti. Rimangono però sospetti che l'Onu abbia voluto da un lato riparare moralmente l'Etiopia per i torti subiti durante il colonialismo, dall'altro punire l'Eritrea per avere collaborato con gli italiani nel reprime gli etiopici, dimenticando che nel decennio del 1930 in Eritrea non c'era un'opposizione perché era stata repressa precedentemente dall'Italia liberale.
Sinteticamente, la risoluzione 390 A (V) del 2 dicembre 1950 prevedeva per l'Eritrea l'esistenza di un governo con competenze limitate perché difesa, esteri, finanze e comunicazioni spettavano al governo federale: "tutto il comportamento dell'Etiopia, coerentemente dalla premessa da cui partiva, lasciava intendere che la federazione era poco più di un espediente transitorio in vista del ricongiungimento alla madrepatria di una terra irredenta e finalmente liberata"[5]. Infatti nel 1962 l'Etiopia annette forzatamente l'Eritrea come quattordicesima provincia, facendo passare l'opposizione eritrea alla lotta armata in una guerra che, suddivisa in due fasi, durerà trent'anni.
Nel 1974 ad Addis Abeba viene deposto Haile Selassie, e la nuova autorità che prende il nome di Derg (consiglio amministrativo militare provvisorio), nonostante professi la tutela di tutte le componenti etniche, continua la guerra ampliandola alla Somalia. L'opposizione interna a Menghistu cresce progressivamente con il prolungarsi della guerra e con il diffondersi ovunque della fame, soprattutto tra gli Oromo (Oromo Liberation Front) e gli abitanti della regione settentrionale del Tigray (Tigray People Liberation Front, Tplf); l'opposizione in Eritrea nasce inizialmente con il Fronte di Liberazione dell'Eritrea che verrà estromesso nel 1981 dal Fronte Popolare per la Liberazione dell'Eritrea (Fple). Sia l'opposizione interna che esterna hanno ispirazione socialista e contatti con vari fronti di liberazione e movimenti antimperialisti. Prima del patto tra Menghistu e l'Unione Sovietica, le guerriglie del nord ricevevano aiuti anche da alcuni paesi socialisti.
Negli anni '80 la carestia e la fame uccidono, secondo le stime ufficiali, un milione di persone. In questa situazione il Derg entra in una crisi irreversibile, perdendo completamente il poco di appoggio interno restato. Il colpo finale al regime viene dalla perdita dell'appoggio dell'Unione Sovietica e di conseguenza di Cuba. Il 21 maggio 1991 Menghistu fugge in Zimbabwe dove vive tuttora. Solamente una settimana dopo Addis Abeba viene presa dal Tplf.
In Etiopia inizialmente sorge uno stato federale, che progressivamente perde i propositi di rappresentatività a causa di una totale occupazione dei centri nevralgici del potere da parte dei tigrini. In Eritrea la popolazione ha decretato l'indipendenza del paese tramite un referendum tenutosi nell'aprile 1993.
L'Eritrea raggiunge la completa indipendenza con 40 anni di ritardo rispetto alla data simbolica del 1960. I rapporti con l'Etiopia sono improntati, sin dall'inizio, alla prospettiva di una politica di cooperazione dell'area: moneta unica e porto franco per le merci destinate all'Etiopia, soprattutto petrolio, dal porto di Assab. La situazione però è stabile solo apparentemente, perché in realtà ci sono vari attriti e questioni irrisolte, risalenti al periodo della lotta contro Menghistu, come per esempio la spinta nazionalista dei tigrini nel volere ampliare il territorio del Tigray.
Il presidente eritreo Isaias e quello etiopico Meles sono entrambi originari del Tigray: questo caso singolare, a fronte di una eccezionale diversità etnica dell'Etiopia, spiega il fatto che la transizione del 1991 sia stata gestita pacificamente diffondendo ottimismo e fiducia riguardo allo sviluppo dei due paesi. Tale ottimismo rappresenta tuttavia un errore di valutazione: a ben vedere, i rapporti tra Fple e Tplf non sono sempre stati di progettualità comune e di collaborazione, e spesso si dimentica che ci sono stati periodi di aperta tensione ed episodi di ostilità. Analogamente la politica estera dei paesi del Corno non è stata sempre di collaborazione: l'Etiopia non ha mai nascosto di usare le alleanze con le potenze imperialiste, mentre l'Eritrea ha avuto attriti diplomatici con Sudan, Yemen e Gibuti.

Cause della guerra: reali e funzionali.

Una guerra ha sempre delle cause reali, spiegabili tramite le decisioni di chi la scatena e conduce, ma non sempre esse sono note e accessibili. Le spiegazioni di una guerra che generalmente vengono fornite pubblicamente appaiono funzionali alle classi dirigenti al potere. Quindi, riferendosi ai principali protagonisti, i livelli di lettura di un conflitto sono almeno due.
Rispetto a Etiopia ed Eritrea, la maggioranza dell'informazione italiana non ha fatto questa valutazione, e ha tratto deduzioni incomplete. Molti giornalisti, inviati, analisti, non riuscendo a dare una spiegazione sufficientemente credibile della tragicità e dell'ampiezza dei combattimenti, hanno ritenuto la guerra in atto assurda e inutile per le perdite rispetto alle possibili conquiste. Giudizio frettoloso, errato e oltretutto razzistoide: nessuno oserebbe sostenere questo, sempre che sia lecito il paragone, per la partecipazione dell'Italia alla Grande Guerra, vista invece nel suo complesso come tappa fondamentale della storia nazionale. Secondo le valutazioni dei più, la motivazione scatenante i combattimenti nel Corno d'Africa sarebbe, in ultima analisi, una disputa di confine, eredità del colonialismo italiano e delle aspirazioni espansionistiche di Haile Selassie e Menghistu. Gli stessi Meles e Isaias, del resto, nelle dichiarazioni hanno sempre fatto riferimento ai confini. Gli eritrei si richiamano ad un patto tripartito tra Italia, Francia e Inghilterra del 1906 [6]. Gli etiopici chiedono il mantenimento dei confini stabiliti dopo il 1991.
Questa interpretazione, tuttavia, non spiega l'intensificazione e l'ampliamento degli scontri, e soprattutto non dà ragione della recrudescenza delle rappresaglie avvenute dall'una e dall'altra parte.
L'attuale guerra è, per entrambi i contendenti, di carattere nazionale e non semplicemente di confine. Le forze mobilitate coinvolgono tutta la nazione nessuno escluso, dalle trincee del fronte alle retrovie e alle aree interne. Nella guerra passata non c'erano due stati uno di fronte all'altro, ma uno stato a cui si contrapponevano forze, a seconda dei punti di vista, secessioniste o di liberazione. La guerra 1998-2000 è invece caratterizzata da un inedito coinvolgimento della popolazione che ha sostenuto in maniera piuttosto visibile la propria classe dirigente. Indubbiamente il consenso verso le scelte belliciste e nazionaliste è cresciuto sia ad Asmara che ad Addis Abeba. Con la guerra si è venuto a creare un processo di nazionalizzazione del consenso che ha rafforzato i gruppi di potere, fenomeno particolarmente favorevole a Meles Zenawi che per non essere definitivamente estromesso si è alleato con le forze più nazionaliste del Tplf.
Se valutiamo la guerra nazionale come fenomeno di consenso, appare chiaro che la guerra non è altro che una appendice di questioni interne, in altre parole viene usata unicamente come strumento per la risoluzione di problemi interni. Se al risultato della pacificazione interna si somma il fatto che con la guerra si può sconfiggere il proprio nemico, risulta evidente il moderno progetto di egemonizzazione di una parte importante dell'Africa portato avanti sia da Meles che da Isaias.
Il risvolto economico non manca nemmeno questa volta, ma poiché non è credibile che verta sul territorio povero del Tigray, deve essere individuato altrove e precisamente in due episodi specifici avvenuti nel 1997. Nel mese di luglio Asmara decide di rompere l'accordo che prevedeva la moneta comune ed emette il nacfa, che non è convertibile in Etiopia: questo nella prospettiva di completare il processo di identificazione nazionale giunto, in maggio, ad un punto decisivo con l'entrata in vigore della costituzione. Come reazione Addis Abeba smette di utilizzare il porto franco di Assab e sposta tutto il traffico di merci e l'import di petrolio nei paesi confinanti.
Questi due episodi sono significativi, tant'è che si sono consolidati anche dopo la firma della pace il 12 dicembre 2000, anche se non devono essere sopravvalutati. Il conio del nacfa non ha arrecato danni all'economia etiopica a causa della crisi economica in corso in Eritrea, mentre il dirottamento del traffico merci etiopico da Assab a Gibuti ha inciso negativamente in Eritrea dove rimangono le infrastrutture inutilizzate. Il contenzioso economico non sembra essere il movente principale della guerra, anche se ne è certamente un elemento caratterizzante.
Fatte le dovute considerazioni, la guerra non può essere che la risultante di concause identiche per entrambe le parti: l'egemonia nell'area spinta dalle frange più nazionaliste, la questione monetaria e dei dazi, la costruzione di un moderno stato nazionale. In Etiopia la guerra è funzionale anche all'ottenimento del consenso, e quindi serve per la risoluzione di problemi interni.

Evoluzione del conflitto

Primi sconfinamenti e fine della pace. Nel mese di luglio 1997 una pattuglia etiopica sconfina, in base a fonte eritrea, presso il paese di Adi Muray ed instaura una nuova amministrazione. Il mese seguente nei pressi di Badme viene intrapresa un'analoga iniziativa. Per risolvere questa querelle, a partire da novembre viene istituita una commissione bilaterale[7] che però fallisce e la parola passa definitivamente alle armi.
Il 6 maggio 1998 le armate eritree sconfinano e iniziano scontri prevalentemente di posizione; il 31 attuano "una profonda penetrazione verso sud nella parte contesa di Badme"[8] e gli spazi di mediazione si riducono progressivamente. Il 5 giugno l'escalation tocca l'apice con l'ingresso in guerra dell'aviazione. L'Etiopia nel primo pomeriggio compie due raid aerei contro l'aeroporto di Asmara, i quali vengono prontamente ripagati con un'incursione su Makalle, direzione di marcia della penetrazione eritrea, in cui muoiono 48 persone, tra cui alcuni bambini di una scuola. Gli etiopici giustificano l'attacco su Asmara sostenendo di avere subito in precedenza un attacco non comunicato pubblicamente e quindi di avere agito, a loro volta, come rappresaglia.
Il 9, il coinvolgimento di Zalambessa vede il fronte di fuoco allargarsi[9]. In questo caso sono gli etiopici ad attaccare una città da poco occupata dagli eritrei, dove in passato convivevano tutti, indistintamente dall'etnia, e che oggi vede ben 16.000 eritrei profughi[10]. Il 10 gli etiopici ampliano ulteriormente il fronte indirizzando parte delle armate verso il porto di Assab, punto strategico e ipotetico sbocco sul mare utile all'Etiopia. La reazione di Asmara è immediata: un raid aereo colpisce la città di Adigrat causando 4 morti.
Il sottosegretario italiano agli Esteri Rino Serri è costretto a rimandare di due giorni un viaggio previsto per sostenere il progetto di pace stilato dall'Organizzazione per l'Unità Africana e sostenuto dai mediatori statunitensi e ruwandesi. La missione alla fine viene comunque svolta e si conclude con un parziale successo dato che Etiopia ed Eritrea, il 15 giugno, siglano una moratoria che, allo scopo di frenare l'escalation, mette al bando i bombardamenti aerei e l'impiego dell'aviazione.
Dalla metà di giugno i combattimenti si fanno rari e prende piede progressivamente la trattativa di pace. La parola passa alla diplomazia e si conclude la prima fase della guerra caratterizzata da un momento iniziale di modesta mobilità e penetrazione eritrea, seguito da una reazione etiopica contenuta e infine da un consolidamento delle posizioni ottenute.
La pace definitiva però rimane un'illusione. Le armi smettono effettivamente di sparare ed i più ottimisti sperano in una situazione in via di assestamento, smentita a distanza di soli pochi mesi. La tregua corrisponde alla stagione delle grandi piogge, in cui è difficile combattere perché i movimenti sono rallentati. Come avvenuto varie volte nel passato, i combattimenti vengono interrotti in attesa di uno slancio successivo in un periodo in cui il territorio è più praticabile. L'opinione pubblica ha sopravvalutato[11] una situazione di stallo dipendente da decisioni strategiche e militari, e non da una pacificazione in corso.

La seconda fase della guerra. La tregua dura complessivamente 8 mesi e i combattimenti ricominciano il 2 febbraio 1999. Gli etiopici attaccano Badme impiegando anche elicotteri da guerra e aerei, e interrompendo così la moratoria del 15 giugno 1998. La città viene conquistata, gli eritrei arretrano di 10 chilometri, dopo 22 giorni di combattimenti in cui muoiono complessivamente 22.000 soldati[12].
Asmara accetta il piano di pace che precedentemente aveva rifiutato, ma a questo punto l'Etiopia non è più disposta al dialogo e prosegue i combattimenti nei quali viene coinvolta anche la città di Tsorona. Gradualmente l'intensità degli scontri aumenta con la ripresa a pieno ritmo dei bombardamenti aerei: i Mig 23 etiopici in aprile bombardano Adi Keih e Mendeferra[13], in giugno il porto di Massaua[14].
In giugno, come l'anno precedente, gli scontri cessano per lasciare spazio alla riorganizzazione delle posizioni. Eccezion fatta per qualche sporadico scontro isolato, la tregua dura più a lungo di quella dell'anno precedente. I combattimenti riprendono solamente nel maggio 2000. Riprende a lavorare anche la diplomazia, ottenendo qualche risultato.
La presidenza di turno dell'Oua dal Ruanda passa all'Algeria, e diventa così più credibile nel presentare un progetto di pace. Il sostegno extra africano da parte degli Stati Uniti si riduce in favore di un impegno dell'Unione europea che, a partire dal 22 novembre 1999, nomina Rino Serri rappresentante speciale della presidenza europea. Gli incontri tra la diplomazia riprendono, ma etiopici ed eritrei non si trovano ancora d'accordo, modificano continuamente la loro idea riguardo al trattato di pace, probabilmente nell'attesa di costruire appoggi e contatti internazionali. La politica del bastone e della carota, espressa dai governanti del Corno per tutta la durata del conflitto, è servita per il conseguimento di risultati politici interni ed esteri piuttosto che per la conquista di porzioni di territorio o la vittoria militare sul nemico.

La terza fase della guerra. La tensione rimane lungo tutto il fronte, pronta ad esplodere e sempre ai massimi livelli nonostante la tregua. Gli scontri riprendono temporaneamente presso Bure dove, il 23 febbraio 2000, rimangono sul terreno centinaia di morti. A questo episodio non seguono altri fatti significativi per almeno altri tre mesi.
Le notizie riguardanti il Corno pubblicate dai giornali italiani, nei mesi di aprile e maggio, sono quotidiane e denotano una crescita di interesse dell'opinione pubblica sulla guerra in corso. Questo fenomeno è generalizzato e non è unica caratteristica dei media italiani. A ben vedere non si tratta tanto di notizie sulla guerra, quanto sulla carestia che affligge una buona parte dell'Etiopia e le aree di confine con l'Eritrea. In sequenza vengono trasmessi e pubblicati gli appelli e i dati di Onu, Oua e varie organizzazioni non governative nonché le richieste di Isaias e Meles, mentre la situazione diviene sempre più drammatica. Le cifre più catastrofiche indicano in 8 milioni le persone che in Etiopia hanno bisogno di aiuto, un milione di esse dipenderebbero completamente dagli aiuti internazionali, mentre in Eritrea sarebbero 700.000 le persone a rischio, soprattutto tra i profughi. Gli appelli vengono immediatamente accolti, anche se non completamente soddisfatti nelle richieste. Gli Stati Uniti si impegnano ad inviare 400.000 tonnellate di aiuti, l'Unione europea altre 800.000 tonnellate[15].
I fatti che hanno portato alla fame sono così riassumibili: assenza di piogge (causa non direttamente umana), conflitto (causa direttamente umana), e migrazioni (causa direttamente umana). Indubbiamente la guerra e le sue più immediate conseguenze su territorio e comunità, cioè distruzioni e spostamenti di massa, sono evitabili e in questo caso rappresentano l'esito di ben precise decisioni di due classi dirigenti. In questa situazione vi sono alcuni paradossi nella politica di Meles, come la spesa giornaliera di 1 milione di dollari per il sostentamento dei 400.000 militari, che nessuno pone come problema per la soluzione delle questioni aperte (guerra e fame). Gli aiuti, in questa dinamica particolare non sono stati preceduti da accordi o da condizioni poste ai contendenti, mentre almeno una critica verso Meles doveva essere espressa. In caso contrario, come ha scritto Giampaolo Calchi Novati "nessun aiuto è neutrale"[16]: la classe dirigente etiopica può uscire vincente e rafforzata anche grazie agli aiuti in un momento che più di crisi è di catastrofe. Inoltre, poiché i combattimenti non vengono interrotti e gli aiuti passano per quei medesimi luoghi, va da sé che le derrate alimentari vengano intercettate dai militari. Al danno si aggiunge la beffa: la gente continua a morire di fame mentre i militari, come spesso si è visto in passato, fanno incetta del poco che c'è.
Del resto Meles, nonostante gli aiuti, non si è mosso minimamente dalle proprie posizioni, è stato solamente in grado di fare richieste e mai di fare concessioni. L'unica concessione di Meles è quella di prendere parte a delle trattative conclusesi in un nulla di fatto: il 5 maggio ad Algeri falliscono gli incontri indiretti tenuti sotto l'egida dell'Oua, nei giorni successivi cadono nel vuoto gli appelli di Richard Holbrooke, inviato speciale dell'Onu che fa la spola tra l'Asmara, che chiede un immediato cessate il fuoco e una successiva definizione degli accordi, e Addis Abeba, che contesta l'assenza di un trattato vero e proprio e che non è disposta a cedere sul piano militare.
Il 12 maggio l'Etiopia riprende i combattimenti su tutti e tre i fronti aperti: Badme, Zalambessa e Bure. In occidente, dove le immagini della carestia suscitano ancora l'interesse delle cronache, lo sgomento è totale, soprattutto di fronte al forte sospetto che i mesi di tregua e l'uso politico della carestia siano stati utilizzati per il riarmo, avvenuto tramite l'acquisto di enormi quantitativi di armi dai paesi dell'est Europa[17].
In base a quanto pubblicato dal quotidiano Liberazione, "nei dieci mesi di tregua nei combattimenti tra il 1999 e il 2000 l'Etiopia ha comprato diversi Sukhoi 25, un aereo d'attacco. Il nuovo aereo russo ha rappresentato una grossa innovazione tecnica rispetto ai Mig 21 e Mig 23 ricevuti in eredità del regime di Menghistu Haile Mariam. Entrambi i paesi, secondo la Bbc, hanno poi acquistato elicotteri d'attacco, l'Eritrea dall'Italia e l'Etiopia dalla Russia. Per quanto riguarda armi e munizioni Asmara ha comprato dalla Bulgaria i lanciarazzi a canne multiple, conosciuti come Organi di Stalin, mentre Addis Abeba si è rivolta a Sofia per 100 carri armato T-55 e a Pechino per le munizioni. La Francia ha fornito all'Etiopia equipaggiamenti per le munizioni"[18].
La sera stessa del 12 maggio l'Onu, con la risoluzione 1297, intima di porre fine ai combattimenti entro 72 ore, e con la risoluzione 1298 del 17 maggio decide un embargo sulla vendita delle armi ai due paesi belligeranti[19]. Gli scontri proseguono incessantemente mentre ad Addis Abeba, il 15 maggio, prende corpo una risposta popolare senz'altro giostrata: circa 200.000 persone partecipano ad una manifestazione anti Onu che, caratterizzata da contenuti anti occidentali, dirige la protesta contro le ambasciate dei paesi favorevoli all'embargo sulla vendita delle armi: Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada[20]. Se da un lato il governo di Meles prosegue lungo una linea bellicista criticabile come folle, è pur vero che la popolazione non si oppone, anche se si deve considerare che ad Addis Abeba città non c'è il medesimo clima politico del resto del paese, e che in Etiopia attualmente vige un duro stato di guerra in cui ogni episodio di dissenso viene represso ancora più di quanto accade regolarmente.
Lo sfondamento etiopico avviene il 17 maggio presso la città di Barentù. Il successo è coronato dall'abbandono da parte eritrea anche della città di Agordat per concentrare in luoghi più difendibili la difesa della capitale[21]. La ricaduta della disfatta si ripercuote immediatamente sui civili che scappano dalle zone di guerra in circa 100.000, e le cifre tendono progressivamente ad aumentare perché sempre più persone sono coinvolte nella catastrofe. Le fonti occidentali non forniscono comunque un quadro completo della situazione, riportano numeri inventati, inutilmente ingigantiti, con la capacità di raddoppiare nell'arco di un giorno.
Le devastazioni create dalla nuova avanzata etiopica portano alla mobilitazione immediata gli eritrei in patria, il 22 maggio all'Asmara, e all'estero, mentre sorgono appelli internazionali di solidarietà. Tutte le manifestazioni chiedono la fine dei combattimenti. Già il 29 febbraio 2000 si tengono dimostrazioni pubbliche e cortei in 52 città in tutto il mondo per chiedere la pace dopo l'attacco etiopico a Bure[22]. Questa volta l'opinione pubblica viene coinvolta maggiormente.
L'Eritrea decide di riaprire il dialogo e accetta il ritiro, anche per evidenti difficoltà militari, come richiesto dall'Oua e sostenuto da Rino Serri, che si reca sia ad Addis Abeba che a l'Asmara. L'Etiopia invece, pur disposta a riaprire il dialogo, non è disposta ad interrompere i combattimenti. Gli incontri separati si aprono il 30 maggio ad Algeri, in una situazione generale estremamente fragile, e un giorno in ritardo a causa dei bombardamenti etiopici sull'aeroporto di Massaua del 29[23]. Inoltre vengono rinnovati gli attacchi sulla città di Senafè, a soli 100 chilometri da Asmara. Sorprendentemente l'Etiopia accetta un parziale ritiro delle truppe dal fronte occidentale: la motivazione è che, con il ritiro eritreo, la necessità di combattere su tale fronte è finita, e questo significa anche la non accettazione del ritiro dalle altre aree ancora in guerra. L'eritrea da parte sua sostiene di essere retrocessa dai luoghi contesi che aveva occupato in precedenza[24]. Il clima complessivo che circonda i colloqui è identico a quello già visto nelle precedenti occasioni. Da parte etiopica si ripete la politica del bastone e della carota, l'Eritrea in evidente difficoltà si presenta più conciliante. I colloqui che precedono la firma della tregua, esito per nulla scontato, durano 20 giorni ed hanno carattere provvisorio[25]. Ad Algeri il 18 giugno viene firmato l'Agreement of Cessation of Hostilities between Ethiopia and Eritrea che stabilisce il ritiro di tutti e due gli eserciti e la creazione di una zona cuscinetto di 20 chilometri proprio nei territori contesi. In un secondo momento è previsto l'invio di una missione militare esplorativa con lo scopo di sondare il terreno per il successivo invio di un contingente militare Onu.
Con la firma di Algeri viene ripristinato uno status quo che in realtà non coincide con la situazione precedente, perché nonostante il ritiro degli eserciti è la popolazione tutta ad aver subito i danni maggiori della guerra e delle sue conseguenze. Se nel passato le scelte bellicistiche delle classi dirigenti dell'area non venivano necessariamente seguite dalla popolazione, e sorgevano fronti di opposizione a carattere transnazionale e internazionalista, dalla tragedia del 1998-2000 invece le masse escono male, con un ruolo funzionale al progetto di stato nazionale ricercato sia da Meles che da Isaias. Rispetto al passato, il nazionalismo si è rafforzato, l'odio e il rancore verso i torti subiti oggi vengono attribuiti all'una o all'altra parte contrapponendo anche le popolazioni, non completamente a torto dato che esse hanno sostenuto i progetti egemonici dei relativi governi.
Finita la guerra, le parti contano distruzioni, morti e profughi, corollario di sempre di ogni guerra[26].

La missione Unmee dell'Onu[27].

Il 31 giugno il Consiglio di Sicurezza dell'Onu con la risoluzione 1312 dà il via alla United Nations Mission in Ethiopia and Eritrea (Unmee), inizialmente composta da 100 cosiddetti osservatori militari. Il 9 agosto Kofi Annan raccomanda di innalzare il numero dei componenti la missione fino a 4.200 militari, suddivisi in tre battaglioni di fanteria, cosa che viene accolta dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 1320 del 15 settembre.
La durata della Unmee è relativamente breve, essa dovrebbe concludersi, escludendo eventuali proroghe, il 31 marzo 2001. Il rappresentante di Kofi Annan e capo della missione è Legwaila Joseph Legwaila del Botswana[28], il comandante delle forze è l'olandese generale maggiore Patrick C. Cammaert[29]. Gli uomini di truppa, il personale medico, umanitario e i tecnici sono reclutati nei seguenti paesi: Algeria, Argentina, Austria, Bangladesh, Canada, Cina, Danimarca, Finlandia, Ghana, India, Italia, Giordania, Kenya, Malesia, Nepal, Olanda, Nigeria, Norvegia, Perù, Polonia, Romania, Russia, Spagna, Svezia, Svizzera, Tunisia, Turchia, Ucraina, Tanzania, Uruguay e Zambia.
Lo sviluppo della missione viene suddiviso in tre fasi distinte e propedeutiche l'una all'altra: inizialmente è previsto l'invio di 4 ufficiali, 2 ad Addis Abeba e 2 ad Asmara, per valutare la fattibilità della missione; successivamente entrerebbero in azione 100 osservatori militari con il compito di bonificare il terreno dalle mine, di attivare le comunicazioni e coordinare l'organizzazione, preparando così la terza fase caratterizzata dall'arrivo di 4.200 soldati dell'Onu tra cui 200 osservatori militari.
La prima missione rappresentativa di Onu e Oua si reca nella regione, dal 4 al 18 luglio, per discutere con le parti in guerra. Il giudizio della missione sulla tregua è positivo e l'Onu decide di passare alla seconda fase della Unmee.
Il dispiegamento della seconda missione avviene il 22 settembre 2000: 8 gruppi per un totale di 40 osservatori vengono dislocati nei territori di Eritrea ed Etiopia in maniera proporzionale[30]. I luoghi interessati dalla presenza degli osservatori in Etiopia sono Indra Silase, Adigrat, Zalambessa e Manda, mentre in Eritrea sono Barentu, Adi Quala, Adi Keih e Assab. Essi sono i luoghi di confine, rinominati Zona di Sicurezza Temporanea (Tsz), dove si sono concentrati i combattimenti, e l'Onu ha deciso di trasferire i componenti della Unmee. Una parte di questi osservatori vengono immediatamente impiegati, essendo membri della United Nation Mine Action Coordination Centre (Unmacc), nella bonifica del terreno dalle mine antiuomo e anticarro. La HALO Trust che lavora per conto dell'Onu trova alcune mine nei dintorni di Barentu, anticipo di altri ritrovamenti che porteranno alla richiesta ufficiale, da parte dell'Onu, di restituzione delle mappe da entrambi i paesi belligeranti. Inoltre vengono rinvenute bombe aeree e d'artiglieria inesplose e munizioni cluster.
A metà novembre l'arrivo di 48 italiani, 60 canadesi e 21 militari dei Forward Headquarters eleva a 130 gli osservatori e a 140 gli uomini di truppa, mentre i paesi che compongono la Unmee da 22 passano a 27. Questo nuovo arrivo apre la terza fase della Unmee, il cui corso prosegue in linea con le più rosee aspettative dato che solamente il 28 viene riaperta la prima strada percorribile[31] che passa per i 25 chilometri della Tsz. Lo stesso accade il 7 dicembre con l'apertura della Assab-Manda e della Shambiko-Shiraro. Il 7 dicembre viene diffusa la notizia che altri 2.000 soldati sono in procinto di partire, il trasferimento delle rimanenti forze, e quindi l'inizio vero e proprio della terza fase, viene previsto per la fine di gennaio 2001.
Il contingente italiano è composto da 200 uomini con il compito di "assicurare il trasporto aereo di personale e rifornimenti, ricognizione aerea lungo i confini anche con missioni di rilevamento fotografico che dovranno servire alla demarcazione dei confini, evacuazione medica d'emergenza. I carabinieri della Tuscania avranno compiti di polizia militare"[32].

La pace finale

La pace definitiva viene firmata ad Algeri il 12 dicembre 2000. L'Agreement è suddiviso in sei punti che, in breve, prevedono il ristabilimento della situazione ante 1998 tramite il ritiro definitivo degli eserciti, l'insediamento di una missione Onu, il ritorno dei confini secondo quanto stabilito dagli accordi del 1900, 1902 e 1908. L'unico modo previsto per apportare una revisione a questi accordi è una commissione composta da eritrei ed etiopici e membri della Unmee della durata di 45 giorni. In caso di fallimento però la commissione potrebbe avere esito ancora più contro producente che a lasciare la situazione invariata senza discuterne.
La questione confinaria quindi non è stata risolta definitivamente dall'Agreement e, fino a quando non lo sarà, potrà essere sempre una facile leva propagandistica per scatenare nuove offensive militari.

Regionalizzazione del conflitto

Il Corno d'Africa è stato storicamente un territorio di passaggio e talvolta di scontro tra le culture araba e afro negroide[33]. Questa contrapposizione non è mai stata nettamente definita né inscrivibile in stati nazione specifici, ma ha sempre assunto una caratteristica transnazionale. Questo non significa che la lotta politica sia patrimonio di pochi, e anche se fosse non è questo il punto. Direttamente possono essere coinvolte meno persone, ma indirettamente, poiché il conflitto tende ad allargarsi a macchia d'olio, è sempre più alto il numero dei civili che soffrono.
Durante la seconda fase della guerra 1998-2000, un episodio riportato dalla stampa italiana ha evidenziato la fragilità della situazione. In maggio l'Eritrea invia in Somalia in aiuto di Hussein Aidia 700 ribelli oromo, armi e mezzi blindati[34]. Un mese dopo le truppe etiopiche, attuando una evidente rappresaglia, attaccano la città somala di Baidoa controllata dalle milizie di Aidid[35]. Questo episodio viene usato da Asmara e Addis Abeba per lo scambio di reciproche accuse.
Indipendentemente dai fatti specifici legati alla contingenza della guerra, è un dato evidente che negli ultimi 3-4 anni nell'area del Corno siano sorte e poi dissolte e ricomposte alleanze tra i vari paesi. Gli Stati Uniti sono stati i protettori sia di Addis Abeba che di Asmara, ma non hanno avuto la capacità, l'accortezza o l'aggressività necessarie per intervenire sulle alleanze regionali che si sono sempre dimostrate in costante fase di ridefinizione e ricomposizione, restando tuttora estremamente fragili.
Dati i precedenti, il rischio reale per il Corno viene da un possibile coinvolgimento di altri soggetti e dall'apertura di nuovi fronti. Dire che il Sudan, Gibuti o la Somalia sono a rischio non è un'ipotesi assurda perché i presupposti ci sono tutti, una volta valutata bene la situazione interna e le alleanze nell'area e internazionali di Etiopia, Eritrea, Sudan, Gibuti e Somalia. E' una fortuna che la guerra tra Etiopia e Eritrea non abbia coinvolto altri paesi e che la regione sia rimasta, nel suo complesso, estranea ai combattimenti. Un ampliamento del conflitto sarebbe stato, e lo sarebbe ancora adesso, una catastrofe generale non solo per il Corno ma per tutto il continente africano dove è attualmente in corso una guerra dalle dimensioni continentali che si snoda lungo una ipotetica dorsale centro-africana. Il collegamento del Corno con questa dorsale virtuale unirebbe territori instabili (guerre civili e non, regimi dittatoriali, carestie eccetera) in una linea di continuità tra Africa orientale e occidentale che dividerebbe nettamente in due il continente.

Neoimperialismo straccione

Nell'ultimo trentennio l'Italia ha ripreso contatti e rapporti con le ex colonie del Corno d'Africa soprattutto grazie alle politiche di cooperazione allo sviluppo, che tuttavia hanno rappresentato una sciagurata strategia di consolidamento della classe dirigente dell'area, oltre alla via più veloce e sicura per riciclare come investimenti produttivi i fondi neri provenienti dalla corruzione italiana, leggasi tangentopoli, che coinvolgeva le cooperative o le finanziarie della Democrazia cristiana, del Partito socialista italiano e del Partito comunista italiano.
Nel frattempo è cresciuta la vendita delle armi, più volte camuffate come aiuto allo sviluppo. L'Italia, in questo, è maestra: l'ammodernamento dei vecchi arsenali bellici per mezzo di apparecchiature tecnologiche e sistemi integrati informatici sono il piatto forte del belpaese, che prima giustifica questi interventi come funzionali, per esempio, all'uso civile dell'aviazione, per accorgersi poi che i sistemi informatici non servono soltanto per le rilevazioni geofisiche dall'alto, ma anche per meglio scovare e bombardare i piccoli villaggi contadini.
Non c'è ombra di dubbio che l'Italia dal 1998 al 2000 abbia lautamente fornito di armi sia l'Etiopia che l'Eritrea, ma è impossibile valutare e quantificare questi movimenti appunto perché, spesso, le armi vengono camuffate come aiuti allo sviluppo e gli esplosivi come materiale pirotecnico per ludici fuochi d'artificio. È sufficiente comunque prendere atto delle responsabilità italiane che, anche se minori, ci sono, come del resto ci sono gli speculatori delle guerre: Aermacchi, Agusta, Finmeccanica e una serie di altre fabbriche di morte che in un modo o nell'altro sono proprietà della famiglia Agnelli. Ma è estremamente difficile attribuire le responsabilità e trovare i nomi di coloro che lavorano direttamente o indirettamente nel mercato delle armi. Questo è un elemento sufficiente per avanzare l'ipotesi che le compiacenze con la Farnesina siano numerosissime: dai permessi iniziali sulle vendite che lievitano, ai saldi finali che non convincono mai, alle verifiche finali da cui gli errori vengono sempre nascosti con abilità.
In Italia c'è ancora una borghesia monopolistica che ottiene profitti dalla vendita delle armi, e quindi dalle guerre, dal sangue e dalle uccisioni di massa. Questi affari vengono coperti dalla Farnesina in una continuità, tra borghesia di stato e borghesia monopolistica, dalla quale non guadagnano solamente i produttori di armi.

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