Il 12 dicembre 2000 ad Algeri il presidente etiopico Meles Zenawi e quello
eritreo Isaias Afewerk hanno firmato, alla presenza di Abdelaziz Bouteflika,
Kofi Annan e Madelene Albright, un trattato di pace che nelle intenzioni
dovrebbe porre fine al conflitto apertosi tra Etiopia ed Eritrea nel marzo
1998. Solamente poche settimane prima l'Onu ha mandato un contingente cosiddetto
di pace di circa 4.000 soldati, che si sono subito installati lungo il confine
dove, per tre anni, si sono affrontati i due eserciti.
Purtroppo però la situazione rimane instabile, soprattutto perché
gli accordi di pace ricalcano gli intenti di cessate il fuoco siglati, sempre
ad Algeri, nel luglio 2000, i quali sono transitori e non di buon auspicio,
pertanto la situazione in merito alla disputa confinaria non è ancora
completamente chiarita. Il secondo elemento di instabilità, preso
in considerazione solo marginalmente da un trattato funzionale ai diktat
diplomatici, riguarda i rapporti tra le popolazioni e non solo quelli tra
governanti. Oggi come oggi i due popoli, dopo tre anni di guerra e deportazioni
di civili, non sembrano essere disposti a cooperare come avvenuto in passato
e anzi, ben lungi dal definirsi fratelli come avveniva fino al 1998, si
dimostrano nazionalisti e sciovinisti come mai in passato, benché
il Corno d'Africa sia da sempre un'area complessa per composizione etnica,
linguistica o culturale in genere.
La guerra tra Etiopia ed Eritrea incominciò inaspettatamente nel
1998. Oggi rimangono forti dubbi che essa possa concludersi completamente
in tempi brevi, o che almeno possa risorgere una convivenza priva di mire
egemoniche sull'area.
Alcune premesse su fonti e notizie
Non è semplice scrivere a caldo su fatti appena conclusi o tuttora
in corso. In primo luogo le informazioni reperibili non sono molto numerose,
secondariamente rappresentano cronache di seconda mano, che non permettono
una corretta valutazione delle reali decisioni alla base delle scelte strategiche
di etiopici ed eritrei. Se a questo si aggiunge che la maggior parte delle
notizie diffuse e pubblicate sono state di una palese partigianeria, il
compito interpretativo appare arduo.
Eccezione fatta per sporadiche notizie diffuse dalle agenzie stampa internazionali
o da network referenti ad organizzazioni non governative, il conflitto tra
Etiopia ed Eritrea non ha suscitato l'interesse degli analisti internazionali
di geopolitica o del dibattito spicciolo. I cinici intellettuali della geopolitica
si sono interessati e successivamente mobilitati, tramite appelli e una
funzionale informazione tesa a formare l'opinione pubblica, solamente a
partire dal maggio 2000, troppo tardi per porre rimedio ad un conflitto
ormai in pieno svolgimento[2]. I media,
con il disinteresse mostrato per la guerra del Corno d'Africa, hanno la
responsabilità di non avere dato un indirizzo all'opinione pubblica
tendente a muovere pressioni di qualsiasi tipo, affinché la diplomazia
intervenisse prontamente nel maggio 1998.
L'atteggiamento di informare malamente o di non informare affatto è
presente anche, in maniera molto diffusa, tra la stampa italiana che si
è rivelata poco professionale e priva di qualsiasi serietà
nel fornire dossier e reportage attendibili al di là
delle questioni umanitarie, presenti ovunque e fin troppo abusate. Gli articoli
apparsi sulla stampa quotidiana sono poco numerosi e concentrati soprattutto
nei periodi di maggiore conflitto (maggio-giugno 1998, febbraio-giugno 1999,
giugno-luglio 2000, dicembre 2000). Durante la pause negli scontri nessuno
si è più occupato del Corno d'Africa, ad eccezione de Il
manifesto che talvolta ha pubblicato, in manchette laterali,
alcune sterili e acritiche notizie di agenzia. Oltre al disinteresse di
fronte alla guerra, ciò che disonora maggiormente la stampa italiana,
a livello macroscopico, è il basso livello dei titoli, fatti giusto
per caratterizzare la notizia in maniera sensazionale: strumentali, opportunisti
e mossi da pietismo piuttosto che funzionali ad una corretta conoscenza
e interpretazione dei fatti. Talvolta appaiono decisamente deliranti e scritti
come riempimento di porzioni di pagina in attesa di inserzioni pubblicitarie.
Un esempio emblematico è il titolo apposto all'articolo di Maria
Grazia Cutoli sul Corriere della Sera del 13 dicembre 2000, nel quale
Etiopia ed Eritrea vengono indicate, seppure tra virgolette, come nazioni
sorelle dopo tre anni di massacri.
Un altro difetto evidente dell'informazione italiana riguarda la carenza
nelle informazioni di carattere politico, che hanno sempre privilegiato
le posizioni eritree a scapito di quelle etiopiche. Questo rappresenta un
limite di non poco conto per la comprensione di fatti di per sé complessi
e verso i quali non c'è nessuna parte da difendere, ma semmai da
accusare fortemente come criminale quanto l'altra per mandare al macello
un popolo intero. Sicuramente questa deviazione ab origine nel divulgare
notizie e nello stilare reportage ha il proprio retaggio nella fitta
rete di solidarietà che in passato, soprattutto negli anni `70, si
diffuse in Italia allo scopo di aiutare il popolo eritreo nella lotta di
liberazione dall'invasione etiopica di Haile Selassie prima e di Menghistu
Haile Mariam poi. Ma quella legittima lotta è ormai archiviata da
tempo, oggi sono altre le dispute in questione, le quali non sono condivisibili
da nessuna visuale si osservi, soprattutto perché l'esito finale
è la guerra. Quelli che ieri, da entrambe le parti, erano alleati
nella guerriglia, oggi occupano posti di potere: essi non devono più
essere visti come personaggi impegnati per il bene dei loro popoli, ma come
statisti che mirano ad allargare all'estero l'egemonia dei propri gruppi.
Un caso isolato di buona informazione non lo dobbiamo, ironia della sorte,
ad un giornalista ma allo storico Giampaolo Calchi Novati che su Il manifesto
ha formulato linee interpretative di largo respiro e per nulla scontate,
anche se numericamente scarse. Anche Andrea Semplici, giornalista ottimo
conoscitore di Etiopia ed Eritrea, ha scritto acuti reportage sulle
conseguenze della guerra nel giugno 2000. Egli stesso non nasconde le inadeguatezze
dell'informazione italiana di fronte ad una guerra dagli alti costi umani:
"nelle prime settimane del conflitto gli inviati dei giornali italiani
si sono, per lo più, limitati a seguire le orme dei nostri connazionali
che vivevano nelle due capitali. Appariva questo l'unico elemento di rilievo
agli occhi dei giornalisti spediti in Eritrea o in Etiopia. Pochi si sono
accorti che questa era la prima, vera guerra che metteva di fronte due stati
indipendenti in Africa, che questa era la prima, vera guerra africana combattuta
con tecnologie avanzate, con armi moderne, con altissima intensità"[3].
1950-1991: anni di guerra, anni di pace.
Nel novembre 1941 l'impero italiano in Africa orientale subisce la definitiva
sconfitta ad opera delle forze del Commonwealth inglese. Nel 1943
toccherà alla Libia riconquistare la propria indipendenza. Nel 1947
l'Italia deve rinunciare definitivamente ai propri possedimenti coloniali,
eccezione fatta per l'amministrazione fiduciaria della Somalia che durerà
altri 10 anni[4]. Quindi alla fine della
seconda guerra mondiale il ruolo coloniale ed internazionale dell'Italia,
nelle aree storicamente prese di mira, viene meno per lasciare il posto
a una contesa tra Inghilterra e Stati Uniti che verrà in seguito
riassorbita nella disputa planetaria della guerra fredda.
Haile Selassie, imperatore d'Etiopia, tornato da un esilio volontario in
Inghilterra durato dal 1936 al 1941, si allineerà agli Stati Uniti
tramite concessioni militari. In cambio gli Stati Uniti si fanno promotori
presso l'organizzazione delle Nazioni Unite di un processo di transizione
del Corno d'Africa che mette in risalto l'egemonia dell'Etiopia. Il 2 dicembre
1950 l'Assemblea Generale dell'Onu ratifica la nascita di una federazione
tra Etiopia ed Eritrea, che rappresenta una mediazione rispetto alle ipotesi
di annessione o indipendentiste. Tale risoluzione rispecchiava il risultato
delle consultazioni referendarie tenutesi in Eritrea, in cui erano prevalsi
gli unionisti. Rimangono però sospetti che l'Onu abbia voluto da
un lato riparare moralmente l'Etiopia per i torti subiti durante il colonialismo,
dall'altro punire l'Eritrea per avere collaborato con gli italiani nel reprime
gli etiopici, dimenticando che nel decennio del 1930 in Eritrea non c'era
un'opposizione perché era stata repressa precedentemente dall'Italia
liberale.
Sinteticamente, la risoluzione 390 A (V) del 2 dicembre 1950 prevedeva per
l'Eritrea l'esistenza di un governo con competenze limitate perché
difesa, esteri, finanze e comunicazioni spettavano al governo federale:
"tutto il comportamento dell'Etiopia, coerentemente dalla premessa
da cui partiva, lasciava intendere che la federazione era poco più
di un espediente transitorio in vista del ricongiungimento alla madrepatria
di una terra irredenta e finalmente liberata"[5].
Infatti nel 1962 l'Etiopia annette forzatamente l'Eritrea come quattordicesima
provincia, facendo passare l'opposizione eritrea alla lotta armata in una
guerra che, suddivisa in due fasi, durerà trent'anni.
Nel 1974 ad Addis Abeba viene deposto Haile Selassie, e la nuova
autorità che prende il nome di Derg (consiglio amministrativo militare
provvisorio), nonostante professi la tutela di tutte le componenti etniche,
continua la guerra ampliandola alla Somalia. L'opposizione interna a Menghistu
cresce progressivamente con il prolungarsi della guerra e con il diffondersi
ovunque della fame, soprattutto tra gli Oromo (Oromo Liberation Front) e
gli abitanti della regione settentrionale del Tigray (Tigray People Liberation
Front, Tplf); l'opposizione in Eritrea nasce inizialmente con il Fronte
di Liberazione dell'Eritrea che verrà estromesso nel 1981 dal Fronte
Popolare per la Liberazione dell'Eritrea (Fple). Sia l'opposizione interna
che esterna hanno ispirazione socialista e contatti con vari fronti di liberazione
e movimenti antimperialisti. Prima del patto tra Menghistu e l'Unione Sovietica,
le guerriglie del nord ricevevano aiuti anche da alcuni paesi socialisti.
Negli anni '80 la carestia e la fame uccidono, secondo le stime ufficiali,
un milione di persone. In questa situazione il Derg entra in una crisi irreversibile,
perdendo completamente il poco di appoggio interno restato. Il colpo finale
al regime viene dalla perdita dell'appoggio dell'Unione Sovietica e di conseguenza
di Cuba. Il 21 maggio 1991 Menghistu fugge in Zimbabwe dove vive tuttora.
Solamente una settimana dopo Addis Abeba viene presa dal Tplf.
In Etiopia inizialmente sorge uno stato federale, che progressivamente perde
i propositi di rappresentatività a causa di una totale occupazione
dei centri nevralgici del potere da parte dei tigrini. In Eritrea la popolazione
ha decretato l'indipendenza del paese tramite un referendum tenutosi nell'aprile
1993.
L'Eritrea raggiunge la completa indipendenza con 40 anni di ritardo rispetto
alla data simbolica del 1960. I rapporti con l'Etiopia sono improntati,
sin dall'inizio, alla prospettiva di una politica di cooperazione dell'area:
moneta unica e porto franco per le merci destinate all'Etiopia, soprattutto
petrolio, dal porto di Assab. La situazione però è stabile
solo apparentemente, perché in realtà ci sono vari attriti
e questioni irrisolte, risalenti al periodo della lotta contro Menghistu,
come per esempio la spinta nazionalista dei tigrini nel volere ampliare
il territorio del Tigray.
Il presidente eritreo Isaias e quello etiopico Meles sono entrambi originari
del Tigray: questo caso singolare, a fronte di una eccezionale diversità
etnica dell'Etiopia, spiega il fatto che la transizione del 1991 sia stata
gestita pacificamente diffondendo ottimismo e fiducia riguardo allo sviluppo
dei due paesi. Tale ottimismo rappresenta tuttavia un errore di valutazione:
a ben vedere, i rapporti tra Fple e Tplf non sono sempre stati di progettualità
comune e di collaborazione, e spesso si dimentica che ci sono stati periodi
di aperta tensione ed episodi di ostilità. Analogamente la politica
estera dei paesi del Corno non è stata sempre di collaborazione:
l'Etiopia non ha mai nascosto di usare le alleanze con le potenze imperialiste,
mentre l'Eritrea ha avuto attriti diplomatici con Sudan, Yemen e Gibuti.
Cause della guerra: reali e funzionali.
Una guerra ha sempre delle cause reali, spiegabili tramite le decisioni
di chi la scatena e conduce, ma non sempre esse sono note e accessibili.
Le spiegazioni di una guerra che generalmente vengono fornite pubblicamente
appaiono funzionali alle classi dirigenti al potere. Quindi, riferendosi
ai principali protagonisti, i livelli di lettura di un conflitto sono almeno
due.
Rispetto a Etiopia ed Eritrea, la maggioranza dell'informazione italiana
non ha fatto questa valutazione, e ha tratto deduzioni incomplete. Molti
giornalisti, inviati, analisti, non riuscendo a dare una spiegazione sufficientemente
credibile della tragicità e dell'ampiezza dei combattimenti, hanno
ritenuto la guerra in atto assurda e inutile per le perdite rispetto alle
possibili conquiste. Giudizio frettoloso, errato e oltretutto razzistoide:
nessuno oserebbe sostenere questo, sempre che sia lecito il paragone, per
la partecipazione dell'Italia alla Grande Guerra, vista invece nel suo complesso
come tappa fondamentale della storia nazionale. Secondo le valutazioni dei
più, la motivazione scatenante i combattimenti nel Corno d'Africa
sarebbe, in ultima analisi, una disputa di confine, eredità del colonialismo
italiano e delle aspirazioni espansionistiche di Haile Selassie e Menghistu.
Gli stessi Meles e Isaias, del resto, nelle dichiarazioni hanno sempre fatto
riferimento ai confini. Gli eritrei si richiamano ad un patto tripartito
tra Italia, Francia e Inghilterra del 1906 [6].
Gli etiopici chiedono il mantenimento dei confini stabiliti dopo il 1991.
Questa interpretazione, tuttavia, non spiega l'intensificazione e l'ampliamento
degli scontri, e soprattutto non dà ragione della recrudescenza delle
rappresaglie avvenute dall'una e dall'altra parte.
L'attuale guerra è, per entrambi i contendenti, di carattere nazionale
e non semplicemente di confine. Le forze mobilitate coinvolgono tutta la
nazione nessuno escluso, dalle trincee del fronte alle retrovie e alle aree
interne. Nella guerra passata non c'erano due stati uno di fronte all'altro,
ma uno stato a cui si contrapponevano forze, a seconda dei punti di vista,
secessioniste o di liberazione. La guerra 1998-2000 è invece caratterizzata
da un inedito coinvolgimento della popolazione che ha sostenuto in maniera
piuttosto visibile la propria classe dirigente. Indubbiamente il consenso
verso le scelte belliciste e nazionaliste è cresciuto sia ad Asmara
che ad Addis Abeba. Con la guerra si è venuto a creare un processo
di nazionalizzazione del consenso che ha rafforzato i gruppi di potere,
fenomeno particolarmente favorevole a Meles Zenawi che per non essere definitivamente
estromesso si è alleato con le forze più nazionaliste del
Tplf.
Se valutiamo la guerra nazionale come fenomeno di consenso, appare chiaro
che la guerra non è altro che una appendice di questioni interne,
in altre parole viene usata unicamente come strumento per la risoluzione
di problemi interni. Se al risultato della pacificazione interna si somma
il fatto che con la guerra si può sconfiggere il proprio nemico,
risulta evidente il moderno progetto di egemonizzazione di una parte importante
dell'Africa portato avanti sia da Meles che da Isaias.
Il risvolto economico non manca nemmeno questa volta, ma poiché non
è credibile che verta sul territorio povero del Tigray, deve essere
individuato altrove e precisamente in due episodi specifici avvenuti nel
1997. Nel mese di luglio Asmara decide di rompere l'accordo che prevedeva
la moneta comune ed emette il nacfa, che non è convertibile
in Etiopia: questo nella prospettiva di completare il processo di identificazione
nazionale giunto, in maggio, ad un punto decisivo con l'entrata in vigore
della costituzione. Come reazione Addis Abeba smette di utilizzare il porto
franco di Assab e sposta tutto il traffico di merci e l'import di
petrolio nei paesi confinanti.
Questi due episodi sono significativi, tant'è che si sono consolidati
anche dopo la firma della pace il 12 dicembre 2000, anche se non devono
essere sopravvalutati. Il conio del nacfa non ha arrecato danni all'economia
etiopica a causa della crisi economica in corso in Eritrea, mentre il dirottamento
del traffico merci etiopico da Assab a Gibuti ha inciso negativamente in
Eritrea dove rimangono le infrastrutture inutilizzate. Il contenzioso economico
non sembra essere il movente principale della guerra, anche se ne è
certamente un elemento caratterizzante.
Fatte le dovute considerazioni, la guerra non può essere che la risultante
di concause identiche per entrambe le parti: l'egemonia nell'area spinta
dalle frange più nazionaliste, la questione monetaria e dei dazi,
la costruzione di un moderno stato nazionale. In Etiopia la guerra è
funzionale anche all'ottenimento del consenso, e quindi serve per la risoluzione
di problemi interni.
Evoluzione del conflitto
Primi sconfinamenti e fine della pace. Nel mese di luglio 1997
una pattuglia etiopica sconfina, in base a fonte eritrea, presso il paese
di Adi Muray ed instaura una nuova amministrazione. Il mese seguente nei
pressi di Badme viene intrapresa un'analoga iniziativa. Per risolvere questa
querelle, a partire da novembre viene istituita una commissione bilaterale[7] che però fallisce e la parola passa
definitivamente alle armi.
Il 6 maggio 1998 le armate eritree sconfinano e iniziano scontri prevalentemente
di posizione; il 31 attuano "una profonda penetrazione verso sud nella
parte contesa di Badme"[8] e gli spazi
di mediazione si riducono progressivamente. Il 5 giugno l'escalation
tocca l'apice con l'ingresso in guerra dell'aviazione. L'Etiopia nel
primo pomeriggio compie due raid aerei contro l'aeroporto di Asmara, i quali
vengono prontamente ripagati con un'incursione su Makalle, direzione di
marcia della penetrazione eritrea, in cui muoiono 48 persone, tra cui alcuni
bambini di una scuola. Gli etiopici giustificano l'attacco su Asmara sostenendo
di avere subito in precedenza un attacco non comunicato pubblicamente e
quindi di avere agito, a loro volta, come rappresaglia.
Il 9, il coinvolgimento di Zalambessa vede il fronte di fuoco allargarsi[9]. In questo caso sono gli etiopici ad attaccare
una città da poco occupata dagli eritrei, dove in passato convivevano
tutti, indistintamente dall'etnia, e che oggi vede ben 16.000 eritrei profughi[10]. Il 10 gli etiopici ampliano ulteriormente
il fronte indirizzando parte delle armate verso il porto di Assab, punto
strategico e ipotetico sbocco sul mare utile all'Etiopia. La reazione di
Asmara è immediata: un raid aereo colpisce la città di Adigrat
causando 4 morti.
Il sottosegretario italiano agli Esteri Rino Serri è costretto a
rimandare di due giorni un viaggio previsto per sostenere il progetto di
pace stilato dall'Organizzazione per l'Unità Africana e sostenuto
dai mediatori statunitensi e ruwandesi. La missione alla fine viene comunque
svolta e si conclude con un parziale successo dato che Etiopia ed Eritrea,
il 15 giugno, siglano una moratoria che, allo scopo di frenare l'escalation,
mette al bando i bombardamenti aerei e l'impiego dell'aviazione.
Dalla metà di giugno i combattimenti si fanno rari e prende piede
progressivamente la trattativa di pace. La parola passa alla diplomazia
e si conclude la prima fase della guerra caratterizzata da un momento iniziale
di modesta mobilità e penetrazione eritrea, seguito da una reazione
etiopica contenuta e infine da un consolidamento delle posizioni ottenute.
La pace definitiva però rimane un'illusione. Le armi smettono effettivamente
di sparare ed i più ottimisti sperano in una situazione in via di
assestamento, smentita a distanza di soli pochi mesi. La tregua corrisponde
alla stagione delle grandi piogge, in cui è difficile combattere
perché i movimenti sono rallentati. Come avvenuto varie volte nel
passato, i combattimenti vengono interrotti in attesa di uno slancio successivo
in un periodo in cui il territorio è più praticabile. L'opinione
pubblica ha sopravvalutato[11] una situazione
di stallo dipendente da decisioni strategiche e militari, e non da una pacificazione
in corso.
La seconda fase della guerra. La tregua dura complessivamente
8 mesi e i combattimenti ricominciano il 2 febbraio 1999. Gli etiopici attaccano
Badme impiegando anche elicotteri da guerra e aerei, e interrompendo così
la moratoria del 15 giugno 1998. La città viene conquistata, gli
eritrei arretrano di 10 chilometri, dopo 22 giorni di combattimenti in cui
muoiono complessivamente 22.000 soldati[12].
Asmara accetta il piano di pace che precedentemente aveva rifiutato, ma
a questo punto l'Etiopia non è più disposta al dialogo e prosegue
i combattimenti nei quali viene coinvolta anche la città di Tsorona.
Gradualmente l'intensità degli scontri aumenta con la ripresa a pieno
ritmo dei bombardamenti aerei: i Mig 23 etiopici in aprile bombardano Adi
Keih e Mendeferra[13], in giugno il porto
di Massaua[14].
In giugno, come l'anno precedente, gli scontri cessano per lasciare spazio
alla riorganizzazione delle posizioni. Eccezion fatta per qualche sporadico
scontro isolato, la tregua dura più a lungo di quella dell'anno precedente.
I combattimenti riprendono solamente nel maggio 2000. Riprende a lavorare
anche la diplomazia, ottenendo qualche risultato.
La presidenza di turno dell'Oua dal Ruanda passa all'Algeria, e diventa
così più credibile nel presentare un progetto di pace. Il
sostegno extra africano da parte degli Stati Uniti si riduce in favore di
un impegno dell'Unione europea che, a partire dal 22 novembre 1999, nomina
Rino Serri rappresentante speciale della presidenza europea. Gli incontri
tra la diplomazia riprendono, ma etiopici ed eritrei non si trovano ancora
d'accordo, modificano continuamente la loro idea riguardo al trattato di
pace, probabilmente nell'attesa di costruire appoggi e contatti internazionali.
La politica del bastone e della carota, espressa dai governanti del Corno
per tutta la durata del conflitto, è servita per il conseguimento
di risultati politici interni ed esteri piuttosto che per la conquista di
porzioni di territorio o la vittoria militare sul nemico.
La terza fase della guerra. La tensione rimane lungo tutto il
fronte, pronta ad esplodere e sempre ai massimi livelli nonostante la tregua.
Gli scontri riprendono temporaneamente presso Bure dove, il 23 febbraio
2000, rimangono sul terreno centinaia di morti. A questo episodio non seguono
altri fatti significativi per almeno altri tre mesi.
Le notizie riguardanti il Corno pubblicate dai giornali italiani, nei mesi
di aprile e maggio, sono quotidiane e denotano una crescita di interesse
dell'opinione pubblica sulla guerra in corso. Questo fenomeno è generalizzato
e non è unica caratteristica dei media italiani. A ben vedere non
si tratta tanto di notizie sulla guerra, quanto sulla carestia che affligge
una buona parte dell'Etiopia e le aree di confine con l'Eritrea. In sequenza
vengono trasmessi e pubblicati gli appelli e i dati di Onu, Oua e varie
organizzazioni non governative nonché le richieste di Isaias e Meles,
mentre la situazione diviene sempre più drammatica. Le cifre più
catastrofiche indicano in 8 milioni le persone che in Etiopia hanno bisogno
di aiuto, un milione di esse dipenderebbero completamente dagli aiuti internazionali,
mentre in Eritrea sarebbero 700.000 le persone a rischio, soprattutto tra
i profughi. Gli appelli vengono immediatamente accolti, anche se non completamente
soddisfatti nelle richieste. Gli Stati Uniti si impegnano ad inviare 400.000
tonnellate di aiuti, l'Unione europea altre 800.000 tonnellate[15].
I fatti che hanno portato alla fame sono così riassumibili: assenza
di piogge (causa non direttamente umana), conflitto (causa direttamente
umana), e migrazioni (causa direttamente umana). Indubbiamente la guerra
e le sue più immediate conseguenze su territorio e comunità,
cioè distruzioni e spostamenti di massa, sono evitabili e in questo
caso rappresentano l'esito di ben precise decisioni di due classi dirigenti.
In questa situazione vi sono alcuni paradossi nella politica di Meles, come
la spesa giornaliera di 1 milione di dollari per il sostentamento dei 400.000
militari, che nessuno pone come problema per la soluzione delle questioni
aperte (guerra e fame). Gli aiuti, in questa dinamica particolare non sono
stati preceduti da accordi o da condizioni poste ai contendenti, mentre
almeno una critica verso Meles doveva essere espressa. In caso contrario,
come ha scritto Giampaolo Calchi Novati "nessun aiuto è neutrale"[16]: la classe dirigente etiopica può
uscire vincente e rafforzata anche grazie agli aiuti in un momento che più
di crisi è di catastrofe. Inoltre, poiché i combattimenti
non vengono interrotti e gli aiuti passano per quei medesimi luoghi, va
da sé che le derrate alimentari vengano intercettate dai militari.
Al danno si aggiunge la beffa: la gente continua a morire di fame mentre
i militari, come spesso si è visto in passato, fanno incetta del
poco che c'è.
Del resto Meles, nonostante gli aiuti, non si è mosso minimamente
dalle proprie posizioni, è stato solamente in grado di fare richieste
e mai di fare concessioni. L'unica concessione di Meles è quella
di prendere parte a delle trattative conclusesi in un nulla di fatto: il
5 maggio ad Algeri falliscono gli incontri indiretti tenuti sotto l'egida
dell'Oua, nei giorni successivi cadono nel vuoto gli appelli di Richard
Holbrooke, inviato speciale dell'Onu che fa la spola tra l'Asmara, che chiede
un immediato cessate il fuoco e una successiva definizione degli accordi,
e Addis Abeba, che contesta l'assenza di un trattato vero e proprio e che
non è disposta a cedere sul piano militare.
Il 12 maggio l'Etiopia riprende i combattimenti su tutti e tre i fronti
aperti: Badme, Zalambessa e Bure. In occidente, dove le immagini della carestia
suscitano ancora l'interesse delle cronache, lo sgomento è totale,
soprattutto di fronte al forte sospetto che i mesi di tregua e l'uso politico
della carestia siano stati utilizzati per il riarmo, avvenuto tramite l'acquisto
di enormi quantitativi di armi dai paesi dell'est Europa[17].
In base a quanto pubblicato dal quotidiano Liberazione, "nei
dieci mesi di tregua nei combattimenti tra il 1999 e il 2000 l'Etiopia ha
comprato diversi Sukhoi 25, un aereo d'attacco. Il nuovo aereo russo ha
rappresentato una grossa innovazione tecnica rispetto ai Mig 21 e Mig 23
ricevuti in eredità del regime di Menghistu Haile Mariam. Entrambi
i paesi, secondo la Bbc, hanno poi acquistato elicotteri d'attacco, l'Eritrea
dall'Italia e l'Etiopia dalla Russia. Per quanto riguarda armi e munizioni
Asmara ha comprato dalla Bulgaria i lanciarazzi a canne multiple, conosciuti
come Organi di Stalin, mentre Addis Abeba si è rivolta a Sofia per
100 carri armato T-55 e a Pechino per le munizioni. La Francia ha fornito
all'Etiopia equipaggiamenti per le munizioni"[18].
La sera stessa del 12 maggio l'Onu, con la risoluzione 1297, intima di porre
fine ai combattimenti entro 72 ore, e con la risoluzione 1298 del 17 maggio
decide un embargo sulla vendita delle armi ai due paesi belligeranti[19]. Gli scontri proseguono incessantemente
mentre ad Addis Abeba, il 15 maggio, prende corpo una risposta popolare
senz'altro giostrata: circa 200.000 persone partecipano ad una manifestazione
anti Onu che, caratterizzata da contenuti anti occidentali, dirige la protesta
contro le ambasciate dei paesi favorevoli all'embargo sulla vendita delle
armi: Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada[20].
Se da un lato il governo di Meles prosegue lungo una linea bellicista criticabile
come folle, è pur vero che la popolazione non si oppone, anche se
si deve considerare che ad Addis Abeba città non c'è il medesimo
clima politico del resto del paese, e che in Etiopia attualmente vige un
duro stato di guerra in cui ogni episodio di dissenso viene represso ancora
più di quanto accade regolarmente.
Lo sfondamento etiopico avviene il 17 maggio presso la città di Barentù.
Il successo è coronato dall'abbandono da parte eritrea anche della
città di Agordat per concentrare in luoghi più difendibili
la difesa della capitale[21]. La ricaduta
della disfatta si ripercuote immediatamente sui civili che scappano dalle
zone di guerra in circa 100.000, e le cifre tendono progressivamente ad
aumentare perché sempre più persone sono coinvolte nella catastrofe.
Le fonti occidentali non forniscono comunque un quadro completo della situazione,
riportano numeri inventati, inutilmente ingigantiti, con la capacità
di raddoppiare nell'arco di un giorno.
Le devastazioni create dalla nuova avanzata etiopica portano alla mobilitazione
immediata gli eritrei in patria, il 22 maggio all'Asmara, e all'estero,
mentre sorgono appelli internazionali di solidarietà. Tutte le manifestazioni
chiedono la fine dei combattimenti. Già il 29 febbraio 2000 si tengono
dimostrazioni pubbliche e cortei in 52 città in tutto il mondo per
chiedere la pace dopo l'attacco etiopico a Bure[22].
Questa volta l'opinione pubblica viene coinvolta maggiormente.
L'Eritrea decide di riaprire il dialogo e accetta il ritiro, anche per evidenti
difficoltà militari, come richiesto dall'Oua e sostenuto da Rino
Serri, che si reca sia ad Addis Abeba che a l'Asmara. L'Etiopia invece,
pur disposta a riaprire il dialogo, non è disposta ad interrompere
i combattimenti. Gli incontri separati si aprono il 30 maggio ad Algeri,
in una situazione generale estremamente fragile, e un giorno in ritardo
a causa dei bombardamenti etiopici sull'aeroporto di Massaua del 29[23]. Inoltre vengono rinnovati gli attacchi sulla
città di Senafè, a soli 100 chilometri da Asmara. Sorprendentemente
l'Etiopia accetta un parziale ritiro delle truppe dal fronte occidentale:
la motivazione è che, con il ritiro eritreo, la necessità
di combattere su tale fronte è finita, e questo significa anche la
non accettazione del ritiro dalle altre aree ancora in guerra. L'eritrea
da parte sua sostiene di essere retrocessa dai luoghi contesi che aveva
occupato in precedenza[24]. Il clima complessivo
che circonda i colloqui è identico a quello già visto nelle
precedenti occasioni. Da parte etiopica si ripete la politica del bastone
e della carota, l'Eritrea in evidente difficoltà si presenta più
conciliante. I colloqui che precedono la firma della tregua, esito per nulla
scontato, durano 20 giorni ed hanno carattere provvisorio[25].
Ad Algeri il 18 giugno viene firmato l'Agreement of Cessation of Hostilities
between Ethiopia and Eritrea che stabilisce il ritiro di tutti e due
gli eserciti e la creazione di una zona cuscinetto di 20 chilometri proprio
nei territori contesi. In un secondo momento è previsto l'invio di
una missione militare esplorativa con lo scopo di sondare il terreno per
il successivo invio di un contingente militare Onu.
Con la firma di Algeri viene ripristinato uno status quo che in realtà
non coincide con la situazione precedente, perché nonostante il ritiro
degli eserciti è la popolazione tutta ad aver subito i danni maggiori
della guerra e delle sue conseguenze. Se nel passato le scelte bellicistiche
delle classi dirigenti dell'area non venivano necessariamente seguite dalla
popolazione, e sorgevano fronti di opposizione a carattere transnazionale
e internazionalista, dalla tragedia del 1998-2000 invece le masse escono
male, con un ruolo funzionale al progetto di stato nazionale ricercato sia
da Meles che da Isaias. Rispetto al passato, il nazionalismo si è
rafforzato, l'odio e il rancore verso i torti subiti oggi vengono attribuiti
all'una o all'altra parte contrapponendo anche le popolazioni, non completamente
a torto dato che esse hanno sostenuto i progetti egemonici dei relativi
governi.
Finita la guerra, le parti contano distruzioni, morti e profughi, corollario
di sempre di ogni guerra[26].
La missione Unmee dell'Onu[27].
Il 31 giugno il Consiglio di Sicurezza dell'Onu con la risoluzione 1312
dà il via alla United Nations Mission in Ethiopia and Eritrea
(Unmee), inizialmente composta da 100 cosiddetti osservatori militari. Il
9 agosto Kofi Annan raccomanda di innalzare il numero dei componenti la
missione fino a 4.200 militari, suddivisi in tre battaglioni di fanteria,
cosa che viene accolta dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 1320
del 15 settembre.
La durata della Unmee è relativamente breve, essa dovrebbe concludersi,
escludendo eventuali proroghe, il 31 marzo 2001. Il rappresentante di Kofi
Annan e capo della missione è Legwaila Joseph Legwaila del Botswana[28], il comandante delle forze è
l'olandese generale maggiore Patrick C. Cammaert[29].
Gli uomini di truppa, il personale medico, umanitario e i tecnici sono reclutati
nei seguenti paesi: Algeria, Argentina, Austria, Bangladesh, Canada, Cina,
Danimarca, Finlandia, Ghana, India, Italia, Giordania, Kenya, Malesia, Nepal,
Olanda, Nigeria, Norvegia, Perù, Polonia, Romania, Russia, Spagna,
Svezia, Svizzera, Tunisia, Turchia, Ucraina, Tanzania, Uruguay e Zambia.
Lo sviluppo della missione viene suddiviso in tre fasi distinte e propedeutiche
l'una all'altra: inizialmente è previsto l'invio di 4 ufficiali,
2 ad Addis Abeba e 2 ad Asmara, per valutare la fattibilità della
missione; successivamente entrerebbero in azione 100 osservatori militari
con il compito di bonificare il terreno dalle mine, di attivare le comunicazioni
e coordinare l'organizzazione, preparando così la terza fase caratterizzata
dall'arrivo di 4.200 soldati dell'Onu tra cui 200 osservatori militari.
La prima missione rappresentativa di Onu e Oua si reca nella regione, dal
4 al 18 luglio, per discutere con le parti in guerra. Il giudizio della
missione sulla tregua è positivo e l'Onu decide di passare alla seconda
fase della Unmee.
Il dispiegamento della seconda missione avviene il 22 settembre 2000: 8
gruppi per un totale di 40 osservatori vengono dislocati nei territori di
Eritrea ed Etiopia in maniera proporzionale[30].
I luoghi interessati dalla presenza degli osservatori in Etiopia sono Indra
Silase, Adigrat, Zalambessa e Manda, mentre in Eritrea sono Barentu, Adi
Quala, Adi Keih e Assab. Essi sono i luoghi di confine, rinominati Zona
di Sicurezza Temporanea (Tsz), dove si sono concentrati i combattimenti,
e l'Onu ha deciso di trasferire i componenti della Unmee. Una parte di questi
osservatori vengono immediatamente impiegati, essendo membri della United
Nation Mine Action Coordination Centre (Unmacc), nella bonifica del
terreno dalle mine antiuomo e anticarro. La HALO Trust che lavora per conto
dell'Onu trova alcune mine nei dintorni di Barentu, anticipo di altri ritrovamenti
che porteranno alla richiesta ufficiale, da parte dell'Onu, di restituzione
delle mappe da entrambi i paesi belligeranti. Inoltre vengono rinvenute
bombe aeree e d'artiglieria inesplose e munizioni cluster.
A metà novembre l'arrivo di 48 italiani, 60 canadesi e 21 militari
dei Forward Headquarters eleva a 130 gli osservatori e a 140 gli
uomini di truppa, mentre i paesi che compongono la Unmee da 22 passano a
27. Questo nuovo arrivo apre la terza fase della Unmee, il cui corso prosegue
in linea con le più rosee aspettative dato che solamente il 28 viene
riaperta la prima strada percorribile[31]
che passa per i 25 chilometri della Tsz. Lo stesso accade il 7 dicembre
con l'apertura della Assab-Manda e della Shambiko-Shiraro. Il 7 dicembre
viene diffusa la notizia che altri 2.000 soldati sono in procinto di partire,
il trasferimento delle rimanenti forze, e quindi l'inizio vero e proprio
della terza fase, viene previsto per la fine di gennaio 2001.
Il contingente italiano è composto da 200 uomini con il compito di
"assicurare il trasporto aereo di personale e rifornimenti, ricognizione
aerea lungo i confini anche con missioni di rilevamento fotografico che
dovranno servire alla demarcazione dei confini, evacuazione medica d'emergenza.
I carabinieri della Tuscania avranno compiti di polizia militare"[32].
La pace finale
La pace definitiva viene firmata ad Algeri il 12 dicembre 2000. L'Agreement
è suddiviso in sei punti che, in breve, prevedono il ristabilimento
della situazione ante 1998 tramite il ritiro definitivo degli eserciti,
l'insediamento di una missione Onu, il ritorno dei confini secondo quanto
stabilito dagli accordi del 1900, 1902 e 1908. L'unico modo previsto per
apportare una revisione a questi accordi è una commissione composta
da eritrei ed etiopici e membri della Unmee della durata di 45 giorni. In
caso di fallimento però la commissione potrebbe avere esito ancora
più contro producente che a lasciare la situazione invariata senza
discuterne.
La questione confinaria quindi non è stata risolta definitivamente
dall'Agreement e, fino a quando non lo sarà, potrà
essere sempre una facile leva propagandistica per scatenare nuove offensive
militari.
Regionalizzazione del conflitto
Il Corno d'Africa è stato storicamente un territorio di passaggio
e talvolta di scontro tra le culture araba e afro negroide[33].
Questa contrapposizione non è mai stata nettamente definita né
inscrivibile in stati nazione specifici, ma ha sempre assunto una caratteristica
transnazionale. Questo non significa che la lotta politica sia patrimonio
di pochi, e anche se fosse non è questo il punto. Direttamente possono
essere coinvolte meno persone, ma indirettamente, poiché il conflitto
tende ad allargarsi a macchia d'olio, è sempre più alto il
numero dei civili che soffrono.
Durante la seconda fase della guerra 1998-2000, un episodio riportato dalla
stampa italiana ha evidenziato la fragilità della situazione. In
maggio l'Eritrea invia in Somalia in aiuto di Hussein Aidia 700 ribelli
oromo, armi e mezzi blindati[34]. Un mese
dopo le truppe etiopiche, attuando una evidente rappresaglia, attaccano
la città somala di Baidoa controllata dalle milizie di Aidid[35]. Questo episodio viene usato da Asmara e
Addis Abeba per lo scambio di reciproche accuse.
Indipendentemente dai fatti specifici legati alla contingenza della guerra,
è un dato evidente che negli ultimi 3-4 anni nell'area del Corno
siano sorte e poi dissolte e ricomposte alleanze tra i vari paesi. Gli Stati
Uniti sono stati i protettori sia di Addis Abeba che di Asmara, ma non hanno
avuto la capacità, l'accortezza o l'aggressività necessarie
per intervenire sulle alleanze regionali che si sono sempre dimostrate in
costante fase di ridefinizione e ricomposizione, restando tuttora estremamente
fragili.
Dati i precedenti, il rischio reale per il Corno viene da un possibile coinvolgimento
di altri soggetti e dall'apertura di nuovi fronti. Dire che il Sudan, Gibuti
o la Somalia sono a rischio non è un'ipotesi assurda perché
i presupposti ci sono tutti, una volta valutata bene la situazione interna
e le alleanze nell'area e internazionali di Etiopia, Eritrea, Sudan, Gibuti
e Somalia. E' una fortuna che la guerra tra Etiopia e Eritrea non abbia
coinvolto altri paesi e che la regione sia rimasta, nel suo complesso, estranea
ai combattimenti. Un ampliamento del conflitto sarebbe stato, e lo sarebbe
ancora adesso, una catastrofe generale non solo per il Corno ma per tutto
il continente africano dove è attualmente in corso una guerra dalle
dimensioni continentali che si snoda lungo una ipotetica dorsale centro-africana.
Il collegamento del Corno con questa dorsale virtuale unirebbe territori
instabili (guerre civili e non, regimi dittatoriali, carestie eccetera)
in una linea di continuità tra Africa orientale e occidentale che
dividerebbe nettamente in due il continente.
Neoimperialismo straccione
Nell'ultimo trentennio l'Italia ha ripreso contatti e rapporti con le
ex colonie del Corno d'Africa soprattutto grazie alle politiche di cooperazione
allo sviluppo, che tuttavia hanno rappresentato una sciagurata strategia
di consolidamento della classe dirigente dell'area, oltre alla via più
veloce e sicura per riciclare come investimenti produttivi i fondi neri
provenienti dalla corruzione italiana, leggasi tangentopoli, che coinvolgeva
le cooperative o le finanziarie della Democrazia cristiana, del Partito
socialista italiano e del Partito comunista italiano.
Nel frattempo è cresciuta la vendita delle armi, più volte
camuffate come aiuto allo sviluppo. L'Italia, in questo, è maestra:
l'ammodernamento dei vecchi arsenali bellici per mezzo di apparecchiature
tecnologiche e sistemi integrati informatici sono il piatto forte del belpaese,
che prima giustifica questi interventi come funzionali, per esempio, all'uso
civile dell'aviazione, per accorgersi poi che i sistemi informatici non
servono soltanto per le rilevazioni geofisiche dall'alto, ma anche per meglio
scovare e bombardare i piccoli villaggi contadini.
Non c'è ombra di dubbio che l'Italia dal 1998 al 2000 abbia lautamente
fornito di armi sia l'Etiopia che l'Eritrea, ma è impossibile valutare
e quantificare questi movimenti appunto perché, spesso, le armi vengono
camuffate come aiuti allo sviluppo e gli esplosivi come materiale pirotecnico
per ludici fuochi d'artificio. È sufficiente comunque prendere atto
delle responsabilità italiane che, anche se minori, ci sono, come
del resto ci sono gli speculatori delle guerre: Aermacchi, Agusta, Finmeccanica
e una serie di altre fabbriche di morte che in un modo o nell'altro sono
proprietà della famiglia Agnelli. Ma è estremamente difficile
attribuire le responsabilità e trovare i nomi di coloro che lavorano
direttamente o indirettamente nel mercato delle armi. Questo è un
elemento sufficiente per avanzare l'ipotesi che le compiacenze con la Farnesina
siano numerosissime: dai permessi iniziali sulle vendite che lievitano,
ai saldi finali che non convincono mai, alle verifiche finali da cui gli
errori vengono sempre nascosti con abilità.
In Italia c'è ancora una borghesia monopolistica che ottiene profitti
dalla vendita delle armi, e quindi dalle guerre, dal sangue e dalle uccisioni
di massa. Questi affari vengono coperti dalla Farnesina in una continuità,
tra borghesia di stato e borghesia monopolistica, dalla quale non guadagnano
solamente i produttori di armi.