La capitale e l'amministrazione del PRD.
Per parlare e discutere seriamente di Messico (più precisamente degli
Stati Uniti Messicani) bisognerebbe sempre avere presente un dato politico-geografico
molto elementare e tuttavia molto importante: i confini attuali del Messico
superano di gran lunga quelli del Chiapas e arrivano molto più a
nord, più o meno dove cominciano gli Stati Uniti d'America (e forse
oltre...)[1]. E' un grande territorio,
un'immenso territorio, variamente popolato, variamente industrializzato,
variamente affamato; in generale variamente sconosciuto. Un quarto di tutti
i messicani, che sono in totale circa 90 milioni, vive a Città del
Messico. L'inurbamento massiccio di oltre 26 milioni di persone, che in
poche decine d'anni ha costruito la megalopoli più grande al mondo,
é la diretta conseguenza della assoluta miseria e disoccupazione
che dominano le campagne, dell'alto grado di sfruttamento del lavoro agricolo
legato all'esistenza di una potente classe di latifondisti (terratenientes
), dell'espropriazione terroristica delle terre comunitarie (cioé
distribuite e lavorate collettivamente nei comuni) da parte di questa stessa
classe con l'appoggio delle istituzioni federali, della mancata realizzazione
della riforma agraria, dello smantellamento (con il NAFTA-North American
Free Trade Agreement) delle conquiste che la rivoluzione aveva realizzato
per i campesinos .
L'esodo dalla campagna alla megalopoli ha fatto si che tutto intorno alla
città di cemento si sia formato un anello di lamiere e mattoni a
secco, senza alcun tipo di infrastruttura, una città-conglomerato
a forma di ciambella, senza centro e senza nome (perché formalmente
non fa parte di Città del Messico). Questa grande massa di baracche
e persone sopravviventi la chiamano "ciudad perdida ".
All'altissimo livello di disoccupazione metropolitana corrisponde un alto
grado di violenza e criminalità e la formazione di un vero e proprio
esercito di venditori ambulanti e lavoratori giornalieri autonomi (elettricisti,
idraulici, semplici manovali, ecc.) senza nessun tipo di garanzia o tutela.
La scorsa estate il governo della capitale é stato conquistato dalla
principale forza d'opposizione, il PRD (Partido Revolucionario Democratico),
dopo più di sessant'anni di egemonia del Partido Revolucionario Istitucional
(PRI).
Il leader del PRD, Cuauthemoc Cardenas, é diventato sindaco di Città
del Messico ed ha ereditato una metropoli disastrata da decenni di ruberie,
accaparramenti, urbanizzazione selvaggia. Ciò che ha guadagnato la
capitale, dopo questi primi mesi di amministrazione perredista, é
senza dubbio una preziosa agibilità democratica delle piazze e la
possibilità di dimostrare dissenso nei confronti del Governo Federale,
ma la condizione sociale e produttiva non accenna a nessun miglioramento.
E'chiaro come la sorte di una megalopoli di 26.000.000 di abitanti sia strettamente
legata alla condizione strutturale di tutto il Paese e nonstante ciò
né il PRD di Cardenas, né uno qualsiasi degli altri partiti
con registro elettorale, hanno nei loro programmi un progetto per rompere
con le privatizzazioni, la diminuzione dei servizi pubblici, la riduzione
dei salari reali, la riduzione del lavoro ad impiego temporaneo o a tempo
determinato, la distruzione dei contratti collettivi nazionali, l'aumento
dei carichi fiscali sui lavoratori, la deprotezione della terra comune a
tutto vantaggio dei consorzi transnazionali e conseguente deterioramento
del già pregiudicato mercato interno. Ed infatti, per opera della
stessa amministrazione perredista, a Città del Messico la privatizzazione
e la svendita dei servizi pubblici continua senza sosta.
A ben vedere, il PRD, che da noi viene considerato con grande enfasi come
una forza di sinistra, dal punto di vista delle politiche economiche si
pone in lineare continuità con il paradigma neoliberista ad un livello
tale da non mettere in discussione nemmeno il NAFTA, cioé l'accordo
commerciale che sta sottomettendo il Messico agli interessi delle multinazionali
Americane e che ha comportato l'avvio della privatizzazione della PEMEX,
l'industria petrolchimica nazionale.
Il PRD si costituisce nel 1988 per iniziativa di alcuni fuoriusciti dal
PRI e si consolida in tutti gli anni novanta grazie ad una straordinaria
inclusività che gli permette di integrare nel suo progetto gran parte
delle realtà di base messicane, organizzazioni campesine e indie.
Ora che il PRD sta puntando al governo federale tutta questa ricchezza di
esperienze di lotta confluite nel partito cominciano a diventare fortemente
scomode per la radicalità che continuano ad esprimere. Sono cominciate
le prime "purghe" e nel medesimo tempo i primi spostamenti di
area di alcuni funzionari priisti verso questo partito che già si
profila come vincente. Non a caso i rapporti tra PRD e il nostrano PDS si
sono sorprendentemente intensificati (date le singolari affinità
politiche) attraverso viaggi di delegazioni PDS a Città del Messico
e di delegazioni del PRD a Roma.
Considerando anche la congiuntura politica attuale, ciò permette
di avanzare alcune possibili considerazioni: Massimo D'Alema é vice-presidente
dell'Internazionale Socialista, non é da escludere che, all'interno
di questa, il modello neoliberista di centro-sinistra del PRD non possa
assumere, per l'America Latina, connotati paradigmatici continentali e che
nel frattempo, in virtù di questo rapporto privilegiato, il PDS possa
porsi come "testa di ponte" degli investimenti italiani ed europei
in Messico, all'interno di una politica di sganciamento dall'imperialismo
statunitense e di agganciamento a quello europeo che già si sta delineando.
Il sindacato corporativo e la lotta per la sua decorporativizzazione.
Come in uno stato fascista di tutto rispetto le organizzazioni sindacali
messicane furono corporativemente integrate nel processo di modernizzazione
industriale all'interno del progetto che il PRI mise in opera a partire
dal 1929. I sindacati, divisi in categorie, non godono di vita propria ma
ancora oggi sono l'appendice populista del PRI controllata direttamente
da suoi propri dirigenti, ed hanno il compito importante e delicato di fare
digerire ai propri iscritti le scelte strategiche e tattiche del governo
federale in materia di lavoro, privatizzazioni, politiche economiche.
All'interno del Sindacato Nazionale dei Lavoratori della Scuola (Confederacion
Nacional de los Trabajadores de la Escuela-CNTE) che presenta tutte le caratteristiche
sopra descritte e la cui segretaria nazionale é una intima amica
del presidente Zedillo, si é aperta una spaccatura nel corporativismo
monolitico che lo ha sempre contraddistinto. Ad opera del movimento magisteriale
dello stato di Oaxaca (sezione 22 del CNTE) questa spaccatura si é
concretizzata attraverso diciotto anni di lotta, repressione e desaparecidos,
nella conquista dell'indipendenza totale dalle direttive e dalla direzione
della segreteria nazionale controllata dal PRI. Ciò significa che
oggi la Sezione 22 dell'CNTE elegge suoi propri dirigenti (che restano
in carica due anni e poi tornano al lavoro senza più potersi ricandidare
alla direzione), porta avanti autonomamente le lotte contro la precarizzazione
del lavoro all'interno della struttura scolastica e contro la politica filo-governativa
della segreteria nazionale.
Lo stato di Oaxaca é prevalentemente rurale, disseminato di comunità
e villaggi molto piccoli e isolati (eccezione fatta per la omonima capitale)
in cui il ruolo sociale dei maestri di scuola é fondamentale, riconosciuto
e rispettato dagli stessi abitanti. Perciò la storia della Sezione
22 va ben oltre alle conquiste in materia di autonomia e organizzazione
sindacale: molti degli iscritti (in tutto 56.000-il più grande sindacato
dei maestri in America Latina) sono esponenti e rappresentanti di organizzazioni
campesine ed indie di tutto lo stato di Oaxaca; in questi ultimi diciotto
anni la lotta del movimento magisteriale si é così fusa con
le lotte per la terra costruendo una reciproca solidarietà, una importantissima
realtà di movimento in grado di mobilitare tutti gli strati popolari
dello stato. Questa forza imponente ha permesso sia al movimento magisteriale
sia al movimento campesino di sostenersi vicendevolmente contro la brutale
repressione del governo federale, di uscire dai rispettivi ambiti di lotta
per fondersi in una istanza estremamente radicale di lotta al sistema di
sfruttamento imposto dal capitalismo neoliberista. Decine di assassinii
politici, desaparecidos, detenzioni sommarie con l'accusa di essere integranti
dell'Ejercito Popular Revolucionario (EPR) non sono riuscite a disarticolare
questo movimento che anzi sta diventando esempio di lotta per altre sezioni
magisteriali dell'CNTE come quella dello stato di Michoacan e del Distretto
Federale.
Alla proposta del governatore dello stato di Oaxaca di scomunicare ufficialmente
l'EPR in cambio della cessazione della repressione nei suoi confronti (sic!)
il movimento magisteriale ha risposto che non é possibile scomunicare
un'organizzazione che nasce come risposta delle comunità indie e
campesine alla repressione messa in atto da latifondisi, gruppi paramilitari
e forze di polizia dello stato; negando con ciò la sua disponibilità
a sostenere la campagna governativa che mira a delegittimare la lotta armata
accusandola di essere terrorista e narco-trafficante.
Un atto di coraggio estremo questo, che si pone in perfetta coerenza con
la solidarietà fattiva e militante sempre concessa al movimento zapatista
dalla sua nascita sino alle ultime due mobilitazioni nazionali del 12 e
24 gennaio per le quali la Seccion 22 portò nello zocàlo di
Oaxaca oltre 60.000 persone.
La militarizzazione e la guerra a bassa intensità in Messico.
Per ciò che riguarda il Messico in questi ultimi anni il massacro
di Acteal é soltanto la punta di un iceberg. La violazione sistematica
dei diritti umani, gli omicidi politici, la repressione, la militarizzazione
del territorio, la guerra a bassa intensità sono una realtà
in buona parte del territorio messicano. In Chiapas attualmente é
concentrato il 25-30% delle forze dell'esercito federale messicano; ma i
militari e i poliziotti che occupano il territorio chiapaneco portano la
medesima divisa di altri militari e altri poliziotti che, altrettanto in
forze, torturano, ammazzano e reprimono comunità indie e campesine
in stati come Oaxaca e Guerrero.
Ad Aguas Blancas, in Guerrero, il 28 giugno 1995, furono assassinati dall'esercito
e dalla polizia giudiziaria 17 campesinos e e ne furono gravemente feriti
altri 30. Erano tutti appartenenti alla OCSS (Organizacion Campesina
Sierra Sur) ed erano tutti disarmati. Nemmeno per questo massacro esistono
ancora i responsabili e come per il Chiapas il governatore di questo stato
venne sostituito da un suo collega senza che il popolo potesse esprimere
un suo candidato attraverso elezioni democratiche.
Così risponde il governo messicano alle lotte per la terra che intere
comunità portano avanti contro lo strapotere e l'arroganza dei latifondisti
e dei loro eserciti privati che, purtroppo, non proliferano nel solo Chiapas.
In risposta al massacro di Aguas Blancas, compare nel giugno 1996 l'Ejercito
Popular Revolucionario (EPR), un'altra importante organizzazione politico-militare
che rivendica l'autodifesa armata per le comunità indie e campesine
e per le rispettive organizzazioni. Da allora, in Guerrero e Oaxaca come
in Chiapas per l'EZLN, l'esercito federale costituisce posti di blocco e
accampamenti militari, assedia intere comunità e municipi, procede
con la militarizzazione del territorio e con la strategia di guerra a bassa
intensità in appoggio agli interessi dei latifondisti e dei terratenientes.
In un documento della "Comision por la Verdad " (Commissione
per la Verità-organizzazione di Città del Messico che si occupa
di diritti umani) datato 6 gennaio, si denuncia la spinta militarizzazione
di questi stati con l'utilizzo di un equipaggiamento particolarmente sofisticato,
di nuovi apparati di comunicazione, carri armati, carri blindati e l'impiego
di corpi speciali ben addestrati; vengono inoltre segnalate la costituzione
e armamento di corpi paramilitari, l'aumento del numero di guardie bianche
pagate direttamente dai latifondisti e la presenza di agenti dell'FBI. Attraverso
la denuncia di ex-prigionieri politici, il documento ricostruisce la storia
della comunità india di San Augustin Loxicha, in Oaxaca. Minaccie
di morte, pestaggi, tortura attraverso asfissia e shock elettrici, interrogatori
in castigliano quando la maggior parte dei prigionieri, detenuti arbitrariamente,
comprende solamente lo zapoteco; "...La lingua castigliana in San Augustin
Loaxicha non solo é imposizione di potere ma anche l'imposizione
di una logica unica attraverso l'estremismo legalista. Lingua ragione e
legge si trasformano in impunità..."
Queste comunità sono accusate di essere basi d'appoggio dell'EPR
e simpatizzanti del FAC-MLN (coordinamento nazionale di organizzazioni indie,
campesine, autogestionarie e di lavoratori, presente in 27 stati messicani,
che, tra le altre cose combatte strenuamente per la scarcerazione di tutti
i prigionieri politici). La regione Loxicha é composta di 32 comunità
rurali con una popolazione di 35000 abitanti. L'80% di questi é analfabeta,
solo 7 delle 32 comunità sono parzialmente elettrificate, non esiste
acqua potabile, le strade sono impraticabili durante i periodi di pioggia,
in tutta la regione esiste una sola clinica sanitaria con un medico e una
infermiera e la mortalità alta é causata da malnutrizione
e malattie come anemie, diarrea, catarro. Decine e decine di membri di queste
comunità sono tuttora detenuti arbitrariamente in differenti carceri
di diversi stati del Messico perché lottano contro queste condizioni
di vita o perché sono sospettati di farlo. Il documento della Comision
por la Verdad si conclude con un chiaro "...no queremos otro Acteal
en Loxicha!..." .
Nel 1997 l'esercito e la polizia giudiziale hanno imprigionato 72 uomini,
ne hanno assassinati 8, desaparecidos 2, ne hanno detenuti arbitrariamente
e torturati altri 200. L'esercito, dopo avere compiuto 30 incursioni nelle
comunità indie, nel mese di febbraio ha piazzato un campo militare
con 2000 soldati a ridosso di esse. Da quasi un anno le mogli, le vedove
e i figli dei 72 prigionieri politici e degli assassinati sono in picchetto
ogni giorno davanti al palazzo del governo a Oaxaca per chiedere la scarcerazione
dei prigionieri politici, la fine della repressione della comunità
Loxicha, la punizione dei responsabili degli omicidi e delle torture. Grazie
alla solidarietà ed al sostegno logistico che la Seccion 22 sta dando
a questa lotta, i picchetti possono proseguire...nella totale indifferenza
dei turisti, del governatore, della stampa nazionale ed internazionale.
Tuttavia la repressione in Messico non finisce in Chiapas, Guerrero e Oaxaca,
ma continua nelle carceri di massima sicurezza dove 5000 compagni e compagne
di diverse organizzazioni politiche vengono sottoposti a tortura psicologica
e fisica, continua nel nord, nella fascia delle maquilladoras al confine
con gli Stati Uniti dove i "luchadores sociales" vengono minacciati
di morte e in alcuni casi assassinati da sicari al soldo dei padroni degli
impianti produttivi.
Il governo di Zedillo ha tutti gli interessi a fare sì che su tutto
ciò venga mantenuto il silenzio stampa, perché ridurre le
contraddizioni messicane alla sola questione chiapaneca e india gli permette
COMPLETA, ASSOLUTA LIBERTA' DI AZIONE nel resto del paese. Questo silenzio
informativo deve cessare perché la riduzione della realtà
messicana allo stato del Chiapas anche da parte di associazioni di solidarietà
e dalla totalità della stampa, si é già trasformata
in un contributo indiretto alla persecuzione criminale di militanti di organizzazioni
campesine, indie e operaie che operano su tutto il territorio messicano
e alla militarizzazione degli stati di Oaxaca e Guerrero.
Riconsiderare il Messico come Messico.
Alla luce di tutto ciò si tratta di considerare la congiuntura messicana
in modo più ampio e coraggioso rispetto a quanto fatto sinora dagli
organi d'informazione della sinistra. Ciò richiede, da parte di tutti,
un atteggiamento onesto e serio, libero dall'eterno settarismo tipico della
sinistra italiana, dalla mania di portare bandiere, dalla voglia di mistificare
esperienze e situazioni per colmare il proprio basso profilo teorico e di
prassi.
Il Messico é uno dei paesi latinoamericani dove maggiormente si svilupparono
le organizzazioni e le lotte campesine e dove la sinistra rivoluzionaria,
espressione diretta di queste lotte, non fu mai definitivamente disarticolata
dalla repressione terroristica del governo federale e delle classi possidenti.
Le guerriglie degli anni 60'-70' di Lucio Cabanas e Genaro Vasquez, l'esperienza
del Partido de los Pobres, la guerriglia urbana e il grande movimento studentesco
represso nel sangue nel 1968[2], le lotte
degli operai dell'industria estrattiva e il movimento magisteriale hanno
costruito una coscienza radicale e una esperienza di lotta che é
sopravvissuta agli anni 80' e ha avuto la forza di riorganizzarsi in questo
decennio in cui l'arroganza del capitalismo neoliberista ha aggiunto nuova
miseria alla misera realtà delle campagne e sta sgretolando pezzo
per pezzo ogni garanzia sociale per i lavoratori nel settore industriale
e pubblico.
E' una congiuntura, quella messicana, in cui la lotta, come già ho
dimostrato, si muove su diversi fronti[3]
e in diversi stati. A questa lotta si é aggiunta la rabbia e la voglia
estrema di liberazione degli indios messicani che rappresentano insieme
a tutte le minoranze indie del mondo una "sacca di resistenza"
contro cui si scaglia storicamente la necessità omologatrice del
capitale.
Tuttavia si continua a considerare il movimento zapatista del Chiapas come
la unica lotta degna di essere considerata, la unica degna di essere sostenuta
dalla solidarietà fattiva (e non soltanto da un vano riconoscimento
d'esistenza), non solo in Messico ma probabilmente in tutto il mondo.
E' necessario fare attenzione a non cadere nella tentazione di mistificare una questione di importanza politica cruciale in anni delicati come questi, teoricamente e pragmaticamente "fiacchi" e di grande (grave) avanzamento eurocentrico.
1-Bisognerebbe innanzi tutto mettere adeguatamente in luce il livello
di strumentalizzazione a cui l'EZLN é sottoposto da parte di diversi
settori politici italiani. Questa infatti credo che sia la più volgare
e la più indigeribile tra tutte le questioni legate oggi al Messico.
Ciò inoltre comporta non poche conseguenze, tra le quali, la più
importante, é il filtro informativo e ideologico che queste forze
impongono nella considerazione della situazione messicana.
Il PDS, che attraverso la voce autorevole dei suoi assessori più
in vista (come D'Alema e Fassino) ha in più occasioni ufficialmente
snobbato l'EZLN, dopo il massacro di Acteal (che non é passato inosservato
come altri recenti massacri) e dopo che questo é diventato un evento
politico internazionale ha preso a schierarsi ed adoperarsi per il rispetto
dei diritti umani in Chiapas e per il rispetto degli accordi di San Andrés
(accordi firmati tra governo federale e lo stesso snobbato EZLN). Del sangue
indio (di cui appunto trattano suddetti accordi), prima che questo diventasse
questione internazionale, rafforzando così il loro appoggio al PRD,
all'on. D'Alema e compagni non interessava poi molto. E nemmeno interessa
a questi campioni dei diritti umani (ne li scandalizza) il fatto che in
Croazia [4] domini un regime neo-fascista
dove non esiste spazio per nessun tipo di opposizione o azione sindacale
indipendente e dove i gruppi paramilitari Ustascia godono di generosa protezione
da parte del partito-stato di Tudjman[5].
E' evidente che per il PDS (e il governo Prodi) i diritti umani e le rispettive
violazioni hanno diversi pesi e diverse misure a seconda che abbiano una
immediata spendibilità politica e d'immagine (come per il Chiapas)
o che ad essi siano affiancati consistenti interessi nazionali (come per
la Croazia o per il Cile).
Altro caso interessante é quello del sindaco di Venezia Massimo Cacciari,
il quale ha manifestato con lettere e dichiarazioni (e delibere comunali)
una preziosa solidarietà all'EZLN e alla lotta contro il neo-liberismo
salvo poi lavorare alla costruzione di un trasversale "partito del
nord-est" insieme ad ex-leghisti come Rocchetta, ex-socialisti e alla
piccola-media imprenditoria della regione[6].
Che cosa centri l'Esercito Zapatista con la real-politik neo-liberista del
PDS e dell'attuale governo filo-americano (e generoso spalleggiatore della
NATO) o con il "Partito del Nord-Est" dei piccoli imprenditori
veneti e di Rocchetta nessuno, credo, potrà mai dirlo e solo accostare
queste sigle l'una alle altre dovrebbe farci accapponare la pelle. Da una
parte abbiamo l'espressione in carne e ossa, popolare, delle pulsioni antagoniste
al pensiero unico e a questo modello produttivo, dall'altra la strumentalizzazione
di questa lotta (e la sua riduzione a mera questione di diritti umani) per
fini completamente opposti.
2-L'informazione é una merce. Questa é una realtà
sotto gli occhi di tutti, e certo non é fenomeno nuovo. Come per
la produzione di qualsiasi altra merce, la produzione dell'informazione
deve misurarsi con un mercato già esistente. La produzione di informazione
può adeguarsi alla domanda informativa , non escludendo la possibilità
di modificarne anche gli indirizzi. La controinformazione, vitale "guerriglia"
culturale, operata dalla sinistra (non certo da tutta) aveva ed ha il senso
di fare fronte agli "omissis", alle falsificazioni, alle generalizzazioni
indebite dell'informazione mercificata. E' chiaro che la differenza sostanziale
tra informazione e contro-informazione non sta nell'utilizzo di canali di
distribuzione più o meno formali, più o meno informali, ma
bensì nella divergenza dei fini politici e degli interessi di chi
produce l'una e chi produce l'altra. Delle due, l'informazione mercificata
gode di una supremazia indiscussa (per i mezzi che detiene e per i gruppi
di potere che rappresenta) e può succedere che essa assorba un "mercato
informativo libero" aperto dall'azione della contro-informazione, può
succedere cioé che assorba (e quindi trasformi in merce) fatti e
questioni poste dall'attività contro-informativa. E non bisogna dimenticare
che la mercificazione delle informazioni porta inevitabilmente con sé
(volontariamente o involontariamente) una omologazione alle ideologie dominanti,
cioè alle ideologie che determinano la domanda informativa, della
merce informazione.
La questione in sé é molto più articolata, tuttavia
era necessaria una piccola puntualizzazione per inquadrare meglio l'oggetto
di questo articolo.
L'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e la situazione messicana
più in generale sono realtà che la contro-informazione e l'utilizzo
dei moderni mezzi di informazione hanno sottoposto alla nostra attenzione.
In circa quattro anni (cioé dalla comparsa dell'EZLN ad oggi) questa
contro-informazione sul Messico ha subito una grave battuta d'arresto, lasciando
che questo spazio importante venisse occupato dal "puro" mercato
dell'informazione il quale ha poi vincolato e incanalato la stessa attività
contro-informativa.
E' possibile accorgersene prendendo atto del fatto che il Messico stesso
é stato brutalmente ed indebitamente ridotto allo stato del Chiapas.
E' innegabile che oggi nella mente di molti di noi, alla parola Chiapas
si associa direttamente il Messico. Alla luce di quanto più sopra
esposto é inutile, credo, commentare le gravissime conseguenze che
ciò sta comportando per migliaia di indios, campesinos, lavoratori
organizzati e in lotta, nascosti dal silenzio stampa, abbandonati alla repressione
governativa e alla così detta guerra a bassa intensità che
si combatte anche fuori dal Chiapas, nel Messico tutto.
La seconda implicazione della attuale situazione informativa consiste nell'avere
trasformato la questione degli indios (del Chiapas) nella unica grande contraddizione
tra capitalismo e società messicana. In questa impostazione vengono
eliminate pressocché totalmente le condizioni di vita miserabili
di milioni di campesinos, la cavalcante precarizzazione della condizione
operaia, il 16,5% di disoccupazione, la gravissima condizione del sottoproletariato
urbano delle baraccopoli e diverse altre rilevanti questioni politico-strutturali.
Oltre al fatto che questa "riduzione" é esattamente la
strategia che sta seguendo il governo federale del PRI, ciò si pone
in perfetta sintonia con "l'ideologia del post" (-comunista, -industriale,
-89'), di fattura squisitamente occidentale (europea), che tende a negare
le contraddizioni di classe e ad abolire, teoricamente, l'esistenza delle
classi stesse riducendo tutta la faccenda ad una questione di "diritti
umani" od autonomie culturali violate.
La terza implicazione dell'arresto controinformativo é la mitizzazione
del "subcomandante" Marcos, del suo ruolo subordinato alle comunità
d'appoggio[7], la sua trasformazione in
eroe romantico. A ciò é corrisposta la totale assenza di una
storia, di un bilancio critico dell'attività e delle scelte dell'EZLN
dal 94' ad oggi. E' interessante notare, inoltre, come su questa esperienza,
che ha mutato non poco i propri indirizzi nell'arco di soli quattro anni,
siano state ricamate svariate teorie sulla novità organizzativa e
politica che l'EZLN esprime, sul valore paradigmatico che questa ha assunto
nell'epoca del post-. E' pure interessante scoprire che per avvallare queste
teorie e per rendere più digeribile a noi europei, grandi civilisti,
l'azione dello zapatismo é lecito pure sconvolgere la traduzione
di alcuni passaggi di comunicati ufficiali: al terzo punto della "Dichiarazione
di Guerra della Selva Lacandona" (gennaio 1994) la Comandancia General
dell'EZLN ordina ai propri reparti militari di "...condurre processi
sommari..." nei confronti di soldati dell'esercito federale o della
polizia politica che siano stati addestrati o pagati dallo straniero o che
abbiano maltrattato la popolazione civile; questo "...processi sommari..."
("...procesos sumarios..." nell'originale) diventa "...regolari
processi..." nel libro di Almeyra e D'Angelo, Chiapas-La rivolta
zapatista in Messico , ed. Datanews.
Il bilancio a cui facevo riferimento più sopra, non basato sui soli
documenti prodotti dallo stesso EZLN ma calato nella realtà sociale,
politica e strutturale di tutto il Messico permetterebbe di comprendere
meglio questo Paese e lo stesso movimento zapatista che rappresenta una
delle più importanti e determinanti forze in esso operanti. Conoscere
più a fondo questa organizzazione significa rilevare il fatto che
in soli quattro anni essa ha operato delle scelte strategiche, tattiche,
politiche ed ideologiche (ad esempio considerando il socialismo un'orizzonte
da rivendicare con un processo rivoluzionario nazionale come mezzo per raggiungerlo),
le ha successivamente abbandonate, ne ha intraprese delle altre. Qui la
questione non é essere teoricamente daccordo o meno su queste scelte,
é necessario e legittimo invece chiarirle e considerarle in un panorama
politico (quanto meno nazionale) che va ben oltre i confini chiapanechi,
ed é necessario valutarne le reali conseguenze.
Un dato di fatto di cui poco o nulla si discute e si sà é
che nell'elaborare l'attuale strategia, l'EZLN si é allontanato più
o meno ufficialmente da vasti settori organizzati delle comunità
campesine di molti stati messicani. L'esclusione operata in tal senso deriva
dal fatto che queste organizzazioni esprimono una radicalità ed un
contenuto rivendicativo che non si sono modificate in questi anni e che
non si possono conciliare con l'attuale strategia negoziale dell'EZ o comunque
rischiano di modificarne i contenuti e gli orientamenti. Negli ultimi due
anni ciò ha portato ad una situazione in apparenza contraddittoria:
da una parte il movimento zapatista si é fortemente regionalizzato[8] dall'altra ha guadagnato una grande considerazione
internazionale e l'appoggio diretto del PRD a livello nazionale. Le grandi
manifestazioni che il 12 e il 24 gennaio di quest'anno hanno portato in
piazza centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo hanno rappresentato
una grande dimostrazione di solidarietà al popolo chiapaneco e all'EZLN
(ponendo all'ordine del giorno una rinascita dell'internazionalismo); ma
contemporaneamente hanno contribuito a consolidare questo processo di regionalizzazione
dello stesso movimento zapatista e, più in generale, di contraddizioni
che non sono regionalizzabili né sul piano nazionale messicano né
a livello internazionale.
Il problema dell'informazione, tuttavia, non interessa soltanto il livello
internazionale o italiano, ma investe completamente anche il livello nazionale
messicano. Come già accennavo più sopra, nello stesso Messico
regna il silenzio stampa più assoluto sulle condizioni in cui versa
il paese e sui movimenti armati e non che vi operano.
Sulle pagine de "La Jornada", il più importante quotidiano
"indipendente" (praticamente controllato dal PRD), si può
leggere ogni giorno un comunicato o un'analisi del comandante Marcos, si
possono incontrare approfondimenti sulla situazione chiapaneca ma non si
trova assolutamente nulla di ciò che succede negli altri stati messicani,
niente sui Loxicha, niente sulla lotta della Seccion 22 (che ha esplicitamente
chiesto di essere presa in considerazione dal giornale il quale esplicitamente
gli ha risposto picche), niente, in generale, sulle lotte che non si svolgano
in Chiapas.
Una coincidenza? molto poco probabile e verrebbe da porsi la stessa domanda
per i quotidiani "indipendenti" o comunisti nostrani.
Ma il fatto forse più grave é il seguente: il comandante Marcos,
nonostante sia a perfetta conoscienza delle situazioni più sopra
descritte e del silenzio stampa che le copre, nonostante da queste abbia
sempre ricevuto solidarietà piena, alla luce del suo consolidato
potere mediatico che si concretizza in un rapporto diretto con la Jornada
e altri quotidiani e periodici internazionali, in nessun comunicato sta
solidarizzando con queste realtà extra-chiapaneche e non sta certo
contribuendo a rompere il silenzio stampa che le copre. Basterebbe solamente
un suo cenno (siamo a questi livelli) e questo cenno non arriva. Bisogna
prenderne atto e capirne le ragioni.
Alcune riflessioni, alcune preoccupazioni.
Il Chiapas versa in condizioni molto gravi. Le comunità indie nelle
zone del conflitto (soprattutto ad est dello stato) sono estremamente colpite
dalla repressione e dalla pressione militare di esercito, polizia, guardie
bianche e gruppi paramilitari. E' abbastanza evidente che l'EZLN non dispone
delle forze militari sufficienti per affrontare, da solo, un simile assedio.
Dopo la dichiarazione di guerra contro esercito e governo del gennaio 1994
l'idea che dall'estate di quello stesso anno ad oggi ha fondato le scelte
tattiche di questa forza é stata la negoziazione e la non belligeranza.
Questa linea si é concretizzata con gli accordi di San Andres, un
rapporto strettissimo con il PRD di Cardenas e una enorme comunicatività
verso l'esterno che ha permesso all'EZLN di tenere sempre discretamente
alta l'attenzione sul conflitto in Chiapas e sulla questione indigena che
in certe zone di questo stato é particolarmente drammatica. Ciò
nonostante la pressione militare da parte del governo federale si é
sempre più accresciuta ed é culminata con l'eccidio di Acteal.
La strategia governativa é chiara: prendere tempo, organizzare gruppi
paramilitari e metterli in azione per avere il pretesto di intervenire e
disarmare la zona. Una volta a ridosso delle comunità colpire direttamente
le persone appartenenti ai gruppi d'appoggio o tentare di corromperle, portare
servizi elementari (barbieri, infermerie, alimenti), mettere in atto forme
di guerra psicologica ed in questo modo avviare un lento e complesso processo
di disarticolazione dell'organizzazione senza l'impiego massiccio ed evidente
della violenza. Sono strategie statunitensi elaborate in decenni di reazione
militare, consulenza e appoggio a governi e dittature sanguinarie. E' tutto
scritto sui manuali della famosa Escuela de Las Americas, con sede Panama
e Stati Uniti dove continua a formarsi la crema degli ufficiali degli eserciti
latino-americani. E mentre qui si chiacchera sulla (presunta) fine di molte
cose ed esperienze, si sprecano opinioni di intellettuali ex-sessantottini
ed ex-settantasettini da bestseller Feltrinelli che straparlano a proposito
della fine delle loro illusioni, l'imperialismo e la reazione (che
nel frattempo hanno acquisito la lezione internazionalista del movimento
operaio) continuano la loro opera e il loro incessante, infaticabile lavoro.
E' il riflusso post-89 che si é sommato al riflusso degli anni ottanta.
Sono gli anni della società immateriale e della fine del lavoro,
nei quali non ha più senso pensare di strappare il potere ai potenti,
ai ceti politici, agli industriali, ai finanzieri: questi non si sa come
diventeranno più buoni o cederanno il passo alla nascente società
civile internazionale e alla buona coscienza democratica europeista (ed
eurocentrica).
Il comandante Marcos, attento com'é alla "cultura" europea,
tutto ciò lo conosce perfettamente ed ha cercato di incunearvisi.
C'é riuscito ma, come dicevo più sopra, l'impero e la reazione
non smettono di operare nonostante migliaia di giovani in tutto il mondo
indossino magliette con la sua faccia.
Ma perché questo contatto con la nuova cultura di sinistra fosse
proficuo era necessario adattarvisi, perché questa nuova cultura
di sinistra é esigente, escludente, intollerante ed ammette nel proprio
alveo autocentrato solamente chi parla come lei. Così anche lo zapatismo,
che per ogni messicano in lotta é sinonimo di rivoluzione (mozzata
con l'assassinio di Emiliano Zapata), é stata ricondotta in questo
alveo. Lo zapatismo della prima dichiarazione della selva Lacandona, la
dichiarazione di guerra contro lo stato, i suoi apparati, la sua dipendenza
dall'estero, male si conciliava con suddetta cultura. Per rivolgersi a questa
sinistra e al PRD, il comandante Marcos ha dovuto modificare linguaggio
e strategia. Ma questa strategia non sta pagando in termini concreti ne
per quel che riguarda la Liberazione Nazionale[9]
ne per ciò che riguarda l'oggetto del negoziato tra EZLN e governo
(cioé il miglioramento delle condizioni di vita materiale e culturale
delle comunità indie): si sono sopravvalutate politicamente sia le
relazioni mediatiche classiche come televisione e carta stampata che quelle
tecnologicamente avanzate (internet)[10];
é stata sopravvalutata la ricaduta del rapporto diretto con una non
meglio definita società civile internazionale e le sue rispettive
influenze sui governi di centro-sinistra (e la vera volontà politica
di questi) sia in termini politici che in termini concreti di lotta; é
stato sopravvalutato infine, il ruolo democratizzatore del PRD il quale,
appunto, non é riuscito ad intaccare il potere politico-militare
che detiene il PRI soprattutto a livello federale e, fatto di non secondaria
importanza, é un partito che pratica "democraticamente"
le ricette neoliberiste[11]. Il rapporto
con questi soggetti é passato necessariamente attraverso la esclusione
sia del movimento rivoluzionario messicano attivo al di fuori del Chiapas
sia di esperienze sindacali e autorganizzative molto importanti, che per
i progetti e i modi che esprimono teoricamente e fattivamente, non si risolvono
solamente nel rispetto dei diritti degli indios e nel negoziato per ottenerli.
Tale esclusione (che si manifesta con una scarsa solidarietà da parte
dell'EZLN verso l'esterno, non certo viceversa) e la mancanza di coordinamento
nazionale che ne consegue rappresenta proprio il miglior punto di forza
del governo di Zedillo; questo può eludere tutte le contraddizioni
non solo culturali ma strutturali, che si consumano a livello nazionale
e trattarle come sappiamo una per una, in silenzio, sotto banco, mentre
il Chiapas occupa tutta l'attenzione speculativa della merce informativa
e quindi della "società civile".
Questa situazione di grande isolamento reciproco, di mancanza di unità,
é fallimentare ed é sostenuta anche da chi, come il PRD (o
meglio, il ceto politico-imprenditoriale progressista che lo dirige) sta
godendo dei risultati della lotta di qualcun altro: "...senza il sollevamento
armato zapatista nel 1deg. gennaio 1994 e senza la insurrezione armata del
PDPR-EPR data a conoscere il 28 giugno 1996, nessun dialogo, nessuna apertura
né riforma politica si sarebbe aperta nel nostro paese. Non nei gradi
e nel tempo in cui detto processo si é dato..."[12].
La politica delle "sacche di resistenza" che si rispettano e si
guardano ma non si organizzano e non si coordinano é già fallita
nei fatti. Fare i conti con questa realtà non significa sostenere
che l'EZLN é fallito, perché non lo é affatto (e se
lo fosse verrebbe a mancare una parte consistente del movimento rivoluzionario
messicano). Questa coscienza non corrisponde nemmeno all'irrefrenabile voglia
di portare un'altra bandiera, di gridare un'altra sigla o di scovare un
altro comandante di cui innamorarsi. Si tratta piuttosto di aprire un canale
contro-informativo serio ed attento, non settario, che permetta un contatto
teorico e fattivo con la realtà messicana e con tutto il suo movimento.
Potrebbe essere compresa meglio e non ignorata la recente proposta che l'EPR
ha rivolto a tutte le forze popolari (in armi e non) per lanciare una campagna
insurrezionale per una nuova costituzione, una nuova assemblea costituente,
un nuovo patto sociale. Già ma forse é una proposta troppo
vecchia quella di vedere la partecipazione unitaria di un'enorme movimento
popolare fatto di campesinos, indios, lavoratori stanchi di subire repressione
e sfruttamento, alla costruzione di quell'alternativa economica politica
e sociale a cui accenna lo stesso comandante Marcos.
Il capitalismo, anch'esso molto vecchio e sempre coerente coi propri cicli
passati, sta progressivamente ri-trasformando le classi lavoratrici[13] in pura carne da produzione-valorizzazione-consumo
oltreché da cannone. Storia vecchia, appunto.
Vi é, per concludere, un altro fatto non secondario di cui bisogna
tenere conto, e cioé che alle richieste di cambiamento radicale (non
certo a quello democratico-umanitario dei centro-sinistra e rispettive società
civili) il sistema, il capitalismo neoliberista risponde in modo vecchio,
in realtà nell'unico modo con cui può rispondere: militarmente;
il movimento messicano, senza un coordinamento che sia anche militare, rischia
gravemente di essere sopraffatto e disarticolato. Ed in questo momento l'EZLN,
che ha il suo nucleo politico-militare-sociale localizzato in una precisa
regione, é una "sacca di resistenza" che si sta cacciando
in un "cul de sac" blindato e mortale.