LE MULTINAZIONALI E NOI.

(per un'inchiesta internazionale sulle multinazionali).

Il livello di sviluppo delle condizioni generali del capitalismo così bene espresse nel Manifesto Comunista del 1848 é altissimo. La così detta "globalizzazione" capitalista e la conseguente divisione del lavoro internazionale lo dimostrano. Le imprese multinazionali che sorsero come conseguenza del processo di concentrazione alla fine del 19deg. secolo (ad esempio: la Standard Oil negli anni '70 e la United Fruits negli '80) oggi esprimono un livello di sviluppo impressionante, per alcune di queste i fatturati sono più grandi di quelli di molti stati del mondo. Tutto ciò significa, molto semplicemente, che la produzione mondiale, in tutti i settori produttivi, sia di merci che di servizi, segue un processo di concentrazione; cioé sempre più la produzione mondiale é gestita direttamente o indirettamente da imprese multinazionali. Direttamente attraverso impianti di proprietà delle multinazionali stesse; indirettamente attraverso l'esternalizzazione ovvero attraverso un sistema di appalti e sub-appalti assegnati a piccole e medie imprese.
Non vogliamo, in questo momento approfondire l'analisi generale della questione; poiché questa sicuramente si arricchirà dei contributi che, di qui a breve, appariranno su Intermarx (senza contare quelli che vi sono già apparsi.
Quello che ci preme, come osservatorio internazionale, é segnalare e prendere atto della centralità della questione della concentrazione e delle imprese multinazionali in questo momento dello sviluppo capitalistico. Centralità che non é data da un generico interesse per un argomento piuttosto che per un'altro quanto perché é oggettiva la grande influenza, la grande fetta di potere economico e politico che le società multinazionali esprimono ed ESERCITANO. A tal punto da volere imporre e sancire anche giuridicamente, attraverso trattati internazionali come il MAI, questa loro supremazia. Non a caso, alle maggiori imprese multinazionali sono legati gli interessi delle maggiori e minori potenze capitalistiche mondiali con rispettivi eserciti.

Ma la questione delle multinazionali é centralissima anche e soprattutto da un'altro punto di vista, o meglio, dal nostro punto di vista: milioni (in numero sempre crescente) di lavoratori di differenti nazioni, non solamente lavorano nello stesso settore produttivo, ma hanno gli stessi padroni. I loro interessi di classe sono vincolati allo stesso consiglio di amministrazione e non certo alla loro nazionalità. L'internazionalismo proletario oltreché una buona aspirazione é una necessità oggettiva, oggi più che mai, per tutti questi lavoratori (non soltanto operai di fabbrica), per le organizzazioni che si danno e che si daranno. Chiaramente non si sta affermando qui l'esistenza di una già diffusa coscienza internazionalista tra questi lavoratori (anche perché ben altri sarebbero i rapporti di forza tra borghesia e classi lavoratrici, e ben diversi sarebbero le grandi centrali sindacali!); semmai si può affermare che se questa rinascita dell'internazionalismo avverrà, con molta probabilità, per le ragioni più sopra esposte, si svilupperà nei circuiti produttivi delle multinazionali. Non vogliamo introdurci in dibattiti sterili sull'implosione del capitalismo (siamo tuttavia certi che se il capitalismo non verrà sovvertito faremo tutti quanti -borghesi compresi- una brutta fine...), sulla sua crisi alle porte o cose simili. Il capitalismo é un sistema che uccide milioni di persone nei modi più disparati, é un sistema che scricchiola continuamente sotto i colpi di crisi ricorsive, le sue componenti sono bellicose e guerrafondaie...manca di equilibrio. Tuttavia questo sistema di dominio, sfruttamento, potere e controllo, si é mantenuto sempre in groppa, alternando la repressione fascista alla "concertazione" social-democratica, a seconda delle esigenze congiunturali e politiche. La fine del capitalismo e delle sue classi dominanti non crediamo potrà avvenire per morte naturale, come certo marxismo (ed un certo Marx) si immaginava, ma saranno i suoi antagonisti la ragione imposta di tale desiderabile fine. E in tutto ciò non vi é nessun automatismo. Il successo arriva se la lotta di classe saprà incunearsi nei punti deboli, nelle contraddizioni più stringenti. Quando nell'esperienza dei lavoratori la multinazionale appare per quello che é, cioé un dispositivo produttivo dispotico in grado di minacciare i suoi dipendenti mettendoli gli uni contro gli altri; quando dal loro posto nella piccola fabbrica come nel grande impianto just in time, riescono a ricostruire ed immaginarsi i fili (di classe) che li legano agli altri dipendenti negli altri paesi, e tutti i passaggi che li legano allo stesso consiglio di amministrazione, forse allora si crea una crepa in uno dei paradigmi portanti di questo periodo di fine-inizio secolo.
Le multinazionali, che controllano i punti nevralgici della produzione e dello sviluppo capitalistico, sono fortezze inespugnabili se si trovano di fronte grossi sindacati burocratizzati, venduti e "nazionalizzati" come i nostri (con tutto il rispetto per quella sparuta minoranza di compagni e compagne che dall'interno tentano di modificarli); ma sono dei grandi castelli di carta pesta se di fronte si trovano schierate coscienze e organizzazioni internazionaliste. Niente di nuovo l'internazionalismo, e tuttavia niente di più attuale e progredito.

Il contributo che potremmo offrire, fattivamente, a questo processo di ricomposizione di classe e ripresa di coscienza é una INCHIESTA, ambiziosa, collettiva e necessaria. Una inchiesta internazionale sulle multinazionali, i loro interessi, i loro impianti, i loro fatturati, la loro storia, la loro organizzazione del lavoro, la loro classe lavoratrice. Gli agenti di questa inchiesta? Saranno i compagni, ove presenti, che lavorano per queste imprese; saranno i centri di documentazione, saranno le organizzazioni internazionali (sindacali e non) con le quali abbiamo stretto dei contatti o abbiamo intenzione di farlo, saremo noi (Laura Fiocco, su questa stessa rivista ci offre un grossissimo contributo, anche metodologico, per ciò che riguarda la Fiat). Una ulteriore indicazione metodologica, non vincolante, ci arriva dai risultati del lavoro di Robert J. Antonio e Alessandro Bonanno pubblicati dalla rivista Alternative (n.1, maggio-giugno 1995, pag. 86-87) e che si possono ritrovare in questo osservatorio. Il lavoro sarà progressivo; sicuramente l'avviamento di una simile ricerca sarà lungo e, in un primo momento, un poco confuso. Saranno varie le forme con cui perverranno i contributi, perciò irrigidire l'impianto dell'inchiesta fissando già un metodo di lavoro ora ci sembra prematuro. Meglio accogliere e vagliare tutto il materiale in arrivo per poi realizzare le prime sistemazioni, catalogazioni, schematizzazioni.
L'obiettivo a medio termine, necessario per non perdersi nel "fine a se stesso", potrebbe essere quello di realizzare un archivio diviso per "dossier" di singole multinazionali; archivio tuttavia non blindato in comparti stagni (cioé chiuso nei singoli ambiti aziendali) ma in grado di gestire trasversalmente le informazioni (ad esempio, per settore produttivo, per singola merce, ecc.). Questi dossier dovranno avere la principale caratteristica di utilizzare un linguaggio chiaro e asciutto, affinché le informazioni in essi contenute possano essere consumate agilmente dai diretti interessati.

Questo é un invito circolare e già circolante anche in altre sedi nazionali ed internazionali. Ci impegnamo sin d'ora a segnalare con costanza lo stato dell'inchiesta; i primi risultati o singoli contributi potranno essere pubblicati oltreché da intermarx anche dal bollettino bimestrale del coordinamento Quemada e dalle numerose riviste con le cui redazioni vi sono già da ora ottimi rapporti di collaborazione (Guerre & Pace, AlternativeEuropa, Collegamenti Wobbly)