osservatorio internazionale

 

Convivere con la bomba?

di Angelo Baracca

 


articolo pubblicato in Guerre&Pace, marzo 2003

Mentre scriviamo queste note la spada di Damocle dell'attacco all'Iraq pende sulle nostre teste. Gli appigli per questo attacco si assottigliano sempre più, ma la fredda ragion di stato dell'ineffabile amministrazione Bush (o forse più le ragioni del petrolio e del complesso militare-industriale) punta inesorabilmente all'intervento. Che cosa può riservarci questa guerra?
Poco meno di un anno fa George W. Bush autorizzò la realizzazione di "mini bombe" nucleari, cioè di testate di potenza molto bassa, e altamente penetranti, ossia capaci di penetrare molto profondamente nel terreno (300 metri di granito) prima di esplodere, in modo da distruggere rifugi sotterranei rinforzati. Questa proposta era nell'aria da alcuni anni ed era stata avanzata anche in Russia: evidentemente i grandi laboratori militari vi stavano lavorando attivamente (vi lavorano anche la Francia e la Gran Bretagna; chissà la Cina!), e probabilmente Bush non ha fatto altro che ratificarla; forse non si poteva aspettare oltre, per una serie di motivi. Allo stesso tempo il Pentagono includeva esplicitamente l'"attacco preventivo" tra le proprie opzioni. In un precedente articolo (Ritorna l'incubo nucleare, di A. Baracca, "Guerre&Pace", n. 93) abbiamo discusso i grandi progetti degli Stati uniti per rinnovare il proprio arsenale nucleare: ma riteniamo necessario ritornare sul tema per esaminare altre novità e altri dubbi ancora più inquietanti!

Inquietanti esperimenti di guerra

Che cosa bolle realmente in pentola? Naturalmente è estremamente difficile dirlo, dato che le informazioni importanti sono coperte dal più ferreo segreto. Però si può, e si deve, fare qualche considerazione e illazione, perché è altamente possibile che stia avvenendo qualcosa di estremamente grave, di cui non siamo né informati né coscienti.
Le guerre sono sempre occasioni per sperimentare nuove armi e nuove tecniche militari: tanto più oggi, quando la fine della Guerra fredda e dell'equilibrio che bene o male l'aveva sottesa ha lasciato il posto al dominio incontrastato unipolare. Non sappiamo esattamente quante e quali nuove armi il Pentagono abbia sperimentato nelle guerre dell'ultimo decennio: ne conosciamo alcune, ma non ne sappiamo tutte le caratteristiche e gli effetti (v., ad esempio, Gordon Poole, Afghanistan: poligono sperimentale Usa, "Guerre&Pace", n. 95). Sicuramente gli Stati uniti le hanno usate anche per saggiare le reazioni internazionali: per quanto illimitata sia la loro protervia, devono in qualche modo tenerne conto.
Sicuramente c'è stata la nuova forma di guerra chimica costituita dai bombardamenti delle fabbriche di Pancevo e Novy Sad; e sicuramente c'è stato l'uso massiccio delle munizioni a uranio depleto, che come minimo costituiscono una forma di "guerra radiologica". In entrambi i casi Washington ha potuto verificare che le reazioni internazionali sono state molto deboli, per non dire nulle, almeno a livello diplomatico ufficiale, malgrado gli effetti disastrosi, generalizzati e a lungo termine che entrambi gli interventi dimostrano sulle popolazioni locali e sugli stessi veterani americani e britannici (ma anche sui militari dei contingenti europei) esposti; effetti coperti dal vergognoso silenzio e dalla colpevole complicità degli organi di (dis)informazione.
C'è però qualcosa di inquietante nel fatto che gli Stati uniti abbiano atteso la caduta dell'Unione sovietica per utilizzare una tecnologia militare come le munizioni a uranio depleto, che sicuramente era stata sviluppata da molto tempo ed era posseduta anche da Mosca e da altri paesi. È veramente possibile che gli effetti deleteri, diffusi e a lungo termine di queste armi siano dovuti alla sola bassa radioattività dell'uranio, pur se volatilizzato nell'ambiente dall'esplosione piroforica e quindi inalato e trasmesso alla catena alimentare? (Anche tenendo conto che probabilmente altri fattori hanno contribuito alla "sindrome del Golfo", come le vaccinazioni e l'uso segreto di armi chimiche). Anche perché vi sono testimonianze che i carri armati iracheni colpiti non fossero semplicemente perforati, ma deformati e distrutti come se fosse avvenuto qualche tipo di esplosione ben più violenta di quella semplicemente piroforica; e che sembrerebbe inoltre aver lasciato una forte radioattività, superiore a quella attribuibile all'uranio, ma che non si è mai consentito di verificare. Ma questo non è il solo interrogativo inquietante.

Microbombe nucleari

Un altro insegnamento delle guerre dell'ultimo decennio è che gli esplosivi convenzionali trasportati da proiettili di alta precisione comportano un rapporto costo-effetto molto alto. Spesso è necessario più di un vettore per distruggere un obiettivo: sarebbe molto più conveniente poter armare queste munizioni con un esplosivo più potente, ma una testata nucleare - la cui potenza si misura in kiloton, ossia migliaia di tonnellate di esplosivo convenzionale equivalente - sarebbe sproporzionata per colpire un rifugio, o una carro armato, o un obiettivo comune; e i suoi effetti a lungo termine renderebbero difficili le successive operazioni militari, o l'occupazione del territorio. Questo è indubbiamente uno dei motivi che spinge alla ricerca per realizzare testate nucleari di bassa potenza (low yeld warheads, o mini-nukes).
La miniaturizzazione delle armi nucleari è pericolosissima: in particolare tende a cancellare la distinzione tradizionale tra armi nucleari e armi convenzionali, e a legittimare l'uso delle prime nelle comuni operazioni militari; mentre gli sviluppi esasperati delle armi convenzionali ad alta tecnologia tendono, per parte loro, a coprire alcuni degli effetti e degli usi riservati in passato alle armi nucleari.
Un recente articolo di Andrè Gsponer analizza l'invenzione e lo sviluppo, nei grandi laboratori militari, delle tecniche rivoluzionarie che vanno sotto il nome di nanotecnologia, e le innovazioni che queste possono portare tanto alle armi convenzionali, quanto alle armi nucleari, sia al perfezionamento di quelle esistenti che alla realizzazione di una "quarta generazione" di testate nucleari. La nanotecnologia riesce a controllare strutture di dimensioni dell'ordine di 10-9 metri (un milionesimo di millimetro), comprendenti pochi atomi: un fattore mille in più rispetto alla tecnologia precedente (ad esempio la "microelettronica"), che era arrivata a controllare dimensioni dell'ordine di 10-6 metri, comprendenti un numero di atomi dell'ordine del migliaio.
Componenti miniaturizzate a questo livello presentano anche caratteristiche eccezionali di resistenza meccanica, oltre che di risposta. Le innovazioni più importanti che questa tecnologia consente nel settore delle armi convenzionali consistono in componenti quali sensori di alte sensibilità e prestazioni, trasduttori, inneschi e componenti elettroniche. Il miglioramento delle testate nucleari esistenti può giovarsi, tra molte cose, di micromeccanismi di carica e di innesco estremamente resistenti, necessari tanto per proiettili nucleari di artiglieria, come per testate che debbano esplodere dopo avere penetrato in profondità nel terreno, che devono quindi resistere ad accelerazioni e condizioni di tensione estreme.

La quarta generazione di bombe

Ma le applicazioni più rivoluzionarie riguardano il progetto di testate nucleari nuove "di quarta generazione", miniaturizzate: si parla di potenze comprese tra alcuni chilogrammi e alcune tonnellate di esplosivo convenzionale equivalente, vale a dire tra 100 e 1000 volte più basse delle potenze delle testate attuali. Armi di questo tipo si potrebbero sviluppare senza violare formalmente il Ctbt (Comprehensive Test Ban Treaty, il bando dei test nucleari), utilizzando le simulazioni e le complesse strutture come la National Ignition Facility negli Stati uniti e Mègajioule in Francia (che utilizzeranno rispettivamente 192 e 240 laser per riprodurre le condizioni fisiche di una esplosione termonucleare). Sembra che si sia riconosciuto che è più facile realizzare una "micro-fusione" che una "micro-fissione" nucleare: la prima presenta anche il vantaggio di generare una minore radioattività. Si ipotizza l'esplosione termonucleare di una miscela di deuterio-trizio di peso e dimensioni di alcuni chilogrammi e litri: coloro che propongono queste armi le definirebbero armi nucleari "pulite", tracciando un parallelo con le munizioni a uranio depleto.
È opportuno aggiungere che queste ricerche, o queste realizzazioni, non sarebbero circoscritte agli Usa, visti i progetti almeno di Parigi e Londra (se non quelli di Mosca e Pechino).

L'"evoluzione delle bombe"

Se queste notizie sono degne di fede, si aprono ulteriori pesanti e inquietanti interrogativi. Richiamiamo brevemente alcune nozioni di base riguardanti le armi nucleari.
Vi sono in primo luogo le bombe a fissione (di prima generazione), che utilizzano il processo in cui un nucleo di Uranio-235 (U), o di Plutonio-239 (Pu), assorbe un neutrone e si scinde in due nuclei, più l'emissione di 2 o 3 neutroni e di una quantità relativamente molto grande di energia (dell'ordine di un milione di volte quella liberata in un processo chimico). Se più di uno, in media, dei neutroni emessi nelle fissioni produce un'altra fissione prima di sfuggire dalla massa dell'esplosivo di U o di Pu, si produce una reazione a catena: perché ciò avvenga è necessario che questa massa non sia inferiore a una "massa critica". Il valore di questa massa critica dipende da molti fattori, come il grado di arricchimento dell'esplosivo, la struttura della bomba, la configurazione dell'esplosivo, il meccanismo di innesco ecc. Tutto è naturalmente segreto, ma la massa critica è dell'ordine dei chilogrammi.
Vi sono poi le bombe a fusione (di seconda generazione, "bomba H"), che utilizzano il processo inverso: due nuclei leggeri si fondono in un unico nucleo, con l'emissione di una grande quantità di energia, ed eventualmente di qualche altra particella (neutroni, a seconda dei nuclei che si fondono). Perché due nuclei possano fondersi, essi devono avvicinarsi moltissimo, vincendo la repulsione elettrica dovuta alla loro carica positiva: questo avviene quando la sostanza che contiene i nuclei raggiunge temperature dell'ordine del milione di gradi. Una tale temperatura regna ordinariamente all'interno delle stelle (che traggono da questi processi nucleari l'energia che emettono, e che le fa evolvere), ma nel caso delle bombe viene generata dall'esplosione di una bomba a fissione: queste bombe sono quindi sempre bombe a fissione-fusione (o termonucleari). Dopo Ctbt del 1996 si stanno mettendo a punto le citate tecniche di simulazione e le strutture per riprodurre le condizioni di un'esplosione termonucleare.
Non abbiamo richiamato queste nozioni per nulla, giacché ne segue una conseguenza importante. In entrambe le bombe tradizionali è necessaria una massa critica minima di esplosivo della fissione: pertanto la potenza di queste bombe non può essere abbassata al di sotto di un certo limite, certamente superiore alla tonnellata, o alla decina di tonnellate equivalenti di esplosivo chimico di cui si parla per le mini-nukes.

Ma che cosa stanno preparando?

A questo punto sono chiari gli interrogativi che devono inquietarci.
In primo luogo, quali nuovi meccanismi, o processi sono stati inventati e messi a punto per innescare la fusione nucleare di una piccola miscela di deuterio-trizio? L'innesco per mezzo della fissione richiederebbe una massa critica di U o Pu e alzerebbe inevitabilmente la potenza esplosiva all'ordine dei kiloton. Si parla di un innesco mediante un "superlaser": sarebbe un'enorme innovazione capace di generrae potenze fino a un milione di volte superiori a quelle generate dai laser ordinari.
Ma è credibile che esista una siffatta apparecchiatura capace di innescare la mini-bomba? Abbiamo accennato all'enorme complessità delle strutture che si stanno costruendo per riprodurre le condizioni di un'esplosione termonucleare: sembra più plausibile che l'innesco laser venga utilizzato piuttosto per la sperimentazione di queste testate di quarta generazione. Anche perché non si vede come potrebbe un simile apparato venire incorporato in una testata che dovrebbe avere anche peso e dimensioni molto piccoli. Questo stesso ragionamento si applica ad altri dispositivi di innesco di simili condizioni estreme che possano essere stati inventati e realizzati.
Appare più plausibile ipotizzare la scoperta e la realizzazione di qualche processo nucleare di tipo nuovo nella materia condensata, che si inneschi cioè spontaneamente all'interno stesso della piccola quantità di "esplosivo" nucleare: un siffatto processo non rientrerebbe nel corpo delle conoscenze fisiche acquisite e riconosciute. Questa eventualità rende ancora più difficile discutere questi aspetti, data la pervicacia con cui la comunità scientifica si abbarbica alle conoscenze riconosciute, sulle quali basa la sua autorità e il suo potere, negando qualsiasi nuova conoscenza che non rientri in esse. Senza dubbio i laboratori militari sono molto più spregiudicati, ma certo non ci vengono a raccontare le loro scoperte e realizzazioni! (I militari americani, e probabilmente anche i sovietici, fanno ricerche - non si sa mai! - perfino sugli Ufo, un concetto che eminenti scienziati combattono come una credenza fantascientifica). Siamo quindi necessariamente nel campo delle speculazioni. Si possono certo liquidare tutte le considerazioni precedenti come pura fantasia: ma mi pare che sarebbe come mettere la testa sotto la sabbia.

Pretendere delle risposte

Si aggiungono però, a mio avviso, ulteriori interrogativi, anche più inquietanti.
Se Bush ha autorizzato la realizzazione delle mini-nukes la loro fattibilità deve già essere stata provata, o addirittura esse devono già esistere, almeno come prototipi: gli eventuali test, di bassissima potenza, non avrebbero violato il Ctbt e le strutture come la National Ignition Facility e Mègajoule sarebbero destinate al loro perfezionamento. Ai primi di febbraio Bush ha dichiarato: "Stiamo realizzando nuove testate di piccola potenza per distruggere bersagli profondi". Questo significa che già ci sono! E per un bersaglio di questo tipo non può trattarsi delle testate tradizionali. Allora ci si può chiedere se nelle guerre dell'ultimo decennio non siano state sperimentate proprio queste nuove armi segrete, e gli effetti deleteri che vediamo (e che si fa di tutto per negare e occultare) non siano dovuti ad esse. Forse non si tratta dell'uranio depleto; oppure potrebbe trattarsi proprio di quello, e in tal caso la struttura delle munizioni e il loro meccanismo distruttivo sarebbero completamente diversi da come si dice. Certo si spiegherebbero molte cose, che a chi scrive non sembrano spiegate in modo soddisfacente.
Sia come sia, credo che non possiamo semplicemente ignorare certi interrogativi e che dobbiamo porre con nuova forza il problema e pretendere delle risposte, prima che ci troviamo letteralmente immersi in una guerra nucleare senza neppure accorgercene! Una volta si diceva: "Meglio attivi oggi che radioattivi domani".

(Ringraziamenti dell'autore a Emilio Del Giudice per l'illuminante discussione su questi argomenti e a Mauro Cristaldi ed Edoardo Magnone per la collaborazione)

FONTI:

www.enn.com/news/wire-stories/2002/11/11052002/ap_48881.asp;

www.reutershealth.com/en/index/html;

http://jama.ama-assn.org/issues/v288n10/ffull/jlf20033.html;

www.nlm.nih.gov/medlineplus/news/fullstory_10239.html;

http://www.eoslifework.co.uk/du2012.htm;

http//www.eoslifework.co.uk/u232.htm; http://www.cursor.org/stories/uranium.htm;

Tom Squitieri, Usa Today, 11.12.2002;

Jean-Pierre Benjamin, 1999 - Iraq, L'Apocalisse, Edizioni Andromeda, Bologna;

André Gsponer, From the Lab to the Battlefield? Nanotechnology and Fourth-Generation nuclear weapons, "Disarmament Diplomacy", n. 67, ottobre-novembre 2002, http://www.acronym.org.uk/dd/dd67/67op1.htm; http://arxiv.org/abs/physics/0210071;

Luc Allemand, Mégajoule: le plus gros laser du monde, "La Recherche", N. 360, January 2003.