Mentre scriviamo queste note la spada di Damocle dell'attacco all'Iraq
pende sulle nostre teste. Gli appigli per questo attacco si assottigliano
sempre più, ma la fredda ragion di stato dell'ineffabile amministrazione
Bush (o forse più le ragioni del petrolio e del complesso militare-industriale)
punta inesorabilmente all'intervento. Che cosa può riservarci questa
guerra?
Poco meno di un anno fa George W. Bush autorizzò la realizzazione
di "mini bombe" nucleari, cioè di testate di potenza molto
bassa, e altamente penetranti, ossia capaci di penetrare molto profondamente
nel terreno (300 metri di granito) prima di esplodere, in modo da distruggere
rifugi sotterranei rinforzati. Questa proposta era nell'aria da alcuni anni
ed era stata avanzata anche in Russia: evidentemente i grandi laboratori
militari vi stavano lavorando attivamente (vi lavorano anche la Francia
e la Gran Bretagna; chissà la Cina!), e probabilmente Bush non ha
fatto altro che ratificarla; forse non si poteva aspettare oltre, per una
serie di motivi. Allo stesso tempo il Pentagono includeva esplicitamente
l'"attacco preventivo" tra le proprie opzioni. In un precedente
articolo (Ritorna l'incubo
nucleare, di A. Baracca, "Guerre&Pace", n. 93) abbiamo
discusso i grandi progetti degli Stati uniti per rinnovare il proprio arsenale
nucleare: ma riteniamo necessario ritornare sul tema per esaminare altre
novità e altri dubbi ancora più inquietanti!
Inquietanti esperimenti di guerra
Che cosa bolle realmente in pentola? Naturalmente è estremamente
difficile dirlo, dato che le informazioni importanti sono coperte dal più
ferreo segreto. Però si può, e si deve, fare qualche considerazione
e illazione, perché è altamente possibile che stia avvenendo
qualcosa di estremamente grave, di cui non siamo né informati né
coscienti.
Le guerre sono sempre occasioni per sperimentare nuove armi e nuove tecniche
militari: tanto più oggi, quando la fine della Guerra fredda e dell'equilibrio
che bene o male l'aveva sottesa ha lasciato il posto al dominio incontrastato
unipolare. Non sappiamo esattamente quante e quali nuove armi il Pentagono
abbia sperimentato nelle guerre dell'ultimo decennio: ne conosciamo alcune,
ma non ne sappiamo tutte le caratteristiche e gli effetti (v., ad esempio,
Gordon Poole, Afghanistan: poligono sperimentale Usa, "Guerre&Pace",
n. 95). Sicuramente gli Stati uniti le hanno usate anche per saggiare le
reazioni internazionali: per quanto illimitata sia la loro protervia, devono
in qualche modo tenerne conto.
Sicuramente c'è stata la nuova forma di guerra chimica costituita
dai bombardamenti delle fabbriche di Pancevo e Novy Sad; e sicuramente c'è
stato l'uso massiccio delle munizioni a uranio depleto, che come minimo
costituiscono una forma di "guerra radiologica". In entrambi i
casi Washington ha potuto verificare che le reazioni internazionali sono
state molto deboli, per non dire nulle, almeno a livello diplomatico ufficiale,
malgrado gli effetti disastrosi, generalizzati e a lungo termine che entrambi
gli interventi dimostrano sulle popolazioni locali e sugli stessi veterani
americani e britannici (ma anche sui militari dei contingenti europei) esposti;
effetti coperti dal vergognoso silenzio e dalla colpevole complicità
degli organi di (dis)informazione.
C'è però qualcosa di inquietante nel fatto che gli Stati uniti
abbiano atteso la caduta dell'Unione sovietica per utilizzare una tecnologia
militare come le munizioni a uranio depleto, che sicuramente era stata sviluppata
da molto tempo ed era posseduta anche da Mosca e da altri paesi. È
veramente possibile che gli effetti deleteri, diffusi e a lungo termine
di queste armi siano dovuti alla sola bassa radioattività dell'uranio,
pur se volatilizzato nell'ambiente dall'esplosione piroforica e quindi inalato
e trasmesso alla catena alimentare? (Anche tenendo conto che probabilmente
altri fattori hanno contribuito alla "sindrome del Golfo", come
le vaccinazioni e l'uso segreto di armi chimiche). Anche perché vi
sono testimonianze che i carri armati iracheni colpiti non fossero semplicemente
perforati, ma deformati e distrutti come se fosse avvenuto qualche tipo
di esplosione ben più violenta di quella semplicemente piroforica;
e che sembrerebbe inoltre aver lasciato una forte radioattività,
superiore a quella attribuibile all'uranio, ma che non si è mai consentito
di verificare. Ma questo non è il solo interrogativo inquietante.
Microbombe nucleari
Un altro insegnamento delle guerre dell'ultimo decennio è che
gli esplosivi convenzionali trasportati da proiettili di alta precisione
comportano un rapporto costo-effetto molto alto. Spesso è necessario
più di un vettore per distruggere un obiettivo: sarebbe molto più
conveniente poter armare queste munizioni con un esplosivo più potente,
ma una testata nucleare - la cui potenza si misura in kiloton, ossia
migliaia di tonnellate di esplosivo convenzionale equivalente - sarebbe
sproporzionata per colpire un rifugio, o una carro armato, o un obiettivo
comune; e i suoi effetti a lungo termine renderebbero difficili le successive
operazioni militari, o l'occupazione del territorio. Questo è indubbiamente
uno dei motivi che spinge alla ricerca per realizzare testate nucleari di
bassa potenza (low yeld warheads, o mini-nukes).
La miniaturizzazione delle armi nucleari è pericolosissima: in particolare
tende a cancellare la distinzione tradizionale tra armi nucleari e armi
convenzionali, e a legittimare l'uso delle prime nelle comuni operazioni
militari; mentre gli sviluppi esasperati delle armi convenzionali ad alta
tecnologia tendono, per parte loro, a coprire alcuni degli effetti e degli
usi riservati in passato alle armi nucleari.
Un recente articolo di Andrè Gsponer analizza l'invenzione e lo sviluppo,
nei grandi laboratori militari, delle tecniche rivoluzionarie che vanno
sotto il nome di nanotecnologia, e le innovazioni che queste possono
portare tanto alle armi convenzionali, quanto alle armi nucleari, sia al
perfezionamento di quelle esistenti che alla realizzazione di una "quarta
generazione" di testate nucleari. La nanotecnologia riesce a controllare
strutture di dimensioni dell'ordine di 10-9 metri (un milionesimo di millimetro),
comprendenti pochi atomi: un fattore mille in più rispetto alla tecnologia
precedente (ad esempio la "microelettronica"), che era
arrivata a controllare dimensioni dell'ordine di 10-6 metri, comprendenti
un numero di atomi dell'ordine del migliaio.
Componenti miniaturizzate a questo livello presentano anche caratteristiche
eccezionali di resistenza meccanica, oltre che di risposta. Le innovazioni
più importanti che questa tecnologia consente nel settore delle armi
convenzionali consistono in componenti quali sensori di alte sensibilità
e prestazioni, trasduttori, inneschi e componenti elettroniche. Il miglioramento
delle testate nucleari esistenti può giovarsi, tra molte cose, di
micromeccanismi di carica e di innesco estremamente resistenti, necessari
tanto per proiettili nucleari di artiglieria, come per testate che debbano
esplodere dopo avere penetrato in profondità nel terreno, che devono
quindi resistere ad accelerazioni e condizioni di tensione estreme.
La quarta generazione di bombe
Ma le applicazioni più rivoluzionarie riguardano il progetto di
testate nucleari nuove "di quarta generazione", miniaturizzate:
si parla di potenze comprese tra alcuni chilogrammi e alcune tonnellate
di esplosivo convenzionale equivalente, vale a dire tra 100 e 1000 volte
più basse delle potenze delle testate attuali. Armi di questo tipo
si potrebbero sviluppare senza violare formalmente il Ctbt (Comprehensive
Test Ban Treaty, il bando dei test nucleari), utilizzando le simulazioni
e le complesse strutture come la National Ignition Facility negli Stati
uniti e Mègajioule in Francia (che utilizzeranno rispettivamente
192 e 240 laser per riprodurre le condizioni fisiche di una esplosione termonucleare).
Sembra che si sia riconosciuto che è più facile realizzare
una "micro-fusione" che una "micro-fissione" nucleare:
la prima presenta anche il vantaggio di generare una minore radioattività.
Si ipotizza l'esplosione termonucleare di una miscela di deuterio-trizio
di peso e dimensioni di alcuni chilogrammi e litri: coloro che propongono
queste armi le definirebbero armi nucleari "pulite", tracciando
un parallelo con le munizioni a uranio depleto.
È opportuno aggiungere che queste ricerche, o queste realizzazioni,
non sarebbero circoscritte agli Usa, visti i progetti almeno di Parigi e
Londra (se non quelli di Mosca e Pechino).
L'"evoluzione delle bombe"
Se queste notizie sono degne di fede, si aprono ulteriori pesanti e inquietanti
interrogativi. Richiamiamo brevemente alcune nozioni di base riguardanti
le armi nucleari.
Vi sono in primo luogo le bombe a fissione (di prima generazione),
che utilizzano il processo in cui un nucleo di Uranio-235 (U), o di Plutonio-239
(Pu), assorbe un neutrone e si scinde in due nuclei, più l'emissione
di 2 o 3 neutroni e di una quantità relativamente molto grande di
energia (dell'ordine di un milione di volte quella liberata in un processo
chimico). Se più di uno, in media, dei neutroni emessi nelle fissioni
produce un'altra fissione prima di sfuggire dalla massa dell'esplosivo di
U o di Pu, si produce una reazione a catena: perché ciò avvenga
è necessario che questa massa non sia inferiore a una "massa
critica". Il valore di questa massa critica dipende da molti fattori,
come il grado di arricchimento dell'esplosivo, la struttura della bomba,
la configurazione dell'esplosivo, il meccanismo di innesco ecc. Tutto è
naturalmente segreto, ma la massa critica è dell'ordine dei chilogrammi.
Vi sono poi le bombe a fusione (di seconda generazione, "bomba
H"), che utilizzano il processo inverso: due nuclei leggeri si fondono
in un unico nucleo, con l'emissione di una grande quantità di energia,
ed eventualmente di qualche altra particella (neutroni, a seconda dei nuclei
che si fondono). Perché due nuclei possano fondersi, essi devono
avvicinarsi moltissimo, vincendo la repulsione elettrica dovuta alla loro
carica positiva: questo avviene quando la sostanza che contiene i nuclei
raggiunge temperature dell'ordine del milione di gradi. Una tale temperatura
regna ordinariamente all'interno delle stelle (che traggono da questi processi
nucleari l'energia che emettono, e che le fa evolvere), ma nel caso delle
bombe viene generata dall'esplosione di una bomba a fissione: queste bombe
sono quindi sempre bombe a fissione-fusione (o termonucleari).
Dopo Ctbt del 1996 si stanno mettendo a punto le citate tecniche di simulazione
e le strutture per riprodurre le condizioni di un'esplosione termonucleare.
Non abbiamo richiamato queste nozioni per nulla, giacché ne segue
una conseguenza importante. In entrambe le bombe tradizionali è necessaria
una massa critica minima di esplosivo della fissione: pertanto la potenza
di queste bombe non può essere abbassata al di sotto di un certo
limite, certamente superiore alla tonnellata, o alla decina di tonnellate
equivalenti di esplosivo chimico di cui si parla per le mini-nukes.
Ma che cosa stanno preparando?
A questo punto sono chiari gli interrogativi che devono inquietarci.
In primo luogo, quali nuovi meccanismi, o processi sono stati inventati
e messi a punto per innescare la fusione nucleare di una piccola
miscela di deuterio-trizio? L'innesco per mezzo della fissione richiederebbe
una massa critica di U o Pu e alzerebbe inevitabilmente la potenza esplosiva
all'ordine dei kiloton. Si parla di un innesco mediante un "superlaser":
sarebbe un'enorme innovazione capace di generrae potenze fino a un milione
di volte superiori a quelle generate dai laser ordinari.
Ma è credibile che esista una siffatta apparecchiatura capace di
innescare la mini-bomba? Abbiamo accennato all'enorme complessità
delle strutture che si stanno costruendo per riprodurre le condizioni di
un'esplosione termonucleare: sembra più plausibile che l'innesco
laser venga utilizzato piuttosto per la sperimentazione di queste testate
di quarta generazione. Anche perché non si vede come potrebbe un
simile apparato venire incorporato in una testata che dovrebbe avere anche
peso e dimensioni molto piccoli. Questo stesso ragionamento si applica ad
altri dispositivi di innesco di simili condizioni estreme che possano essere
stati inventati e realizzati.
Appare più plausibile ipotizzare la scoperta e la realizzazione di
qualche processo nucleare di tipo nuovo nella materia condensata, che si
inneschi cioè spontaneamente all'interno stesso della piccola quantità
di "esplosivo" nucleare: un siffatto processo non rientrerebbe
nel corpo delle conoscenze fisiche acquisite e riconosciute. Questa eventualità
rende ancora più difficile discutere questi aspetti, data la pervicacia
con cui la comunità scientifica si abbarbica alle conoscenze riconosciute,
sulle quali basa la sua autorità e il suo potere, negando qualsiasi
nuova conoscenza che non rientri in esse. Senza dubbio i laboratori militari
sono molto più spregiudicati, ma certo non ci vengono a raccontare
le loro scoperte e realizzazioni! (I militari americani, e probabilmente
anche i sovietici, fanno ricerche - non si sa mai! - perfino sugli Ufo,
un concetto che eminenti scienziati combattono come una credenza fantascientifica).
Siamo quindi necessariamente nel campo delle speculazioni. Si possono certo
liquidare tutte le considerazioni precedenti come pura fantasia: ma mi pare
che sarebbe come mettere la testa sotto la sabbia.
Pretendere delle risposte
Si aggiungono però, a mio avviso, ulteriori interrogativi, anche
più inquietanti.
Se Bush ha autorizzato la realizzazione delle mini-nukes la loro
fattibilità deve già essere stata provata, o addirittura esse
devono già esistere, almeno come prototipi: gli eventuali test, di
bassissima potenza, non avrebbero violato il Ctbt e le strutture come la
National Ignition Facility e Mègajoule sarebbero destinate al loro
perfezionamento. Ai primi di febbraio Bush ha dichiarato: "Stiamo realizzando
nuove testate di piccola potenza per distruggere bersagli profondi".
Questo significa che già ci sono! E per un bersaglio di questo tipo
non può trattarsi delle testate tradizionali. Allora ci si può
chiedere se nelle guerre dell'ultimo decennio non siano state sperimentate
proprio queste nuove armi segrete, e gli effetti deleteri che vediamo (e
che si fa di tutto per negare e occultare) non siano dovuti ad esse. Forse
non si tratta dell'uranio depleto; oppure potrebbe trattarsi proprio di
quello, e in tal caso la struttura delle munizioni e il loro meccanismo
distruttivo sarebbero completamente diversi da come si dice. Certo si spiegherebbero
molte cose, che a chi scrive non sembrano spiegate in modo soddisfacente.
Sia come sia, credo che non possiamo semplicemente ignorare certi interrogativi
e che dobbiamo porre con nuova forza il problema e pretendere delle risposte,
prima che ci troviamo letteralmente immersi in una guerra nucleare senza
neppure accorgercene! Una volta si diceva: "Meglio attivi oggi che
radioattivi domani".
(Ringraziamenti dell'autore a Emilio Del Giudice per l'illuminante discussione su questi argomenti e a Mauro Cristaldi ed Edoardo Magnone per la collaborazione)
FONTI:
www.enn.com/news/wire-stories/2002/11/11052002/ap_48881.asp;
www.reutershealth.com/en/index/html;
http://jama.ama-assn.org/issues/v288n10/ffull/jlf20033.html;
www.nlm.nih.gov/medlineplus/news/fullstory_10239.html;
http://www.eoslifework.co.uk/du2012.htm;
http//www.eoslifework.co.uk/u232.htm; http://www.cursor.org/stories/uranium.htm;
Tom Squitieri, Usa Today, 11.12.2002;
Jean-Pierre Benjamin, 1999 - Iraq, L'Apocalisse, Edizioni Andromeda, Bologna;
André Gsponer, From the Lab to the Battlefield? Nanotechnology and Fourth-Generation nuclear weapons, "Disarmament Diplomacy", n. 67, ottobre-novembre 2002, http://www.acronym.org.uk/dd/dd67/67op1.htm; http://arxiv.org/abs/physics/0210071;
Luc Allemand, Mégajoule: le plus gros laser du monde, "La Recherche", N. 360, January 2003.