Dominique Lorentz, Affaires Atomiques, Les Arènes, Parigi, 2001

Questo è decisamente un libro da leggere! L'autrice riscrive letteralmente (ma non certo nella filosofia di Baldassarre!) la storia dell'ultimo mezzo secolo alla luce degli "affari nucleari", pilotati dagli Stati Uniti, tra manovre losche e tortuose, triangolazioni, alleanze segrete e ricatti di ogni tipo, tra i quali l'esplosione del terrorismo islamico.
Tutta la storiografia esistente, compresa la più autorevole, ha interpretato la storia della Guerra Fredda alla luce del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (TNP): Dominique Lorentz rovescia completamente questa interpretazione e propone una lettura assai più convincente delle vicende internazionali, la quale approda ad un quadro della situazione presente enormemente più limpida (se "limpidi" si possono chiamare i giochi sporchi tramati in tutti questi decenni dalla Casa Bianca in combutta con i loro mandatari, in primis Israele e la Francia, ma in secondo luogo Germania Federale, Argentina, Canada, Sud Africa, Cina, Brasile, Pakistan, ed altri). L'asse conduttore delle relazioni mondiali del secondo dopoguerra diventa così la proliferazione nucleare, e il TNP la copertura per questi disegni, uno "specchietto per le allodole, coperto ed avallato dai benevoli e complici controlli dell'Agenzia per l'Energia Atomica" (pp. 37-8). Del resto, le tecnologie nucleari sono per loro natura intrinsecamente "duali", cioè adatte per fini sia civili che militari, ed è impossibile tracciare una distinzione netta tra queste due valenze: i paesi che si sono materialmente dotati di armi nucleari lo hanno sempre fatto dietro la copertura di un programma nucleare "civile". E questo ha dotato del know how necessario per fabbricare la bomba anche quei paesi che non l'hanno realmente costruita (come potrebbero essere la Germania e il Giappone), ma potrebbero chiaramente farlo immediatamente (qualora, come appare più probabile, non l'abbiano già testata nelle collaborazioni fornite a paesi nucleari): come avrebbero, altrimenti, paesi come la Germania Federale o l'Argentina potuto fornire ad altri paesi impianti di arricchimento o di ritrattamento, con inequivocabile valenza militare?
Gli "affari nucleari" sono stati condotti dietro le quinte, eludendo le leggi e i controlli ufficiali, all'insaputa o contro la volontà dei Parlamenti: gli stessi deputati e senatori americani sono stati sistematicamente ingannati dalla Casa Bianca, o tenuti all'oscuro, sulla natura dei commerci nucleari e sugli impegni ufficiali dei partner di sviluppare solo programmi "civili (alcuni esempi pp. 48, 77, 304-19, 340-6, 351-3, 480, 486, 512); e quando non è stato possibile aggirare le leggi americane, si è ricorsi all'intervento di altri paesi, i quali hanno commercializzato impianti su licenza americana. Questi affari si svolgevano spesso in contrasto con le relazioni ufficiali, o apparenti: un esempio eclatante è costituito dalla Cina, il cui accesso agli armamenti nucleari è stato voluto dalla Casa Bianca appoggiandosi alla Francia, e che poi è stata utilizzata a sua volta per proseguire le forniture nucleari all,Iran, oltre che al Pakistan, ma sorprendentemente anche al nemico regionale indiano (pp. 354, 510); l'Iraq è un altro esempio significativo, se si pensa che appena dieci mesi prima della guerra del Golfo furono intercettati all'aeroporto di Londra 41 detonatori nucleari di fabbricazione americana destinati a Baghdad (p. 332).
L'aspetto più sorprendente del libro è che l'autrice non è giunta a questa ricostruzione attraverso l'esame di chissà quali documenti segreti, o desecretati recentemente. Le sue fonti sono sempre state alla portata di chiunque volesse leggere veramente i fatti (e in questo senso tutti dovremmo in un certo senso fare autocritica): gli articoli ed i commenti apparsi regolarmente su Le Monde; le memorie pubblicate dai personaggi che hanno deciso le sorti del mondo intessendo e reggendo questi intrighi, Truman, Eisenhower, Kissinger, de Gaulle, il suo ministro Alain Peyrefitte, Shimon Peres, Giscard d,Estaing, lo Scià di Persia Reza Pahlevi; saggi e storie "ufficiali" del nucleare scritte da autorevoli personaggi che ne hanno retto le sorti (tra i quali Goldshmidt, direttore delle relazioni internazionali del Commissariat à l'Énergie Atomique francese; Le Guelte, aggiunto alla stessa direzione; Girard, vicepresidente di Framatome e di Techniatome; un'opera collettiva diretta da Paul-Marie de la Gorce), le memorie pubblicate da dirigenti di Servizi Segreti, saggi sulle relazioni internazionali e il terrorismo. Dominique Lorentz ha semplicemente (si fa per dire) fatto una lettura attenta, critica e soprattutto incrociata, registrando resoconti e dichiarazioni espliciti e inequivocabili curiosamente passati sotto silenzio dagli storici, svelando le contraddizioni, le mistificazioni dei fatti consegnate alla storia da alcuni protagonisti per coprire gli scacchi o le manovre losche. Il solo appunto che farei all'autrice è di avere fatto le numerosissime citazioni e gli abbondantissimi rimandi alle opere ed agli articoli senza citare la pagina.
Questa ricostruzione della storia recente in termini di proliferazione nucleare è un saggio voluminoso, ma costituisce una lettura lineare ed avvincente, oltre che convincente: non è forse del tutto immune da alcune ingenuità o semplificazioni eccessive, rimangono ancora molti nessi da chiarire, ma la logica complessiva e la documentazione su cui si basa sembrano difficilmente attaccabili. Si spiegano anzi in modo molto più logico molti momenti cruciali delle vicende di questi decenni. Sembra incredibile, ad esempio, che di solito non si sia osservato che molti dei paesi che hanno voluto far credere di volere sviluppare un programma nucleare per fini civili siano tra i maggiori produttori mondiali di petrolio e gas naturale, o comunque ben lontani dall'avere qualsivoglia preoccupazione di tipo energetico! Del resto, quasi tutti gli accordi e i trattati di cooperazione nucleare siglati dagli Stati Uniti, o dai loro mandatari, non contemplavano solo la fornitura di reattori nucleari, ma anche di impianti di ritrattamento del combustibile esaurito (dal quale notoriamente si estrae il plutonio, che costituisce l'esplosivo nucleare per eccellenza) e/o di impianti di arricchimento dell'uranio: impianti la cui vocazione militare è evidente! Del resto, non occorre un'eccessiva perspicacia, dato che lo stesso CTBT (Comprehensive Test Ban Treaty) e l'ONU riconoscono ufficialmente che ben 44 paesi "dispongono delle capacità tecniche per sviluppare un armamento atomico" (Le Monde, 15/10/99; si veda la mappa alle pp. 24-25 del libro). Almeno i 35 paesi con l'asterisco hanno avuto la tecnologia, direttamente o indirettamente, da Washington: Algeria*, Argentina*, Australia*, Austria*, Bangladesh*, Belgio*, Brasile*, Bulgaria, Canada*, Cile*, Cina*, Colombia*, Corea del Nord, Corea del Sud*, Egitto*, Finlandia*, Francia*, Gran Bretagna*, Germania*, Giappone*, India*, Indonesia*, Iran*, Israele*, Italia*, Messico*, Norvegia*, Olanda*, Pakistan*, Peru*, Polonia, Repubblica del Congo*, Romania, Russia, Slovacchia, Spagna*, Stati Uniti*, Sud Africa*, Svezia*, Svizzera*, Turchia*, Ucraina, Ungheria, Vietnam.
Nel 1976 l'autorevole Le Monde rilevava che "se il TNP (proibiva) il possesso di armi nucleari, non impediva di percorrere tranquillamente tutto il cammino che conduce ad esse, e questo fino agli ultimi cinque minuti" (12/08/76); e denunciava l'evidenza che "la proliferazione delle centrali nucleari, degli impianti di arricchimento dell'uranio e delle installazioni di ritrattamento del combustibile provocherà, senza alcun dubbio, la proliferazione delle armi nucleari" (8.9.10/06/75). Del resto le autorità indiane hanno candidamente dichiarato allo stesso Le Monde che il TNP "costituisce più un trattato di proliferazione nucleare che di non-proliferazione" (16/05/98).
Questa storia comincia subito al finire del secondo conflitto mondiale. Gli Stati Uniti decidono, per i propri disegni geopolitici, che una serie di stati devono essere dotati di armamenti nucleari, ma non possono farlo alla luce del sole. Questa politica è risultata decisiva nello sviluppo degli avvenimenti e delle relazioni mondiali, e chiarisce molti punti oscuri nelle ricostruzioni storiche ufficiali. Non sempre l'intenzione di Washington è giunta a buon fine; a volte è cambiata a causa degli sviluppi delle relazioni con i paesi designati. Spesso, come dicevamo, ha condotto i paesi all'acquisizione del know how per la fabbricazione delle armi nucleari, o alla loro sperimentazione nell'ambito delle collaborazioni nucleari con altri paesi, anche se esse non sono state materialmente realizzate (ad esempio, la Germania Federale e il Giappone hanno la proibizione di dotarsi di questi armamenti, anche se possono farlo in brevissimo tempo: è ben nota la polemica sul Giappone, che ritratta il combustibile esaurito delle sue centrali in Gran Bretagna e dispone di ingenti quantitativi di plutonio, il cui trasporto viene puntualmente contestato da Amnesty International; la Germania ritratta il proprio combustibile in Francia, e se anche non dispone di testate nucleari, questo non le ha impedito di collaborare alla loro realizzazione e sperimentazione in altri paesi).
Tra i fisici che avevano lavorato al "Progetto Manhattan" vi era un'altissima percentuale di ebrei, in maggioranza fuggiti dai paesi nazisti e fascisti: il neonato stato di Israele disponeva dunque di tutte le conoscenze necessarie a realizzare armi nucleari, ma non delle necessarie strutture industriali. La Gran Bretagna, che aveva partecipato al programma nucleare americano durante la guerra, era autorizzata ad avere la bomba, ma non poteva svolgere nessun commercio nucleare con stati terzi. La prima operazione pilotata dagli Stati Uniti consistette allora in una collaborazione sinergica, quanto segreta, in cui, con un accordo di cooperazione del 1952, i fisici israeliani realizzarono l'armamento nucleare francese (la force de frappe non fu affatto un'invenzione di de Gaulle, Washington fornì l'esplosivo nucleare) e la Francia, con l'accordo di reciprocità del 1956, dotò poi Israele delle capacità necessarie a realizzarlo a sua volta, usufruendo direttamente dei test nucleari francesi nel Sahara del 1960 (i parametri della bomba furono calcolati dai fisici israeliani con un computer americano, p. 167). Risulta davvero sorprendente che fino a non molti anni fa si sia parlato dell'arsenale israeliano come ipotetico, quando la sua realizzazione era ben nota sul finire degli anni 60. L'autorevole e insospettabile Le Guelte, che abbiamo citato, scrive a p. 40 della sua memoria del 1997 "La Francia ... (diede) nel più grande segreto il suo aiuto a Israele ... per la realizzazione a Dimona di un grande reattore di ricerca ... e di un impianto di ritrattamento" (p. 153). De Gaulle ha sempre fatto credere di avere interrotto ogni collaborazione nucleare con Israele quando giunse al governo, ma l'autrice smaschera acutamente questa fandonia (egli non poteva farlo per la semplicissima ragione che il programma nucleare francese dipendeva da Israele). Alain Peyrefitte riporta un'esclamazione del Generale "Israele ha la sua bomba; anche se non l'ha testata, la possiede; e siamo noi che gliela abbiamo fornita!", datandola al 1963, mentre l'autrice appura che deve essere stata successiva (p. 150: l'impianto israeliano cominciò a produrre plutonio nel 1965). Le ricognizioni sovietiche rivelarono immediatamente gli enormi lavori a Dimona; il 18 luglio 1960 ne parlò esplicitamente il New York Times (p. 175). Del resto, nel 1981 il Ministro degli Esteri iracheno, dopo il raid israeliano sulla centrale che i francesi costruivano a Tamouz, dichiarò davanti all'Assemblea dell,ONU: "Nel 1953 (Israele) concluse un accordo di cooperazione nucleare con la Francia ... Nel 1956 si decise di costruire un reattore ultra-segreto a Dimona ... Nel 1964 il reattore entrò in funzione con ... una produzione che poteva raggiungere tra 5 e 7 kg di plutonio all'anno ... Si deve notare che il reattore di Dimona è stato ottenuto dalla Francia" (pp. 142-3; anche pp. 187-88: si osservi che Israele ordinò missili destinati ad essere dotati di testata nucleare all'impresa francese Marcel Dassault). L'acquisizione da parte di Israele della bomba H può venire fissato senza errore al 1968, quando avvennero i primi test termonucleari francesi (p. 203).
La nuclearizzazione della Francia doveva costituire una difesa dell'Europa Occidentale contro la pretesa superiorità convenzionale del Blocco di Varsavia, e doveva coprire anche la nuclearizzazione della Germania Federale, che non è poi stata realizzata materialmente. L'autrice smaschera puntigliosamente la pretesa "grandeur" di de Gaulle: formalmente la Francia uscì dalla NATO, ma non ruppe mai con Washington, ed anzi divenne il principale esportatore delle tecnologie nucleari americane della Westinghouse (che ha detenuto il 45 % delle azioni di Framatom fino al 1975), essendo la Casa Bianca fortemente condizionati dalle proprie leggi e dal controllo del Congresso. [Chi scrive era in Francia nel 1971 e ricorda le accese polemiche per la decisione di abbandonare le tecnologie nucleari che, almeno apparentemente, il paese aveva sviluppato, per ripiegare interamente sulla filiera americana per il programma "civile" francese]
Quando, nel 1963, divenne difficile nascondere la collaborazione franco-israeliana, gli americani decisero di proseguirla in un paese terzo, il Sud Africa, a cui Washington aveva già fornito un reattore di ricerca, ma con cui non poteva proseguire la collaborazione fino alla realizzazione della bomba H alla luce del sole. Si sviluppò così il programma nucleare militare sud-africano: Pretoria divenne il principale fornitore di uranio di Israele e della Germania Federale. Quest'ultima aveva appreso così bene la lezione (a dispetto dei divieti ufficiali) che venne incaricata a sua volta di altre collaborazioni nucleari, in particolare con l'Argentina. Negli anni 90 il Sud Africa ha smantellato le proprie testate nucleari, ma non ha certo smantellato i cervelli degli scienziati e dei tecnici che ne detengono il know how.
La crisi di Berlino del 1961 fu motivata anche dall,opposizione dell,URSS alla nuclearizzazione della Germania Federale, che Washington voleva come sbarramento verso Est. Per questo aveva dislocato missili nucleari in Turchia. Il dispiegamento dei missili nucleari sovietici a Cuba nel 1962 ristabiliva un equilibrio: la crisi apparentemente superata grazie alla fermezza di Kennedy, segnò in realtà la vittoria di Kruscev, il quale ottenne lo smantellamento di tutte le basi nucleari delle due super-potenze in paesi stranieri (Capitolo 3).
Il libro ricostruisce puntigliosamente la storia e le vicende, spesso contorte, dei progetti nucleari voluti da Washington e realizzati attraverso i suoi partner: dopo il conflitto sino-indiano del 1962 fu la volta dell'India (il test del 1974 era addirittura una bomba H, ed era stata fornita dagli USA, p. 267); poi dell'Argentina (a cui i tedeschi avevano venduto un reattore di potenza nel 1968, mentre un piccolo impianto di estrazione del plutonio entrò in funzione verso il 1970, p. 249), del Brasile della dittatura militare; poi della Cina, dell'Egitto, dell'Iraq, dell'Iran. "Così, la logica infernale della dissuasione nucleare conduceva gli Americani a dotare l'India della bomba atomica perché non fosse minacciata dalla Cina; a fornire un'arma nucleare al Pakistan perché si proteggesse dall'Afganistan; a rafforzare il potenziale nucleare della Cina perché non fosse aggredita dai sovietici; a fornire la bomba atomica a Taiwan per bilanciare la potenza della Cina; a fornirla al Giappone per proteggerlo dalla Cina, dalla Corea del Sud e dalla Corea del Nord; a fornirla alla Corea del Sud per metterla al riparo dalla Corea del Nord" (pp. 169-70). È veramente il corollario della strategia ossessiva e proterva di Washington!
Molto interessante è la ricostruzione documentata della guerra del Kippour del 1973 (Capitolo 8), dove Nixon aveva architettato una complessa tattica per riequilibrare i poteri in Medio Oriente: l'Egitto, armato da Washington (che voleva fornirgli anche la bomba atomica), doveva attaccare di sorpresa, prendendo alla sprovvista Israele: quest'ultimo si trovò effettivamente all'inizio a mal partito, finché non indusse Washington a rifornirla di ingenti armamenti con un gigantesco ponte aereo, brandendo la minaccia di una risposta nucleare. Fu così che si rovesciarono le sorti del conflitto.
La Francia (che non aderiva al NPT) partecipò al programma nucleare del Pakistan dal 1976, così come a quello dell'Iraq e dell'Iran.
Data la drammatica attualità dell'Iraq, vale la pena ricordare che fin dagli anni '80 (quando lo stesso regime di oggi faceva comodo per la guerra all'Iran e non faceva ancora parte dell'asse del male) Washington e i suoi accoliti hanno fatto di tutto per fornirgli tutte le armi di distruzione di massa. La Francia costruiva il reattore Osirak a Tamouz, che proprio per questo Israele bombardò nel 1981 (dopo averlo addirittura ancor prima boicottato in territorio francese); La Francia ne riprese la costruzione; già nel 1980 Parigi aveva fornito a Baghdad un primo quantitativo di 12 kg di uranio altamente arricchito; la tecnologia della centrifugazione per l'arricchimento dell'uranio è di origine tedesca, e veniva collaudata dai nazisti già durante la seconda guerra mondiale; Saddam fu armato in funzione anti-ayatollah negli anni 80 (la lunga, sanguinosa, inutile, dimenticata guerra tra Iraq e Iran) da Washington e dai suoi accoliti, i quali gli fornirono evidentemente anche le tecnologie per gli aggressivi chimici che usò contro gli iraniani ed i kurdi (come denunciò lo stesso New York Times il 18.0.02, smentito dal Dipartimento di Stato con parole "impubblicabili"); Washington gli fornì anche le armi batteriologiche, come l'antrace e il botulino (come provano documenti a disposizione del Congresso); appena dieci mesi prima della guerra del Golfo furono intercettati all'aeroporto di Londra 41 detonatori nucleari di fabbricazione americana destinati a Baghdad.
I corposi capitoli finali del libro ricostruiscono la storia veramente tortuosa e complessa degli "affari nucleari con l'Iran. Lo Scià aveva contrattato con gli USA e la Francia un ambizioso programma nucleare e l'Iran era entrato con il 10 % di capitale nel consorzio europeo Eurodif di arricchimento dell,uranio: ma le pretese egemoniche avevano reso lo Scià scomodo a Washington, che insieme a Parigi preparò il suo rovesciamento. Fu allora che la CIA scelse di giocare la carta dell'islamismo radicale dei mullah contro il comunismo e le correnti laiche alleate dell'URSS: subito dopo la firma degli accordi di Camp David, Khomeiny, allora un oscuro personaggio, fu portato a Parigi per venire formato e lanciato politicamente. Ma l'illusione di Carter di poterlo controllare e manovrare durò poco: si aprì così uno dei decenni più convulsi ed intricati del dopoguerra, che non è possibile sintetizzare in poche righe. Dalla vicenda degli ostaggi americani del 1979 come pressione di Teheran per la ripresa delle forniture militari e del programma nucleare, alla disastrosa operazione per liberarli che segnò la fine di Carter, all'Irangate, alla guerra Iraq-Iran voluta da Washington, alla terribile serie di attentati della Jihad che dal 1984 al 1990 ebbe come retroscena il rispetto da parte della Francia dei precedenti accordi nucleari, la questione nucleare rivestì un ruolo centrale. Come aveva giocato Reagan contro Carter, Khomeiny giocò poi Chirac contro Mitterrand, finché nel 1991 Parigi sottoscrisse l'accordo che confermava l'azionariato di Teheran in Eurodif ed il corrispondente diritto di ritirare la quota corrispondente di uranio arricchito (pp. 536-40). Quello che vale la pena di sottolineare è come la Casa Bianca abbia voluto la prosecuzione del programma nucleare di un paese che al tempo stesso denunciava come appartenente all'"asse del male": la versione ufficiale secondo cui dal 1979 gli USA avrebbero interrotto ogni commercio nucleare con Teheran è una grande impostura. Washington non poteva però proseguirlo alla luce del sole, e ormai anche Parigi era nel mirino: così lo fece attraverso Pekino (che, come Parigi, aderì nel 1992 al NTP) e Mosca. "Riprendendo la costruzione della centrale di Busher, la Russia si era sostituita alla Germania, la quale, prima di nascondersi dietro l'Argentina, poi di tentare di passare attraverso la Repubblica Ceca, aveva operato sotto licenza americana, il tutto per conto degli Stati Uniti (p. 560): i quali tuttora fingono di essere preoccupati per la collaborazione nucleare di Mosca con Teheran.
Gli ultimi anni del decennio videro l'ultima (almeno per ora) raffica di test nucleari: ma anche per questi le cose stanno ben diversamente dalla versione ufficiale. Chirac eseguì i test del 1995 anche per conto di Washington (con cui aveva appena stipulato un accordo riservato di scambio di dati), per sperimentare un carica nucleare a potenza variabile; alcuni dei test dell'India del 1998 vennero eseguiti per conto di Israele (p. 579, Le Monde, 27/05/98); ed alcuni dei test del Pakistan (che in realtà deteneva la bomba dalla fine degli anni 70, p. 578, Le Monde, 16/05/98) erano fatti per conto dell'Iran (p. 582). Appare veramente complesso sbrogliare l'intricatissima matassa dei reali interessi economici, strategici e geopolitici dietro la cortina fumogena abilmente sollevata e mantenuta, con innumerevoli complicità, verso l'opinione pubblica!
Come abbiamo sottolineato, Dominique Lorentz ha svolto tutta la sua ponderosa ricerca analizzando in modo sistematico e intelligente la documentazione pubblicata ufficialmente e riuscendo a presentare una ricostruzione convincente degli avvenimenti mondiali dell'ultimo mezzo secolo, anche di molti che apparentemente non sembravano avere a che fare con il nucleare. Il suo saggio pertanto squarcia un velo, ma non chiude affatto questa intricatissima storia: senza nulla togliere ai suoi meriti, si deve riconoscere che rimangono molti punti da chiarire e approfondire. Si apre così un vastissimo terreno di ricerca, praticamente inesplorato, in archivi, su documenti segreti, o desecretati, come è avvenuto ad esempio nel passato per il "Progetto Manhattan".
Si potrebbe forse trarre una morale da questa storia intrigante. Forse l'incubo nucleare, sorto alla fine della prima guerra mondiale, ha segnato le nostre vite mentali, spirituali e materiali molto più profondamente di quanto la sistematica rimozione che ne è stata fatta possa far sospettare. Così come ha condizionato pesantemente le relazioni internazionali e l'ordine mondiale, può avere contribuito più di quanto possiamo sospettare anche a determinare l'oscuro malessere che permea le nostre società. Oggi l'incubo nucleare è più concreto che in tutti i decenni della Guerra Fredda. L'India e il Pakistan si fronteggiano minacciosamente con armi nucleari dispiegate; Israele non esiterebbe certo a lanciare le proprie qualora qualche paese arabo rappresentasse una minaccia concreta; Washington sta sviluppando uno sforzo senza precedenti per sviluppare testate nucleari nuove, più moderne e micidiali, mentre si prepara dichiaratamente a lanciare un "attacco preventivo". È grottesco agitare la minaccia (inesistente) delle armi di distruzione di massa di Saddam e dei paesi dell'asse del male preparandosi ad usare le proprie! C'è da chiedersi con che faccia le potenze nucleari si presenteranno per il rinnovo del TNP nel 2005! L'opera di Dominique Lorentz può aiutarci a svelare questi inganni, perché la ricostruzione del passato è un mezzo fondamentale per capire dove siamo e dove stiamo andando.

(Angelo Baracca)