Dominique Lorentz, Affaires Atomiques, Les Arènes, Parigi, 2001
Questo è decisamente un libro da leggere! L'autrice riscrive letteralmente
(ma non certo nella filosofia di Baldassarre!) la storia dell'ultimo mezzo
secolo alla luce degli "affari nucleari", pilotati dagli Stati
Uniti, tra manovre losche e tortuose, triangolazioni, alleanze segrete e
ricatti di ogni tipo, tra i quali l'esplosione del terrorismo islamico.
Tutta la storiografia esistente, compresa la più autorevole, ha interpretato
la storia della Guerra Fredda alla luce del Trattato di Non-Proliferazione
Nucleare (TNP): Dominique Lorentz rovescia completamente questa interpretazione
e propone una lettura assai più convincente delle vicende internazionali,
la quale approda ad un quadro della situazione presente enormemente più
limpida (se "limpidi" si possono chiamare i giochi sporchi tramati
in tutti questi decenni dalla Casa Bianca in combutta con i loro mandatari,
in primis Israele e la Francia, ma in secondo luogo Germania Federale, Argentina,
Canada, Sud Africa, Cina, Brasile, Pakistan, ed altri). L'asse conduttore
delle relazioni mondiali del secondo dopoguerra diventa così la proliferazione
nucleare, e il TNP la copertura per questi disegni, uno "specchietto
per le allodole, coperto ed avallato dai benevoli e complici controlli dell'Agenzia
per l'Energia Atomica" (pp. 37-8). Del resto, le tecnologie nucleari
sono per loro natura intrinsecamente "duali", cioè adatte
per fini sia civili che militari, ed è impossibile tracciare una
distinzione netta tra queste due valenze: i paesi che si sono materialmente
dotati di armi nucleari lo hanno sempre fatto dietro la copertura di un
programma nucleare "civile". E questo ha dotato del know how
necessario per fabbricare la bomba anche quei paesi che non l'hanno realmente
costruita (come potrebbero essere la Germania e il Giappone), ma potrebbero
chiaramente farlo immediatamente (qualora, come appare più probabile,
non l'abbiano già testata nelle collaborazioni fornite a paesi nucleari):
come avrebbero, altrimenti, paesi come la Germania Federale o l'Argentina
potuto fornire ad altri paesi impianti di arricchimento o di ritrattamento,
con inequivocabile valenza militare?
Gli "affari nucleari" sono stati condotti dietro le quinte, eludendo
le leggi e i controlli ufficiali, all'insaputa o contro la volontà
dei Parlamenti: gli stessi deputati e senatori americani sono stati sistematicamente
ingannati dalla Casa Bianca, o tenuti all'oscuro, sulla natura dei commerci
nucleari e sugli impegni ufficiali dei partner di sviluppare solo programmi
"civili (alcuni esempi pp. 48, 77, 304-19, 340-6, 351-3, 480, 486,
512); e quando non è stato possibile aggirare le leggi americane,
si è ricorsi all'intervento di altri paesi, i quali hanno commercializzato
impianti su licenza americana. Questi affari si svolgevano spesso in contrasto
con le relazioni ufficiali, o apparenti: un esempio eclatante è costituito
dalla Cina, il cui accesso agli armamenti nucleari è stato voluto
dalla Casa Bianca appoggiandosi alla Francia, e che poi è stata utilizzata
a sua volta per proseguire le forniture nucleari all,Iran, oltre che al
Pakistan, ma sorprendentemente anche al nemico regionale indiano (pp. 354,
510); l'Iraq è un altro esempio significativo, se si pensa che appena
dieci mesi prima della guerra del Golfo furono intercettati all'aeroporto
di Londra 41 detonatori nucleari di fabbricazione americana destinati a
Baghdad (p. 332).
L'aspetto più sorprendente del libro è che l'autrice non è
giunta a questa ricostruzione attraverso l'esame di chissà quali
documenti segreti, o desecretati recentemente. Le sue fonti sono sempre
state alla portata di chiunque volesse leggere veramente i fatti (e in questo
senso tutti dovremmo in un certo senso fare autocritica): gli articoli ed
i commenti apparsi regolarmente su Le Monde; le memorie pubblicate
dai personaggi che hanno deciso le sorti del mondo intessendo e reggendo
questi intrighi, Truman, Eisenhower, Kissinger, de Gaulle, il suo ministro
Alain Peyrefitte, Shimon Peres, Giscard d,Estaing, lo Scià di Persia
Reza Pahlevi; saggi e storie "ufficiali" del nucleare scritte
da autorevoli personaggi che ne hanno retto le sorti (tra i quali Goldshmidt,
direttore delle relazioni internazionali del Commissariat à l'Énergie
Atomique francese; Le Guelte, aggiunto alla stessa direzione; Girard, vicepresidente
di Framatome e di Techniatome; un'opera collettiva diretta da Paul-Marie
de la Gorce), le memorie pubblicate da dirigenti di Servizi Segreti, saggi
sulle relazioni internazionali e il terrorismo. Dominique Lorentz ha semplicemente
(si fa per dire) fatto una lettura attenta, critica e soprattutto incrociata,
registrando resoconti e dichiarazioni espliciti e inequivocabili curiosamente
passati sotto silenzio dagli storici, svelando le contraddizioni, le mistificazioni
dei fatti consegnate alla storia da alcuni protagonisti per coprire gli
scacchi o le manovre losche. Il solo appunto che farei all'autrice è
di avere fatto le numerosissime citazioni e gli abbondantissimi rimandi
alle opere ed agli articoli senza citare la pagina.
Questa ricostruzione della storia recente in termini di proliferazione nucleare
è un saggio voluminoso, ma costituisce una lettura lineare ed avvincente,
oltre che convincente: non è forse del tutto immune da alcune ingenuità
o semplificazioni eccessive, rimangono ancora molti nessi da chiarire, ma
la logica complessiva e la documentazione su cui si basa sembrano difficilmente
attaccabili. Si spiegano anzi in modo molto più logico molti momenti
cruciali delle vicende di questi decenni. Sembra incredibile, ad esempio,
che di solito non si sia osservato che molti dei paesi che hanno voluto
far credere di volere sviluppare un programma nucleare per fini civili siano
tra i maggiori produttori mondiali di petrolio e gas naturale, o comunque
ben lontani dall'avere qualsivoglia preoccupazione di tipo energetico! Del
resto, quasi tutti gli accordi e i trattati di cooperazione nucleare siglati
dagli Stati Uniti, o dai loro mandatari, non contemplavano solo la fornitura
di reattori nucleari, ma anche di impianti di ritrattamento del combustibile
esaurito (dal quale notoriamente si estrae il plutonio, che costituisce
l'esplosivo nucleare per eccellenza) e/o di impianti di arricchimento dell'uranio:
impianti la cui vocazione militare è evidente! Del resto, non occorre
un'eccessiva perspicacia, dato che lo stesso CTBT (Comprehensive Test Ban
Treaty) e l'ONU riconoscono ufficialmente che ben 44 paesi "dispongono
delle capacità tecniche per sviluppare un armamento atomico"
(Le Monde, 15/10/99; si veda la mappa alle pp. 24-25 del libro).
Almeno i 35 paesi con l'asterisco hanno avuto la tecnologia, direttamente
o indirettamente, da Washington: Algeria*, Argentina*, Australia*, Austria*,
Bangladesh*, Belgio*, Brasile*, Bulgaria, Canada*, Cile*, Cina*, Colombia*,
Corea del Nord, Corea del Sud*, Egitto*, Finlandia*, Francia*, Gran Bretagna*,
Germania*, Giappone*, India*, Indonesia*, Iran*, Israele*, Italia*, Messico*,
Norvegia*, Olanda*, Pakistan*, Peru*, Polonia, Repubblica del Congo*, Romania,
Russia, Slovacchia, Spagna*, Stati Uniti*, Sud Africa*, Svezia*, Svizzera*,
Turchia*, Ucraina, Ungheria, Vietnam.
Nel 1976 l'autorevole Le Monde rilevava che "se il TNP (proibiva)
il possesso di armi nucleari, non impediva di percorrere tranquillamente
tutto il cammino che conduce ad esse, e questo fino agli ultimi cinque minuti"
(12/08/76); e denunciava l'evidenza che "la proliferazione delle centrali
nucleari, degli impianti di arricchimento dell'uranio e delle installazioni
di ritrattamento del combustibile provocherà, senza alcun dubbio,
la proliferazione delle armi nucleari" (8.9.10/06/75). Del resto le
autorità indiane hanno candidamente dichiarato allo stesso Le
Monde che il TNP "costituisce più un trattato di proliferazione
nucleare che di non-proliferazione" (16/05/98).
Questa storia comincia subito al finire del secondo conflitto mondiale.
Gli Stati Uniti decidono, per i propri disegni geopolitici, che una serie
di stati devono essere dotati di armamenti nucleari, ma non possono farlo
alla luce del sole. Questa politica è risultata decisiva nello sviluppo
degli avvenimenti e delle relazioni mondiali, e chiarisce molti punti oscuri
nelle ricostruzioni storiche ufficiali. Non sempre l'intenzione di Washington
è giunta a buon fine; a volte è cambiata a causa degli sviluppi
delle relazioni con i paesi designati. Spesso, come dicevamo, ha condotto
i paesi all'acquisizione del know how per la fabbricazione delle
armi nucleari, o alla loro sperimentazione nell'ambito delle collaborazioni
nucleari con altri paesi, anche se esse non sono state materialmente realizzate
(ad esempio, la Germania Federale e il Giappone hanno la proibizione di
dotarsi di questi armamenti, anche se possono farlo in brevissimo tempo:
è ben nota la polemica sul Giappone, che ritratta il combustibile
esaurito delle sue centrali in Gran Bretagna e dispone di ingenti quantitativi
di plutonio, il cui trasporto viene puntualmente contestato da Amnesty International;
la Germania ritratta il proprio combustibile in Francia, e se anche non
dispone di testate nucleari, questo non le ha impedito di collaborare alla
loro realizzazione e sperimentazione in altri paesi).
Tra i fisici che avevano lavorato al "Progetto Manhattan" vi era
un'altissima percentuale di ebrei, in maggioranza fuggiti dai paesi nazisti
e fascisti: il neonato stato di Israele disponeva dunque di tutte le conoscenze
necessarie a realizzare armi nucleari, ma non delle necessarie strutture
industriali. La Gran Bretagna, che aveva partecipato al programma nucleare
americano durante la guerra, era autorizzata ad avere la bomba, ma non poteva
svolgere nessun commercio nucleare con stati terzi. La prima operazione
pilotata dagli Stati Uniti consistette allora in una collaborazione sinergica,
quanto segreta, in cui, con un accordo di cooperazione del 1952, i fisici
israeliani realizzarono l'armamento nucleare francese (la force de frappe
non fu affatto un'invenzione di de Gaulle, Washington fornì l'esplosivo
nucleare) e la Francia, con l'accordo di reciprocità del 1956, dotò
poi Israele delle capacità necessarie a realizzarlo a sua volta,
usufruendo direttamente dei test nucleari francesi nel Sahara del 1960 (i
parametri della bomba furono calcolati dai fisici israeliani con un computer
americano, p. 167). Risulta davvero sorprendente che fino a non molti anni
fa si sia parlato dell'arsenale israeliano come ipotetico, quando la sua
realizzazione era ben nota sul finire degli anni 60. L'autorevole e insospettabile
Le Guelte, che abbiamo citato, scrive a p. 40 della sua memoria del 1997
"La Francia ... (diede) nel più grande segreto il suo aiuto
a Israele ... per la realizzazione a Dimona di un grande reattore di ricerca
... e di un impianto di ritrattamento" (p. 153). De Gaulle ha sempre
fatto credere di avere interrotto ogni collaborazione nucleare con Israele
quando giunse al governo, ma l'autrice smaschera acutamente questa fandonia
(egli non poteva farlo per la semplicissima ragione che il programma nucleare
francese dipendeva da Israele). Alain Peyrefitte riporta un'esclamazione
del Generale "Israele ha la sua bomba; anche se non l'ha testata, la
possiede; e siamo noi che gliela abbiamo fornita!", datandola al 1963,
mentre l'autrice appura che deve essere stata successiva (p. 150: l'impianto
israeliano cominciò a produrre plutonio nel 1965). Le ricognizioni
sovietiche rivelarono immediatamente gli enormi lavori a Dimona; il 18 luglio
1960 ne parlò esplicitamente il New York Times (p. 175). Del
resto, nel 1981 il Ministro degli Esteri iracheno, dopo il raid israeliano
sulla centrale che i francesi costruivano a Tamouz, dichiarò davanti
all'Assemblea dell,ONU: "Nel 1953 (Israele) concluse un accordo di
cooperazione nucleare con la Francia ... Nel 1956 si decise di costruire
un reattore ultra-segreto a Dimona ... Nel 1964 il reattore entrò
in funzione con ... una produzione che poteva raggiungere tra 5 e 7 kg di
plutonio all'anno ... Si deve notare che il reattore di Dimona è
stato ottenuto dalla Francia" (pp. 142-3; anche pp. 187-88: si osservi
che Israele ordinò missili destinati ad essere dotati di testata
nucleare all'impresa francese Marcel Dassault). L'acquisizione da parte
di Israele della bomba H può venire fissato senza errore al 1968,
quando avvennero i primi test termonucleari francesi (p. 203).
La nuclearizzazione della Francia doveva costituire una difesa dell'Europa
Occidentale contro la pretesa superiorità convenzionale del Blocco
di Varsavia, e doveva coprire anche la nuclearizzazione della Germania Federale,
che non è poi stata realizzata materialmente. L'autrice smaschera
puntigliosamente la pretesa "grandeur" di de Gaulle: formalmente
la Francia uscì dalla NATO, ma non ruppe mai con Washington, ed anzi
divenne il principale esportatore delle tecnologie nucleari americane della
Westinghouse (che ha detenuto il 45 % delle azioni di Framatom fino al 1975),
essendo la Casa Bianca fortemente condizionati dalle proprie leggi e dal
controllo del Congresso. [Chi scrive era in Francia nel 1971 e ricorda le
accese polemiche per la decisione di abbandonare le tecnologie nucleari
che, almeno apparentemente, il paese aveva sviluppato, per ripiegare interamente
sulla filiera americana per il programma "civile" francese]
Quando, nel 1963, divenne difficile nascondere la collaborazione franco-israeliana,
gli americani decisero di proseguirla in un paese terzo, il Sud Africa,
a cui Washington aveva già fornito un reattore di ricerca, ma con
cui non poteva proseguire la collaborazione fino alla realizzazione della
bomba H alla luce del sole. Si sviluppò così il programma
nucleare militare sud-africano: Pretoria divenne il principale fornitore
di uranio di Israele e della Germania Federale. Quest'ultima aveva appreso
così bene la lezione (a dispetto dei divieti ufficiali) che venne
incaricata a sua volta di altre collaborazioni nucleari, in particolare
con l'Argentina. Negli anni 90 il Sud Africa ha smantellato le proprie testate
nucleari, ma non ha certo smantellato i cervelli degli scienziati e dei
tecnici che ne detengono il know how.
La crisi di Berlino del 1961 fu motivata anche dall,opposizione dell,URSS
alla nuclearizzazione della Germania Federale, che Washington voleva come
sbarramento verso Est. Per questo aveva dislocato missili nucleari in Turchia.
Il dispiegamento dei missili nucleari sovietici a Cuba nel 1962 ristabiliva
un equilibrio: la crisi apparentemente superata grazie alla fermezza di
Kennedy, segnò in realtà la vittoria di Kruscev, il quale
ottenne lo smantellamento di tutte le basi nucleari delle due super-potenze
in paesi stranieri (Capitolo 3).
Il libro ricostruisce puntigliosamente la storia e le vicende, spesso contorte,
dei progetti nucleari voluti da Washington e realizzati attraverso i suoi
partner: dopo il conflitto sino-indiano del 1962 fu la volta dell'India
(il test del 1974 era addirittura una bomba H, ed era stata fornita dagli
USA, p. 267); poi dell'Argentina (a cui i tedeschi avevano venduto un reattore
di potenza nel 1968, mentre un piccolo impianto di estrazione del plutonio
entrò in funzione verso il 1970, p. 249), del Brasile della dittatura
militare; poi della Cina, dell'Egitto, dell'Iraq, dell'Iran. "Così,
la logica infernale della dissuasione nucleare conduceva gli Americani a
dotare l'India della bomba atomica perché non fosse minacciata dalla
Cina; a fornire un'arma nucleare al Pakistan perché si proteggesse
dall'Afganistan; a rafforzare il potenziale nucleare della Cina perché
non fosse aggredita dai sovietici; a fornire la bomba atomica a Taiwan per
bilanciare la potenza della Cina; a fornirla al Giappone per proteggerlo
dalla Cina, dalla Corea del Sud e dalla Corea del Nord; a fornirla alla
Corea del Sud per metterla al riparo dalla Corea del Nord" (pp. 169-70).
È veramente il corollario della strategia ossessiva e proterva di
Washington!
Molto interessante è la ricostruzione documentata della guerra del
Kippour del 1973 (Capitolo 8), dove Nixon aveva architettato una complessa
tattica per riequilibrare i poteri in Medio Oriente: l'Egitto, armato da
Washington (che voleva fornirgli anche la bomba atomica), doveva attaccare
di sorpresa, prendendo alla sprovvista Israele: quest'ultimo si trovò
effettivamente all'inizio a mal partito, finché non indusse Washington
a rifornirla di ingenti armamenti con un gigantesco ponte aereo, brandendo
la minaccia di una risposta nucleare. Fu così che si rovesciarono
le sorti del conflitto.
La Francia (che non aderiva al NPT) partecipò al programma nucleare
del Pakistan dal 1976, così come a quello dell'Iraq e dell'Iran.
Data la drammatica attualità dell'Iraq, vale la pena ricordare che
fin dagli anni '80 (quando lo stesso regime di oggi faceva comodo per la
guerra all'Iran e non faceva ancora parte dell'asse del male) Washington
e i suoi accoliti hanno fatto di tutto per fornirgli tutte le armi di distruzione
di massa. La Francia costruiva il reattore Osirak a Tamouz, che proprio
per questo Israele bombardò nel 1981 (dopo averlo addirittura ancor
prima boicottato in territorio francese); La Francia ne riprese la costruzione;
già nel 1980 Parigi aveva fornito a Baghdad un primo quantitativo
di 12 kg di uranio altamente arricchito; la tecnologia della centrifugazione
per l'arricchimento dell'uranio è di origine tedesca, e veniva collaudata
dai nazisti già durante la seconda guerra mondiale; Saddam fu armato
in funzione anti-ayatollah negli anni 80 (la lunga, sanguinosa, inutile,
dimenticata guerra tra Iraq e Iran) da Washington e dai suoi accoliti, i
quali gli fornirono evidentemente anche le tecnologie per gli aggressivi
chimici che usò contro gli iraniani ed i kurdi (come denunciò
lo stesso New York Times il 18.0.02, smentito dal Dipartimento di
Stato con parole "impubblicabili"); Washington gli fornì
anche le armi batteriologiche, come l'antrace e il botulino (come provano
documenti a disposizione del Congresso); appena dieci mesi prima della guerra
del Golfo furono intercettati all'aeroporto di Londra 41 detonatori nucleari
di fabbricazione americana destinati a Baghdad.
I corposi capitoli finali del libro ricostruiscono la storia veramente tortuosa
e complessa degli "affari nucleari con l'Iran. Lo Scià aveva
contrattato con gli USA e la Francia un ambizioso programma nucleare e l'Iran
era entrato con il 10 % di capitale nel consorzio europeo Eurodif di arricchimento
dell,uranio: ma le pretese egemoniche avevano reso lo Scià scomodo
a Washington, che insieme a Parigi preparò il suo rovesciamento.
Fu allora che la CIA scelse di giocare la carta dell'islamismo radicale
dei mullah contro il comunismo e le correnti laiche alleate dell'URSS: subito
dopo la firma degli accordi di Camp David, Khomeiny, allora un oscuro personaggio,
fu portato a Parigi per venire formato e lanciato politicamente. Ma l'illusione
di Carter di poterlo controllare e manovrare durò poco: si aprì
così uno dei decenni più convulsi ed intricati del dopoguerra,
che non è possibile sintetizzare in poche righe. Dalla vicenda degli
ostaggi americani del 1979 come pressione di Teheran per la ripresa delle
forniture militari e del programma nucleare, alla disastrosa operazione
per liberarli che segnò la fine di Carter, all'Irangate, alla guerra
Iraq-Iran voluta da Washington, alla terribile serie di attentati della
Jihad che dal 1984 al 1990 ebbe come retroscena il rispetto da parte della
Francia dei precedenti accordi nucleari, la questione nucleare rivestì
un ruolo centrale. Come aveva giocato Reagan contro Carter, Khomeiny giocò
poi Chirac contro Mitterrand, finché nel 1991 Parigi sottoscrisse
l'accordo che confermava l'azionariato di Teheran in Eurodif ed il corrispondente
diritto di ritirare la quota corrispondente di uranio arricchito (pp. 536-40).
Quello che vale la pena di sottolineare è come la Casa Bianca abbia
voluto la prosecuzione del programma nucleare di un paese che al tempo stesso
denunciava come appartenente all'"asse del male": la versione
ufficiale secondo cui dal 1979 gli USA avrebbero interrotto ogni commercio
nucleare con Teheran è una grande impostura. Washington non poteva
però proseguirlo alla luce del sole, e ormai anche Parigi era nel
mirino: così lo fece attraverso Pekino (che, come Parigi, aderì
nel 1992 al NTP) e Mosca. "Riprendendo la costruzione della centrale
di Busher, la Russia si era sostituita alla Germania, la quale, prima di
nascondersi dietro l'Argentina, poi di tentare di passare attraverso la
Repubblica Ceca, aveva operato sotto licenza americana, il tutto per conto
degli Stati Uniti (p. 560): i quali tuttora fingono di essere preoccupati
per la collaborazione nucleare di Mosca con Teheran.
Gli ultimi anni del decennio videro l'ultima (almeno per ora) raffica di
test nucleari: ma anche per questi le cose stanno ben diversamente dalla
versione ufficiale. Chirac eseguì i test del 1995 anche per conto
di Washington (con cui aveva appena stipulato un accordo riservato di scambio
di dati), per sperimentare un carica nucleare a potenza variabile; alcuni
dei test dell'India del 1998 vennero eseguiti per conto di Israele (p. 579,
Le Monde, 27/05/98); ed alcuni dei test del Pakistan (che in realtà
deteneva la bomba dalla fine degli anni 70, p. 578, Le Monde, 16/05/98)
erano fatti per conto dell'Iran (p. 582). Appare veramente complesso sbrogliare
l'intricatissima matassa dei reali interessi economici, strategici e geopolitici
dietro la cortina fumogena abilmente sollevata e mantenuta, con innumerevoli
complicità, verso l'opinione pubblica!
Come abbiamo sottolineato, Dominique Lorentz ha svolto tutta la sua ponderosa
ricerca analizzando in modo sistematico e intelligente la documentazione
pubblicata ufficialmente e riuscendo a presentare una ricostruzione convincente
degli avvenimenti mondiali dell'ultimo mezzo secolo, anche di molti che
apparentemente non sembravano avere a che fare con il nucleare. Il suo saggio
pertanto squarcia un velo, ma non chiude affatto questa intricatissima storia:
senza nulla togliere ai suoi meriti, si deve riconoscere che rimangono molti
punti da chiarire e approfondire. Si apre così un vastissimo terreno
di ricerca, praticamente inesplorato, in archivi, su documenti segreti,
o desecretati, come è avvenuto ad esempio nel passato per il "Progetto
Manhattan".
Si potrebbe forse trarre una morale da questa storia intrigante. Forse l'incubo
nucleare, sorto alla fine della prima guerra mondiale, ha segnato le nostre
vite mentali, spirituali e materiali molto più profondamente di
quanto la sistematica rimozione che ne è stata fatta possa far sospettare.
Così come ha condizionato pesantemente le relazioni internazionali
e l'ordine mondiale, può avere contribuito più di quanto possiamo
sospettare anche a determinare l'oscuro malessere che permea le nostre società.
Oggi l'incubo nucleare è più concreto che in tutti i decenni
della Guerra Fredda. L'India e il Pakistan si fronteggiano minacciosamente
con armi nucleari dispiegate; Israele non esiterebbe certo a lanciare le
proprie qualora qualche paese arabo rappresentasse una minaccia concreta;
Washington sta sviluppando uno sforzo senza precedenti per sviluppare testate
nucleari nuove, più moderne e micidiali, mentre si prepara dichiaratamente
a lanciare un "attacco preventivo". È grottesco agitare
la minaccia (inesistente) delle armi di distruzione di massa di Saddam e
dei paesi dell'asse del male preparandosi ad usare le proprie! C'è
da chiedersi con che faccia le potenze nucleari si presenteranno per il
rinnovo del TNP nel 2005! L'opera di Dominique Lorentz può aiutarci
a svelare questi inganni, perché la ricostruzione del passato è
un mezzo fondamentale per capire dove siamo e dove stiamo andando.
(Angelo Baracca)