osservatorio internazionale

 

Ruanda 1994:
il genocidio e l'informazione dei quotidiani italiani

di Chiara Ceresa e Matteo Dominioni

 

Introduzione

Dall'aprile al luglio del 1994, in circa novanta giorni, in Ruanda si consumò l'ultimo genocidio del Novecento. La fazione più reazionaria delle forze governative dopo l'uccisione del presidente Juvénal Habyarimana prese il potere per mezzo di un colpo di stato e scatenò una feroce repressione contro gli hutu democratici e oppositori e ordinò l'uccisione di tutti i componenti dell'etnia minoritaria tutsi.
Il progetto del genocidio venne preparato a lungo, per almeno quattro anni. Dal luglio del 1993 all'aprile successivo, le violenze contro i democratici hutu e i tutsi condotte dalle milizie e dalle bande di giovani affiliati ai partiti di governo si intensificarono.
Le forze Onu presenti in Ruanda, dal momento che avevano solo il mandato di osservatori, non potevano intervenire militarmente e si limitarono a registrare i sempre più diffusi episodi di violenza. All'apice del genocidio vennero persino ridotti i caschi blu e venne lasciato campo libero ai genocidiari. I paesi occidentali stettero a guardare e intervennero tardivamente. Da un lato la recente esperienza della Somalia lasciava ancora aperte ferite profonde; questa fu la ragione del mancato intervento statunitense. Sotto un altro profilo vi era il tentativo di non fare emergere troppo le responsabilità europee nell'avere appoggiato per anni il regime totalitario di Habyarimana; questo fu il caso della Francia.
L'opinione pubblica non colse la drammaticità degli avvenimenti ruandesi. I media non contribuirono al sommovimento delle coscienze che invece ci sarebbe dovuto essere. È nostra opinione imputare ciò alle leggi del mercato delle informazioni che relegano l'Africa ad un ruolo insignificante tra gli avvenimenti internazionali. Nella primavera del 1994 i mezzi d'informazione, se dovevano trattare questioni correlate alla guerra, erano più interessati a seguire le vicende a noi più vicine della ex Yugoslavia; se scrivevano d'Africa, preferivano i servizi e i reportages sulla fine dell'apartheid in Sudafrica e sulle prime elezioni libere. Inoltre accade quasi sempre che le notizie provenienti dal continente nero siano in relazione a qualche cosa che riguardi gli occidentali (morti, rapiti, cooperanti, missionari). In questo senso possiamo affermare che l'informazione sia utilizzata in senso politico, anche quando tratta (o nasconde volontariamente) fatti a noi lontani: da una parte per fare pubblicità alla classe dirigente e dall'altra per tenere vivo quel sentimento di identità nazionale che si vorrebbe ormai estinto, ma che evidentemente svolge un ruolo ancora significativo. Il caso del Ruanda lo conferma: in un paese come l'Italia - estraneo dal punto vista storico ed economico - la stampa si concentrò sull'opera di alcuni connazionali piuttosto che descrivere ai lettori la drammaticità del genocidio.
Proprio per mettere in risalto questi punti, abbiamo deciso di raccontare i fatti avvenuti in Ruanda nel 1994 utilizzando fonti storiografiche e di analizzare come essi vennero presentati all'opinione pubblica da una parte rappresentativa della stampa italiana.

La vicenda ruandese

Hutu e tutsi: l'invenzione europea dell'etnicità

In Ruanda, con l'arrivo degli europei e dell'antropologia nella seconda metà dell'Ottocento, tutsi e hutu da categorie socioeconomiche, come erano nella società tradizionale, diventarono vere e proprie categorie etniche. I colonizzatori considerarono gli hutu come il gruppo etnico subalterno perché inferiore, poco incline a coltivare le arti e portato per il faticoso lavoro dei campi; mentre ai tutsi vennero attribuite qualità di tutt'altra natura, idonee per un'amministrazione coloniale. I tutsi diventarono gli interlocutori degli europei, cioè furono eletti a casta in grado di gestire una sorta di potere indiretto.
Originariamente hutu, tutsi e twa non erano gruppi etnici omogenei e nettamente differenziati gli uni dagli altri. Erano gruppi socio economici gerarchizzati. Schematizzando: gli hutu erano i contadini, i tutsi gli allevatori. I primi erano nettamente più poveri degli altri, i secondi ricoprivano il vertice dell'organizzazione sociale. I tutsi diventarono l'élite politica ed economica dell'area corrispondente all'odierno Ruanda. Questa disparità andò aumentando dopo il 1860, quando il mwami Kigeri Rwabugiri, di etnia tutsi, per mezzo di operazioni militari e politiche cercò di aumentare presenza ed egemonia del suo gruppo sugli altri[1]

Il mwami era riverito come una divinità assoluta e infallibile; ed era considerato l'incarnazione del Ruanda, e quando estese il suo dominio, Rwabugiri modellò ancora di più il mondo dei suoi sudditi a propria immagine e somiglianza. Ai più alti livelli politici e militari vennero promossi dei tutsi, e grazie alla loro identificazione con lo stato, essi finirono anche per godere di una maggiore ricchezza. Si trattava essenzialmente di un regime feudale: i tutsi erano aristocratici, gli hutu erano vassalli. Tuttavia il rango e il prestigio individuale erano determinati anche da molti altri fattori - clan, regione di provenienza, clientela, valore militare, spirito di iniziativa - e il confine tra hutu e tutsi continuò a essere permeabile [2].

I diari e i resoconti dell'esploratore inglese John Hamming Speke influenzarono notevolmente quella corrente di pensiero dalla quale nacque la teoria hamitica di stampo evoluzionista. Il mito hamitico o camitico è piuttosto antico, si riferisce a Ham ultimo figlio di Noè. Sia nella tradizione ebraica che per tutto il medioevo la discendenza hamitica venne descritta come peccaminosa e dai brutti tratti fisici e caratteriali. Molto più tardi, a seguito della spedizione di Napoleone in Egitto, i discendenti di Ham non vennero più descritti come subumani ma come neri di origine asiatica. A partire dal 1870 si diffuse la teoria in base alla quale berberi, egiziani e abissini erano considerati <<il ramo camita delle razze nere>> [3]:

Il Camita aveva pertanto cambiato volto nel corso del tempo, da maledetto a eletto: simbolo alla fine del ]XVIII secolo della moltitudine nera destinata a vivere allo stato selvaggio e nella schiavitù, è diventata all'inizio del XX secolo il ritratto di una <<razza bianca>> misteriosa e superiore[4]

L'ipotesi hamitica venne applicata al caso specifico ruandese e fu la base ideologica per una storia falsa e funzionale ad uno uso prettamente politico.
La popolazione originaria composta dai twa, cacciatori e raccoglitori, sarebbe stata marginalizzata dagli hutu, agricoltori, i quali a loro volta sarebbero stati sottomessi da nuovi conquistatori di origine hamitica, i tutsi, provenienti da oriente. Le differenze esteriori tra hutu e tutsi delineate dall'antropologia metrica erano dati del tutto empirici. I tutsi in teoria avrebbero dovuto avere rispetto agli hutu un'altezza maggiore, un naso leggermente più lungo e stretto, carnagione più chiara e capelli meno crespi. In realtà non vi sono riscontri né storici né linguistici che confermino tale teoria. Essa però venne utilizzata dai colonizzatori allo scopo di appoggiare il loro sistema coloniale su figure locali che fossero, o per lo meno apparissero, in grado di gestire i rapporti interni e quelli con gli europei.
John D. Fage illustra in modo esaustivo la formazione e l'evoluzione sociale del Ruanda, attribuendo alla tradizione l'origine etiopica dei tutsi:

Nel Rwanda, i tutsi dominanti erano una casta endogama che rappresentava il 10% circa della popolazione ed erano chiaramente distinguibili dal resto della popolazione sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista delle funzioni svolte. Erano più alti [...], più snelli e decisamente più chiari di carnagione; le loro occupazioni erano il governo e l'amministrazione della giustizia, sotto l'egida del loro re sacro; la vita che conducevano permetteva loro di coltivare le arti elevate della poesia, della musica e della fabbricazione di cesti; erano unici proprietari di bestiame del regno e vivevano quasi interamente dei loro prodotti; in generale il loro rapporto con il resto della popolazione è stato giustamente paragonato a quello tra i signori e i servi feudali del Medioevo europeo. Però parlavano la stessa lingua bantu usata dalla gente comune, gli hutu, agricoltori che usavano la zappa e ai quali molto del loro bestiame era affidato [...]. I twa erano cacciatori e vasai e rappresentavano probabilmente un elemento non assimilato della popolazione originaria trovata dai bantu al loro arrivo nel paese.
L'origine della classe dominante tutsi-hima-chwezi dei regni bantu lacustri costituisce un problema interessante. All'esame sierologico i suoi membri risultano Neri e ciò sembra escludere la possibilità di un'origine cushitica. Alcuni spiegherebbero la loro differenziazione fisica rispetto alla maggior parte della popolazione di lingua bantu semplicemente come conseguenza di una dieta superiore, a più alto contenuto proteico. Ma sia le tradizioni del Rwanda che quelle del Baganda affermano che questa classe dominante immigrò dal nord [5]
.

L'antropologia che mediante classificazione suddivise gerarchicamente la società in gruppi etnici, subì forti influenze dall'amministrazione coloniale che, necessitando di collaboratori, richiedeva elementi locali ritenuti affidabili. In realtà non esistevano sostanziali differenze tra hutu e tutsi sotto l'aspetto culturale e nemmeno per quanto attiene al patrimonio genetico delle comunità. La studiosa Agnès Lainé impiegando dati della genetica delle migrazioni ha dimostrato come non vi siano differenze tra i principali gruppi di Burundi e Ruanda [6].
L'antropologia creò le etnie, poi il potere coloniale - tedesco prima e belga in una seconda fase - fornì all'aristocrazia tutsi il monopolio del potere e la gran parte delle risorse e delle ricchezze. L'apice di questa pratica venne raggiunto nel 1933-1934 - con dieci anni di anticipo sul Sudafrica dell']apartheid - quando le autorità belghe indissero un censimento allo scopo di introdurre carte d'identità che indicassero oltre ai consueti dati anche l'appartenenza etnica delle persone: l'85% risultarono hutu, il 14% tutsi e solamente l'1% twa[7.]

L'uccisione del presidente Habyarimana

Nella notte del 6 aprile 1994, il jet Falcon che trasportava a Kigali di ritorno dalla Tanzania il presidente del Ruanda, Juvénal Habyarimana, e il presidente del Burundi, Cyprien Ntaryamira, venne abbattuto da un missile nelle vicinanze del palazzo presidenziale. L'identità degli attentatori e la regia politica sono rimasti sconosciuti anche se i maggiori sospetti sono ricaduti sui collaboratori più estremisti di Habyarimana. Il 17 giugno, in un articolo sul maggiore quotidiano belga - <<Le Soir>> - Colette Braeckman pubblicò un'inchiesta secondo la quale l'aereo sarebbe stato abbattuto da due ufficiali francesi per conto di estremisti hutu. Il governo francese rispose duramente alle accuse chiedendo che venissero mostrate le prove e, a riprova di tale ipotesi, <<Le Soir>> scrisse che vennero impiegati missili Sam-3 di origine sovietica sconosciuti alle truppe ruandesi[8]. Le polemiche tra Parigi e Bruxelles terminarono subito ma non venne mai fatta luce per confermare o smentire l'ipotesi. Nel marzo 2000, un'altra ipotesi scaturita da una testimonianza di tre guerriglieri dell'Fpr, resa nota dal quotidiano canadese <<National Post>>, accusò Kagame di avere ordinato a un commando di eseguire l'attentato, certo della copertura e dell'appoggio straniero[9].
L'ipotesi più credibile comparve sul quotidiano francese <<Libèration>> il 7 aprile 1996. Dopo l'attentato, l'esercito ruandese trovò le rampe lanciamissili identificate dal numero di serie come SA 16 s, armi sofisticate che richiedono un certo addestramento per l'utilizzo. Stando a informazioni di qualche servizio segreto europeo, i missili sarebbero stati catturati dalla Francia agli irakeni durante la Guerra del golfo e, in un secondo momento, sarebbero tornati nel mercato degli armamenti. L'ex ministro della cooperazione Bernard Debré sostenne invece che furono gli Stati Uniti a vendere i missili all'Uganda che a sua volta li avrebbe rivenduti al Fpr [10].

Il genocidio del 1994: le prime ore

In meno di mezz'ora la notizia dell'abbattimento dell'aereo venne diffusa in tutto il paese grazie alla radio. La propaganda accusò dell'attentato i tutsi giunti nella capitale dopo gli accordi di Arusha e i belgi che avrebbero addestrato e armato il commando.
Immediatamente furono mobilitati Guardia presidenziale, esercito di stanza nella capitale, poliziotti, reparti scelti e la milizia. I capi dell'hutu power chiamarono a raccolta il maggior numero di interhamwe, i quali, una volta armati e avute le liste di persone da eliminare, ricevettero l'ordine di dare la caccia agli hutu moderati e a tutti i tutsi: tra l'una e le due di notte gli interhamwe incominciarono a percorrere le strade con automezzi e innalzarono posti di blocco e barricate ad ogni incrocio. Le barriere erano elevate di fronte a bar o vicino a centri commerciali, furono sponsorizzate da uomini d'affari della zona o da persone per bene tramite elargizione di cibo, bevande alcoliche e marijuana.
Individuati i quartieri tutsi e i centri dove l'opposizione era organizzata, gli assalitori colpirono metodicamente le case dei nemici e uccisero indiscriminatamente gli abitanti. Le operazioni furono condotte da soldati regolari accompagnati da quadri politici e miliziani. La scientificità con la quale vennero condotti questi rastrellamenti fu il risultato di un piano prestabilito e studiato a lungo.

Il governo provvisorio di Théoneste Bagasora

La mattina successiva, presso l'Ecole Supérieure Militare, un centinaio di ufficiali delle Far diede vita ad un comitato di crisi guidato dal colonnello Théoneste Bagosora, uno dei fondatori dell'akazu. Si trattò a tutti gli effetti di un colpo di stato militare attuato dalla componente più estremista del regime precedente, numerosa ma minoritaria.
L'8 aprile di prima mattina, Bagosora riunì i leaders dei partiti per costituire un governo transitorio (Gir) civile e multipartitico come quello di Habyarimana, che funzionasse come copertura di fronte alla comunità internazionale per continuare il genocidio senza ingerenze esterne. Il Mouvement Révolutionnaire National pour le Dévelopement era rappresentato dal suo presidente Mathieu Ngirumpatse, da Edouard Karemera, e da Joseph Nzirorera, membro dell'Akazu; il Mouvement Démocratique Républicain dall'oratore dell'hutu power, Froduald Karamira e dal segretario Donat Murego; il Partito Liberale (Pl) dai suoi avvocati Justin Mugenzi e Agnes Ntamabyaliro. Vi furono difficoltà a reperire rappresentanti del Parti Social Démocrate perché i membri del comitato centrale o vennero uccisi o fuggirono in cerca di salvezza. Primo ministro venne incaricato - più che altro come copertura - l'ex banchiere Jean Kambanda. La suddivisione dei ministeri venne decisa da Bagosora in base ad un criterio di natura regionalistica: ai membri originari del nord - bakiga - vennero attribuiti gli affari inerenti alla guerra, ai membri del centro-sud - banyanduga - quelli riguardanti questioni politiche.
Il 10 aprile il Gir convocò a Kigali i dieci prefetti del paese, i quali denunciarono il comportamento dei miliziani interhamwe che all'interno delle loro prefetture stavano provocando grandi eccidi. I prefetti furono cacciati immediatamente e sostituiti con funzionari più ligi al dovere. In quell'occasione il vice presidente del Mrnd e ministro del Gir, Froduald Karamira fece una dichiarazione estremamente chiara sul rapporto tra Gir e interhamwe:

noi non vogliamo più sentire parlare di questi prefetti [...]. Queste antiche abitudini ereditate dai tempi dei conflitti e rivalità tra i partiti, sono oggi passate. L'ingaggio dei miliziani interhamwe è un'azione altamente patriottica[11]

Una volta messa in moto, la macchina del genocidio non si fermò. In tredici settimane vennero uccisi dagli hutu tra gli 800.000 e il milione di tutsi. Dal 6 aprile ai primi giorni di maggio era già stato ucciso circa il 75% dei tutsi del Ruanda. Le carneficine coinvolsero tutto il paese e un gran numero di persone. Solamente in cinque o sei luoghi della capitale e in altrettanti in tutto il paese i fuggiaschi dalle violenze furono risparmiati. A questa stima devono essere aggiunte le vittime causate dall'avanzata e dalle rappresaglie dell'Fpr che, tra l'aprile 1994 e l'agosto 1995, sarebbero state 60.000.
La scansione cronologica del genocidio può essere sintetizzata in quattro punti: 1. nei primi giorni del genocidio, gli assalitori uccisero donne e uomini, catturandoli nelle loro case o mentre erano in fuga, inclusi nelle liste di proscrizione come presunti oppositori o come tutsi particolarmente conosciuti; 2. nella seconda settimana, gli organizzatori svilupparono la nuova pratica di catturare tutti i tutsi casa per casa e radunarli in uffici pubblici, chiese e caserme dove poi fare massacri su vasta scala; 3. dalla metà di aprile le autorità dichiararono una campagna di pacificazione non per interrompere le uccisioni ma solamente per controllarle e renderle meno visibili alla comunità internazionale; 4. dalla metà di maggio, di fronte all'evidente avanzata dell'Fpr, per eliminare i testimoni le autorità ordinarono la soluzione finale contro i tutsi che si erano salvati come donne e bambini, o contro persone protette dal loro status come preti e medici.
Nei primi giorni del genocidio, le vittime delle violenze furono soprattutto gli hutu moderati e quelli dell'opposizione, perché dall'interno della comunità hutu avrebbero potuto mettere in crisi la propaganda razzista. Completata l'opera di eliminazione degli hutu dissidenti, le violenze vennero indirizzate contro i tutsi, i quali venivano individuati come tali se magri, alti e con i capelli più lisci.
Le autorità tramite l'impiego dell'esercito, della polizia nazionale e comunale, della milizia interhamwe e dei gruppi di auto-difesa cercarono di rendere il più collettiva possibile la responsabilità del genocidio. Per mezzo della forza e delle minacce, obbligavano molti non estremisti a prendere parte alle uccisioni, coinvolgendoli in crimini talmente efferati da abituarli al massacro e renderli attivi partecipi; oppure utilizzavano verso i componenti dei gruppi un approccio persuasivo fatto di gratificazioni come cibo, bevande, parti di vestiario militare o, ancora più efficace in una società affamata, promettevano la distribuzione del bestiame e della terra posseduti dai tutsi. Numerosi capi famiglia vennero costretti a uccidere in pubblico mogli di etnia tutsi e figli sanguemisti. Le famiglie e le unioni multi etniche divennero uno dei simboli più rappresentativi del genocidio, perché furono un ambito nel quale si manifestarono nella maniera più insensata e crudele i crimini. Nella ex Iugoslavia durante la guerra le unioni miste divennero emblema di convivenza, mentre in Ruanda nello stesso periodo rappresentavano l'opposto.
Un altro obiettivo delle violenze hutu dei primi giorni furono i caschi blu della missione Minuar. Il progetto da parte degli hutu di colpire la missione di peace keeping non era un mistero nemmeno per le stesse autorità militari delle Nazioni unite. Colpendo duramente la Minuar gli hutu prevedevano di fare cessare la missione in maniera da avere il campo sgombro e nessun osservatore tra i piedi per proseguire su vasca scala le uccisioni dei tutsi; ed effettivamente quanto previsto fu ciò che accadde veramente. Il 7 aprile, bande di interhamwe attaccarono i soldati belgi e ghanesi della Minuar messi a difesa del primo ministro Agate Uwilingiyimana. Il primo ministro - naturale presidente dopo l'incidente aereo di Habyarimana - insieme al marito e ai figli uscì dalla casa per cercare rifugio nella palazzina adiacente alla propria, sede del Programma di Sviluppo delle Nazioni unite, ma il gruppo venne fermato dai miliziani e ucciso sul posto. Gli hutu quindi accerchiarono i caschi blu rimasti nella casa di Uwilingiyimana, risparmiarono la vita ai ghanesi mentre i 10 belgi prima vennero disarmati e costretti alla resa, poi vennero torturati, uccisi, seviziati ed esposti in pubblico.
Le Nazioni unite - come previsto dagli hutu - non concessero ai propri soldati il permesso di intervenire con armi da fuoco per porre termine alle violenze. I caschi blu si preoccuparono esclusivamente di mettere in salvo gli stranieri e, paradossalmente, alcuni dei membri della cerchia ristretta di Madame Habyarimana. Francia, Italia e Belgio inviarono alcuni soldati per evacuare i loro cittadini mentre nessun ruandese venne tratto in salvo, nemmeno i dipendenti delle ambasciate e dei consolati dei governi occidentali. Nel complesso non vi fu alcun intervento concreto da parte della cosiddetta comunità internazionale per porre termine alle violenze. L'Italia per portare in salvo i 198 connazionali residenti in Ruanda, l'11 aprile, inviò in Kenia tre aerei da trasporto C-130 della 46a brigata aerea di Pisa con a bordo 80 uomini tra Col Moschin e Incursori della Marina militare. Da Nairobi tramite ponte aereo in due giorni vennero rimpatriati un'ottantina di persone e quaranta bambini. La cosiddetta Operazione salvezza durò poco e ricevette un'ampia copertura mediatica. Gli italiani lasciarono il paese senza mettere in salvo stranieri; eppure le testimonianze dei superstiti delle missioni e delle organizzazioni non governative avevano reso evidente la drammaticità degli eventi in corso[12]
Francia e Belgio organizzarono le missioni ]Amaryllis e Silverback e non si comportarono diversamente. I francesi badarono esclusivamente a mettere in salvo i loro connazionali, i belgi trasportarono qualche tutsi.
La radio nei primi giorni trasmise false notizie per impaurire la popolazione e creare consenso verso la giunta militare, inoltre anticipò gli eventi per indicare indirettamente alle milizie dove e contro chi compiere gli assalti. In alcuni casi vennero persino dati ordini alle milizie o a gruppi di autodifesa attivi in determinate aree. Alcuni esempi illustrano ampiamente il tipo di linguaggio degli speaker, la tecnica comunicativa e la modalità nel dare gli ordini. Dopo avere letto una lista comprensiva di nome, indirizzo di casa e lavoro di tredici presunte spie dell'Fpr, Valérie Bemerki invitò gli ascoltatori a intervenire:

avete ascoltato i loro nomi, con l'indicazione dei settori e delle cellule, noi pensiamo che queste persone stiano realmente tramando con gli scarafaggi di uccidere...ruandesi[13]

Noël Hitimana si congratulò con chi aveva preso parte agli assalti:

la popolazione è molto vigile, eccetto in alcuni settori...dove le persone non sono ancora cadute; altrimenti, in tutti gli altri luoghi, hanno saccheggiato tutte le case, le camere, le cucine, dappertutto! Hanno persino scardinato porte e finestre dalle case disabitate, dove vi trovano dentro ]ikontanyi nascosti. Hanno cercato ovunque!...se gli ikontanyi sono affamati scappano prima del vostro arrivo. È per questo che dovete agire molto in fretta! Obbligateli ad uscire! Finiteli ad ogni costo[14]

Il giornalista belga di Rtlm inneggiò entusiasticamente alle violenze:

attorno alla collina Mburabuturo, nelle foreste...sono stati segnalati sospetti movimenti di persone...persone di Rugunga, di Kanongo, dal distributore di benzina, state attente, andate a setacciare quei boschi, assicuratevi che siano sicuri e che non ci siano scarafaggi [15].

Anche l'emittente pubblica Radio Rwanda fu al servizio del genocidio, come quando il 12 aprile diede voce al colonnello Tharcisse Renzaho - prefetto della capitale - il quale comunicò agli ascoltatori di organizzarsi:

chiediamo alle persone di fare ronde, come sono soliti fare, nei loro isolati. Esse devono serrare i ranghi, ricordare come utilizzare i loro arnesi e difendersi...Vorrei inoltre chiedere ad ogni isolato di cercare di organizzarsi per il lavoro comune []umuganda] per pulire la macchia, per cercare nelle case, incominciando da quelle abbandonate, per cercare nelle paludi dell'area allo scopo di essere sicuri che se qualche scarafaggio vi si è rifugiato per salvarsi...ebbene essi dovranno rimuovere questa macchia, cercare nelle fosse e nei canali...innalzare barricate e presidiarle, cercare persone fidate per fare ciò, che abbiano ciò di cui hanno bisogno...cosicché nulla possa loro scappare [16].

Il meccanismo del genocidio

Per condurre il genocidio su vasta scala il Gir sviluppò con il passare dei giorni una gerarchia verticistica centralizzata. I prefetti ricevevano gli ordini dal centro, li trasmettevano ai sottoposti e controllavano l'andamento della situazione; ma furono i borgomastri a mobilitare la popolazione e mettersi alla testa delle bande. Grazie alla loro autorità e alla vasta rete di relazioni che possedevano, poterono contare su un ampio bacino di persone. Essi diventarono arbitri sulla vita e la morte degli abitanti, perché avendo il compito di conservare e aggiornare gli archivi anagrafici, conoscevano esattamente l'appartenenza etnica di tutti.
I borgomastri furono coloro i quali garantirono la continuità del genocidio per un periodo di settimane su tutto il territorio e lungo tutta la gerarchia, sia al vertice che alla base. Essi erano a stretto contatto con i poteri periferici sui quali esercitavano notevole autorità, come i consigli comunali e, soprattutto, i comitati di sicurezza, organi a livello comunale o di prefettura composti da dipendenti del governo, ufficiali dell'esercito e di polizia e note personalità locali che ricevevano ordini direttamente giorno per giorno. A livello più basso si assicuravano del funzionamento dei check point, si misero alla testa delle milizie nei rastrellamenti e negli incendi delle case, ordinarono l'eliminazione degli oppositori e dei tutsi, minacciarono i dissidenti per obbligarli a prendere parte al genocidio.
Spesso accadde che quando le forze locali non furono abbastanza per portare a termine le stragi, i borgomastri ricorsero alle autorità superiori per chiedere rinforzi da parte delle forze armate. La gerarchia in questi casi si ribaltava perché alla testa degli uomini dell'esercito venivano posti i borgomastri, cioè dei civili.
Nel genocidio un ruolo di primo piano venne ricoperto dalle milizie, componenti più estremiste della società ruandase. Esse criticarono sempre gli accordi di Arusha dell'estate del 1993 - intesi a porre fine alla guerra civile - che vennero recepiti come una sorta di tradimento, perché mettevano in discussione la supremazia hutu sancita dalle leggi dello stato a seguito della cosiddetta rivoluzione hutu del 1959. La propaganda accusò il governo di non difendere abbastanza gli hutu dalla violenza dei tutsi e del Fpr, diffuse inoltre false notizie su inesistenti progetti genocidiari da parte dei tutsi. La presenza nella capitale di circa 600 soldati dell'Fpr venne propagandata come pericolo reale per la vita degli hutu.
In questo contesto dove la menzogna trionfava sulla verità, gli interhamwe mobilitarono e addestrarono in tutto il paese migliaia di persone; pur rimanendo una minoranza, il numero degli estremisti aderenti alle milizie aumentava gradualmente. Questi volontari avevano il compito di compilare liste di nemici da eliminare, poi venivano armati e suddivisi in piccole squadre al comando di militari o di autorità civili e veniva loro affidata una zona che al momento opportuno sarebbe stata ripulita, oppure un posto di blocco da presidiare.
Nel periodo tra la firma del trattato di Arusha e l'aprile del 1994, gli hutu estremisti della milizia si addestrarono pubblicamente alla luce del sole senza essere ostacolati dalle autorità. Le reclute venivano inviate in campi di addestramento lontani dalla capitale. Uno era a Gabbro vicino all'Hotel del parco giochi Akagera, un altro era a nord est nella foresta di Gishwati adiacente all'Hotel Mont Muhe che apparteneva a Habyarimana e al suo gruppo. Le reclute di Gishwati vivevano nella foresta in tende e ogni fine settimana ricevevano le visite di eminenti membri del Mrnd e di uomini d'affari provenienti da Kigali[17]
La milizia era diretta da un comitato nazionale. Gli interhamwe avevano comitati a livello di prefettura; i gruppi meglio addestrati, quelli di Kigali, operarono sotto il diretto commando di leaders locali come Jean Ntawutagiripfa <<il congolese>>.
Oltre agli interhamwe sorsero, come settori giovanili dei partiti, altre milizie meno numerose, poco armate e male addestrate che nel corso del genocidio vennero progressivamente assorbite dagli interhamwe. Gli impuzamugambi facevano riferimento al Cdr; gli abakombozi - i liberatori - erano organizzati dal Parti Social Démocrate (Psd); gli incuba - tuono - Mouvement Démocratique Républicain (Mdr).
Le armi proliferarono. Tra il gennaio 1993 e il febbraio 1994 le autorità ruandesi importarono 581 tonnellate di machete - il doppio degli anni precedenti - ovverosia 581.000 lame avendo ciascuna un peso di un chilo. Un ruandese hutu adulto su tre venne dotato di arma bianca[18]. Uno dei maggiori acquirenti fu Félicien Kabuga, uomo d'affari di Byumba e amico di Habyarimana, che ottenne sette licenze per un valore complessivo di 25.000 dollari. L'unica fabbrica locale di machete era la Rwandex Chillington, una joint venture tra la Plantatio & General Investments inglese e la fabbrica di caffè Rwandex. Tra agosto e dicembre 1993 la Chillington vendette 16.000 machete a due dipendenti: Eugene Mbarushimana, segretario generale degli interhamwe e genero di Habyarimana, e François Brasa, fratello maggiore del leader Jean-Bosco Barayagwiza del partito Cdr. In assenza di una legge e di una polizia imparziale aumentarono anche le armi da fuoco in circolazione. I kalashnikov erano assai diffusi, le granate a mano erano vendute al mercato di Kigali a due dollari l'una.
Félicien Kabuga divenne un punto di riferimento importante per la milizia. Insieme ad un gruppo di ufficiali, autorità politiche e membri dell'amministrazione nei primi giorni di aprile 1994, in pieno genocidio, si staccò dall'akazu e si ritirò nel lussuoso Hotel Meridien nella città di Kibuye da dove venivano inviate notizie al governo golpista di transizione (Gir) sulla situazione delle finanze, dei rapporti con l'estero e persino delle strategie militari. Il 24 e 25 aprile egli radunò un gruppo di persone influenti del luogo e altre provenienti da Kigali per discutere su come aiutare l'esercito e la milizia. Il meeting elesse un comitato provvisorio composto da Kabuga, Abijah Kwilingira, e Stanislas Harelimana che aveva lo scopo di presentare idee e offrire collaborazione alla giunta di Bagasora. In un messaggio al governo il gruppo espresse la necessità di offrire alla comunità internazionale un'immagine manipolata degli avvenimenti in corso, inviando delegazioni che facessero propaganda per giustificare il genocidio. Il risultato immediato di queste pressioni fu la rimozione dell'ambasciatore ruandese a Parigi - Marie Vianney Ndagijimana - perché denunciò il Gir alla radio francese.
I membri del gruppo di Kabuga crearono un fondo speciale per finanziare la milizia nel quale versarono i primi contributi, dopodiché scrissero al Gir affinché si facesse promotore dell'iniziativa sia sul territorio nazionale che all'estero. I contributi sollecitati da Kabuga alla sua cerchia ristretta fruttarono 140.000 dollari che vennero suddivisi tra le varie prefetture e il ministero degli interni. Jean-Berchmans Nshimyumuremyi, vice rettore della National University of Rwanda, fece pressioni alla facoltà e allo staff per contribuire. In soli cinque giorni, accademici e semplici dipendenti raccolsero circa 34.000 dollari che, in un secondo momento, vennero accaparrati dal vice rettore che li trasferì da un fondo dell'università ad uno della <<Caisse d'Epargne>>. L'ambasciatore ruandese a Washington scrisse una lettera ai ruandesi residenti negli Stati Uniti per invitarli a inviare i loro contributi tramite un conto appositamente aperto presso la Riggs National Bank.
L'organizzazione dell'hutu power era perfetta, entrò in azione appena un'ora dopo la diffusione della notizia della morte di Habyarimana. Complessivamente i membri della milizia nella capitale erano circa 2.000, alcune centinaia nei comuni dove il Mrnd e il Cdr erano maggioritari.
I miliziani, non avendo uniformi uguali per tutti, indossavano indumenti e simboli di riconoscimento per distinguersi gli uni dagli altri. I colori che comparivano su magliette, fazzoletti e cappellini erano blu e giallo per gli interhamwe, nero, giallo, rosso per gli impuzamugambi. Un testimone riferì che nel corso degli attacchi su larga scala per differenziarsi dalle vittime essi portavano addosso foglie di piante caratteristiche delle loro regioni d'origine: tè da Gisovu, caffè da Gishyita e Mubuga, banane da Cyangugu[19].
L']hutu power - un'organizzazione che faceva perno sull'autoritarismo e che gradualmente modellò su questa linea il potere in Ruanda - per come ha progettato il genocidio, per come l'ha perseguito e per come l'ha negato, può essere a tutti gli effetti accostato ad una delle numerose organizzazioni fasciste novecentesche.

Tipologia di crimini

Nel corso del genocidio decine di migliaia di donne, ragazze e persino bambine tutsi vennero stuprate; fu una pratica molto diffusa. Le donne tutsi venivano dipinte dalla propaganda come devianti e al servizio dei loro padri e fratelli. Erano ritenute più belle delle rivali hutu ma erano accusate - per innata arroganza - di non corrispondere alle attenzioni dei maschi hutu i quali frustrati, fecero pagare alle giovani un prezzo ancora più alto. Dopo le incursioni nelle case private o nei luoghi dove si radunavano i fuggiaschi, gli assalitori si distribuivano tra loro le donne come prede di guerra. Alcuni mantennero queste poverette in una vera e propria servitù sessuale per giorni e addirittura per mesi, proprio come fecero nel 1937 i giapponesi a Nanchino con le cinesi, soprannominate <<donne di conforto>>[20].
Ricevuta l'approvazione del borgomastro, alcuni hutu negli uffici comunali di Taba stuprarono in gruppo donne e ragazze. Alla Kabgayi nursing school i soldati ordinarono alla direttrice di etnia hutu di consegnare le studentesse tutsi e ricevuto un netto rifiuto la uccisero.
Molto spesso le donne venivano mutilate sia durante che dopo lo stupro: venivano punzonati o tagliati seni e vagina con strumenti di qualsiasi tipo. Le vittime venivano sfigurate, preferibilmente in vita per arrecare loro ancora più dolore, nelle zone del corpo ritenute particolarmente tutsi come il naso fine e le dita lunghe[21]. Le mutilazioni di gambe e piedi e il taglio dei legamenti servivano per non interrompere la serialità con la quale venivano condotte le eliminazioni. I soldati e i miliziani talvolta non erano in numero sufficiente per uccidere celermente i tutsi ammassati nei punti di raccolta e nemmeno per controllarli. Mutilando gli arti inferiori dei prigionieri essi si assicuravano che nessuno fuggisse. La notte facevano ritorno nei campi militari dove molto diffuso era il consumo di alcolici, il giorno successivo riprendevano il lavoro.
Molte vittime - sia uomini che donne - subirono torture psicologiche oltre che fisiche prima di essere uccise. Gli uomini erano costretti ad assistere o persino a prendere parte all'uccisione delle loro compagne e dei figli. Le vittime offrivano denaro e pagavano gli assassini per essere uccise con armi da fuoco piuttosto che morire per mutilazioni e dissanguamento.
Il mito hamitico influì in un certo modo sul tipo di omicidio scelto dagli hutu. I capi estremisti incitavano i seguaci a gettare i tutsi nei fiumi per rimandarli nei luoghi d'origine, l'Etiopia, tramite la via più veloce. Essi inoltre avevano la pretesa che in tale maniera sarebbero riusciti a nascondere le prove delle uccisioni, ma le acque del Ruanda si tinsero di rosso per settimane intere:

il fiume Kagera scende dagli altipiani del Ruanda e scorre lungo tutto il paese segnando il confine con la Tanzania; nel tratto finale continua in territorio ugandese, dove si immette nella vastità del lago Vittoria. Il Kagera è stato il veicolo ideale per disperdere le prove del genocidio. Le persone venivano allineate sulle rive, e dopo essere state trucidate venivano scaraventate nei flutti. Un metodo alternativo era quello di costringere le vittime a gettarsi nelle acque impetuose. La maggior parte annegava in pochi minuti. Le bande dell'Interhamwe avevano scoperto che era un metodo particolarmente efficace con i bambini, che venivano inghiottiti dalla corrente più facilmente.
Gli incitamenti dei leader estremisti a "rimandare i tutsi in Etiopia" [...] producevano il frutto di una terribile vendetta. Molti contadini analfabeti che la propaganda estremista aveva trasformato in carnefici credevano che il Kagera passasse davvero per l'Etiopia. Ma quasi tutti i fiumi e i laghi del paese erano diventati discariche di morti; i cadaveri erano così numerosi da pensare che la terra non riuscisse a contenerli. Quando i morti raggiungevano infine il lago Vittoria, i pescatori ugandesi uscivano a ripescarli con le barche per offrire a quei corpi una dignitosa sepoltura [22].

La brutalizzazione sui corpi non venne limitata all'evento ma perdurò dato che, in molti casi, furono proibiti i funerali e i cadaveri rimasero a marcire nei medesimi luoghi delle stragi affinché rappresentassero un monito e una minaccia oltre che un insulto per i sopravvissuti. Le persone che provavano a seppellire i corpi venivano accusate di favoreggiamento con il nemico.

L'allargamento del genocidio

I partecipanti ai primi massacri furono una piccola minoranza della popolazione hutu, tra l'altro appartenevano alle fazioni trasversali più estremiste dell'ideologia dell'hutu power a più stretto contatto con il Gir. Le violenze si concentrarono maggiormente a Kigali, vi presero parte un migliaio di guardie presidenziali, insieme a diverse centinaia di soldati dell'esercito provenienti da battaglioni di truppe scelte o dalla polizia nazionale, e circa 2.000 miliziani. Nel resto del paese durante i primi due giorni del genocidio furono assai poche le persone coinvolte; complessivamente rispose alla chiamata un numero complessivo di 6.000-7.000 persone.
Inizialmente era forte l'opposizione agli assalitori da parte di amministratori e prefetti, ma in pochi giorni prevalsero posizioni diverse perché il Gir eliminò fisicamente, trasferì, minacciò o intimidì con la propaganda ufficiali, prefetti e borgomastri. Nell'ambito civile, il 17 aprile, venne rimosso il prefetto di Butare - Jean-Baptiste Habyalimana - che poi venne ucciso insieme alla famiglia perché si oppose ai massacri e, nello stesso periodo, uguale sorte toccò al prefetto Godefroid Ruzindana. In maggio e giugno l'epurazione proseguì coinvolgendo decine di prefetti, sotto prefetti e borgomastri.
Condizioni essenziali per l'estensione del genocidio furono sia l'incremento dei partecipanti, sia la distruzione dell'opposizione molto diffusa tra amministratori e militari.
A partire dal 12 aprile Bagasora e la giunta militare cominciarono a mobilitare l'azione popolare per ampliare gli effetti del genocidio su più vasta scala. Molti hutu inizialmente oppositori risposero non perché si sentissero coinvolti nella politica dell'hutu power ma perché, vedendo per le strade di Kigali morti hutu e credendo alla propaganda in merito al pericolo tutsi, cedettero alla paura e si unirono nei gruppi di autodifesa. Tra il 12 aprile e metà maggio furono perpetrati i maggiori massacri di tutto il genocidio nel corso dei quali, in singoli episodi di uno o due giorni, vennero uccise decine di migliaia di persone.
L'opposizione al genocidio fu coinvolta attivamente nella difesa dei tutsi e contro gli attacchi. Alcuni ufficiali fecero intervenire reparti per bloccare gli assalti delle milizie; gendarmi della polizia nazionale prestarono assistenza e protezione in molti luoghi.

Il sistema di autodifesa civile

Una condizione essenziale per l'allargamento del genocidio fu la formalizzazione su territorio nazionale dei gruppi di autodifesa fondati da Bagasora - Auto-Défense Civile - che venne annunciata da Radio Rwanda il 26 aprile. La gerarchia prevedeva comitati di controllo - organizzati in base a una struttura militare - a livello nazionale, a livello di prefettura, comunale e di settore per facilitare la collaborazione tra autorità amministrative, militari e politiche. Solamente nei comuni urbanizzati l'organizzazione arrivava a livello di cellula.
L'istituzionalizzazione di questo sistema dotò il Gir di una forza di massa in aggiunta a quelle operanti e di un canale più diretto ed efficiente nel controllare l'operato degli aggressori. Dalla fine di aprile il Gir incominciò a retribuire con regolare salario i responsabili di cellula e gli ufficiali locali, cosa mai avvenuta in precedenza. Il 25 maggio, il ministero degli interni diramò agli amministratori un ordine per esortarli a prestare aiuto ai gruppi di autodifesa nel reclutamento di congedati, nel preparare inventari di armi da fuoco disponibili, nel procurare alla gente armi tradizionali, nel distribuire appropriati strumenti di comunicazione tra gruppi, nel monitorare il lavoro delle barricate e delle ronde.
Dato che gli organizzatori dei gruppi di autodifesa non facevano distinzioni tra civili tutsi e uomini del Fpr, si auguravano che le reclute, così come si resero protagoniste del genocidio, avrebbero ugualmente combattuto contro le truppe del Fpr. La maggiore parte dei giovani però era male addestrata e poco armata, solamente di archi e frecce, lance e machete, per affrontare il nemico. Nonostante in alcuni combattimenti fossero periti molti uomini dell'Auto-Défense Civile, i comandanti esortarono i rimanenti - richiamando esplicitamente la lotta di liberazione del popolo vietnamita - ad ingaggiare scontri guerriglieri.
L'ampliamento delle attività dei comitati di autodifesa modificò in parte l'organizzazione del potere a livello periferico, perché aumentò notevolmente la massa di uomini da inquadrare. Ciò avvenne in parallelo - ed è piuttosto significativo - con la discontinuità nella strategia genocidiaria, quando avvenne il passaggio dai massacri di ampie proporzioni alle uccisioni mirate e di più piccole dimensioni.

La terza fase del genocidio: la pacificazione

Il 23-24 aprile il Gir proclamò pubblicamente una nuova politica che venne chiamata <<pacificazione>>. In realtà si trattava di un escamotage propagandistico per rendere accettabile l'esecutivo alla comunità internazionale, dato che le violenze non terminarono, anzi. Vennero meno i massacri di massa, ma proseguirono le eliminazioni ad ampio raggio di tutsi in fuga su tutto il territorio.
Pacificazione divenne sinonimo di <<più uccisioni>> che tuttalpiù dovevano essere discrete. Gli ideologi del genocidio anche in questo caso imposero una interpretazione mistificatrice, ricorrendo a termini dal significato opposto a quello che avrebbero dovuto avere. Più adeguato sarebbe stato l'impiego di espressioni come <<soluzione finale>>.
Non è un caso che la cosiddetta fase di pacificazione sia entrata in vigore nel momento in cui i gruppi di autodifesa vennero riformati e armati e il numero dei loro aderenti crebbe. A fine aprile l'esercito e le milizie o erano state poste a contrastare l'avanzata del Rpf, o erano in disfacimento e in fuga; inoltre non vi erano più grossi nuclei di tutsi da eliminare. Ciò significa che gli hutu non avevano né le forze né la reale esigenza di impiegare soldati professionisti o paramilitari negli assalti ai civili.

La resistenza tutsi

I tutsi, nel tentativo di fuggire agli assalitori, si radunarono in massa in luoghi periferici o ritenuti sicuri perché pubblici: Bisesero, Karongi, e Nyamagumba nella prefettura di Kibuye; a Nyakizu, Nyamure, e Runyinya a Butare; a Bicumbi e Kanzenze e nelle paludi di Bugesera vicino Kigali; a Gashihe nel Gisenyi; a Gisuma e nello stadio di Cyangugu; nelle chiese di Kibeho e Kaduha di Gikongoro; negli uffici comunali di Muhaziand Rukira di Kibungo. Questi luoghi vennero ripetutamente attaccati fino allo stroncamento della resistenza.
In alcuni luoghi i fuggiaschi accerchiati - sia tutsi che hutu moderati - svilupparono strategie per combattere o semplicemente per fuggire senza essere presi. In particolare a Rubona (Butare) e Bisesero (Kibuye) essi impiegarono una tattica chiamata <<merging>> o kwiunga che consisteva nel nascondersi, attendere l'arrivo degli assalitori e contrattaccare frontalmente in un combattimento serrato. Questa tattica permetteva di ridurre la capacità di fuoco degli hutu che avevano paura di essere uccisi sotto i loro stessi colpi per fuoco amico. Solamente nel caso di Bisesero vi fu una difesa armata vittoriosa[23]: dall'8 aprile al 1deg. di luglio la resistenza bloccò l'avanzata della milizia, ma a costi altissimi dato che su diverse migliaia di persone ne sopravvissero circa 1.500. I leaders tutsi comandarono in prima persona i contro attacchi, organizzarono una struttura militare gerarchica efficace che tra l'altro puniva chi si rifiutava di avanzare nel corso dei combattimenti.

Fine della violenza di massa

Dalla metà di maggio, le autorità ordinarono la soluzione finale, cioè l'uccisione di tutti i superstiti e i testimoni degli assalti avvenuti nelle settimane precedenti. Fino agli ultimi giorni di giugno ripresero i massacri di grossi gruppi di persone e le eliminazioni di singoli soggetti in fuga o alla macchia. Il territorio venne passato al setaccio, non più le sole aree antropizzate ma soprattutto le foreste, i campi e le paludi.
La soluzione finale venne ordinata in un momento particolare: le Far erano ormai in piena crisi e i suoi vertici in fuga nei paesi vicini; il Fpr stava avanzando portandosi appresso migliaia di esuli, profughi e civili in fuga dal genocidio. La popolazione composta sia da hutu che da tutsi, in fuga o sulla via del ritorno, rimasta schiacciata tra due eserciti subì migliaia di morti.
Ai primi di luglio l'Rpf entrò a Butare e Kigali, il 19 venne proclamato il nuovo governo composto da membri del Fronte Patriottico e da alcuni sopravvissuti dei partiti hutu democratici, mentre il governo genocidiario fuggì in Zaire. L'Fpr divenne l'esercito ufficiale del Ruanda, prendendo il nome di Rwandese Patriotic Army (Rpa).
Gli Stati Uniti riconobbero dopo soli quattro giorni la nuova compagine governativa, l'ambasciatore del Ruanda all'Onu - uno dei tanti propagandisti influenti operanti all'estero per conto del Gir - fu costretto a dimettersi, ma i paesi occidentali nel loro complesso mantennero un atteggiamento a dir poco freddo e distaccato. Inoltre vi erano palesi contrasti tra Francia, Belgio e Stati Uniti mossi da interessi economici o di prestigio.

Le responsabilità dell'Occidente

Nemmeno con il passare dei giorni e il diffondersi di notizie sui massacri le Nazioni unite adottarono una unanime e ferma linea di condanna. Il 14 aprile il Belgio decise di rimpatriare i propri uomini e una settimana dopo l'Onu praticamente azzerò la propria presenza riducendo il contingente Minuar da 2.500 a 270 uomini. All'apice del genocidio, le Nazioni unite decisero finalmente di inviare in Ruanda una nuova missione di pace composta da 5.500 uomini, ma la loro partenza subì un notevole rallentamento, fino a luglio, per problemi dovuti al finanziamento della missione.
Il 22 giugno, il Consiglio di sicurezza autorizzò la Francia, la quale diede vita all'<<Operation Turquoise>>, a intervenire singolarmente per creare una zona di sicurezza, nella zona nord occidentale, per una durata di due mesi. Alla missione fu data facoltà di sparare, cosa non concessa ai caschi blu.
La Francia, per tutta la durata del genocidio, non interruppe mai i contatti con Kigali per non perdere il prestigio sull'area faticosamente contesa al Belgio, e appoggiò platealmente il governo genocidiario e la sua propaganda, sostenendo che non era in corso un genocidio pianificato in tutto e per tutto, ma solamente un moto di rabbia contro l'Rpf, che era stata la vera causa dell'inizio delle ostilità. In Francia l'opinione pubblica non accolse tale versione dei fatti senza fiatare, ma sottopose la classe politica a costante critica. Fu grazie alla storica eterogeneità dei mezzi d'informazione francesi e alla massiccia presenza di organizzazioni non governative che trapelarono notizie riguardo un invio di armi destinate all'hutu power, avvenuto nelle notti del 16 e 18 giugno, a Goma nello Zaire, la stessa zona dove il 23 giugno incominciarono ad affluire i soldati della missione Turquoise. Ironicamente il giornalista del <<The New Yorker>> Philip Gourevitch sostiene che:

il tempismo dell'Opération Turquoise fu straordinario. A fine maggio lo sterminio aveva cominciato a perdere di intensità, perché ormai la maggior parte dei tutsi era già stata massacrata. Naturalmente la caccia continuava, soprattutto nelle province occidentali di Kibuye e Cyangugu, ma, come ha scritto Gérard Prunier - uno scienziato politico appartenente alla task force che aveva messo a punto la strategia di intervento francese - , a Parigi la principale preoccupazione era che le truppe non riuscissero a trovare grandi concentrazioni di tutsi da salvare davanti alle telecamere [24].

I francesi scelsero le province occidentali per due motivi. Innanzi tutto perché in questa maniera essi avrebbero protetto gli hutu, in fuga per paura di rappresaglie da parte del Fronte patriottico, non solo per scopi umanitari, ma soprattutto per riagganciare contatti con gli ]interhamwe e armarli per non perdere un'area francofona. In secondo luogo il presidente Mitterrand cercò di sistemare alcuni affari di famiglia non troppo onorevoli:

un mese dopo [l'inizio della missione Turquoise] a Kigali alcuni rwandesi accusano l'ex responsabile della cellula africana dell'Eliseo, Jean-Christophe Mitterrand, di avere grosse responsabilità in un traffico di droga. La <<Dépêche international des drogues>> nell'agosto del 1994 rende pubblico il fatto: <<La manifestazione voleva accusare il figlio del presidente della Repubblica francese di essere implicato nello sfruttamento di vasti campi di cannabis appartenenti all'ex presidente Juvenal Habyarimana, nella foresta di Nyungwe, nel sud ovest del paese. Più del 60% della droga rwandese è diretta ogni anno in Burundi. La stampa belga insinua che le truppe francesi sono intervenute nella foresta di Nyungwe per fare scomparire le tracce di queste attività>> [25].

La missione Turquoise inizialmente aveva il compito di portare aiuto ai profughi e proteggere la popolazione. Con il passare delle settimane le ambizioni francesi si concretizzarono in ben altro modo: venne fondata una zona protetta all'interno della quale l'hutu power andò riorganizzandosi. Non venne fatta una suddivisione dei profughi tra criminali e altri, non furono ritirate le armi e nemmeno venne interrotta la diffusione della propaganda radiofonica più pericolosa di radio mille colline. La Turquoise permise all'apparato dell'hutu power di sfuggire alla giustizia e, soprattutto, evitò in tempi brevi un tracollo militare degli hutu che avrebbe messo in luce le collusioni francesi.
Quanto avvenne fu la naturale prosecuzione della linea intrapresa dall'Eliseo almeno sin dal 1990, quando venne sferrata una vera e propria guerra contro l'Fpr, seppure rimasta a lungo segreta. Il 4 ottobre di quell'anno Habyarimana telefonò a Jean-Christophe Mitterrand richiedendo un intervento militare francese. La richiesta venne accolta senza aspettare il consenso del parlamento e fu organizzata la missione Noroît che ufficialmente venne presentata come iniziativa umanitaria in difesa dei francesi residenti in Ruanda; in realtà si trattò di un caso di cooperazione militare, dato che la Noroît non includeva civili e cooperanti ma soli militari: dieci compagnie di paracadutisti e i militari della Direction générale des services extérieurs. Nel dicembre 1993, la missione ufficialmente terminò ma non tutti i militari rimpatriarono, alcuni membri delle unità speciali rimasero sul luogo allo scopo di organizzare gli estremisti hutu. Questo fu il caso di Paul Barril, ex gendarme dell'Eliseo.
Dopo il 1990 in soli quattro anni, grazie alla cooperazione militare francese (uomini, tecnologia, finanziamenti) l'esercito ruandese delle Far passò da 4.300 a più di 40.000 uomini. Nel 1992, lo stato francese finanziò per mezzo del Crédit Lyonnais l'acquisto di 35 milioni di franchi in armi provenienti dall'Egitto da parte del Ruanda[26]. Nel gennaio 1994 - due mesi prima dell'inizio del genocidio - a Kigali la Minuar intercettò un aereo cargo proveniente dalla Francia pieno di munizioni destinate alle Far [27].
Gli Stati Uniti cercarono in ogni modo di rallentare ogni decisione dell'Onu e soprattutto fecero pressioni affinché non venisse votato alcun documento dove comparisse il termine genocidio. In quel caso - stando alla convenzione Onu sul genocidio del 1948 - gli Usa avrebbero dovuto intervenire obbligatoriamente insieme a tutti i membri dell'organizzazione. Il presidente Bill Clinton, i ministri, i sottosegretari e i portavoce dell'amministrazione prestarono molta attenzione a non utilizzare mai il termine genocidio singolarmente, ma sempre preceduto da forme generalizzanti come "atti di". Madelene Albright [28] era a conoscenza della situazione ruandese, ciononostante frenò ogni decisione, coerentemente con la linea intrapresa dall'amministrazione Clinton che stava progressivamente disimpegnandosi dalle missioni di pace all'estero dopo i fatti di Mogadiscio, in Somalia, quando il 3 ottobre 1993 persero la vita 18 americani, ne vennero feriti 63 e catturato uno.
Il 3 maggio Clinton firmò una Presidential decision directive (Pdd 25) per ridurre l'impegno in uomini e il finanziamento da parte degli Stati Uniti delle missioni internazionali di peace keeping. Tale direttiva non fu un atto singolo senza conseguenze perché inaugurò formalmente da parte degli Stati Uniti un nuovo tipo di peacekeeping doctrine. La Pdd 25 venne scritta da Richard Clarke del National Security Council, un assistente speciale del presidente Clinton, noto come uno dei maggiori burocrati di Washington. Si trattava di una lista di sedici fattori che i politici avrebbero dovuto considerare qualora avessero deciso di offrire supporto a una missione di pace: sette fattori riguardavano missioni non comandate da ufficiali statunitensi, sei ulteriori fattori più stringenti consideravano missioni di pace sotto bandiere Onu, infine tre indicazioni esplicitavano le condizioni statunitensi all'invio di soldati in guerre in corso in quel momento. La Pdd 25 non enunciava esclusivamente le condizioni statunitensi per fornire alle missioni di peacekeeping loro uomini e mezzi, ma dettava ferree condizioni per l'organizzazione delle missioni stesse sotto comando di altri paesi.
Gli Stati Uniti intervennero esclusivamente per evacuare gli statunitensi. Il 9 e 10 aprile con cinque differenti convogli da Kigali e altre zone, l'ambasciatore Rawson e altri 250 americani abbandonarono il paese, passando il confine in direzione del Burundi, scortati da 300 soldati. Lo stesso fecero italiani, francesi e belgi. Le immagini del veloce raid mostrarono l'evidente contrasto tra questi commandos puliti, rasati, riposati e armati fino ai denti rispetto ai peacekeepers sporchi, esausti e poco armati perché inabili a sparare.
Il 14 aprile il Segretario di Stato Warren Christopher ricevette una telefonata dal ministro degli esteri belga, Willie Claes, il quale gli annunciava l'imminente ritiro del contingente belga. Claes cercò la copertura statunitense per non apparire troppo arrendevole. Warren Christopher la concesse, chiedendo il ritiro della forza Onu.
I pianificatori del Pentagono compresero che per fermare il genocidio ci voleva una soluzione militare che non vollero intraprendere. L'inazione coinvolse anche le strutture operanti negli aiuti umanitari perché il Ruanda non era sufficientemente sicuro, a causa dell'assenza di una forza di pace straniera. Gli Stati Uniti mantennero questo atteggiamento a dir poco paradossale fino al 17 maggio, data in cui inviarono in Ruanda 50 soldati.
L'Italia non fece assolutamente nulla. Il ministro della difesa Cesare Previti a parole promise più volte un impegno del nostro paese. A Bruxelles il 23 aprile, nel corso di una riunione della Nato, dichiarò che <<non c'è dubbio che occorra fare qualcosa, e credo di interpretare in questo la posizione di tutto il governo. Siamo di fronte ad una tragedia immane e qualsiasi iniziativa internazionale ci vedrebbe disposti a partecipare. Bisogna intensificare ogni possibile sforzo, persino l'invio di uomini>>[29]. Il ministro degli esteri Martino però gettò acqua sul fuoco mettendo in rilievo problemi di tipo tecnico e burocratico. A Previti due giorni dopo nel corso di una conferenza stampa non rimase altro che smentire, riproponendo una pratica costante nella politica dei governi Berlusconi: <<la nostra disponibilità è generale, non è disponibilità a mandare i parà come qualcuno ha scritto o detto>>. Terminata l'intervista e a microfoni spenti, il ministro infierì sul corrispondente del telegiornale di Rai 2: <<improvvisazione è una parola gratuita. Lei non può parlare di improvvisazione a un ministro in carica. Questa è l'ultima intervista che le condedo>> [30].
Il governo italiano si mosse come il giocatore di ping-pong, il quale esprime massimo impegno nel ricevere bene la pallina e piazzarla nell'altra metà del tavolo. Egli bada bene a colpire ad effetto per fare punto e lasciare la pallina all'avversario. Tira un sospiro di sollievo quando riesce a parare una schiacciata.
Eppure stando alle indicazioni di Roméo Dallaire un contingente nemmeno troppo impegnativo per le Nazioni unite avrebbe permesso di creare una zona libera ove radunare i tutsi in fuga e di presidiare i luoghi della capitale che già ne accoglievano migliaia. Egli aveva a disposizione 440 belgi, 942 bangladescesi, 843 ghanesi, 60 tunisini, e 255 uomini di altri venti differenti paesi. Inoltre avrebbe potuto avere a disposizione una riserva di 800 belgi temporaneamente a Nairobi in Tanzania, i 300 soldati Usa posti in Burundi e alcuni nuclei francesi, belgi e italiani che organizzarono il ponte aereo per rimpatriare gli europei. Si trattava di non pochi elementi per fronteggiare le Far di stanza a Kigali, che dopo gli accordi di Arusha erano state ridotte a circa 5.000 uomini equipaggiati di veicoli blindati, artiglieria pesante e qualche elicottero, ai quali si aggiungevano 1.200 membri della polizia nazionale, 1.000 uomini della Guardia presidenziale e i paracommandos.
Di fatto Dallaire si trovò impossibilitato a fare alcunché. Dopo il ritorno in Europa dei soldati Belgi egli perse l'élite degli uomini della Minuar; a metà maggio rimase persino con un solo telefono satellitare funzionante.

La questione dei profughi e l'estensione del conflitto

Il genocidio incominciato in aprile con il passare delle settimane perse d'intensità. Gli hutu fuggirono in massa nei paesi confinanti per timore di rappresaglie da parte dell'Fpr che mise in moto un attacco di vaste proporzioni. Nello stesso momento si verificò un movimento migratorio inverso di tutsi e, in minima parte, di hutu membri dell'Fpr facenti parte dell'avanzata e di migliaia di
civili membri delle comunità tutsi, molte delle quali in esilio sin dal 1959-60.
Gli osservatori e gli analisti di questioni internazionali in questa nuova situazione sbagliarono nuovamente ad interpretare la situazione. Essi videro i tutsi dell'Fpr come iniziali aggressori, quindi gli hutu si sarebbero difesi da loro e avrebbero vendicato il presidente Habyarimana. Sul campo di battaglia però gli hutu persero il confronto e furono costretti a riparare all'estero per sfuggire alle violenze dei tutsi.
Questa fu la versione maggiormente diffusa dai mass media e adottata dagli uomini politici occidentali. Per avvalorare questa tesi venivano mostrate in continuazione immagini e scritti reportages dai campi profughi, soprattutto da quello di Goma nello Zaire. Il risultato di questa cattiva informazione fu una visione fuorviante e sbagliata della situazione da parte dell'opinione pubblica. Grazie ai dati resi noti dalla Croce rossa internazionale era ormai risaputa l'esistenza di un genocidio, ma non era ancora ben chiaro chi fossero i responsabili, e per semplificare era assai diffusa la lettura di scontro interetnico. Nel vedere gi hutu in fuga la conclusione più meccanica che si potesse trarre era che si trattava delle vere vittime. In sostanza i campi profughi fecero dimenticare i massacri dei mesi precedenti.
L'intervento umanitario divenne un grande affare sfruttato alla grande dall'amplia copertura mediatica. Più di cento agenzie umanitarie furono coinvolte dal redditizio mantenimento dei campi; migliaia di cooperanti effettivamente si impegnarono nel portare aiuto ai profughi, è pur vero però che molti di loro intrapresero brillanti carriere e usarono la disperazione umana per soddisfare le loro ambizioni.
I campi diventarono un problema di sicurezza su scala regionale, perché alcuni rifugiati esportarono il conflitto unendosi a fazioni dei paesi ospitanti, per destabilizzare i diversi governi tutsi dell'area. Dall'altra parte l'Rpa estese il conflitto, per esempio dando supporto logistico e in uomini a Kabila in Congo nella guerriglia contro il despota Mobutu Sese Seko.
Nei campi profughi vennero accolti indiscriminatamente tutti gli hutu che varcavano le frontiere, persino i membri dell'apparato statale e delle Far, i propagandisti dell'"hutu power" e gli interhamwe. In molti casi gi hutu non vennero neppure disarmati e conservarono armi bianche, pistole, fucili e persino piccoli pezzi d'artiglieria. All'interno dei campi la nuova micro società di sfollati venne rapidamente organizzata rispettando il modello già utilizzato dall'hutu power nel corso del genocidio: furono mantenute le stesse rigide gerarchie e la medesima struttura territoriale.

 

Ruanda e mass media

In questa seconda parte si è voluto quantificare la presenza di notizie del genocidio sui quotidiani presi in esame, analizzare l'approccio dei giornalisti e studiare il modo di presentazione di una tragedia africana all'opinione pubblica italiana. Sono stati analizzati gli articoli dei quotidiani <<la Repubblica>>, <<Corriere della sera>>, <<il manifesto>> del periodo aprile - luglio 1994 riguardanti le vicende che interessarono il Ruanda.

La vicenda ruandese è un conflitto dimenticato?

Tra le fonti utilizzate per l'indagine sul grado di dimenticanza di alcuni conflitti trascurati dai mass media (Sierra Leone, Sri Lanka, Colombia, Angola e Guinea Bissau) gli autori di uno studio a cura della Caritas italiana[31] utilizzarono un sondaggio demoscopico effettuato nei giorni 7-9 dicembre 2001. Alla domanda <<Quali sono i conflitti armati degli ultimi anni (massimo cinque anni) conclusi o ancora in corso, che lei ricorda, a parte l'Afghanistan?>>, il 4% rispose <<Ruanda>>: poco, in confronto per esempio al 18% che rispose <<Israele-Palestina>> e <<Balcani-ex Jugoslavia>>, pochissimo in confronto al 40% che non riuscì a dare una risposta congruente, ma già qualcosa rispetto agli 0,5% relativi alle risposte <<Congo>>, <<Guinea Bissau>>, <<Indonesia>> o <<Sri Lanka>> [32].
In effetti non possiamo affermare che quello del Ruanda sia stato un conflitto dimenticato: in alcune occasioni ottenne anche le prime pagine dei giornali, ne parlarono i telegiornali e addirittura il Ruanda diventò, nel linguaggio comune, la tragedia per antonomasia tanto che ricorrevano, durante il genocidio, frasi del tipo: <<Bisogna evitare che accadano altri Ruanda>> o simili. In quel periodo in continuazione erano organizzate iniziative, spettacoli o concerti per raccogliere fondi da destinare ai missionari e ai bambini del Ruanda.
Il genocidio non è stato dimenticato tanto quanto i conflitti dell'Angola o del Congo ma, paradossalmente, la conoscenza che l'opinione pubblica italiana ebbe sul Ruanda fu caratterizzata da semplificazione e disinformazione, proprio come se i mass media non ne avessero parlato, o quasi. Lo studio della Caritas lo conferma: le risposte alla domanda relativa alle cause delle guerre nell'area balcanica furono diversificate; alla domanda relativa alle cause della guerra in Ruanda, invece, il 27% non rispose e la maggior parte indicò ragioni etniche [33].
Se la banalizzazione dell'analisi della vicenda ruandese non è da attribuire alla dimenticanza del conflitto, dove risiede l'origine della disinformazione? Probabilmente è da ricercare nell'atteggiamento razzista che caratterizza, con rare eccezioni, la stampa italiana in materia africana. I quotidiani infatti presentarono il genocidio dei tutsi del 1994 come una guerra civile, etnica o tribale, simile a tante altre che avvengono nel continente; rinforzarono così il luogo comune di un'Africa selvaggia e incomprensibile dove i conflitti, atavici e inspiegabili, sono parte della natura stessa degli abitanti, quindi eterni e inevitabili. Scopo di queste pagine è smascherare questo atteggiamento razzista che ci fu anche negli articoli più critici e approfonditi.
L'atteggiamento razzista si presentò sotto diverse forme: nelle espressioni e nei modi con cui fu definita la vicenda; nella mancanza di approfondimenti e spiegazioni; attraverso una banalizzazione di quelle che avrebbero voluto passare per analisi della situazione; nel dare preferenza alle notizie che riguardavano gli occidentali implicati negli avvenimenti: missionari, stranieri presenti in Ruanda, soldati dell'Onu; nello stesso tempo non erano fornite indicazioni di chi furono i responsabili del genocidio e delle ragioni profonde che portarono a una simile tragedia.]

Il Ruanda in prima pagina?

Il Ruanda comparve sulle prime pagine dei quotidiani solo quando si menzionavano gli occidentali: stranieri in fuga, missionari, caschi blu o soldati francesi.
L'olocausto di ottocentomila vittime del genocidio valse meno, nel mercato dell'informazione, della vita di qualche occidentale da salvare o della missione dei soldati francesi.
Tornando all'indagine della Caritas ricordata prima, nel caso del Ruanda si conferma l'ipotesi in base alla quale l'attenzione dell'opinione pubblica su un conflitto non dipende solo e nemmeno in primo luogo dalla durezza e dalla gravità degli avvenimenti, ma anche e soprattutto da altri fattori come la vicinanza geografica. Per esempio: più un paese si trova lontano dall'Italia, più quel paese viene in genere dimenticato. Oltre alla distanza chilometrica influisce non di meno la lontananza culturale ed economica: più legami esistono, più elevata è l'attenzione. Tali rapporti possono essere i legami di tipo storico, come un passato coloniale, gli investimenti economici, una tradizione culturale comune oppure la presenza di immigrati, operatori della cooperazione, missionari o soldati italiani. Altri fattori possono essere la durata del conflitto, nel senso che più esso si protrae nel tempo, più aumenta la probabilità che sia dimenticato e l'attivazione di un intervento militare internazionale[34]: l'Unione europea nella sua Politica estera e di sicurezza comune (Pesc) opera una distinzione fra aree "prioritarie" sempre seguite dai suoi organi, come per esempio il Medio Oriente, e aree seguite solo nelle situazioni di crisi, per esempio il Congo o il Ruanda. I mass media seguono la stessa logica, riportando fatti ed eventi solamente quando l'Ue e i governi membri predispongono misure d'intervento, oppure si preparano a portare il caso davanti al Consiglio europeo o al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite [35].
Nel caso della questione ruandese, l'atrocità degli episodi da sola non fu sufficiente per guadagnare le prime pagine. Gli avvenimenti sembrarono assumere maggiore importanza quando si doveva parlare degli italiani da mettere in salvo o quando l'Occidente decideva o non decideva di intervenire. In maggio, per esempio, la notizia del drammatico provvisorio bilancio del numero delle vittime - 500 mila, secondo alcune organizzazioni umanitarie - fornito dal ministro degli esteri tedesco, su <<la Repubblica>>, fu pubblicata a pagina 20 [36].
Oltre ai giorni in cui apparvero le notizie dell'assassinio dei presidenti del Ruanda e del Burundi [37] e le immagini raccapriccianti del ritrovamento di migliaia di cadaveri nel lago Vittoria [38], il genocidio africano fu nominato in prima pagina per informare del ponte aereo preparato per l'evacuazione degli stranieri presenti in Ruanda [39]; per far conoscere le avventure del sottosegretario agli esteri Franco Rocchetta e della presidente dell'associazione "Insieme per la pace" Maria Pia Fanfani, moglie dell'onorevole Amintore Fanfani [40]; per informare delle decisioni altalenanti del governo italiano sull'opportunità o meno di mandare soldati [41]; dell'inazione dell'Onu [42] e statunitense [43] e dell'operazione Torquoise[44].
La vita dei ruandesi valse le prime pagine quando a morire furono dei religiosi come i vescovi di Kigali [45] o quando le uccisioni avvennero nelle chiese, come nel caso del massacro di Nyamirambo [46]. In quell'occasione, nei titoli erano nominati solo i religiosi mentre la morte dei civili era menzionata in genere a metà articolo.
Decisamente più attenzione e più prime pagine furono dedicate ai profughi [47], da una parte perché essi furono i destinatari degli aiuti umanitari occidentali, dall'altra forse perché il loro problema richiedeva meno approfondimento sulle cause e le responsabilità rispetto allo sterminio del governo provvisorio ruandese: i profughi fecero notizia perché era la condizione in sé che poteva destare, secondo i destinatari del quotidiano, sensazioni di pietismo o d'indignazione.

Il punto di vista occidentale

Le prime pagine riportarono le notizie del Ruanda solo se vincolate a qualche informazione che riguardasse l'uomo bianco. Lo stesso razzismo valse per gli articoli nelle pagine interne dei giornali passati in rassegna, con l'eccezione de <<il manifesto>> che da questo punto di vista si discostò di molto dagli altri giornali. In linea generale comunque possiamo affermare che il punto di vista con cui le notizie arrivarono all'opinione pubblica italiana fu quello dell'occidente, e più spesso ancora quello italiano. Il punto di vista occidentale fu, prima di tutto, bianco, militare e cattolico.
I giornalisti in molti casi ridussero le informazioni sul genocidio a tanti racconti di eroi italiani che salvavano persone dai massacri. Da mettere in salvo però sembrava fossero solo i nostri connazionali o i bambini, orfani, delle missioni.
Ad esempio scrissero:

KIGALI. Gli italiani abbandonano Kigali sotto il fuoco dei ribelli tutsi. Ma sono ancora decine i bianchi che restano intrappolati nell'inferno ruandese. Un inferno nel quale la vita ormai non ha più alcun valore. Tutti contro tutti in una feroce guerra senza quartiere. Il racconto degli uomini del "Col Moschin", che si sono dovuti spingere in città nel tentativo di recuperare quelli fra i nostri connazionali che non erano riusciti a raggiungere l'aeroporto è da brivido [48].

Nell'articolo citato le informazioni sui massacri da parte degli ]interhamue sono funzionali a un altro filo del discorso, che è quello del pericolo scampato dai soldati occidentali di finire sotto il tiro delle armi dei guerriglieri del Fronte patriottico ruandese. A fianco, un altro articolo raccontò dei primi 80 italiani fuggiti dal Ruanda.
L'attenzione sul Ruanda fu molto alta, per fare un altro esempio, quando Maria Pia Fanfani organizzò un volo aereo per portare in Italia 46 bambini di un orfanotrofio gestito da Amelia Barbieri, una missionaria laica di Vicenza. Al Cerris di Verona, il Centro rieducativo riabilitativo di intervento sociale dove furono portati gli orfani, centinaia di italiani telefonarono per chiedere l'adozione o l'affido dei bambini portati in salvo dall' "aereo della salvezza" [49].
Fece notizia parallelamente l'impossibilità di far evacuare i 200 bambini di un'altra missione italiana, quella di Nyanza dei padri Eros Barile e Vito Misuraca, da dove il console di Kigali Pierantonio Costa faceva la spola con il Burundi, per portare cibo e mettere in salvo più persone possibili a Bujumbura.

Duecento bambini ruandesi rischiano da un momento all'altro di essere preda della furia delle bande armate hutu che battono il paese in cerca di vendetta [50].

La sorte dei ruandesi raggiunse la stampa italiana se vincolata all'azione dell'uomo bianco. Singolare fu il caso della notizia di una donna tutsi scampata alla morte, della cui vicenda ne venimmo a conoscenza solo perché si trattava della moglie di un bresciano <<tutto casa e parrocchia>> [51]. Addirittura in alcuni articoli i gorilla studiati dall'americana Diane Fossey ottennero più righe delle vittime del genocidio [52]. Nelle frasi che seguono, per esempio, il numero dei morti è un inciso perché la vera notizia fu l'assalto a Bernard Kouchner, inviato di Mitterand:]

KIGALI - Nel Ruanda devastato dalla guerra (sono oltre mezzo milione i morti secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa) è stato attaccato ieri anche il convoglio che trasportava Bernard Kouchner, inviato speciale del presidente francese François Mitterand [53].

Le principali testimonianze inoltre provennero dai missionari che risiedevano nel paese centroafricano e alle loro parole furono affidate anche le analisi sulla situazione politica e le informazioni storiche sul passato coloniale.
Oltre a essere eurocentriche, le informazioni avevano il limite di arrivare, nella stragrande maggioranza dei casi, da Kigali. Gli articoli riportavano molto più spesso gli aggiornamenti sugli scontri nella capitale fra le forze governative e il Fronte patriottico ruandese che non le notizie sul genocidio: in primo luogo perché, si sa, la storia degli eserciti vale di più di quella dei civili; in secondo luogo perché i giornalisti più facilmente ricevevano notizie da Kigali che dal resto del paese e poi perché prima gli stranieri da evacuare, poi gli aiuti dell'Onu in arrivo, dovevano passare da lì. La capitale fu il punto di contatto fra la realtà del paese dilaniato da un genocidio in atto e l'Occidente, a favore però di quest'ultimo.

Guerra tribale o genocidio?

Alcune delle espressioni più ricorrenti miravano ad accattivare l'attenzione del lettore sottolineando l'atrocità degli episodi, rientrando così nelle più elementari logiche del linguaggio giornalistico. Per esempio leggiamo parole come: <<strage>>[54], <<massacro>>[55], <<orrore>>[56], <<eccidio>>[57], <<carneficina>>[58], <<bagno di sangue>>[59], <<sanguinosi combattimenti>>[60], <<Ruanda insanguinato>>[61]. In particolare, gli articoli che riportarono le immagini del lago Vittoria colmo di cadaveri abbondavano di frasi ad effetto sensazionalistico.
Tante espressioni invece appartengono ai campi semantici delle parole <<tribù>> e <<etnia>>. Troviamo spesso infatti: <<scontri tribali>> [62], <<guerra tribale>>[63], <<bagno di sangue tribale>>[64], <<odi tribali e razziali>>[65], <<stragi a sfondo tribale>>[66] o <<stragi tribali>>[67], <<furia etnica>>[68] o <<furia delle due etnie>>[69], <<ennesimo feroce scontro di etnie>>[70], <<etnie in guerra>>[71], <<guerra interetnica>>[72], <<scoppio interetnico>>[73], <<massacro etnico>>[74], <<odio interetnico>>[75], <<faida interetnica>>[76]. Anche <<barbara guerra>>[77] o <<barbara carneficina>>[78], <<vendette>>[79] o <<vendette incrociate>>[80] sono assimilabili allo stesso immaginario della giungla dove vige la legge del più forte. <<Inferno>>[81] fu utilizzato a volte per contrapporre la situazione ruandese alla pratica missionaria; anche <<martirio>>[82], <<apocalisse>>[83] e <<tragedia apocalittica>>[84] riecheggiano toni religiosi mentre <<apocalisse civile>>[85] rimanda alla politicamente corretta <<guerra civile>>[86], frequentissima su tutti i quotidiani.
Inizialmente nessuno parlò di genocidio. Definire il conflitto come tribale o civile significava catalogarlo tra le questioni africane, di cui non è possibile individuare cause e responsabilità perché tanto diverse dalle azioni occidentali. Parlare di genocidio invece significava ricordare che il più grande genocidio della storia è avvenuto in Europa durante la seconda guerra mondiale contro gli ebrei e trovare le origini delle atrocità che avvengono nel continente africano non in lontane ed ataviche usanze tribali, ma proprio nel modello occidentale.
In realtà non parlare di genocidio aveva implicazioni politiche ben più contingenti: utilizzare la parola genocidio significava ammettere che si trattava di un crimine contro l'umanità e quindi l'Onu, in base alla Convenzione internazionale sul genocidio adottata dalle Nazioni Unite, aveva l'obbligo di intervenire. Negli Stati Uniti addirittura l'amministrazione Clinton proibì la parola genocidio ai suoi funzionari [87]. Rispose ai giornalisti di Washington che chiedevano se la tragedia ruandese fosse un genocidio o meno la portavoce del presidente degli Stati Uniti Christine Shelly: <<Sulla base delle informazioni che abbiamo possiamo dire che ci sono stati "atti" di genocidio, ma non è ancora possibile stabilire se vi sia stato genocidio o meno>> [88].
I primi a parlare di genocidio furono le organizzazioni umanitarie, in realtà con non poche ambiguità e contraddizioni: Kenneth Roth, per esempio, leader di un movimento dei diritti civili statunitense, denunciò una politica di genocidio ma la attribuì sia ai tutsi sia agli hutu [89]. Il Vaticano accusò la comunità internazionale di restare indifferente alla questione ruandese e utilizzò il termine genocidio, ma senza attribuirne la responsabilità a nessuna delle parti in conflitto [90]. In maggio l'alto commissario dell'Onu per i diritti umani, Josè Ayala Lasso, affermò che <<la carneficina in corso in Ruanda è un crimine di genocidio che la comunità internazionale deve affrontare e perseguire>> [91].
Utilizzarono con più facilità la parola genocidio i giornalisti inviati e i missionari che tornavano dal Ruanda, chi insomma era stato testimone diretto delle atrocità commesse dai miliziani del governo. Gli inviati del <<Corriere della sera>> e de <<la Repubblica>> utilizzarono la parola genocidio [92] e il <<Daily Post>> indicò quali autori del genocidio i soldati dell'Interahamwe [93]. Così il ministro della sanità francese:

E' il più grande genocidio di questo secolo - ha detto Dousste Blazy - . I morti sono centinaia di migliaia. Duecento, trecento, forse cinquecentomila [94].

Il leader del Fronte patriottico ruandese, Paul Kagame, denunciò il governo e la guardia presidenziale di sterminare i tutsi e gli hutu oppositori e accusò la comunità internazionale di essere a conoscenza da tempo della preparazione del genocidio e in particolare la Francia di aver fornito armi e addestramento alla milizia [95]. In giugno l'ambasciatore ceco all'Onu parlò di <<olocausto>> [96] e il segretario generale dell'Onu Boutros Boutros Ghali, davanti all'assemblea dell'Organizzazione per l'Unità africana, definì lo sterminio in atto in Ruanda un genocidio [97]. Il giurista Degni Segui, incaricato dall'Onu di redigere un rapporto sulla situazione ruandese, sostenne che le atrocità e i massacri commessi costituivano un vero e proprio genocidio e che probabilmente esso era stato programmato da alcuni organi dello Stato con l'obiettivo di sterminare l'etnia tutsi [98]. Il presidente francese, François Mitterand, per legittimare l'operazione ]Torquoise parlò di <<barbaro genocidio>> [99].
Forse perché critico nei confronti dell'intervento militare, tra i quotidiani analizzati il più restio ad utilizzare la parola genocidio fu <<il manifesto>>: fino a maggio[100]la parola non comparve mai e anche dopo i giornalisti preferirono la definizione di <<guerra civile>>. L'utilizzo della parola genocidio da parte de <<la Repubblica>> e il <<Corriere della sera>> fu assai diffuso ma accompagnato dall'abuso di espressioni razziste come quelle esemplificate sopra.

Tutsi e hutu: <<lunghi e corti>>

L'invenzione europea dell'etnicità fu funzionale nel XIX secolo al dominio coloniale. Durante il genocidio la stessa identità etnica svolse un ruolo determinante nella propaganda anti-tutsi portata avanti dal governo provvisorio. La stampa italiana, nel 1994, solo in rari casi fu critica nei confronti del concetto di etnia. Nella maggior parte degli articoli analizzati la categoria dell'etnicità fu lo strumento di analisi privilegiato: individuare la politica etnica quale unica causa del genocidio fu il modo più semplice per scrivere su vicende complesse e sconosciute. Il genocidio fu spiegato come la prosecuzione del secolare contrasto fra hutu e tutsi:
Per secoli i tutsi hanno dominato gli hutu, vendendoli come schiavi e sfruttandoli. I ricordi delle repressioni sono duri a morire e i "lunghi", come vengono chiamati i tutsi, sono ancora i nemici [101].

Ruanda e Burundi hanno storie parallele di odio fra <<corti>> hutu e <<lunghi>> tutsi o watussi. [102]

L'artificiosa distinzione imposta dai colonizzatori, alle soglie del Duemila, servì non solo a legittimare lo sterminio di una parte della popolazione del Ruanda, ma anche a dare una risposta facile e banalizzante all'opinione pubblica occidentale. Con questa semplificazione si rinforzò l'immagine di un'Africa selvaggia, altra da noi, dove una differenza fisica come l'essere alti e snelli o bassi e tarchiati potè scatenare una carneficina come quella del Ruanda:

BUJUMBURA - Siamo rientrati ieri notte in Burundi, dopo un blitz di 48 ore all'inferno, nel Ruanda, dove si sono scatenati i diavoli, diavoli corti , gli hutu, diavoli lunghi, i tutsi, diavoli che rivaleggiano in crudeltà etnica. Si odiano e si massacrano tra di loro, si accaniscono gli uni contro i figli degli altri. Volevamo andare da questi poveri figli dei diavoli, dai bambini dell'orfanotrofio di Nyanza dei Padri Rogazionisti. [...] Sono sia bambini lunghi, cioè tutsi, sia bambini corti, cioè hutu. Qui l'etnia si capisce dalla statura, il razzismo si scatena contro gambe lunghe o gambe corte, non per il colore della pelle che è lo stesso, sempre nero[103].

Anche altrove la stessa opposizione tra corti e lunghi come metonimia forzata del contrasto tra governativi e ribelli:]

KIGALI- `Lunghi' e `corti' si sono seduti insieme intorno ad un tavolo [...][104]

Negli articoli giornalistici quasi sempre gli hutu sono i governativi e i tutsi i ribelli: non si sottolinea mai abbastanza l'artificiosità della distinzione etnica e il fatto che vittime del genocidio furono anche gli hutu oppositori del governo, così come vi furono anche hutu tra i membri del Fronte patriottico.
Non è chiaro soprattutto se a Kigali si scontrano davvero il Fronte patriottico ruandese e le truppe del presidente - Tutsi e Hutu cioè - o se sia in atto un colpo di coda dell'ex partito unico [105].

I tutsi non puntano su Kigali [106]

Sul <<Corriere della sera>> la reazione agli attentati del 6 aprile è attribuita a tutti gli hutu definiti così:

l'attentato ha provocato la reazione degli Hutu, la maggiore tribù del Paese [107].

I membri dell' Frp diventarono, sulle pagine della carta stampata, ora i cattivi ora i buoni e le loro sorti mediatiche dipesero ancora una volta dal punto di vista dell'uomo bianco. Il 19 aprile per esempio scrissero che la Fanfani avrebbe dovuto salvare gli orfani di Muhura, una <<zona devastata dai ribelli del Fronte patriottico>> [108]; gli stessi ribelli "devastatori" diventarono gli angeli che scortarono la missione e <<la signora Fanfani ha donato a Kagame un rosario avuto dal papa>> [109] e tornarono ad essere i cattivi quando uccisero un casco blu e quando quattro di loro ammazzarono i vescovi di Kigali.
In realtà, in maniera un po' schizofrenica, ridicole rappresentazioni a macchietta si alternarono a spiegazioni storiche e sociali critiche nei confronti del concetto stesso di etnia, il più delle volte affidate alle parole dei leader del Fronte patriottico ruandese:

Ma quale conflitto etnico. Il Ruanda è uno stato nazione fin dagli inizi del secolo: un'unica lingua, nessun dialetto e una sola religione, quella cattolica. Il conflitto è sociale e politico. I Tutsi (pastori), gli Hutu (contadini) e i Twa (cacciatori), questi ultimi meglio noti come pigmei, sono i gruppi sociali in cui sono stati suddivisi i 7 milioni di ruandesi sulla base dei capi di bestiame (almeno 10 per essere annoverato tra i Tutsi) posseduti da ciascuno. [110]

Su <<il manifesto>> è lo storico dell'Africa Giampaolo Calchi Novati a chiarire la questione dell'etnicità spiegando che hutu e tutsi sono linguisticamente indistinguibili e

anche la favoleggiata differenza fisica non è più così marcata dopo i tanti incroci. [...] Secondo la vulgata, una maggioranza di Hutu, contadini, discriminati, e una minoranza allogena di Tutsi, eredi dell'aristocrazia di nomadi, pastori e guerrieri, che gestisce il potere o si batte per recuperarlo. C'è del vero naturalmente in questa versione, ma la realtà è molto più complessa. [111]

In Ruanda come altrove

Il genocidio del Ruanda venne in molti articoli associato ad altri conflitti africani, sotto forma di una contestualizzazione:

[...] alla Farnesina sanno bene che l'Africa è costellata di "situazioni ruandesi": Angola, Zaire, Sudan, Mali, Liberia... [112]

Dopo la Liberia, l'Etiopia, la Somalia, il Sudan meridionale, lo Zaire, il Mozambico, e sempre l'Angola e Sudafrica, il Ruanda ha di nuovo fornito al mondo sgomento la sua quota di immagini di furore e di orrore. [113]

Accanto agli articoli specificatamente dedicati al genocidio comparvero riquadri e specchietti sulla situazione politica di altri paesi africani, anche lontani dal Ruanda migliaia di chilometri.
In realtà la vicenda ruandese fu unica, fortunatamente, nel suo genere e se proprio dobbiamo andare a cercare dei precedenti, essi sono più europei che africani.
Associare la questione ruandese ad altre vicende africane significò cercarne le cause in generiche problematiche che affliggono l'intero continente senza trovare le specificità della situazione politica e storica del paese. In un certo senso significò anche cercare le cause del genocidio proprio nell'appartenenza del Ruanda a quel continente che i luoghi comuni vogliono ormai alla deriva, segnato da eterni conflitti e barbare carneficine.
Quando le analisi degli eventi del 1994 non caddero nella banalizzazione citando la questione etnica, sotto un'apparenza di sforzo sociologico, spiegarono la tragedia con la pressione demografica o addirittura con il flagello dell'Aids. Tra le altre:

Se i massacri etnici tra hutu e tutsi sono il frutto delle manipolazioni degli estremisti che hanno così mobilitato le masse ignoranti, altre realtà socio-economiche - spiega un volontario [della Croce Rossa Internazionale]- sono a monte del conflitto. Tra l'altro la crescita demografica folle di una popolazione di contadini che non possiedono mezzo ettaro per famiglia e che si trovano con sette o otto bocche da sfamare perché la chiesa hutu, bigotta e pudibonda, e un regime schiavista non hanno mai avuto una visione aperta e lungimirante dei problemi. Lo stesso dicasi per il flagello dell'Aids che è diventato in questi anni la `peste nera' delle città ruandesi, con il 37 per cento delle donne che partoriscono sieropositive o già malate"[114].

La visione del mondo sottointesa in queste righe concepisce i ruandesi come bestie che, in situazione di sovraffollamento, si scannano tra di loro fino a che i più forti non abbiano la meglio e le persone malate di Aids come persone malvagie e pericolose capaci di compiere atrocità come quelle compiute durante il genocidio.
Un rapporto della Pontificia Accademia delle scienze mise in allarme sui rischi dell'esplosione demografica, suscitando scalpore nei confronti delle campagne contro le politiche di pianificazione demografica di Wojtyla. Così il sociologo Gianni Statera commentò il documento

il caso del Ruanda ha insegnato qualcosa: in quel paese non si uccidono solo perché alcuni sono lunghi e altri sono corti, ma perché quella terra è una vera e propria bomba demografica: in una superficie paragonabile a quella del Lazio vivono otto milioni di persone.[115]

Calcolando che in Lombardia, poco più grande del Lazio, vivono quasi nove milioni di persone, sarebbe come sostenere che da un giorno con l'altro potremmo aspettarci uno sterminio di massa nelle metropolitane di Milano perché sovraffollate! Oppure prendiamo un modello più simile al Ruanda: in Bangladesh la densità demografica è 881,5 ab/km2, eppure non vi sono rischi di uccisioni di massa.
Secondo due cooperanti italo-ruandesi all'origine degli avvenimenti vi sarebbero la pressione demografica e la posizione geografica: lontani dal mare, privi di risorse minerarie ed energetiche, privi d'industrie e di agglomerati urbani, il Ruanda e il Burundi sono relegati a stati cuscinetto [116]. Questo spiegherebbe un genocidio a colpi di machete?
Piena di interessanti considerazioni invece, ma senza osservazioni sulla situazione specifica ruandese, fu l'intervista de << il manifesto>> a Jean François Bayart, direttore di <<Politique africaine>>, il quale contestava l'insistenza dei mass media sul tribalismo, ma nello stesso tempo rimproverava agli autori marxisti e terzomondisti di spiegare tutto con la dipendenza economica dal Nord:

Rimprovero agli autori marxisti di non aver capito cos'è l'etnicità, vale a dire il sentimento di appartenenza tribale. Ne hanno sottovalutato l'importanza, giudicandola una forma di "falsa coscienza", prodotta dall'alienazione. La storiografia liberale ha fatto invece l'operazione contraria: ha sopravvalutato cioè il peso delle etnie attribuendo ai loro contrasti di interesse tutti i conflitti che hanno insanguinato l'Africa. La verità è che le etnie in quanto tali non esistono, ma sono una risposta alle strutture statali create dal colonialismo. [117]

Secondo lo studioso il sentimento di appartenenza etnica cambia nel tempo e nello spazio, per cui una cosa è parlare di etnicità nel Ruanda agricolo e un altro è nel Sudafrica industrializzato, così sicuramente non ebbe la stessa valenza sentirsi tutsi o hutu nel XIX secolo o nel 1994.

Parlerei di "fazioni" più che di etnie, nel senso che in Africa operano oggi leader e imprenditori politici in grado di mobilitare le coscienze etniche a fini di potere.[118]

I motivi di ]impasse nel processo di democraticizzazione di molti stati africani sarebbero la permanenza di dittatori che controllano l'esercito e la polizia e che hanno soldi derivanti dai bottini di guerra con cui possono finanziare la strategia della tensione, l'atteggiamento ambiguo delle potenze occidentali e lo scarso profilo dei partiti di opposizione. Questo stato di cose porterebbe <<verso una generalizzazione della guerra come modalità di produzione del politico e di accumulazione economica>>[119]

In altri casi troviamo anche analisi sulla situazione specifica del Ruanda:

l'assassinio del presidente e la conseguente ondata di terrore sembrano rispondere a un piano messo a punto da lungo tempo dall'ala oltranzista del regime, la Akazu, un clan politico-militare che dal processo di riappacificazione nazionale aveva tutto da perdere in termini di potere e ricchezza. Una guerra che con lo scontro <<etnico>> o <<tribale>> non ha nulla a che vedere.[120]

Le responsabilità

Parlare di guerra fratricida o tribale significò interpretare il genocidio come uno sfogo di ira selvaggia da parte di tutti contro tutti e non individuare le responsabilità di chi, da tempo, preparava meticolosamente lo sterminio dei tutsi e degli oppositori al governo. In molti articoli non si capisce chi siano i soggetti dei massacri e delle stragi. Il numero dei morti, peraltro spesso contraddittorio, inorridì l'opinione pubblica italiana, ma in molti casi non fu associato a nessun attore e a nessuna causa.
Un modo per nascondere le responsabilità della milizia governativa fu quello di mettere sullo stesso piano le centinaia di migliaia di vittime del genocidio e le uccisioni da parte del Fronte patriottico ruandese. Sicuramente anche agli uomini di Paul Kagame si devono attribuire morti che si sarebbero potute evitare, ma affermare che entrambe le parti agissero nello stesso modo significa negare l'olocausto africano. Furono affermazioni negazioniste, per esempio, quelle di Ernesto Galli Della Loggia sul <<Corriere della sera>> del 24 maggio 1994:

nel mezzo di uno spaventoso scoppio interetnico, con due popolazioni che si uccidevano per motivi atavici e non, ma comunque riguardanti i loro particolarissimi rapporti, che si massacravano adoperando tutto ciò che avevano a disposizione, i machete, le pietre, tutto, con le radio delle due parti che invitavano espressamente a fare a pezzi i bambini dell'avversario, sull'Unità si sono potute leggere colonne e colonne sulla <<vergogna dell'Occidente>> e sulle supposte schiaccianti <<nostre responsabilità>> quali mercanti d'armi (oltre che di impianti radio, immagino) [121].

L'editoriale del politologo non era destinato ad aprire un dibattito sulla questione ruandese, ma finalizzato ad accusare la sinistra italiana di tenere un atteggiamento aristocratico: ancora una volta il genocidio era nominato, come un inciso, tra le righe di altri discorsi, molto più vicini a noi.
Sullo stesso <<Corriere della sera>> l'inviato, Massimo Nava, scriveva invece con chiarezza che gli artefici dei massacri erano i governativi; pochi giorni dopo l'articolo di Galli Della Loggia pubblicarono queste parole, critiche tra l'altro nei confronti della linea di neutralità affermata dal governo italiano durante il rocambolesco viaggio a Kigali del sottosegretario agli esteri Franco Rocchetta[122]:

Nell'improvvisazione e nella fretta, non c'è stata la possibilità di chiarire questa posizione che sembra sottovalutare le sorti della guerra e le responsabilità dei fatti accaduti. In queste settimane diversi Paesi, fra i quali persino la Francia, che si trova nell'imbarazzante posizione di Paese che ha sostenuto il governo di Kigali, stanno costruendo rapporti con il Fronte, mentre appare sempre più chiaro a quanti hanno lavorato sul campo - osservatori dell'Onu, organizzazioni umanitarie fino ai giornalisti - di chi siano le responsabilità dello sterminio. Il fatto che il Fronte abbia ormai il controllo di quasi tutto il paese e che le milizie governative siano i maggiori artefici dei massacri resta per Rocchetta un fatto secondario. Meglio l'equidistanza, secondo tradizione.[123]

Anche su << il manifesto>> si lessero indicazioni precise:

il problema non sta nei termini in cui l'hanno descritto i mass media occidentali. Ad ordinare i massacri sono stati gli estremisti hutu, che non vogliono perdere il potere.[124]

Human Rights Watch afferma che la campagna di massacri è stata organizzata da ufficiali dell'esercito che hanno armato circa 1700 giovani appartenenti alla milizia del partito dell'ex presidente.[125]

Con meno parsimonia furono indicate le responsabilità dell'Onu, della Francia e dell'Italia, mostrando ancora una volta, sotto un'apparenza di criticità, un certo razzismo nelle analisi della vicenda ruandese: attori della vita africana, nel bene e nel male, sono solo gli occidentali. I quotidiani informarono a sufficienza del passato coloniale del Ruanda, dei ritardi dell'Onu e della scarsa attenzione degli Stati Uniti. In alcuni casi si lessero anche dei forti interessi della Francia per l'area centroafricana e delle sue corresponsabilità con il governo ruandese. Naturalmente in versione ]soft. Per esempio i giornalisti spiegarono la scelta della regione del Kivu per iniziare l'intervento senza nominare gli interessi del figlio di François Mitterand. Scrissero invece:

la regione d'intervento è stata scelta con cura. Essa fa parte di un vasto territorio, a Nord Ovest del Ruanda, ancora controllato dall'esercito regolare. I soldati francesi quindi non dovrebbero incontrare i ribelli del Fpr che sono fortemente ostili alla presenza militare della Francia [126].

Il Ruanda e il primo governo Berlusconi

Il Ruanda segnò l'inaugurazione della politica estera del governo Berlusconi, insieme alla proposta del presidente del consiglio di una task force internazionale per il mantenimento della pace, alla proposta di Mirko Tremaglia di tornare con l'esercito in Somalia, a quella di bombardare la Bosnia e alla messa in discussione del trattato di Osimo: lo storico del colonialismo Angelo Del Boca la definì velleitaria e pericolosa [127].
L'operazione di Maria Pia Fanfani riuscì ad ottenere un forte impatto mediatico sia sulla stampa sia alla televisione e fu sfruttata cinicamente a fini propagandistici dalle forze della maggioranza governativa. Dopo gli orfani della missionaria vicentina, la presidente di "Insieme per la pace" fece arrivare con due C-130 e un Piaggio-222 dell'Aeronautica militare altri 92 bambini ruandesi. Fu presentata come un'opera di grande umanità e coraggio. In realtà per i bambini l'arrivo in Italia significò uno choc acuito dal fatto che, finite le cure, dovettero tornare in fretta al loro paese, perché così prevedevano gli accordi con il Ruanda e poi perché nel nostro paese non era possibile l'adozione, essendo indimostrabile che si trattasse effettivamente di bambini orfani; inoltre con lo stesso denaro speso dallo Stato per il trasporto aereo dei bambini, un miliardo di lire, si sarebbero salvate, secondo stime compiute da Famiano Crucianelli di Rifondazione Comunista, altre 3600 vite se gli stessi soldi fossero stati utilizzati sul luogo[128]. Franco Rocchetta si fece pubblicità arrivando all'aeroporto di Ciampino di Roma insieme alla Fanfani e Berlusconi si fece riprendere dalle telecamere delle sue reti televisive mentre visitava alcuni dei bambini ricoverati, escludendo dalla scena i giornalisti della Rai. Fu organizzata in seguito un'altra iniziativa, ma il fatto che lo scopo di queste operazioni fosse solo ed esclusivamente quello pubblicitario per le forze politiche venne alla luce grazie a un errore di un funzionario. Il 6 luglio 1994, infatti, il ministro per le politiche comunitarie, Domenico Comino, decise di promuovere il comitato "Bambini del Ruanda" e il giorno seguente il suo capo ufficio stampa, Marco Civra, spedì un comunicato alle redazioni dei giornali che per errore includeva anche una lettera riservata destinata a Rocchetta. Nella lettera, scritta per convincere il sottosegretario dell'iniziativa, si informava della qualità della copertura televisiva, si chiedevano autorizzazioni diplomatiche e sostegno logistico, la disponibilità di un C130 per il trasporto di medicinali e altri volontari "accompagnati da una troupe televisiva affinché sia dato il massimo risalto all'iniziativa Sua e del ministro Comino"[129].
L'intervento italiano si risolse in queste squallide azioni di immagine e propaganda in mezzo alle continue affermazioni, poi sempre smentite, su un probabile intervento dei militari in Ruanda. In maggio Cesare Previti, ministro della difesa, e Berlusconi, presidente del Consiglio, dichiararono che l'Italia era disponibile e pronta per inviare caschi blu; il ministro degli esteri Antonio Martino ad ogni affermazione dei due smentiva affermando che l'Italia sarebbe intervenuta solo a certe condizioni, che era come affermare che non sarebbe mai stata attiva in Ruanda. L'intervento italiano, anche quando ormai erano evidenti le responsabilità del governo provvisorio nell'attuazione del genocidio, sarebbe comunque stato al di sopra delle parti, avrebbe scelto la linea della neutralità che non avrebbe di certo potuto fermare alcunché o aiutare le vittime. In luglio Martino promise l'invio di un piccolo gruppo di militari in Burundi al confine con il Ruanda per proteggere una missione umanitaria che ancora era in fase di studio!
La classe dirigente italiana ancora una volta si dimostrò disunita, incapace di affrontare una situazione complessa e cinica nello sfruttare la tragedia per interessi personali e di potere. I mass media amplificarono questa sete di immagine e propaganda e, semplificando l'indagine sulle cause e sulle responsabilità del genocidio, impedirono il formarsi di un movimento di opinione sulla questione ruandese.

Conclusioni

Nel 1994 a tutti i livelli, accademico e divulgativo, i discorsi sulla globalizzazione e la fine dello stato nazione erano all'apice della loro ideologia e le nuove possibilità comunicative facevano dell'informazione uno dei capisaldi di quella apologia. Al contrario, la vicenda del Ruanda ha dimostrato quanto le divisioni tra gli stati fossero determinanti anche nel mondo dei mass media. Si è visto infatti quanto poco valesse la vita di un ruandese rispetto a quella di un occidentale nel mercato dell'informazione e si è constatato come i quotidiani italiani alimentassero il sentimento di identità nazionale, sfociando a volte nella xenofobia.