L'angolo morto

di Mario Coglitore

"Coloro che non ricordano il passato,
saranno condannati a viverlo di nuovo."
Georges Santayana

 

Chi è in possesso di regolare patente di guida sa cos'è l'angolo morto. Si tratta di quella piccola porzione di vista sottratta allo sguardo indagatore dello specchietto laterale. Un paio di secondi, o poco più, durante i quali un oggetto qualsiasi in movimento al nostro fianco non viene assolutamente percepito: in quegli attimi l'oggetto non esiste. Eppure c'è e sta camminando con noi.
Dal punto di vista logico-formale la cosiddetta dietrologia, termine per lo più usato nella sua accezione negativa, è in un certo senso la teoria dell'angolo morto. Oltre l'angolo qualcosa c'è sempre, ma nella maggioranza dei casi sfugge ad ogni indagine possibile.
Nelle prossime pagine discuteremo di angoli morti e di sguardi sottratti alla vista, cercando di delineare un quadro organicamente accettabile dentro al quale mettere in collegamento tra loro alcuni fatti ed alcuni personaggi che, forse, hanno realmente determinato lo svolgersi degli ultimi cinquant'anni di storia nazionale.
Tuttavia sarà indispensabile muovere le prime considerazioni proprio dal concetto di ricerca storica, che così tanto ha appassionato ed appassiona più di una generazione di esperti. Lo faremo a partire dall'eredità, spesso fraintesa e più spesso dimenticata, che ci hanno lasciato gli studi foucaultiani.
L'analisi delle relazioni di potere implica sempre uno studio diretto del loro "campo d'applicazione", una fitta tramatura di punti locali di attivazione di forze: avvenimenti che si svolgono o si sono svolti nei contorni di una "geografia" e nel corso del tempo. Secondo questa prospettiva cambia anche la visione della storia. "Siamo abituati a ragionare in funzione di un bersaglio o a partire da una materia"[1]. E soprattutto a ragionare in base a categorie generali ed universalizzanti senza mai guardare oltre.
Gli oggetti dell'esame storico e la loro discriminazione sono il vero problema. Il concetto di "pratica", che Foucault enuclea nel suo lungo lavoro, chiarisce immediatamente come l'oggetto non sia che il correlato della pratica stessa; che essa è perciò fondante rispetto a qualsiasi realtà nel suo peculiare carattere preconcettuale. Non si tratta di un'istanza, nè di un primo motore, ma di "[..] una parte sommersa dell'iceberg volendo intendere che essa non si presenta alla nostra visione spontanea che sotto degli ampi drappeggi e che essa è largamente preconcettuale; infatti la parte sommersa dell'iceberg non è un'istanza differente dalla parte emersa; è di ghiaccio, come questa, e non è nemmeno il motore che fa avanzare l'iceberg; è al di sotto della linea di visibilità e questo è tutto"[2].
Il merito che Veyne attribuisce a Foucault è quello di vedere la pratica delle persone come essa è realmente; di delinearne con precisione i contorni. Si ha così la reale possibilità di descrivere sia l'ordine delle azioni umane che quello delle parole che gli uomini dicono, i loro discorsi (e questo ci riporta di nuovo alla tematica complessa del linguaggio). L'idea di storia che si delinea è sicuramente diversa da quella cui siamo abituati; assume le forme dell'evento inaspettato, impensabile, nascosto, appena rivelato in una luce fioca dalla perseveranza del ricercatore.
La pratica orienta le direzioni del possibile; nessuno può dire che cosa essa sia, proprio perchè la sua esistenza sfiora appena i limiti della visibilità. Tutto ciò che appartiene, invece, al visibile, a "ciò che consta", non è che prodotto, oggettivazione; la globalità degli avvenimenti, o di avvenimenti determinanti, il "tutto storico", come lo chiama Veyne, e la pratica stessa generano gli oggetti corrispondenti..
Dovremo, in maniera molto semplice, ammettere l'esistenza di una "sedimentazione", di una "piega" del sapere, che anticipa la comparsa dell'oggetto e ne costituisce appunto la preconcettualità, configurandosi come punto di partenza di una serie di effetti concreti.
Se accettiamo l'onnipresenza della pratica, se diciamo che non ci possono essere altro che pratiche, l'idea di storia, o meglio l'immagine di storia che si concretizza davanti ai nostri occhi assume connotazioni inaspettate.
Una storia fatta di bruschi salti, di rotture impreviste, di riprese e di tagli, diventa il luogo della lotta e dell'incessante conflitto tra opposizioni. In essa si stratifica il sapere oggetto di una possibile archeologia degli strati, analisi del formarsi e dello scomparire delle idee, delle grandi codificazioni di pensiero e vita. Una storia delle idee, dunque, che rende edotti delle trasformazioni incessanti, dell'incertezza della coscienza, della effimera presenza di orizzonti ritenuti compiutamente globali e destinati invece al cambiamento continuo; storia che sovente fa riflettere per la sua crudezza.
Essa, piuttosto che rivolgersi ad una dimensione totalizzante dei fenomeni, guarda alla descrizione delle sue articolazioni in un contesto interdisciplinare. Ammettendo che l'insieme delle referenzialità rimandi costantemente a delle relazioni di potere, il quadro si specifica ulteriormente. Una certa maniera di intendere la storia, di fare storia, allora, è funzione di un modello culturale fortemente condizionato a fornire "determinate" risposte.
In realtà ogni società ha avuto le sue verità, le sue certezze fondanti: lo sappiamo tutti ma nello stesso momento ce ne dimentichiamo. Anche la concezione della storia risente dei modelli e delle omologazioni che qualunque sistema di potere crea. Gli avvenimenti, i fatti, gli oggetti subiscono l'urto violento delle forze che li impegna a certi fini o li dirotta verso altre mete. Allo stesso tempo si generano pratiche che tendono ad universalizzare i discorsi pronunciati e pronunciabili, costruendo l'immagine falsata ed illusoria di una storia eterna le cui origini si collocano comunque in un tempo diverso da quello in cui i fatti sono realmente accaduti. Nessuna frattura e nessun salto: tutto procede secondo le ferree leggi del continuo.
Sappiamo che non è così; la riproposizione ideologica del passato, assumendo qui il concetto di ideologia nel senso di visione del mondo che tende a rendere assoluti i riferimenti alle proprie origini, di qualunque genere esse siano, non dà sostanza soltanto al presente ma anche al futuro. La funzione del mito, in questa prospettiva - quello nazista del Reich millenario per citarne uno - assicura la continuità del pensiero, e soprattutto dei progetti. La ]totalizzazione della storia e la sua riduzione a sintesi di una ricerca che evita scientificamente di andare oltre i limiti della visibilità riscrive la memoria, la plasma secondo le forme del dominio, assicura la ripetibilità infinita del potere: è una memoria che non ricorda mai.
Esiste in certa storiografia una insopprimibile tendenza a tracciare nella disanima dei fatti o di una serie di fatti una linea opportunamente continua che evita con rigore, e quasi rifugge, le fratture ed i tagli, le deviazioni impreviste, le insinuazioni sottili dell'irregolarità. Nonostante il consistente contributo, per esempio, fornito in questi ultimi anni da buona parte degli storici francesi con la loro miriade di discipline connesse al lavoro storiografico vero e proprio - discipline che ne hanno svelato gli aspetti meno conosciuti -, il lessico della ricerca storica stenta ad impossessarsi in maniera compiuta di alcuni concetti che rivestono invece un'importanza fondamentale. Si tratti o meno di connotare il lavoro degli storici, o perlomeno di alcuni storici, come un'operazione schiettamente di classe, e dunque legata ad un contesto ideologico preciso, è necessario comunque riservare la debita attenzione ai legami strettissimi che si creano, in un struttura di potere precisamente delineata (nel nostro caso la cultura occidentale), tra storia e verità; tra pratiche discorsive e regimi di linguaggio che codificano quelle stesse pratiche assegnando loro un ambito di referenze lecito o illecito. Sta tutta qui la ricostruzione della memoria, nelle parole pronunciate e negli avvenimenti accaduti, ma soprattutto nell'uso a volte improprio che si fa del ricordo. Non enunceremo verità più vere di altre; cercheremo semplicemente di esplorare quei sentieri del passato che ci vengono costantemente sottratti.
L'insieme di questa geografia dell'invisibile racconta una storia sconosciuta ai più.

Non bisogna pensare al teatro di guerra europeo, e specificamente a quello italiano, negli anni che vanno dal 1943 al 1945 semplicemente come al disporsi di complicate strategie tattico-militari - incursioni aeree, battaglie tra eserciti, bombardamenti e via dicendo - o alla conquista di obbiettivi cerchiati in rosso su una carta topografica. Le operazioni di guerra condotte dagli anglo-americani furono anche il punto d'arrivo di accuratissime attività di intelligence, come si dice in gergo. La conoscenza delle forze del nemico, la disposizione della logistica di appoggio - strutture e materiali -, i centri di comunicazione andavano individuati per essere distrutti o quantomeno messi in condizione di funzionare male. In tal senso i servizi di spionaggio e controspionaggio sono un prodotto schietto dell'apparato militare. L'approntamento delle rete di informazione ed infiltrazione in territorio ostile fu una delle principali preoccupazioni degli Americani, almeno dall'inizio degli anni Quaranta. Contrariamente a quanto poi è stato fatto passare alla storia, l'organizzazione delle reti di spionaggio avrebbe consentito il raggiungimento di un duplice scopo: quello di ottimizzare al massimo l'efficacia delle manovra belliche tradizionali, vale a dire lo spostamento dell'esercito verso la sua naturale conquista di posizione in battaglia; e quello di sperimentare nuove tecniche di guerra non ortodossa all'interno di un'area geografica che, una volta pacificata, poteva ancora necessitare di una presenza invisibile. Il destino riservato all'organizzazione Gladio, presente in molti paesi europei oltre all'Italia, appartiene ai segreti mai svelati, se non negli ultimi anni e credo ancora in maniera piuttosto imperfetta rispetto alla reale consistenza e potenzialità dei gruppi, dello spionaggio europeo di marca rigorosamente statunitense. Esiste in proposito una letteratura corposa cui ci si riferisce poco e malvolentieri; eppure i documenti declassificati negli Stati Uniti ogniqualvolta è possibile farlo [3], raccontano di storie ai limiti del thriller fantapolitico, rivelando inaspettate connessioni intorno a fatti e persone che appartengono al nostro recentissimo passato.
L'esistenza della struttura clandestina Gladio, ancorchè ipotizzata già da parecchi anni a seguito di una vasta serie di indagini non ufficiali condotta da militanti di estrema sinistra e giornalisti di autorevoli quotidiani e resa nota al pubblico soltanto nel 1990, dimostra con certezza quale sia stato il ruolo specifico e l'importanza assegnati alle operazioni di ]intelligence interna, in sostanza l'attività di informazione costante agìta su persone ed organizzazioni ritenute di interesse rilevante ed in molti casi anche di rilevante pericolosità.
Emerge inoltre nell'affaire Gladio, un altro degli elementi che caratterizzano queste organizzazioni paramilitari: il livello di assoluta interdipendenza che esse manifestano rispetto alle strutture militari e di polizia. Il caso italiano è ancora più interessante, dal momento che alla tradizionale Polizia di Stato si affianca l'altrettanto tradizionale Arma dei Carabinieri, vero e proprio luogo di culto per i servizi segreti italiani. Gladio fu il risultato di un accordo, illegittimo perché non siglato da alcun organo legalmente riconosciuto dalla Costituzione, tra il vecchio Sifar (Servizo informazioni forze armate) e la CIA statunitense (Central Intelligence Agency); si disponeva in quel protocollo, sulla cui esistenza si mentì per molti anni, l'approntamento di una rete clandestina con specifici compiti di controllo e sorveglianza interni - dunque da svolgersi nel territorio italiano - allo scopo di prevenire possibili invasioni da Est e comunque garantendo la sicurezza dei confini nazionali. In buona sostanza, il gruppo si sovrappose apparentemente ai doveri istituzionali del controspionaggio nostrano che pure aveva, o doveva avere, lo stesso ruolo. La verità, naturalmente, stava altrove, nella risacca dell'anticomunismo che coinvolgeva alcune delle stesse forze politiche attivamente partecipi alla lotta di Liberazione e nelle preoccupazioni più volte espresse dal Comando Alleato sulle presunte volontà egemoni del Partito Comunista.
L'idea non era completamente priva di fondamento: nelle formazioni partigiani garibaldine si era spesso discusso di quello che sarebbe successo una volta terminato il conflitto. Lo scontro di classe diffuso fin dai primi momenti della Resistenza opponeva certamente ideologie diverse e punti di vista diametralmente opposti sullo stato delle cose e sui criteri di governo da adottare a libertà conquistata. Ma i tortuosi sentieri del potere trascendevano, come si constatò negli anni successivi, qualsiasi desiderio od opinione espressa nei terribili giorni degli scontri contro le milizie fasciste e naziste. Si trattava nientemeno che dei destini d'Europa e delle democrazie, o pretese tali, che avrebbero garantito alle classi dirigenti un sicuro controllo delle popolazioni sottoposte alla loro supremazia. Oltre cortina premeva l'Est con tutte le sue contraddizioni e con tutto il peso che il piccolo padre Stalin esercitava sulle sorti del mondo. I due blocchi, Occidentale ed Orientale, si sarebbero fronteggiati anche lungo la linea di terra rappresentata dalla penisola italiana.
Per questo gli Americani disposero un minuzioso sistema di controllo che avrebbe assicurato anche dopo il loro ritorno in patria la salda permanenza di alcuni principi-chiave dell'egemonia statunitense in Europa. Vale la pena, a questo proposito, cominciare col ricostruire le vicende dell'OSS (Office for Strategic Services), attivissimo sin dal 1943 nell'Europa ancora tormentata dalla guerra.

Tutti gli uomini di William Donovan

Dopo l'attacco di Pearl Harbor nel 1941, gli Stati Uniti compresero che esisteva una falla di smisurata profondità nei servizi strategici. Oltre all'immediato rimpasto dei vertici militari, Roosevelt si apprestò alla creazione di un braccio speciale del governo, l'OSS (Office of Strategic Services) destinato a trasformare il lavoro di intelligence in una professione [4 ]. L'incarico di coordinare il nuovo servizio fu affidato a William Donovan, destinato a diventare una leggenda in tutta Europa.
Il puntiglioso e documentatissimo lavoro di Faenza e Fini [5], che utilizzeremo per capire meglio fatti e misfatti della politica segreta americana in terra europea a cavallo tra fine della Seconda Guerra mondiale e costituzione delle sedicenti democrazie repubblicane, racconta con dovizia di particolari le vicende sconosciute delle organizzazioni più o meno segrete con le quali gli Stati Uniti hanno controllato e controllano a tutt'oggi l'intero pianeta. Interamente basato su documenti che escono direttamente dagli archivi del governo americano, il libro dei due giornalisti italiani è già stato ampiamente rimosso dalla storia del presente che vorremmo invece tentare di rievocare in questo pagine.
Wild Bill, come i suoi collaboratori erano abituati a chiamare William Donovan, era un militare convinto, forse poco dotato dal punto di vista della capacità organizzativa ma certamente uomo di pochissimi scrupoli, spavaldo e sregolato. Il potere che Roosevelt gli aveva messo tra le mani consentì presto a Donovan di creare una temibile organizzazione che si sostituì, durante la guerra, al Dipartimento di Stato ed al suo naturale prolungamento all'estero: le ambasciate. Attraverso le ambasciate, in particolare, fu possibile, a conflitto concluso, mantenere in parte anche il controllo nei paesi pacificati dall'esercito statunitense.
"Quale che fosse il giudizio su William Donovan, l'OSS era un corpo veramente separato anche se legato a filo doppio al centro del potere decisionale. La libertà d'azione dei servizi strategici era tale che alla fine della guerra Truman preferì allontanarne il capo e sciogliere l'organizzazione. Strutturato come un superdipartimento di stato attrezzato per la guerra, l'OSS era diviso in innumerevoli sezioni, con 13.000 uomini in servizio permanente (dunque senza contare le reclute sul campo), un bilancio di svariati milioni di dollari (senza supervisione da parte del Congresso) e con l'unico obbligo generico di riferire al Joint Chief of Staff (l'organo supremo di controllo militare). William Donovan, che prima della guerra faceva l'avvocato e veniva da una famiglia della ricca borghesia, aveva riempito l'OSS dei più bei nomi della buona società e di Wall Street" [6].
Da Junius e Haenry Morgan (delle banche Morgan) a John Archibold (della Standard Oil), la squadra di Donovan si sparse per l'Europa nell'intento di costruire una solida rete di spionaggio ai danni del Terzo Reich con un occhio al futuro in funzione accanitamente anticomunista. "Tutti costoro" riportano Faenza e Fini "(in molti ]lavorarono dall'Italia tra il 1943 e il 1945) furono subito promossi ai massimi gradi e incaricati di dirigere centinaia di uomini e vaste operazioni. La loro impreparazione portò spesso a situazioni di caos indescrivibile, a numerosi casi di insubordinazione e talvolta anche ad ammanchi di somme ragguardevoli. Secondo il dottor Henry Murray, capo del reparto psicologico, l'OSS attirava in particolare `gli psicopatici col gusto del sensazionale, dell'intrigo, del segreto'."[7] Non mancarono anche personalità di grande rilievo, nella composita organizzazione dei servizi strategici: lo stesso Herbert Marcuse, fin troppo noto filosofo della rivolta di Berkeley nel 1968, fu cooptato con l'incarico di analizzare le strutture della società tedesca.
Suddiviso in numerose sezioni (le cosiddette ]branches) l'OSS prende corpo in una struttura che qualche anno più tardi sarà ripresa e perfezionata dalla stessa CIA. In particolare le Special Operations - con compiti di sabotaggio, legami con i gruppi clandestini all'estero, finanziamento e assistenza di movimenti eversivi e politici che possono servire agli interessi USA - e i gruppi X-2 Branch (controspionaggio e infiltrazioni nei servizi segreti nemici) si preparano per l'avventura nel Vecchio Continente. Il teatro mediterraneo è perlopiù sconosciuto agli americani; gli inglesi vi facevano da padroni da molti anni e quando Earl Brennan, allora giovane cadetto dello spionaggio USA e destinato ad avere un ruolo predominante nelle future operazioni in Italia della stessa CIA, comincia a reclutare uomini nella primavera del 1942 per dar vita al gruppo operativo in Italia a partire dalla Sicilia, i Servizi britannici possiedono già un'invidiabile rete di spionaggio che sarebbe entrata in conflitto, in particolar modo durante la Resistenza, con gli agenti di Donovan. Lo sbarco in Sicilia degli Alleati è preparato con molta cura: sono proprio di quel fatidico 1942, come avrebbe più tardi ricostruito una commissione d'inchiesta del Senato di Washington (la Commissione Kefauver del 1951) nella sua indagine sui rapporti tra ufficiali della Marina degli Stati Uniti e il gangster Lucky Luciano, i primi contatti con gli italo-americani che contano. Luciano, i cui rapporti con il governo americano non furono mai veramente chiariti, conosce bene il territorio siciliano. I rapporti di Cosa Nostra con i propri affiliati italiani sono di tale natura da consentire un appoggio strettissimo e logisticamente ineguagliabile per l'esercito dei liberatori venuti d'oltre oceano. La Mafia di Sicilia aiuta volentieri gli Alleati a sbarcare nell'isola, avviando così un rapporto di collaborazione proficuo e duraturo. "Non ci fu fra le due parti una semplice intesa provvisoria e finalizzata, per cui la mafia sarebbe rimasta indipendente ed `esterna' rispetto ai rappresentanti del governo americano e questi a loro volta sarebbero rimasti `immuni' da contaminazione. La realtà invece è che il governo americano arruolò la mafia all'interno dei propri servizi strategici e militari rendendola strumento essenziale del proprio intervento politico in Italia."[8]
Sarà Brennan a formare il "cerchio della mafia" all'interno dell'OSS, inframmezzandolo con altri personaggi di insospettabile ]pedigree socialista. "In un rapporto del Dipartimento di Stato del 7 Luglio 1947, Walter Dowling, della Divisione affari europei, parla del gruppo organizzato da Brennan in questi termini: `Temo che Gigliotti, anch'egli ex-membro dell'OSS, stia cercando di riattivare la vecchia banda dell'OSS in Italia come mezzo per combattere il comunismo. Come è noto, le attività di quel gruppo, messo in piedi per la maggior parte da italo-americani quali Scamporino e Corvo, sono sempre state di dubbio odore e i più sono stati rispediti a casa quando Bob Joyce ha preso la direzione in Italia.' E' così che quando nel 1943 gli americani sbarcheranno in Sicilia, la prima azione dell'OSS sarà la corsa del gruppo di Max Corvo e Vincent Scamporino all'isola di Favignana, `per restituire la libertà ai mafiosi imprigionati' dal regime fascista." [9]
La politica degli Stati Uniti nell'approccio all'Europa in preda al furore tedesco fu il risultato di una serie di valutazioni che sarebbero risultate essenziali anche per il periodo immediatamente successivo alla fine del conflitto. Essenziali e determinanti nella disposizione strategica di forze utili alla costituzione di un sistema di potere articolato su alcune precise linee guida. Il ruolo che l'Italia liberata avrebbe assunto nello scacchiere mondiale e in particolare nello scenario del Mediterraneo, ideale punto di congiunzione tra Nord e Sud e soprattutto tra Est ed Ovest divenne la costante preoccupazione di quanti sapevano sin dall'inizio che gli interessi economici si sarebbero moltiplicati a dismisura e che, quindi, sarebbe stato necessario dar luogo a forme della politica compatibili con quegli interessi. Per comprendere ancora meglio l'atteggiamento di Roosevelt e della politica statunitense in Italia, e in particolare i rapporti della comunità italiana all'estero con il regime di Mussolini, sarà utile rileggere insieme un altro brano de ]Gli Americani in Italia.
" 'Il fascismo e la sua fine', così inizia un rapporto dei servizi strategici americani dell'estate 1943, `non hanno portato gli italo-americani all'unità. Anzi, ne hanno allargato le divisioni.' Non solo la comunità italiana sia in America del Nord sia in America Latina è rimasta nel suo insieme profondamente legata alla chiesa e al regime fascista, ma con l'ingresso degli Stati Uniti nella guerra se ne sono acuite tutte le contraddizioni. Il peso di 6 milioni di votanti di origine italiana giustifica l'interesse che l'OSS dimostra, fin dall'inizio della sua esistenza, per la comunità italo-americana e per i fuoriusciti antifascisti, un gruppo piccolo ma battagliero. L'attualità del teatro di guerra italiano, poi, rende particolarmente attento il presidente Roosevelt: egli sa benissimo che almeno i tre quarti degli italo-americani sono di sentimenti filofascisti, ma intuisce che la minoranza antifascista è destinata a giocare un ruolo preponderante a guerra finita. Se da una parte non vuole perdere i voti della maggioranza, dall'altra sa di non poter iniziare l'opera di sganciamento dell'Italia dall'Asse senza l'appoggio qualificato della minoranza." [10].
Le divisioni ideologiche che separano gli stessi italiani in America rappresentano la contrapposizione insanabile tra due culture che continueranno a scontrarsi ferocemente nel secondo dopoguerra e che forniscono comunque ulteriori elementi di riflessioni sulla stessa politica del governo di Washington, nel mentre si apprestava a gettare le basi della futura governabilità della Repubblica nata dalla Costituzione del 1947. Non si tratta semplicemente di analizzare un'opposizione tra politiche incompatibili o uno scontro tra eserciti, o ancora una battaglia sanguinosa tra nazi-fascisti e partigiani, cui si pose fine attraverso la Liberazione e la cessazione delle ostilità nel 1945, quando si guarda al caso Italia. La non linearità degli avvenimenti occorsi in quegli anni rimanda piuttosto ad un conflitto ben più profondo nel contesto di un'economia e di una vita sociale che avevano allacciato con il Fascismo, come in parte poi sarebbe accaduto con l'antifascismo, un rapporto di aggiunzione inscindibile. Le preoccupazioni di Roosevelt riflettevano la composizione strutturale stessa dei ceti medi italiani, ugualmente rappresentati anche in terra americana, troppo articolata per essere fissata da qualsiasi schematismo di superficie. Per questo la continuità fu possibile tra vecchio regime e nuova democrazia; per l'assoluta indefinitezza dei confini che separavano non tanto il fascismo dall'antifascismo, perché erano ovviamente chiari, quanto quelli che distinguevano la piccola borghesia da contadini e operai. La Resistenza fu anche progetto e azione di un'intellettualità non conservatrice disposta ad accettare le regole dello Stato borghese e i ]diktat dell'economia di mercato, oltrechè di un gruppo di reazionari legati ad ambienti monarchico-clericali (Edgardo Sogno è un buon esempio). I comunisti faticarono, nonostante il grande contributo di sangue che offrirono assieme agli altri combattenti per la causa della libertà, a non essere continuamente emarginati e messi in scacco. Paradossalmente, come riportato da numerose testimonianze, furono gli americani dell'OSS a garantire fornitura di armi e mezzi di sussistenza alle brigate partigiane rosse, ostacolate senza tanti complimenti dallo Special Operations Executive inglese (SOE), più noto come SF (Special Forces) al comando di Roseberry e Holdsworth.
I Servizi americani, non certo per alto senso della democrazia, evidentemente considerarono di maggior importanza, durante il periodo di quella che è stata giustamente definita da uno storico come Cesare Bermani [11] la guerra civile combattuta contro le truppe naziste d'invasione e i fascisti, l'assetto bellico complessivo, giudicando prioritario l'obbiettivo di rendere definitivamente libero il territorio italiano. Questo aspetto della guerra guerreggiata non andò a detrimento di altre e più importanti considerazioni su quello che sarebbe potuto, o dovuto, accadere più tardi. L'impegno degli Stati Uniti fu concreto e dettagliato nel controllo sui comunisti; in particolare la rete di intelligence attiva in Italia ed Europa per la sorveglianza di elementi o gruppi considerati sovversivi, meglio eversivi rispetto all'ordine imposto dalla pax americana, portò egregiamente a termine il proprio compito.

L' 8 Settembre del 1943 viene comunicato ufficialmente l'armistizio fra Italia e Alleati: Vittorio Emanuele III e il governo Badoglio riparano a Brindisi. Il giorno successivo le truppe americane sbarcano a Salerno. Appena due settimane più tardi anche Donovan arriva nel sud Italia; la sua idea è di riorganizzare al più presto l'OSS nella penisola in previsione dell'avanzata verso Napoli e Roma. Secondo i documenti ritrovati da Faenza e Fini, Wild Bill porta da Washington anche la precisa direttiva politica di stabilire contatti esclusivamente con gli italiani fedeli alla monarchia. Qualche mese prima, infatti, Corvo e Scamporino avevano paracadutato il giovane Peter Tompkins oltre le linee; Tompkins conosce bene l'Italia, parla perfettamente la lingua, è stato corrispondente dell'Herald tribune a Roma e ha dimostrato una grande abilità nel reclutare prigionieri italiani antifascisti. Purtroppo dimostra eccessiva confidenza con la sinistra e a Tunisi si scontra con i servizi segreti inglesi quando chiede la collaborazione di fuoriusciti comunisti italiani. Tompkins convince Donovan ad incontrare a Capri il vecchio Benedetto Croce per organizzare nuclei di resistenza. Nasce il progetto di un corpo di volontari italiani che combatteranno a fianco delle truppe alleate al comando del generale Pavone, cui viene affidato l'incarico, su segnalazione dello stesso Croce, per le sue qualità di patriota e liberale. Nel Novembre dello stesso anno Donovan sostituisce Huntington, comandante OSS in Italia presso il generale Clark, a causa delle sue simpatie antimonarchiche, cedendo alle pressioni degli Inglesi. Il colonnello Carter assume la direzione dell'Ufficio e si libera velocemente di tutti i collaboratori democratici facendoli rientrare direttamente a Washington. A capo delle Special Operations viene nominato il giovanissimo James Jesus Angleton. La figura di Angleton merita un'attenzione particolare per il ruolo di collegamento che svolse a cavallo tra fine guerra e inizio della Repubblica; il ventisettenne anglicano giunto da Londra per espressa volontà di Donovan rappresenta l'esemplificazione migliore del tipico professionista dei Servizi che l'OSS seppe forgiare. Addestrato sul campo, dai primi mesi dello sbarco nell'Italia meridionale, Angleton si trasforma presto in zelante esecutore di ordini e allo stesso tempo in intelligente pedina delle covert operations, azioni parallele di condizionamento della vita civile e politica costruite su una conoscenza particolareggiata della propria zona d'intervento Con l'aiuto di Carlo Risio, capitano della Marina italiana, Angleton mette in salvo Junio Valerio Borghese, comandante della tristemente famosa X Mas e lo sottrae alla fucilazione. Il principe nero Borghese, fascista indomito, resterà fedele per sempre all'amico americano e collaborerà per molti anni ancora con lo spionaggio statunitense in funzione anticomunista. Angleton ha la responsabilità della SSU, Strategic Services Unit, meglio conosciuta come X-2, "[...] l'anima più segreta dell'OSS, " commenta Peter Tompkins, "la più indipendente, la branca più pericolosa, quella che si occupava di controspionaggio"[12]. Figlio di James Hugh Angleton, vicecomandante di Carter dopo l'epurazione interna compiuta da Donovan sulla scena italiana, industriale reazionario e massone di rito scozzese (come il suo più famoso confratello, di cui parleremo tra breve, Allen Dulles) che ebbe modo di vivere a Milano nel periodo tra le due guerre dirigendo la filiale della National Cash register, James Jesus continua a mantenere, sulle orme paterne, ottimi rapporti con i vertici fascisti. I diversi gruppi nei quali si riunirono dopo il 1945 i cosiddetti ex-fascisti, che ben poco ex si consideravano in realtà, furono spesso utilizzati da Angleton junior durante la sua attività di agente segreto. "Nell'anno del referendum le destre estreme moltiplicano l'attivismo. Un dossier dell'aprile compilato dai servizi militari USA fornisce un primo elenco delle formazioni armate di destra: `Sam (Squadre azione Mussolini), Cadetti di violenza, Battaglione Lupo (formazione neofascista), X Mas (idem), Gruppo onore e combattimento, Battaglione Milano (capi arrestati lo scorso dicembre), Squadra vendetta Mussolini, Saf, Cgl (Guardia Giovanile Legionaria), Gaf (Gruppo d'azione fascista), Fronte della resistenza, Patrioti della montagna.' [OSS, XL, 43336, 10 aprile 1946 (ndr)]
Quando, con l'avvicinarsi del 2 giugno, la violenza reazionaria si concentra soprattutto al Nord, l'ambasciatore Kirk chiede insistentemente maggiori informazioni sulle responsabilità di quei gruppi, ma stranamente le questure e le prefetture, di solito così premurose e disponibili, gli negano particolari e ragguagli."[13]
Le informazioni sono invece completamente a disposizione dell'X2 di Angleton che raccoglie dossier ricchissimi di nomi e particolari. Essi servono, dirà Earl Brennan in una conversazione del 1975 con gli stessi Faenza e Fini, per le operazioni speciali "[...] che, in pratica, oltre al sabotaggio, agli attentati, prevedono ricatti ed intimidazioni ai personaggi della politica e dell'economia." [14]
La carriera di Jesus Angleton prosegue negli anni successivi allo scioglimento ufficiale dell'OSS (1945) con un incarico di tutto rispetto in qualità di responsabile generale delle operazioni speciali della CIA. Nel 1963 Angleton è ancora attivissimo in Italia per frenare la costituzione di un governo di centrosinistra. Lascerà la Agenzia soltanto nel 1974, quando, dopo lo scandalo Watergate, un'inchiesta giornalistica sulle deviazioni del controspionaggio ne rivela i misfatti, costringendolo alle dimissioni. Tuttavia trent'anni di lavoro sono certo un periodo di tempo sufficiente per operare indisturbati sulla scena internazionale ed italiana, garantendo quella continuità politico-ideologica utile a costruire e rafforzare il sistema di potere che il Capitale d'Occidente, gruppi occulti di pressione e classi dirigenti reazionarie vollero disposto in tutta l'Europa postbellica.
E' interessante a questo punto riportare una dichiarazione, resa nel 1975, dunque lo stesso anno del commento di Brennan sulle operazioni speciali dell'OSS, da Mario Scelba, Ministro degli Interni dal 1947al 1953 (e successivamente anche dal '60 al '62), a seguito della pubblicazione de ]Gli americani in Italia, con il proposito di difendere alcune posizioni indifendibili: "Nel dopoguerra i pericoli per la sicurezza dello stato venivano dalle organizzazioni paramilitari comuniste che non avevano accettato l'ordine emanato dai governi dei Comitati di Liberazione Nazionale per la consegna delle armi, e anzi le custodivano ben oliate e pronte per l'uso." [15] E così con il pretesto del pericolo rosso, Scelba costituì una struttura semi-istituzionale che a lui solo avrebbe dovuto rispondere. "[...] nei primi mesi del 1948 era stata messa a punto una infrastruttura capace di far fronte ad un tentativo insurrezionale comunista. L'intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva varie provincie, e alla loro testa era stato designato in maniera riservata, per un eventuale momento di emergenza, una specie di prefetto regionale, che non sempre era il prefetto più anziano o quello della città più importante, perché in alcuni casi era invece il questore o un altro uomo di sicura energia e di mia assoluta fiducia...I superprefetti da me designati avrebbero assunto gli interi poteri dello Stato sapendo esattamente, in base ad un piano prestabilito, che cosa fare."[16]
Aveva imparato bene la lezione l'avvocato Scelba, negli anni bui del Fascismo ritiratosi a vita privata e fondatore della Democrazia Cristiana quando il partito era ancora clandestino, dai suoi amici americani: quello che conta davvero è il controllo strategico-militare del territorio, a prescindere da qualsiasi atteggiamento possa assumere il governo in carica. Chi comanda veramente, comanda davvero sempre nell'ombra.
"Ma la cosa disgraziata che è successa" ha detto mezzo secolo dopo quel Peter Tompkins che aveva fatto incontrare Donovan e Croce, in occasione di un convegno tenutosi a Venezia, "è che altri dell'O.S.S. sono arrivati, specie nel controspionaggio, e con una mano mandavano avanti gli agenti democratici e con l'altra hanno salvato la Decima M.A.S. con Valerio Borghese, per costituire poi con loro `Gladio', per fare la guerra anticomunista e, con il generale Wolff capo delle S.S., salvare i nazisti in Germania. Perché questi avevano la triste idea che il comunismo staliniano si doveva combattere con il fascismo o con il neofascismo, invece di combatterlo con la saggia democrazia." [17]
Fascismo, neofascismo e naturalmente nazismo. Donovan inviò in Svizzera, precisamente a Berna, uno dei suoi più fidati emissari. Allen Welsh Dulles arrivò nella Confederazione Elvetica in incognito nel Novembre 1942. Finanziere e avvocato nella vita civile, difese gangsters del calibro di Lucky Luciano e Meyer Lausky, che avrebbero aiutato gli Stati Uniti a contattare la Mafia siciliana per organizzare lo sbarco nell'isola. Con il fratello John, futuro segretario di Stato americano diresse a New York dal 1927 lo studio legale ]Sullivan e Cromwell attraverso cui ebbe occasione di intrecciare solidissimi rapporti di lavoro e conoscenza sia con alcuni esponenti della finanza e dell'economia tedesche che con lo stesso governo hitleriano. La famiglia Dulles rivestiva un'importanza fondamentale nei piani elaborati da Donovan e dallo staff dell'OSS, tanto che l'ormai quasi cinquantenne Allen venne nominato responsabile dell'OSS per l'Europa (a fine conflitto sarebbe stato direttore della CIA dal '53 al '61). Di salde tradizioni repubblicane e importante esponente della Massoneria di rito scozzese, Dulles aveva tutte le carte in regola per essere accettato come gradito ospite nel contesto europeo dei grandi gruppi di potere. Assolse con grande maestria l'incarico di trattare la resa con le massime autorità naziste, occupandosi in particolare dell'esfiltrazione degli elementi di maggior spicco del controspionaggio tedesco: resta da annoverare nella storia delle spie il recupero e l'instradamento verso gli Stati Uniti di Reinhard Gehlen, capo di una delle più temute organizzazioni dell'Intelligence hitleriana. A Donovan insieme a Gehlen arriva il bendidio: almeno cinquanta casse di materiale segretissimo sulla situazione dell'Unione Sovietica e dei comunisti italiani e francesi; preziosi documenti che saranno utilizzati nell'immediato futuro.
"[...] Gehlen diventerà direttore della sezione affari antisovietici dell'OSS e successivamente manterrà lo stesso incarico nella CIA. Tanti altri gerarchi fascisti e nazisti usufruirono dell'appoggio dell'OSS per salvare la vita dopo la guerra. Un appoggio fondamentale a Dulles e Donovan venne ancora una volta dal Vaticano, in particolare dalla sezione speciale diretta da Giovanbattista Montini. Un rapporto segreto del dipartimento di Stato Usa, datato 1947, spiega che 22 sacerdoti, con l'aiuto delle autorità italiane avevano aiutato le fuga di decine di criminali nazisti e fascisti [...]"[18]
La presenza americana in Europa e Italia è scandita dal ritmo incessante dell'affiancarsi di azioni di guerra e di operazioni strategiche occulte. Le une senza le altre non sarebbero state possibili. L'operato di Dulles, in questo senso, va ben oltre la pura e semplice esecuzione di piani segreti per condizionare lo svolgersi di questo o quell'avvenimento, anche se si tratta comunque di buona parte del lavoro svolto da lui e dai suoi uomini nel teatro di guerra dell'epoca. La lungimiranza della politica estera statunitense guardava al di là delle contingenze che pure cercò di soddisfare nel migliore dei modi; quello che andava pianificato era il ]dopo. "In particolare, Allen e John Foster Dulles contribuirono in misura considerevole all'eclissi della linea roosveltiana, perseguendo l'obiettivo di una nuova Europa incentrata, dopo la sconfitta del Reich nazista, sulla rinascita tedesca.
Tesi che fu all'origine della guerra fredda da parte occidentale.
Negli ultimi mesi del conflitto mondiale e nei primi mesi del dopoguerra, i fratelli Dulles, anche se non ufficialmente, gestirono uno speciale ente che era alle dirette dipendenze del Ministero del Tesoro americano l'Exchange Stabilization Found.
Questo fondo, nato nel 1941 grazie ad una speciale legge (War Powers Act), avente lo scopo specifico di riunire i capitali sequestrati ad aziende o individui del Terzo Reich, nei fatti era invece costituito da beni che le truppe statunitensi, man mano che penetravano nel territorio germanico, avevano sequestrato alle SS in fuga o rinvenuto in nascondigli.
Oro, azioni, obbligazioni, diamanti (quasi tutti rubati agli ebrei di Anversa) e carta moneta più o meno pregiata, arrivati in possesso americano spesso in modo del tutto rocambolesco, con azioni militari o con operazioni speciali dei servizi segreti.
Una massa enorme di beni (poi opportunamente riciclati con operazioni finanziarie ad hoc) valutati in molte decine di milioni di dollari.
Dopo l'avvento della `guerra fredda', l'Exchange Stabilization Found distribuì, per qualche anno, soprattutto in Europa, quote considerevoli di questa fortuna ai partiti e alle formazioni politiche moderate (o considerate tali) delle nazioni ritenute amiche o, comunque, da aiutare."[19]
L'arte del nascondere e del riciclare è qualità essenziale degli uomini d'affari più accorti. Il contributo della famiglia Dulles al proprio paese fu determinante: utilizzando il denaro come chiave d'accesso universale alle politica, i Dulles resero possibile un'organizzazione strategica degli assetti istituzionali della nuova Europa. D'altro canto l'apparato paramilitare di cui poterono disporre e che, secondo quanto abbiamo delineato sin qui, approntarono almeno dal 1942 riusciva a soddisfare egregiamente le necessità di intervento operativo ogniqualvolta esse diventavano imprescindibili.
Ma il vero, indiscusso capolavoro resta il condizionamento dei nascenti governi che si costituivano sul suolo europeo e che dall'inizio cominciarono immediatamente a contrarre debiti con i ]liberatori. Non dobbiamo nemmeno dimenticare che, su un versante parallelo e altrettanto importante, le pressioni dello Stato del Vaticano furono costanti in questa sorta di viatico della democrazia sorta sulle ceneri del totalitarismo: la Santa Sede fa sapere ai consiglieri del presidente Truman, succeduto nel 1945 a Roosevelt, che appoggerà persino un eventuale intervento americano in questioni politiche interne dell'Italia. In un documento del 1948, intitolato US Foreign Relations - si tratta per l'esattezza di una serie di archivi relativi alle attività americane all'estero per gli anni 1944-1945 - la posizione della Chiesa cattolica di Roma è esplicitata in maniera incontrovertibile: "Poiché gli alti esponenti del Vaticano hanno a lungo criticato la partenza delle truppe USA in questo periodo, si può presumere che il Vaticano ha anche fatto pressioni sul governo per considerare quale ulteriore aiuto gli Stati Uniti possano garantire. Solo ieri Tardini [monsignore, consigliere per la politica estera di Pio XII, ndr] ha detto che nonostante la relativa vicinanza con l'URSS, la maggioranza non comunista in Italia è favorevole a qualsiasi intervento necessario da parte USA negli affari interni italiani, poiché l'interesse della maggioranza in questa crisi del paese coincide con quello degli Stati Uniti."[20]
Affermazioni di una gravità inaudita, rileggendole oggi a distanza di così tanto tempo. Il risultato della campagna di disinformazione di Donovan, che aveva persino arruolato agenti dell'OVRA fascista, la polizia politica di Mussolini, in chiave anticomunista, dà presto i suoi frutti. De Gasperi recepisce immediatamente il concetto di pericolo che l'OSS tende ad accreditare come vero ed insiste su Truman perché il governo degli Stati Uniti, al momento di ritirare definitivamente le truppe dall'Italia nel 1947, assuma una posizione pubblica. La famosa dichiarazione del presidente americano risuona come monito ed allo stesso tempo progetto per il futuro: "gli Stati Uniti in quanto firmatari del trattato di pace e in quanto membri delle Nazioni Unite, si sentiranno obbligati a chiedersi quali misure possano essere più idonee al mantenimento della pace e della sicurezza." [21] Contro i tentativi di espansione comunista, o presunta tale, Truman oppone il diretto interessamento del suo paese, promettendo aiuti economici e militari a sostegno dell'indipendenza delle nazioni amiche. E' già cominciata la guerra fredda, appena due anni prima celebrata nel terrore con il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. "La sovranità limitata affonda le sue ragioni storiche in quegli anni, quando gli americani fanno diventare l'Italia nulla di più che una loro portaerei nel Mediterraneo, con il consenso di quelle forze che volevano gestire il potere senza possibili alternative di governo." [22]

Fascismo e nuova Repubblica

La continuità tra vecchio e nuovo è una dei tratti caratterizzanti dell'Europa uscita dal conflitto mondiale. Come si è cercato di dimostrare fino a qui, l'operazione condotta a livello istituzionale fu supportata da un progetto dettagliato di controllo occulto. Lelio Basso[23] aveva già denunciato negli anni immediatamente successivi alla proclamazione della Repubblica le storture cui era stata sottoposta la vita civile ed istituzionale nella pax democristiana, individuando con estrema lucidità alcuni nodi cruciali della del sistema di potere che si era sostituito agli apparati del Ventennio. Basso ha lasciato un insostituibile contributo personale e politico; attraverso i suoi numerosi scritti possiamo ricomporre con maggior dovizia di particolari i tratti di un'intera epoca e cogliere meglio alcuni dei passaggi fondamentali che hanno caratterizzato la storia italiana del dopoguerra.
Il 26 Ottobre del 1950 pronuncia un discorso alla Camera dei Deputati[24] che si trasforma ben presto in durissimo attacco contro l'allora ministro degli interni Scelba, responsabile di una lunga serie di pesanti repressioni ai danni di operai, braccianti, contadini e militanti della Sinistra in genere. Il famigerato reparto Celere della Polizia, appositamente costituito dallo stesso Scelba con uomini fidatissimi e con specifici compiti anti-sommossa [25], imperversò per molti anni nelle piazze d'Italia a sedare numerose manifestazioni di popolo.
"Esaminerò essenzialmente cinque punti: la mancata attuazione della Costituzione, l'aggravamento del regime di Polizia, il disprezzo per le autonomie amministrative, l'atmosfera di conformismo che sempre più si manifesta nel nostro paese ed infine il fenomeno del fascismo agrario [...]" [26]
Secondo Basso l'entrata in vigore della Costituzione venne consapevolmente rallentata per impedire l'attuazione di una vera e propria legislazione democratica; rimangono più che attive norme in vigore nel vecchio ordinamento fascista. L'atteggiamento del governo, dunque della Democrazia Cristiana, uscita vincitrice nello scontro politico di appena due anni prima, è quello di impedire alla democrazia di rendersi compiuta. " Io so per esperienza, per essere stato due anni circa membro della Prima commissione legislativa, davanti alla quale alcune di queste leggi sono ancora pendenti, so per esperienza che i nostri colleghi di parte democristiana che dirigono i lavori di quella commissione lo fanno secondo i precisi desideri del ministro degli Interni, per cui se la commissione stessa non spinge innanzi il suo lavoro di preparazione e se queste leggi non sono tuttora giunte dinanzi a noi, è proprio perché il governo non lo vuole. Così il nostro paese procede con una Costituzione zoppicante, con un ordinamento giuridico monco, ed il governo professa continuamente il massimo rispetto per la Costituzione che invece direttamente ed attraverso la sua maggioranza in parlamento viola ogni giorno." [27]
L'enorme potere concentrato nelle mani di Scelba discendeva in sostanza da un accordo siglato dentro alla maggioranza. I primissimi anni della Repubblica democratica sorta sulle ceneri del Fascismo vennero impegnati in un sordo lavorìo di fondo, tutto interno alle stesse istituzioni, che avrebbe permesso al sistema politico uscente - quello del Ventennio per l'appunto - di ricompattare organicamente le proprie fila sulla falsariga delle sollecitazioni del Patto Atlantico. Gli accordi, per altro verso, stipulati con gli Americani prevedevano la corresponsione di generosi aiuti in cambio di una sudditanza economica, ma anche intrinsecamente culturale, rispetto al modello occidentale di gestione della cosa pubblica. Capitale e politica strinsero in quegli anni un formidabile accordo strategico che diede corpo e struttura all'intera Europa liberata dal giogo delle dittature nazi-fasciste e pronta a precipitare in quello della tolleranza repressiva. La continuità con il vecchio regime fu garantita dalla Democrazia Cristiana e dal caldo abbraccio di una consistente parte del mondo cattolico, entrambi disposti a sorvolare su più di qualche ingombrante episodio del passato. Non dobbiamo nemmeno dimenticare che la Germania ebbe perlomeno modo di esorcizzare il dramma del Reich attraverso il processo di Norimberga, affrettata conclusione di un passaggio storico che doveva essere al più presto archiviato con il sacrificio di alcuni] eccellenti soldati del Führer disposti a coprire la fuga di altri e ben più importanti camerati oltreoceano. Ciononostante se da un lato la nazione tedesca fu costretta a compromettere per sempre di fronte all'opinione pubblica internazionale la perfettibilità della propria presunta attesa millenaria di riscatto promessa da Hitler e dai suoi, d'altro lato in Italia l'apparato fascista andò sostanzialmente impunito. I processi celebrati dalle Corti straordinarie in tutta la penisola non ebbero il tono dell'assise tedesca ed in sostanza colpirono soltanto in superficie la vecchia dirigenza fedele a Mussolini. Il tema della mancata epurazione coinvolse anche il Partito Comunista con la famosa amnistia concessa da Togliatti nel 1946 ai fascisti incarcerati. Il nuovo assetto politico-istituzionale subiva indubbiamente gli effetti di decisioni che erano state prese ad altri livelli, meno visibili ma altrettanto determinanti per il futuro della democrazia limitata che andò lentamente costituendosi allora. Era stato lo stesso Scelba a dichiarare, racconta Basso, che vi era un limite preciso al suo rispetto della Costituzione in modo tale che essa non si trasformasse in una trappola. Affermazioni gravi ed allarmanti se colte in bocca a chi poteva decidere, senza alcuna limitazione di uomini e di mezzi, della sicurezza pubblica.
"[...] immagino facilmente quali sono le trappole cui allude l'onorevole ministro dell'Interno. Egli, probabilmente, ha pensato che la trappola è uno strumento con cui si cerca di catturare il topo che vuole rubare il formaggio; e, per analogia, egli considera trappole quegli strumenti inseriti nella nostra Costituzione che servono a fermare e imprigionare il braccio del potere esecutivo e della maggioranza che volesse defraudare il popolo italiano dei suoi diritti costituzionali."[28] La legge fascista in realtà era ancora in vigore e Scelba propose addirittura l'istituzione di una milizia per la difesa civile da affiancare alla Polizia di Stato; l'instancabile opera di massimo irrigidimento delle strutture deputate al mantenimento dell'ordine pubblico spaziava da emendamenti proposti in sede parlamentare per attribuire all'autorità il diritto di sciogliere le associazioni segrete al divieto, più volte applicato, di comizi nelle fabbriche. "Difendendo le disposizioni emanate dal governo sulle proibizioni di comizi nelle fabbriche, l'onorevole Scelba ebbe a dire al Senato che la Pubblica sicurezza, è vero, non avrebbe il diritto di pretendere che si chieda la sua autorizzazione per dei comizi da tenere in luoghi aperti al pubblico, quali potrebbero essere le fabbriche, ma la Pubblica sicurezza ha diritto di pretendere che si chieda l'autorizzazione se si vuol tenere un comizio in un locale, ma che, per sua natura, è destinato ad altro uso, cioè all'uso di fabbrica. Cioè, quando si vuole mutare la destinazione dell'edificio e fare della fabbrica un luogo di pubblica riunione, la Pubblica sicurezza deve intervenire a dare il suo consenso."[29] Di questo tenore erano le argomentazioni portate a sostegno della tesi del divieto di riunione, allargato naturalmente anche alle occasioni di incontro che la Sinistra promuoveva ovunque nel paese. La battaglia senza esclusioni di colpi condotta dal governo ai danni dell'opposizione mirava al controllo serrato di tutti coloro che continuavano a lottare per la difesa dei propri diritti ed avvertivano con chiarezza le progressive limitazioni di libertà che erano via, via costretti a subire. Ma c'era molto di più. Lo scontro sulle autonomie locali, risolto da Scelba con lo scioglimento dei consigli comunali, il mantenimento sine die delle gestioni commissariali, la reintroduzione della figura del podestà, segnava il difficile cammino della Repubblica verso una situazione di stabilità politica negli anni Cinquanta ancora lontana. Le amministrazioni provinciali, ad esempio, uscite dalla lotta di Liberazione con un ordinamento interno di evidente stampo antifascista non potevano che rappresentare a livello locale pericolose sacche di devianza, da uniformare immediatamente alle solide basi del potere governativo. Per ciò che concerne i Comuni, la tendenza era quella di mantenere il più possibile attiva la figura del Prefetto, funzionario su cui Scelba puntava per garantire il controllo capillare del territorio nazionale; sarà proprio il ministro dell'Interno, in una intervista di molti anni dopo a sintetizzare efficacemente il piano generale della sua condotta durante il dicastero. "[...] Allontanai, con buonuscite o trasferimenti nelle isole, per tutto il 1947, gli ottomila comunisti infiltratisi nella Polizia, e assunsi diciottomila agenti fidatissimi...Posso aggiungere che non mi limitai a reclutare forze di Polizia affidabili, ma creai una serie di poteri per l'emergenza, una rete parallela a quella ufficiale che avrebbe assunto automaticamente ogni potere in caso di insurrezione."[30]
Si trattò, in sostanza, di disporre una rete di sorveglianza che utilizzava risorse direttamente concesse dal Parlamento e che inseriva ogni singolo funzionario, agente o informatore nel complesso gioco di una struttura piramidale al cui vertice stava il ministro. La piramide allo stesso tempo poggiava su diversi livelli tra loro differenziati e non necessariamente gli uni a conoscenza degli altri; il ruolo dei servizi segreti fu in tal senso di insostituibile importanza, dato il loro specifico legame con le Forze Armate. Per questo è possibile, se non necessario, affermare che il sistema di potere democristiano, o come si diceva negli ambienti meno rispettosi delle formalizzazioni linguistiche di certa diplomazia, clerico-fascista, giacchè enormi furono le pressioni da parte dello Stato del Vaticano a supporto del feroce statalismo di De Gasperi e del suo Gabinetto, costruì una democrazia a sovranità limitata e a doppio binario, occultando la parte inaccettabile dell'apparato di dominio che avrebbe dovuto occuparsi di mantenere stabile, con il ricorso alla violenza se necessario, quel sistema di potere e quell']establishment al governo.
Nel corso dei decenni successivi, anche grazie ai centinaia di focolai di lotta accesi dai militanti di sinistra ed alla mobilitazione di piazza, fu possibile stemperare la tremenda forza oppressiva che democristiani e fascisti esercitarono ovunque, rivendicando continuamente quel tanto che si poteva far valere di democrazia reale. In quel discorso del 1950 che abbiamo utilizzato per ritrovare tracce sparse di memoria cancellata, Basso insiste anche sulla questione del fascismo agrario. Squadre armate di crumiraggio imperversano a Nord come a Sud per opporsi alle lotte sindacali agrarie con il pieno appoggio delle forze di polizia, abituate da tempo a proteggere, la tradizione certo risaliva agli anni dei fasci mussoliniani, i gruppi di balordi mobilitati per creare disordine e confusione a danno di operai e contadini. La mancata attuazione di una riforma che sanasse la materia dell'agricoltura nazionale, saldamente in mano agli agrari che portavano ingenti quantità di voti ai partiti di governo, Democrazia Cristiana in particolare, aveva sostanzialmente lasciato immutata la situazione delle campagne. Lo squadrismo agrario, del resto, fu una delle cause del dilagare del fascismo che se ne servì per combattere duramente negli anni Venti l'opposizione sindacale. Tuttavia mentre lo squadrismo di un tempo si trasformò rapidamente in un movimento incontrollabile che appoggiò la presa del potere da parte di Mussolini, e anzi la accompagnò fino alla fine, quello dei primi anni Cinquanta sembra piuttosto lo strumento con il quale il governo conservatore capitanato da De Gasperi lotta contro il movimento operaio e sindacale. Secondo Basso la fascistizzazione della vita del paese avanza inesorabile. "E si tratti di fascismo fatto con l'olio di ricino e con il manganello, o si tratti di fascismo introdotto in altre forme, si tratti di processo di violenza o di processo di cloroformizzazione della vita del paese, certo è che le stesse tendenze totalitarie sono in atto, e - quello che è più grave - per servire gli stessi interessi di allora.
Che cosa fu, infatti, il fascismo nella storia del nostro paese? Fu la politica di una classe dirigente arretrata che ad un certo punto non era in grado di assolvere al suo compito di classe dirigente, di governare cioè, civilmente, democraticamente il paese; non era in grado di governare, lasciando anche alle classi soggette la possibilità di un libero sviluppo, la possibilità di godere dei propri diritti di vivere in condizioni accettabili di vita, di inserirsi progressivamente nella vita dello Stato."[31]
La governabilità resta il nodo da sciogliere quando si discute di democrazie europee. Essa è stata garantita dal ricorso alla formula del doppio binario: lo Stato parallelo assicurava la progressiva estraniazione del popolo dalla vita politica attiva, interamente affidata alle corrotte sedi istituzionali, a loro volta prodotto di quella combinazione di forze di cui abbiamo tracciato i contorni. La guerra come strumento di rallentamento del progresso, denuncia Basso, intorbidisce gli animi e blocca di colpo, già all'inizio del secolo, la relativa prosperità delle classi lavoratrici che avevano lottato a lungo per migliorare il proprio tenore di vita materiale ma anche morale. Nel contempo, però, accelera il processo di maturazione politica e permette lo scardinamento delle vecchie regole: le masse vogliono partecipare alla vita dello Stato, reclamano diritti. Due a quel punto le strade possibili: favorire la crescita di una società civile democratica e partecipe, oppure invocare l'emergenza per frenare una temuta maturazione delle classi dei lavoratori. "La classe politica italiana scelse questa seconda strada, e questo fu il fascismo: il tentativo di impedire alle masse la conquista del loro diritto di partecipare seriamente alla vita del paese, il monopolio incontrastato del potere per la classe dirigente."[32]
La stessa classe dirigente che, in buona sostanza, ritroveremo immutata nella Repubblica del 1948, quella cioè che invocò la permanenza americana per l'incapacità costitutivamente intrinseca al proprio ordine di pensiero e azione politica di dar luogo ad una democrazia. L'incapacità della dialettica capitalistica di stabilire relazioni che siano altro dalla massima ottimizzazione del profitto dall'omogeneizzazione della società in vista del superiore fine del controllo della razionalità interna al sistema tracima spesso nella violenza dell'ordine mantenuto ad ogni costo e nella oscura menzogna del Doppio Stato. La Costituzione che fu, come ricorda Basso, il punto d'incontro di diverse correnti politiche, nacque già contaminata nel momento in cui ad essa non si diede subito attuazione per mancanza di volontà politica, o, meglio, per un ben definito disegno di potere. "[...] tutti avevamo la coscienza chiara che il fascismo non sarebbe stato veramente distrutto in Italia - il fascismo nella sua sostanza, il fascismo nelle sue ragioni profonde, non negli aspetti superficiali, non nelle manifestazioni di parata, non nella facciata esteriore - il fascismo non sarebbe stato distrutto se non si fosse creato veramente un ordine sostanzialmente nuovo. Avevamo la coscienza che non bastava semplicemente ristabilire gli istituti parlamentari, ma bisognava creare una struttura nuova del paese, in cui fosse impedito ogni arbitrio dell'esecutivo, in cui i diritti dei cittadini fossero seriamente garantiti; in cui fosse data indipendenza alla Magistratura; in cui le autonomie locali avessero una rigogliosa circolazione di vita, che desse impulso al sorgere di questa nuova democrazia; in cui la miseria e la disoccupazione e l'ignoranza fossero combattute; in cui il nuovo spirito democratico riuscisse a spezzare anche le porte delle fabbriche, la chiusa cerchia della vita delle aziende, e un'aria nuova circolasse anche nella vita economica." [33]

Il colpo di Stato democristiano, questa l'efficace definizione dello stesso Basso, si articolò sulla non approvazione degli istituti fondamentali previsti dalla Costituzione attraverso una sapiente opera di ostruzionismo parlamentare e di sostanziale ipocrisia, che negli anni seppe utilizzare ampiamente la comunicazione di massa come mezzo eccellente dell'intorpidimento collettivo delle coscienze. Il magistrale lavoro di attenuazione della soggettività individuale a favore di un modello sociale di riferimento di volta in volta dedotto dalla pratica dell'omologazione produrrà nel tempo effetti irreversibili: ridotto alla sola funzione di elettore, il cittadino italiano potrà rapportarsi alle istituzioni soltanto in termini di scontro, talora anche fisicamente violento, o comunque di rivolta. Tutti atteggiamenti indotti utili alla creazione della figura del nemico interno, eversore-tipo contro cui far rumoreggiare le famose spade dei golpisti dell'esercito che a metà degli anni Sessanta pensarono possibile un rovesciamento dello status quo in chiave autoritaria.
Questa storia altra dell'Italia post-bellica si racconta da sé, a ben guardare. E' tutta scritta nell'opera di instancabile contrapposizione politica e culturale che moltissimi, donne e uomini insieme, continuarono a praticare nel rispetto di una libertà tradita e di una memoria cancellata. E' tutta scritta nei documenti che appartengono, oggi, a qualche polveroso scaffale.
Abbiamo ridisegnato fino a questo momento, anche se in una ricostruzione per sommi capi di alcuni episodi significativi dei cinquantanni che ci separano dalla proclamazione della Repubblica, la mappa instabile e discontinua di avvenimenti che hanno segnato in profondità le vicende del nostro paese, nonostante qualcuno si affanni ancora a celebrare improbabili anniversari di una storia ufficiale buona per tutte le stagioni. Tra le pieghe della discontinuità storica sottratte alla luce si rifugiano le ombre dei ricordi che non ritornano mai, i volti di persone e il racconto di fatti rimossi dalla cultura occidentale tutta rivolta al moderno, al post-moderno ed alle loro metafisiche interpretazioni. Ma una società senza memoria, è un deserto di parole; un raggelante guazzabuglio di superficialità dilagante nel quale svaniscono capacità critiche e senso della realtà. Nell'angolo morto continueranno a restare, invisibili e al tempo stesso in cammino con noi, gli spettri della non-conoscenza e gli inganni del potere. Viviamo in una società che ha fatto della guerra, anche di quella psicologica, una delle fonti essenziali del suo sostentamento e mezzo più che legittimo della propria sopravvivenza. In realtà lo stato di conflitto permanente sancito dalla Guerra Fredda e da centinaia di altri focolai accesi ovunque nel mondo ha rappresentato e rappresenta un elemento costante dell'Occidente industrializzato. Per questo i tenaci soldati del Führer sono stati messi in salvo da chi di guerra se ne intendeva davvero: perché ci sarebbe stato sempre bisogno di qualcuno disposto ad insegnare ad uccidere e perché il rispetto da portare a professionisti della guerra non poteva certo venir meno.
Nel 1967 viene pubblicato negli Stati Uniti il Rapporto segreto da Iron Mountain sulla possibilità e desiderabilità della pace. Sia vero o falso il rapporto, redatto da un gruppo segretissimo di specialisti - dal sociologo all'economista - scelto, questa almeno fu la voce, direttamente dal governo americano, fece presto scalpore per la crudezza dei suoi contenuti e per la loro inaccettabilità. Ai limiti della fantapolitica Iron Mountain resta nell'immaginario collettivo di più di una generazione il luogo per antonomasia del segreto, la montagna sacra ad ogni sistema di potere costruito sulla menzogna. E sull'ipocrisia delle istituzioni.
"E' incerto, oggi come oggi, che la pace sia mai possibile. Ed è ancor meno certo, per chi si preoccupa della sopravvivenza della società umana e non giudica col metro di un pacifismo emozionale, che la pace sia desiderabile. Il sistema di guerra, per quanto soggettivamente ripugnante a importanti settori dell' "opinione pubblica", ha dimostrato la sua efficacia sin dagli inizi della storia; ha creato le basi per lo sviluppo di molte civiltà dalla lunghissima vita, compresa quella oggi dominante; ha determinato, con continuità e coerenza un chiaro ordine di priorità sociali. E', nel complesso, una quantità nota. Un sistema di pace valido e vitale - dato e non concesso che sia possibile risolvere, e che siano risolti, i grandi e complessi problemi relativi all'introduzione di istituzioni sostitutive - rappresenterebbe sempre un'avventura nell'ignoto, con gli inevitabili rischi che l'imprevisto comporta."[34]