Antifascismo, fascismo, nichilismo.
Uno sguardo su alcune forme culturali e organizzative del `900 politico tra successioni dei regimi e prognosi filosofiche di lunga durata.

di Silvano Cacciari

 

"Ma attenzione: non sono gli oggetti a restare costanti e neppure il campo che costituiscono; non è neppure il loro punto di emergenza o il loro modo di caratterizzazione; ma il porre in relazione delle superfici in cui essi possono apparire; in cui possono delimitarsi, in cui possono analizzarsi e specificarsi"
Foucault, L'archeologia del sapere

PARTE 1: UN PROBLEMA STORICO

Uno dei risultati rilevanti, fin dagli anni `80, del revisionismo storico è stato il fatto, forse neanche previsto, di costringere, il complesso di saperi e discipline catalogabili sotto la categoria di "antifascismo", a quella che generalmente viene chiamata la "difesa della memoria".
Ora, non essendo qui necessario soffermarsi sul problema della difesa di qualche strategica convinzione storica, è forse possibile interrogarsi sul significato della categoria politica di antifascismo quanto di quella di fascismo.
Diventa quindi interessante rivolgersi a possibili significati storici dell'utilizzo sia della categoria di fascismo che di quella di antifascismo, specie se questa successione di significati ci rende conto del logoramento della cultura antifascista, frutto dei processi di veloce svuotamento delle culture politiche della società dello spettacolo.

Quindi, anche il concetto di fascismo ha bisogno di essere di nuovo commentato. Che cos'è il fascismo, un pericolo costante o un regime del passato? Un passato che insegna sempre qualcosa a un presente ormai immune dal pericolo o un rischio sempre possibile nella nostra società?
Porsi queste domande è importante perchè il revisionismo rischia di inchiodare la storiografia antifascista al timore che il cambio di una versione della storia, la rielaborazione di categorie di ricerca, comportino un'allentamento del monito storico sul pericolo fascista. Il risultato è che quando la versione della storia continua ad essere la stessa, quando le sue categorie di lettura si ripetono meccanicamente, l'antifascismo sfocia nel nichilismo, ovvero si trova a fare i conti con il senso del vuoto.
Cominciamo dal fascismo della prima ora, quello con il manganello, l'olio di ricino e il "me ne frego" che bruciava le case del popolo.
Dal `18-'19 in poi il fascismo impone una strategia nuova nello scenario della lotta politica italiana: si passa dalla dialettica tra manovre parlamentari -entro una monarchia costituzionale- e i moti di piazza ad una concezione della lotta politica dove l'obiettivo non è la maggioranza parlamentare o l'alba dell'umanità socialista ma la vittoria politica intesa come presa della cittadella militare che accompagna necessariamente l'avanzata elettorale.
Alle urne piene corrispondono infatti i paesi interi "bonificati" dalle truppe arrivate con i camion, case del popolo bruciate, sedi di partito devastate, sindaci deposti. Il fascismo, sviluppatosi anche come fascismo agrario -ovvero come servizio militare a pagamento contro gli scioperi dei braccianti- pur passando dai moti di piazza segue un movimento che va dall'occupazione delle periferie alla marcia su Roma, come una guerriglia che occupa le campagne per arrivare alla capitale ormai esangue.
Quest'idea di tattica politica intesa come pura logica militare, occupazione fisica delle piazzeforti e presidio di ogni centimetro di spazio del paese dai seggi elettorali alla capitale, comporta anche la logica dell'eliminazione tout court dell'avversario. Non la sua sconfitta storica, la sua riduzione a minoranza critica ma perennemente battuta, ma la sua semplice e definitiva eliminazione.
Così il fascismo, occupata la capitale, da movimento politico strutturato entro una logica bellica e una struttura paramilitare, si fa regime: eliminazione dei partiti, dei sindacati, censura, tribunali e leggi speciali "fascistissime".
Abbiamo poi una legislazione fascista, le camere corporative, un diritto fascista, un partito-stato militare che si incontrano con l'emergere della comunicazione di massa soprattutto radio e cinema, "l'arma più forte" come adorava ripetere Mussolini.
Insomma, nascita e consolidamento del fascismo vedono l'affermarsi di un movimento politico e militare a cui segue un regime dispotico e mediatico.

Non basta quindi leggere questa parabola del fascismo solo come quella di un potere senza norma, destabilizzante rispetto alle regole fondanti di una democrazia storicamente costituita, che si stabilizza entro il consolidamento delle discipline, dei saperi, e del consenso ottenuto.
Inoltre, non si spiega molto del fascismo se si insiste sul suo essere la versione di destra dello spettro, che circola in tutte le culture contemporanee, della folla convulsa forgiabile solo dal capo.
E' possibile infatti costruire una razionalizzazione concettuale del fascismo come enucleare una razionalità fascista con l'idea di passaggio dalla fase delle pratiche, dei saperi e delle strategie dell'avanzata militare a quella della convergenza tra tecnologie delle politiche, e dell'amministrazione, del controllo dello stato esercitato da un partito militare con quelle delle nascenti reti delle comunicazioni di massa. Insomma, questo potere senza norma, a parte la necessità di darsi un diritto fascista -e quindi una norma- una volta preso il governo, assume una precisa fisionomia: potere politico ben ingabbiato nel partito militare; amministrazione dello stato che confronta la propria razionalità -e le proprie disfunzioni- con questo tipo di potere politico; una primordiale macchina mediologica per l'esercizio del consenso.
Quest'ultima fase è il nichilismo fascista di governo: dove i vari nichilismi culturali contestano il fondamento dell'universalismo religioso e di quello politico, il nichilismo fascista costituisce la parabola storica di una prassi politica e di una strategia di governo esplicitamente ostili all'universalismo.

Ora, affermando genericamente la presenza di un movimento nichilista tutte le volte che vi sia estraneità alla validità universale, conoscitiva ed esercitabile anche tramite consenso e accordo, delle religioni o delle versioni della ragione quale loro alternativa, si può notare anche quanto siano molteplici le versioni del nichilismo. Viene anche da sè la differenza tra particolarismo e nichilismo: mentre il particolarismo può essere quello di un feudatario all'interno della grande catena dell'essere dell'Impero, il nichilismo valorizza le pratiche e le razionalizzazioni nel quale si trova contestualmente ad operare anche esplicitandone la specifica assenza di fondamento (religioso, etico, storico o politico).
Si può così evidenziare, anche senza quindi elencare i diversi filoni del nichilismo culturale e spesso impolitico, che il nichilismo intenda spesso imporsi come atto creativo: si immagina come proveniente dal nulla, senza l'eredità della tradizione o il peso dell'elaborazione della razionalità, producente continuamente logiche specifiche non solo irriducibili tra loro, o disgregatrici dell'universalismo di turno, che proprio per questo -perchè sganciate dalla necessità di costruire la catena dell'Ordine- possono costituire pratiche, saperi particolari, razionalità specifiche, ordini di governo per il governo.
A questo punto possiamo dire che il motore dei dispositivi dei saperi di governo del fascismo è un continuo atto creativo. Se ci si libera da una visione angelica dell'arte -il pregiudizio che la creazione artistica sia affermazione dell'unione tra bello e buono è ancora molto forte- e ci si sofferma sull'idea dell'arte come produzione di evento si capisce come il fascismo si riproduca secondo le regole della produzione artistica.
La produzione di eventi è sganciata da ogni obbligo morale -qui non siamo nel Nuovo Testamento dove l'evento è l'Avvento che contiene l'ordine di senso per il mondo- quando l'opera d'arte produce semplicemente qualcosa di nuovo: un nuovo quadro, una nuova forma. Questa nuova forma si chiama nuova perchè è accaduta -il nuovo non può che accadere come novità- e proprio perchè accade è anch'essa un evento, anzi una specifica forma di evento che sa farsi ricordare in quanto bella.
L'evento è una forma storica di misurazione del tempo -passano infatti degli anni e dei mesi da questo a quell'evento- quindi la produzione artistica se non è morale è temporale. Ed ecco il tipo di atto creativo del fascismo: la produzione di eventi. Visto però che il fascismo è un movimento politico, produce arte per nutrire di eventi le proprie tecnologie politiche, usa questi eventi come lubrificante della regolarità della macchina di governo.
Ecco quindi non tanto le "adunate oceaniche" o l'organizzazione del dopolavoro ma la cinepresa che riprende Mussolini a torso nudo, il proiettore che lo diffonde nei cinema di tutta Italia, i giornali che ne organizzano attorno l'entusiasmo e il pettegolezzo. Ecco l'evento -l'apparizione del torso nudo del Duce- grazie alla settima arte assieme alla diffusione capillare dell'immagine e del commento. Ecco l'intervento dello stato: lo stretto monopolio della gestione dell'immagine e dei titoli dei giornali.
L'evento prodotto dalla cinepresa -che coincide con la presenza del Duce- e la regolarità della macchina di governo che diffonde questa produzione artistica sono, rispettivamente, l'atto che produce l'attualità del fascismo -in quanto evento artistico producente novità- e la tecnologia politica che diffonde al partito, all'amministrazione e al corpo sociale l'informazione che il fascismo è in atto in quanto capace di produrre novità (e quindi con lo sguardo rivolto al futuro).
L'evento e le sue ramificazioni: è tutta la dimensione creativa del nichilismo fascista che produce eventi per dare informazioni ai dispositivi di governo. La produzione di eventi è quindi l'organizzazione mediatica di un discorso non universalista -antidemocratico, antiegualitario e nemico di ogni pluralismo- che riproduce tecnicamente il consenso verso una forma di governo dispotico, una gerarchizzazione militare dello stato e la consueta razionalità amministrativa.
Se la democrazia si nutre sull'informazione quotidiana dell'esercizio effettivo di alcuni diritti -e la presenza di alcuni basta per alludere a una cultura universalista- il fascismo si nutre della produzione di eventi che informano che il suo atto costitutivo -il complesso di razionalizzazioni che hanno la conferma della propria esistenza nella persona del Duce- non cessa di essere fonte di creatività.

L'antifascismo che nasce dall'inizio degli anni `20 non è solo un movimento, e un complesso di partiti, sindacati e associazioni coordinatisi in opposizione al fascismo, ma è fenomeno politico che fornirà una serie di saperi e di tecnologie politiche utili per le strategie di governo che sono durate ben oltre il fascismo.
Una visione tipo "morale che si forma nella storia" dell'antifascismo, che ha l'inestimabile merito storico di aver abbattuto una bestiale dittatura, non aiuta certo a darne una lettura che esca dal semplice gioco di rimessa nei confronti del revisionismo nè aiuta a definire i caratteri di quel nichilismo che fuoriesce dalla cultura antifascista che -lungi dall'essere un fenomeno simile al fascismo nichilista- è una delle cifre dell'inaridirsi delle culture politiche di massa nel nostro paese.
Specularmente alla distruzione di ogni forma di vita politica di vita nel paese operata dal dispotismo militare fascista, l'antifascismo si pone come una democratica arca di Noè delle culture politiche e delle organizzazioni di massa nate tra l'unità d'Italia e il primo dopoguerra.
Liberalismo, socialismo democratico, popolarismo cattolico, comunismo invece di entrare direttamente nella dialettica e nello scontro politico -come avverrà dal secondo dopoguerra e come avviene prima che il fascismo si sbarazzi di tutti i concorrenti- debbono spostare questo piano nell'ambito dei rapporti tra organizzazioni clandestine ed in esilio.
La lenta trasformazione del partito comunista da elemento antisistemico, strutturato per scatenare la scossa tellurica della rivoluzione, a elemento centrale di stabilizzazione sistemica -il berlinguerismo che ha la produttività capitalistica come programma politico (una sorta di denghismo in anticipo)- trova un primo significativo terreno nella lenta diplomazia politica e culturale che passa tra i partiti politici in vent'anni di esilio e clandestinità attraverso una guerra mondiale.
Ora, non si tratta di rispolverare posizioni dal sapore bordighista nei confronti dell'antifascismo.
Il problema è un'altro: l'antifascismo è una categoria, e un movimento politico, di emergenza che serve a promuovere la reazione nei confronti dello sterminio, spesso anche fisico, di tutte le forme politiche presenti nel paese.
E' una pratica politica - e con la resistenza anche una pratica militare- di risposta a un governo dispotico che occupa tutto lo spazio possibile espellendo ogni forma anomala. E, anche se questo non piace ai moderni storici, è una pratica politica al cui successo hanno contribuito in maniera decisiva non tanto le "forze di sinistra" come si legge nelle versioni di oggi, ma i comunisti, proprio quelli con la falce e martello, il partito e che volevano non solo "riportare la democrazia nel paese" ma abbattere il capitalismo, il suo regime di accumulazione economica e di democrazia parlamentare.
La questione, per noi attuale, è che l'antifascismo con il dopoguerra tende a costituire un regime politico dove i partiti di massa sono gli attori in cui si gioca la tematica di un universalismo dei diritti (siamo entro una versione dell'universalismo ampiamente discutibile ma non nichilista) che con il tempo muta notevolmente di significato. E l'antifascismo come categoria di emergenza, oltre ad essere la maniglia in caso di pericolo, comincia ad affiliarsi con un tipo di nichilismo, diverso da quello del fascismo, soffocante nei confronti della società e sterilizzato politicamente.

Prima di mettere in linea, in quanto dissimili, i diversi tipi di nichilismo se vogliamo capirli bene entrambi dobbiamo accennare ad uno dei loro fondamentali fattori di sviluppo: l'essere due soluzioni della contraddizione tra democrazia e moneta.
Ora, la cultura di sinistra, nel rapporto tra democrazia ed economia, nei codici culturali immediatamente riconoscibili si è conformata da tempo in questi tronconi: quello che, a prescindere dal periodo storico e dal proprio livello di radicalizzazione ideologico, si attesta sulla richiesta di maggior democratizzazione nazionale dell'economia; quello che evoca la globalizzazione appena intravede un problema proveniente dalla sfera dell'economia, auspicando una risoluzione internazionale dei problemi oppure maledicendo il destino cinico e baro; quello, maggioritario, che vede la democrazia come terreno di convergenza del massimo di consenso possibile necessario alla ratificazione delle soluzioni elaborate dall'amministrazione statale per la promozione del sistema economico e finanziario all'interno di una società data.
Se per quest'ultimo troncone il problema del fascismo appartiene solo ad un sempre utile bacino elettorale, gli altri due hanno frettolosamente delegato a una puntigliosa storiografia, quasi sempre esprimentesi sui fatti del `43-'45 o sul periodo successivo a Piazza Fontana, un compito che da sola non può assolvere: elaborare, e difendere, categorie politiche.
Per dare un'esempio su questi temi si consideri il problema della contraddizione tra democrazia e moneta. Per la cultura antifascista, che ha atteggiamenti da linea del Piave che sono suicidi in una guerra di movimento come questa, il problema del rapporto tra fascismo e capitalismo non si pone quasi più: nella migliore delle versioni perchè è considerata luogo comune l'idea del fascismo agente del capitalismo, nella peggiore perchè ci si vergogna a legare il fascismo al capitalismo oggi trionfante facendo magari la figura della storiografia ideologica e stracciona.
Anche per questo oggi c'è una spinta ad insistere il problema dell'antifascismo alla sola lotta partigiana: la figura eroica e morale del partigiano sulla montagna che lotta per la libertà, quando dimostrata storicamente -fatti e fonti alla mano- può imporsi come figura che convalida, su un piano etico, la costituzione del `48, in un gioco di rimessa a prescindere da una riflessione sul succedersi dei regimi economici e politici.
Se invece guardiamo al rapporto tra regimi politici e monetarismo non solo riusciamo a comprendere il rapporto tra capitalismo, fascismo e antifascismo ma riusciamo anche a capire come il rapporto attuale tra democrazia e moneta abbia sospinto l'antifascismo verso un ruolo politico sostanzialmente liturgico (anche se le liturgie contano...).
Ora, per regime monetaristico dell'economia intendiamo un sistema economico dove la produzione e gli scambi sono regolati dalla bassa inflazione, da un deficit pubblico "sotto controllo" e da un tipo di circolazione dei capitali dove la sfera finanziaria riesce ad imporre le proprie esigenze rispetto a quelle dello stato.
Per Polanyi, va citato lo straordinario articolo Inghilterra tra democrazia e moneta, nel primo dopoguerra le esigenze della moneta e della democrazia parlamentare tendono ad entrare in contraddizione: il monetarismo impone una compressione dei salari, una stagnazione del bilancio dello stato che contrastano con le esigenze redistributive dell'intero allora giovane sistema dei partiti.
Prima del compiersi della soluzione rooseveltiana, che è quella di cambiare il regime economico nel welfarismo, si prospettano diverse "interpretazioni" del problema della contraddizione tra democrazia e moneta: in Inghilterra il gioco parlamentare pone un'alternanza tra laburisti e conservatori che mantiene viva la dialettica politica entro una similitudine di soluzioni (ecco chi ha insegnato qualcosa a Blair), in Italia e in Germania la democrazia parlamentare viene rovesciata da destra, in Russia da sinistra.
Il fascismo come regime nasce quindi come una soluzione da destra della contraddizione tra democrazia e moneta (eliminando la democrazia) per poi fluttuare verso decise forme di interventismo statale in economia (eliminando pure la moneta).
L'antifascismo che diventa regime democratico è poi la versione italiana alla soluzione rooseveltiana della contraddizione tra democrazia e moneta: intervento dello stato nella gestione e nella promozione dell'economia, dialettica del sistema parlamentare come stimolo di questa gestione e promozione. La versione italiana non si basa sul sistema maggioritario e sul bipolarismo ma determina la dialettica del sistema parlamentare entro un sistema dei partiti che, anche per bilanciare la inaccettabilità sistemica -fino agli anni `70- dell'ipotesi dei comunisti al potere, è costitutivamente antifascista.

Va quindi considerato che l'antifascismo è una storica cultura antiautoritaria, un codice di emergenza contro dispotismo e cesarismo accettato nei saperi e nelle tecnologie politiche di tutti i partiti storici (e rinnovato come elemento costituivo di una cultura politica dai movimenti sorti dal `68).
Questo non ha certo impedito nè derive autoritarie dei partiti storici -la fase dell'unità nazionale Dc-Pci va giudicata aberrante quanto la marcia su Roma e non può certo accampare la scusa della lotta armata - nè loro affiliazioni a progetti autoritari su scala internazionale (la Dc con la Nato e Gladio fino alla fine e il Pci con il patto di Varsavia sostanzialmente fino alla segreteria Berlinguer).
Questi codici di emergenza hanno però funzionato, ovviamente non in maniera organica, quando si è trattato di costruire soluzioni politiche che impedissero uno sbocco autoritario da destra delle aporie del caso italiano: durante l'esperienza del governo Tambroni, durante le vicende Di Lorenzo e Borghese, durante tutto il delicatissimo periodo che va dalla strage di Piazza Fontana a quella dell'Italicus, periodo nel quale le molte anime della Dc tengono in mano un sottile gioco che passa tra il voler condizionare le sinistre con le stragi e il voler contenere l'anima golpista del paese grazie agli storici legami antifascisti con i partiti di sinistra.
Il codice antiautoritario contenuto nell'antifascismo istituzionale, che ha impedito rivincite dittatoriali nel paese, e nell'antifascismo militante nato nel `68 -contro il neofascismo di piazza degli anni `70- ha quindi espresso la sua validità -come sapere e come pratica politica- contro la terza fase del fascismo italiano quella del neomovimentismo, significativo ma minoritario, che comincia dalla nascita dell' Msi e finisce con gli anni `70 passando per diverse sigle e pratiche politiche di fascismo di piazza e del golpismo, che coinvolge sia la destra atlantista dell'apparato statuale che settori storici del movimentismo neofascista.

Con l'immediato inizio degli anni `80 molti attori politici, fino a quel momento figure primarie della scena, sostanzialmente scompaiono: i movimenti, il movimento, il neofascismo, il golpismo. Con l'inizio degli anni `90, scompare anche il sistema dei partiti costituito dal dopoguerra. Cosa resta della contrapposizione fascismo-antifascismo? E, soprattutto, perchè resta qualcosa?
Per fornire materiale di risposta non possiamo che ritornare alla vecchia contraddizione tra democrazia e moneta.
L'abbiamo lasciata lì, "risolta" nel dopoguerra dal welfarismo. Ecco però che, dalla fine degli anni `70, la chiave di volta della crisi dell'accumulazione capitalistica, all'interno del welfarismo, è un monetarismo di tipo nuovo.
Sottolineiamo qui le continuità con il vecchio monetarismo -bassa inflazione, riduzione del deficit pubblico, capacità di condizionamento del potere politico da parte della sfera finanziaria- per indicare come, a partire dalla nuova versione di questo regime economico, cominci a riproporsi l'antica contraddizione tra democrazia e moneta.
Quello che c'è di profondamente diverso rispetto al ciclo precedente di questa contraddizione è che, invece della plurarità di risposte politiche -comunismo, fascismo, welfare- essa promuove una pluralità di stati, grazie anche alla scomposizione della cortina di ferro, che adottano tutti una simile formula del tipo "libere elezioni in libero mercato".
Ma quando le "riforme" liberali si accoppiano alla riduzione della spesa pubblica, quando si adottano fasi economiche di redistribuzione della ricchezza verso l'alto perchè non ne esce fuori il tumulto che genera poi il fascismo?
Piuttosto che rispondere lapidariamente a questa domanda è forse meglio notare come,innazitutto, dalla metà dell'800 a oggi si impongano talvolta concezioni della politica che sanno separare tra repubblica e democrazia. Ed è proprio un'attuale forma di questa separazione che, in una situazione di gravi difficoltà sociali, riesce a tener fuori dall'attuale temperie politica lo scontro tra fascismo e antifascismo -che potrebbe generare soluzioni politiche nemiche del monetarismo- e a sfruttare sia elementi di una cultura che dell'altra (facendo in modo che la democrazia formale non degeneri in oligarchia manifesta e che le spinte forcaiole e populiste della destra alimentino la forza di selezione dello stato rispetto alla richiesta di diritti sociali).
Per separazione tra repubblica e democrazia, la cui versione novecentesca chiameremo fenomeno della democrazia formale, intendiamo, semplificando, l'idea che debba esistere, all'interno di una società, una sfera di interesse pubblico -ovvero gestibile non privatisticamente ed entro una pluralità di interessi- che non possa essere governata democraticamente ovvero nell'interesse di tutti e con la diretta partecipazione di tutto il corpo sociale (o di sue dirette espressioni).
Visto che trattasi sempre di repubblica, perché questo tipo di sfera di interesse pubblico è comunque di un'alienazione di interessi privati a nome collettivo, non può non esserci una legittimazione democratica anche di questa alienazione che, diciamo eufemisticamente, non copre diritti universali. Allora, come accade nel genio schumpeteriano, tutto il problema della scienza della politica e delle tecnologie di governo è concentrato nello stabilire e nel far funzionare le procedure -amministrative,costituzionali e politiche- che consentano un riconoscimento formale del carattere democratico della repubblica vincolante per la collettività ma che, di fatto, apra la strada alla gestione della cosa pubblica nel suo complesso da parte di una rosa ampia ma definita di interessi che non coincide con l'universalismo dei diritti.
Ecco quindi una interpretazione della contraddizione tra democrazia e moneta che mette al riparo la moneta dai rischi redistributivi delle democrazie parlamentari, rischi che esistono perchè qui si risponde agli interessi dei partiti di massa, ma anche da quelli delle fluttuazioni del fascismo tra un'istanza monetarista -come in Italia prima della crisi del `29- e una interventista in economia (come in Italia e in Germania negli anni `30).
Dopo il ritorno del monetarismo -o neomonetarismo, neoliberismo- la carta della democrazia formale è stata quella che ha permesso lo smantellamento del welfare, e incoraggiato il declino di ogni organizzazione politica di massa, senza soluzioni fasciste ma imponendo soluzioni procedurali che permettevano questo smantellamento.
Di fronte a questa insorgenza del nuovo tipo di democrazia formale la cultura della sinistra italiana si è spaccata come una mela: il filone governista ha trovato tutto uno spazio di manovra nel problema dell'aggregazione del consenso, magari mediatico, attorno al variegato mondo delle procedure della democrazia formale; il filone (chiamiamolo) rivendicazionista ha trovato nel terreno della memoria antifascista uno spazio di resistenza, e di monito, nei confronti delle implicazioni autoritarie presenti nella democrazia formale.
A parte la compresenza di entrambi i momenti in alcuni soggetti a questo punto anche il revisionismo ha trovato un proprio ruolo: alleandosi con la democrazia formale fornisce il servizio di delegittimazione dell'antifascismo. Servizio impossibile a farsi per una democrazia formale (come può una cultura repubblicana delegittimare l'antifascismo?) quanto utile per neutralizzare l'ideologia antifascista che legittima anche gli onerosi costi economici dei diritti sostanziali.
Per questo il revisionismo trova spazio in una democrazia formale -del resto la sua forma attuale più che sindacare sulle camere a gas si orienta sulla comparazione del regime nazista e di quello sovietico o sui parallelismi tra partigiani e occupanti- ovvero come argomento per scardinare i possibili ostacoli posti alla repubblica delle procedure presenti nell'antifascismo in quanto lascito della ormai economicamente onerosa stagione dei partiti di massa che l'antifascismo l'hanno fondato.
L'antifascismo, spogliato dei saperi e delle tecnologie politiche dei partiti di massa e del `68, si trova ad essere confinato sul terreno etico come guardiano della morale della costituzione repubblicana. Ha perso un preciso modello economico e politico di riferimento (che non è poco per lo spirito di una costituzione), le sue affermazioni di democrazia economica oggi sono senza agganci, ed è costretto così a rifugiarsi sul terreno del sentimento o su quello dei generici principi.
Ma anche l'antiautoritarismo storico su cui si basa è insidiato da un tipo di antiautoritarismo diffuso individualista e apartitico che si ritiene equidistante dal fascismo e dal comunismo (depotenziando così l'antifascismo che ha sempre negato questa equidistanza). Anche per l'antifascismo arriva quindi la fase nichilista ovvero quella del vuoto a causa del declino culturale, diversa dal nichilismo fascista che ha il vuoto come atto costitutivo della propria sinistra creatività.

PARTE 2: UN PROBLEMA TEORICO

Adesso si tratta di addentrarsi nel problema del nichilismo.
Fino ad adesso, in queste note, abbiamo affrontato la questione del nichilismo attraverso un abbozzo descrittivo delle pratiche governamentali del nichilismo fascista e di alcuni problemi ad esso correlato. Ora si tratta di calibrare lo sguardo sul nichilismo in un altro modo.
Foucault, in Nietzsche, Freud, Marx, aveva difeso la produttività conoscitiva della separazione tra storia della filosofia e pratiche discorsive ribadendo che gli spostamenti dell'asse di ciò che è ritenuto un nucleo teorico in filosofia non risultano compiutamente rappresentati se si utilizza, come esclusivo armamentario analitico, ciò che è canonizzato come storia della filosofia.
Infatti, in Nietzsche, Freud, Marx il problema di Foucault è dimostrare come l'emergenza del tema dell'interpretazione, successiva agli anni '30 dell'800, non debba il proprio spessore tanto ai temi della storia della filosofia che la sorreggono ma, piuttosto, all'affacciarsi delle pratiche discorsive ovvero discorsi e concetti coagulati attorno a delle pratiche.
E' il caso della biologia, della linguistica e della psicologia che si separano, o accrescono la loro separazione, dai temi all'ordine del giorno nell'agenda filosofica per far valere in un secondo tempo le proprie istanze anche in quell'agenda modificandone non solo le gerarchie ma anche le fattezze. Per fare un esempio, quando Fichte scrive Sulla facoltà e l'origine del linguaggio separa l'agenda filosofica da quella delle scienze del linguaggio con la sicurezza di chi ha chiarito qual'è il campo del linguaggio nel quale si esercita la filosofia, qui l'idealismo tout court, e quale è quello che è oggetto di scienze empiriche. Insomma, qui la filosofia canonica è convinta di tenere ben salde le redini del metodo del retto pensare, a sua volta costitutore di scienza, mentre in una manciata di decenni i nuclei teorici delle discipline "particolari", frutto di specializzazioni o guardanti direttamente alla prassi, toglieranno alla filosofia persino lo statuto di scienza.
Insomma, in Foucault è presente la concezione di come lo spostamento dell'asse del nucleo teorico di una disciplina canonica -con una storia che la formalizza in quanto tale come avviene nella storia della filosofia per la filosofia- possa essere spiegato compiutamente se si terrà conto dell'importanza delle pratiche discorsive.
In questa maniera le pratiche discorsive attorno a discipline come come la medicina o la psichiatria o a pratiche governamentali come il sistema prigionistico e la politica della popolazione -oppure, come in Deleuze, attorno all'immagine mediatica- fanno emergere un sostrato teorico in grado di spostare le gerarchie dell'asse che compone il nucleo teorico delle discipline canoniche, produttrici di ordini generali e di spiegazioni complessive.
Ora, in queste note, seppur con le inevitabili approssimazioni dovute al fatto che questo non è un saggio ma una collezione di commenti, ci siamo soffermati sulle pratiche discorsive della governamentalità fascista e antifascista nonché sul problema di come economia neoliberale e democrazia formale cavalchino produttivamente il gioco di forze proveniente dagli scontri tra fascismo e antifascismo.
Insomma, si trattava di far emergere l'ordine del discorso e i concetti che si coagulavano attorno al problema della governamentalità fascista ovvero fascismo come ordine del discorso che si esprime in una circolazione dei saperi che codificano e razionalizzano le pratiche governamentali del governo del partito-stato militare e del nascente sistema mediatico indirizzando l'attenzione collettiva verso il fatto che queste pratiche possano essere identificate con la frase "questo è il fascismo". Mentre nel caso dell'antifascismo abbiamo come ordine del discorso una circolazione dei saperi che si esprime come codificazione dell'antifascismo in pratiche di resistenza, di lotta politica e del regime della governamentalità italiana dal dopoguerra fino ad oggi. Per quanto rigurarda democrazia formale è la tecnologia di governo, che separa vincolo collettivo e gestione pubblica di definiti interessi privati, che è pratica di quell'ordine del discorso chiamabile "procedura parlamentare".
Ora, il problema è un'altro: saltare dall'altra parte del fosso, dove la filosofia politica non riconosce le pratiche discorsive ma si organizza attorno ai propri secolari dibattiti dei quali ritiene di poter coltivare le varie ramificazioni, discordie interne comprese.
Perché questo salto? Metodologicamente parlando, per un motivo molto semplice: chiarito il fatto di come discipline particolari e generali risentano, fino all'interno del proprio nucleo teorico, delle emergenze concettuali dovute alle pratiche discorsive a questo punto si può correttamente commentare su che cosa avviene entro una disciplina canonica, formalizzata e istituzionalizzata. Basta non considerarla la codificazione della verità smascherata come posticcia, basta chiarire di quali pratiche generali essa pretenda essere la conoscenza teoretica, basta considerarla come .... una pratica discorsiva. Così il suo nucleo teorico non apparirà come un idolo vuoto onorato da una setta di potenti perditempo (che pure esistono) ma, invece, come una seria esigenza strategica di produzione del sapere legittimante e nutriente grandi istituzioni,
Proprio per questo Foucault, nei seminari del '76 pubblicati in Microfisica del potere, parla di avvenuta compresenza e conflittualità tra poteri disciplinari, ramificati e diffusi, e grandi macchine politiche della sovranità statale e governamentale.
Ecco, il sapere istituzionalizzato come "ordine generale", magari disarcionato successivamente dalla forza delle miriadi di discorsi particolari, va visto come un'ordine del discorso che si autocodifica come legge di pensiero delle grandi istituzioni. Per chiarirsi, mentre l'ordine del discorso "questo è il fascismo" codifica le pratiche governamentali fasciste, strutturandone l'anima della circolazione dei saperi -dove magari si incontrano nuclei teorici di discipline particolari e di saperi diffusi- la Filosofia del diritto di Gentile, pur essendo scritta in sintonia con le tecnologie di governo, trova la propria produzione di un nucleo teorico che, dibattendo esclusivamente i temi del dibattito filosofico politico, si propone come autocoscienza teorica del governo.
Ora, questi due piani possono influenzarsi come neanche conoscersi: resta il fatto che è la loro presenza che rende possibile la costituzione di poteri diffusi (nel caso delle pratiche discorsive) come quelli delle grandi macchine sovrane (nelle quali sono presenti entrambi i piani).
Ora, attraverso un commentario del dibattito filosofico politico sul nichilismo cerchiamo così di definire quel piano di autoscoscienza teorica del governo nel quale il nichilismo è entrato. E non si pensi che così il nichilismo entra sul piano puramente autoreferenziale, e quindi isolato, della filosofia politica di governo: al contrario, ad esempio nel caso del fascismo, esso nutre le tecnologie governamentali come la filosofia politica (ci si consenta di farla breve sul pensiero di Gentile da considerarsi come nichilismo fichtiano ovvero come disvelamento del nichilismo presente nel nucleo teorico idealista grazie al suo ineliminabile soggettivismo) potendosi definire nichilismo dispiegato sull'ampio arco dei saperi diffusi e della filosofia della grande sovranità governamentale e statuale. E si tratta di un dispiegamento di saperi e di teoria e quindi di un qualcosa che -incitato a fornire nuove spiegazioni e discipline per pratiche o tecnologie di governo- è sempre pronto a scattare per legittimare la propria presa concettuale e teorica sulla realtà.
L'interrogazione alla filosofia politica è quindi una analisi del piano autoreferenziale -non per questo necessariamente isolato- della produzione di teoria filosofica per il governo in un piano dove i poteri diffusi (classici e non) generati dalle pratiche discorsive possono ignorare questa produzione o influenzarla, dove le grandi macchine della sovranità possono anche adorarla solo per automatismo ma mai evitare di essere assieme per godere i frutti di essere i pilastri storici del potere delle società capitalistiche.

Piuttosto che addentrarsi in qualche immenso filone di letteratura secondaria, e tenendo fede alla snellezza di queste note, preferiamo commentare alcune questioni classiche sul nichilismo, e sui suoi effetti nel dibattito filosofico politico, rifacendoci agli argomenti di alcuni testi capitali.

Michel Foucault, nella Microfisica del potere, definì la propria opera "una genealogia della morale" ponendola così in continuità con l'opera nietzscheana. Ma di che tipo di continuità si tratta? Se si legge l'Archeologia del sapere il tipo di continuità risulta chiarito: le prognosi storiche e della storia della filosofia presenti nelle filologie, nei commenti e negli aforismi nietzscheani vengono tradotte nella ricerca di archivio (o meglio in un nuovo tipo di ricerca di archivio. Come diceva Deleuze di Foucault: un nuovo tipo di archivista è presente in città...).
E' ciò che è stato archiviato dei saperi diffusi e delle discipline particolari che conferma la presenza di un'ordine del discorso, definisce l'ambito della sua particolarità, il suo modo di adesione alle pratiche come alle tecnologie di governo. Ed è lo spostamento nel tempo del volume, dell'ordine e del senso di queste masse di sapere documentario che rende possibile e necessario il lavoro di un'archeologia come rende l'aforisma e il commento filosofico l'ispirazione del documentato e caotico universo dell'archivista.
C'è un piano dove il discorso tenta di ritenere il pensiero, come nella Fenomenologia o nel Detto di Anassimandro, e quindi si sgancia dalla precisazione storiografica, dalla citazione, dalla comparazione dei documenti in quanto burocrazia della riflessione. Ma c'è anche un piano dove il pensiero deve darsi come anima sia delle discipline concrete, dei saperi, delle tecnologie in atto che della ricostruzione storica nelle sue miriadi di diramazioni. E questo piano si rivela non solo come quello della conferma della bontà o meno della traiettoria dei voli del pensiero ma anche quello dotato di una insospettabile creatività, di una forza teoretica tale da richiamare proprio il pensiero alle istanze inderogabili di una conferma sul piano della esistenza delle proprie traiettorie negli archivi, nei documenti, nella storia delle discipline. Questo piano di creatività teoretica dell'archivista è il piano foucaultiano che, così naturalmente disposto a raccogliere l'instabile anima di pensiero presente nell'archeologia e nelle discipline concrete, è sia analisi del pensiero politico -ovvero l'ordine teorico del discorso presente una pratica discorsiva- che analisi del funzionamento di una tecnologia di governo ovvero ricostruzione fenomenologica di un piano pratico senza la quale l'idea di pratica discorsiva sarebbe un vuoto slogan.
Questo piano foucaultiano è quindi il riflesso di creatività teoretica dell'archivista che si avvale, per rendere teoreticamente legittime le proprie iterazioni, della propria capacità di confronto e di riscontro e di riduzione delle prognosi storiche e filosofiche aperte dal pensiero nietzscheano, che è pensiero in quanto si sgancia dall'archivio (una delle malattie storiche de Sull'utilità e il danno della storia).
Il dibattito sul nichilismo va quindi qui considerato come la ricostruzione di quel piano di prognosi storica e filosofica, sganciata dall'archivio, che attende il confronto con la creatività teoretica dell'archivista capace di riscontrare questa prognosi o di respingerla ma comunque, nell'operazione di riscontro, di stravolgere i codici dell'archivio stesso.
E' questo, quello della prognosi, l'altro lato della filosofia politica di governo; non autoreferenziale ma in attesa di discipline concrete che lo traducano, lo mettano a produzione nelle tecnologie di governo.
Così anche il filone filosofico politico, che si presenta come la matrice teorica delle grandi macchine sovrane dello stato e dell'amministrazione, trova un serio campo di produttività. E che questa produttività possa cercare di essere la matrice, logica e ontologica, del pensiero politico che riduce le discipline particolari a derivate lo vediamo tutte le volte che questo tipo di pensiero cerca di ripercorrere il programma filosofico della Fenomenologia hegeliana: "fino ad adesso siamo rimasti incatenati nella dimensione empirica. Ora si tratta di volare in alto" ovvero fino a dominare ogni determinazione concettuale dei saperi e delle discipline pratiche.
Ma Foucault, nella Prefazione alla trasgressione, ci indica uno spartiacque storico: dopo Hegel "il filosofo scopre di avere accanto a sé un linguaggio che parla e di cui non è padrone". Questa è anche la consapevolezza teorica presente nei dibattiti sul nichilismo: un proliferare di riferimenti alla forma, originaria o epocale; alla figura, del volto o dell'opera d'arte; al linguaggio poetico, recuperato o perduto, partono dalla considerazione che lo sviluppo del pensiero, inteso come definirsi della realtà nel linguaggio filosofico, -more geometrico o dialogante poco importa- o non ha affatto presa sulla realtà o è il costitursi di una cittadella autoreferenziale.
C'è un qualcosa, fuori dal linguaggio filosofico, che come oggetto di infiniti sforzi di riduzione ai metri di questo linguaggio mostra proprio l'impraticabilità di un pensiero che posa su un'ultima istanza dove convergono le esigenze della logica e quelle dell'ontologia.
Da questa impossibile riduzione parte il Foucault di Nietzsche, Freud, Marx- ribadendo anche che all'interno del linguaggio l'infinità dei processi di interpretazione rende impensabile l'idea di un pensiero originario- e da questo derivano importanti risvolti filosofico politici dei filoni di dibattito sul nichilismo che, sganciati dalle scienze "particolari", pongono una prognosi storica in forma di commento, che poi l'archivista verifica e seleziona creativamente, che è anche prognosi sullo stato di salute delle culture politiche e sulle tecnologie di governo.
E che si tratti di una prognosi di un pensiero impossibilitato ad essere il pensiero della realtà ce lo mostra sia lo scacco dell'hegelismo, che precede e causa il nichilismo, che la collocazione dei dibattiti filosofico politici entro le grandi macchine sovrane: direttamente alimento della razionalità di governo come rito filosofico a copertura di una razionalità che si snoda altrove; snodo dell'intuizione dei tempi come luogo dello spegnersi di una tradizione. Insomma, un'intermittenza nel dominio reale della materia e della prassi politica di governo che risente del fatto che la prognosi sulle epoche e sui problemi deve circolare in più vasti labirinti del sapere per proporsi come modello di realtà in atto e che la legittimità di questa prognosi ha sempre vita breve.

La prognosi sul nichilismo, non definibile altrimenti che commento filosofico -e non scienza di pensiero- su un'epoca, è utile, per le nostre osservazioni sui suoi risvolti nel sapere politico, se cominciamo a rivolgerci al Nietzsche di Umano Troppo Umano.
Nel frammento Chiedere la parola troviamo il tema della presenza dei partiti politici dopo la novità del processo di secolarizzazione. A partire da quello che è il periodo di incubazione del nichilismo "la politica ha per scopo di rendere la vita tollerabile al maggior numero di uomini possibile".
Non si tratta di un lamento nostalgico quanto del commento all'avvenuto processo di identificazione tra strategia del sapere politico ("la politica ha per scopo") e accumulazione materiale statisticamente rilevabile ("la vita tollerabile al maggior numero di persone possibile"). Se si pensa che si tratti di un episodio o di una forzatura interpretativa si guardi a come Nietzsche sta ben attento a riflettere anche sul tipo di ciclicità nel quale si danno le forme della statualità sopravvenute dopo l'avvento della secolarizzazione: nel frammento Il socialismo riguardo ai suoi mezzi si indica che, nel processo di secolarizzazione, le forme di governo, come il socialismo, non possono sottrarsi alle regole di funzionamento dello stato che oscillano tra il momento in cui prevale l'idea che ci debba essere "quanto più stato possibile" e quello in cui prevale l'idea che ci debba essere "quanto meno stato è possibile".
Ora, giova ricordare che questo ciclo delle forme di successione dello stato è stato ripreso dal Foucault dei Rèsumè a prosito del meccanismo di funzionamento delle forme di governo liberali -che sarebbero sottoposte alle oscillazioni della forma stato tra la polarità del "si governa troppo" e quella del "si governa troppo poco"- e, oltretutto, che un terzo frammento Religione e governo definisce quella Entzauberung e quel meccanismo di razionalizzazione che saranno straordinario patrimonio di riflessione per Weber per stabilire ambiente culturale e leggi di funzionamento, stabilizzazione e sviluppo delle società.
Il commento filosofico politico presente in Umano troppo umano va quindi a isolare, e in questo hanno ragione sia il Loewith di Nietzsche e l'eterno ritorno che l'Heidegger di Sentieri interrotti quando sostengono che frammenti e aforismi nietzscheani sono niente di più sistematico, il problema della accumulazione quantitativa come logica e strategia delle dottrine politiche successive alla secolarizzazione, il tipo di ciclo delle forme di governo presenti in questà novità storica (e nel quale vede impaludato il socialismo) e il meccanismo di disvelamento del processo di razionalizzazione che è anima del funzionamento delle società moderne.
E, secondo il Franco Volpi della nota enciclopedica Nichilismo è proprio questo processo di razionalizzazione il braccio armato del nichilismo perché riduce in polvere le forme di sapere ad esso estranee per tendere ad occupare tutto lo spazio di un'epoca.
In questa maniera si può leggere questo concatenamento di frammenti nietzscheani come un commento sull'occupazione di ogni anfratto della società da parte dei processi di razionalizzazione e, inoltre, dei meccanismi di funzionamento delle discipline politiche seguite ai processi di secolarizzazione.
Una volta instauratesi questi processi sarebbe poi data una ciclicità delle forme statuali nella quale queste discipline sono ingabbiate (i pericoli di questa concezione -che rischia di destabilizzare il nucleo teorico di ogni razionalità politica anche solo redistributiva- furono chiaramente individuati già dal Nietzsche-Kultus di Toennies). Ma, che la prognosi nietzscheana fosse più ampia, non riguardasse cioè le sole forme socialiste o liberali (come nel caso di Chiedere la parola) ce lo riveleranno le classiche concezioni di nichilismo attivo e passivo.
A questo proposito bisogna aggiungere che posizioni come quella di Turgenev in Padri e Figli -dove nichilismo non è critica dei valori ma assenza della stessa atmosfera dei valori- e dello Jacobi della Briefe a Fichte -dove si accusa l'idealismo fichtiano di eleminare ogni presupposto teorico al di fuori della sola attività di speculazione del soggetto e perciò lo si taccia di nichilismo- ci immettono in tipo di dibattito sul nichilismo dove la dimensione del vuoto di prospettiva storica, per una cultura politica e nelle forme di governo, non è esclusiva delle forme della democratizzazione presupposte nell'incipiente razionalizzazione ma è di tutte le forme culturali accompagnatesi a quello che verrà chiamato processo di Zivilisation (come temuto dallo Simmel della Tragoedie der Kultur)
Difatti, la distinzione tra nichilismo attivo e passivo nel Nietzsche del Nichilismo europeo vede queste due forme storiche entrambi presenti, in modo diverso, in tutte le culture del continente e di conseguenza in tutte le culture politiche. Così il nichilismo viene indicato come "volontà di nulla" ,quindi dirompente in quanto disgregazione delle leggi di pensiero delle leggi a lui contemporanee, e composto dalle correnti del nichilismo attivo e passivo. Sia quello attivo "della vita" che quello passivo "degli dei morti" sono componenti del ciclo vitale delle culture dalle quali leggi origina il ciclo vitale dei regimi politici (su questi problemi si intestardirà oltre il ridicolo lo Spengler del Tramonto dell'occidente).
Il nichilismo -prognosi sull'esistenza un fenomeno storico di tipo epocale dove viene meno l'idea stessa di prospettiva storica in una cultura politica se sganciata dalle leggi dell'accumulazione razionalizzante; dove le forme politiche e sociali si riproducono entro fasi cicliche che non escono mai dalle dinamiche della razionalizzazione; dove la capacità conoscitiva dei singoli e dei saperi tende verso il vuoto dove non possa fuoriuscire dalle dinamiche del calcolo- sul piano filosofico politico è così nichilismo di tutte le culture politiche in campo -siano esse attive, all'inizio della loro traiettoria, o passive, rituale di adesione agli "dei morti". Per questo motivo, da Nietzsche in poi, si parlerà di nichilismo come destino.

Con il dibattito novecentesco, l'irruzione del problema della tecnica amplia il quadro problematico precedente, di per sé già intricato.
Il Nietzsche di Heidegger, come quello presente in Sentieri interrotti, è un lavoro che pone il filosofo della Volontà di Potenza come l'autore di una prognosi storica e sul pensiero non solo inadatta a risolvere i problemi epocali della tecnica ma anche, attravero i rischi di apologia del nichilismo attivo, risolventesi in un nichilismo che è sostanzialmente adesione alla tecnica.
Visto che sia nel Nietzsche che in Sentieri interrotti sono ampi gli squarci dedicati allo stato, al concetto di società, al diritto (in Holzwege tre saggi sono classificabili come di critica del diritto) ancora una volta il tema del nichilismo si incammina direttamente sul sentiero filosofico politico.
In Heidegger è l'intreccio tra fenomeno della tecnica e sistema del diritto, rappresentato in Holzwege dall'egemonia neokantiana sul dibattito filosofico tra `800 e `900, a formare lo spessore concettuale del nichilismo politico (assieme all' "equivoco" nietzscheano che qui è visto come pensiero nichilista nonostante gli sforzi di emancipazione) mentre il fenomeno dell'opinione pubblica -per il filosofo di Messkirch di chiare origini culturali storicistiche- sarebbe la cifra della presa nichilistica sui saperi planetarmente dispiegati.
Le posizioni heideggeriane vanno confrontate con quelle dello Juenger della Mobilitazione totale, nel quale la mobilitazione politica delle forze del lavoro si dà nell'adesione del nichilismo attorno al movimento destinale della tecnica, ma, soprattutto, con quelle dello Schmitt della Praemisse alla riedizione del '63 del Begriff des Politischen dove si definiscono possibili solo due stili di pensiero: aforistico e storico (si noti la somiglianza con le tesi dell'impossibilità dell'identificazione tra pensiero e realtà presenti, in diversa maniera in Nietzsche e in Foucault).
In Schmitt, essendo impossibile al giurista "il salto nell'aforisma", si impone la seconda "via d'uscita". Questa via è la prognosi storica che, nel Nomos della Terra, si dispiega nell'analisi di una Globale Zeit della tecnica che costringe i temi classici dell'ordine politico -risalenti per Schmitt ad una genealogia che tiene assieme Bodin e Hobbes- a doversi riparametrare per essere effettuali in questa nuova dimensione.
Quindi -specie se consideriamo il Massimo Cacciari di Geofilosofia dell'Europa rilettore di Schmitt e del tema della decisione con accenni a Juenger, Heidegger e al von Krockow di Die Entscheidung che dibatte proprio attorno ai tre filosofi- nel teorico del decisionismo troviamo una teoria politica che possa essere effettuale anche a prescindere dalla risoluzione del tema epocale del nichilismo e nella dimensione della tecnica planetariamente dispiegata.
Schmitt si pone così a capo di una riflessione filosofico politica sul nichilismo dove, assumendo la dimensione della demagicizzazione e dello svuotamento dell'esperienza assieme a quella novecentesca sulla tecnica, si pone il problema del governo e dell'ordine toccando sia il dibattito filosofico che la specificità delle categorie giuridiche tenendo assieme storicità della prognosi e tecnicità delle costruzione di categorie per il diritto.
Così mentre Nietzsche intreccia il tema del nichilismo con il ciclo di riproduzione delle forme statali, Heidegger con il problema della tecnica e della critica all'opinione pubblica e al diritto, Schmitt seleziona, e rivolge secondo i propri interessi, queste prognosi nel più compiuto dibattito filosofico politico.

Abbiamo così visto per sommi capi come, da Nietzsche a Schmitt, il dibattito sul nichilismo abbia dirette implicazioni nel dibattito filosofico politico e come in Schmitt ci siano implicazioni che guardano direttamente alla costituzione di categorie politiche e giuridiche. In questa maniera è possibile constatare l'esistenza di una delle vie che hanno permesso al nichilismo di sfociare nella filosofia politica che guarda a sé come sostrato teorico della matrice razionale delle macchine di governo.
Consideriamo adesso il Max Weber di Wissenschaft als Beruf: "E' destino della nostra epoca -con la sua caratteristica razionalizzazione e intellettualizzazione- che proprio i valori supremi si siano ritirati dalla sfera pubblica per rifugiarsi nel regno extramondano della vita mistica o della fraternità di rapporti immediati tra i singoli".
La prognosi storica weberiana è di grande interesse perché si tratta di un'autore che, nella Wissenschaftlehre, ha dovuto fare i conti con la obsolescenza epistemologica di un pensiero filosofico politico di tipo hegeliano -anzi, ne dibatte dandone per consumata l'eredità-, con il problema di dare una prognosi storica sulla razionalizzazione conoscendo l'insostenibilità metodologica di rappresentarla identificando realtà e pensiero, con la costruzione di un apparato concettuale che -stabilita questa dimensione di pensiero- riesca a costituire una matrice teorica razionalizzante che sia analisi e costituzione di discipline particolari e di problemi empirici.
Là, dopo la crisi dell'hegelismo, dove Nietzsche apre, nel nichilismo storico, all'osservazione della traiettoria delle forme politiche e di governo, Heidegger aggiunge il problema della tecnica, Schmitt opera nella compenetrazione tra problema del nichilismo e e cuore tecnico del dibattito filosofico politico, Weber assume il ruolo di ponte -proprio perché ha nel bel mezzo della propria opera sia i problemi epistemologici che la prognosi storica, la tecnica della rilevazione empirica come il terreno tecnico giuridico- tra prognosi filosofica politica per il governo e dimensione delle discipline particolari e diffuse.
E si tratta di un ponte che porta, nel momento in cui dibatte dal lato filosofico politico come da quello delle discipline particolari, la stessa prognosi: nichilismo.
Infatti il processo di razionalizzazione rappresentato da Weber -che si riproduce a prescindere dalla dimensione dei valori e del legame sociale ed emarginando ogni altra dimensione conoscitiva- è presente nella prognosi storica come è anima della costituzione di discipline concrete, particolari e pratiche.
Per questo la prognosi weberiana sul questo processo -che, nell'autore di Economia e società, ha quest'ambivalenza di essere prognosi storica e matrice concettuale delle discipline concrete regolanti le macchine politiche, giuridiche e amministrative- si manifesta come destino: lo spazio del pensiero come quello delle discipline sono occupati interamente dalla razionalizzazione che, fatta per operare continuamente per la propria espansione, non lascia zone franche nè riserve indiane.
Bisogna quindi domandarsi se il piano su cui si muove Weber, rendere produttivo il rapporto tra pensiero sganciato dalla propria identificazione con la realtà e dimensione storico archivistica, sia suscettibile di comparazione con quello foucaultiano dove il rapporto con il pensiero è messo a dura prova dalla rigorosità creativa dell'archivista.
Va allora considerato che non solo lo stesso Foucault in una intervista a Aut-Aut definì il concetto di idealtipo weberiano un'assunzione fin troppo positiva del processo di razionalizzazione ma, oltretutto, il rapporto tra dimensione del pensiero come commento e creatività teorica dell'archivista si dà con ben altre intenzioni: mentre l'uso, comune ad entrambi gli autori, di temi nietzscheani non mostra per Weber temi simili all'uscita dal nichilismo, per il Foucault della Microfisica, dell'Archeologia e del Nietzsche, Freud, Marx il rapporto produttivo con la dimensione del commento filosofico nietzscheano non ha come prognosi l'impossibilità dell'uscita dalle forme di governo della razionalizzazione.
Magari il ciclo delle forme della governamentalità presente nei Rèsumè, se accoppiato alle testimonianze di Veyne, ci porta verso una fase del pensiero foucaultiano dove il problema dell'uscita dalla governamentalità capitalistica, e dalle sue forme conoscitive, attraversa un forte stato di crisi. Ma, proprio l'intervista a Aut-Aut (fatta poco prima della morte) ci mostra come l'impianto foucaltiano proceda secondo linee di pensiero inverse, nonostante comuni radici nietzscheane, rispetto a quello weberiano. Qui la dimensione dell'archivista è di creatività teorica in continua linea di fuga e di disgregazione rispetto alle acquisizioni, teoriche e materiali, della razionalizzazione. Rispetto alla razionalizzazione è quindi linea di rifiuto ma anche di alterità e quindi di indicazione di altri spazi di possibilità. In questo modo razionalizzazione e nichilismo non assumono affatto la dimensione del destino.

Nella parte storica di questo commentario abbiamo visto come il nichilismo fascista diffuso si faccia regime -con delle tecnologie politiche, dei saperi, un uso strategico della comunicazione e la fluttuazione tra differenti regimi economici-, e come la parabola nichilista della cultura antifascista sia invece frutto dello svuotamento dell'antifascismo, della perdita di capacità di promuovere saperi, tecnologie politiche, regimi all'interno di un universalismo di diritti che il fascismo nega. Inoltre abbiamo notato come, rimuovendo questi processi, quanto più l'antifascismo si trincera nella precisazione storiografica tanto più questo processo di svuotamento -sempre meno al centro della scena della società grazie alle miriadi di discipline e saperi presenti nella società dello spettacolo- assuma le tinte forti del declino e trascini l'antifascismo in un gioco di forze con il revisionismo che non possa che far comodo alle esigenze di ristrutturazione neoliberale della democrazia formale.
Questa è, abbiamo detto, la dimensione dei saperi e delle tecnologie governamentali. Si è trattato poi di interrogare una parte di quel filone filosofico politico che guarda a sé come matrice teorica delle grandi macchine sovrane e che ha, dentro di sé, il tema del nichilismo come terreno significativo di discussione.
Qui, dove politiche e tecnologie governamentali che hanno un sostrato di saperi di tipo nichlistico, ponendosi un domande che fuoriescono dal loro piano, possono incontrare un dibattito filosofico politico dove il nichilismo è un problema epocale non risolto ed influenzante la costituzione di categorie "tecniche". Il dibattito filosofico politico sul nichilismo, invece, cercando un proprio referente a livello di pratiche discorsive può incontrare un sostrato di nichilismo diffuso che conferma i risultati delle proprie prognosi. Allo stesso tempo, quando questi due piani viaggiano separati ci può essere una contemporaneità di diversi tipi di nichlismo che si sviluppano senza toccarsi: in questo modo il rapporto tra pensiero come commento e rigorosa creatività dell'archivista può produrre delle novità che abbiano un sostrato di sapere di tipo nichilistico fin dal proprio atto germinale.
Che non si tratti di questioni astratte ce lo dimostra l'esempio della vicenda di importanti settori della filosofia politica italiana degli anni '70 e dei primi anni '80: dal Cacciari della Krisis e delle riletture di Schmitt e Weber; al Tronti dell'autonomia del politico fino a Con le spalle al futuro; ai Bodei e Cassano su Weber; al Marramao che riflette su Luhmann e la secolarizzazione; al ritorno in forze di Kelsen in Italia: tutto un filone che sta a cavallo tra le concrete tecnologie governamentali e la filosofia politica trova la produttività di categorie politiche, che rispondano al tradizionale hobbesiano problema dell'ordine, senza sfociare nell'autoritarismo -visto come inadatto per risolvere i problemi dell'emergenza dell'idea di complessità in politica- e soprattutto senza porsi la pretesa di uscire dal nichilismo (magari dietro l'idea, di netta quanto non ben recepita importazione americana, della "fine delle ideologie").
In questo modo di pensare tutto il problema del legame sociale è quello attorno al concetto di maggior e miglior consenso possibile nei confronti della razionalizzazione (giuridica, amministrativa, politica. Inoltre in questo filone ci sentiamo di immettere anche le tematiche habermasiane anche se l'attenzione a quello che viene chiamato mondo della vita è superiore alle elaborazioni italiane, tutte incentrate nel problema delle forme di governabilità).
Insomma, questa zona italiana del dibattito che, partendo dai problemi posti dalle tecnologie di governo, passa ad interrogare la filosofia politica (e viceversa) ci mostra come da un filone di saperi originati dal ceppo culturale antifascista si possa sfociare verso lo studio tecnico di discipline, e la loro legittimazione teorica, che poggi sull'idea dell'impossibilità o inutilità del superamento del nichilismo.
E', in questo modo, la conferma della prognosi weberiana: in occidente, da qualunque casella si parta di deve comunque fare i conti con la razionalizzazione che prende, prima o poi, l'egemonia interna in ogni costellazione dei saperi che si sviluppa. E, in questo modo il nichilismo, con la sua presenza nei saperi diffusi come nelle tecnologie governamentali e nella filosofia politica, più che una corrente di pensiero diventa ambiente, presenza pervasiva.
Viste le cose in questo modo antifascismo, fascismo o democrazia formale che nascono dalla spontanea convergenza di masse di sapere (grazie a tattiche, strategie, retaggi tradizionali o invenzioni culturali), da esigenze di sviluppo delle tecnologie politiche, da correnti filosofiche che si interrogano finiscono invevitabilmente per creare nuovi tipi di nichilismo: la razionalità fascista come applicazione della logica di governo fondata su un regime dalle basi culturali mediaticocriminali; la resa alla razionalizzazione da parte dell'antifascismo; il governo animato dalla razionalizzazione da parte della democrazia formale. E, mentre nel fascismo i nichlismi attivi alla Juenger ci spiegano il tipo di rapporto tra fascismo e filosofia politica, vediamo come -nel caso italiano citato- nella costellazione antifascista si distacchino ampi strati di sapere, specializzato e filosofico politico, che fanno i conti con la produttività del nichilismo sul piano dell'elaborazione delle discipline e della filosofia di governo.
Intendiamoci, anche sul piano del nichilismo non bisogna pensare di essere nella notte in cui tutte le vacche sono nere: la razionalità fascista si applica sulla logica del peggior arbitrio da parte di una macchina governamentale costitutivamente assassina nei confronti di ogni forma di vita; lo svuotamento nichilista dei saperi provenienti dall'antifascismo si basa comunque sull'eredità di una costellazione politica e culturale che ha saputo combattere, e sconfiggere, il fascismo; il nichilismo della democrazia formale si basa comunque su una logica che produce una serie di calcoli razionalistici atti a favorire un equilibrio di governo che non sia l'arbitrio della macchina assassina fascista.
E, inoltre, non si può certo dire -fascismo a parte- che, nonostante la pervasività dell'ambiente nichilista, significative forme culturali e di vita non siano riuscite a produrre straordinari risultati (come dire: ad ogni epoca i suoi fasti e le sue miserie). Allora, il problema qual'è? Quello di Heidegger che vede il tremore di fronte alla morte in un un mondo nichilistico più miserabile rispetto al sobrio tremore che si poteva provare in altre epoche?
Il problema di questo modo di vedere il nichilismo, sul piano delle pratiche discorsive come su quello del rapporto produttivo tra pensiero e creatività teorica dell'archivista, è un problema politico.
Ovvero: l'idea che all'insorgenza di un problema di teoria politica -che è seguito dell'insorgenza di problemi politici- possa scattare, come meccanismo atto a fornire materiale per la formazione di un corpo teorico di risposte coerenti rispetto al problema dato- la molla del dibattito sul nichilismo come attrezzo irrunciabile e strategico per l'elaborazione di pensiero e prassi politica nelle fasi storiche che stiamo attraversando.
Quindi l'analisi quando può fornire risposte sulla conformazione complessiva dei saperi delle pratiche discorsive e della filosofia politica del nichilismo, riducendoli a un nucleo concettuale, diventa un attrezzo politico . Se, come diceva Nietzsche, il nichilismo è "il più inquietante di tutti gli ospiti" e se quest'ospite ha un comportamento che invade il campo della politica allora bisogna capire come vive e si riproduce.
Ma poi, è finita qui? Il problema è solo quello di conoscere il cicli della governamentalità nei quali il nichilismo trattiene il sapere e le tecnologie politiche?
Proprio per non limitarsi a questi problemi Foucault, attento lettore di Nietzsche, parla di esistenza di linee di pensiero in fuga dai territori ufficiali della razionalità occidentale, di formazioni di sapere vaste quanto estranee a quelle dominanti.
Tra queste linee, in Foucault, c'è una formazione di sapere anomala rispetto all'hegelismo, che ha storicamente concepito le forme della razionalizzazione come quelle del dominio, che si è diffusa dalla filosofia alla politica. Fa capo allo stesso pensatore che secondo il Weber della Politica come professione "pensa per idealtipi": è, per dirla alla Foucault, la linea di fuga di Marx (cfr. Nietzsche, Freud, Marx).
Che la crisi della costellazione di saperi antifascista debba, se non vuole la resa di fronte alla democrazia formale o al revisionismo magari impigliandosi nel ciclo nichilista della governamentalità, ricorrere all'analisi di quest'altro filone filosofico che non è, come pensava Foucault, una linea di fuga ma una strategia d'attacco ?
Che si debba di nuovo commentare il "proletari di tutto il mondo..." ?
La ristrutturazione dei saperi produce spesso vecchie novità e chissà, come è già accaduto in questo tipo di veccchie novità, che i problemi politici -tipici di queste ristrutturazioni- portino in sé una messa in discussione di ciò che adesso è chiamabile "la vita" oppure una politica che cerchi di liberare la vita, oltrechè dalla miseria e dalla razionalità del sovrano, dal senso del vuoto.

 

Bibliografia.

Mettiamo giù una bibliografia fatta di testi generali di riferimento, che serve solo a stimolare il lettore o a confrontarsi con le origini culturali di queste pagine, di titoli che hanno un rapporto diretto con le concezioni che hanno orientato questa stesura:

Arrighi Giovanni, Il lungo XX secolo

Botero Giovanni, Della ragion di stato

Debord Guy, La società dello spettacolo

Deleuze Gilles, Pourparlers

Ferguson Adam, Saggio sulla storia della società civile

Foucault Michel, Microfisica del potere

Rèsumè des Cours

Gramsci Antonio, Quaderni dal carcere

Hobbes Thomas, Leviatano

Hegel Georg Wilhem, Fede e sapere

Lineamenti di filosofia del

diritto

Heidegger Martin, Sentieri Interrotti

Heidegger Martin - Juenger Ernst, Sulla Linea

Luhmann Niklas, Scienza della società

Kelsen Hans, Teoria generale della norma

Lenin Vladimir, Stato e Rivoluzione
McLuhan Marshall, Le strategie della comunicazione

Marx Karl, Il Capitale

Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte

L'ideologia tedesca

Montesquieu Charles Louis, Lo spirito delle leggi

Meinecke Friedrich, L'idea della ragion di stato nella storia moderna

Nietzsche Friedrich, Nascita della tragedia

Genealogia della Morale

Umano troppo Umano

Sull'utilità e il danno della

storia

La volontà di potenza

Parsons Talcott, Sistema politico e struttura sociale.

Polanyi Carl, La grande trasformazione

Cronache della grande trasformazione

Olivetti Marco, La filosofia della religione come problema storico

Schumpeter Joseph, Capitalismo, Democrazia, Socialismo

Spinoza Baruch, Trattato Teologico Politico

Spriano Antonio, Storia del Partito Comunista I

Schmitt Carl, Le categorie del Politico

Il nomos della Terra

Troeltsch Ernst, Lo storicismo e i suoi problemi

Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso

Veyne Paul, Come si scrive la storia

Volpi Franco, Nichilismo in Storia della Filosofia IV a cura di Paolo Rossi.

Weber Max, Economia e Società

La politica come professione

La scienza come professione

Ragionando sulla bibliografia.

Invece di presentare una bibliografia sul fascismo -anche se Gramsci, Polanyi e Spriano sull'argomento specifico sono centrali e stimolanti e, se si vuol comprendere un alto livello teorico raggiunto dal fascismo, Schmitt è fondamentale- ho preferito elencare una serie di testi che possono servire a fare domande importanti ai risultati storiografici e alle concezioni correnti su fascismo e antifascismo. Sulla democrazia formale Weber, Kelsen, Schumpeter e Luhmann sono autori capitali mentre, la presenza di classici della filosofia politica -Tucidide, Hobbes, Spinoza, Hegel- ,e di qualche commentatore capofila come Meinecke e Troeltsch, serve per incitare a cercar di inquadrare il periodo fascismo-antifascismo entro i temi classici del pensiero politico (e nelle sue versioni più originali come è il caso di Foucault).
La lettura di Marx e Lenin può essere l'occasione della riscoperta della estrema profondità di quel pensiero. Arrighi, assieme a Polanyi e Schumpeter, serve per una riflessione su economia e successione dei regimi.
Oltre a indicare qui qualche classico del problema del nichilismo, e una interessante -quanto il libro di Olivetti- voce enciclopedica di Volpi, c'è anche un'indicazione sul rapporto tra tecnologie della comunicazione e evoluzione dei sistemi politici (Debord e McLuhan). In questi ultimi testi, come del resto in Deleuze, è possibile trovare importanti e non episodiche riflessioni sul rapporto tra fascismo e tecnologie della comunicazione.
Detto in breve, in queste considerazioni sul fascismo e sull'antifascismo, la questione è quella di reinterpretare i problemi storici senza giocare di rimessa nei confronti del revisionismo, evitando così di essere messi all'angolo.
In quest'ottica, sul problema qui connesso delle metodologie di costruzione del discorso storico, si consigliano gli atti del convegno Tempo e narrazione, a cura di Mariuccia Salvati.
Vale la pena anche di indicare, proprio per marcare la siderale lontananza, la differenza dell'impostazione di queste pagine con alcuni autori: Marco Revelli, che teorizza l'impossibilità di uscire dalla galera di sinistra ,e che fa considerazioni sulla destra che finiscono per legittimare o recuperare sempre il diessino di turno (che invece va marcato senza respiro fino a togliergli l'ossigeno del consenso magari per indifferenza); Lunghini, che è il filosofo della miseria altrui, che ragiona su un'economia non di mercato che non disturbi il mercato; Bidussa che parte dai suoi ragionamenti contro il revisionismo con l'idea che il comunismo sia morto e che fascismo e comunismo siano comparabili;; Ichino, per niente originale quanto zelante tecnocrate della sinistra che trova conveniente avere un ruolo nell'impoverimento dei ceti subalterni.
Si tratta poi di diffidare cortesemente di tutti quegli autori -come Santomassimo, De Castris, Collotti, Rochat- che in diversi modi credono che comunque i sani principi antifascisti della repubblica non sono stati intaccati. Altri autori come De Luna (che ha fatti un'ottimo lavoro sulla Lega) vanno seguiti perchè cominciano a sentire il fiato sul collo del revisionismo. Per un rilievo critico di questi autori si noti come tutti tendano a contrapporre la serietà del proprio lavoro scientifico alla ciarlataneria di storici che lavorano solo per la televisione. Il problema è che gli storici televisivi hanno conquistato uno spazio strategico che gli permette anche di conquistare posizioni di potere nell'Accademia mentre gli storici storici non riescono a parlare con l'opinione pubblica.
Per una bibliografia aggiornata sulla nuova destra si cerchi poi nelle produzioni di Caldiron mentre De Felice, si veda Gli anni del consenso, è un autore fondamentale nella costituzione del revisionismo italiano. C'è poi Ernesto Galli della Loggia, del quale si consiglia -per ricostruire il come si fa un'opinione storica che influenza l'uso delle categorie politiche tramite i giornali- di rintracciarne le campagne promozionali in favore di autori critici nei confronti della resistenza, del Pci e della comparazione tra questi fenomeni e la destra (con effetti di non secondaria comicità, come nel caso della recensione ad un libro che dimostrebbe, a colpi di "non potevano non sapere", che la strage di Porzùs sarebbe stata decisa direttamente da Stalin via Togliatti. Notoriamente Stalin, impegnato in una guerra mondiale, era preoccupatissimo di cosa avvenisse nel Friuli).