Alcuni spettri si aggirano fra gli storici, negli ultimi anni. Non hanno
nulla di emancipatorio, ma preoccupano e agitano i sonni degli studiosi
come si conviene ad ogni spettro. Il loro nome è proteiforme e per
questo insidioso: <<narrative turn>>, <<linguistic turn>>
o ancora <<metaphorical turn>>, sempre rigorosamente in tipico
inglese americano. Nella sostanza, sono quasi la stessa cosa. Con la disinvoltura
che li distingue, soprattutto quando si tratta di scienze umane, gli americani
hanno assunto le lezioni della filosofia e della storiografia europee degli
ultimi vent'anni rielaborandole e rispedendole al mittente come innovazioni
più o meno epistemologiche e metodologiche, oppure come rivoluzionarie
strategie metodologico-operative. Quanto alla storia, il problema diventa
immediatamente rilevante dato il peso sociale - e naturalmente politico
- delle implicazioni relative al modo di <<farla>>. Lo spettro
del <<linguistic turn>> (verrà subito spiegato di cosa
si tratta) implica in realtà una drastica riduzione della storia
<<materiale>>, fino alla definitiva liquidazione di alcuni decisivi
criteri di verità in base ai quali si poteva distinguere fra una
ricostruzione storica vera, o almeno verosimile, e una falsa, o falsificante.
Detto in soldoni, il <<linguistic turn>> è un approccio
teorico secondo il quale tutto il sociale può essere ridotto a una
pura costruzione discorsiva, a un mero gioco linguistico. In tale prospettiva
l'aspetto narrativo del sapere storico diventa determinante, ed è
per questo, dicono i narrativisti, che il discorso dello studioso non è
diverso dal discorso del romanziere, e la ricostruzione storica di una realtà
appartiene narrativamente allo stesso mondo della fiction. Fra un romanzo
e un testo di storia c'è quindi equivalenza epistemologica, essendo
lo storico costretto a usare le forme dell'intreccio narrativo per esporre
i risultati delle sue ricerche, e il rapporto col reale non ha più
nessun valore. Per il fatto della forma della sua scrittura, la storia apparterebbe
quindi alla <<letteratura>> e non alla <<scienza>>.
Stato di crisi
Bisogna però cominciare dall'inizio della storia, in un certo
senso. O meglio spiegare come mai la storia come disciplina possa essere
agitata da questi spettri, non ultimo dei quali è anche quello del
revisionismo più radicale nelle sue forme negazioniste a proposito
dello sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti. Certo,
gli storici istituzionalmente non danno troppo peso a questi problemi, salvo
poi trattarne o accennarvi nei loro libri o saggi senza soffermarvisi troppo:
il loro lavoro è sul campo, <<fanno>> storia e poco si
curano di teorie o filosofie su di essa. Non lo ritengono, sembra, un problema
grave. Eppure dietro questi spettri (il più recente, il <<metaphorical
turn>>, risale a un paio d'anni fa) si profila un problema molto serio,
che implica non solo questioni di metodo storico, ma le ragioni d'essere
della disciplina in quanto <<scienza>>. Poiché in fin
dei conti è proprio sull'ambiguità della nozione di scientificità
a proposito della storia che giocano queste istanze dirompenti e critiche
il più delle volte di matrice reazionaria o esplicitamente <<di
destra>>.
Cominciare dall'inizio, si diceva. Ebbene, la storiografia del nostro secolo
ha avuto un'evoluzione più che tormentata, ha subito delle crisi
di crescita e trasformazione radicali soprattutto alla fine dell'800 e poi
negli anni `30 del `900, quindi, dopo la seconda guerra mondiale, ha attraversato
una serie di turbolenze, subendo direttamente e al contempo contribuendo
al clima culturale e alle forme delle idee e delle metodologie di volta
in volta dominanti: economicismo, marxismo, strutturalismo, ermeneutica,
postmodernismo, ecc. Con cadenza quasi regolare, almeno a partire dalla
seconda guerra mondiale o in generale dagli anni `50, la storiografia francese
- quella che si voleva più all'avanguardia attraverso la rivista
Annales - ha modificato la sua rotta sulla base della situazione
culturale e lo stato delle scienze sociali con cui era in costante rapporto,
rivelando una sorta di stato di crisi permanente della disciplina. Naturalmente,
parlando di crisi, non s'intende una crisi omogenea, né una crisi
negativa o distruttiva, ma il più delle volte una crisi di crescita
o di rielaborazione sulla base dei nuovi assunti tratti dallo sviluppo delle
scienze umane e dei nuovi climi istituzionali e culturali che si respiravano
nel corso degli anni. Di qui una costante attenzione e rivisitazione del
modo di <<fare storia>> su cui molti storici non hanno mai smesso
di interrogarsi, dentro e fuori l'ambito delle Annales (e naturalmente
non solo in Francia, ma anche nel mondo anglosassone o in Italia). Ne testimoniano,
per esempio, al di fuori del mondo francofono, riviste come l'americana
History and Theory che dalla sua nascita negli anni `60 ha seguito
e diffuso le teorie storiografiche emergenti o dominanti.
Ora, se l'istituzionalizzazione della storia come disciplina è un
fatto compiuto - anche se non esistono, nel caso dell'Italia, facoltà
universitarie interamente dedicate alla storia - e se è vero che
sul piano del reclutamento accademico il numero degli storici è sensibilmente
aumentato negli ultimi tre decenni, è anche vero che lo stato di
salute teorica della disciplina è rimasto spesso instabile. Basta
analizzare i lavori teorici o gli editoriali di apertura (per celebrazioni
decennali o simili) pubblicati a partire dagli anni Sessanta ad oggi per
verificare che mutamenti, ripensamenti e stati d'inquietudine si sono succeduti
senza interruzione, e che negli ultimi vent'anni si sono persino accentuati
in uno scontro fra <<scuole>> dove il disorientamento spesso
prevale sulla convinzione e la presa di posizione[1].
Inquietudine che non ha ostacolato il lavoro degli storici, e inquietudine
prevalentemente europea, più scettica e critica rispetto agli entusiasmi
e al decisionismo americano. Quindi inquietudine indispensabile alla crescita
critica di un <<fare>> storia che è anche un <<pensarla>>,
comprendendone non solo gli oggetti, ma anche le forme e le alleanze che
di volta in volta ne condizionano il discorso (le scelte di fondo). Perché
compito dello storico, come dovrebbe essere per ogni uomo di scienza, è
interrogarsi sullo statuto di legittimità della propria disciplina,
senza trascurare l'epistemologia soggiacente che dirige il suo lavoro pratico.
Di qui l'inquietudine, assai più presente fra gli storici che in
altre scienze sociali - per non parlare delle scienze cosiddette esatte
- meno inclini a mettere in discussione la propria epistemologia (o affidando
tale compito ad <<esperti esterni>>, come i filosofi). Basti
un esempio, tratto da un editoriale importante delle Annales pubblicato
nel 1988: <<Oggi, sembra essere giunto il tempo delle incertezze.
La riclassificazione delle discipline trasforma il paesaggio scientifico,
rimette in discussione le priorità stabilite e incide sui canali
tradizionali attraverso cui circolavano le innovazioni [...]. I paradigmi
dominanti [...] perdono le loro capacità strutturanti>> (marzo-aprile
1988, 2, p.291), eccetera. Più avanti si parla addirittura di <<una
crisi generale>> che riguarda tutte le scienze sociali. L'anno seguente
la rivista dedica un numero al rapporto fra storia e scienze sociali per
<<fondare su basi rinnovate il mestiere di storico>>, visto
che proprio <<la storia è impegnata in un lavoro di ridefinizione
dei suoi progetti e delle sue pratiche [...], ed è la prima [fra
le scienze] a esporre pubblicamente le sue interrogazioni e le sue incertezze>>
(1989, 6, pp.1317 e 1322). Questo, soprattutto dal momento che la storiografia
annalistica aveva avuto nel corso degli anni `70 e `80 un rapporto privilegiato
con le scienze sociali e in particolare la sociologia.
Dieci anni dopo, nel 1999, uno dei direttori della rivista, J.Revel, ribadisce
su Le Debat che la storia si trova in un momento di passaggio critico
che lui chiama <<svolta critica>> (<<tournant critique>>,
da contrapporre al <<linguistic turn>>), più che in uno
stato di crisi, e che tale fase sembra destinata a durare ancora per un
bel po'. Solo che il termine <<tournant critique>> era stato
già utilizzato nell'editoriale delle Annales del 1988: la
fase di passaggio sembra quindi piuttosto una costante.
Anche lo storico R. Chartier ribadisce lo stato d'inquietudine in cui versa
la storiografia contemporanea, e non teme di usare il termine <<crisi>>
nella sua ultima raccolta di saggi pubblicati nel 1998 (Au bord de la
falaise, A.Michel, Paris), anche se poi spiega che per lui la storia
non è in crisi nel senso negativo del termine. Sta di fatto che conferma
la caduta delle categorie tradizionali, le quali avendo anch'esse una storia
hanno ormai perduto il loro carattere d'evidenza (p.11). Ma richiama l'attenzione
e la vigilanza sui pericoli che tale fase di passaggio comporta, perché
nella ridefinizione di categorie e paradigmi si corrono inevitabilmente
dei rischi. Il più grave, per Chartier, è lo spettro di cui
abbiamo detto in apertura: il <<linguistic turn>> (cui però
dedica solo poche righe) e le implicazioni più radicali che a partire
dagli anni `70 Hayden
White ha aperto alla storia (cui dedica un capitolo).
Sembra un problema tutto interno alla storia come disciplina, un diverbio
fra mandarini che detengono un solido potere istituzionale, con le loro
riviste e i loro istituti di ricerca. O potrebbe sembrare l'inquietudine
normale che aleggia su chiunque voglia rendere il proprio indirizzo di studi
egemonico sugli altri, soprattutto quando gli spettri di interpretazioni
radicalmente diverse si diffondono approfittando dello stato di crisi. Ma
non è così. La posta in gioco è assai più alta,
e riguarda direttamente il nostro rapporto con la storia, con le conseguenze
politiche di legittimazione o delegittimazione che comportano le diverse
prese di posizione.
Ecco il perché di tutta questa preoccupazione.
Una risposta ancora da dare
é chiaro che lo stato di crisi permanente - chiamiamola fase di
passaggio, svolta critica, inquietudine epistemologica o come altro si voglia
- apre la strada a criteri e metodi interpretativi e pratici che non sempre
coincidono con le intenzioni degli autori e delle scuole più consolidate.
Il confronto fra paesi europei di lingua latina e paesi di lingua anglosassone
(ma soprattutto gli USA) è diventato cruciale soprattutto in relazione
al rapporto con l'oggetto della storia e il modo di trattarlo. La questione
fondamentale è infatti il rapporto con la realtà e la verità
di fatti e situazioni, oggetti e configurazioni (semplifico enormemente[2]): fondamentalmente materiale-realistica
per i paesi latini (Italia e Francia), essenzialmente linguistico-narrativa
per quelli anglosassoni (USA e in parte Germania). Ma il problema nasce
dal fatto che gli storici più avveduti, anche all'interno delle Annales,
riconoscono la necessità di aprirsi ad alcune istanze avanzate dalla
narratologia o dall'ermeneutica, senza voler però rinunciare a criteri
solidi di verità e a un rapporto con la realtà materiale che
l'attenzione esclusiva alle forme discorsive e al linguaggio fa perdere.
Di qui appunto la preoccupazione.
Né è un problema da poco, visto che dello stato di inquietudine
epistemologica della storia e della costitutiva instabilità del suo
statuto di scientificità approfittano tendenze revisioniste di ogni
tipo, ivi comprese quelle radicali del negazionismo (quelle, per intendersi,
che negano lo sterminio degli ebrei e l'esistenza delle camere a gas dal
1941 al 1945).
Lo conferma un relativamente recente numero dell'americana History and
Theory (febbraio, 2000), una dei portavoce del postmodernismo e del
<<linguistic turn>>, che propone un articolo dove richiama in
qualche modo all'ordine i sostenitori dell'approccio ermeneutico-linguistico-narrativo.
Il titolo dell'articolo è già di per sé emblematico,
e permette di capire come il riferimento al revisionismo negazionista non
sia una semplice fantasia: <<Truth's Other: Ethics, the History of
the Holocaust, and Historiographical Theory after the Linguistic Turn>>.
L'autore, Michael Dintenfass, sostiene la necessità di un'ennesima
svolta, etica a questo punto (<<ethical turn>>), che riporti
la storia alla ricerca della verità e alla definizione di ciò
che è giusto o sbagliato, per poter rispondere proprio sul piano
etico alle teorie negazioniste e agli studiosi che le difendono (con argomentazioni
strutturate <<scientificamente>>). Di fronte ad essi infatti
i rappresentanti del <<linguistic turn>> si sono sempre trovati
in grande imbarazzo, non avendo argomenti solidi da contrapporgli, visto
che una delle loro formule fondamentali è quella espressa da F.R.Ankersmit,
per cui non c'è un referente materialisticamente reale del passato:
<<We no longer have any texts, any past, but just interpretations
of them>>[3]. Se tutto è
interpretazione, ogni interpretazione è legittima! E se l'elemento
fondamentale della ricerca, come oggetto e come strumento, è il linguaggio,
allora com'è possibile rispondere all'interpretazione negazionista
dei documenti presentati da Faurisson o da Irving (due dei più noti
e scaltri, anche se non maggiori, promotori del negazionismo)? E come reagire
di fronte alla riabilitazione nostrana di figure storicamente <<problematiche>>
come Mussolini o Bottai (riabilitazioni che poi hanno una loro precisa ricaduta
nell'uso politico che ne viene fatto, con espressioni del tipo <<Mussolini
fu il più grande statista del `900>>)?
Il <<linguistic turn>> non offre strumenti adeguati, e, al contrario,
sembra legittimare ogni formazione discorsiva che obbedisca alle regole
della narrazione, rendendo ogni punto di vista equivalente.
Nato circa agli inizi degli anni `80 col preteso patrocinio di filosofi
importanti come R.Rorty (il quale però ne aveva preso esplicitamente
le distanze), il <<linguistic turn>> diventa nel giro di pochi
anni una delle correnti più accreditate della storiografia statunitense,
decisamente avversa non solo all'empirismo, ma anche all'uso che la storia
faceva delle scienze sociali. I suoi promotori e i suoi difensori coinvolgono
dalla loro parte studiosi di varia provenienza, mescolando in modo piuttosto
confuso teorie, posizioni filosofiche e metodi che nessuno, in Europa, metterebbe
sullo stesso piano. Questo avviene soprattutto quando storici e filosofi
francesi o tedeschi vengono accolti dall'altra parte dell'Atlantico, e qui
semplificati e mescolati in una specie di calderone dove le asperità
e le differenze specifiche svaporano in un omogeneo sapore comune. Non ci
si stupirà quindi di trovare, come referenti della svolta linguistica,
M. Foucault e J.Derrida insieme a M. de Certeau e R. Chartier mischiati
con un po' di J.-F.Lyotard, R. Barthes, l'inevitabile H.G.Gadamer per il
lato più rigorosamente ermeneutico, e vaghi accenni a P. Ricoeur
e persino a M.Heidegger. In realtà, basta che un autore si sia occupato
in qualche modo di <<rappresentazioni>>, <<scrittura e
testualità>>, <<formazioni discorsive>> o <<linguaggio>>
per essere immediatamente cooptato sotto la bandiera della <<svolta
linguistica>> a prescindere dal modo e dal contesto in cui si è
interessato a tali questioni (sintomatico è il caso di Foucault).
E la svolta linguistica viene posta sotto l'insegna più generale
e innovativa del post-modernismo, con la conseguente critica di tutte le
ideologie (le <<grandi narrazioni>> ormai cadute in disuso)
e l'apertura a un relativismo che però non si vorrebbe portare alle
estreme conseguenze.
Si tratta di una presa di posizione eminentemente teorica, non a caso portata
avanti su riviste che si occupano soprattutto di teoria e filosofia della
storia. Fortunatamente pochi, in effetti, sono gli studi portati avanti
secondo questo modello. Ma l'efficacia strategica con cui questa corrente
si è imposta nel panorama storico-teorico americano e il consenso
subito ottenuto hanno imposto per esempio agli storici francesi la necessità
di prenderne esplicitamente le distanze (come nel caso di R.Chartier).
La questione è legata al delicato statuto della storia come disciplina
e forma di sapere, alle sue implicazioni politiche, ideologiche ed etiche,
quindi, in prima istanza, al suo uso e al suo abuso. Poiché per quanto
essa sia stata considerata e sia poi effettivamente diventata una <<scienza>>,
è comunque così fondamentalmente legata alla memoria che è
difficile neutralizzarla in metodologie e formule asettiche. La storia non
è una semplice ricostruzione del passato - visto che un tale enunciato
è privo di senso, perché il passato in quanto passato non
può esser ricostruito nella sua interezza, ridivenire presente -
ma è sempre una ricostruzione comprensiva del passato a partire
da un certo punto di vista, ossia secondo un preciso ordine problematico.
Il facile fraintendimento che tanta confusione ha esercitato non solo fra
gli storici, ma anche fra i filosofi e quanti altri hanno sposato il cosiddetto
<<relativismo post-strutturalista>>, implica che la rinuncia
critica al sistema pressoché dogmatico dell'oggettività scientista
comporta l'inevitabile deriva relativista dell'<<ogni cosa va bene>>,
formula promulgata provocatoriamente dall'anarchismo epistemologico di Feyerabend
ma ripresa acriticamente da molti divulgatori delle <<svolte linguistiche>>,
in un miscuglio piuttosto confuso e nebbioso di questioni epistemologiche,
procedure analitiche, decostruzioni testuali, interpretazioni, giochi linguistici
e riferimenti letterari. Lungi dall'assimilare le rigorose procedure della
filosofia analitica, che Wittgenstein ispirò ai filosofi anglo-americani
per ragionare proprio sul linguaggio e il suo rapporto con la realtà,
i promotori del <<linguistic turn>> si sono rifatti a questo
brodo misto concepito con lo scopo principale di contrapporsi al dominio
della storia sociale di cui massimo portavoce erano le francesi Annales.
In questo modo, se erano legittime e irrinunciabili le istanze originanti
l'esigenza di aprire la storia sociale a elementi di analisi linguistica
e alle sempre più cogenti riflessioni dell'ermeneutica filosofica,
con la conseguente riflessione sui testi e la testualità come forme
imprescindibile della comunicazione umana nel suo rapporto con la realtà
e il potere, ben presto tali esigenze si sono trasformate in una proposta
alternativa e totalizzante di interpretare <<tutta>> la storia
in tutte le sue forme. L'intento critico viene insomma sostituito subito
dall'intenzione totalitaria che incorre negli stessi paradossi e nelle medesime
esagerazioni in cui è caduta l'egemonia quantitativista delle Annales
negli anni `50 e `60. Il disegno, più volte rivendicato da varie
scuole storiche, di una <<storia totale>> urta inevitabilmente
contro l'intelligenza della critica e l'irriducibile pluralità dei
punti di vista, che della critica sono la condizione.
La realtà e i limiti della rappresentazione
Assimilare <<tutta>> la storia a forme più o meno
sviluppate di critica testuale e teoria della rappresentazione, oppure assimilarla
ai tempi lunghi degli sviluppi e degli equilibri economico-sociali, sempre
rivendicando uno statuto di scientificità più o meno rigorosa,
nasconde un intento egemonico che rivela più il malessere dei teorici
che le difficoltà del <<fare>> storia.
Naturalmente nessuno può negare il valore del linguaggio, né
il ruolo che la narratologia ha avuto negli ultimi anni per stimolare, aprire
e dinamizzare gli studi storici, ponendo problemi che non erano giudicati
opportuni fino a due decenni fa. Nessuno può negare che la storia
sia nata come un genere letterario particolare nella Grecia classica, e
che il suo rapporto con la letteratura sia stretto e inevitabile (tanto
che i buoni storici sono in genere anche ottimi scrittori, nel senso che
hanno tutti quella che si dice <<una buona penna>>). Non si
deve d'altronde dimenticare però che già in Erodoto e ancor
più in Tucidide l'esigenza di stabilire un rapporto di verità
con la realtà fosse una caratteristica che distingueva in modo determinante
questo genere di scrittura dalla lirica, dalla satira o dal teatro. Ed è
proprio questo aspetto della storia ad esser rivendicato a partire dalla
seconda metà dell'800 come un carattere distintivo e fondamentale
della disciplina storica in quanto scienza, che così poteva comprendere
e spiegare sulla base di documenti fattuali le vicende del passato.
Non solo. La grande spinta allo sviluppo della storia come disciplina capace
di entrare nella comunità scientifica (fosse anche quella <<minore>>
delle scienze sociali) venne proprio nel corso degli anni Trenta del `900,
quando ad opera delle prime Annales dirette da M.Bloch e L.Febvre
venne rifiutata una concezione semplicemente positivistica della ricerca,
estendendo il campo d'indagine a situazioni e problemi meno appariscenti
e più profondi rispetto agli eventi o alle singole personalità:
le mentalità, le credenze, le fluttuazioni economiche e tutte le
altre forme di vita sociale, economica, linguistica, geografica ecc. irriducibili
a fatti concreti e su cui non esistevano documenti diretti ma solo indiretti.
In questo modo la storia si apriva addirittura allo studio di non-fatti,
ossia di fatti inesistenti, come il potere taumaturgico dei re o la Grande
Paura nel 1789, situazioni che pur non avendo un referente empirico reale
erano ugualmente e molto realisticamente vissute da intere fette di società.
Si trattava insomma di situazioni il cui valore era soprattutto <<simbolico>>
e rappresentativo, ma che non per questo erano meno reali. Comprenderli
storicamente significava quindi porli innanzitutto come problemi, quindi
costruirci intorno una ricerca interrogando i documenti esistenti dal punto
di vista del problema in questione, raccogliendo indizi in uno spazio assai
più largo dei meri documenti scritti.
E' stata questa una delle conquiste culturalmente più importanti
e ricche delle prime Annales: l'estensione indefinita del concetto
di <<documento>> e la conseguente alleanza con le altre scienze
per poter rendere <<documento>> anche la forma di un campo,
un materiale da costruzione, un grafico dei prezzi, una statistica demografica,
un'inflessione linguistica, un'immagine o una tecnica architettonica, ecc.
Non solo, quindi, comunicazione verbale linguistica, poiché il <<fare>>
umano non coincide sempre e necessariamente col suo <<comunicare>>
e il suo <<rappresentare>>. Senza togliere nulla alla crucialità
del linguaggio in senso esteso (quella per cui già Aristotele riconosceva
l'uomo come animale linguistico), i rapporti umani e le vicende che vi sono
correlate abbracciano un ambito che può sfuggire alla rappresentazione,
o che la rappresentazione insegue a grande fatica e solo a posteriori (un
solo esempio: il mondo aperto dalla psicanalisi). A prescindere dalle mode
filosofico-culturali degli anni Settanta e Ottanta e proprio alla luce di
uno spirito critico che non vuole chiudere dogmaticamente i problemi, ma
che si propone piuttosto di suscitarli, andrebbe ripresa una vecchia dichiarazione
dove Marcel Mauss, negli anni Venti, respingendo le teorie di quelli che
volevano separare la coscienza sociale dal suo sostrato materiale, sosteneva
che <<nella società c'è dell'altro oltre alle rappresentazioni
collettive, per quanto importanti o dominanti esse siano>>[4]. Le conseguenze materiali di una guerra,
o di un bombardamento, di una catastrofe ecologica o di un dramma familiare
non sono riducibili o ricostruibili solo sulla base delle rappresentazioni
implicate, anche perché spesso queste ultime tendono a presentare
(o rimuovere) diversi aspetti che invece sono implicati nella materialità
reale della situazione (la quale proprio per questo si presta ad esser compresa
da più punti di vista, ben superiori ai due canonici dei vincitori
e dei vinti).
Lo spettro della svolta linguistica, negli scritti di alcuni dei suoi promotori,
sembra invece negare lo scarto fra rappresentazione e realtà. Per
questo R.Chartier tiene in modo particolare a sottolineare quanto lo diferenzi
da questa corrente che pure aveva cercato di cooptarlo[5]:
<<La coscienza viva della dimensione narrativa della storia ha lanciato
una sfida seria a tutti quelli che rifiutano una posizione relativista alla
Hayden White, che vede nel discorso della storia solo un libero gioco di
figure retoriche, quindi una delle espressioni della finzione letteraria.
Contro tale dissoluzione dello statuto conoscitivo della storia, ritenuta
spesso negli Usa come una figura del post-modernismo, occorre sostenere
con forza che la storia è diretta da un'intento e un principio di
verità, che il passato che si dà come oggetto è una
realtà esterna al discorso e che la sua conoscenza può essere
controllata>>[6].
Lo sforzo teorico degli anni Settanta, con le sue innovazioni e i suoi radicalismi
le cui radici affondavano nel decennio precedente, avevano fatto sì
che in storia (come in filosofia delle scienze) si conminciasse a fare maggiore
attenzione alle istanze del discorso e alle tecniche narrative in un contesto
che non era più esclusivamente quello della continuità strutturale.
L'esigenza di spostare l'attenzione alle culture subalterne o marginali,
alla devianza e alla controcultura, alle istanze individuali e alle forme
di resistenza ha spinto diversi storici a superare l'esclusività
dell'attenzione per i soli sistemi sociali e i lunghi periodi, alle curve
dei prezzi e alle stabilità, per orientarsi verso oggetti meno afferrabili
e più effimeri, ma non per questo meno concreti. Di qui l'attenzione
per il quotidiano e il vissuto, nelle sue forme molteplici, con la scoperta
della ricchezza ancora inesplorata delle forme <<basse>> di
cultura, fino a costituire un punto di vista alternativo, una diversa prospettiva
per comprendere e trattare questioni storiche. Di qui anche l'attenzione
per una storia che non fosse solo scienza sociale, ma anche scienza del
discorso la cui portata narrativa svolgeva una precisa funzione metodologica
ed epistemologica.
I modi del raccontare, la <<messa in intrigo>> (l'intreccio),
le diverse formazioni discorsive relative alle differenti istanze parlanti,
la stessa tecnica narrativa messa in atto dallo storico (persino da quelli
più quantitativisti, dal momento che spiegare una tabella o una curva
dei prezzi è di per sé una forma narrativa, soprattutto quando
poi vengono stabiliti dei confronti e se ne forniscono delle spiegazioni)
hanno finalmente avuto il loro ruolo riconosciuto. Non più quindi
un discorso pretenziosamente asettico e oggettivo, ma un intreccio che rivela
il preciso punto di vista del narratore. Nessuno può ormai negare
che i modi di scrivere e di raccontare rivelano non solo le prospettive
della ricerca, ma anche e soprattutto l'impianto ideologico che la dirige,
le censure operate, le amplificazioni e le scelte.
Che la storia fosse una delle forme del racconto non è mai stata
una novità, ma fu solo a partire dagli anni Settanta che vi si cominciò
a riflettere in modo completo in un contesto generale di riesame delle discorsività
scientifiche e delle loro pretese egemoniche o neutrali dal punto di vista
esplicativo. Alcune delle istanze fondamentali dell'interpretazione dei
testi e dell'ermeneutica in generale vennero però anche radicalmente
criticate, tanto da far sparire la nozione di autore identificato a un individuo
(con M. Foucault) o quella di un centro della soggettività narrante,
di un soggetto apoditticamente identificabile nel testo o nel linguaggio
(con R.Barthes).
Solo che il recupero di tale consapevolezza (la scrittura della storia come
appartenente al campo della narratività) ha condotto alla cancellazione
del confine che la separava dalla finzione letteraria. A partire da Hayden
White in poi, i rappresentanti di quello che è poi diventato il <<linguistic
turn>> hanno cercato in tutti i modi di mostrare quanto il discorso
storico non fosse conforme alle regole della spiegazione (e della conoscenza)
scientifica tradizionalmente intesa, rinnegando così una delle battaglie
culturali che avevano originato proprio riviste come le Annales.
F.Ankersmit, su tali basi, negando la referenza reale di una ricostruzione
storica, limita il lavoro del ricercatore al mero rapporto con una realtà
linguisticamente costituita, circoscritta nell'ambito sia pure vastissimo
del rapporto fra segni e significati, ma senza più alcuna base materiale.
La parola d'ordine provocatoria e spaesante che Roland Barthes lanciò
agli inizi degli anni Settanta per scardinare il dominio tracotante dell'oggettività
e dell'empirismo - <<Le fait n'a jamais qu'une existence linguistique>>
(il fatto ha un'esistenza esclusivamente linguistica) - viene messa in exergo
ad opere come quelle di Hayden White pubblicate negli ultimi anni `80, a
tutela di un'inversione epistemologica il cui carattere assume però
le forme pseudo-dogmatiche di un dissolvimento della realtà.
L'evacuazione del riferimento alla realtà introduce però un
rapporto fittizio con la verità, che può esser costruita arbitrariamente
su interpretazioni di ogni tipo, perdendo di vista lo scopo della storia
che ancora consiste nel cercare di render ragione in modo <<fedele>>
di una realtà accaduta in tutta la sua opaca e sfaccettata materialità.
Che il riferimento alla <<verità>> sia ancora un elemento
essenziale per garantire la storicità di una ricerca è confortante,
soprattutto quando c'è la consapevolezza che la nozione di <<verità>>
è epistemologicamente problematica. Che la verità venga però
sollevata dalla necessità di un riferimento reale, non è che
un pretesto che legittima le peggiori conseguenze.
Lo spettro della svolta linguistica porta quindi con sé un rischio
grave, insito nell'abbandono della materialità (oggi drammaticamente
di moda con l'apologia mediatica del <<virtuale>>, che pure
non avrebbe senso né mercato senza il suo bravo supporto materiale,
<<hardware>>): quello che emerge dalle derive del revisionismo,
il cui gioco ambiguo si basa proprio su un rapporto con la realtà
del tutto filtrato dalle interpretazioni di testi e documenti, testimonianze
e argomentazioni scelti ad hoc (sulla base di precisi e del tutto chiusi
presupposti ideologici di partenza).