Con revisionismo storico si intende, in generale, una serie di orientamenti
storiografici che rimette in discussione, completamente o in singoli aspetti,
alcuni nodi cruciali della storia moderna e contemporanea - dalla Rivoluzione
francese allo sterminio del popolo ebraico, dal fascismo e dal nazismo al
comunismo sovietico. "Si tratta di un fenomeno non omogeneo che - pur
nelle sue molteplici sovrapposizioni tra le varie correnti e nelle diverse
combinazioni di revisioni e delegazioni da autore ad autore - è all'ingrosso
schematizzabile in una destra di tipo nazista e fascista, in un'altra destra
di tipo liberal-democratico e in una sinistra, soprattutto libertaria o
comunista di tipo 'gauchista' (in prevalenza bordighiana e vetero-comunista),
quest'ultima senza referenti accademici importanti e decisamente minoritaria."[1] Lo spirito di "revisione" che
anima la liberal-democrazia messa al lavoro sui fatti della storia, senza
dubbio la parte più consistente di ciò che oggi può
essere considerato il pensiero dominante, tende ad emarginare dalla
storiografia la nozione di lotta di classe e quindi tutta la politica, o
le politiche, che proprio sulla lotta di classe hanno costruito la loro
pluriennale azione di intervento nella società.
Il revisionismo liberal-democratico finisce per trasformarsi presto, dalla
fine degli anni Settanta in poi, in una sorta di storiografia militante
- ma questo vale certamente anche per le altre correnti revisioniste che
lo stesso Bermani ha indicato - che occupa progressivamente lo spazio di
analisi critica abbandonato dagli storici cosiddetti di "sinistra",
dopo che essi avevano rinunciato in via definitiva ad ogni impegno, ancorché
gravoso, proprio nell'ambito di quella storiografia militante di cui si
diceva.
In Italia, esattamente alla metà degli anni Settanta, la polemica
scoppiò violentissima a proposito di un'intervista rilasciata dallo
storico Renzo De Felice, che aveva già scritto in quel periodo parte
della sua monumentale biografia su Mussolini[2],
proposta in termini storiograficamente eterodossi rispetto alla letteratura
storica che fino ad allora si era occupata del regime fascista, ad un allievo
di George L. Mosse, lo statunitense Michael Leeden. Intervista sul fascismo,
pubblicata da Laterza nel 1975, scatenò una ridda di contestazioni
da parte degli storici che vi avevano letto, Nicola Tranfaglia fu ad esempio
uno fra i tanti, esplicite prese di posizioni politico-ideologiche che avrebbero
soltanto generato confusione e addirittura "guasti nelle nuove generazioni".
Famosa resta la rivista "Italia contemporanea" che, in quell'occasione,
pubblicò addirittura un appello contro la "storiografia afascista"
incarnata da De Felice e il "qualunquismo storiografico" necessaria
conseguenza delle dichiarazioni dello storico reatino.[3]
Veniva contestato a De Felice l'uso strumentale, in ambito storiografico,
della teoria dei cosiddetti "opposti estremismi" e una rivisitazione
troppo compiacente della figura del duce degli italiani e dell'intera nomenclatura
fascista, frutto anche, sostenevano alcuni, di una interpretazione assolutamente
non condivisibile delle centinaia di documenti consultati da De Felice presso
l'Archivio di Stato in Roma. Negli anni successivi alla pubblicazione dell'Intervista,
De Felice proseguì la sua ricerca per completare la biografia di
Mussolini mentre tutt'attorno continuavano a crescere le contestazioni e
le contrapposizioni alla sua opera, ormai dichiaratamente considerata "revisionista"
senza alcuna possibilità di appello. Proprio in quello scorcio di
fine decennio Sessanta - inizio Settanta, De Felice aveva cominciato, sulla
scorta della minuziosa analisi delle vicende biografiche mussoliniane, ad
istruire, per dir così, una nuova pratica relativamente all'interpretazione
del fascismo, senza finalità polemiche, come egli stesso ebbe a dire,
che non spettano certo allo storico.[4]
Pur intendendo approfondire una riflessione che non poteva non prendere
in considerazione un'intera porzione di storia nazionale che affondava le
sue radici profonde nell'Italia liberale, con cui era indispensabile fare
i conti per leggere il "lungo viaggio" del fascismo, forse mai
davvero concluso anche in tempi di democrazia repubblicana, De Felice rischiava
di "far troppo credito all'uomo [Mussolini], dai cui equivoci ed ambiguità
verrebbe ingannato, proprio lui che ha tanto timore di ingannarsi. Ma questo,
si potrebbe dire, è il mestiere dello storico, e ogni mestiere presenta
i suoi rischi." [5] De Felice aveva
in qualche modo rinunciato "aprioristicamente a tracciare un ritratto
morale di Mussolini, cosicché il problema di fondo delle perplessità
mussoliniane, e cioè il rapporto tra il carattere dell'uomo e la
qualità della sua azione, rimane del tutto insoluto. Secondo De Felice,
Mussolini non fu un intellettuale rozzo e ignorante, ma ebbe una considerevole
dimensione ed evoluzione culturale." [6]
Insomma una querelle di tutto rispetto soprattutto per l'insieme
delle questioni che rimetteva in gioco; e non poteva trattarsi di poca cosa
nel turbinio di un'epoca durante la quale le stesse cronache quotidiane
erano confusamente dense di riferimenti ad organizzazioni, attive e meno
attive, che sembravano direttamente ispirarsi, provenendo da molto lontano,
alle vecchie e mai sopite ideologie nazionalfasciste.
Per molto tempo, tuttavia, si continuò a discutere, anche ferocemente
in qualche caso, e si discute ancora oggi, sugli studi defeliciani e sulla
loro prescrittiva valenza programmatica, per così dire, di più
o meno occultata revisione perlomeno non radicalmente antifascista del Ventennio
mussoliniano, quando non, addirittura, di riabilitazione del fascismo.
Del resto l'appello della storiografia ancorata saldamente ai valori della
Resistenza e di quella direttamente ispirata dagli intellettuali e studiosi
"organici" al Partito comunista fu ampiamente raccolto in quegli
anni e forse soltanto oggi appare possibile una ridiscussione anche di certi
miti fondanti autopoietici, a sinistra, più utili a cacciare
gli spettri, come in taluni riti magici, che concretamente ad interrogarsi
sul significato storico, e politico-culturale, del fascismo italiano.
Per quanto riguarda il panorama tedesco, più sensibile di altri
per ovvie ragioni agli "scarti" di memoria e soprattutto alla
rielaborazione dei ricordi legati a dolorose pagine di quella storia nazionale,
una delle più note diatribe su quello che sarebbe stato definito
successivamente da Jurgen Habermas un orientamento storiografico revisionista
risale alla metà degli anni Ottanta.
Sul Frankfurter Allgemeine Zeitung del 6 giugno 1986 lo storico tedesco
Ernst Nolte pubblica un intervento dal titolo Il passato che non vuole
passare. Il riferimento ai trascorsi nazionalsocialisti della Germania
era piuttosto evidente. "E' una singolare lacuna della letteratura
sul nazionalsocialismo," scrive Nolte "quella di non sapere o
di non voler prendere atto della misura in cui tutto ciò che i nazionalsocialisti
fecero in seguito, con la sola eccezione della tecnica delle camere a gas,
era già descritto in una vasta letteratura dei primi anni venti:
deportazioni e fucilazioni in massa, torture, campi di concentramento, eliminazione
di interi gruppi secondo criteri oggettivi, ordini di sterminio di milioni
di uomini innocenti, ma ritenuti 'nemici'. [...] Tuttavia deve essere lecito,
anzi è inevitabile, porre il seguente interrogativo: non compì
Hitler, non compirono i nazionalsocialisti un'azione 'asiatica' forse soltanto
perchè consideravano se stessi e i propri simili vittime potenziali
o effettive di un'azione 'asiatica'? L'arcipelago Gulag non precedette Auschwitz?
Non fu lo 'sterminio di classe' dei bolscevichi il prius logico e fattuale
dello 'sterminio di razza' dei nazionalsocialisti?"[7]
Un mese più tardi la replica di Jürgen Habermas è piuttosto
perentoria. Dalle pagine di Die Zeit dell' 11 luglio, con un articolo
intitolato Una sorta di risarcimento danni, Le tendenze apologetiche
nella storiografia contemporanea tedesca, Habermas senza mezzi termini
accusa un intero gruppo di storici (Stürmer, Hillgruber, Hildebrand)
di neorevisionismo. La pretesa di costoro sarebbe quella di rifondare
una sorta di identità nazionale, dopo aver evidentemente smarrito
la propria storia, relativizzando le atrocità commesse dai nazisti
con un risarcimento di danni del passato tedesco possibile attraverso la
sua equiparazione ai crimini di Stalin. Si tratta, sostiene Habermas, di
una inaccettabile apologia storiografica, il cui scopo ultimo appare quello
di adescare l'opinione pubblica ad un ripensamento generale del nazionalsocialismo
in favore di una ridefinizione di quei tragici fatti orientata in senso
conservatore. I conti con un passato opprimente risulterebbero così
saldati una volta per tutte. "I pianificatori di ideologie vogliono
trovare consenso attraverso una rivivificazione della coscienza nazionale
[...] i crimini nazisti perdono la loro singolarità grazie al fatto
che divengono comprensibili se non altro come risposta alle minacce di sterminio
bolsceviche (oggi perduranti). Auschwitz si riduce alle dimensioni di un'innovazione
tecnica e si spiega attraverso la minaccia 'asiatica' di un nemico che continua
a stare davanti alla nostra porta."[8]
L'apertura manifestata dalla Repubblica federale al sistema politico occidentale,
conclude Habermas, è il vero grande apporto culturale del dopoguerra
tedesco. Quella apertura è stata possibile grazie al superamento
dell'ideologia del centro che i revisionisti intendono invece riproporre
come caposaldo di una nuova e pericolosa dottrina. La centralità
dei tedeschi in Europa e la ricostruzione di quel centro perduto fanno perdere
memoria di un Occidente riconquistato a prezzo di un conflitto mondiale
e dello sterminio di intere popolazioni.
Ma Nolte non sembra demordere. Se di colpa si può parlare, a carico
dei tedeschi, essa consiste nell'aver amato sin troppo la civiltà
occidentale fino a difenderla con ogni mezzo necessario dalla minaccia bolscevica.
Nazismo e campi di concentramento vengono spiegati e collocati dentro ad
uno scenario internazionale che ruota attorno alla rivoluzione leninista
in quanto elemento scatenante di un conflitto destinato, per molti versi,
a non concludersi mai. Nel 1989, la caduta del muro di Berlino sembra seppellire
definitivamente l'angosciosa guerra non guerreggiata che ha opposto due
blocchi per quasi un cinquantennio, democrazie liberali e capitaliste da
una parte e comunismo sovietico dall'altra, ma è giocoforza ammettere
che ci resta la scomoda memoria di una tragica epopea dello sterminio che
non fu rivolto esclusivamente contro gli ebrei.
Nolte, tuttavia, sembra essere soltanto il punto d'arrivo di una rilettura
della storia che è cominciata prima, vale a dire direttamente da
Carl Schmitt, secondo il quale la rivoluzione dei bolscevichi distrugge
letteralmente il diritto pubblico europeo e lascia esplodere la guerra civile
dell'ideologia amplificando il conflitto addirittura su scala mondiale.
Il comunismo produce il fascismo come esito ineludibile della minaccia che
viene da Est, come unico baluardo per la salvezza della civiltà europea,
o sarebbe meglio dire della borghesia europea che a tutti gli effetti di
quella civiltà incarna i valori essenziali ed irrinunciabili.
Naturalmente alla visione apocalittica, in certo senso, sostenuta da Nolte,
si oppone una tradizione di studi secondo la quale, è utile sottolineare
sulla base di analisi storiche piuttosto convincenti, il fascismo si è
imposto dopo il tramonto del "biennio rosso" e a cose fatte nell'ex
Russia zarista, mentre il nazismo sembra emergere dalla crisi del sistema
capitalistico anche a seguito del collasso mondiale dell'economia del 1929.
Va abbandonata senza indugio, dunque, la tesi secondo cui sarebbe stato
il comunismo ad imporre una sorta di "conflitto permanente", scatenato
contro le democrazie liberali europee e successivamente esteso in tutto
il pianeta. In un saggio di qualche anno fa è Giorgio Galli a confutare
il punto di vista storiografico di Nolte, proprio a partire dalle origini
di quella che lo storico tedesco in più occasioni ha definito "guerra
civile europea". E' plausibile secondo Galli, infatti, parlare di guerra
civile, poiché i conflitti che hanno aperto il Ventesimo secolo non
hanno conosciuto soltanto la contrapposizione tra Stati ma anche tra classi
sociali; ma è un errore grossolano, e naturalmente colpevolmente
ideologico, considerare la rivoluzione leninista del 1917 il principio assoluto
di una guerra che si combattè anche tra ricchi e poveri. Piuttosto,
insiste Galli, è stato la prima guerra su scala mondiale del 1914,
quando il comunismo era forse appena un'idea nemmeno venuta a completa maturazione,
a riscrivere la mappa dei futuri conflitti nell'Europa dell'Ovest e dell'Est.
Quanto va sostenendo Nolte, ma Galli sta pensando anche al francese Furet,
riflette una visione deformata di ciò che è accaduto nel secolo
che si è appena chiuso; un secolo caratterizzato non tanto dallo
scontro acerrimo tra comunismo e fascismo, né tantomeno percorso
trasversalmente dalla minaccia comunista o incardinato nell'opposizione
permanente tra aquila statunitense e orso sovietico, sancita secondo molti
studiosi dalla Guerra Fredda; piuttosto un secolo americano, e in
questo caso si recupera una linea interpretativa che non appartiene alla
storiografia ufficiale, i cui "tempi storici" sono stati scanditi
essenzialmente dall'approntamento della intrusiva politica estera degli
Stati Uniti, una combinazione efficacissima di tecnologia militare e finanza
che ha potuto condizionare il destino della stessa Europa a partire dalla
prima metà degli anni Quaranta.[9]
Ma torniamo in terra tedesca. Habermas continua a non avere dubbi. "L'unico
patriottismo che non ci allontana dall'Occidente è un patriottismo
della Costituzione. Una convinta adesione ai principi universalistici della
Costituzione si è purtroppo potuta formare nella nazione civile dei
tedeschi dopo e attraverso Auschwitz. Chi vuole impedire di arrossire di
vergogna per questo fatto con una espressione vuota come 'ossessione della
colpa' [...] chi vuol richiamare i tedeschi a una forma convenzionale della
loro identità nazionale, distrugge l'unica base attendibile del nostro
legame con l'Occidente." [10]
In Germania, e in particolare per le generazioni immediatamente successive
alla caduta del Reich, l'approntamento della Costituzione democratica generò
anche un circuito dialettico, chiamiamolo così, tale da consentire
almeno una riflessione critica intorno ad avvenimenti e scelte ideologiche
che avevano aperto profonde ferite nell'Europa del Novecento. Il revisionismo,
al contrario, contro cui Habermas polemizza immediatamente, sembra accentuare
una torsione del ricordo e quindi una rielaborazione del proprio passato
in chiave di de-colpevolizzazione assoluta. Liberarsi del senso di colpa,
instillato, come si è spesso sostenuto e non soltanto in Germania,
da una intellettualità di sinistra che tende a coprire i misfatti
della propria cultura di appartenenza, diventa la parola d'ordine alla quale
anteporre qualsiasi analisi critica. La mancanza di chiarezza diffusa, e
sorretta, dalle stesse democrazie del dopoguerra che faticano a "mettere
a regime" la complessa macchina dello Stato rende ancora più
complesso il tentativo di segnare dei percorsi duraturi della memoria. Ma
anche di avviare ricerche storiche che rispettino almeno delle regole minime
condivise. Il criterio della cosiddetta "scientificità"
nell'analisi è per gli studiosi occidentali una specie di nevrosi,
una sorta di ossessione sottile che rende spesso poco dinamico il ragionamento,
scarsa la capacità di accettare visioni a tutto tondo della realtà.
Tuttavia, nel caso che stiamo prendendo in esame, se per criterio scientifico
vogliamo assumere quello relativo alla disamina dei puri e semplici fatti,
o di certi fatti, è giocoforza ammettere che tra nazismo e stalinismo
le differenze si fanno piuttosto marcate. In aggiunta a questo si potrebbe
constatare, a mo' di esemplificazione, che l'ampia permanenza di parte della
cultura millenaristica appartenuta ai mentori del Terzo Reich dimostra se
non altro una capacità di sopravvivenza e trasformazione che nemmeno
l'Unione Sovietica governata nel regime di terrore progettato da Stalin
ha saputo lontanamente mantenere.
Le origini culturali del Terzo Reich, del resto, affondano le loro radici
nel fertile terreno di un Occidente sconosciuto ai più. Ciò
che l'apparato militare e politico di Hitler fu, rappresenta soltanto la
parte visibile di un iceberg che galleggia nel grande oceano delle culture
sommerse e sarebbe un errore imperdonabile considerare il nazismo semplicemente
come l'espressione di una dittatura pronta a difendere con ogni mezzo il
proprio futuro affidato agli Dei del Walhalla, ma destinata ad inevitabile
sconfitta ad opera delle forze della democrazia. C'è di più.
Il nazismo è stato anche una visione del mondo, una cultura per dirla
con una parola sola, ben radicata nel gruppo dirigente e diffusasi rapidamente
nella società tedesca. Non bisogna stupirsi che a distanza di molti
anni uno storico come Nolte debba ancora fare i conti con essa.
Il dramma dell'Olocausto si inserisce bene in questa fitta trama ideologica.
Il revisionismo definito "olocaustico" o "negazionista",
che secondo alcuni consegue direttamente alle "rivisitazioni"
storiche proposte da Nolte, nega decisamente la volontà, peraltro
suffragata da una notevole quantità di documenti, da parte nazista
di procedere ad un sistematico annientamento della popolazione ebraica presente
nei territori del reich e, proprio per questa ragione, l'esistenza stessa
di un progetto specificamente dedicato alla cosiddetta "soluzione finale".
Questo tentativo di riscrittura della storia annulla implicitamente anche
la caratteristica fondamentale attribuita dai più ai campi di concentramento
voluti da Hitler, vale a dire l'essere stati costitutivamente laboratori
di morte programmata. In questo quadro di riferimento, è ovvio, le
camere a gas diventano semplicemente delle finzioni utilizzate allo scopo
di amplificare in maniera esorbitante il preteso sterminio di un popolo
intero; al contrario le cifre reali delle vite umane sacrificate andrebbero
ampiamente riviste: 200.000 persone al massimo secondo Roeder; forse quasi
un milione per Rassinier. Certo non i sei milioni di morti che risultano
da altre stime.
"Questa tematica ha riguardato sin dai tempi del processo di Norimberga
la destra neonazista, ma tocca più di una posizione politica e ideologica,
dall'antisemitismo di tipo nazista all'anticomunismo di estrema destra,
dall'antisionismo al nazionalismo tedesco, dai vari nazionalismi dei paesi
dell'Est europeo al marxismo, dal pacifismo libertario allo stalinismo.
Posizioni che spesso si intersecano e che danno luogo a ibridismi a volte
sconcertanti, per non dire aberranti." [11]
Paul Rassinier, un emblematica figura di revisionista già deportato
in campo di concentramento a Buchenwald e Dora, socialista anticolonialista
e militante pacifista, è convinto fino alla morte, avvenuta nel 1967,
dell'esistenza di un complotto ebraico internazionale che ha piegato ai
propri innominabili fini i terribili eventi occorsi durante il secondo conflitto
mondiale. Soltanto ridimensionando il significato dell'Olocausto, a cominciare
dall'esorbitante numero di vittime che la propaganda sostenuta da quel complotto,
a sentire Rassinier, ha consegnato alla memoria d'Europa e del mondo intero,
sarà possibile raccontare quella tragica storia senza distorcere
il ricordo.
Il revisionismo "olocaustico" tocca da vicino anche le aree ideologiche
appartenenti alla sinistra. E' lo stesso Bermani a sottolinearlo con chiarezza
nel lucido saggio dal quale abbiamo tratto alcune considerazioni particolarmente
efficaci. "Dagli anni Ottanta - pur toccando varie posizioni ella sinistra
comunista e libertaria - il 'revisionismo olocaustico' è particolarmente
radicato in area bordighiana. Le posizioni di questo revisionismo di sinistra
trovano un loro antecedente in un articolo di Amadeo Bordiga, Vae victis,
Germaniae, pubblicato su 'Il programma comunista' nel 1960, per il quale
smentire la ricostruzione storica dello sterminio significava colpire al
cuore l'antifascismo interclassista, giudicato controrivoluzionario in quanto
prodotto dell'alleanza tra stalinismo e imperialismo per frenare lo slancio
rivoluzionario del proletariato europeo. L'amplificazione dello sterminio
degli ebrei a opera del sionismo finiva inoltre, secondo Bordiga, per ridurre
il nazismo a un regime razzista, cancellando gli aspetti classisti e antioperai
di esso, ciò che impediva di leggere l'universo concentrazionario
come articolazione del dominio capitalistico, ossia qualcosa che non era
del tutto estraneo alla logica dello sfruttamento capitalistico anche in
tempo di pace."[12]
Si tratterebbe, in una parola, posizione questa comune a molte sinistre
- certamente quella revisionista francese per fare un esempio - di rileggere
la Seconda guerra mondiale come scontro epocale tra nazioni ed imperialismi
e non tanto come lotta secolare tra democrazia (il regno della luce) e barbarie
(il regno delle tenebre). Insomma sono l'ideologia dell' "antifascismo
a tutti i costi", e il mito della Resistenza che ne è conseguito
- e non vi è alcun dubbio che l'intransigenza manifestata sull'argomento
per alcuni decenni dal vecchio PCI sia la dimostrazione di questa necessità
vitale di fare costante riferimento ad un insieme di valori, intrinsecamente
dominati dall'ideologia tipica dei vincitori, posti a baluardo della ragione
stessa delle magnifiche sorti progressive del Partito e dei suoi inviolabili
principi - ad essere messi in seria discussione. Eppure rendere "relativi"
i crimini del nazismo, sarebbe un imperdonabile errore. Al contrario, bisognerà
indagare là dove spesso molti storici non guardano o non vogliono
guardare. A quale oscuro progetto rispose l'approntamento di campi di lavoro
ben presto trasformati in fabbriche di eliminazione fisica delle razze non
ariane?
Nolte stesso riduce Auschwitz ad una banale questione tecnica: e quello
fu l'errore, vale a dire rendere sistematico, scientifico, lo sterminio.
La comunità internazionale era al corrente dell'esistenza dei campi
di concentramento fin dalla loro originaria costituzione [13]
e Hitler divenne semplicemente facile preda del parossismo della sua esaltazione
fanatica, e con ciò intendo anche l'esasperazione di una posizione
culturale portata ai limiti estremi, quando autorizzò le deportazioni
di massa. Tutto ciò, sia chiaro, non ebbe a che fare con alcuna pretesa
follia ma con una fantasia paranoica sull'enorme potere della comunità
ebraica nel mondo ampiamente condivisa. Il giudaismo è già
di per sé una minaccia temibile per chi si considera figlio della
cultura nordica popolata da molti Dei e dai molti strani simboli della società
crepuscolare messa al bando dal Cristianesimo e costretta a rifugiarsi nei
residui pagani di una serie di culture frammentate, parti delle quali hanno
tentato di sopravvivere oscuramente negli ultimi 2000 anni.
Oggi la revisione, certa revisione più precisamente,
della storia disvela il tentativo di opacizzare la memoria di alcune generazioni,
rovesciando apertamente in taluni casi la stessa analisi dei fatti presi
in considerazione. Abbiamo constatato come le caratteristiche essenziali
della rivisitazione del "passato che non passa", relativamente
alla questione tedesca, siano almeno tre: negazione della pratica dello
sterminio come unicamente attribuibile al nazismo; rifiuto di una colpa
non imputabile in particolare a qualcuno; pacificazione nazionale - il caso
della lotta partigiana in Italia è un ottimo esempio, attraverso
la normalizzazione dei conflitti interni e la loro riscrittura nei termini
più blandi di un'opposizione storicamente non determinata da radicali
diversità ideologiche. Il fenomeno assume proporzioni a volte inaspettate,
uscendo per così dire dagli ambiti dell'intellettualità uiversitaria.
Ideologicamente legittimati dagli storici del revisionismo di cui abbiamo
parlato poc'anzi, Nolte, Fest, Hillgruber, Irving (l'inglese Irving nega
in realtà lo stesso Olocausto) che hanno sostenuto a chiare lettere
la legittimità del genocidio nazista come una "risposta dovuta"
al bolscevismo, "la più grande infamia di questo secolo",
e supportati da apparati istituzionali organizzati e presenti capillarmente
nel territorio - tra i più noti la Dvu (Unione popolare tedesca)
e l'Npd (Partito nazionaldemocratico) - le bande neonaziste tedesche, al
pari di quelle italiane, imperversano in Germania raccogliendo l'approvazione
di molte più persone di quanto non ci si possa aspettare. Se si muove
un'intera intellighenzia, se la frattura è talmente rilevante
da consentire addirittura a stimati storici di sentirsi finalmente liberi
di dire ciò che da tempo pensavano, è evidente che un intero
sistema di valori culturali e politici si sta rinnovando dentro ad una nuova
fase non soltanto dei rapporti economici a livello planetario ma anche di
quelli di potere in senso stretto.
Revisionisti non possono essere considerati unicamente gli storici che
negano l'esistenza delle camere a gas; al contrario, esiste un buon numero
di studiosi che negli ultimi anni ritiene utile tentare di riscrivere la
storia del Novecento, e non unicamente quella, sulla scorta della rilettura
di una serie di avvenimenti in senso schiettamente reazionario. Si tratta,
in sostanza, di utilizzare parametri ideologici funzionali ad una revisione,
appunto, della storia moderna e contemporanea volta alla rapida liquidazione
delle grandi esperienze rivoluzionarie che costituiscono il sostrato teorico
e intrinsecamente culturale non soltanto di quella che si sarebbe detta
un tempo la memoria "proletaria" ma certamente anche di quella
"borghese". Probabilmente esiste una continuità, mai interrotta,
tra la rivisitazione critica del 1789 parigino e dell'ottobre russo del
1917 individuato come inizio della catastrofe novecentesca a seguito della
rottura definitiva della pace sociale e degli equilibri strategici e politici
nell'Europa cristiana. Forse, come suggerisce qualcuno, è la difesa
millenaria dell'Occidente contro l'Oriente, della democrazia e della libertà
contro la tirannia, consacrata da cinquant'anni di Guerra Fredda; insomma
l'opposizione tra la civiltà dell'Ovest e la barbarie dei despoti
dell'Est.
Eppure, potendo guardare alla storia senza l'utilizzo, pressante e continuo,
di filtri ideologici, si riuscirà facilmente ad argomentare come
sia costante nel pensiero occidentale considerare con una certa facilità
barbaro, in nome di una presunta supremazia economica e politica, tutto
quanto sta appena al di là dei confini del vecchio continente. Così
la guerra al Terzo Reich hitleriano diventa la crociata della democrazia
contro il popolo tedesco, confuso più spesso di quanto non si creda
con l'apparato nazista, fino all'autorizzazione dell'uso di qualunque mezzo
militare per raggiungere lo scopo prefissato, come il bombardamento di Dresda,
per citare uno degli esempi più eclatanti, lascia intendere con chiarezza.
Un repertorio piuttosto vasto di esemplificazioni, in tal senso, dimostra
che il ricorso alla violenza diffusa, totale verrebbe da dire - la furia
atomica scatenata su Hiroshima e Nagasaki rappresenta al "turning point"
di metà del secolo appena trascorso il passo estremo di una logica
intrusiva di potere che abusa perfino di se stessa, in qualche misura -,
è stato il leitmotiv dell'Occidente guerriero disposto ad
una resa dei conti senza limiti.
Per ciò che concerne le vicende italiane, la storia, a lungo poco
frequentata quando non addirittura dimenticata, del colonialismo fascista
nell'Africa orientale è stata testimonianza di un esperimento ideologico
di marca prettamente revisionista per rafforzare la rimozione di alcuni
avvenimenti scabrosi dall'immaginario collettivo, alimentando una ricostruzione
dei fatti fortemente condizionata dal mito del "buon italiano"
e ad esso subordinata. Dopo quasi mezzo secolo di menzogne, e soltanto grazie
alla pubblicazione di documenti d'archivio inoppugnabili, si è ammesso
pubblicamente l'uso di gas tossici nella guerra di conquista condotta dall'esercito
italiano in Etiopia. E' stata conservata, per alcuni decenni, una memoria
del colonialismo nostrano affatto descritto come umano e sostanzialmente
innocuo. Non fu soltanto questione di iprite, la micidiale arma chimica
prodotta dalle industrie italiane, ma anche di eccidi perpetrati contro
gli indigeni, "una sistematica politica del terrore e dello sterminio
contro i ribelli e le popolazioni complici", secondo la sintetica formula
mussoliniana [14] con cui il duce d'Italia
e del costituendo Impero coloniale autorizzò le operazioni militari
del generale Graziani.
La guerra chimica scatenata dal fascismo in Etiopia resta certamente uno
dei capitoli più bui della storia del colonialismo occidentale. Un
passato, in questo senso, che davvero fatica a passare nella memoria delle
vicende italiane d'oltremare. "Firmataria a Ginevra, il 17 giugno 1925,
con altri venticinque Stati, di un trattato internazionale che proibiva
l'utilizzazione delle armi chimiche e batteriologiche, neppure tre anni
dopo l'Italia violava il solenne impegno usando gas asfissianti (fosgene)
per annientare la tribù ribelle dei Mogàrba er Raedàt,
che agiva nella Sirtica. Dopo gli attacchi aerei del 6 gennaio, 4, 12 e
19 febbraio 1928, il generale Cicconetti scriveva in un suo rapporto: 'A
prova della terribile efficacia dei bombardamenti sta il fatto che basta
ormai l'apparizione dei nostri apparecchi perché grossi aggregati
spariscano allontanandosi sempre più.' Accertata l'efficacia distruttiva
ma anche terrorizzante dell'arma chimica, il governatore della Libia, generale
Pietro Badoglio, autorizzava il 31 luglio 1930 un bombardamento all'iprite
dell'oasi di Taizerbo, dove si sospettava avessero trovato rifugio nuclei
di ribelli fuggiti dalla Tripolitania in seguito alle grandi operazioni
di polizia coloniale condotte da Graziani. In realtà nell'oasi non
c'era un solo ribelle. L'iprite fece strage di pastori e contadini."
[15]
La negazione delle innominabili vicende della guerra d'Africa appartiene
anch'essa al ritmo lento, ma inesorabile, dell'amnesia collettiva che spesso
genera mostri e certo fa dormire sonni inquieti. Il dottor Marcel Junod,
che la Croce Rossa Internazionale spedì in Etiopia ad indagare sull'uso
dei gas da parte dell'aviazione italiana, ha lasciato in proposito agghiaccianti
testimonianze. "Il villaggio di Quoram era rimasto particolarmente
colpito e lo spettacolo che apparve agli occhi di Junod era terrificante:
'Abiet...abiet...abiet. Abbiate pietà...abbiate pietà!
Dappertutto, sotto gli alberi, ci sono uomini distesi a terra. Ce ne sono
a migliaia. Io mi avvicino, sconvolto. Vedo sui loro piedi, sulle loro membra
scarnificate, orribili ustioni che sanguinano. La vita sta già andandosene
dai loro corpi corrosi dall'iprite. [...] Non ci sono medicine. Le ambulanze
sono state distrutte. Non ho alcun mezzo materiale per venire in aiuto a
questi infelici."[16]
Ma nonostante tutto, racconta Angelo Del Boca, ancora "[...] nel dopoguerra
e sino a pochissimi anni fa era impossibile affrontare l'argomento in sede
storiografica senza essere incolpati di falso e di vilipendio alle forze
armate. Nel 1965, all'uscita di La guerra d'Abissinia 1935-1941,
il mio primo libro con il quale documentavo l'impiego dei gas in Etiopia,
la stampa fascista e della lobby colonialista si scatenava in un
attacco furioso, becero e triviale. Il Nazionale per cominciare,
mi dava del 'cialtrone' e sosteneva che avevo diffamato 'i vivi e i Caduti
e l'Italia nella guerra d'Etiopia che fu militarmente e socialmente esemplare'.
[...] Nel 1966 Il Reduce d'Africa tornava alla carica ospitando in
prima pagina un lungo articolo del generale Emilio Faldella, che avrebbe
dovuto controbattere alle 'ridicole affermazioni' di 'tanti untorelli spuntati
magicamente in Italia nell'accogliente clima calabrache e antipatria di
sinistra'. Ma il povero Faldella si arrampicava sugli specchi e poi finiva
per riconoscere: 'Non dubito sull'autenticità di episodi truci, d'altra
parte già noti, in parte evitabili, però bisognerebbe anche
vedere che cosa li ha provocati...Purtroppo la guerra, si sa, è massacro
e orrore e tutte le guerre furono tali'."[17]
Si tratta perciò semplicemente di raccontarle, senza riserve - e
allo stesso modo narrare mille altri diversi episodi - per ciò che
furono, per ciò che del passato deve restare, e resta come dato immodificabile.
La conoscenza del passato, invece, modifica incessantemente la stessa interpretazione
di quei fatti, si trasforma, ha bisogno di continui aggiustamenti. Revisionare,
in questa prospettiva, è comunque compito dello storico che non cerca
verità immutabili da subordinare agli artifici dell'ideologia.
A conclusione di questo nostro breve ragionamento su revisionismi, negazionismi,
facili perdite di memoria e uso ideologico della storia, semprechè
ne esista uno capace di rinunciare nel proprio statuto epistemologico a
pretese di egemonia culturale condizionate dal "pensare politico",
rifletteremo su alcuni episodi di storia regionale scivolando indietro nel
tempo fino agli anni travagliati del Veneto scosso dalla guerra civile che
infuriava tra italiani a ridosso della caduta del fascismo di Mussolini.
Lo faremo a partire da uno studio che ebbe modo di generare interminabili
polemiche, perlomeno in ambito locale, al momento della sua pubblicazione
e che può essere considerato una esemplificazione straordinaria di
revisionismo di marca schiettamente anticomunista tutt'altro che privo di
solide "fondamenta d'archivio". [18]
"Stime benevole fanno ascendere a più di cento milioni le vittime
del comunismo nel mondo dal 1919 ad oggi. Dai dati forniti dalla Commissione
della Sicurezza Interna del Senato degli Stati Uniti, si evince che il costo
umano del comunismo è stato, nella sola Russia sovietica, di sessanta
milioni di morti, circa un milione all'anno. [...] Un anacronistico principio
di 'lesa maestà' ha impedito fino a qualche tempo fa, grazie alle
connivenze politiche di molti ambienti del 'mondo libero', la denuncia di
tante atrocità perpetrate in nome di una dottrina, quella marxista,
che ha promesso agli uomini il paradiso terrestre, sapendo dispensare solo
fame, lacrime e morte." Questa la quarta di copertina del libro di
cui stiamo dicendo. Una dichiarazione di intenti piuttosto chiara, non c'è
dubbio; nelle 600 pagine della prima edizione, corredate da un ampio repertorio
fotografico, Serena ripropone molte delle cosiddette "stragi partigiane",
utilizzando numerose fonti archivistiche, dai giornali d'epoca ai documenti
di tribunale, alle testimonianze scritte ed orali. Emerge un quadro a tinte
fosche del Veneto insurrezionale degli anni a cavallo tra fine della Seconda
Guerra mondiale e proclamazione della Repubblica, un tempo scandito da terribili
vendette e feroci carneficine. Da Schio a Treviso, da Codevigo al Cansiglio,
il Veneto partigiano viene raccontato assumendo come punto d'osservazione
le malversazioni subite dai vinti, il loro dramma appunto, come recita il
sottotitolo del voluminoso studio di Serena. Uno dei capisaldi di questa
lettura rigorosamente revisionista della persecuzione sofferta da quanti
caddero in mano ai ribelli sta, tra l'altro, nella contestazione che viene
mossa alle brigate partigiane di aver chiuso i conti con il nemico, o con
il preteso nemico, nella maggioranza dei casi a conflitto finito, quando
già la pacificazione nazionale sembrava essere definitivamente sancita.
Le cose andarono in maniera ben diversa, come è noto. Ma ciò
che interessante, ai fini del nostro discorso, non è tanto la ricostruzione
storica proposta, sulla quale in più occasioni di potrebbe discutere
per la parzialità, talvolta eccessiva, con cui si relativizzano le
colpe di veri e propri criminali fascisti [19],
quanto l'uso che si fa di certa memorialistica. Per mezzo secolo, infatti,
sia la letteratura storica prodotta dai reduci di Salò che quella
dichiaratamente neofascista hanno presentato la Resistenza come una azione
di guerra, dai connotati squisitamente terroristici, voluta dai comunisti
e in certo modo accettata anche dalle altre forze politiche che pure si
opponevano al fascismo, destinata a produrre l'effetto di una vera e propria
rivoluzione anti-borghese, arginata per tempo da tutti coloro che seppero
cogliervi le finalità occulte. La stessa RSI viene ampiamente depoliticizzata,
riconoscendovi il ruolo che i repubblichini ebbero di "gente comune"
che volle sacrificarsi per il bene della nazione opponendosi addirittura
alla devastazione nazista; in questo modo si decontestualizza l'esperienza
della Repubblica sociale cortocircuitando l'accusa di collaborazionismo
mossa nei confronti dei "soldati di Salò". Se di "guerra
civile" tra italiani si è allora trattato, lo scenario che evoca
questa ricostruzione mette in rilievo esclusivamente lo scontro tra "fratelli",
per così dire, a prescindere dai rapporti con l'occupante tedesco
che invece ebbero un peso tutt'altro che relativo.
Il tentativo di rovesciare specularmente le responsabilità politiche
e militari della Resistenza, contrapponendovi le ragioni dell'altra parte
belligerante (le milizie fasciste) e facendola apparire come il prodotto
schietto di un'operazione che a livello internazionale il marxismo, perché
di questo si tratta in sintesi, stava conducendo contro le società
liberali e borghesi, disvela un contrasto mai sopito, a ben guardare, negli
oltre cinquant'anni di storia nazionale che ci separano ormai da quegli
avvenimenti.
E lo stesso ragionamento potrebbe essere svolto per un'altra delicatissima
pagina di storia d'Italia, quella relativa alle foibe[20]
e in particolare agli infoibati ed agli infoibatori sui quali si fa ancora
un gran parlare. Lo stesso Serena denuncia i crimini dei partigiani che
gettarono, a suo dire, nel famoso "Bus de la Lum" sull'altopiano
del Cansiglio, tra Polcenigo e Fregona, dalle 300 alle 500 persone. "Sul
Cansiglio non c'era pietà per nessuno. `Un tenente dell'esercito,
fuggito dalla Germania ed arruolatosi nelle truppe territoriali di Salò,
decise un giorno di passare ai partigiani. Ma quando si presentò
al posto di blocco istituito nella foresta del Cansiglio, non venne creduto.
Il `Bus de la Lum' ebbe una nuova vittima. Oggi sull'orlo una croce con
il nome del disgraziato ufficiale, il dott. Massimo Battellini di Vittorio
Veneto, ricorda la tragedia di cui i responsabili amarono spesso vantarsi
nei loro incontri con gli abitanti dei piccoli villaggi del Cansiglio
[corsivo mio]."[21]
Non c'è fine alla distorsione del ricordo. Il nodo centrale della
questione resta il difficile rapporto tra storia e memoria, indipendentemente
dall'angolo prospettico dal quale si osservano, e si narrano, le vicende
di quegli anni.
"Sicuramente, come ogni rivoluzione, neanche la lotta di Liberazione
fu 'un pranzo di gala', e sarebbe assurdo negare gli eccessi che furono
compiuti sia collettivamente che individualmente; ma, invece di consegnare
all'oblio o alla celebrazione strumentale quegli avvenimenti, sarebbe stato
necessario avviare un effettivo processo di ricerca storica che aiutasse
a comprendere il peso del passato, le contingenze belliche, le condizioni
di vita, l'ambiente, le culture, le dinamiche sociali e i fattori psicologici
che misero in moto comportamenti violenti che non poterono fermarsi, come
per incanto, nel momento in cui il potere politico decise che l'insurrezione
era da ritenersi terminata e che tutti, buoni o cattivi, dovevano tornare
a casa facendo finta che non fosse successo niente."[22]
Una risposta a questa empasse che non è solo generazionale,
ma riguarda la memoria di un intero paese, più volte messo a dura
prova da strategie del terrore che non si possono far risalire esclusivamente
al periodo della Seconda guerra mondiale, può venire forse dalla
dipanatura di una singolare matassa, che è appunto quella della memoria,
come ha efficacemente spiegato Sandro Portelli. "[...] in realtà
io non mi occupo tanto di quello che è successo nel '43-'44, quanto
di come quello che è successo in quel periodo è diventato
poi oggetto di memoria, di lotta politica e di costruzione di senso. In
altre parole, io mi occupo del fatto che in qualche modo la guerra sulla
memoria è stata una continuazione della guerra civile - o almeno,
una delle continuazioni della guerra civile, visto che la guerra civile
è continuata anche con le stragi, come abbiamo visto. La guerra sulla
memoria ha avuto una dimensione di memoria che ci ha coinvolto tutti, perché
tutti noi siamo destinatari di memoria e soggetti di memoria."[23]
E giacchè la differenza tra il ricordare o il non ricordare passa
attraverso il racconto, e dunque attraverso la parola, il silenzio diventa
elemento pericolosissimo nei processi di rimozione della memoria sia individuale
che collettiva. "[...] una delle ragioni per cui abbiamo taciuto è
che per decenni si è fatto l'impossibile per evitare di riconoscere
che la Resistenza è stata una guerra civile. Costretti anche dalle
pressioni della guerra fredda, messi alle corde per legittimarsi, i partigiani
e la sinistra hanno parlato a lungo non senza giustezza e non senza retorica,
del sacrificio dei partigiani che hanno dato la vita per la libertà,
ma molto meno del fatto che i partigiani a loro volta hanno sparato, hanno
ucciso, hanno, insomma, fatto la guerra, e che in guerra ci sono le vittime
anche dall'altra parte. Non solo: ma che in guerra la morale sfuma, che
errori e ambiguità ci possono essere anche dalla parte di chi ha
ragione. Siccome noi abbiamo negato tutto questo, adesso a ogni ambiguità,
a ogni ombra, il senso comune revisionista nega tutta la Resistenza."
[24]
Sembra necessario, verrebbe da dire indispensabile a questo punto, affidarsi
ad una ricerca storica di profilo alto, senza timore di suscitare il fastidio
di nessuno, per leggere coerentemente l'evoluzione della società
contemporanea, e di quella italiana in particolare, per certi versi così
complessa. "Una storiografia che, quanto a metodo e scelta delle fonti,
la smetta di privilegiare le fonti ufficiali e archivistiche - nei confronti
delle quali dovrebbe anzi cominciare ad esercitare, se non il dubbio scettico,
una maggiore circospezione - e cominci finalmente ad integrare le fonti
più diverse [...] Come pure dignità di fonte andrebbe
riconosciuta, con tutte le precauzioni del caso, alle testimonianze dei
fascisti, questi `vieni avanti cretino della storia' che non possono mancare
[...] in una ricostruzione finalmente esauriente della guerra civile in
questo paese."[25]
Si è detto prima che lo storico che cerchi di fare bene il proprio
mestiere non può non pensarsi revisionista, vale a dire non può
evitare di mettere in discussione continuamente i risultati del suo lavoro
di ricerca. Bisogna trovare il coraggio di uscire dalla palude dei significati,
o delle semplici suggestioni, che il termine evoca e che del termine in
prevalenza ci vengono proposti. Re-visionare, in buona sostanza, quindi
vedere di nuovo, riguardare incessantemente, è un'opera di continuo
riadattamento delle proprie posizioni, e dei propri studi, se di questo
si tratta; ma è anche intelligenza, nella sua radice etimologica,
del cambiamento, assunzione di nuovi punti di vista che non erano stati
presi in considerazione. E senza timore di scandalo alcuno.
Diversamente, sarà sempre possibile che le ombre di una storia non
raccontata, o raccontata malamente, offuschino ricordi che meritano di appartenere
ancora al nostro presente. A chiusura di queste, peraltro non esaustive,
note sul revisionismo, la testimonianza di un compagno di viaggio che abbiamo
sfortunatamente perso qualche anno fa.
"L'esempio della memoria della Shoah è da questo punto di vista
particolarmente calzante, sostiene Mayer [il saggio di Arno S. Mayer di
cui si parla è Memory and history: On the Poverty of Remembering
and Forgetting the Judeocide, pubblicato nel 1993]. Essa è diventata
'statica, inflessibile e non dialettica', allontanandosi dalla storia invece
che proporsi come uno strumento per la sua conoscenza. E le ragioni sono
politiche e intellettuali. Una memoria siffatta elimina infatti da Auschwitz
'la guerra di conquista e la crociata contro il bolscevismo della Germania
nazista' e si coniuga con un 'antimarxismo primitivo, nutrito della moda
del postmoderno modernista, che alimenta il passaggio dalla causalità,
dalla diacronia, dalla fattività e dalla configurazione alla indeterminatezza,
alla rappresentazione, alla decostruzione e alla frammentazione'. [...]
Sono dunque le rappresentazioni prodotte dalla memoria di vittime e carnefici
con cui gli storici dovrebbero fare - e raramente fanno - i conti. Eppure
nemmeno le memorie, essendo memorie di sopravissuti, non di coloro che non
sono tornati, possono testimoniare in modo diretto l'evento dello sterminio:
'forse - osserva Bartov [si tratta di Intellectuals on Auschwitz. Memory,
History and Truth, saggio pubblicato da Omer Bartov nel 1993] - noi
possiamo ricordare l'inimmaginabile ma non possiamo immaginarlo'."[26]
Eppure l'inimmaginabile sembra ritornare costantemente ad agitare i fantasmi
del passato che non passa. O meglio che non può e non vuole passare.
Non si può prescindere, oggi, dagli archivi, dai documenti e dalle
fonti orali, oltre che dalle immagini, che in abbondanza ci propone Internet.
Da un sito dedicato specificamente al revisionismo [27]
(si discute senza mezzi termini dell'infondatezza dell'esistenza delle camere
a gas, ritenute di impossibile realizzazione) abbiamo tratto una lettera
inviata al regista americano Steven Spielberg da un ebreo francese, tale
Roger Dommergue, che rivela, ancora una volta se mai ce ne fosse bisogno,
l'insanabile frattura tra storia e memoria.
"Il mito '6 milioni/camere a gas' è un nonsenso aritmetico
e tecnico. In verità gli strilli e i piagnistei dello Shoah Business,
a 50 anni dalla fine della guerra, sono disgustosi, degradanti: è
una disonorevole mancanza di pudore. Nessun popolo nella storia è
stato mai visto gemere ancora sulle sue perdite 50 anni dopo una guerra,
neanche sulle sue perdite effettive e reali. Anche se i '6 milioni/camere
a gas' fossero veri, sarebbe un disonore fare tale chiasso e spremere così
tanti soldi ovunque: chi erano gli usurai dellaRepubblica di Weimar? [...]
Nei fatti, 150.000 o 200 .000 ebrei morirono nei campi tedeschi di tifo
e di fame. Molti altri morirono ma da combattenti contro la Germania, alla
quale noi, gli ebrei, avevamo dichiarato guerra nel 1933! (Hitler era allergico
all'egemonia dell'oro e del dollaro: così poté dare lavoro
a sei milioni di disoccupati, prima della messa in funzione delle industrie
belliche tedesche!). [...] Sappiamo che 80.000.000 di Goyim vennero massacrati
in URSS, sotto un regime politico quasi interamente ebraico, da Marx a Warburg
a Kaganovic, Frenkel, Yagoda, i boia di quel regime. Sappiamo che dopo il
1945 i russi e gli americani uccisero e violentarono comunità tedesche
in tutta Europa dalla Lituania all'Albania. [...]
Simone Weil ha tratto un tragico riassunto: 'Gli ebrei, questa manciata
di persone sradicate, sono stati la causa dello sradicamento dell'intera
umanità'.
E George Steiner: 'Per 5000 anni abbiamo parlato troppo: parole di morte
per noi e per gli altri'."