Mario Coglitore, L'identità assente, Calusca edizioni, Padova 1997

 

Il libro di Coglitore traccia, con una notevole capacità di sintesi, la mappa della Destra italiana ed europea. Attraverso la Nuova Destra italiana degli ex quadri del MSI ispirati dalla Nouvelle Droite francese, il neonazismo tedesco che conosce un'inquietante recrudescenza nella Germania dell'Est, quello anglosassone degli skinhead e dei bonehead innestato sui concerti rock e sulle tifoserie violente, le formazioni paramilitari che hanno trovato una ricca palestra nella guerra jugoslava, la ricostruzione si muove partendo da un giudizio tutt'altro che scontato: di fronte a un'identità della Sinistra assente (più precisamente, che "non è lì dove dovrebbe essere", come scrive l'autore), l'identità della Destra è per contro sopravvissuta alla sua apparente scomparsa e cerca oggi una legittimazione sociale, politica e culturale. Il luogo comune che predica la "fine delle ideologie" è dunque falso, e quello che predica l'obsolescenza della contrapposizione tra destra e sinistra cela dietro un'apparente simmetria - la normai insanabile distanza di entrambe le originarie matrici storiche e culturali - un forte scarto: la Sinistra perde identità, memoria storica, capacità di presa sulla realtà, mentre la Destra acquista consensi, legittimazione, consistenza culturale e pratica. Scarto pericoloso, perché una Sinistra indebolita e incerta sui propri valori "non è più in grado di sorvegliare con attenzione la realtà" in cui il rischio di un'imprevista irruzione della violenza distruttiva del nazismo è, secondo Coglitore, sempre attuale.

Questa situazione non è frutto di qualche astuzia della storia, di qualche imperscrutabile destino che ha decretato eterni ritorni o di "processi senza soggetto" più forti di qualsiasi volontà politica. Al contrario, è il risultato di ben precise strategie di dominio ascrivibili al lato oscuro di un potere per sua natura doppio, che ha una faccia legale e una faccia nascosta, che coniuga l'apparato delle istituzioni democratiche e delle garanzie costituzionali con la trama dei servizi segreti e dei poteri occulti, gangli invisibili che corrono parallelamente alle strutture visibili. Coglitore riprende, in questo senso, alcuni concetti utilizzati da Ernst Fraenkel in Il Doppio Stato. Contributo alla storia della dittatura. Fraenkel interpreta il funzionamento della macchina di potere del Terzo Reich come gioco di rimando tra Stato normativo, mai del tutto sospeso perché funzionale alla razionalità economica capitalistica, e Stato discrezionale, la cui esistenza è possibile grazie all'instaurazione dello "stato di eccezione", che funge da potente strumento repressivo: "il `doppio Stato' si è rivelato indispensabile al capitalismo tedesco per rendere arbitraria la dimensione politica e razionale quella economica" (p. 84). Coglitore utilizza in modo estensivo la chiave interpretativa proposta da Fraenkel, fornendole la solida base della teoria del potere foucaultiana. L'idea del "doppio binario" su cui si muove il potere diventa perciò, in primo luogo, un'indicazione generale sulla natura delle democrazie occidentali, nelle quali "grazie al doppio binario è possibile lasciare a concrezioni di potere specifiche e visibili - lo Stato, il sistema delle leggi, le istituzioni - la gestione amministrativa della società civile, del patto sociale sottoscritto nelle Costituzioni, mentre altre strutture occulte si occupano di mantenere inalterato l'apparato del dominio: in realtà l'unica macchina efficiente in grado di resistere all'usura del tempo ed a qualsiasi cambiamento". In secondo luogo, la ricerca del "lato oscuro" è lo strumento che guida la ricostruzione delle vicende postbelliche e spiega il mistero della sopravvivenza del nazismo e del fascismo alla sua ufficiale sconfitta e negazione politica.

L'attuale forza della Destra, dunque, non rappresenta affatto una contingenza, ma viene da lontano. E' il lato oscuro del potere che, dietro le proclamazioni antifasciste delle Costituzioni visibili, ha garantito continuità ideologica e organizzativa alla Destra. La continuità organizzativa ha le sue radici nell'ordine imposto all'Europa dagli Alleati nel dopoguerra e negli anni della guerra fredda: un ordine intessuto della fitta rete dei servizi segreti, attraverso cui transitano tutt'altro che limpidi interessi economici, si annodano intrecci affaristici che coinvolgono massoneria, estrema destra e mafia, si ricicla la parte più significativa dell'establishment tecnico-militare nazista e fascista. La continuità ideologica - un'ideologia complessa che mescola razzismo, misticismo, individualismo "guerriero" e appartenenza "organica", le valenze più inquietanti dei termini "popolo" e "nazione" - forse riguarda da vicino l'intera civilizzazione cui apparteniamo, in quanto lato oscuro dei paradigmi razionalistici occidentali, e in questo senso non può essere messa tra parentesi come episodio irripetibile di follia collettiva. Non a caso, questo "mondo impregnato di millenarismo laico e di pensiero irrazionale" fa ancora presa e si rivela utile al sistema in contesti sociali instabili, stressati da disoccupazione, povertà, pressione migratoria, riattivando ad esempio il razzismo e la sua funzione in termini di "bio-politica". Ma per riutilizzare appieno questa ideologia, occorre far dimenticare la violenza, gli stermini, la barbarie che essa ha a suo tempo alimentato. Il fenomeno del "revisionismo storico" sembra appunto svolgere questa funzione, "attivando un sistema di produzione intellettuale che copre e minimizza gli avvenimenti" (p. 49): sistema di produzione per il quale, a quanto pare, la mano d'opera era già pronta e impaziente di prendere servizio.

Questo giudizio - certo pesante - su un fenomeno culturale che ha conosciuto una diffusione rapidissima - non passa giorno senza che i principali quotidiani ce ne propongano un saggio, naturalmente con le dovute contromosse da parte dei residui intellettuali di sinistra, in una sorta di nuovo gioco di società il cui risultato è comunque alla fine un relativismo indecidibile - ci sembra di particolare interesse in questa rubrica "Osservatorio Storico" che con la storia e la memoria vuole appunto misurarsi. Riproduciamo perciò nella rubrica "una discussione sul revisionismo storico" il capitolo del libro di Coglitore intitolato "Un passato che non passa", che entra maggiormemte nel merito di questa specifica questione, ricostruita a partire dalla denuncia di Habermas del 1986 che segnalò il problema e introdusse il termine di "neorevisionismo".

Maria Turchetto