1. Premessa
Il modo di produzione capitalistico si può dire affermato quando
si è creata la classe dei proletari liberi di vendere la loro forza
lavoro e quella dei capitalisti, i quali disponendo di un certo capitale
sfruttano la forza lavoro per creare plusvalore e riprodurre il modo di
produzione stesso. Ogni paese ha però avuto una sua storia specifica
che ha caratterizzato i modi con cui si è verificata questa condizione.
Ad esempio se in Inghilterra l'accumulazione capitalistica è avvenuta
anche grazie allo sfruttamento delle colonie, non si può certo dire
la stessa cosa per l'Italia; non esiste cioè un modello di storia
di formazione del capitalismo applicabile a tutti i paesi incondizionatamente.
Il caso italiano è sicuramente uno tra i più complessi in
Europa e le sue contraddizioni si sono riflesse a lungo nella storia del
nostro paese, subalterno alle potenze straniere più avanzate fin
dall'inizio.
Il dibattito sulla nascita del capitalismo italiano ha avuto la sua stagione
migliore negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale.
In particolare hanno giustamente suscitato molto interesse la pubblicazione
degli scritti di Antonio Gramsci[1] sul
Risorgimento e l'uscita del notevolissimo studio di Emilio Sereni[2]; la gran parte degli studiosi di area marxista
del secondo dopoguerra ha ripreso la loro impostazione, mentre l'obiezione
più conosciuta è certamente quella di Rosario Romeo[3].
Scopo di questo articolo è riproporre le tesi di Gramsci e di
Sereni togliendo loro quelle etichette riduttive di "rivoluzione agraria
mancata" e di sterile confronto con la Francia con cui troppo spesso
vengono liquidate. Verrà inoltre descritta la teoria di Alexander
Gerschenkron[4] sul problema dell'arretratezza
economica, molto interessante non solo per il caso italiano, assolutamente
non lineare, ma soprattutto per la storia della Russia, anch'essa atipica
se non unica nella storia del capitalismo.
Le letture qui scelte possono fornire alcuni strumenti per un'analisi sul
nesso sviluppo capitalistico-potere-classe dirigente nelle loro continuità
e discontinuità , analisi che è stata scelta come uno degli
obiettivi dell'osservatorio storico.
2. L'egemonia dei moderati durante il Risorgimento: l'analisi di Gramsci.
Nella sua acutissima analisi del Risorgimento[5],
Antonio Gramsci ha innanzitutto sottolineato i limiti storici della borghesia
italiana, dovuti da un lato all'arretratezza e al ritardo economico rispetto
alle altre potenze europee con Francia ed Inghilterra in testa, dall'altro
all'incapacità del gruppo dirigente di creare, durante il processo
di unificazione nazionale, un'alleanza con le masse rurali. Partendo dalla
considerazione che la classe borghese non era ancora organicamente forte,
egli ha indicato quali condizioni che hanno permesso l'unità politica
non certo una presunta coscienza nazionale, che in realtà era propria
solo di piccole minoranze di intellettuali, ma l'esistenza di un certo equilibrio
di forze internazionali e il fatto che motore del processo di unificazione
siano stati il Piemonte, la dinastia Savoia e l'ala dei moderati, i quali
hanno caratterizzato il Risorgimento non come movimento rivoluzionario dal
basso ma come una conquista regia.
Tra le condizioni internazionali che hanno permesso l'unità, Gramsci
considera l'indebolimento del Papato, già a partire dall'affermazione
liberale e laica dello Stato con il regalismo e il giuseppinismo; la caduta
dell'egemonia francese e di quella spagnola austriaca, che non avrebbero
permesso il sorgere di uno Stato italiano, nel periodo 1748-1815. Tale periodo
favorisce l'allargamento dell'interesse politico della piccola borghesia
intellettuale italiana e produce una minima esperienza militare; solo con
la Rivoluzione francese e le sue ripercussioni in Italia è pensabile
il Partito d'Azione e la formula "repubblica una e indivisibile".
Fino al 1848 le forze tendenti all'unità sono comunque deboli e disperse;
successivamente, i contraccolpi della situazione internazionale indeboliscono
le forze contrastanti, come la Chiesa che imprimeva agli intellettuali un
carattere "cosmopolitico-clericale", e di riflesso rafforzano
la possibilità del Risorgimento[6].
La situazione internazionale imprime però anche un carattere moderato
al processo di unificazione: quando la borghesia italiana conquista il potere
politico, infatti, la borghesia dei paesi d'Europa economicamente più
progrediti aveva esaurito la sua funzione progressiva ed era già
in posizione difensiva di fronte al proletariato.
Secondo Gramsci, la minoranza che ha guidato il Risorgimento non è
riuscita ad avvicinarsi alle masse contadine né con il programma
democratico, né con la riforma agraria. I moderati estesero la loro
egemonia sul PdA, di fatto diretto dal Cavour e dal Re; e continuarono a
dirigere il PdA anche a unità compiuta, facendo caratteristica della
vita politica italiana dal 1848 in poi il "trasformismo" che "non
è stato che l'espressione parlamentare di questa azione egemonica,
intellettuale, morale e politica"[7]
dei moderati su tutta la classe dirigente.
I moderati appartenevano alle classi alte: erano intellettuali, letterati,
storici e insieme grandi agricoltori o imprenditori, funzionari e burocrati,
espressione di un gruppo sociale più o meno omogeneo: proprio per
questa loro organicità costituivano un punto di riferimento per tutti
gli intellettuali del Paese[8]. Il PdA
non aveva un potere d'attrazione simile, perché non rappresentava
un gruppo sociale omogeneo, e di conseguenza finì col gravitare verso
posizioni più moderate. Un esempio del potere d'attrazione dei moderati
è la formazione del movimento <<cattolico-liberale>>
e il fatto che lo stesso Pio IX si pose, se pure per breve tempo, nell'area
del liberalismo. Il PdA finì con l'essere strumento di propaganda
e di agitazione al servizio dei moderati: non seppe essere <<giacobino>>,
cioè non legarsi alle masse rurali specialmente meridionali, fare
delle loro rivendicazioni parte integrante di un programma di governo; e
non seppe organizzare gli intellettuali degli strati medi e inferiori, mantenendo
al contrario un atteggiamento paternalistico[9].
La borghesia italiana non estese la sua egemonia durante la sua affermazione
politica, al contrario di quanto avvenne in Francia ad opera dei giacobini
francesi. La mancanza di una politica popolare fu un disastro anche sul
piano della direzione politica e militare: gli uomini del Risorgimento non
seppero guidare il popolo né destare passione o coinvolgimento.
Il PdA e i moderati, non attuando una riforma agraria, non seppero risolvere
il difficile rapporto città-campagna all'interno della penisola italiana[10], rapporto del tutto simile a quello
che si era creato già <<embrionalmente>> tra Nord e Sud[11] durante il Risorgimento. Se le forze
urbane del Nord potevano dirigere le forze rurali loro vicine, quelle urbane
meridionali al contrario non svolgevano la stessa funzione direttiva[12] e non potevano quindi essere altro
che subalterne alla più vasta egemonia settentrionale. La forza urbana
settentrionale dunque, nonostante i suoi limiti interni, esercitò
una funzione direttiva "indiretta" sulle forze rurali meridionali,
centrali, della Sicilia e della Sardegna: la simultaneità nei movimenti
del 1820-1821, del 1831 e del 1848, in assenza di una direzione politico-militare
organicamente organizzata, si deve appunto a tale "direzione indiretta";
nel 1859-1860 "il Nord inizia la lotta, il Centro aderisce pacificamente
o quasi e nel Sud lo Stato borbonico crolla sotto la spinta dei garibaldini,
spinta relativamente debole"[13].
Il Piemonte, in definitiva, ha svolto durante il Risorgimento una funzione
di "classe dirigente" paragonabile a quella di un partito composto
dal personale dirigente di un gruppo sociale; in mancanza di una borghesia
organicamente forte e organizzata in tutta la penisola, uno Stato con tanto
di esercito e di diplomazia si è sostituito ad essa, lasciando irrisolte
tutte le contraddizioni che caratterizzarono la vita politica unitaria successiva[14].
3. La nascita del capitalismo nelle campagne: l'analisi di Emilio Sereni.
Nel suo studio sul capitalismo nelle campagne dal 1860 al 1900[15] Sereni converge con molte delle conclusioni
di Gramsci, anche se ancora non aveva potuto leggere i suoi scritti[16]. L'incompiuta rivoluzione democratico-borghese
viene analizzata però dal punto di vista dei residui feudali precapitalistici,
che permangono a lungo nei rapporti sociali del nostro paese determinando
arretratezza, disparità tra Nord e Sud e conseguenti particolari
forme di lotta.
Il Risorgimento, conquista regia che non aveva coinvolto le masse rurali
e che non aveva avviato una rivoluzione agraria, aveva permesso la creazione
di quegli strumenti di classe che mancavano alla borghesia italiana ancora
debole, disunita e disomogenea a causa delle forti differenze regionali:
in primo luogo, la forma necessaria al dominio politico e la condizione
per realizzare il mercato nazionale. Oltre a polizia, scuole e burocrazia
altri strumenti di classe sono individuati da Sereni nella politica finanziaria
della Destra, con la durissima imposizione fiscale che colpisce soprattutto
la popolazione più povera del Sud e con il debito pubblico, che contribuisce
all'accumulazione capitalistica nel Nord; inoltre, nell'ideologia positivista
laica e patriottica che serve da collante per la classe politica e da strumento
di agitazione di massa per coronare l'unità territoriale.
Abolite le barriere doganali che separavano i vari stati fra di loro ed
estesa a tutto il Regno la tariffa sarda, il primo obiettivo della borghesia
italiana, che all'indomani dell'unificazione aveva gli strumenti politici
per accelerare la propria affermazione, è quello di sviluppare le
vie di comunicazione, condizione fondamentale per l'allargamento del mercato[17]: rete ferroviaria e stradale vengono
migliorate, fornendo una prima fonte di accumulazione di capitale.
La piena creazione del mercato nazionale e quindi lo sviluppo mercantile
dell'economia italiana potevano realizzarsi però solo con la divisione
sociale del lavoro e la separazione fra attività agricole e industriali.
La modestissima produzione capitalistica presente al momento dell'unificazione
proveniva da piccole manifatture o aziende artigianali e i suoi prodotti
costituivano una parte infinitesimale del fabbisogno della popolazione,
la quale in genere non faceva ricorso al mercato oppure utilizzava prodotti
di provenienza straniera[18]. Nei primi
decenni dello Stato unitario, attività agricole e industriali rimangono
strettamente legate con differenze a seconda del ramo: la filatura del lino
e della canapa è stata svolta a lungo a domicilio; per la seta, la
torcitura era già un'industria nel 1880, mentre la tessitura si stacca
dall'attività agricola a fine secolo; le operazioni di trasformazione
alimentare da attività agricole diventano grande industria alimentare
e così anche la fabbricazione dei mezzi di produzione per l'agricoltura.
La ristrettezza del mercato interno aveva mantenuto la popolazione in uno
stato di economia naturale e seminaturale, ma ormai l'Italia era coinvolta
nella produzione capitalistica europea: la crisi economica del 1873 si era
sentita anche nella penisola, dove arrivavano filati e tessuti inglesi,
prodotti francesi e svizzeri a basso prezzo che contribuivano a fare decadere
la produzione domestica di autoconsumo.
La separazione tra attività agricole e attività industriali
ha conseguenze diverse nel Nord e nel Sud, acutizzando la questione meridionale.
I prodotti dell'industria settentrionale, insieme a quelli stranieri, conquistano
infatti gran parte del mercato meridionale aggravando la rovina della produzione
domestica. Se nel Settentrione l'eliminazione della produzione domestica
è compensata dall'avvio della grande industria, nel Meridione invece
essa crea solo disoccupazione.
La separazione fra agricoltura e industria, tuttavia, è ostacolata
in Italia da residui feudali, soprattutto nel Mezzogiorno[19].
Dal punto di vista politico, la vecchia classe aristocratica era riuscita
a riservarsi nel nuovo Stato posti di rilievo nell'esercito, nell'alta burocrazia
e nel Senato di nomina regia. Del 2% della popolazione italiana, cioè
di quanti avevano diritto di voto con la legge elettorale del 1860, 223.000
su 1.133.000 contribuenti paganti un'imposta di 40 lire appartenevano alla
categoria di imposta mobile, 910.000 a quella di imposta fondiaria. Un privilegio
di censo e non di casta, ma la borghesia capitalistica non costituiva ancora
la "classe politica", formata in gran parte da grandi e medi proprietari
terrieri non ostili al nuovo Stato, come ad esempio il Cavour e il Ridolfi
che difendevano gli interessi dei proprietari terrieri borghesi e dei grandi
affittuari capitalisti agrari; la borghesia commerciale aveva alcuni rappresentanti
in Parlamento, ad esempio il banchiere Bastogi, mentre la borghesia della
grande industria, all'inizio della vita politica unitaria, aveva ancora
poco peso, ad eccezione del ramo tessile che poteva contare su rappresentanti
come Quintino Sella[20].
La trasformazione in senso capitalistico della gestione delle terre è
strettamente legata alla vendita dei beni ecclesiastici e all'usurpazione
del demanio pubblico da parte dei grandi proprietari latifondisti e della
nuova borghesia terriera: tale processo, che aveva prodotto grossi cambiamenti
soprattutto nel periodo 1968-1880, aveva avvantaggiato la borghesia senza
tuttavia intaccare gli interessi della nobiltà, determinando piuttosto
una maggiore concentrazione della proprietà. Un esempio chiarificatore
è quello dell'Agro romano: nel 1860 il 55% era di proprietari nobili,
tra cui i principi Borghese, i Torlonia, i Chigi, i Rospigliosi, gli Sforza-Cesarini,
il 30% erano terre della manomorta, il 15% era di proprietà borghese;
nel 1880 il 53% era rimasto di proprietà nobiliare, il 7% era restato
alle opere pie, chiese e comuni e il 40% era andato ai nuovi proprietari
borghesi, tra cui il Cori-Mazzoleni, i Ferri, i Piacentini, i Troili, i
Serafini.[21] Anche banche come il Banco
di Napoli e la Banca d'Italia si erano impossessate di terre del mezzogiorno,
mentre i contadini, non potendo più pagare i debiti ipotecari aumentati
per le imposte sempre più pesanti, venivano espropriati della loro
particella di terra.
Nei primi decenni del Regno, ad eccezione delle aziende agrarie capitalistiche
del Piemonte e della Lombardia, i nuovi proprietari non avevano introdotto
nuove forme di conduzione dei fondi, ma avevano lasciato rapporti semifeudali:
la terra era assegnata attraverso l'affitto, la colonia, il censo o l'enfiteusi
ai coltivatori, i quali producevano e possedevano le macchine da lavoro,
il bestiame, le sementi e dovevano al proprietario terriero una rendita
in natura o in denaro oppure in lavoro. Nelle poche aziende agrarie capitalistiche,
al lavoratore si opponeva il capitalista agrario, non il proprietario terriero:
i contadini erano diventati proletari agricoli senza mezzi di produzione,
costretti a vendere la propria forza lavoro, e il capitalista pagava con
il lavoro altrui la rendita al proprietario del fondo. Anche nell'azienda
agraria settentrionale erano rimasti comunque residui feudali: fino al 1880
i salariati venivano pagati in natura e la loro condizione era molto vicina
a quella servile; in Piemonte, Lombardia e Veneto inoltre permanevano la
mezzadria e l'azienda del piccolo proprietario contadino.
Ma era nel Mezzogiorno e in Sicilia che i residui feudali resistevano maggiormente.
Il latifondo era diviso in feudi chiusi economicamente e amministrativamente;
i contadini, che possedevano in genere un asino e un mulo, dovevano al conduttore
del feudo una rendita in natura oltre che prestazioni e servigi che implicavano
dipendenza personale, erano sottoposti al controllo di una gerarchia di
sorveglianti, alle consuetudini di tipo feudale e alla rotazione agraria
obbligatoria. Esisteva la figura del gabelotto, il quale creava un
profitto sul capitale investito per l'affitto del feudo, ma egli si arricchiva
utilizzando metodi di sfruttamento di tipo semifeudale o pagando meno del
dovuto il proprietario assenteista o praticando l'usura. Nel Centro Italia
invece continuava a predominare la mezzadria[22].
In Italia la crisi agraria europea si era manifestata nel decennio 1880-1890, in ritardo rispetto agli altri paesi, e nel complesso aveva accelerato lo sviluppo del capitalismo: la rendita fondiaria era diminuita a discapito dei proprietari terrieri e a favore dei capitalisti agrari, che nel frattempo si erano impossessati di gran parte delle terre subordinandole al capitale. La concorrenza sempre più forte dei capitalisti stranieri aveva accelerato la divisione sociale del lavoro agricolo su scala nazionale, innanzitutto con la specializzazione delle colture nelle diverse regioni: non si produceva cioè tutto ciò che era necessario alla conduzione del fondo, ma venivano scelte le colture più redditizie a seconda delle condizioni naturali e ambientali. L'agricoltura assumeva così carattere mercantile e capitalistico a livello nazionale; le grandi aziende capitalistiche avevano costretto i piccoli affittuari all'abbandono delle terre, anche se nelle regioni più arretrate questi fenomeni avevano talvolta acuito lo sfruttamento semifeudale, allargando il divario Nord-Sud. La mezzadria venne colpita gravemente: alla fine del secolo, al Nord era scomparsa e nel Centro Italia i mezzadri venivano espropriati dei loro mezzi di produzione e diventavano lavoratori salariati costretti ad emigrare nell'Agro romano o nella Maremma, oppure diventavano piccoli capitalisti contadini con alle dipendenze un garzone e lavoranti a giornata. Si era formato cioè un mercato nazionale della forza lavoro con tassi salariali livellati[23].
Il particolare sviluppo del capitalismo in Italia ha caratterizzato anche
le forme di lotta del proletariato, che ha dovuto fare i conti con i residui
di oppressione feudale. Le prime tipiche forme di protesta, dopo la repressione
del brigantaggio che era stato per lo più lotta per la conquista
della terra, furono i moti contro il carico fiscale, culminati nei moti
del macinato scoppiati inizialmente il 26 dicembre 1868 nel Veronese e poi
estesisi in tutta Italia. Essi non esprimevano ancora i nuovi conflitti
di classe, e avevano infatti la tipica forma della rivolta contadina di
tipo medioevale: saccheggi, occupazione del municipio, richiesta scritta
di abolizione di tasse. I contadini avevano obiettivi limitati, lottavano
contro le vecchie classi dominanti locali e subivano l'influenza organizzativa
del clero[24]. Nelle città si
verificavano intanto i primi scioperi operai, anche se non si può
parlare ancora di proletariato industriale. Il movimento operaio italiano
subisce comunque una rapida trasformazione tra il 1865 e il 1875, in particolare
con l'abbandono del mazzinianesimo.
Secondo Sereni, il problema era il legame tra movimento delle masse lavoratrici
urbane e quelle agricole: "tale saldatura non può realizzarsi
nelle forme indifferenziate di un blocco ideologico ed organizzativo, nel
quale il proletariato veda la sua individualità annegare nel mare
magno della disgregazione sociale che accompagna l'avanzata del capitalismo;
ma deve concretarsi nell'egemonia rivoluzionaria del proletariato,
attraverso l'organizzazione indipendente della classe operaia e della sua
avanguardia [...] perché solo nel proletariato son distrutte, con
la proprietà borghese, le condizioni stesse di esistenza della vecchia
società"[25]. Il fatto che
il bakuninismo abbia avuto tanta influenza è attribuito da Sereni
all'arretratezza sociale e politica della campagne italiane. Gli scioperi
del proletariato agricolo diventano frequenti dopo il 1880 e si concentrano
fino al 1890 nella bassa Lombardia, poi nel Polesine, nel Ferrarese e nelle
Romagne.
In Italia il conflitto di classe era acuito dal fatto che l'industria, il
cui slancio era ostacolato dai residui feudali presenti nel paese, non riassorbiva
le masse rurali espropriate a causa dello sviluppo del capitalismo nelle
campagne e creava un enorme e permanente esercito di riserva di lavoratori,
gran parte dei quali costretti ad emigrare e a diventare forza lavoro all'estero.
L'industria italiana poteva assorbire poca manodopera, perché da
un lato la grande industria era poco diffusa e dall'altro lo sviluppo industriale,
a partire del XX secolo, si basa sulle tecniche del capitalismo europeo
più avanzato: dunque, con una composizione organica del capitale
molto più elevata rispetto all'epoca della rivoluzione industriale
in Inghilterra[26].
4. La polemica di Rosario Romeo
Nella sua critica a Gramsci[27], Rosario
Romeo intrattiene essenzialmente una polemica storiografica: non aggiunge
cioè nessuna ipotesi interessante, ma si pone sul piano della diatriba
ideologica. Dopo essersi esplicitamente dichiarato né marxista né
marxiano e aver accusato gli studiosi marxisti del secondo dopoguerra di
aver seguito l'onda del successo del PCI, egli propone comunque una critica
interessante, sostenendo che nel dibattito sul Risorgimento l'aspetto etico-politico
è stato più centrale della questione della nascita del capitalismo,
e giustamente lamenta il fatto che Emilio Sereni abbia avuto pochi continuatori,
anche se in questo autore egli vede, nonostante il "serio sforzo",
troppo "schematismo" e un "eccesso di fraseologia marxista"[28].
Romeo intende criticare Gramsci, ma in realtà fa suo gran parte di
ciò che vorrebbe contestare. Egli sostiene che in Italia non vi erano
possibilità oggettive per una rivoluzione agraria - tesi che appunto
conferma la posizione Gramsci - e che in ogni caso una "democrazia
rurale" - termine in realtà mai utilizzato da Gramsci - avrebbe
ostacolato lo sviluppo del capitalismo. Una rivoluzione agraria avrebbe
infatti provocato uno schieramento anti-italiano delle maggiori potenze
europee, e nel Mezzogiorno essa non era comunque pensabile a causa dell'eccessiva
arretratezza. "In realtà", ammette Romeo, "l'alternativa
democratica alla soluzione moderata fu qualcosa di ben reale e di politicamente
attuale nel 1860"[29]. Dopo aver
sostenuto l'impossibilità di una <<identificazione>>
tra sviluppo del capitalismo italiano e francese - mai fatta da nessuno
studioso, credo- opta per un loro confronto: "la conquista del potere
da parte della borghesia nel Risorgimento coincide in larga misura, a causa
del ritardato sviluppo storico italiano, con il processo di accumulazione
primitiva a spese delle campagne, cioè con una fase di accentuato
antagonismo fra città e campagna, fra borghesia e contadini. Questa
fase era già stata largamente oltrepassata dalla Francia nell'età
della Rivoluzione, e proprio per questo la borghesia aveva potuto impegnarsi
a fianco dei contadini contro la proprietà feudale"[30].
Romeo fa un uso improprio del termine "accumulazione primitiva", che dice di prendere da Marx ma che utilizza a modo suo. Fonti di accumulazione primitiva sarebbero state l'esecuzione di grandi opere pubbliche, le speculazioni finanziarie legate al debito pubblico insieme al capitalismo agrario e all'incremento della rendita fondiaria[31]. L'accumulazione primitiva viene "definita come un drastico spostamento in un paese in fase di economia preindustriale del rapporto tra consumi e investimenti, diretto a intensificare l'afflusso di risparmio prodotto in altri settori economici al settore degli investimenti industriali". Sarebbe in pratica una sorta di "risparmio" sui consumi sottratti ai contadini cui corrisponde un aumento della produttività agricola, determinando una "differenziazione dei redditi che è la fondamentale premessa storica e logica di ogni processo di accumulazione", compiuto pienamente solo con l'investimento del "risparmio" in impianti industriali. Questa visione idilliaca dell'espropriazione delle masse rurali è ben espressa da questa citazione, che si commenta da sola: "proprio in virtù del sacrificio imposto per tanti decenni alla campagna e al Mezzogiorno un paese povero di territorio e di risorse naturali e sottoposto ad una fortissima pressione demografica come l'Italia è riuscito, unico tra quelli dell'area mediterranea, a creare un grande apparato industriale ed una civiltà urbana altamente sviluppata, che in gran parte del paese ha diffuso più civili e indipendenti rapporti tra gli uomini e tra le classi, una più moderna concezione della vita, una più larga partecipazione degli italiani ai beni materiali e morali del mondo moderno"[32].
5. La teoria dei gradi di arretratezza di Alexander Gerschenkron e il caso della Russia
Gerschenkron si inserisce nel dibattito soprattutto in risposta alle conclusioni di Romeo[33]. Anche se è d'accordo nel polemizzare contro le tesi secondo le quali una riforma agraria avrebbe migliorato la condizione italiana, egli sostiene che il modello proposto da Romeo non è convincente. In particolare, Gerschenkron dice che quella indicata da Romeo come <<accumulazione primitiva>> del primo ventennio non era sufficiente a determinare uno slancio industriale: il primo vero balzo dell'industria italiana sarebbe stato quello del periodo 1896-1898, in cui un ruolodeterminante è svolto dalla banca mista comparsa con la nascita della Banca commerciale e del Credito italiano nel 1894-1895 nelle quali è fondamentale l'intervento delle finanze tedesche. Le vecchie banche preferivano interessarsi alle speculazioni edilizie piuttosto che agli investimenti industriali, mentre le nuove banche, che spesso avevano un imprenditore italiano e un manager o contabile tedesco, davano in genere alle imprese crediti a breve termine destinati all'investimento in attrezzature a capitale fisso. La banca mista, secondo Gerschenkron, avrebbe cioè svolto il ruolo di "sostituto" dell'accumulazione originaria.
Al di là della polemica con Romeo, è molto interessante la teoria dei "sostituti" o dei "gradi di arretratezza" elaborata da Gerschenkron. Non esiste un unico modello di sviluppo del capitalismo: esso dipende dal grado di arretratezza in cui si trova ciascun paese al momento della trasformazione in senso capitalistico. Più un paese è arretrato e più complessa è la sua storia di nascita del capitalismo, perché deve trovare un numero maggiore di "sostituti" alle condizioni presenti in un paese più progredito, dove l'accumulazione originaria e la trasformazione in senso capitalistico è più diluita nel tempo, più semplice e più lineare.
Nelle quattro Ellen Mc Arthur Lectures svolte nel maggio del 1968 all'Università
di Cambridge[34], Gerschenkron parte
dall'analisi del caso della Russia per chiarire alcuni problemi di storia
economica europea. Nell'ultimo decennio dell'Ottocento la Russia era nel
pieno del processo di industrializzazione e tra gli studiosi di economia,
divisi tra i marxisti russi o "discepoli di Marx" che sostenevano
che la Russia non avrebbe potuto evitare di passare attraverso lo stadio
del capitalismo e i populisti che sostenevano che il capitalismo in Russia
era destinato al fallimento, la maggior parte era comunque unanime nel voler
dimostrare le somiglianze, anche per il passato, tra lo sviluppo economico
russo e quello europeo. In realtà, secondo Gerschenkron, la storia
economica russa e quella europea presentano fortissime differenze, che si
possono vedere ad esempio nel rapporto tra etica protestante e spirito del
capitalismo studiato da Max Weber e nel fenomeno del cosiddetto mercantilismo.
Per quanta riguarda il primo aspetto, si deve osservare la posizione dei
Vecchi Credenti russi, staccatisi dalla Chiesa ufficiale russa nel secolo
XVII: questa setta potrebbe essere paragonata a quella dei puritani, senonchè
lo scisma dei Veccho Credenti dalla Chiesa ufficiale russa non derivava
da ragioni dottrinali ma dalla volontà di mantenere i vecchi riti
tradizionali; a differenza dei protestanti, i Vecchi Credenti non avevano
idee come la predestinazione ed erano conservatori. I Vecchi Credenti svolsero
comunque un ruolo importante nell'industria tessile russa, ma questo fenomeno
va circoscritto alla zona di Mosca e ai territori lungo il Volga, e al periodo
precedente allo slancio industriale russo vero e proprio[35].
Il loro contributo alla nascita del capitalismo è dunque minimo,
e dimostra da un lato che la tesi di Max Weber non può essere applicata
alla Russia, dall'altro conferma quella di Schumpeter secondo cui un imprenditore
può provenire da qualsiasi settore della società. La tesi
di Max Weber, tra l'altro, risulta indebolita anche dalla constatazione
che il puritanesimo non era in contrasto con la presenza delle Corporazioni.
In Russia mancavano le Corporazioni, che sono state in molti paesi europei
in un primo tempo il trampolino di lancio per lo sviluppo del capitalismo
mentre in un secondo momento sono diventate ostacoli da eliminare. Il fatto
che però in Russia siano ugualmente avvenuti lo slancio economico
e la trasformazione in senso capitalistico, dimostra che per lo sviluppo
industriale non esistono condizioni pregiudiziali, cioè precedenti
a tale sviluppo.
Il mercantilismo storicamente inteso viene "considerato una funzione
del grado di arretratezza economica dei paesi interessati"[36]. Il mercantilismo russo coincide con il
periodo di riforme di Pietro il Grande, che operò un rafforzamento
del governo quale controllore dello Stato, realizzò l'unificazione
di pesi e misure, la creazione delle vie di comunicazione e dei porti, la
fondazione di una nuova capitale, l'apertura di miniere, la costruzione
di fonderie e manifatture, la riorganizzazione dell'esercito e dell'apparato
governativo. Tutto questo, ovviamente, a suon di lavori forzati, torture
e carcerazioni. Ma quello che qui importa sottolineare è il fatto
che in Russia il demiurgo dello sviluppo industriale sia lo Stato: lo Stato
aveva creato le classi, i lavoratori e perfino gli imprenditori, gestiva
i grandi opifici, forniva suolo, personale dirigente, capitale, manodopera
e anche la domanda. Il mercantilismo russo è diverso da quello europeo
pone attenzione né al commercio né ai metalli preziosi e non
produce una conseguente elaborazione teorica. Esso prepara il terreno allo
sviluppo del capitalismo come negli altri paesi europei, ma al tempo stesso
crea più ostacoli che in questi ultimi: ad esempio, Pietro il Grande
non aveva creato la servitù della gleba, ma di fatto l'aveva resa
effettiva nello stesso momento in cui nel resto d'Europa stava scomparendo.
La conclusione è che quanto più un paese è economicamente arretrato al momento del suo periodo di mercantilismo, tanti più ostacoli esso dovrà superare per lo sviluppo del mercantilismo stesso in senso capitalistico[37]. Le variabili relative al grado di arretratezza sono il ritmo dello sviluppo industriale, la priorità data alle industrie pesanti, il contributo finanziario e tecnologico di altri paesi, la pressione esercitata sul livello dei consumi, il ruolo dell'agricoltura, delle banche e del bilancio statale ed infine la pressione delle ideologie per avviare lo sviluppo industriale[38].
6. Conclusioni
I fattori che influenzano la nascita del capitalismo e il successivo
sviluppo in una determinata area geografica sono il grado di arretratezza
rispetto alle altre aree più avanzate, il grado di sviluppo del capitalismo
su scala mondiale e le peculiarità della classe dirigente locale.
Tanto più il capitalismo è esteso geograficamente, tanto meno
è possibile per un paese mantenere modi di produzione non capitalistici:
le potenze industriali investono capitali all'estero, hanno bisogno di mercati
sempre più ampii e spingono verso una divisione sociale del lavoro
sempre più forte. Tanto più il capitalismo è avanzato
dal punto di vista tecnologico e della composizione organica del capitale,
tanto più il paese in via di sviluppo è subalterno alle potenze
straniere e tanto meno riesce ad assorbire nell'industria la manodopera
espulsa dai modi di produzione precedenti, la quale va così ad ingrossare
le fila dell'esercito dei lavoratori di riserva.
Il grado di arretratezza di un'area geografica determina la complessità
e la necessità di "sostituti", così come li intende
Gershenkron, nell'affermazione del modo di produzione capitalistico.
La classe dirigente locale ha bisogno di strumenti per affermarsi e per
garantire il modo di produzione; la capacità di estendere la sua
egemonia e dare impulso allo sviluppo capitalistico dipende: a) dall'influenza
delle classi dirigenti straniere cioè dal grado di subalternità
dei capitalisti di un'area geografica rispetto ai pesci grossi di altre
potenze, b) dal peso che ha la vecchia classe dirigente locale a livello
economico, politico, decisionale e ideologico e da quanto continua a pesare
una volta avviato lo sviluppo capitalistico, c) dal perfezionamento degli
strumenti di classe a livello internazionale come ad esempio la coordinazione
di eserciti e polizia.
Il grado di sviluppo del capitalismo in un'area geografica si riflette sulle
forme di lotta del proletariato di quell'area: più è alto
il grado di arretratezza di un paese e più lacci deve rompere il
proletariato; ma d'altra parte i diversi gradi di sviluppo del capitalismo
dimostrano che esso non è affatto una macchina perfetta: al contrario
essa ha continuamente bisogno di modifiche, aggiustamenti, sostituti e non
sarà quindi impossibile romperla definitivamente.
Queste conclusioni non hanno e non vogliono avere carattere definitivo né sentenzioso, al contrario chi scrive spera nell'apetura di un dibattito intorno a questi temi e in eventuali critiche a questo articolo, purchè esse siano dettate dalla volontà di spogliare la ricerca e l'analisi teorica dalle false ideologie di chi ha l'interesse a mantenere i rapporti di potere oggi esistenti. Seguirà nei prossimi numeri dell'osservatorio storico un'approfondimento sulla nascita del capitalismo in Russia attraverso l'interpretazione di Gershenkron e di Lenin.