La memoria della guerra e del comunismo jugoslavo
in una comunità di esuli istriani

di Gloria Nemec

 

Il tema dell'esilio è circolato molto nella letteratura del nord-est connotando identità culturali composite, condizioni esistenziali segnate da un "sentirsi dalla parte sbagliata del confine" ; la stessa memorialistica "storica", che riflette cioè l'esperienza dei giuliano dalmati esuli a seguito della seconda guerra mondiale, è prevalentemente colta e cittadina (1).
Tutt'altra cosa è stata per la gente comune la possibilità concreta di trasmettere memoria, in particolare per i contadini italiani delle comunità dell'Istria interna, parte maggioritaria di coloro che abbandonarono la ex "Zona B" a seguito del Memorandum di Londra del 1954. L'esperienza dei ceti rurali è importante per capire un elemento centrale dell'esodo : quello sradicamento, che per i soggetti significava l'abbandono delle terre duramente coltivate da generazioni, oggettivamente comportava la definitiva scomparsa della civiltà contadina italiana da secoli radicata in Istria. Ciò che emerge dal mio campione di intervistati, costituito da una trentina di nativi di Grisignana e del territorio buiese, non può dar adito a generalizzazioni, ma serve a dar rilievo ad un mondo contadino che assai raramente ha parlato in prima persona affidando piuttosto ad altri ampie deleghe politiche e culturali.
L' esodo è una di quelle "storie che si raccontano": ha rappresentato la svolta centrale del percorso biografico e solo attraverso la narrazione si possono celebrare vecchi e nuovi calendari, si può far rivivere un mondo perduto e sanare lacerazioni dell'identità personale e comunitaria. Nelle testimonianze la memoria l'evento - lungi dall'esser confinata nei brevi anni nei quali si compì - ha travalicato i limiti dell'accadere, diventando la principale chiave interpretativa del prima e l'atto costitutivo di un nuovo ordine temporale. L'esperienza collettiva di abbandono si definisce come catastrofe e genocidio culturale, in quanto i modi di relazione con il contesto ambientale, nazionale e sociale delle origini si persero per effetto di un trauma : a differenza degli emigranti, per gli esuli non esistè più il luogo dove tornare. La memoria quindi si è fatta carico non solo della responsabilità di custodire e amministrare ciò che resta del passato, ma anche di riempire con il riflesso di una civiltà scomparsa il vuoto della rovina e dell'assenza, ancora percepibile nei paesi abbandonati.
Nonostante la propensione alla narrazione, la trasmissione di memorie è stata ostacolata da una congiura di fattori diversi : a quelli di carattere generale, noti agli oralisti - come la mancanza di parole adeguate, la preminenza dell'azione sulla riflessione, il non riconoscersi come soggetti degni di autobiografia - si sono sommati fattori ambientali e generazionali specifici. Di certo contenuti e modalità della trasmissione hanno risentito dei nuovi e diversi contesti d'insediamento delle comunità. Nella Venezia Giulia l'impressione di una sovrabbondanza di testimonianze è assai legata al continuo riproporsi di una memorialistica minuta e rancorosa, finalizzata alla condanna morale e politica del comunismo jugoslavo. L'inesaurita vis polemica che ha alimentato il dibattito locale sui territori ceduti ha dato l'impressione che null'altro si potesse dire senza urtare consolidati schemi di pensiero, senza fare il gioco dell'una o dell'altra parte politica. In linea generale ciò ha indotto gli storici a lavorare sul silenzio delle carte per meglio esplicitare le loro procedure scientifiche, trascurando la dimensione della memoria, le condizioni stesse della sua formalizzazione e diffusione. Del resto memorie separate e inconciliabili, della "zona grigia" o di chiara forza conservatrice, sono state a lungo un oggetto poco appetibile per la ricerca storica anche a livello nazionale, se è vero che la storiografia resistenziale solo di recente ha affrontato il tema della memorie divise o dichiaratamente antiresistenziali (2).
Il solido ancoraggio delle memorie contadine alle piccole patrie d'origine, ha spesso provocato insofferenza nella discendenza, che dell'integrazione operata dalle precedenti classi di età ha raccolto i frutti e oggi può proiettarsi in una dimensione di globalizzazione. Se, in tali termini, la trasmissione generazionale è uno dei problemi centrali del nostro lavoro sulle fonti orali, qui lo scarto appare più vistoso ed ha contribuito ad alimentare l'isolamento culturale degli esuli, inducendoli ad un' autoreferenzialità di lungo periodo che si riproduce nell'enunciato : "chi non ha provato non può capire". Per la stessa generazione dei protagonisti l'urgenza dell'integrazione nel primo periodo ha necessariamente emarginato le peculiarità delle proprie origini e della propria storia ; essa si è sommata in modo più radicale a quel bisogno di "andare aventi, tornare alla vita" che molti testimoni evocano in riferimento al dopoguerra. Nel contesto della provincia triestina, sovente ostile all'inserimento degli "italianissimi", il tentativo di essere come tutti gli altri poteva determinare un'eclissi della memoria. Solo in un secondo momento il bisogno di un recupero delle radici, di alimentare un'identità più ricca e consapevole, ha avuto il permesso di affiorare. Per alcuni è riferimento biografico che ha una datazione precisa, per tutti l'espressione del bisogno segnala che la travagliata fase dell'integrazione è finita e si può rivendicare il diritto alla diversità, possono esplicitarsi quelle forme di cura dell'identità che prima sono state concepite come otium e lusso. (3)

Una vicenda comunitaria

Intere e compatte comunità italiane scelsero di abbandonare i territori ceduti alla Jugoslavia. Si capisce meglio tale movimento se lo si analizza in una prospettiva di storia sociale nella quale i processi decisionali e dialogici che lo precedettero siano studiati proprio in quanto dinamiche comunitarie. Sono le comunità il soggetto storico dell'esodo, in quanto non si trattò - come per altri movimenti di popolazione a seguito della seconda guerra mondiale - di un'espulsione regolata da specifica normativa (4). La storiografia ha trascurato proprio la dimensione comunitaria dell'evento: un vuoto sembra separare i linguaggi e le prospettive generali della storia politico- istituzionale (la "questione di Trieste") e la dimensione autobiografica del trauma, dello spaesamento. In tale polarizzazione dei contributi e delle ottiche, le collettività e l'intera società istriana scompaiono, o figurano come entità eterodirette.
La raccolta di memorie e tradizioni orali di una piccola comunità raffigura una società contadina sino alla sua definitiva scomparsa ; è un intero sistema di relazioni che riappare nella sua illusoria stabilità ed armonia essendo fondato sulla rimozione dell'alterità nazionale. E' evidente che le memorie individuali fanno parte di un patrimonio morale comune del quale i singoli serbano dei frammenti : il racconto si snoda in uno spazio di confine tra l'individuale e il collettivo - molti episodi vengono narrati in prima persona anche se il narratore non vi assistette - contiene le tradizioni orali comunitarie, partecipa di un'autopresentazione che è servita e serve a trasmettere identità condivise dagli italiani. Uso il termine "patrimonio morale" in senso antropologico in quanto le storie dell'esilio, presso diverse popolazioni, rappresentano non solo una descrizione e valutazione del passato ma la sua ricostruzione in termini morali e simbolici (5). Sebbene sia necessario lavorare sul lungo periodo per capire i modi di strutturazione dell'identità di una comunità italiana dell'Istria, le fonti orali riflettono la percezione di sé che i connazionali ebbero nel periodo antebellico, implicitamente indicando gerarchie e rilevanze urbane, segnalando la concentrazione interna di artigianato e servizi che confermava la supremazia storica sul contado.
La percezione del limite - come regola generale - è parte del processo di identificazione di un gruppo etnico ; qui essa risulta dalla sovrapposizione di linee di demarcazione territoriale, culturale, economica che segnano l'identità cittadina tenendola separata da un altrove dal quale doveva essere ben distinta. Il dentro e il fuori delle narrazioni ricalcano il perimetro delle mura, trasformano in parole la geografia della distribuzione "insulare" dei centri italiani nell'Istria nord-occidentale, isole urbane di italianità in una campagna croata. Tale secolare terreno di confronto etnico chiamava in causa la dipendenza della città dalla campagna, o viceversa la subalternità del contado ai nuclei urbani, riproponendo continuamente un problema di legittimazione per le classi dirigenti nazionali. Negli anni '30, mentre la composizione etnica della regione diventava ufficialmente irrilevante, a livello delle mentalità popolari si era affermato il nesso indissolubile tra fascismo e italianità , un'identificazione "naturale" che si sarebbe ritorta crudelmente a danno degli italiani dopo l'8 settembre. Per i ceti cittadini più colti, la ricca tradizione dell'irredentismo adriatico, con il suo patrimonio simbolico e lessicale mutuato dal cattolicesimo e dal nazionalismo, fece da sfondo e prestò le parole per parlare dell'amor patrio e dell'italianità. Per i contadini l'identità nazionale poteva essere vissuta e rappresentata come dato biologico ed accompagnarsi ad un orgogliosa ignoranza "delle cose della politica", dal momento che in nessuna occasione della quotidianità era necessario il ricorso ad un altro idioma.
L'eclissi del confronto tra civiltà, fu appunto eclissi e non cancellazione: essa diede alla gran parte degli italiani l'illusione di una forza e di un equilibrio che i fatti si incaricarono di smentire. Tali fattori predisposero al grande smarrimento dell'8 settembre 1943, quando il precedente disconoscimento delle differenze dovette rovesciarsi in forzato riconoscimento. Un'alterità sepolta emerse con la baldanza delle armi in pugno: ciò che esisteva da sempre, ma prima non aveva dignità culturale per esser rappresentato, fece irruzione sulla scena domestico-comunitaria a preannunciare la fine di un'epoca.
La memoria del periodo precedente subì importanti ridefinizioni e si assunse il compito di rappresentare ciò che era stato annientato valorizzandone l'armonia e l'innocenza. In un gioco di prospettive e di continui andirivieni della narrazione, la luminosità del prima fa risaltare le tenebre del dopo e viceversa; i rimandi non hanno solo la funzione stilistica-retorica di dar maggior risalto a due diversi ordini temporali, rappresentano anche un criterio di giudizio continuamente applicato.
Nelle narrazioni, l'unità tematica che precede l'esodo e racchiude in una drammatica continuità guerra e dopoguerra trova il suo incipit nel settembre del '43, definito da Carlo Schiffrer "l'anno zero per l'italianità della Venezia Giulia" (6). Prima dell'armistizio la percezione dominante era quella di essere assai lontani da una possibile zona di operazioni : l'appartenenza a una civiltà e a una cultura secolari, la più recente soppressione del conflitto politico-nazionale, regalavano la convinzione di vivere in una società pacificata, estranea e distaccata dalla temibile complessità del mondo balcanico. Invece la situazione istriana si trovò ad essere in qualche modo riflesso di uno scenario più ampio e frammentato dove la lotta al nazifascismo dei partigiani di Tito, non fu solo multinazionale, multietnica e di classe, ma anche simultaneamente condotta contro i cetnici del generale Mihajlovic, gli ustascia di Ante Pavelic, i belagardisti, le formazioni fasciste che infestarono il paese tra il 1941 e il 1945 (7).
La repentina trasformazione della lotta antifascista in uno strumento annessionistico filo-jugoslavo rendeva arduo definire lo spazio di autonomia riservato alla componente resistenziale italiana. Il partito comunista italiano, legato alle tradizionali basi operaie di città come Rovigno e Pola, alle zone minerarie dell'albonese, e quasi assente dalla campagna croata, viveva uno dei momenti più critici della sua storia. Decimato dagli arresti, senza contatti con le direzioni nazionali, appariva ancorato a tradizionali schemi di lotta che prevedevano un ruolo d'avanguardia per il proletariato urbano e quasi escludevano dall'orizzonte insurrezionale le campagne e la macchia. Divergeva da tale impostazione quella dei comunisti del PCC che nel mondo rurale croato trovavano un patrimonio di valori e tradizioni nazionali che consentiva le solidarietà fondamentali per l'organizzazione clandestina. Per la stessa classe operaia italiana il nodo inestricabile di ostilità e affinità di carattere nazionale, sociale, politico-culturale, richiedeva non poca tensione ideale per essere sciolto ; ma il valore dell'internazionalismo costituiva, per così dire, l'anima dell'antifascismo popolare e il compito di guidare l'azione a livello di base era affidato a slogan e parole d'ordine fruibili, in quanto legate ai miti dei lavoratori - l'Unione sovietica, l'Armata rossa, Stalin - che permettevano di trascendere la congiuntura locale e le sue contraddizioni, dando un contenuto possibile e meno controverso al bisogno generale di radicale mutamento (8). L'urgenza di avviare una lotta unitaria contro l'occupatore nazi-fascista consolidò nell'azione l'eterogenea compagine resistenziale istriana, mentre il percorso appariva più accidentato per i ceti rurali italiani.

Il mondo alla rovescia

L'armistizio, l'insurrezione popolare, la breve stagione dei governi partigiani, le foibe, per tanti rappresentarono "l'anarchia antiitaliana" : una sorta di mondo alla rovescia, di tragico Carnevale, nel quale chi prima era fuori dalle mura entrava con le sue insegne a prendere possesso della città e chi prima era invece superiore e rispettato rischiava di perdere la vita. La rottura dei confini immateriali tra il dentro e il fuori, il sovvertimento del limite, generavano la percezione di uno scandaloso disordine, che poteva rendere auspicabile il ripristino degli assetti precedenti, indurre a vedere come provvidenziale l'arrivo delle truppe tedesche. Di certo, come in altre emergenze rivoluzionarie, si manifestò anche qui la tendenza ad interpretare il comunismo come un sistema di disubbidienza e preda, come generica rivolta del debole contro il forte, mero ribaltamento delle gerarchie sociali che autorizzava i subalterni ad appropriarsi, non solo di beni e privilegi dai quali erano stati secolarmente esclusi, ma anche del più odioso monopolio della violenza e del suo uso arbitrario. Su questo terreno banditismo e criminalità comune potevano facilmente attecchire come anche scatenarsi feroci faide paesane. Lo stato di furore passionale - cui gli storici non hanno ancora dato un nome - di chi improvvisamente raggiunge un potere sulla vita altrui, nelle narrazioni degli istriani viene indicato dal verbo carigar - carigarse : l'esaltare - esaltarsi, l'esercitare o il subire un'influenza ai limiti del plagio, il vantare una superiorità senza costrutto.
La compattezza della comunità italiana iniziò a disgregarsi a fronte del fatto che alcuni compaesani, prima dell'azione insurrezionale normalmente inseriti, i se carigava e iniziavano ad assumere comportamenti assimilabili alle categorie del banditismo e della delinquenza. Una testimonianza può aiutare a capire come ciò potesse esser percepito da chi da questo processo si tenne fuori .

Aldo : Non so se ha sentito parlare dei V. di Castagna, che erano partigiani. Erano quattro ragazzi, praticamente dai 18 anni ai 30, fratelli [...], dei ragazzi bravi, anche con sentimento [ragionevoli]. Un giorno il papà fa : "Vai giù da Mario che ti dia una botte per tirare fuori le vinacce", che loro non avevano una botte. [...] Questo figlio più vecchio va là e chiede : "Ascolta Mario, mi ha mandato mio papà per vedere se hai una botte per mettere le vinacce". Lui risponde : "Ascolta, volentieri, ma a me la botte serve". Lui arriva a casa e dice al padre così [riferisce]. Il padre chissà come se ga carigà . Di notte sono venuti là, hanno portato via [Mario] e lo hanno ammazzato. Ecco, questo era.

Gloria : Il padre cosa aveva, qualche potere ?

Aldo : No, campagna...una casetta praticamente. Il papà non aveva niente, i figli erano del movimento, quella volta era il famoso movimento partigiano che è venuto (9).

La distruzione dei segni più tangibili della superiorità socio- politica italiana, e della documentazione istituzionale che questa aveva prodotto, è uno degli aspetti che hanno indotto gli storici all'utilizzo del termine jacqueries. Il giustizialismo tumultuoso che vide la scomparsa nella foibe di centinaia di connazionali, e le stesse modalità dell'esecuzione, parvero espressione di antichi rancori etnici, esplosione di un furore contadino che presentava tratti arcaici e trovava nelle culture popolari un sostrato ricco di valenze magico-fabulatorie, non immuni da elementi di superstizione. Documentate analisi hanno quantificato e analizzato le modalità e la geografia degli eccidi ; ciò va qui sottolineato, in quanto significativo nella costruzione di un'omogenea politica della memoria, è il valore che per la popolazione italiana dell'Istria potè assumere la sola possibilità di sparire nelle voragini carsiche (10). Il fatto che questa possibilità fosse concreta - documentata nella sua agghiacciante materialità dalle rilevazioni fatte sin dal 1944 nel corso dell'occupazione tedesca - non esclude che essa abbia potuto rivestire valenze simboliche. L'evento foibe gettò il seme della paura, in un momento in cui mancavano termini di paragone ed era incalcolabile la successiva ferocia dell'occupazione tedesca. Sul piano di un'antropologia della guerra il ruolo degli infoibamenti andrebbe studiato nel contesto degli altri accadimenti che, a partire dall'armistizio, alimentarono la paura dell'elemento contadino slavo-comunista, frenarono l'ingresso degli italiani nelle brigate partigiane, rendendo le formazioni locali spesso più temibili delle stesse SS. Un insieme di piccole arbitrarietà o grandi soprusi, di comportamenti considerati inaccettabili dai contadini, rese problematica la relazione con le formazioni resistenziali anche per coloro che non erano, in linea di principio, ostili alla guerra di liberazione . Su speranze e iniziali moti di consenso nei confronti dei drusi , alcune testimonianze fanno molto riflettere. Ma gli infoibamenti , nell'immaginario sociale, rappresentarono la sintesi estrema delle temibili possibilità cui si sarebbe andati incontro con un cambiamento di regime. Con la densità propria degli archetipi enuclearono l'angoscia per il ribaltamento delle gerarchie, l'avversione per un potere arbitrario e feroce ma non tanto autorevole da esibire le sue condanne, la paura dell'annullamento individuale, comunitario, nazionale.
Questo seme sopravvisse nel dopoguerra grazie al persistere di una violenza diffusa, dal momento che aggressioni e sparizioni - individuali e non più di massa - continuarono a seguire criteri imprevedibili, fuori dalle determinazioni logiche che nella mentalità comune tenevano assieme il crimine con la colpa ed il castigo, o che in tempo di guerra prevedevano le ostilità tra formazioni contrapposte. Se era possibile sparire senza lasciar traccia, allora nella circolarità dei discorsi all'interno delle comunità le assenze prolungate, i viaggi senza ritorno, la scomparsa di connazionali, cominciarono ad essere eventi verosimilmente collegati con il definitivo annullamento nelle voragini carsiche.
Diverse rievocazioni degli eventi bellici paiono tutte segnate da una questione centrale, attorno alla quale si sono prioritariamente organizzate: quella della responsabilità della propria condizione di esuli e della formulazione di un giudizio morale. L'esigenza di identificare i responsabili di ciò che accadde dopo chiaramente condiziona anche la memoria della guerra: le azioni resistenziali non vengono viste nel senso di fondamento di una nuova società se in questa non si ebbe pieno diritto di cittadinanza, non sono concepibili nelle loro valenze liberatorie se determinarono meccanismi di oppressione ed espulsione. Esse sono interpretate piuttosto come anticipazione di quella mancanza di tutela che il dopoguerra vide confermata, contengono un primo conato di violenza antiitaliana che le politiche successive esplicitarono , anche se in altri termini.
La questione di una legittimazione - ottenuta anche attraverso il lavorìo della memoria - delle scelte ideali e pratiche operate nel corso dei 20 mesi della guerra di liberazione è un tema cruciale per tutti gli italiani dell'Istria, ma di segno assai diverso per gli esuli rispetto a coloro che rimasero, sebbene appartenenti ad uno stesso ambito comunitario. Come i piani di espulsione dei tedeschi o degli ungheresi dalla Slovacchia salvaguardavano coloro che avevano dato un contributo al movimento resistenziale, così solo i partigiani italiani filo-jugoslavi potevano sentirsi al riparo da discriminazioni e violenze motivate dal persistere dell'equazione italiani=fascisti e rivendicare la piena legittimità della loro presenza sul territorio istriano. L'ingresso in un movimento di liberazione a guida slavo-comunista e l'assunzione delle parole d'ordine relative alla "fratellanza italo-slava" avevano il valore di un pieno riscatto morale dell'italianità. La partecipazione alle diverse organizzazioni antiresistenziali organizzate sul territorio dai nazifascisti e concepite dai paesani come "difesa dell'italianità" compaiono nelle testimonianze degli esuli senza incertezze nè remore eccessive. Nell'ultimo decennio sembrano affievolirsi le resistenze ad affrontare l'argomento anche per i pochi che rimasero e divennero cittadini jugoslavi. Il 1989 ha costituito uno spartiacque molto importante per un diverso esercizio di memoria: dopo il "crollo simbolico" del comunismo europeo è diventato possibile reinterpretare quei 20 mesi da una diversa angolatura, allineare nella memoria le piccole perplessità come i gesti di netto dissenso, persino la scelta del collaborazionismo può essere raccontata con forme che a lungo parvero illegittime ed indicibili . Ancor più radicale in tal senso la frattura costituita dalla guerra del '91 : la drammatica dissoluzione di un progetto di convivenza multinazionale, alimentato per decenni dalla fede nelle virtù unificatrici del socialismo, ristruttura la memoria storica delle minoranze nazionali valorizzando a posteriori le forme di difesa dell'identità nazionale ed attribuendo loro un chiaro significato di antagonismo.

Una cittadella assediata

La metafora del limes, dei confini immateriali che racchiudono e definiscono le identità collettive, si ripropone nei modi di raffigurazione della lotta resistenziale, del conflitto etnico e del rapporto città-campagna, assumendo accezioni diverse ma per larghi tratti sovrapponibili.
Essa serve ad un uso politico della storia in formalizzazioni divergenti e talvolta speculari, sembra materializzarsi nelle mura delle cittadine italiane, risulta potente meccanismo di strutturazione della memoria e del linguaggio. Ai massimi vertici dell'OF la guerra di liberazione era concepita come lotta della campagna contro i centri urbani che rappresentavano la dominazione straniera, politica, economica e culturale ; era conato di ribellione della campagna slava, movimento che doveva spostare il limes oltre il litorale, rigettando in mare la discendenza dei veneti occupatori costieri (11).
Alla fine del 1943, mentre l'alleato germanico controllava i centri maggiori, la gran parte dei paesi dell' Istria interna risultava presidiata dai fascisti. La raffigurazione collettiva che gli intervistati danno della cittadella presidiata ripropone l'antica contrapposizione tra un dentro noto e rassicurante, ordinato e pacificato nei suoi assetti, e il mondo esterno - simbolicamente rappresentato dal bosco - dagli incerti confini, sottoposto ad altre sovranità, nel quale si muovevano forze irregolari, dagli oscuri obiettivi e dai temibili appetiti . La presenza immediatamente fuori porta delle formazioni partigiane si rivelava attraverso piccoli atti dimostrativi, "dispetti", scaramucce notturne, gesti che parevano capaci solo di irritare l'avversario senza poi poter sostenere in piena autonomia la sua reazione. "Banditi", "ribelli", li definivano le autorità ; ma nella percezione di molti italiani si facevano labili i confini tra la banda e il branco. L'irruzione dei combattenti sulla scena domestico-comunitaria, nel luglio del 1944, viene rapportata alle rappresentazioni mentali di forza bruta, legate all'uso ripetuto di similitudini animali, per non parlare del ricco repertorio di termini riferiti alla ferinità che è stato utilizzato da tanta letteratura sugli infoibamenti .
Non vi sono equivalenti nella descrizione delle forze armate tedesche.
Queste, nel corso della sola offensiva di ottobre, fecero migliaia di morti tra la popolazione civile, i rastrellamenti terrorizzarono le genti delle campagne e quasi non v'è paese in Istria che non ricordi le esecuzioni sommarie a seguito di essi, nonchè l'incendio di case o interi villaggi. Ma le tipologie del tedesco temibile - sostanzialmente corretto e quindi prevedibile - e del partigiano animato da passioni incontrollabili, si prestarono ad acquistare una valenza simbolica generale per divenire un elemento transindividuale nelle memorie. Chi erano i partigiani slavi per i cittadini italiani ? Erano "gente del bosco".
Le testimonianze evidenziano nessi e contaminazioni con il sostrato delle culture popolari che, a priori, aveva offerto un sistema di significati entro il quale disporre l'esperienza e orientarla. I tratti di ferinità e selvatichezza, attribuiti ai protagonisti della guerra di liberazione, rivelano la complessità degli elementi percettivi in gioco. Alcuni testi risultano esemplari della possibilità di condensare elementi tra loro distanti come l'avversione nazionale, la misoginia, l'antagonismo etico-politico e il disprezzo cittadino, formalizzato secondo gli antichi schemi della "satira del villano". La sintesi realizza mostruosi connubi che ci parlano della guerra partigiana come disordine morale, deformazione delle consuetudini e dei valori di una società civile (12).
Drusi e drugarice vengono ritratti nel loro habitat naturale: il bosco, ovvero un luogo palesemente inadatto alla vita civile. Sono inselvatichiti, imbestialiti, "sono come leoni", "come fiere". L'ambientazione selvaggia evidenzia i legami con la tradizione orale istriana nella quale il bosco è un soggetto ricco di valenze magico-fabulatorie. Non è estraneo alla definizione di branco il fatto che tale soggetto collettivo per molti mesi sia stato signore della macchia, abbia scelto l'imboscata come strategia militare, la notte per la mobilità, le azioni di sabotaggio, l'approvvigionamento e il reclutamento. L'anomalia non sfuggiva agli stessi combattenti, che nella stampa clandestina si definivano "gente di bosco" (13). Sul piano di un'antropologia culturale delle tradizioni orali di lungo periodo, formalizzate in fiabe, proverbi e racconti, la selva rappresenta un topos potente. Mentre la civiltà è contenuta da uno spazio urbano senza mistero, si estende ad una natura coltivata e dominata dall'uomo, il bosco segna il limite tra il conosciuto e l'ignoto, in esso è possibile smarrirsi, incontrare fiere ed esseri soprannaturali, entrare nel mondo della superstizione, della magia, dell'orrore. Già Lefevbre aveva riscontrato che un elemento essenziale nella paura dei briganti - che infestarono le campagne francesi all'indomani della rivoluzione - era dato dal loro esser padroni della foresta (14).
Nel caso istriano, storie come Veli Joze di Vladimir Nazor, rappresentano in modo emblematico parte dei timori e delle conflittualità sin qui accennate. La favola del gigante croato che abitava - come i suoi avi ed i suoi simili - il bosco di Montona, era stata scritta da Nazor nel 1907 ed edita a Ljubliana nel 1908. Jose e la sua gente tentavano di ribellarsi alla secolare schiavitù dei mlecic'i [= piccoli veneti] riconquistando la terra-madre che da sempre avevano coltivato a vantaggio di una classe parassitaria di notabili italiani. La vicenda era così eloquente sull'oppressione del popolo croato che assunse il valore di una parabola negli anni della lotta partigiana, e divenne un classico nazional-popolare nella cultura e nella letteratura per l'infanzia del nuovo stato nato dalla resistenza (15).

Lo spaesamento

Per i residenti nella zona B del TLT, con il passaggio all'amministrazione militare jugoslava, iniziò un'esperienza di deplacement, di spaesamento, che determinò - ben prima che l'esodo si compisse - la crisi e la dissoluzione dell'identità comunitaria. Tale crisi, sempre più grave nel corso di quasi un decennio, fu elaborata da una miriade di processi discorsivi dei quali la memoria serba traccia ; i costrutti e i percorsi decisionali che precedettero l'esodo ricevettero sostanza e forma non solo da un ordine privato-familiare di accadimenti, ma anche dal flusso continuo e dalla circolarità dei racconti che attraversarono la comunità fino a costituire una sorta di tradizione orale, anche se di breve periodo. Dopo l'esperienza traumatica di rottura del limite e di invasione, nei tre anni convulsi che seguirono la guerra, gli italiani della zona B assistettero - e talvolta presero parte - alla costruzione di un regime per impulso di un processo rivoluzionario che ambiva ad essere totalizzante. La gigantesca opera di "state building" che la Jugoslavia aveva avviato, assunse per i contadini la forma di un'irruzione dello stato in casa, che trovava scarsi antecedenti, vista la presenza assai ridotta delle organizzazioni fasciste nelle campagne. Le condizioni della permanenza dipesero dal rapido succedersi delle riforme e non più da equilibri consolidati dalle antiche tradizioni di una civiltà contadina. Le testimonianze offrono un quadro ricco e variegato delle forme di dissenso e di resistenza nei confronti della politica economica (espropri, riconversione forzata delle colture, ammasso, cooperativizzazione forzata, lavoro d'assalto e obbligatorio, stakanovismo) dal momento che il possesso di una terra duramente lavorata da generazioni e l'autonomia familiare nell'organizzazione delle mansioni, erano considerati alla stregua di diritti naturali. Grande era la freddezza di fronte a una retorica della collettivizzazione che sembrava più consona al bracciantato serbo o montenegrino e voler estendere il sistema di fabbrica all'agricoltura ; subivano un insopportabile affronto i valori più radicati nelle mentalità contadine, come quelli relativi ad una gestione familiare e gerarchica della forza lavoro e di tutte le risorse.
Le innovazioni introdotte si accompagnarono ad una ridefinizione dei ruoli e delle gerarchie sociali ed etniche, allo stravolgimento dei valori e delle consuetudini, al crescere delle divisioni e del sospetto all'interno della stessa componente italiana, mentre scomparivano - o perdevano significato - alcune fondamentali figure di riferimento comunitario come i sacerdoti, i sindaci.
Accanto a ciò divenne centrale la percezione della paura. In tutta la Jugoslavia l'apparato repressivo si articolava su diversi livelli: quello politico-poliziesco, esercitato dall' OZNA con criteri di ampia discrezionalità, sul quale interveniva anche la Difesa popolare (polizia per l'ordine pubblico), e quello giudiziario rappresentato dai tribunali del popolo. Attorno a queste strutture si mosse una folta schiera di collaboratori impegnati in una diligente e serrata ricerca del fascista, del reazionario e del dissidente, anche se di matrice antifascista. L'OZNA, divenne cardine di una politica di continua vigilanza sull'intera società : essa doveva insinuarsi e controllarne tutti i segmenti, contribuendo a delineare l'immagine di un potere muto e persecutorio, onnisciente ma anche in grado di escogitare accuse e simulare reati, producendo una documentazione verosimile. Come i testimoni ribadiscono, nei centri minori bastavano poche spie per compromettere la sorte di molti. Piccole rivalità economiche o familiari, antipatie e rancori prima insignificanti, animosità tipiche del mondo paesano, potevano risultare sufficienti a porre qualcuno in posizione indifesa di fronte ai locali poteri popolari. Le prassi delatorie agirono come un vero e proprio fattore di corruzione, seminando il servilismo e il sospetto, determinando ulteriori divisioni ed accelerando il declino della compattezza comunitaria
Il linguaggio - attraverso l'uso del noi e del loro rivela lo sforzo di distinguere e separare due ambiti che nella realtà dovevano essere assai più sfumati e confusi. Loro sta ad indicare la parte avversa, i drusi, i titini, i comunisti dirigenti di partito o semplici militanti, compattati in un'unica categoria a sottolinearne la distanza, la specificità dei linguaggi e comportamenti, la pericolosità. Ma tra il noi comunitario e il loro dell'esercizio di poteri piccoli e grandi, la linea di demarcazione non ricalca con precisione la differenziazione etnica. Se la percezione del nemico non parve determinare un aumento della coesione interna, in funzione di una difesa comune, fu perché esso non era semplicemente qualificabile come agente esterno; il pericolo assomigliava piuttosto ad un'insidiosa contaminazione che agiva dall'interno, sul terreno delle relazioni personali, corrompendo consolidati vincoli di fiducia, amicizia e parentela, seminando il sospetto, e alimentando costantemente un diffuso stato di allarme.
La "questione di Trieste", la lunga contesa per l'appartenenza statale della zona B, fecero sì che la sorte di ciascun italiano apparisse simbolicamente legata a quella degli altri, dando luogo alla costruzione - linguistica e simbolica - di una comunità interiorizzata ed idealizzata, lontana dai conflitti della comunità reale, ormai stravolta e irriconoscibile rispetto al " paese perfetto" custodito nella memoria dell'anteguerra.