Marco Rossi, Arditi, non gendarmi! Dall'arditismo di guerra agli arditi del popolo 1917-1922, BFS, Pisa 1997
Il mestiere di storico si addice bene a Marco Rossi. Nel suo libro Arditi,
non gendarmi! ritroverete il rigore della ricerca e la passione dell'analisi
politica. Esistono numerosi episodi della storia sociale italiana su cui
si è detto pochissimo, in alcuni casi nulla, e che al contrario costituiscono
materiale di indagine da non lasciarsi sfuggire.
In particolare quando si tratta di prendere in considerazione gli anni difficili
e contrastati del primo ventennio del Novecento, secolo che ha conosciuto
non soltanto due tra i più sanguinosi conflitti mondiali ma anche
le dittature nazi-fasciste europee, vale sempre la pena di soffermarsi con
attenzione su quei fatti. Per ciò che concerne le vicende italiane,
bisogna ricordare che il periodo immediatamente successivo alla fine della
prima guerra mondiale segna le tappe di un difficile cammino per la libertà
e la conquista dei diritti dei lavoratori. Periodo arroventato, durante
il quale si sarebbero giocati i destini di un'Italia destinata a subire
le violenze fasciste.
Nei testi scolastici della nostra prima adolescenza, e abbastanza spesso
anche in quelli degli studi universitari, si tende a fornire un'interpretazione
delle origini del Fascismo a prescindere da qualsiasi opposizione che sin
dall'inizio si sia schierata apertamente contro l'arroganza e la temerarietà
del dilagante movimento dei fasci mussoliniani. La realtà, come dimostra
ampiamente il lavoro di Marco Rossi, fu molto diversa.
Dar conto della confusione di quei momenti e della determinazione con la
quale, grazie all'acquiescenza delle forze politiche di governo dell'epoca
e del grande capitale nazionale, Mussolini cercò ed ottenne il potere
nel breve volgere di qualche anno appena, non è certo impresa facile.
Eppure, capitolo dopo capitolo, Arditi, non gendarmi svolge il filo della
matassa della memoria - spesso tradita e più spesso ancora ricordata
male - per disegnare lo scenario inquieto di strade percorse da mille fermenti,
cariche della Polizia e barricate. Il gruppo di giovani dalle speranze presto
tradite che dalla prima ora tentarono di contrastare l'avanzata delle camicie
nere venivano dal popolo; da quella parte di popolo che da sempre aveva
subìto le angherie e le sopraffazioni di classi dirigenti poco inclini
al dialogo e tantomeno alla democrazia. Da quella parte di Italia viva che
non si arrese nemmeno più tardi allo strapotere della nomenclatura
fascista e lottò per la liberazione dal dominio autoritario. Il movimento
anarchico - il cui contributo viene perlopiù rimosso dalla storiografia
ufficiale che nega fondamento al lavoro politico di quanti non accettarono
e non accettano ancora l'ideologia corrotta dello statalismo - seppe, attraverso
le puntuali critiche di Malatesta per esempio, dar forma compiuta al pericolo
fascista, additando i suoi stretti legami con quel settore delle istituzioni
che di lì a poco avrebbe spianato a Mussolini la strada per Roma.
Il Ventennio fascista fu anche il risultato di un accordo politico-economico,
ben oltre quella sorta di malcelata epica dei fatti che ha permesso recentemente
all'onorevole Violante di assolvere i republichini di Salò e di annunziare
che pace è stata finalmente fatta. Perché il fascismo divenne
presto un modo per garantire al latifondo una sicura sopravvivenza e all'industria
una prosperità continuamente alimentata da campagne di conquista
sull'altra sponda del Mediterraneo.
L'unica idea che avevo di arditi, prima di leggere il libro di Rossi, era
legata alle squadre di sabotatori dell'esercito che pugnale tra i denti
assaltavano le trincee nemiche. Molti dei personaggi che popolano questo
libro provenivano dagli orrori della guerra mondiale, combattuta tra scontri
alla baionetta e gas velenosi. Un'altra linea di continuità che unisce
tra loro gli avvenimenti di quel periodo ed in qualche modo allinea le esperienze
traumatizzanti di una generazione alle incertezze sull'avvenire, al bisogno
di pace ed alla sete di giustizia. Quella guerra aveva insegnato a molti
ragazzi giovanissimi il valore della vita, il dramma della morte e certamente
l'abitudine alle armi.
Affrontare i fascisti in qualità di ex combattenti e veterani dei
Reparti d'Assalto richiamò ancora di più sugli Arditi del
popolo le ire della gioventù mussoliniana incapace di accettare una
simile sfida proprio da coloro che avrebbero dovuto innalzare il vessillo
del riscatto contro i governi socialdemocratici. La successiva storiografia,
e in particolare quella di Destra, preferì rimuovere lo scomodo ricordo
delle imprese di questa sorta di partigiani ante litteram che osarono tra
le altre cose combattere con accanto le bandiere nere, tradizionale simbolo
degli anarchici di tutto il mondo. Ma non ci sono soltanto arditi nel libro
di Marco Rossi: si contendono una fetta considerevole di storia sottratta
sindacalisti rivoluzionari, legionari fiumani e futuristi, in un singolare,
e dunque assolutamente inaccettabile dalla ricerca storica promossa da certa
Accademia, coacervo di volti, situazioni, speranze individuali e collettive
sfilacciate dal passare del tempo.
Storia sociale, dopotutto, significa anche questo: cartografia degli stati
d'animo, descrizione minuziosa di ambienti, capacità di descrivere
emozioni. L'esperienza di Fiume, che troverete ricomposta in un paio di
capitoli del libro, è un'altra delle minuziose ricostruzioni che
Marco Rossi ci propone attraverso un paziente lavoro d'archivio. In quelle
pagine, alcuni rovesciamenti di prospettiva ci colgono impreparati gettando
nuova luce su D'Annunzio ed il manipolo di avventurieri che lo seguirono
in una impresa impossibile, dettata più da spirito di avventura che
da calcolo politico. Tutto sommato un'Italia diversa da come troppo spesso
alcune storiografie di comodo - Sinistra compresa - ce l'hanno presentata.
Avrete certamente osservato, di recente, l'incredibile quantità di
documenti cinematografici rovesciata nel mercato dell'acquisto facile e
dedicata alle vicende della Seconda Guerra mondiale, del Terzo Reich, del
Fascismo italiano. La video-omologazione ci vorrebbe propinare una storia
per immagini il più delle volte falsata o, quando va bene, assurdamente
semplificata: nuova alfabetizzazione in pillole che aiuta a digerire una
quotidianità ormai inaccettabile nei luoghi di lavoro, in quel poco
che resta di vita sociale, a Scuola, nelle Università.
Il miracolo della carta, il disporsi compatto dell'inchiostro tra le pagine
sollecitano invece la nostra immaginazione a ricomporre scenari ed avvenimenti
negli interstizi della memoria, lì dove essi si fanno ricordo, e
dunque cultura.
Mario Coglitore