Un'introduzione alla storia orale italiana presenta non poche difficoltà
per i caratteri di questo movimento, che è stato giustamente definito
come "molecolare, individuale, informale" (1),
ed è stato sin dalle origini scosso e pervaso da fermenti e dibattiti,
tanto che la stessa locuzione (mutuata dall'inglese "oral history")
non è tuttora accettata unanimemente all'interno del movimento stesso.
Si è infatti notato come tale locuzione, affiancando a "storia"
l'aggettivo "orale", dia l'impressione di volersi contrapporre
tout court alla disciplina storica; che risulti angusta, dato lo
spazio sempre più ristretto che il discorso orale puro - ossia non
influenzato dalla cultura scritta - occupa nelle società industrializzate;
e che infine mal si presti a definire una elaborazione per lo più
poi espressa in saggi scritti, in cui le testimonianze orali trascritte
vengono utilizzate assieme ad altri tipi di fonte.
Si può convenire che "storia orale" non sia forse una espressione
completamente adeguata. Ma, a fronte di una storia che si è costituita
in disciplina scientifica basandosi pressoché integralmente sui soli
documenti scritti e che ha negato a lungo (e anzi questo si verifica spesso
ancora oggi) qualunque validità alle fonti orali, si deve pur convenire
che "storia orale" è una espressione che serve a connotare
l'attività di quegli storici che - sottoponendo a riflessione oralità
e memoria - ritengono che per il loro lavoro sia indispensabile utilizzare
anche testimonianze registrate all'uopo o altri materiali orali.
D'altronde, molta "oralità" utilizzata da questi storici
non è neppure stata registrata al magnetofono. Anzitutto perché
l'uso di testimonianze orali nella ricerca storica è ben precedente
alla rivoluzione introdotta dal magnetofono. Per esempio, Les Camisards
di Philippe Joutard (2), un classico della
storia orale di tutti i tempi, ha fatto uso non solo della trascrizione
di registrazioni coeve alla ricerca ma anche di rigorose trascrizioni già
effettuate nel corso di inchieste orali sistematiche condotte nel XVIII
secolo, in anni in cui i protagonisti stessi degli avvenimenti erano ancora
viventi.
E, del resto, anche uno dei "padri" della storia orale italiana,
cioè Danilo Montaldi, ha lungamente resistito all'uso del magnetofono
ben dopo il suo imporsi sul finire degli anni Quaranta, per ragioni non
dissimili da quelle esplicitate da Michel Ragon: "è ancora una
maniera di rimettere i cafoni al loro posto e i proletari nelle loro posizioni
stabilite. [...] Si registra e si trascrive. [...] Non si privano in tal
modo gli esseri umani della loro voce? Non sarebbe meglio incitarli a scrivere,
ad autoraccontarsi, a intervistare loro stessi, piuttosto di guidarli con
domande e costringerli ad avere un ruolo davanti al registratore?"(3).
Si tratta di una posizione rispettabile, timorosa che si costruiscano fonti
"etnocentriche" già all'origine, o che risultino viziate
da ideologismi, il che ha spinto Montaldi alla messa a punto di metodologie
d'approccio alle testimonianze orali senza uso del magnetofono.
D'altronde, una preoccupazione non dissimile da quelle di Montaldi e Ragon
ha mosso Gianni Bosio - che pure ha tessuto un "elogio del magnetofono"
- quando raccomandava che il colloquio registrato avvenisse "fra due
uomini dove entra la morte, l'al di là, la vita e le vicende della
comunità, fino a giungere a una vera ripulsa di eventuali domande
estranee alla cultura del mondo popolare, fino a giungere cioè a
un discorso critico sul tipo di domande proprie della cultura dominante"
(4).
Peraltro, nessuno ha mai sostenuto che una storiografia basata sulle fonti
orali sia di per sé "rivoluzionaria" o si contrapponga
alle forme di storiografia che non usano fonti orali. Trattasi di una "voce"
interessata fatta correre da storici non solo e non tanto conservatori quanto
refrattari alle innovazioni per proiettare un'ombra di sospetto sulla "scientificità"
della "storia orale". Gianni Bosio, ben prima dell'esplosione
dell'interesse per la nostra storia orale attorno al '77, pur consapevole
delle innovazioni che l'uso delle fonti orali poteva introdurre soprattutto
nell'ambito della storia sociale e in particolare della storia del movimento
operaio, notava come tuttavia "fonti orali, o cultura di base o cultura
di classe, e storiografia" fosse uno dei tanti rapporti che potevano
essere instaurati per "realizzare forme di consapevolezza che possono
collocarsi nell'ambito conservativo - rivoluzionario - riformista, ecc."
(5) e come quindi tale rapporto avesse
"un arco di incidenza che tocca(va) tutte le posizioni interpretative
storiografiche" (6).
E in un movimento con le caratteristiche che si è detto e che per
di più ha sempre rifiutato di costituire al proprio interno delle
scuole, i "modi di intendere la storia" e i modi di utilizzare
le fonti orali sono stati i più vari, sicché è concresciuto
un enorme laboratorio con valenze politiche non omogenee ma la cui ricchezza
metodologica è spesso insospettata agli stessi addetti ai lavori.
Questo è avvenuto malgrado gli ostacoli frapposti allo sviluppo della
storia orale, legati a pregiudizi, sia politici sia scientifico-accademici.
Infatti la "storia orale" è stata ed è assai spesso
in grado di portare alla luce "memorie" in contrasto con quelle
accreditate dalle culture ufficiali; prestando ascolto a chi - qualunque
visione del mondo avesse - nella storia quell'ascolto non ha trovato e non
trova, essa ha finito con il creare un divario nei confronti delle "memorie
ufficiali", scombussolandole e spesso minandone la credibilità.
Inoltre, in Italia la "storia orale" ha per lo più avuto
marcate connotazioni di "contestazione da sinistra" di queste
"memorie ufficiali", trovando nel Sessantotto e negli anni successivi
il proprio maggior sviluppo. I risultati sono stati, certamente, una spinta
al superamento della separazione tra storico di mestiere e storico militante;
ma anche la spinta ad affrontare argomenti che la difficoltà di consultazione
delle fonti scritte (vedi i restrittivi regolamenti degli Archivi di Stato)
rendeva impraticabili; e infine l'elaborazione di storie in collaborazione
con operai, contadini, militanti politici di base, spesso dissacranti anche
nei confronti delle "verità" propagate dalle storie, anch'esse
"ufficiali", prodotte da associazioni partigiane, sindacati, partiti
e movimenti di sinistra, dai quali, di conseguenza, essa è stata
a volte rifiutata perché ritenuta "pericolosa". Tra l'altro
non di rado lo scambio orale, il colloquio, fa affiorare negli stessi militanti
di base una memoria dissimile e spesso in contrasto con la loro "memoria
di gruppo". Sicché, l'immagine di un determinato periodo, o
di un determinato avvenimento, che emerge dai colloqui risulta di solito
essere notevolmente diversa da quella abitualmente ricordata.
Si può quindi capire come mai, solo in questi ultimi anni, di fronte
alla validità di molte delle metodologie utilizzate dal movimento
e a prodotti di ricerca sempre più maturi, e nonostante sia senza
dubbio vero che la storia orale possa aprire la strada anche a verità
dissacranti, tali pregiudizi siano andati via via attenuandosi.
Di pari passo è accaduto che gli storici orali italiani abbiano compreso
come le testimonianze che stavano loro di fronte avessero un precipuo carattere
di "documento di memoria", e quindi abbiano fatto della stessa
memoria - quella dei testimoni e quella degli storici - un oggetto
di studio indispensabile alla comprensione delle fonti che venivano costruendo;
ebbene, secondo il parere di chi scrive, questo salto di prospettiva è
stato tra i motivi fondamentali della fortuna e dello sviluppo del movimento,
senza il sostegno di momenti istituzionali, nonché, al di fuori di
una piena consapevolezza dei suoi stessi protagonisti; fortuna e sviluppo
sono quindi stati un vero e proprio "bisogno dei tempi".
Molte sono comunque le ragioni che hanno favorito il diffondersi della storia
orale e portato a valorizzarne tutta l'importanza nelle più disparate
direzioni di ricerca. Per enunciarne qualcuna: l'importanza assunta dai
rapporti tra le molte memorie collettive compresenti nella società,
la storiografia e il potere politico; la scoperta di sempre più diffuse
legittimazioni del presente a partire da "passati" a volte inventati
(come gli individui si dànno una propria visione della storia, così
le società si dànno il loro passato, nel migliore dei casi
facendo opera di selezione dei fatti, nel peggiore occultandoli o operando
addirittura "invenzione di tradizioni"); la sempre più
ampia consapevolezza che memoria e passato non solo sono costitutivi del
presente ma anche sempre ri-costruiti da questo presente; la comprensione
di quanto sia forte la funzione assunta oggi dall'uso pubblico della storia;
il fatto che dagli anni Ottanta in poi lo scontro politico - soprattutto
se paragonato a quelli del precedente ventennio - sia stato nel nostro paese
per lo più indiretto, sotterraneo, implicito e abbia creato esigenze
di identità con caratteri meno definiti, parziali e unilaterali (com'era,
per esempio, per "femminista", "omosessuale" od "operaio"),
che devono tenere conto anche di più ampie determinazioni, spesso
opposte, accentuando così un'attenzione "alla soggettività
che non si lascia ingannare da ruoli univoci e segregati, da determinazioni
astrattamente politiche, ma cerca le loro radici individuali, che hanno
tutta la polivalenza del continuum psichico" (7).
La necessità di una maggiore informazione anche per i non addetti
ai lavori su ciò che gli storici orali italiani stanno facendo, e
l'esigenza di collegamenti reciproci tra gli storici che utilizzano le fonti
orali collocati dentro e fuori il mondo accademico, ha riproposto ora l'urgenza
di dare vita all'Associazione Italiana di Storia Orale (8)
aderente all'International Oral History Association, per avere
un organismo che permetta confronti e scambi di esperienze.
In questa prospettiva si colloca la presente operazione editoriale, articolata
in due volumi, nel primo dei quali un lungo saggio introduttivo - non privo
di "tendenziosità", data la collocazione di chi scrive
all'interno della vicenda - ripercorre per sommi capi la vicenda della storia
orale italiana, tracciandone, per quanto possibile, lo sviluppo e una sorta
di odierno identikit, mentre il complesso delle problematiche più
decisamente teoriche (intreccio attuale tra storia delle donne, storia di
genere e fonti orali; conservazione delle fonti orali e loro rapporto con
la multimedialità; peculiarità della storia orale; rapporti
tra fonti orali e parola folklorica; uso delle fonti orali di oggi per la
storia moderna; ecc.) viene affidato ad altri cinque saggi.
Alcuni di questi saggi sono già stati pubblicati su riviste o volumi,
altri sono la rielaborazione di relazioni a convegni. Così, il saggio
introduttivo rappresenta un ampliamento e revisione della relazione Cultura
di classe. Esperienze e metodi di storia dal basso in Italia, tenuta
al Convegno internazionale ""Officine di storia" e musei
del lavoro: l'esperienza della storia dal basso", organizzato dalla
Fondazione Micheletti di Brescia e dal Goethe Institut di Milano, presso
la Camera del lavoro di Milano il 18 novembre 1994. I saggi di Roberta Fossati
e Alfredo Martini prendono spunto dalle relazioni da essi svolte al Convegno
"Le fonti orali nella ricerca storica: formazione, uso, conservazione",
tenutosi a Venezia presso il Dipartimento di Studi Storici dell'Università
di Venezia il 24 novembre 1997, organizzato dalla" Società di
Mutuo Soccorso Ernesto de Martino" di Venezia. Il saggio di Alessandro
Portelli è stato pubblicato in "Primo maggio. Saggi e documenti
per una storia di classe", rivista quadrimestrale, Milano, n. 13, autunno
1979, pp. 54-60. Il saggio di Franco Castelli che riprende e sviluppa temi
della relazione svolta al seminario sulle fonti orali tenutosi a
Santa Margherita ligure dal 28 al 30 novembre 1991 dalla Fondazione Feltrinelli,
è stato pubblicato in "Quaderni di storia contemporanea",
Alessandria, Istituto per la storia della Resistenza e della società
contemporanea in provincia di Alessandria, n. 23, 1998, pp. 65-81. Il saggio
di Gian Paolo Gri è stato pubblicato con il titolo Le fonti orali
di oggi per la storia di ieri? Livelli di cultura e persistenze folkloriche
nell'arco alpino orientale. Il caso dei "benandanti" negli
Atti del seminario tenutosi a Monte Verità, Ascona, nel 1994, apparsi
con il titolo Cultura d'élite e cultura popolare nell'arco alpino
tra Cinque e Seicento, a cura di Ottavio Besoni e Carlo Caruso, Basel-Boston-Berlin,
Birkhäuser Verlag, 1995, pp. 435-447, ed appare qui con modifiche apportate
dall'autore per questa sua nuova pubblicazione.
Ringrazio tutti gli autori e gli editori per l'autorizzazione concessa a
pubblicare i loro lavori.
Nel secondo volume verranno invece pubblicati saggi esemplificativi delle
diverse forme di utilizzazione delle fonti orali (nell'ambito della storia
di famiglia, della storia della Resistenza, della storia locale, della storia
del movimento operaio, della storia della deportazione, del rapporto tra
zingari e città, della razionalizzazione del canto sociale; ecc.);
vi comparirà inoltre un'appendice relativa agli studi di storia orale
in un panorama internazionale, e l'indice dei nomi ricorrenti nei due volumi.
Un'avvertenza: in questi volumi non viene affrontato il problema della fissazione
di narrazioni orali in audiovisivo, perché ciò significherebbe
entrare in un campo che è solo apparentemente vicino a quello della
storia orale ma ne è invece tuttora assai lontano.
La fissazione di narrazioni orali tramite il magnetofono oppure tramite
il videotape o la cinepresa, lungi dal dare maggiore o minore comunicazione
a seconda del mezzo utilizzato, produce comunicazioni intrinsecamente differenti.
Se è infatti vero che un racconto orale è pienamente comunicante
solo dal vivo, quando sguardo, ammiccamenti, pause e silenzi sono aspetti
integranti della comunicazione, quindi l'audiovisivo sembrerebbe una dimensione
piu consona a riprodurre la comunicazione (che non è mai solo orale,
ma anche gestuale e mimica), di fronte a strumenti tecnici diversi è
ben raro che una medesima persona si comporti nel medesimo modo e racconti
alla stessa maniera.
Ma poi il problema è soprattutto di metodo. Sull'inserimento della
comunicazione orale all'interno della comunicazione visiva manca infatti
a tutt'oggi quella riflessione specifica su strumento e fonti che ha invece
caratterizzato la storia orale.
Sicché la storia in audiovisivo o in film resta a tutt'oggi prevalentemente
improntata a una cattiva divulgazione, preoccupata più della "bellezza
del montaggio" che di un uso corretto e non manipolatorio delle fonti.
E se la storia che ci passa la televisione è per io più il
regno prediletto non della riflessione storica ma della "persuasione
occulta", mentre anche prodotti di qualità come Gli ultimi
giorni, di James Moll, prodotto da Steven Spielberg, basato su cinque
delle interviste della "Shoa Foundation" con i sopravvissuti dei
campi di sterminio nazisti, sottointendono per lo più delle storiografie
quanto mai equivoche.
Ha notalo giustamente Alessandro Portelli che la scelta del regista de Gli
ultimi giorni di evitare voci fuori campo "esibisce un'intenzione
di oggettività antiautoritaria, ma sottintende anche un'idea di onnipotenza
filmica: non commentiamo le immagini sia perché non imponiamo un'interpretazione,
sia perché parlano da sé. Il problema però è
che "fuori campo" c'è ben altro: macchine e persone, mezzi
tecnici, mezza dozzina di troupe internazionali... L'assenza della voce
fuori campo allora è più manipolatoria di una sua presenza,
perché fa parlare le immagini ma non fa vedere in che modo sono state
prodotte, per cui presenta un evento costruito come un evento spontaneo"(9). Quindi proprio "l'osservatore -
qui, la macchina da presa e l'apparato produttivo - è la condizione
che permette di vedere l'evento osservato, o addirittura lo crea: così,
la produzione che, certo facendogli un grande dono, riporta queste persone
e i loro figli ad Auschwitz, per poter filmare [... ]. La storia orale,
scritta o filmata, non consiste dunque nella semplice raccolta e riproposizione
di testimonianze, ma in una complessa costruzione dialogica di narrazioni
in cui l'intervistatore è altrettanto in gioco, altrettanto coinvolto
dell'intervistato [...] Non si può fingere che un dialogo sia un
monologo [...]. Infine: se uno scrive un libro, usando le fonti orali, le
trascrive, le monta, le riporta - e poi le analizza, immette la propria
voce in mezzo alle altre, apertamente, si prende la responsabilità
e si mette in gioco cercando di dire che cosa pensa che significhino. In
video, ancora non abbiamo trovato il modo di fare la stessa cosa senza ricorrere
a mezzi inadeguati - le teste parlanti, la voce fuori campo. Il risultato
è che, lungi dal parlare da sé, la testimonianza resta sola
e criptica, senza il supporto dell'analisi"(10).
Quindi a tutt'oggi storia orale e storia in audiovisivo o filmica, che sembrerebbero
nate per completarsi a vicenda, restano tra loro profondamente diverse,
anche se non si può escludere che un impegno metodologico congiunto
di storici orali e registi possa in futuro modificare la situazione.