Un'introduzione alla storia orale

di Cesare Bermani

Questo testo rappresenta la nota introduttiva al volume
Introduzione alla storia orale. Storia, conservazione delle fonti e problemi di metodo,
di cui proponiamo una breve
scheda , uscito nel febbraio 2000 e destinato ad essere seguito
da un secondo volume nella collana "Storia orale, storia dal basso"

Un'introduzione alla storia orale italiana presenta non poche difficoltà per i caratteri di questo movimento, che è stato giustamente definito come "molecolare, individuale, informale" (1), ed è stato sin dalle origini scosso e pervaso da fermenti e dibattiti, tanto che la stessa locuzione (mutuata dall'inglese "oral history") non è tuttora accettata unanimemente all'interno del movimento stesso.
Si è infatti notato come tale locuzione, affiancando a "storia" l'aggettivo "orale", dia l'impressione di volersi contrapporre tout court alla disciplina storica; che risulti angusta, dato lo spazio sempre più ristretto che il discorso orale puro - ossia non influenzato dalla cultura scritta - occupa nelle società industrializzate; e che infine mal si presti a definire una elaborazione per lo più poi espressa in saggi scritti, in cui le testimonianze orali trascritte vengono utilizzate assieme ad altri tipi di fonte.
Si può convenire che "storia orale" non sia forse una espressione completamente adeguata. Ma, a fronte di una storia che si è costituita in disciplina scientifica basandosi pressoché integralmente sui soli documenti scritti e che ha negato a lungo (e anzi questo si verifica spesso ancora oggi) qualunque validità alle fonti orali, si deve pur convenire che "storia orale" è una espressione che serve a connotare l'attività di quegli storici che - sottoponendo a riflessione oralità e memoria - ritengono che per il loro lavoro sia indispensabile utilizzare anche testimonianze registrate all'uopo o altri materiali orali.
D'altronde, molta "oralità" utilizzata da questi storici non è neppure stata registrata al magnetofono. Anzitutto perché l'uso di testimonianze orali nella ricerca storica è ben precedente alla rivoluzione introdotta dal magnetofono. Per esempio, Les Camisards di Philippe Joutard (2), un classico della storia orale di tutti i tempi, ha fatto uso non solo della trascrizione di registrazioni coeve alla ricerca ma anche di rigorose trascrizioni già effettuate nel corso di inchieste orali sistematiche condotte nel XVIII secolo, in anni in cui i protagonisti stessi degli avvenimenti erano ancora viventi.
E, del resto, anche uno dei "padri" della storia orale italiana, cioè Danilo Montaldi, ha lungamente resistito all'uso del magnetofono ben dopo il suo imporsi sul finire degli anni Quaranta, per ragioni non dissimili da quelle esplicitate da Michel Ragon: "è ancora una maniera di rimettere i cafoni al loro posto e i proletari nelle loro posizioni stabilite. [...] Si registra e si trascrive. [...] Non si privano in tal modo gli esseri umani della loro voce? Non sarebbe meglio incitarli a scrivere, ad autoraccontarsi, a intervistare loro stessi, piuttosto di guidarli con domande e costringerli ad avere un ruolo davanti al registratore?"(3).
Si tratta di una posizione rispettabile, timorosa che si costruiscano fonti "etnocentriche" già all'origine, o che risultino viziate da ideologismi, il che ha spinto Montaldi alla messa a punto di metodologie d'approccio alle testimonianze orali senza uso del magnetofono.
D'altronde, una preoccupazione non dissimile da quelle di Montaldi e Ragon ha mosso Gianni Bosio - che pure ha tessuto un "elogio del magnetofono" - quando raccomandava che il colloquio registrato avvenisse "fra due uomini dove entra la morte, l'al di là, la vita e le vicende della comunità, fino a giungere a una vera ripulsa di eventuali domande estranee alla cultura del mondo popolare, fino a giungere cioè a un discorso critico sul tipo di domande proprie della cultura dominante" (4).
Peraltro, nessuno ha mai sostenuto che una storiografia basata sulle fonti orali sia di per sé "rivoluzionaria" o si contrapponga alle forme di storiografia che non usano fonti orali. Trattasi di una "voce" interessata fatta correre da storici non solo e non tanto conservatori quanto refrattari alle innovazioni per proiettare un'ombra di sospetto sulla "scientificità" della "storia orale". Gianni Bosio, ben prima dell'esplosione dell'interesse per la nostra storia orale attorno al '77, pur consapevole delle innovazioni che l'uso delle fonti orali poteva introdurre soprattutto nell'ambito della storia sociale e in particolare della storia del movimento operaio, notava come tuttavia "fonti orali, o cultura di base o cultura di classe, e storiografia" fosse uno dei tanti rapporti che potevano essere instaurati per "realizzare forme di consapevolezza che possono collocarsi nell'ambito conservativo - rivoluzionario - riformista, ecc." (5) e come quindi tale rapporto avesse "un arco di incidenza che tocca(va) tutte le posizioni interpretative storiografiche" (6).
E in un movimento con le caratteristiche che si è detto e che per di più ha sempre rifiutato di costituire al proprio interno delle scuole, i "modi di intendere la storia" e i modi di utilizzare le fonti orali sono stati i più vari, sicché è concresciuto un enorme laboratorio con valenze politiche non omogenee ma la cui ricchezza metodologica è spesso insospettata agli stessi addetti ai lavori.
Questo è avvenuto malgrado gli ostacoli frapposti allo sviluppo della storia orale, legati a pregiudizi, sia politici sia scientifico-accademici.
Infatti la "storia orale" è stata ed è assai spesso in grado di portare alla luce "memorie" in contrasto con quelle accreditate dalle culture ufficiali; prestando ascolto a chi - qualunque visione del mondo avesse - nella storia quell'ascolto non ha trovato e non trova, essa ha finito con il creare un divario nei confronti delle "memorie ufficiali", scombussolandole e spesso minandone la credibilità.
Inoltre, in Italia la "storia orale" ha per lo più avuto marcate connotazioni di "contestazione da sinistra" di queste "memorie ufficiali", trovando nel Sessantotto e negli anni successivi il proprio maggior sviluppo. I risultati sono stati, certamente, una spinta al superamento della separazione tra storico di mestiere e storico militante; ma anche la spinta ad affrontare argomenti che la difficoltà di consultazione delle fonti scritte (vedi i restrittivi regolamenti degli Archivi di Stato) rendeva impraticabili; e infine l'elaborazione di storie in collaborazione con operai, contadini, militanti politici di base, spesso dissacranti anche nei confronti delle "verità" propagate dalle storie, anch'esse "ufficiali", prodotte da associazioni partigiane, sindacati, partiti e movimenti di sinistra, dai quali, di conseguenza, essa è stata a volte rifiutata perché ritenuta "pericolosa". Tra l'altro non di rado lo scambio orale, il colloquio, fa affiorare negli stessi militanti di base una memoria dissimile e spesso in contrasto con la loro "memoria di gruppo". Sicché, l'immagine di un determinato periodo, o di un determinato avvenimento, che emerge dai colloqui risulta di solito essere notevolmente diversa da quella abitualmente ricordata.
Si può quindi capire come mai, solo in questi ultimi anni, di fronte alla validità di molte delle metodologie utilizzate dal movimento e a prodotti di ricerca sempre più maturi, e nonostante sia senza dubbio vero che la storia orale possa aprire la strada anche a verità dissacranti, tali pregiudizi siano andati via via attenuandosi.
Di pari passo è accaduto che gli storici orali italiani abbiano compreso come le testimonianze che stavano loro di fronte avessero un precipuo carattere di "documento di memoria", e quindi abbiano fatto della stessa memoria - quella dei testimoni e quella degli storici - un oggetto di studio indispensabile alla comprensione delle fonti che venivano costruendo; ebbene, secondo il parere di chi scrive, questo salto di prospettiva è stato tra i motivi fondamentali della fortuna e dello sviluppo del movimento, senza il sostegno di momenti istituzionali, nonché, al di fuori di una piena consapevolezza dei suoi stessi protagonisti; fortuna e sviluppo sono quindi stati un vero e proprio "bisogno dei tempi".
Molte sono comunque le ragioni che hanno favorito il diffondersi della storia orale e portato a valorizzarne tutta l'importanza nelle più disparate direzioni di ricerca. Per enunciarne qualcuna: l'importanza assunta dai rapporti tra le molte memorie collettive compresenti nella società, la storiografia e il potere politico; la scoperta di sempre più diffuse legittimazioni del presente a partire da "passati" a volte inventati (come gli individui si dànno una propria visione della storia, così le società si dànno il loro passato, nel migliore dei casi facendo opera di selezione dei fatti, nel peggiore occultandoli o operando addirittura "invenzione di tradizioni"); la sempre più ampia consapevolezza che memoria e passato non solo sono costitutivi del presente ma anche sempre ri-costruiti da questo presente; la comprensione di quanto sia forte la funzione assunta oggi dall'uso pubblico della storia; il fatto che dagli anni Ottanta in poi lo scontro politico - soprattutto se paragonato a quelli del precedente ventennio - sia stato nel nostro paese per lo più indiretto, sotterraneo, implicito e abbia creato esigenze di identità con caratteri meno definiti, parziali e unilaterali (com'era, per esempio, per "femminista", "omosessuale" od "operaio"), che devono tenere conto anche di più ampie determinazioni, spesso opposte, accentuando così un'attenzione "alla soggettività che non si lascia ingannare da ruoli univoci e segregati, da determinazioni astrattamente politiche, ma cerca le loro radici individuali, che hanno tutta la polivalenza del continuum psichico" (7).
La necessità di una maggiore informazione anche per i non addetti ai lavori su ciò che gli storici orali italiani stanno facendo, e l'esigenza di collegamenti reciproci tra gli storici che utilizzano le fonti orali collocati dentro e fuori il mondo accademico, ha riproposto ora l'urgenza di dare vita all'Associazione Italiana di Storia Orale (8) aderente all'International Oral History Association, per avere un organismo che permetta confronti e scambi di esperienze.
In questa prospettiva si colloca la presente operazione editoriale, articolata in due volumi, nel primo dei quali un lungo saggio introduttivo - non privo di "tendenziosità", data la collocazione di chi scrive all'interno della vicenda - ripercorre per sommi capi la vicenda della storia orale italiana, tracciandone, per quanto possibile, lo sviluppo e una sorta di odierno identikit, mentre il complesso delle problematiche più decisamente teoriche (intreccio attuale tra storia delle donne, storia di genere e fonti orali; conservazione delle fonti orali e loro rapporto con la multimedialità; peculiarità della storia orale; rapporti tra fonti orali e parola folklorica; uso delle fonti orali di oggi per la storia moderna; ecc.) viene affidato ad altri cinque saggi.
Alcuni di questi saggi sono già stati pubblicati su riviste o volumi, altri sono la rielaborazione di relazioni a convegni. Così, il saggio introduttivo rappresenta un ampliamento e revisione della relazione Cultura di classe. Esperienze e metodi di storia dal basso in Italia, tenuta al Convegno internazionale ""Officine di storia" e musei del lavoro: l'esperienza della storia dal basso", organizzato dalla Fondazione Micheletti di Brescia e dal Goethe Institut di Milano, presso la Camera del lavoro di Milano il 18 novembre 1994. I saggi di Roberta Fossati e Alfredo Martini prendono spunto dalle relazioni da essi svolte al Convegno "Le fonti orali nella ricerca storica: formazione, uso, conservazione", tenutosi a Venezia presso il Dipartimento di Studi Storici dell'Università di Venezia il 24 novembre 1997, organizzato dalla" Società di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino" di Venezia. Il saggio di Alessandro Portelli è stato pubblicato in "Primo maggio. Saggi e documenti per una storia di classe", rivista quadrimestrale, Milano, n. 13, autunno 1979, pp. 54-60. Il saggio di Franco Castelli che riprende e sviluppa temi della relazione svolta al seminario sulle fonti orali tenutosi a Santa Margherita ligure dal 28 al 30 novembre 1991 dalla Fondazione Feltrinelli, è stato pubblicato in "Quaderni di storia contemporanea", Alessandria, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria, n. 23, 1998, pp. 65-81. Il saggio di Gian Paolo Gri è stato pubblicato con il titolo Le fonti orali di oggi per la storia di ieri? Livelli di cultura e persistenze folkloriche nell'arco alpino orientale. Il caso dei "benandanti" negli Atti del seminario tenutosi a Monte Verità, Ascona, nel 1994, apparsi con il titolo Cultura d'élite e cultura popolare nell'arco alpino tra Cinque e Seicento, a cura di Ottavio Besoni e Carlo Caruso, Basel-Boston-Berlin, Birkhäuser Verlag, 1995, pp. 435-447, ed appare qui con modifiche apportate dall'autore per questa sua nuova pubblicazione.
Ringrazio tutti gli autori e gli editori per l'autorizzazione concessa a pubblicare i loro lavori.
Nel secondo volume verranno invece pubblicati saggi esemplificativi delle diverse forme di utilizzazione delle fonti orali (nell'ambito della storia di famiglia, della storia della Resistenza, della storia locale, della storia del movimento operaio, della storia della deportazione, del rapporto tra zingari e città, della razionalizzazione del canto sociale; ecc.); vi comparirà inoltre un'appendice relativa agli studi di storia orale in un panorama internazionale, e l'indice dei nomi ricorrenti nei due volumi.
Un'avvertenza: in questi volumi non viene affrontato il problema della fissazione di narrazioni orali in audiovisivo, perché ciò significherebbe entrare in un campo che è solo apparentemente vicino a quello della storia orale ma ne è invece tuttora assai lontano.
La fissazione di narrazioni orali tramite il magnetofono oppure tramite il videotape o la cinepresa, lungi dal dare maggiore o minore comunicazione a seconda del mezzo utilizzato, produce comunicazioni intrinsecamente differenti.
Se è infatti vero che un racconto orale è pienamente comunicante solo dal vivo, quando sguardo, ammiccamenti, pause e silenzi sono aspetti integranti della comunicazione, quindi l'audiovisivo sembrerebbe una dimensione piu consona a riprodurre la comunicazione (che non è mai solo orale, ma anche gestuale e mimica), di fronte a strumenti tecnici diversi è ben raro che una medesima persona si comporti nel medesimo modo e racconti alla stessa maniera.
Ma poi il problema è soprattutto di metodo. Sull'inserimento della comunicazione orale all'interno della comunicazione visiva manca infatti a tutt'oggi quella riflessione specifica su strumento e fonti che ha invece caratterizzato la storia orale.
Sicché la storia in audiovisivo o in film resta a tutt'oggi prevalentemente improntata a una cattiva divulgazione, preoccupata più della "bellezza del montaggio" che di un uso corretto e non manipolatorio delle fonti. E se la storia che ci passa la televisione è per io più il regno prediletto non della riflessione storica ma della "persuasione occulta", mentre anche prodotti di qualità come Gli ultimi giorni, di James Moll, prodotto da Steven Spielberg, basato su cinque delle interviste della "Shoa Foundation" con i sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti, sottointendono per lo più delle storiografie quanto mai equivoche.
Ha notalo giustamente Alessandro Portelli che la scelta del regista de Gli ultimi giorni di evitare voci fuori campo "esibisce un'intenzione di oggettività antiautoritaria, ma sottintende anche un'idea di onnipotenza filmica: non commentiamo le immagini sia perché non imponiamo un'interpretazione, sia perché parlano da sé. Il problema però è che "fuori campo" c'è ben altro: macchine e persone, mezzi tecnici, mezza dozzina di troupe internazionali... L'assenza della voce fuori campo allora è più manipolatoria di una sua presenza, perché fa parlare le immagini ma non fa vedere in che modo sono state prodotte, per cui presenta un evento costruito come un evento spontaneo"(9). Quindi proprio "l'osservatore - qui, la macchina da presa e l'apparato produttivo - è la condizione che permette di vedere l'evento osservato, o addirittura lo crea: così, la produzione che, certo facendogli un grande dono, riporta queste persone e i loro figli ad Auschwitz, per poter filmare [... ]. La storia orale, scritta o filmata, non consiste dunque nella semplice raccolta e riproposizione di testimonianze, ma in una complessa costruzione dialogica di narrazioni in cui l'intervistatore è altrettanto in gioco, altrettanto coinvolto dell'intervistato [...] Non si può fingere che un dialogo sia un monologo [...]. Infine: se uno scrive un libro, usando le fonti orali, le trascrive, le monta, le riporta - e poi le analizza, immette la propria voce in mezzo alle altre, apertamente, si prende la responsabilità e si mette in gioco cercando di dire che cosa pensa che significhino. In video, ancora non abbiamo trovato il modo di fare la stessa cosa senza ricorrere a mezzi inadeguati - le teste parlanti, la voce fuori campo. Il risultato è che, lungi dal parlare da sé, la testimonianza resta sola e criptica, senza il supporto dell'analisi"(10).
Quindi a tutt'oggi storia orale e storia in audiovisivo o filmica, che sembrerebbero nate per completarsi a vicenda, restano tra loro profondamente diverse, anche se non si può escludere che un impegno metodologico congiunto di storici orali e registi possa in futuro modificare la situazione.