Spesso accade che le trascrizioni degli interventi di un convegno siano
troppo o troppo poco inerenti ad una linea storiografica comune. Non si
corre questo rischio nel leggere l'intervento di Sergio Bologna alla Camera
del Lavoro di Milano il 3 giugno 1993 poichè è l'unico ad
essere stato trascritto.
L'intento principale di Nazismo e classe operaia, 1933-1993" (Manifestolibri,
1996) è quello di portare in Italia un nuovo dibattito sul revisionismo
per evitare di essere colti impreparati, poichè rispetto al già
noto Historikerstreit della seconda metà degli anni '80 vi
sono nuovi elementi. Il riferimento è il libro di Rainer Zitelmann
(Hitler, Selbstverstandnis eines Revolutionars) in cui si sostiene
che Hitler sia stato realmente un leader operaio, e così facendo
l'ordine del discorso, ritenuto appunto revisionista, porterebbe alla conclusione
che la presa del potere da parte del nazionalsocialismo sia stata voluta
in gran parte dalla classe operaia, componente del partito nazista per un
buon 40%, invece della Mittelstand, i ceti medi.
Sergio Bologna tenta di rielaborare tesi che fino ad oggi non sarebbero
state messe in discussione che però oggi, caduto il Muro di Berlino
e rinfocolatosi fortemente il neonazismo, vengono abbandonate in favore
di una analisi sulla modernizzazione: un certo tipo di storiografia sostiene
che dopotutto la Germania si è modernizzata con il nazismo e che
quindi esso risulterebbe essere un periodo da inquadrare in quest'ottica
dimenticando pure il rovescio della medaglia. Bologna invece preferisce
la tesi di Fischer secondo cui il passaggio dalla monarchia alla repubblica
ed infine alla dittatura non ha presentato una rottura ma bensì una
continuità delle élites ed è proprio per questa
ragione che la classe operaia non difese Weimar; questo però non
vuole dire che essa abbia aderito al nazismo. E' il caso di ricordare che
l'assistenza sociale funzionava, durante Weimar, come schedatura di massa
di persone estremamente ricattabili perchè, per la maggior parte,
erano disoccupate ed in stato di precarietà. Con la salita al potere
del nazismo tale pratica si radicalizzò poichè coloro i quali
erano ritenuti Asozialem, ovvero disoccupati, subirono "sul
piano della segregazione e dell'annientamento fisico" una vera e propria
azione di "selezione sociale" che sfociò nella creazione
di campi per il lavoro coatto, Arbeitshauser, che rappresentavano
l'inizio del sistema concentrazionario nazista. Si tenga conto che tale
radicalizzazione venne portata avanti da un regime che inglobò il
personale della burocrazia assistenziale per com'era durante Weimar: questo
altro elemento di continuità tra repubblica e nazionalsocialismo
dovrebbe fare comprendere che la mancata difesa di Weimar fu, in realtà,
la mancata difesa di un sistema meno iniquo della borghesia ma pur sempre
in regime di modo di produzione capitalistico.
Il proletariato tedesco non rimase impassibile di fronte all'ascesa nazionalsocialista
e questo è di facile comprensione se si ricordano gli scontri di
piazza che avvenivano per lo più tra giovanissimi, referenti del
partito comunista oppure semplici autorganizzati, che ricordano, in parte,
sempre che sia lecito fare comparazioni, gli scontri in Italia tra Arditi
del popolo e squadracce fasciste. Anche in seguito gli operai agirono in
dissenso con il regime per mezzo di una resistenza passiva poichè
la reazione del potere era forte. Tra il 1936-1937 vennero effettuati 200
scioperi seguiti da ritorsioni inaudite le quali portarono all'arresto di
11.687 persone. Lo sciopero non era una scelta facile e, molto spesso, si
rivelava controproducente.
Si tenga conto che le organizzazioni operaie furono praticamente distrutte
il 2 maggio 1933 con l'occupazione delle loro sedi da parte delle SS e delle
SA; inoltre la composizione della classe operaia si presentava ancora legata
ad una fase storica pre-fordista poichè una buona parte della forza
lavoro era impiegata in Micro-imprese: questo significa che uno scontro
frontale di natura fordista con al centro l'operaio massa era ancora da
venire. Le lotte si trasformarono in opposizione passiva.
Il nodo dell'interpretazione però non l'abbiamo ancora sciolto del
tutto: la classe operaia fece concessioni e appoggiò la scalata del
potere da parte dei nazisti? Secondo Sergio Bologna avvenne proprio l'opposto:
"la conclusione generale che si può trarre da questi frammenti
di storia è che non è vero che il proletariato tedesco si
sia arreso senza combattere. E' vero invece che le sue capacità di
resistenza furono logorate e consumate nei terribili anni della crisi, quando
la Repubblica di Weimar fu governata con metodi semidittatoriali da coloro
che aprirono a Hitler la strada del potere e le forze di chi aveva cercato
di contrastarlo erano giunte allo stremo. Gli anni che precedettero la presa
del potere di Hitler sono anni di guerra civile strisciante. Nelle condizioni
in cui gli avversari del nazismo furono costretti a condurre la loro resistenza,
difficilmente qualcuno avrebbe potuto fare di più e meglio"(p.
133).
Oltre alla forte interpretazione che esce dal libro è da sottolineare
la vasta bibliografia per orientare gli interessati in merito alle tematiche
delineate in modo, speriamo, di avere dato un'idea al possibile lettore
su quanto narra e critica Bologna.
Affiancando Nazismo e classe operaia ad altri testi sullo sterminio
nazista viene spontaneo domandarsi se il vero revisionismo non sia parte
integrante dell'analisi di Bologna. La lettura secondo cui la prassi concentrazionaria
incominciò con lo scopo di soggiogare il nemico di classe della borghesia,
rispetto alla storiografia che vuole vedere nello sterminio nazista la sola
volontà di raggiungere l'eliminazione delle razze inferiori, secondo
alcuni è deviante e parzialmente accondiscente con lo sterminio.
In fondo si tratta dela stessa accusa che viene posta ai Bordighiani che
sono poco interessati a Fascismo-Antifascismo in favore della coppia Capitalismo-Anticapitalismo.
L'accusa posta ai bordighiani è mistificante e piuttosto coorporativista
poichè i buoni ed i cattivi hanno provenienza di natura culturale
e non sociale: ciò che conta è essere stati antifascisti e
non salariati ed in questa maniera, passati ormai cinquant'anni, è
facile propagandare falsi storici e nuovi eroi. Concludiamo ribadendo la
convinzione, poichè abbiamo abbastanza fonti per la ricerca storica,
che il regime nazista sia stato voluto dalla borghesia e combattuto da un
proletariato sempre più stanco perchè represso da entrambe
le parti: quella della democrazia occidentale in stile Fronte Popolare e
quello delle dittature occidentali in stile nazismo. Se dare questa lettura
significa essere revisionisti accettiamo l'accusa chiarendo però
che l'antifascismo di molti significa rimanere legati al biennio resistenziale
inquadrandolo, come avvenne poi, in un'ottica di "lunga marcia verso
le istituzioni".
Matteo Dominioni