Della "borghesia di stato"

di Giancarlo Fullin

Una parte di questo saggio è apparsa nel n. 51 (novembre/dicembre 1995) de La Contraddizione.

 

La "sostituzione della politica alla realtà"
Ogni classe al potere impone, oltre ai rapporti di produzione e di riproduzione che le sono propri, la propria particolare interpretazione degli stessi, la quale viene tuttavia presentata come visione oggettiva e universale della realtà.
Se oggi questo processo di ideologizzazione di classe della realtà dei rapporti sociali risulta particolarmente evidente nel trionfo delle idee di impresa, di privato e di mercato - nelle quali è immediato e fin troppo facile leggere il dominio materiale e culturale della borghesia capitalistica - meno evidente è invece il carattere ideologico di classe di quel "primato della politica" che si è affermato grazie alla riduzione di questa, della politica, alle vicende del potere istituzionale, dei partiti, dei sindacati e di tutto quanto ad essi è collegato.
Un conto è infatti affermare il carattere politico della realtà, di tutta la realtà (e fu questa la più importante battaglia politico-culturale sostenuta dalla sinistra negli anni del secondo dopoguerra), un conto è la generale sostituzione - in larga parte avvenuta con la collaborazione della stessa sinistra negli ultimi due decenni - alla realtà, alla concreta dinamica dei rapporti sociali di classe, delle forme istituzionali della politica, così come queste di volta in volta si definiscono. L'attività politica si è così affrancata dalla necessità di dover rispondere a problemi di natura sociale e di classe, rispetto ai quali le varie forze politiche rappresentavano la diversità, la conflittualità o la convergenza, degli interessi in campo; tutti i partiti, oggi, si pongono come la vecchia Democrazia Cristiana, cioè come espressione dell'"interesse generale" del paese e della società, e chiedono un mandato a governare non in nome di differenti scelte programmatiche di politica economica e sociale, ma in nome della presunta migliore capacità di governo degli uni rispetto agli altri. Alle radici della perdita di significato di "destra" e di "sinistra" vi è dunque l'assenza di qualsiasi analisi sociale e di qualsiasi riferimento ad interessi e bisogni di classe, assenza che fa sì che la "politica" e gli agenti della stessa (partiti) perdano valore di rappresentanza dei conflitti e tendano ad esprimere compiutamente solo se stessi.
Tale fenomeno di autonomizzazione della politica, di "sostituzione della politica alla realtà", ha la sua manifestazione ideologica più forte nel dominio che questa, intesa essenzialmente come coinvolgimento nella cronaca del potere, ha nei media e nei mezzi di informazione (anche quelli di opposizione) e, attraverso questi, nella "opinione pubblica", nella coscienza comune diffusa, cioè nelle forme della rappresentazione della realtà che sono proprie della nostra epoca. La comunicazione mediatica si è largamente sostituita all'esperienza della realtà e, con essa, al tentativo di ricostruirne per via autonoma la comprensione. Così la politica è stata trasferita dall'esercizio di partecipazione attiva al vivere sociale allo spettacolo mediatico del potere e dei suoi attori, cui è imposto assistere quotidianamente, pena la perdita del senso di appartenenza alla comunità.
Tale dominio coincide in modo evidente con gli interessi generali della borghesia capitalistica, rivolti ad esercitare una egemonia ideologica totalizzante e funzionale al mantenimento dei rapporti di classe esistenti e ad impedire la formazione di una coscienza di classe antagonista. Ma poiché tale dominio si esercita essenzialmente attraverso la "sostituzione della politica alla realtà" - come un tempo si esercitava attraverso la "sostituzione della religione alla realtà" - il momento "politico", cioè il complesso degli agenti collettivi (partiti, sindacati, associazioni, lobby, ecc.) e istituzionali che attuano il dominio, deve essere analizzato nella propria specificità e nel rapporto che esso instaura con la borghesia capitalistica, detentrice del potere economico e produttivo.
Il ritardo in tale analisi rende largamente incomprensibili, nel loro rapporto con la struttura di classe della società italiana e, in particolare, con le articolazioni della borghesia al potere, il complesso degli eventi politici che hanno caratterizzato in modo così sconvolgente gli ultimi anni: la dissoluzione del sistema di potere democristiano e craxiano, l'esplosione e la parabola del leghismo, la scelta liberale e di mercato del Pci-Pds, il ruolo antioperaio e antipopolare di equilibratore di sistema assunto dal sindacalismo confederale, il fenomeno tangentopoli, la comparsa e il successo di Berlusconi e di Forza Italia, l'affermazione di Alleanza Nazionale; e, con questi, gli esiti attualmente in gestazione.
Ebbene, poiché una crisi così profonda e sconvolgente del sistema politico non è esplosa in conseguenza di forti conflitti sociali ma proprio nel periodo di maggiore arretramento del movimento operaio dal dopoguerra ad oggi e in concomitanza con la dissoluzione del cosiddetto "campo socialista", un qualche rapporto con conflitti, con antagonismi reali e non soltanto "politici", attivi all'interno della borghesia al potere tale crisi deve pure avere.

Lo sviluppo della "borghesia di stato"
Per quanta letteratura ci sia stata sullo sviluppo del capitalismo di stato nella economia italiana e sulle politiche economiche del welfare, quasi mai si è preso in considerazione il fatto che questi fenomeni, inevitabilmente, portavano con sé la crescita e lo sviluppo di un segmento di classe borghese che, attraverso l'esercizio del potere politico, diventava crescentemente in grado di estendere la propria influenza e il proprio controllo a interi settori dell'economia industriale, e si moltiplicava nella crescita di massa degli apparati dello stato (istruzione, università, magistratura, enti previdenziali e mutualistici, strutture ospedaliere ecc.), nel complesso dei servizi sociali messi in essere per ragioni di politica economica e di attenuazione dei conflitti, nei delicati e sempre più importanti meccanismi della comunicazione e dell'informazione. Certamente capitalismo di stato e welfare hanno caratterizzato la realtà di tutti i paesi a capitalismo industriale ma ben diverso è stato il peso proporzionale che essi hanno avuto all'interno delle varie società. Nel caso italiano, già fortemente caratterizzato in questo senso dall'esperienza fascista e dalle modalità della ricostruzione post bellica, la presenza del forte e lungo conflitto sociale di massa, che ha caratterizzato gli anni settanta con acute tensioni di carattere rivoluzionario, ha giocato un ruolo non secondario nello sviluppo di tale processo. Nella generale rimozione che è stata operata da parte della sinistra (dal Pci-Pds in primo luogo) di una analisi di classe della realtà, è da comprendersi anche la rimozione di quella straordinaria stagione di lotta di classe che si è sviluppata in Italia, e nel resto del mondo, tra la fine degli anni sessanta e la prima metà degli anni settanta. Se il '68 è rimasto nel linguaggio, ben scarsa consapevolezza è rimasta, invece, della rottura potenzialmente rivoluzionaria che le lotte operaie, studentesche e sociali di quegli anni hanno rappresentato nei confronti delle "compatibilità di sistema", sia materiali che ideologiche e culturali. In momenti diversi e da parte di forze e strati sociali diversi, vennero infatti aggredite da movimenti spesso a dimensione di massa sia le regole dell'organizzazione capitalistica del lavoro e del comando sul lavoro, sia le regole della divisione sociale del lavoro e della sua riproduzione, sia le regole della politica e delle forme del dominio di classe sullo stato e sulla società, sia le regole dell'egemonia culturale e ideologica della borghesia anche nel terreno dei così detti "diritti civili". Con la conseguenza che si aprì un vero e proprio "circuito rivoluzionario", capace di spezzare l'isolamento della classe operaia e di coinvolgere larghi strati popolari e di borghesia intellettuale; il tutto in un contesto internazionale caratterizzato da forti lotte in tutti i paesi a capitalismo industriale, compresi gli Usa, e dall'arrivare a compimento dei processi di decolonizzazione innescati dal secondo conflitto mondiale, molti dei quali a orientamento socialista.
Assieme alle lotte operaie è stata rimossa anche la "grande paura" conosciuta allora dalla borghesia capitalistica italiana. Questa, dove le fu possibile, abbandonò intere attività produttive e trasferì per anni capitali all'estero (contribuendo così a determinare l'arretratezza del nostro paese e, contemporaneamente, sviluppando la propria vocazione finanziaria e speculativa), e per resistere all'urto di conflitti che minacciavano direttamente i rapporti di potere tra le classi e per contemporaneamente impedire che il Pci arrivasse al governo sull'onda di movimenti sociali che esso non governava direttamente e compiutamente, malgrado continuasse ad egemonizzare nel loro insieme, favorì, ben più che in qualsiasi altro paese occidentale, sia lo sviluppo del il sistema dell'industria e dell'economia pubblica (capitalismo di stato) che lo sviluppo di quello che si incominciò impropriamente a chiamare "stato sociale" (il sistema assistenziale), potenziando al massimo la presenza e il ruolo di tutte le articolazioni statuali, tanto da farle assomigliare (per estensione e per natura) a quelle proprie dei paesi a "socialismo reale". In altri termini, si acconsentì alla crescita della "borghesia di stato", cui venne delegata, nell'immediato, la funzione di mediare i conflitti sociali; nel lungo periodo, la funzione di eliminare del tutto il conflitto (secondo il ruolo proprio della "borghesia di stato" al potere nei paesi a "socialismo reale").
In presenza di un sindacato e di un Partito Comunista disponibili a garantire l'ordine sociale in cambio di legittimità istituzionale, capitalismo di stato e politiche del welfare hanno conosciuto una estensione sconosciuta agli altri paesi e la "borghesia di stato" ha assunto dimensioni di massa, tanto da potersi considerare, oggi, un vera e propria articolazione autonoma della classe borghese. Secondo dati di qualche anno fa, certamente approssimativi ma comunque testimoni del carattere macroscopico del fenomeno, si stimavano in circa 2.000.000 le persone che nel nostro paese "vivevano" di politica, cioè della gestione di relazioni istituzionali statuali, contrattuali, associative e quant'altro. Tale dato quantitativo, per quanto correggibile, deve comunque essere sottoposto a dei moltiplicatori, in ragione del fatto che da questi "politici diretti" derivano poi i "politici indiretti" nelle direzioni e nelle gestioni di enti, società, istituzioni ecc., (direttamente o indirettamente) controllati dallo stato. Si tratta pertanto di un corpo sociale più o meno consistente quanto i 4.000.000 di imprenditori cui ama rivolgersi Berlusconi, certamente composito e articolato al pari di questi, ma diversamente da questi fortemente organizzato politicamente ed istituzionalmente. E la cosa fa una notevole differenza.

Dal punto di vista economico questa articolazione di classe borghese acquisisce il proprio reddito mediante appropriazione di una quota di plusvalore sociale, cui accede essenzialmente per mandato politico, diretto o indiretto, attraverso quel meccanismo che nella realtà italiana è chiamato "lottizzazione". Non vi è primariato e secondariato ospedaliero; ordinariato e finanche incarico universitario; dirigenza giudiziaria; dirigenza industriale pubblica, di azienda autonoma, di ente locale, di museo, di ufficio; presidenza di scuola, ecc., per non parlare della Rai e del sistema dell'informazione, che non siano stati determinati dall'appartenenza diretta o indiretta al gruppo di potere politico "titolare", localmente o nazionalmente, del settore in questione, o ai legami con qualche "personalità" politica.
Naturalmente, il fenomeno non ha riguardato esclusivamente i ruoli dirigenti. La pratica delle assunzioni clientelari fino ai livelli più bassi è stata fenomeno generale nella pubblica amministrazione e nei settori da essa controllati, ed è servita a garantire alle dirigenze e ai gruppi di potere politico consenso di massa ed elettorale. Ma il lavoratore assunto per via clientelare resta pur sempre, nella generalità dei casi, un lavoratore dipendente, la cui funzione e il cui reddito gli consentono, con qualche piccolo privilegio, di riprodurre la propria forza lavoro.
Viceversa le funzioni e il reddito cui accede la "borghesia di stato", figliata da partiti, sindacati, associazioni, lobby, ecc., le consentono di uscire dalla sfera della semplice riproduzione e di appropriarsi di quote sempre maggiori di ricchezza, pubblica o privata. La privatizzazione di sanità, università, aziende pubbliche, ecc., viene infatti nella sostanza prima delle leggi che ne consentono la cessione al capitale privato e, con essa, il trasferimento della proprietà. Viene quando il primario ospedaliero, il docente universitario, il dirigente d'azienda e di industria pubblica utilizzano la funzione assegnata loro e il potere di cui dispongono - funzione e potere che, derivando da relazione politiche, sono di fatto sottratti a qualsiasi verifica e a qualsiasi regola di mercato - per accrescere il proprio reddito a scapito o in dispregio della istituzione alla quale appartengono. In tale modo la funzione nell'istituzione diventa il mezzo per una ulteriore e più ricca appropriazione individuale, e l'istituzione stessa tende ad essere finalizzata a realizzare occasioni di appropriazione di ricchezza.
Il primario ospedaliero che impone la visita privata per accedere ai servizi ospedalieri può farlo in virtù del suo potere, ma nel fare questo funzionalizza il servizio alla crescita del proprio reddito e coopera alla trasformazione del servizio in disservizio. Egualmente il docente universitario che utilizza il suo ruolo per accedere a collaborazioni, consulenze e incarichi presso aziende, funzionalizza il suo lavoro universitario a fini privati, collaborando a sottrarre l'istituzione alla funzione di formazione degli studenti, che diventano così mezzi e non fine. A sua volta il dirigente pubblico di azienda o di industria che intrattiene affari con aziende collegate o concorrenti, funzionalizza l'attività che da lui dipende ad interessi altrui, dai quali consegue un utile proprio.
Parcelle, consulenze, incarichi, affari, finanziamenti, relazioni, ecc., funzionano così come moltiplicatori del reddito appropriato dalla "borghesia di stato" e, nello stesso tempo, come funzionalizzatori e condizionatori dell'attività istituzionale.

Un segmento di classe senza proprietà all'assalto dello stato attraverso lo stato
Alla riproduzione di classe di tale "borghesia di stato" manca certamente l'elemento della proprietà, e quindi della trasmissione ereditaria delle funzioni e dei ruoli mediante i quali avviene l'appropriazione di parte della ricchezza sociale collettiva. A tale limite, questa articolazione di classe della borghesia, prima di approdare alla rapina diretta e generalizzata mediante tangenti, ha risposto mediante l'estensione delle proprie funzioni a tutti gli ambiti che era possibile inglobare e alla loro moltiplicazione (enti, amministrazioni, comitati, commissioni, consulte, centri studio e di ricerca, ecc.), sia accumulandoli che spartendoli tra affiliati, conviventi e consanguinei. E' così ormai normale la presenza trasversale tra partiti enti, istituzioni, aziende ecc. di uomini e donne di seconda generazione (e presto di terza), come è sempre avvenuto nella borghesia per le libere professioni ad alto contenuto professionale ed economico: medici, ingegneri, avvocati, architetti, ecc.
In tale modo, ai fini della sua stessa "riproduzione allargata", questa borghesia si è fatta portatrice in proprio dell'estensione del capitalismo di stato e, in genere, della presenza e del ruolo dello stato, e le sue esigenze sono venute a coincidere con il crescere dell'estensione e dei ruoli, dei compiti e delle funzioni, dello stato, che ha crescentemente investito e regolato i rapporti di produzione, di lavoro e di vita, i rapporti tra gruppi sociali e gli individui, al pari di quelli tra individuo e individuo e tra individuo e stato. Si tratta di quel processo di razionalizzazione-burocratizzazione dei rapporti sociali che tende a trasformare lo stato, da luogo politico del dominio di una classe sull'intera società e di repressione/mediazione dei conflitti sociali, in realtà apparentemente oggettiva e neutrale, che informa dall'interno tutta la società e con il quale i singoli (sfruttati) entrano in rapporto in quanto singoli e non più, all'apparenza e alla coscienza, in quanto appartenenti ad una classe sociale.
Esso, lo stato, agisce quindi da uniformatore sociale e culturale nell'ottica della classe dominante, della quale incorpora ed esprime - senza però renderne evidente la matrice di classe - i principi e i valori. La funzione del suo enorme apparato burocratico non è più quella di "mediare" il conflitto ma quella di "rimuovere" l'idea stessa di conflitto nella pratica e nella coscienza dei soggetti, mentre partiti, sindacati, associazioni, lobby, ecc., cessano di rappresentare la società, e la sua contraddittoria e antagonistica composizione, e si contendono in realtà la gestione e il possesso dei ruoli e delle funzioni di governo dell'apparato statale, riducendo crescentemente la loro funzione a quella di selezionatori e controllori del personale dirigente dello stato. Allo sviluppo di tali trasformazioni doveva concorrere, nella realtà italiana, la straordinaria coincidenza tra la concezione interclassista dello stato di matrice democristiana e la sostanziale neutralità riconosciuta alle istituzioni nella concezione del Pci di Togliatti e di Berlinguer ("via italiana al socialismo").

La crescente degenerazione della vita istituzionale va dunque ricondotto in misura non indifferente a questa tendenza/necessità della "borghesia di stato" ad affermare e ad ampliare la propria sfera di riproduzione, favorendo l'espansione dell'intervento pubblico anche di là dalle politiche economiche e sociali cui esso avrebbe dovuto servire, con conseguenze non indifferenti sull'espansione del debito pubblico. I grandi costi, la scarsa efficienza e produttività del settore pubblico, non sono quindi da imputarsi ad una supposta incapacità ontologica di tutto ciò che è pubblico a competere con tutto ciò che è privato, ma al fatto che le attività pubbliche nel loro complesso sono state finalizzate ad essere oggetto e mezzo di rapina sistematica, diretta e indiretta, da parte della "borghesia di stato" e dei suoi patron politico-sindacali istituzionali. Rapina divenuta selvaggia e largamente generalizzata in era craxiana, anche in rapporto alla totale "laicità", cioè alla totale indipendenza da qualsiasi sistema di valori etico-sociali di riferimento, del nuovo ceto politico e sindacale, affermatosi negli anni ottanta come protagonista e gestore della sconfitta del conflitto sociale.
L'assalto alla diligenza del capitale sociale collettivo non ha così più conosciuto limiti né fedeltà ideologiche, diventando sempre più guerra per bande (concorrenza) e cercando di estendere crescentemente la propria rapina al plusvalore privato, industriale e speculativo, sempre bisognoso di appalti e di commesse pubbliche, di profitti realizzati grazie al capitale pubblico e di assistenze di varia natura: finanziamenti, incentivi, defiscalizzazioni, cassa integrazione, prepensionamenti, ecc. La pratica universale delle tangenti in tutti i paesi a "democrazia industriale" non costituisce pertanto una disfunzione del sistema (questione morale), ma ne rappresenta il modo normale di funzionamento: spartizione consensuale/conflittuale di quote crescenti di plusvalore sociale tra "borghesia di stato" e borghesia capitalistica.
Nella realtà italiana, il livello di degenerazione riguarda il suo essersi generalizzata a tutti i livelli dell'attività politica e della pubblica amministrazione, in virtù della sua sostanziale natura politica, e in virtù della protezione offerta dalle pratiche consociative che, garantendo una generale immunità, hanno liberato al massimo lo spirito di iniziativa e la concorrenzialità dei singoli e delle varie cordate.

L'"implosione" di sistema: un conflitto di classe triangolare
Il massimo di analisi che si sia potuto leggere sul perché, ad un certo punto, questo modo di funzionamento del sistema politico-istituzionale sia entrato in crisi ci è venuto dal Manifesto, con bella formula mutuata dalle scienze astrofisiche: implosione, il raggiungimento di un punto critico oltre il quale il sistema collassa ed esplode dall'interno. Il che in qualche modo lascia supporre l'esistenza di un principio di autoregolazione, capace di ristabilire, sia pure per via di rottura, l'ordine di sistema. Qualora poi la formula dell'"implosione" non bastasse, ecco pronta quella esogena del "crollo" del mondo socialista (anch'esso "imploso", come continua a ripetere Rossana Rossanda nelle sue meditazioni settimanali) e, con esso, la fine del bipolarismo mondiale e del più modesto bipolarismo nostrano, da tutti unanimente riconosciuto come causa dell'arretratezza del nostro sistema politico, bloccato dall'impossibilità dell'alternanza.
Come si vede, la "borghesia di stato" al potere non può che produrre (e imporre) un'analisi esclusivamente politico-istituzionale (sovrastrutturale), corrispondente al proprio modo di concepirsi e di riprodursi e ai propri interessi materiali: la funzione di governo della società come funzione autonoma dai conflitti economici e sociali (ciò che abbiamo chiamato l'autonomia della politica, la "sostituzione della politica alla realtà"), e la società come puro e semplice oggetto di governo, necessitante l'esistenza dei governanti; il primato delle istituzioni del potere - da rafforzare e da sottrarre dalla dipendenza dall'elettorato - e, con esse, il primato della "borghesia di stato": il fascino discreto dell'ancien régime, mescolato alla concezione togliattiana della democrazia socialista!
Si impedisce così di cogliere il fenomeno strutturale che ha caratterizzato la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta e che ha determinato la crisi di sistema; un fenomeno certamente complesso, le cui coordinate abbisognano di analisi approfondita. Tuttavia quello che è assolutamente chiaro è che in quegli anni viene a rompersi, per la prima volta dal dopoguerra in modo radicale e manifesto, il blocco di interessi che ha permesso alla grande industria a dimensione monopolistica delle poche famiglie del capitalismo italiano (che ha il suo centro di organizzazione e di mediazione in Mediobanca) di tenere insieme e di egemonizzare l'esercito della piccola e media industria. Tale blocco di interessi era costruito attorno ad una spartizione molto semplice del rapporto con lo stato: il sostegno della spesa pubblica a vantaggio degli interessi e delle scelte produttive della grande industria; assistenze varie, bassa conflittualità sindacale e, soprattutto, immunità fiscale per la piccola e media industria. In altri termini, le prime attingevano alla ricchezza sociale collettiva dal lato delle uscite, le seconde dal lato delle entrate, e lo stato, nel suo complesso, funzionava da redistributore del plusvalore sociale, garantendo ad entrambe la tenuta e il controllo dei conflitti sociali. Il ruolo della "borghesia di stato" si inscrive sempre direttamente in questa delega al potere politico della gestione sociale e collettiva degli articolati e conflittuali interessi della borghesia capitalistica. La specificità del caso italiano sta essenzialmente, come si è detto, nel salto di qualità operato dall'estensione senza pari dei ruoli e delle funzioni assunte dalla "borghesia di stato". Una estensione tale da fondare le condizioni per una sua autonoma riproduzione di classe.

Si disegnano così, negli anni ottanta e sulla sconfitta del movimento operaio, le condizioni di un possibile conflitto triangolare tra borghesia capitalistica a dimensione monopolistica, borghesia capitalistica di piccola e media impresa, "borghesia di stato", ruotante attorno all'appropriazione del plusvalore sociale. Tale conflitto doveva rimanere sotterraneo e componibile fintanto che il movimento operaio era in grado di sviluppare una autonoma conflittualità e una forte capacità contrattuale, sia sul piano sindacale che sul piano politico. Il declinare del conflitto - conseguente a vari fattori che non è qui possibile prendere in esame (tra i quali certamente i processi di ristrutturazione nella grande industria e l'allargarsi della pratica degli ammortizzatori sociali, che hanno avuto un peso non indifferente nella crescita del debito pubblico e nel trasferimento di risorse alla grande industria) - e la rottura operata dal Psi di Craxi nei confronti del movimento operaio e della sinistra, nella misura in cui rendevano rapidamente subalterne (variabile dipendente) le tensioni sociali, rendevano di fatto libere da vincoli, e quindi tendenzialmente concorrenziali e conflittuali, le dinamiche proprie delle tre articolazioni di classe della borghesia. Concorrenzialità e conflittualità che i processi di mondializzazione dell'economia (del capitale, delle produzioni, del lavoro e del comando) e la loro accelerazione in seguito al crollo dell'impero sovietico, dovevano eccitare ed esaltare al di là di ogni "razionale compatibilità" di sistema.
All'elemento sociale (riduzione del conflitto) e all'elemento politico (craxismo) si aggiungano i fenomeni di destabilizzazione operati, sul fronte della borghesia a dimensione monopolistica, dal giungere a maturità, e a una maturità particolarmente aggressiva, di due nuovi gruppi industriali: quello agro-alimentare-chimico dei Ferruzzi guidati da Gardini, e quello immobiliare-assicurativo-pubblicitario-televisivo guidato da Berlusconi. Per entrambi la crescita era avvenuta fuori dalla struttura di autoregolazione del grande capitalismo italiano rappresentata da Mediobanca e fuori dalla tradizionale egemonia democristiana; entrambi aspiravano a veder crescere il proprio potere politico ed entrambi minacciavano così sia interessi capitalistici forti che altrettanto forti interessi della "borghesia di stato", nella quale inserivano spaccature e tensioni non indifferenti, che, a loro volta, si coniugavano all'assalto irruente della componente craxiano-socialista, fermamente intenzionata a ritagliarsi un potere largo, duraturo e redditizio, e quindi disposta ad appoggiare l'ascesa e l'affermazione di nuovi soggetti di grande capitalismo, con i quali collaborare a ridurre il potere dei gruppo "storici" del capitalismo italiano e ad accrescere le proprie occasioni di profitto.

Non meno destabilizzante sul fronte della borghesia capitalistica era la stessa straordinaria crescita del capitalismo di piccola e media impresa, avvenuta all'interno della società italiana e del suo sistema produttivo, e la nuova "coscienza di classe" che la figura dell'"imprenditore massa" andava maturando: antimonopolistica, antistatalista e antigovernativa. Il tessuto produttivo diffuso del paese acquistava progressivamente consapevolezza di sé e del proprio ruolo economico e politico, dimostrandosi capace di trascinare un largo consenso di massa, raccolto non solo tra i segmenti estremi di piccola imprenditoria (artigianato e commercio) ma tra le stesse maestranze e il lavoro dipendente, cui il decentramento produttivo messo in atto dalla grande industria, faceva intravedere possibilità di fuoriuscita dal lavoro subordinato verso il lavoro autonomo. All'"imprenditore massa" la grande industria monopolistica, forte dei suoi legami con il potere politico e beneficiaria di sovvenzioni ed assistenze, doveva crescentemente apparire come concausa del disavanzo pubblico e delle crescenti difficoltà economiche del sistema.
Infine, sia la grande industria monopolistica che la piccola e media industria cominciavano a risentire della sostanziale arretratezza del sistema industriale italiano. Il fatto di essere cresciuto spesso parassitariamente all'ombra del protezionismo rappresentato dal controllo sulla spesa pubblica, lo aveva di fatto reso marginale sia rispetto ai processi di mondializzazione del capitale e del mercato, sia rispetto alla nuova divisione internazionale della produzione che si andava disegnando e che vedeva nella chimica fine, nell'aerospaziale, nelle telecomunicazioni, nell'elettronica, nelle produzioni di progetto e di sistema relative a tali settori, e nelle produzioni dell'immateriale, il nuovo volto del capitalismo e il cuore dell'accumulazione.

La borghesia capitalistica all'assalto dello stato
La via delle privatizzazioni, cioè del trasferimento e dell'acquisizione delle attività dello stato e degli enti locali capaci di produrre profitti e/o di trasferire risorse finanziarie, apparve in generale come la via di uscita possibile dalle difficoltà del sistema capitalistico italiano nel breve e medio periodo. Se infatti le privatizzazioni potevano portare banche e non insignificanti attività industriali al grande capitale, le piccole e medie imprese locali potevano mettere le mani su numerose attività e servizi pubblici, su spezzoni di attività industriali e relativi appalti.
Le dismissioni e le privatizzazioni sono certamente, da un punto di vista generale, in contrasto con gli interessi della "borghesia di stato" che ne esercita la gestione e che, grazie a questa, riesce ad appropriarsi di quote crescenti di plusvalore sociale. Tuttavia la "borghesia di stato", come del resto gli altri segmenti e le altre articolazioni di classe borghese, è una realtà composita e fortemente verticalizzata in termini di comando e di reddito. Poiché le privatizzazioni possono essere realizzate soltanto con la collaborazione dei vertici politici ed economici della "borghesia di stato", questi hanno la possibilità e l'occasione di imporre i termini concreti del trasferimento, e quindi di appropriarsi (direttamente o indirettamente) di parte della ricchezza transatta, sia sotto forma finanziaria ed operativa (tangenti, compensi per consulenze e prestazioni di servizi, posti di comando all'interno delle nuove società, ecc.), che imponendo la trasformazione della propria funzione in partecipazione azionaria diretta, conseguendo così la proprietà (sia pur parziale) dei mezzi della propria riproduzione.
Di tale potere contrattuale non dispone invece il livello medio e basso della "borghesia di stato" che quindi si sente, e lo è di fatto, minacciata dai processi di privatizzazione, sia perché questi ne comportano, inevitabilmente, il ridimensionamento numerico e reddituale, sia perché le competenze specifiche proprie di tali livelli, diversamente da quelle dei grands commis che governano banche, gruppi industriali, servizi e ministeri, non sono generalmente di carattere tecnico-professionale, e quindi tali da garantire ruolo e funzione, ma sono essenzialmente relazionali. Nel suo insieme questa articolazione di classe borghese è specializzata nel gestire rapporti politici e amministrativi che, nell'impresa privata, sono attinenti la proprietà e ne costituiscono la competenza specifica. Non stupisce quindi che la posizione di questi livelli della "borghesia di stato", anche se formalmente omogenea alla scelta politica delle privatizzazioni, sia nella sostanza attestata, con la sua forza di resistenza, ad ostacolare e rallentare al massimo i processi di trasferimento delle attività pubbliche, così da migliorare il proprio potere contrattuale e contrastare il proprio ridimensionamento. Tale azione si manifesta, non a caso, trasversale in tutte le forze politiche e in grado di condizionarne i vertici.

Il processo di smantellamento del welfare è così fortemente contraddittorio e destinato a creare conflitti fortissimi sia tra capitalisti e capitalisti, sia tra capitalisti e "borghesia di stato", sia all'interno della stessa "borghesia di stato" e dei gruppi politico-sindacali nei quali questa è organizzata. Conflitti che trovano generalmente manifestazione e rappresentazione attorno alla questione del debito pubblico e del disavanzo annuale. Qui valga soltanto la considerazione che la grande stampa e l'informazione televisiva, cioè l'"opinione pubblica" secondo la borghesia capitalistica e la "borghesia di stato", evitano accuratamente di soffermarsi sulla composizione strutturale del debito pubblico, cioè sulle voci di spesa e sulle loro articolazioni che hanno concorso e concorrono a determinarne la dimensioni attuali (raddoppiato, in sette anni, da un milione a due milioni di miliardi). Un'attenzione del genere renderebbe infatti manifesta la dipendenza del debito pubblico non già da disfunzioni o dalla scarsa produttività dei servizi amministrati ma da trasferimenti di ricchezza sociale collettiva tra le classi sociali e all'interno delle loro articolazioni. Il risanamento del debito è dunque un falso problema, nel senso che il problema è reale ma irrisolvibile all'interno dell'attuale quadro dei rapporti di classe. Generatore di conflittualità, esso assume una valenza prevalentemente ideologica, serve cioè a giustificare e a coprire privatizzazioni e ulteriori prelievi e trasferimenti di plusvalore sociale collettivo.

L'assunzione dell'orizzonte delle privatizzazioni e del risanamento del debito pubblico da parte del Pci-Pds e della Cgil realizza così la rottura definitiva, da parte di queste forze della "borghesia di stato", del loro residuo rapporto populista con gli interessi del movimento operaio e delle masse popolari del nostro paese. Questa scelta politica si concretizza infatti nello smantellamento delle strutture del welfare messe in essere negli anni del neocapitalismo (impropriamente chiamiate "stato sociale"), le quali, garantendo l'espansione o il mantenimento dell'occupazione, dei redditi da lavoro dipendente e dei servizi sociali, redistribuivano in qualche modo più equamente parte della ricchezza sociale collettiva.

La destabilizzazione istituzionale
Lo scoppio della crisi dell'intricato complesso di relazioni e di mediazioni politico-istituzionali che avevano permesso al conflitto triangolare tra borghesia capitalistica a dimensione monopolistica, borghesia capitalistica di piccola e media impresa e"borghesia di stato" di ruotare attorno all'appropriazione del plusvalore sociale e di svilupparsi senza mettere in discussione l'equilibrio statuale (consociativismo), è certamente da imputarsi a due fenomeni diversi e distinti, la cui concomitanza temporale e spaziale non è però casuale: la rapida trasformazione del leghismo in movimento di massa, capace di esercitare una egemonia politica e culturale reale; l'altrettanto rapido sviluppo delle inchieste sulle tangenti e sul "finanziamento illecito" dei partiti, che, partite da episodi marginali e di basso profilo politico-istituzionale, arrivano ben presto a coinvolgere e a colpire, contemporaneamente, i vertici della classe imprenditoriale, della classe politica e quelli dell'alta dirigenza della pubblica amministrazione.

La Lega
La Lega di Bossi fa paura a tutti. All'assetto di potere interno al sistema industriale italiano, in quanto riesce a diventare punto di riferimento della piccola e media imprenditoria veneto-lombarda, una imprenditoria di massa, cresciuta all'insegna del fai da te, generalmente ghettizzata dentro le Associazioni Industriali, tagliata fuori dalle grandi redistribuzioni della ricchezza pubblica; bisognosa di inserirsi nei processi di mondializzazione dei mercati e, quindi, crescentemente bisognosa di servizi e di assistenze politico-istituzionali e, di conseguenza, crescentemente assillata dalle richieste tangentizie della "borghesia di stato"; minacciata, dalla crescita del debito pubblico, nel terreno dell'evasione fiscale, alla cui ombra ha costruito gran parte delle proprie fortune, secondo il vecchio patto spartitorio con il grande capitale monopolistico.
La conversione al leghismo da parte di questi settori del mondo industriale, in cerca di identità e di rappresentanza politica, toglie alla Dc il suo punto di forza in quanto tradizionale mediatrice-regolatrice politica e sociale dei conflitti intercapitalistici e sottrae ad essa il monopolio storico dell'interclassismo, secondo il modello dell'imprenditoria diffusa come terza via tra grande capitale e proletariato. Questa nuova imprenditoria di massa è in grado infatti di esercitare una forte e diretta egemonia politica e culturale nel territorio e nei confronti delle proprie maestranze, con le quali convive direttamente senza eccessiva conflittualità e senza significative mediazioni di carattere sindacale, grazie anche alla politica di tolleranza rivolta dal Pci e dalla Cgil nei confronti della piccola e media impresa, conseguente al tentativo da questi sempre perseguito di contrastare su questo terreno l'egemonia democristiana.
Bossi fa quindi paura anche al Pci, per la sua capacità di attrarre al leghismo e alle sue tematiche (antifiscalismo, antistatalismo, antimonopolismo, privatizzazioni, deregulation) aree consistenti di classe operaia, di artigiani e imprenditori di provenienza operaia, spesso di tradizione socialista e comunista, e soprattutto di quel nuovo proletariato giovanile della piccola industria, del terziario e del commercio, che non ha avuto, e non avrai mai, alcun rapporto con le tradizionali forme dell'organizzazione politica e sindacale ma che è invece particolarmente sensibile a richiami ideologici molto semplici, aggressivi, riproducibili, in tutto simili agli slogan della pubblicità mediatica.
Non è dunque la consistenza in sé del fenomeno leghista a fare paura, ma le sue potenzialità e le sue capacità di aggredire strutture ed equilibri storici, rispetto ai quali le forze economiche e politiche al potere non dispongono di alternative immediate da mettere in campo. La reazione-offensiva contro il leghismo è pertanto di tipo assolutamente tradizionale: la demolizione dell'avversario (rozzo, plebeo, incapace, ecc.) e, da parte della sinistra, il tentativo di demonizzarlo in chiave antifascista, come poi verrà fatto nei confronti di Berlusconi.

"Mani pulite"
Meno chiaro è certamente il rapporto tra il fenomeno "mani pulite" e i conflitti in atto nella borghesia industriale e tra questa e la "borghesia di stato" . La magistratura è parte costituiva dello stato e partecipa quindi anch'essa del carattere politico della "borghesia di stato" e, inevitabilmente, del suo modo specifico di riprodursi in quanto articolazione di classe borghese. La magistratura non è quindi né può essere estranea alle pratiche consociative e ai conflitti interni che caratterizzano la fase che stiamo analizzando, così come nel sud non è stata e non è, evidentemente, estranea ai particolari rapporti di carattere mafioso che qui governano. Meno facile è però, dall'esterno, ricostruire i contorni "politici" dell'azione della magistratura, dato il suo carattere di corpo separato fortemente specializzato e la conseguente difficoltà, dall'esterno, di decodificarne il linguaggio e i segni.
Per quanto marginale e casuale possa essere stato l'avvio di "tangentopoli", difficilmente possono essere poi considerati tali i suoi sviluppi, a partire dal momento i cui questi, inevitabilmente cominciano ad interagire con le vicende del mondo politico ed economico del paese, e, ciò che più importa, nella direzione della destabilizzazione istituzionale. In quanto corpo separato, è possibile ipotizzare con qualche fondamento non banale che l'evenienza e la centralità rapidamente acquisita abbiano facilitato e favorito la messa in essere di "trame" di varia natura ad opera di poteri più o meno occulti, dalla massoneria nelle sue varie versioni alla spesso dimenticata Opus Dei. Gli esiti attuali del fenomeno, l'esaurirsi delle indagini rivolte ad indagare il rapporto di corruzione tra politica, industria e finanza, il ripiegarsi dell'azione giudiziaria dentro la magistratura stessa, la stessa incriminazione di Di Pietro, documentano ora inequivocabilmente come anche la "giustizia" sia in realtà una 'continuazione della politica sotto altre forme[[ordfeminine]]. Quello che importa cogliere nella genesi del fenomeno è la concomitanza, da un lato con la crescita del fenomeno leghista (nella descrizione che ne abbiamo dato),dall'altro con il processo oscuro e contorto che ha portato alla distruzione e allo smembramento del gruppo Ferruzzi da parte della grande borghesia industriale e della "borghesia di stato" (grazie alla regia di Cuccia, passato, con qualche banca nazionale, in mano Gemina/Agnelli, a rafforzare ulteriormente il grande capitale monopolistico delle famiglie di Mediobanca).
Quali che siano stati gli interessi particolari in campo, il fenomeno "mani pulite" e, dentro a questo, il fenomeno "Di Pietro", hanno assunto rapidamente una propria autonomia politica ed hanno portato l'assalto - molto meglio e con conseguenze più devastanti del fenomeno delle Brigate Rosse - direttamente al "cuore dello stato", attuando quella destabilizzazione e quella perdita di legittimità delle istituzioni che, se fossero avvenute in rapporto a grandi lotte sociali e al protagonismo diretto delle masse popolari, avrebbero potuto produrre esiti rivoluzionari. Viceversa, in assenza di conflittualità sociale e di reale opposizione politica, è stato possibile mantenere la destabilizzazione esclusivamente sul piano politico-istituzionale, e ciò grazie alla fondamentale collaborazione offerta dal Pci-Pds e dalla Cgil.

Il ruolo del Pci-Pds e dei sindacati confederali: ristabilizzare il sistema attorno all'intensificazione dello sfruttamento del lavoro vivo
Se il Pci-Pds avesse voluto o potuto assumere come propria la bandiera di "mani pulite", probabilmente sarebbe andato direttamente al governo, magari portandosi dietro, in chiave garantista, qualche pezzo di Democrazia Cristiana, senza bisogno di consentire alla trasformazione in senso autoritario del sistema parlamentare, introdotta dapprima con una riforma elettorale maggioritaria ,che avrebbe dovuto permettere alternanza e stabilità, e orientata ora ad incidere direttamente sul piano istituzionale, con presidenzialismo e riscrittura della Costituzione.
Non ha tuttavia voluto né potuto farlo.
In primo luogo in quanto affatto estraneo alle vicende sulle quali la magistratura andava indagando e, quindi, largamente ricattabile. Inoltre, l'estensione delle indagini al sistema di potere e di interessi organizzato attorno al Pci, alla Cgil e alla rete delle cooperative, avrebbe di fatto privato il sistema politico di qualsiasi possibilità di tenuta e creato le condizioni per esiti del tutto inaspettati ed incontrollabili. Il Pci-Pds, come del resto la Fiat e il grande capitale monopolistico organizzato in Mediobanca, sono stati così largamente e deliberatamente tenuti fuori dal centro delle inchieste, a garanzia della stabilità del sistema. In tale modo la magistratura, proprio per il suo essere parte della "borghesia di stato" , da un lato ha autonomamente cercato di garantire una residua legittimità politico-istituzionale (che è cosa ben diversa dall'accusa che le è stata mossa di essere manovrata dal Pci-Pds) al suo stesso operato di destabilizzazione, così come, dall'altro, ha sempre rigorosamente mantenuto tutte le inchieste nell'ambito del "finanziamento illecito dei partiti", evitando con cura - salvo proprio dove non era possibile altrimenti - le più gravi, e meglio corrispondenti alla sostanza dei fatti indagati e contestati, incriminazioni per corruzione e per associazione a delinquere. Inoltre, più di una volta si è fatta portatrice della necessità che il parlamento intervenisse a risolvere il problema per via politico-legislativa, senza però che nessuna organizzazione politica della "borghesia di stato" avesse il coraggio di assumersi la responsabilità dell'iniziativa.
In secondo luogo, il Pci-Pds non ha voluto né potuto candidarsi ad alternativa politica, in quanto ben consapevole che i suoi residui ma ancora operanti legami con le masse operaie, popolari e di piccola borghesia dipendente, avrebbero inevitabilmente caratterizzato lo scontro in senso democratico e classista, con il risultato di rompere, in piena crisi istituzionale, le regole della "pace sociale", che avevano garantito, a partire da metà degli anni settanta e per tutti gli anni ottanta, la libera ascesa della "borghesia di stato" ; con il rischio conseguente di far coincidere la crisi politico-istituzionale con la ripresa della conflittualità sociale.

Sul piano politico il Pci-Pds ha così cercato la stabilità di sistema nella riduzione della conflittualità e della degenerazione interna alle fazioni della "borghesia di stato" , mediante la trasformazione in senso maggioritario del sistema elettorale. In questo modo si sarebbe costretta la composita e frammentata realtà della "borghesia di stato" a ricomporsi attorno a dei centri di unificazione, avviando al proprio interno un processo di concentrazione, funzionale e indispensabile alla gestione della riduzione della sfera pubblica, non dissimile dai processi di concentrazione che avvengono normalmente, nei periodi di crisi, nel mondo industriale. Ma si sarebbe ridotta anche la possibilità di dare rappresentanza politica agli interessi di classe e, in particolare, agli interessi della classe operaia e delle masse lavoratrici, liberando definitivamente il Pds dall'eredità del Pci.
Sul piano sociale la tenuta di sistema è stata assunta dalla Cgil e dai sindacati confederali, che sono fuoriusciti dal ruolo tradizionale di gestire e di controllare le tensioni e le conflittualità in modo tale che esse non si generalizzino e non ripropongano una propria autonomia, e si sono proposti il compito, del tutto nuovo e corrispondente alla natura dei conflitti in atto all'interno della borghesia capitalistica e alla "borghesia di stato" , di spostare il pericoloso convergere di conflitti di interesse attorno al sistema della spesa pubblica e del capitalismo di stato, nella direzione di una convergenza non conflittuale attorno ad una ripresa dello sfruttamento del lavoro vivo, quale non si conosceva dai tempi della seconda rivoluzione industriale. Gli accordi triangolari del luglio '93 offrono infatti al capitalismo italiano, grande e piccolo, da parte dei sindacati e per conto della "borghesia di stato" nel suo complesso, il "patto sociale" indispensabile sia per la fuoriuscita completa dal sistema di regole e di istituti della contrattualità che faticosamente il movimento operaio italiano ed europeo era riuscito a costruire nel corso del Novecento, sia per la più forte e generalizzata riduzione del valore-lavoro che un paese ad alto sviluppo capitalistico potesse realizzare.
Retribuzioni ed organici cessano di fatto di essere materia contrattuale tra le parti per essere fissate unilateralmente dal governo sulla base dell'"inflazione programmata" e delle disponibilità di spesa, e dagli imprenditori provati, cui viene restituito il controllo presso che totale sulla forza lavoro nel processo produttivo. L'impianto normativo, codificato da statuti e norme legislative, viene di fatto vanificato dalla legalizzazione e generalizzazione di rapporti di lavoro precarizzati (lavoro a tempo determinato e lavoro in appalto) - corrispondenti al decentramento produttivo e all'organizzazione della produzione a rete - che generalizzano la sostituzione di rapporti individuali di lavoro ai rapporti collettivi. Infine, il quarto elemento di contrattualità sindacale, l'organizzazione del lavoro, ritorna ad essere strumento di autosfruttamento, in quanto a straordinari, carichi di lavoro, pericolosità e nocività, è affidata la sola possibilità, come negli anni sessanta, di integrare basi retributive contrattuali sempre più basse e crescentemente incapaci di riprodurre anche lo stesso valore della forza lavoro.
Sul piano economico si realizza in breve tempo la più forte riduzione del valore-lavoro che sia mai stata realizzata. Il taglio della spesa pubblica per sanità, scuola e servizi riduce immediatamente il valore delle retribuzioni, al pari dell'aumento delle imposte dirette e indirette. L'abolizione della contingenza e l'indicizzazione delle retribuzioni base riduce direttamente il salario percepito. Il prolungamento della giornata lavorativa mediante l'uso generalizzato degli straordinari e il prolungamento dell'età lavorativa che dà diritto alla pensione (pensione che verrà presto ulteriormente e pesantemente decurtata) diminuiscono il monte salari complessivo, che diminuisce ulteriormente in ragione degli aumenti di produttività largamente realizzati negli ultimi anni senza investimenti aggiuntivi. Infine tra salari d'ingresso, contratti di formazione e lavoro, lavoro a termine e stagionale e lavoro nero, il capitale può oggi disporre a prezzi bassissimi, più bassi di quanto non venisse retribuita nel passato la semplice manovalanza, di una giovane forza lavoro ad alti livelli di scolarizzazione e di abilità intellettuali e tecnologiche, altamente e immediatamente produttiva e adattabile a produzioni e cicli tecnologici moderni.
Non stupisce quindi se produzione e profitti riprendono rapidamente a volare.

In tale modo il sistema politico della "borghesia di stato" pensava di essere in grado di poter superare senza avventure, senza alternative politiche e senza ripresa della conflittualità sociale, la crisi politico-istituzionale prodotta in contemporanea dalla minaccia leghista e da "mani pulite", crisi che aveva portato alla dissoluzione della Democrazia Cristiana e del Psi; contemporaneamente pensava di comporre la conflittualità tra grande capitale monopolistico, piccola e media industria e "borghesia di stato" , sviluppatasi attorno all'appropriazione della ricchezza sociale collettiva.
E' in questo quadro di attese che si inserisce in modo imprevisto e dirompente la variabile Berlusconi/Fininvest/Forza Italia, segno della profondità della crisi politico-istituzionale e della profonda disaggregazione dei soggetti politici ed economici coinvolti nella crisi stessa.

Berlusconi: tutto il potere ai capitalisti!
Sono certamente complessi e vari i motivi che hanno spinto l'uomo Berlusconi, e l'intreccio di interessi e di relazioni che la Fininvest rappresenta, a tentare l'avventura politica.
Con la scomparsa del Psi, la Fininvest si ritrova, d'improvviso, a dover fronteggiare, priva di copertura politica, una probabile affermazione del Pci-Pds, quindi di una linea apertamente ostile al monopolio privato dell'informazione e della comunicazione (i quotidiani, con non poca stampa periodica, sono tutti saldamente in mano Fiat/Rcs Rizzoli) e tradizionalmente molto vicina agli interessi del gruppo De Benedetti/Olivetti, che sta abbandonando l'elettronica informatica - nella quale non è riuscito ad affermare una propria posizione internazionalmente competitiva, malgrado (e forse proprio perché) il gruppo abbia potuto godere del monopolio dell'informatizzazione della pubblica amministrazione - e si sta orientando verso il settore della telefonia cellulare e delle telecomunicazioni. Nel quadro generale delle privatizzazioni, quella a più alto contenuto strategico (di profitto e di potere) dopo le banche e l'energia (Eni - Enel) è la privatizzazione della Stet, il monopolio pubblico delle telecomunicazioni. Come ogni grande gruppo capitalistico, e come già i Ferruzzi, la Fininvest è largamente indebitata con le banche pubbliche [quando mai il grande capitale si è accumulato, rischiando in proprio e senza attingere al capitale pubblico?], che stanno passando sotto il controllo del grande capitale monopolistico delle famiglie di Mediobanca. Inevitabile quindi che Berlusconi tema di fare la fine di Gardini o, se gli va meglio, di venire tagliato fuori dal settore delle telecomunicazioni. La costruzione di un proprio autonomo potere politico rientra pertanto negli interessi generali del gruppo Fininvest (e dei suoi sostenitori stranieri) e non rappresenta affatto un'azione di avventurismo politico dell'uomo Berlusconi. Preme inoltre in questa direzione una parte consistente della "borghesia di stato" già organizzata attorno alla P2 e al Psi, cui Berlusconi deve le proprie fortune economiche, e che ora corre il rischio di essere tagliata fuori definitivamente dai nuovi assetti di potere e di essere lasciata sola a pagare il prezzo, anche giudiziario, degli anni ruggenti del craxismo.
L'iniziativa di Berlusconi non si presenta tuttavia come esclusivamente determinata dagli interessi economici del gruppo Fininvest e dalle pressioni degli ex patron politici, che largamente si ricicleranno nelle file di Forza Italia. Vi è da parte dell'uomo Berlusconi, e della sua "squadra", una percezione molto alta della fase politica e delle difficoltà oggettive che si frappongono ai tentativi, interni alla "borghesia di stato" , di ridare stabilità agli assetti politico-istituzionali.
Vi è innanzitutto la percezione di quanto a fondo abbia agito, nella popolazione e nell'elettorato, la delegittimazione dello stato e delle forze politiche tradizionali, tanto a fondo da permettere l'affermazione di una forza politica che si costituisce in pochi mesi all'insegna del "nuovo", un nuovo che tutti i partiti vanno predicando ma che nessuno riesce ad incarnare, malgrado il frettoloso cambiamento di nomi, marchi e leadership. Vi è poi la percezione della possibilità, messa in luce con forza dal leghismo, di coniugare, in modo nuovo ed efficace, la sensibilità del giovane elettorato nei confronti di messaggi politici semplificati e forti, con la particolare natura del messaggio pubblicitario televisivo, la cui forza consiste essenzialmente nell'evidenza e nell'immediatezza del suo contenuto ideologico, nel modello di vita e di valori che viene proposto attraverso la promozione di oggetti e beni. Fino a qui, tuttavia, si tratta di semplice applicazione di tecniche di marketing alla politica intesa come mercato elettorale, la cui padronanza stupirebbe mancasse in chi detiene il monopolio della comunicazione televisiva privata.
Il vero elemento di novità introdotto da Berlusconi consiste invece nell'aver proposto se stesso, nella qualità di imprenditore privato, e Forza Italia - Fininvest come impresa privata, alla direzione politica dello stato e del paese. Anche in questo elemento Berlusconi è debitore a Bossi e al leghismo della percezione della ricerca, da parte di aree consistenti del mondo capitalistico di piccola e media impresa, di una nuova identità politica. Identità politica che Berlusconi propone di affermare, in questo diversamente da Bossi, direttamente, in quanto imprenditori, senza più dover delegare la gestione dello stato e del potere politico alla "borghesia di stato" e alle sue organizzazioni politiche. Vi è insomma, da parte di Berlusconi, il tentativo radicale di affermare la borghesia capitalistica come classe generale ed universale, capace di gestire direttamente, in proprio e in prima persona, la società tutta come impresa, dal momento economico-produttivo fino a quello politico istituzionale.

Egli dimostra così di cogliere fino in fondo la portata del crollo del mondo cosiddetto socialista, della conversione dei partiti comunisti e socialisti alla filosofia del mercato e dell'impresa come unica forma possibile di organizzazione della produzione e della società, e della restituzione della classe e del movimento operaio al dominio diretto delle regole della produzione capitalistica di plusvalore. Dentro tale impostazione, la "borghesia di stato" viene inevitabilmente a perdere la conquistata autonomia della funzione di mediazione dei conflitti sociali, di gestione dell'apparato statale e di redistribuzione della ricchezza sociale collettiva, per essere fortemente ridimensionata e restituita ad un ruolo di pesante subalternità nei confronti della borghesia capitalistica. Si esaurisce così l'esperienza storica della "democrazia" del secondo Novecento, che ha avuto nei partiti e nelle organizzazioni di massa i gestori del consenso e i regolatori istituzionali dei conflitti sociali, e si afferma un neo-autoritarismo in cui il consenso di massa è costruito dai media attorno alla figura di un leader, e della sua azienda, che si assume direttamente la responsabilità del potere, ricerca con l'elettorato un tipo di rapporto plebiscitario e restituisce potere e dignità ideologica alla borghesia capitalistica, liberandola finalmente dal peccato originale dello sfruttamento del lavoro altrui.
Berlusconi, che pure è un grande capitalista monopolistico, è così in grado di raccogliere attorno a sé il consenso dell'imprenditoria di massa, che già il leghismo aveva educato a individuare nella "borghesia di stato" la causa principale delle proprie difficoltà ad affermarsi come classe dominante, costringendo quindi Bossi ad aggregarsi al carro di Forza Italia per cercare di non perdere il nucleo forte del proprio consenso politico. Diverso è invece il rapporto con Alleanza Nazionale, il cui statalismo di destra di matrice fascista - corrispondente all'arretratezza dei rapporti sociali e, quindi, della funzione della "borghesia di stato" nell'Italia centro meridionale - è certamente in contraddizione con l'autoritarismo individuale-aziendale di Berlusconi. Quello che è chiaro è comunque che la fine di qualsiasi capacità di tenuta dei valori storici di riferimento del movimento operaio e della sinistra, valori che si erano dimostrati capaci di esercitare una egemonia profonda anche all'interno della borghesia non capitalistica, nel momento in cui di fatto riconsegna quest'ultima all'egemonia politica ed ideologica della borghesia capitalistica, alimenta inevitabilmente il riproporsi al suo interno di tendenze di destra, simili a quelle incanalate storicamente dal fascismo.
Il Polo delle Libertà si presenta quindi come caratterizzato da un centro rappresentato da Forza Italia e da una destra di Fini e una sinistra di Bossi, che dovrebbero compensarsi, anche nel diverso peso territoriale.

Più complesso appare il rapporto tra Berlusconi e il grande capitale monopolistico organizzato in Mediobanca. Come già i Ferruzzi, Berlusconi non partecipa dei servizi di Cuccia, non partecipa cioè del sistema di equilibrio e di mediazione, dello stato nello stato, che il grande capitale ha predisposto per se stesso. Come tale risulta incontrollato e pericoloso, soprattutto in rapporto alla questione centrale e strategica delle privatizzazioni e del controllo delle telecomunicazioni. Inoltre il grande capitale monopolistico non ama le destabilizzazioni istituzionali, e il suo rapporto con la "borghesia di stato" , compresa quella del Pci-Pds e della Cgil, è solido e profondo, frutto di quella sostanziale alleanza tra grande industria privata, capitalismo di stato e classe operaia sindacalizzata, che ha retto il paese, sia pure con alterne vicende, dal dopoguerra. Esso teme pertanto un ricambio generalizzato di classe politica alla direzione dello stato che, nel medio periodo, porterebbe inevitabilmente ad un ricambio di gruppi dirigenti all'interno di tutti i settori controllati dallo stato stesso. Teme l'aprirsi di una stagione caratterizzata da conflitti sotterranei e profondi all'interno della "borghesia di stato" e, soprattutto, teme il carattere ancora inevitabilmente embrionale e indefinito di Forza Italia come organizzazione politica, priva di tradizioni di governo e di personale "addestrato" a rispettare le regole degli interessi costituiti. Gran parte della "degenerazione" istituzionale degli anni ottanta era stata dovuta infatti al fatto che il Psi, entrato definitivamente nella gestione del potere, non disponeva di personale politico sufficiente ed adeguatamente formato a gestire le nuove funzioni cui aveva accesso, e aveva dovuto richiamare a sé uomini nuovi, personaggi di ogni fatta, di scarsa fedeltà e "moralità" politica. Un nuovo assalto allo stato potrebbe tradursi in una ulteriore destabilizzazione, con il rischio che il Pci-Pds (ma con esso anche le altre forze politiche), ridotto a marginalità politico-istituzionale, decida di passare dall'opposizione politica a quella sociale, con rischi gravissimi per la grande industria che sta scaricando sulla classe operaia e sulle masse lavoratrici i suoi processi di riconversione industriale in termini di disoccupazione strutturale. Questi i motivi della freddezza del grande capitale e della dirigenza nazionale della Confindustria (meglio controllata dai grandi gruppi monopolistici che non le Associazioni provinciali) nei confronti di Berlusconi e della sua avventura politica.
D'altro lato però Berlusconi rappresenta pur sempre un settore di grande capitale; il suo orizzonte ideologico e il suo tentativo di affermare la borghesia capitalistica come classe generale parla inevitabilmente alla coscienza primordiale, pre-politica, del capitale, di tutto il capitale, bisognoso della "borghesia di stato" ma nel contempo preoccupato per la sua crescita di massa e come segmento autonomo di classe borghese. Berlusconi potrebbe quindi esercitare una funzione di ricostruzione dell'egemonia del grande capitale sulla borghesia industriale di piccola e media impresa e dell'egemonia della borghesia capitalistica su tutta la borghesia, e, contemporaneamente ma più problematicamente una più delicata e difficile funzione di ridimensionamento del ruolo e delle pretese della "borghesia di stato" . Di qui l'atteggiamento di sospettosa neutralità assunto dal grande capitale monopolistico nei confronti di Forza Italia, la piena soddisfazione per un successo parziale, che affidava al Polo il governo del Paese senza però dare ad esso un potere stabile ed irreversibile, e il voto di Agnelli a favore del governo Berlusconi, voto determinante perché questi passasse al Senato. Dal canto suo Berlusconi al governo ringraziava consentendo il passaggio della telefonia mobile all'Olivetti.

Il Pci-Pds e la Cgil guidano la rivolta della "borghesia di stato"
I primi mesi del governo Berlusconi hanno scatenato il terrore all'interno della "borghesia di stato". La natura di per sé composita di questa, accentuata dall'essere venuti meno i riferimenti istituzionali della Dc e del Psi e quindi dalla presenza di spezzoni in libertà assoluta, preoccupati esclusivamente di salvare se stessi, ha determinato tensioni interne fortissime, dominate dalla necessità di garantire ai possessori i ruoli e le funzioni esercitate contro l'affermazione di un nuovo ceto dirigente. Come sempre succede in queste situazioni, una parte dei signori di ieri cominciarono a guardare ai nuovi padroni in modo più morbido, preparandosi a cambiare bandiera ed alleanze nel tentativo di mantenere le posizioni di potere. Tale scollamento, che ha avuto rappresentazione politica tragicomica nella ulteriore scomposizione del Partito Popolare, correva il rischio di diventare estremamente pericoloso per la difesa generale degli interessi della "borghesia di stato" e, in particolare, di quella organizzata attorno al Pci-Pds e alla Cgil nel movimento sindacale, capace per formazione politica e per coesione di interessi di una maggiore resistenza, ma consapevole che mai le altre forze politiche, profondamente indebolite, le avrebbero consentito di gestire in prima persona la difesa degli interessi generali della "borghesia di stato" . Temendo quindi di essere marginalizzata al ruolo di opposizione esclusa da qualsiasi forma di consociativismo, temendo un ritorno alle condizioni degli anni cinquanta e sessanta, la "borghesia di stato" organizzata nel Pci-Pds decise di mettere in campo la forza la cui gestione ne aveva consentito l'ascesa: il conflitto sociale. E' estremamente interessante osservare come, dopo l'appoggio dato ai governi Amato e Ciampi, dopo gli accordi quadro del luglio '93, milioni di lavoratori vengano chiamati nel novembre 1994 ad uno sciopero generale contro il governo Berlusconi sulla questione della riforma delle pensioni proposta dal ministro Dini, quella stessa riforma delle pensioni che poi il governo Dini, sostenuto dal Pci-Pds, ha attuato nel giugno 1995 d'accordo con i sindacati confederali. Rappresentazione evidente che il conflitto tra borghesia capitalistica e "borghesia di stato" non verte essenzialmente attorno ai processi di valorizzazione e di accumulazione capitalistica, rispetto ai quali le scelte di politica economica sono sostanzialmente identiche e coincidenti nella loro natura fortemente antioperaia e antipopolare, ma attorno al controllo del potere politico e, attraverso questo, attorno alla redistribuzione della ricchezza sociale collettiva.

La minaccia di riapertura del conflitto sociale, nei confronti del quale il capitalismo della "qualità totale" è materialmente e sindacalmente più debole del capitalismo della grande fabbrica e della produzione di massa (basti pensare al pericolo rappresentato dallo sciopero all'interno di processi produttivi just in time, che hanno di fatto eliminato la produzione e l'accumulazione di scorte di magazzino - di qui l'estendersi delle normative antisciopero, introdotte dai codici di autoregolamentazione dei sindacati confederali, e la limitazione dei diritti di rappresentanza sindacale), in una situazione in cui l'impoverimento reale, diretto e indiretto, delle masse lavoratrici e il dilagare della disoccupazione ripropongono in tutta la sua urgenza la materialità degli interessi di classe, doveva segnare la fine del governo Berlusconi.
Bossi, sempre più preoccupato dalla forza di attrazione esercitata da Forza Italia al governo nei confronti di quel mondo della piccola e media impresa che aveva appoggiato l'affermazione della Lega, dalla marginalizzazione di questa e delle sue tematiche politiche (in particolare il federalismo) all'interno del Polo delle Libertà e, infine, dall'"attrazione fatale" del governo nei confronti del personale politico della stessa Lega, decide la rottura dell'alleanza elettorale e di governo e riporta la Lega all'opposizione. La copertura ideologica dell'operazione di sganciamento di Bossi è trovata ancora una volta nell'antifascismo, che la "borghesia di stato" di sinistra utilizza ora - come già aveva fatto con la Lega - come arma di battaglia contro Forza Italia e Alleanza Nazionale. Il grande capitale monopolistico dal canto suo, grazie alle relazioni internazionali di cui gode, si preoccupa invece di organizzare lo screditamento di Berlusconi nell'opinione pubblica estera. Questi viene infatti accusato di essere all'origine del deprezzamento continuo della lira nei confronti del marco e delle altre monete europee e del pesante allargamento della disoccupazione, in aperto contrasto con le promesse elettorali. E sono questi terreni estremamente delicati per un capitalista al governo e per quanto ciò avrebbe dovuto significare.

Il governo dei tecnici: la"grande borghesia di stato" alla direzione del paese
La caduta di Berlusconi viene così organizzata all'insegna di un nuovo compromesso tra grande capitale monopolistico e "borghesia di stato" organizzata nei partiti e, in particolare, nel Pci-Pds: la gestione centrale del potere viene trasferita dal corpo politico e dal parlamento ai grands commis dello stato (il sedicente "governo dei tecnici"), a quella "grande borghesia di stato" (Ciampi, Dini, Prodi ecc.) che si è formata ed affermata nella gestione del grande potere finanziario (Banca d'Italia e banche pubbliche) e industriale (Iri ed Eni) dello stato in era democristiana, e che è da sempre fortemente organica agli interessi della grande industria monopolistica.
La "grande borghesia di stato", orfana del potere democristiano (e anche socialista) che aveva interamente permeato di sé le istituzioni e la società italiana, all'ombra del quale si era prodotta e riprodotta senza eccessiva pubblicità, è ormai da qualche tempo costretta a scendere in campo in prima persona al fine di tutelare il proprio potere. Il Polo, con i suoi robusti appetiti, rappresenta una minaccia più pericolosa del Pci-Pds, educato da tempo alle pratiche consociative, rispettoso dei centri del potere economico e finanziario, largamente ricattabile: tutto ciò che si intende con l'espressione "senso dello stato".
Pur di uscire dall'opposizione, ruolo nel quale sa di non poter tenere a lungo il corpo del partito, il Pci-Pds è disposto ad acconsentire a qualsiasi cosa. Così l'esser stato ministro del tesoro nel governo Berlusconi non costituisce pregiudiziale alcuna e Dini può presentarsi come il salvatore della patria o, più esattamente, del trasformismo della "borghesia di stato" . Il che gli permetterà, con il beneplacito della sinistra e del movimento sindacale, di portare a termine quella riforma delle pensioni che aveva disegnato come ministro e che è rivolta ad espropriare i lavoratori di una parte consistente della loro retribuzione differita e a trasferire la gestione dei fondi pensione nella mani del capitale bancario ed assicurativo, con una quota parte riservata alla, più piccola, "borghesia di stato" organizzata nei sindacati confederali.
L'asse Scalfaro-Dini è tuttavia portatore di un disegno politico dai contorni molto precisi, che parte dalla cosapevolezza che la Democrazia Cristiana è morta per sempre e, con essa, la possibilità di un grande centro. La comparsa sulla scena politica di Forza Italia rende tuttavia, per la prima volta dal dopoguerra, possibile pensare di governare il paese sia con la sinistra che con la destra. Per fare questo, per fuoriuscire dal bipolarismo altrui, è sufficiente infatti la costruzione di un piccolo centro, che sia però determinante per conseguire il premio di maggioranza.
C'è allora bisogno di tempo. Tempo, per educare Berlusconi e Forza Italia alle regole del gioco, alle logiche spartitorie e consociative, al senso dello stato. Tempo, per logorare Prodi e, attraverso questi, l'egemonia del Pci-Pds nel polo del centro sinistra. Tempo, per rimettere insieme un partito tra ciò che resta dell'ex-Dc. Ma soprattutto tempo, per frenare il processo di concentrazione industriale e finanziaria guidato dal grande capitale di Mediobanca e tempo per ridisegnare la strategia di privatizzazione dell'Eni, della Stet, dell'Enel e degli altri nodi strategici del capitalismo di stato, così da continuare a garantire le basi del potere della "grande borghesia di stato".
Il governo Dini si presenta dunque da subito, e in aperta contraddizione con le dichiarazioni programmatiche, come un governo intenzionato a fare dell'emergenza la ragion d'essere della propria stabilità e della propria durata. Esso è tuttavia portatore di una contraddizione fortissima. La "grande borghesia di stato" non ha, in quanto tale, né base sociale né base politica ed è al vertice di una ragnatela di incarichi e di funzioni, prodotto di complesse alchimie politiche che avevano altrove il centro di irraggiamento e che sono ormai prive di referenti certi e affidabili, che essa non riesce né può governare in modo unitario. La sua forza può stare quindi soltanto nelle leve del potere reale di cui direttamente dispone e nella debolezza dei soggetti che sono attori della scena politico istituzionale.

Dini: destabilizazione e autoritarismo
In altri termini, questa borghesia dei grands commis dello stato, nel suo perseguire il disegno di un centro capace di governare tanto con la destra che con la sinistra, è in realtà portatrice di destabilizzazione e, contemporaneamente, di autoritarismo. Ed infatti, superate le elezioni, che confermano la fondamentale situazione di stallo tra i due poli, e varata la riforma delle pensioni, che conferma la sostanziale unità antioperaia e antipopolare di tutti i soggetti in campo, a partire dai sindacati confederali, e la persistente incapacità dell'opposizione sociale a farsi movimento ed opposizione politica, si apre tra i poteri reali (anche occulti) e tra le forze (anche occulte) che a questi fanno riferimento una vera e propria guerra per bande.
Attorno alla Rai, attorno alla Stet e all'Eni, attorno alla Ferfin, attorno a qualsiasi realtà si organizzino interessi veri e forti, gli schieramenti preesistenti si rompono e si scompongono in continuazione e la destabilizzazione coinvolge direttamente tutti i poteri, con contraccolpi che non lasciano più fuori nessuno: magistrati, esercito, guardia di finanza e, naturalmente, servizi segreti. E coinvolge gli stessi schieramenti politici.
Berlusconi, sempre più ricattato dalla minaccia di legge anti trust nei confronti della Fininvest, dalla magistratura sul fronte delle tangenti e dal logoramento di una opposizione senza sostanziali ragioni e ripetutamente sconfitta, incomincia ad acconsentire a quelle pratiche del consociativismo contro cui era sceso in campo e che aveva rifiutato come capo di governo. La crisi di Forza Italia permette a Fini e ad Alleanza Nazionale di uscire dal ruolo di ala destra ed estremista del Polo per impersonare i valori della coerenza della destra semplicemente. Una disaggregazione che torna certamente utile al Polo stesso, come si è visto con trasparenza nel gioco delle parti tra Forza Italia e Alleanza nazionale al fine di spostare sempre più in alto sul piano istituzionale il prezzo per la formazione del governo Maccanico, ma che pur tuttavia disaggregazione rimane, tanto da suggerire a Berlusconi l'opportunità di riaprire il dialogo con Bossi.
Sul fronte del centro sinistra, il Pci-Pds, sempre più indebolito nel consenso sociale e al suo stesso interno dalla politica economica del governo Dini, deve far fronte, contemporaneamente, all'aggressività dei "cespugli" a cui è ridotto il centro ex democristiano e al loro bisogno di rafforzarsi da un lato, dall'altro al logoramento di Prodi e del segmento di "borghesia" di stato che si è organizzata e schierata nell'Ulivo e che Prodi rappresenta; logoramento direttamente proporzionale all'allontanarsi delle elezioni e al crescere del successo personale, nazionale e internazionale, di Dini, successo che il Pci-Pds ha sempre più bisogno di sposare senza riserve.
Guerra per bande e destabilizzazione dell'assetto politico, per altro assai fragile, del primo parlamento maggioritario non possono che cooperare nella direzione di un autoritarismo sempre più forte, corrispondente alla specifica natura della "grande borghesia di stato" che, con la caduta del governo Berlusconi, ha decisamente assunto nelle proprie mani la direzione politica del paese.

Verso il salto istituzionale
L'accordo D'Alema-Berlusconi-Fini sul "semipresidenzialismo alla francese", che avrebbe dovuto sostenere la formazione del governo Maccanico, non è stato affatto quel mostro innaturale che il Manifesto ha violentemente denunciato, nel suo tentativo di riaffermare una residua dignità di sinistra del Pci-Pds, ma la rivelazione dei veri processi in atto nel nostro paese, e del loro unico esito possibile qualora non reintervengano in campo i soggetti sociali: una svolta istituzionale destinata a segnare, con la riscrittura della Costituzione, la fine della democrazia parlamentare. D'altra parte, tale svolta corrisponde in realtà al punto di arrivo di tutto il processo che ha presieduto all'ascesa della "borghesia di stato", dalla gestione della conflittualità sociale alla sua rimozione. Capitalismo di stato e crescita della complessità dell'articolazione sociale hanno reso il dominio di classe sempre più interno ed immanente ai rapporti sociali, crescentemente burocratizzati e, quindi, oggettivati, ed hanno di conseguenza svuotato il momento politico classico del Novecento, lo stato e i partiti, della funzione di rappresentanza e di mediazione dei conflitti. La crescente autonomia della politica, ovvero la sostituzione della politica alla realtà, e l'emergere prepotente di quello che abbiamo chiamo il conflitto triangolare tra borghesia capitalistica a dimensione monopolistica, borghesia capitalistica di piccola e media impresa e "borghesia di stato" attorno all'appropriazione del plusvalore sociale, hanno delegittimato il potere politico e gli stessi strumenti necessari alla mediazione sociale. Stato, partiti, sindacati, pubblica amministrazione e quant'altro il Novecento aveva prodotto e inventato per rendere possibile tale mediazione appaiono e sono ora vuoti di qualsiasi residua credibilità e il loro reggere deriva dall'assenza di conflittualità e di antagonismo sociale.
Insomma, il trasferimento del potere nelle mani dei grands commis dello stato, sprovvisti o forniti che siano di mandato elettorale, svuota ulteriormente parlamento e forze politiche di qualsiasi legittimità e trasforma il primo in un teatrino per i media, i secondi in compagnie di teatranti, approfondendo ulteriormente, nella coscienza comune delle persone, la separazione tra elettori ed eletti, tra società e potere, e rivelando il vuoto della democrazia parlamentare senza conflittualità sociale.

Di quanto è successo in Francia a dicembre (non a caso presa ad esempio per il progetto di riforma istituzionale) si è discusso e parlato pochissimo: non una analisi, non un tentativo di valutazione. Eppure milioni di lavoratori in sciopero, per settimane e con l'appoggio, malgrado i disagi, della popolazione e della borghesia urbana, contro gli stessi processi di appropriazione della ricchezza sociale collettiva da parte del capitale e della "borghesia di stato" che sono passati nel nostro paese con il sostegno dei sindacati di governo, hanno indubbiamente funzionato da acceleratore della necessità di una svolta istituzionale autoritaria, tale da permettere di reggere ad una possibile ripresa del conflitto sociale. Il dominio totale sulla forza lavoro che il Pci-Pds e i sindacati confederali hanno restituito al capitale, a tutto il capitale, nella speranza di attenuare gli scontri interni provocati dall'assalto allo stato e alla spesa pubblica, sta infatti ricostituendo le condizioni del prevalere dell'economico sull'ideologico. Il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita della classe operaia, delle masse popolari, della borghesia dipendente; la discesa dei redditi al di sotto della soglia della riproduzione sociale; l'emarginazione e l'assenza di prospettive, stanno sviluppando tutte le condizioni materiali per la ripresa del conflitto sociale. A tale eventualità la "borghesia di stato" , non più capace né legittimata a porsi come mediatrice, sa di poter rispondere solo con strumenti di carattere autoritario e repressivo, comprimendo le spinte rivendicative con disoccupazione, concorrenza interna, precarizzazione e incertezza del domani e sospingendole verso la divaricazione tra rassegnazione di massa e rivolta violenta delle frange più disperate e ribelli all'ordine sociale imposto, rivolta da gestire con misure di polizia.
Un quadro generale in cui la classe operaia, i lavoratori, le masse popolari, i ceti sociali subalterni, non abbiano ruolo se non di strumenti passivi di volontà altrui, ai quali di volta in volta viene richiesto un consenso o una partecipazione a vicende che sono generalmente ben diverse da come appaiono, perché ciò che appare non è e ciò che è non appare, secondo la verità che è propria della "politica" nell'era del dominio della "borghesia di stato" e dei media.
Uscito indenne dal caso del guardasigilli Mancuso, incriminato Berlusconi e fatto emergere il suo rapporto organico con Craxi, portati i magistrati ad indagare sui magistrati, approvata la finanziaria, inaugurato il semestre europeo, Dini ha evidentemente valutato di poter permettersi il lusso delle dimissioni promesse al parlamento e di poter rientrare indenne e rafforzato dalla riconferma, sottovalutando così l'azione di destabilizzazione prodotta dal suo stesso governo e pensando di poter neutralizzare il rischio di nuove elezioni con l'incriminazione di Di Pietro, mina vagante nel quadro politico italiano per la sua possibilità di dare vita ad una nuova aggregazione politica, capace di mandare tutto all'aria. La crisi si è pero subito avvitata. Scrive Sergio Romano: 'Viviamo da quattro anni in un regime senza norme dove i procuratori fanno politica, il capo dello Stato fa i governi, i presidenti del Consiglio governano senza maggioranza, i tecnici contano più degli eletti, le Camere non riescono a legiferare, i sindacati sostituiscono i legislatori, un partito fabbrica il proprio parlamento, gli industriali elaborano progetti politici e il presidente della Corte Costituzionale prende parte a un dibattito su un documento, la Costituzione, che egli ha il dovere di interpretare e custodire, non di congelare.[[ordfeminine]] Si aggiunga, di qualche giorno, i sindaci del Nord-Est che, guidati da Massimo Cacciari, invece di fare i sindaci danno vita ad un abbozzo di movimento politico di terza forza che chiede ai poli: riforma dello stato, governo e parlamento più forti, rilancio della legalità ... Di fronte all'esplodere della disaggregazione in atto, un altro esponente della discreta, "grande borghesia di stato", Maccanico (certamente coadiuvato da Scalfaro) ha tentato, e quasi ce l'ha fatta, di dare spessore istituzionale al dialogo che D'Alema aveva già aperto con Berlusconi, nell'intento di avviare un nuovo patto spartitorio che riuscisse ad abbassare il livello di conflittualità a cui erano sottoposti tanto Forza Italia che il Pci-Pds. Di che spessore istituzionale si trattasse è stato sotto gli occhi di tutti. Che sia saltato è certamente positivo. Su che cosa sia saltato è molto meno chiaro: certamente il pericolo di una spaccatura nell'area Pci-Pds ma certamente anche i problemi tutt'altro che tecnici delle privatizzazioni e del contenzioso senza fine Rai-Fininvest, ulteriormente complicato dall'ingresso in campo di TeleMontecarlo. In ogni caso l'accordo "tricefalo" ha dichiarato senza mezzi termini verso quale orizzonte il paese sia concretamente incamminato.

Nuove elezioni senza stabilità
Fare previsioni sull'esito elettorale non è mai semplice e questa volta meno che mai. E' probabile che la "grande borghesia di stato" decida di stare, tutta o quasi, dentro lo schieramento di centro sinistra in cambio di un numero di parlamentari ex-tecnici e di centro sufficiente a determinare il cambiamento di maggioranza, come già ha fatto la Lega, qualora se ne determini l'opportunità o la necessità. In altri termini, vista la sostanza dei conflitti in atto, sarà ben difficile che il nuovo parlamento possa essere più stabile del precedente.
Dal canto suo il capitalismo italiano è e resta un capitalismo di secondo o terzo livello; da un lato un capitalismo monopolistico largamente assistito e legato a settori produttivi che la nuova divisione internazionale della produzione ha marginalizzato; dall'altro un capitalismo diffuso di piccola e media industria a basso contenuto tecnologico e di innovazione, capace di stare sui mercati internazionali grazie al basso costo del lavoro e alla svalutazione della lira.
Lo stato, il controllo e l'appropriazione della ricchezza sociale collettiva, resta pertanto il più importante fattore di sviluppo. Uno stato però largamente disastrato sia per la presenza di una "borghesia di stato" assolutamente sproporzionata per dimensioni e quote di ricchezza sociale appropriata rispetto alla propria funzione, sia per la presenza di un debito pubblico così alto che ogni ulteriore trasferimento di ricchezza sociale collettiva pesa direttamente sulle condizioni di vita delle masse lavoratrici e ne riduce la capacità stessa di riproduzione. E' quindi da mettere nel conto che i conflitti che si sono sviluppati negli ultimi anni siano destinati ad allargarsi e ad approfondirsi, malgrado il respiro dato al sistema nel suo complesso dalla drastica e violenta riduzione del costo del lavoro.
L'esito politico "naturale" di questa complessa situazione appare senza dubbio il salto istituzionale. Tempi, modalità e protagonisti sono invece, come sempre, assai incerti anche se sempre più vicini.

Rifondazione Comunista
Più lontana appare invece la ripresa della conflittualità sociale, le cui condizioni materiali si vanno tuttavia producendo, soprattutto se queste elezioni, che potrebbero essere occasione di un forte momento di radicalità politica, vedranno invece Rifondazione Comunista rifiutare di correre da sola e permettere al Pci-Pds di scegliere numero e nomi dei propri parlamentari, ai quali senza dubbio appartiene la direzione e la gestione del partito, e se la Cgil, malgrado quanto è successo dagli accordi di luglio '93 alla riforma delle pensioni, continuerà a costituire l'orizzonte sindacale dei dirigenti comunisti.

In fine
Niente di quello che sta succedendo e che succederà nei prossimi mesi e nei prossimi anni è possibile di una comprensione effettiva se si resta ancorati alle vecchie categorie dell'analisi politica, che continuano a vedere i partiti e le forze politiche come momenti di rappresentazione dei conflitti sociali e non come articolazione, contraddittoria e conflittuale, di quel segmento di classe borghese che è la "borghesia di stato" , che è venuta appropriandosi del monopolio del potere politico ed istituzionale e che, con la "sostituzione della politica alla realtà", rafforzata dall'autonomia che i media conferiscono alla rappresentazione della realtà sulla realtà stessa, costituisce l'ostacolo principale alla ripresa dell'autonomia di classe e del conflitto sociale.
Parimenti, niente di quello che è successo nei paesi a "socialismo reale" è comprensibile se non facendo riferimento a quelle borghesie di stato, egualmente affermatesi attraverso il capitalismo di stato e lo "stato sociale"; borghesie di stato che, in assenza di una classe di borghesia capitalistica vera e propria, hanno di fatto per mezzo secolo monopolizzato tutto il potere disponibile e, a partire dall'89, hanno rapidamente liquidato la loro residua funzione "socialista", dalla quale traevano legittimazione, per trasformare in proprietà quanto prima semplicemente gestivano in nome del popolo, e trasformarsi quindi in borghesia così come questa è nel mondo "occidentale", con la conseguenza di abbandonare quelle società e quei paesi al disordine violento e criminale del capitalismo allo stato nascente.
Processo avvenuto con un consenso di massa, in parte conquistato, anche in questi paesi, grazie alla forza della rappresentazione mediatica della realtà: il capitale è tutto, il mercato è la vita!