La "sostituzione della politica alla realtà"
Ogni classe al potere impone, oltre ai rapporti di produzione e di riproduzione
che le sono propri, la propria particolare interpretazione degli stessi,
la quale viene tuttavia presentata come visione oggettiva e universale della
realtà.
Se oggi questo processo di ideologizzazione di classe della realtà
dei rapporti sociali risulta particolarmente evidente nel trionfo delle
idee di impresa, di privato e di mercato - nelle quali è immediato
e fin troppo facile leggere il dominio materiale e culturale della borghesia
capitalistica - meno evidente è invece il carattere ideologico di
classe di quel "primato della politica" che si è affermato
grazie alla riduzione di questa, della politica, alle vicende del potere
istituzionale, dei partiti, dei sindacati e di tutto quanto ad essi è
collegato.
Un conto è infatti affermare il carattere politico della realtà,
di tutta la realtà (e fu questa la più importante battaglia
politico-culturale sostenuta dalla sinistra negli anni del secondo dopoguerra),
un conto è la generale sostituzione - in larga parte avvenuta con
la collaborazione della stessa sinistra negli ultimi due decenni - alla
realtà, alla concreta dinamica dei rapporti sociali di classe, delle
forme istituzionali della politica, così come queste di volta in
volta si definiscono. L'attività politica si è così
affrancata dalla necessità di dover rispondere a problemi di natura
sociale e di classe, rispetto ai quali le varie forze politiche rappresentavano
la diversità, la conflittualità o la convergenza, degli interessi
in campo; tutti i partiti, oggi, si pongono come la vecchia Democrazia Cristiana,
cioè come espressione dell'"interesse generale" del paese
e della società, e chiedono un mandato a governare non in nome di
differenti scelte programmatiche di politica economica e sociale, ma in
nome della presunta migliore capacità di governo degli uni rispetto
agli altri. Alle radici della perdita di significato di "destra"
e di "sinistra" vi è dunque l'assenza di qualsiasi analisi
sociale e di qualsiasi riferimento ad interessi e bisogni di classe, assenza
che fa sì che la "politica" e gli agenti della stessa (partiti)
perdano valore di rappresentanza dei conflitti e tendano ad esprimere compiutamente
solo se stessi.
Tale fenomeno di autonomizzazione della politica, di "sostituzione
della politica alla realtà", ha la sua manifestazione ideologica
più forte nel dominio che questa, intesa essenzialmente come coinvolgimento
nella cronaca del potere, ha nei media e nei mezzi di informazione (anche
quelli di opposizione) e, attraverso questi, nella "opinione pubblica",
nella coscienza comune diffusa, cioè nelle forme della rappresentazione
della realtà che sono proprie della nostra epoca. La comunicazione
mediatica si è largamente sostituita all'esperienza della realtà
e, con essa, al tentativo di ricostruirne per via autonoma la comprensione.
Così la politica è stata trasferita dall'esercizio di partecipazione
attiva al vivere sociale allo spettacolo mediatico del potere e dei suoi
attori, cui è imposto assistere quotidianamente, pena la perdita
del senso di appartenenza alla comunità.
Tale dominio coincide in modo evidente con gli interessi generali della
borghesia capitalistica, rivolti ad esercitare una egemonia ideologica totalizzante
e funzionale al mantenimento dei rapporti di classe esistenti e ad impedire
la formazione di una coscienza di classe antagonista. Ma poiché tale
dominio si esercita essenzialmente attraverso la "sostituzione della
politica alla realtà" - come un tempo si esercitava attraverso
la "sostituzione della religione alla realtà" - il momento
"politico", cioè il complesso degli agenti collettivi (partiti,
sindacati, associazioni, lobby, ecc.) e istituzionali che attuano il dominio,
deve essere analizzato nella propria specificità e nel rapporto che
esso instaura con la borghesia capitalistica, detentrice del potere economico
e produttivo.
Il ritardo in tale analisi rende largamente incomprensibili, nel loro rapporto
con la struttura di classe della società italiana e, in particolare,
con le articolazioni della borghesia al potere, il complesso degli eventi
politici che hanno caratterizzato in modo così sconvolgente gli ultimi
anni: la dissoluzione del sistema di potere democristiano e craxiano, l'esplosione
e la parabola del leghismo, la scelta liberale e di mercato del Pci-Pds,
il ruolo antioperaio e antipopolare di equilibratore di sistema assunto
dal sindacalismo confederale, il fenomeno tangentopoli, la comparsa e il
successo di Berlusconi e di Forza Italia, l'affermazione di Alleanza Nazionale;
e, con questi, gli esiti attualmente in gestazione.
Ebbene, poiché una crisi così profonda e sconvolgente del
sistema politico non è esplosa in conseguenza di forti conflitti
sociali ma proprio nel periodo di maggiore arretramento del movimento operaio
dal dopoguerra ad oggi e in concomitanza con la dissoluzione del cosiddetto
"campo socialista", un qualche rapporto con conflitti, con antagonismi
reali e non soltanto "politici", attivi all'interno della borghesia
al potere tale crisi deve pure avere.
Lo sviluppo della "borghesia di stato"
Per quanta letteratura ci sia stata sullo sviluppo del capitalismo di stato
nella economia italiana e sulle politiche economiche del welfare, quasi
mai si è preso in considerazione il fatto che questi fenomeni, inevitabilmente,
portavano con sé la crescita e lo sviluppo di un segmento di classe
borghese che, attraverso l'esercizio del potere politico, diventava crescentemente
in grado di estendere la propria influenza e il proprio controllo a interi
settori dell'economia industriale, e si moltiplicava nella crescita di massa
degli apparati dello stato (istruzione, università, magistratura,
enti previdenziali e mutualistici, strutture ospedaliere ecc.), nel complesso
dei servizi sociali messi in essere per ragioni di politica economica e
di attenuazione dei conflitti, nei delicati e sempre più importanti
meccanismi della comunicazione e dell'informazione. Certamente capitalismo
di stato e welfare hanno caratterizzato la realtà di tutti i paesi
a capitalismo industriale ma ben diverso è stato il peso proporzionale
che essi hanno avuto all'interno delle varie società. Nel caso italiano,
già fortemente caratterizzato in questo senso dall'esperienza fascista
e dalle modalità della ricostruzione post bellica, la presenza del
forte e lungo conflitto sociale di massa, che ha caratterizzato gli anni
settanta con acute tensioni di carattere rivoluzionario, ha giocato un ruolo
non secondario nello sviluppo di tale processo. Nella generale rimozione
che è stata operata da parte della sinistra (dal Pci-Pds in primo
luogo) di una analisi di classe della realtà, è da comprendersi
anche la rimozione di quella straordinaria stagione di lotta di classe che
si è sviluppata in Italia, e nel resto del mondo, tra la fine degli
anni sessanta e la prima metà degli anni settanta. Se il '68 è
rimasto nel linguaggio, ben scarsa consapevolezza è rimasta, invece,
della rottura potenzialmente rivoluzionaria che le lotte operaie, studentesche
e sociali di quegli anni hanno rappresentato nei confronti delle "compatibilità
di sistema", sia materiali che ideologiche e culturali. In momenti
diversi e da parte di forze e strati sociali diversi, vennero infatti aggredite
da movimenti spesso a dimensione di massa sia le regole dell'organizzazione
capitalistica del lavoro e del comando sul lavoro, sia le regole della divisione
sociale del lavoro e della sua riproduzione, sia le regole della politica
e delle forme del dominio di classe sullo stato e sulla società,
sia le regole dell'egemonia culturale e ideologica della borghesia anche
nel terreno dei così detti "diritti civili". Con la conseguenza
che si aprì un vero e proprio "circuito rivoluzionario",
capace di spezzare l'isolamento della classe operaia e di coinvolgere larghi
strati popolari e di borghesia intellettuale; il tutto in un contesto internazionale
caratterizzato da forti lotte in tutti i paesi a capitalismo industriale,
compresi gli Usa, e dall'arrivare a compimento dei processi di decolonizzazione
innescati dal secondo conflitto mondiale, molti dei quali a orientamento
socialista.
Assieme alle lotte operaie è stata rimossa anche la "grande
paura" conosciuta allora dalla borghesia capitalistica italiana. Questa,
dove le fu possibile, abbandonò intere attività produttive
e trasferì per anni capitali all'estero (contribuendo così
a determinare l'arretratezza del nostro paese e, contemporaneamente, sviluppando
la propria vocazione finanziaria e speculativa), e per resistere all'urto
di conflitti che minacciavano direttamente i rapporti di potere tra le classi
e per contemporaneamente impedire che il Pci arrivasse al governo sull'onda
di movimenti sociali che esso non governava direttamente e compiutamente,
malgrado continuasse ad egemonizzare nel loro insieme, favorì, ben
più che in qualsiasi altro paese occidentale, sia lo sviluppo del
il sistema dell'industria e dell'economia pubblica (capitalismo di stato)
che lo sviluppo di quello che si incominciò impropriamente a chiamare
"stato sociale" (il sistema assistenziale), potenziando al massimo
la presenza e il ruolo di tutte le articolazioni statuali, tanto da farle
assomigliare (per estensione e per natura) a quelle proprie dei paesi a
"socialismo reale". In altri termini, si acconsentì alla
crescita della "borghesia di stato", cui venne delegata, nell'immediato,
la funzione di mediare i conflitti sociali; nel lungo periodo, la funzione
di eliminare del tutto il conflitto (secondo il ruolo proprio della "borghesia
di stato" al potere nei paesi a "socialismo reale").
In presenza di un sindacato e di un Partito Comunista disponibili a garantire
l'ordine sociale in cambio di legittimità istituzionale, capitalismo
di stato e politiche del welfare hanno conosciuto una estensione sconosciuta
agli altri paesi e la "borghesia di stato" ha assunto dimensioni
di massa, tanto da potersi considerare, oggi, un vera e propria articolazione
autonoma della classe borghese. Secondo dati di qualche anno fa, certamente
approssimativi ma comunque testimoni del carattere macroscopico del fenomeno,
si stimavano in circa 2.000.000 le persone che nel nostro paese "vivevano"
di politica, cioè della gestione di relazioni istituzionali statuali,
contrattuali, associative e quant'altro. Tale dato quantitativo, per quanto
correggibile, deve comunque essere sottoposto a dei moltiplicatori, in ragione
del fatto che da questi "politici diretti" derivano poi i "politici
indiretti" nelle direzioni e nelle gestioni di enti, società,
istituzioni ecc., (direttamente o indirettamente) controllati dallo stato.
Si tratta pertanto di un corpo sociale più o meno consistente quanto
i 4.000.000 di imprenditori cui ama rivolgersi Berlusconi, certamente composito
e articolato al pari di questi, ma diversamente da questi fortemente organizzato
politicamente ed istituzionalmente. E la cosa fa una notevole differenza.
Dal punto di vista economico questa articolazione di classe borghese
acquisisce il proprio reddito mediante appropriazione di una quota di plusvalore
sociale, cui accede essenzialmente per mandato politico, diretto o indiretto,
attraverso quel meccanismo che nella realtà italiana è chiamato
"lottizzazione". Non vi è primariato e secondariato ospedaliero;
ordinariato e finanche incarico universitario; dirigenza giudiziaria; dirigenza
industriale pubblica, di azienda autonoma, di ente locale, di museo, di
ufficio; presidenza di scuola, ecc., per non parlare della Rai e del sistema
dell'informazione, che non siano stati determinati dall'appartenenza diretta
o indiretta al gruppo di potere politico "titolare", localmente
o nazionalmente, del settore in questione, o ai legami con qualche "personalità"
politica.
Naturalmente, il fenomeno non ha riguardato esclusivamente i ruoli dirigenti.
La pratica delle assunzioni clientelari fino ai livelli più bassi
è stata fenomeno generale nella pubblica amministrazione e nei settori
da essa controllati, ed è servita a garantire alle dirigenze e ai
gruppi di potere politico consenso di massa ed elettorale. Ma il lavoratore
assunto per via clientelare resta pur sempre, nella generalità dei
casi, un lavoratore dipendente, la cui funzione e il cui reddito gli consentono,
con qualche piccolo privilegio, di riprodurre la propria forza lavoro.
Viceversa le funzioni e il reddito cui accede la "borghesia di stato",
figliata da partiti, sindacati, associazioni, lobby, ecc., le consentono
di uscire dalla sfera della semplice riproduzione e di appropriarsi di quote
sempre maggiori di ricchezza, pubblica o privata. La privatizzazione di
sanità, università, aziende pubbliche, ecc., viene infatti
nella sostanza prima delle leggi che ne consentono la cessione al capitale
privato e, con essa, il trasferimento della proprietà. Viene quando
il primario ospedaliero, il docente universitario, il dirigente d'azienda
e di industria pubblica utilizzano la funzione assegnata loro e il potere
di cui dispongono - funzione e potere che, derivando da relazione politiche,
sono di fatto sottratti a qualsiasi verifica e a qualsiasi regola di mercato
- per accrescere il proprio reddito a scapito o in dispregio della istituzione
alla quale appartengono. In tale modo la funzione nell'istituzione diventa
il mezzo per una ulteriore e più ricca appropriazione individuale,
e l'istituzione stessa tende ad essere finalizzata a realizzare occasioni
di appropriazione di ricchezza.
Il primario ospedaliero che impone la visita privata per accedere ai servizi
ospedalieri può farlo in virtù del suo potere, ma nel fare
questo funzionalizza il servizio alla crescita del proprio reddito e coopera
alla trasformazione del servizio in disservizio. Egualmente il docente universitario
che utilizza il suo ruolo per accedere a collaborazioni, consulenze e incarichi
presso aziende, funzionalizza il suo lavoro universitario a fini privati,
collaborando a sottrarre l'istituzione alla funzione di formazione degli
studenti, che diventano così mezzi e non fine. A sua volta il dirigente
pubblico di azienda o di industria che intrattiene affari con aziende collegate
o concorrenti, funzionalizza l'attività che da lui dipende ad interessi
altrui, dai quali consegue un utile proprio.
Parcelle, consulenze, incarichi, affari, finanziamenti, relazioni, ecc.,
funzionano così come moltiplicatori del reddito appropriato dalla
"borghesia di stato" e, nello stesso tempo, come funzionalizzatori
e condizionatori dell'attività istituzionale.
Un segmento di classe senza proprietà all'assalto dello stato
attraverso lo stato
Alla riproduzione di classe di tale "borghesia di stato" manca
certamente l'elemento della proprietà, e quindi della trasmissione
ereditaria delle funzioni e dei ruoli mediante i quali avviene l'appropriazione
di parte della ricchezza sociale collettiva. A tale limite, questa articolazione
di classe della borghesia, prima di approdare alla rapina diretta e generalizzata
mediante tangenti, ha risposto mediante l'estensione delle proprie funzioni
a tutti gli ambiti che era possibile inglobare e alla loro moltiplicazione
(enti, amministrazioni, comitati, commissioni, consulte, centri studio e
di ricerca, ecc.), sia accumulandoli che spartendoli tra affiliati, conviventi
e consanguinei. E' così ormai normale la presenza trasversale tra
partiti enti, istituzioni, aziende ecc. di uomini e donne di seconda generazione
(e presto di terza), come è sempre avvenuto nella borghesia per le
libere professioni ad alto contenuto professionale ed economico: medici,
ingegneri, avvocati, architetti, ecc.
In tale modo, ai fini della sua stessa "riproduzione allargata",
questa borghesia si è fatta portatrice in proprio dell'estensione
del capitalismo di stato e, in genere, della presenza e del ruolo dello
stato, e le sue esigenze sono venute a coincidere con il crescere dell'estensione
e dei ruoli, dei compiti e delle funzioni, dello stato, che ha crescentemente
investito e regolato i rapporti di produzione, di lavoro e di vita, i rapporti
tra gruppi sociali e gli individui, al pari di quelli tra individuo e individuo
e tra individuo e stato. Si tratta di quel processo di razionalizzazione-burocratizzazione
dei rapporti sociali che tende a trasformare lo stato, da luogo politico
del dominio di una classe sull'intera società e di repressione/mediazione
dei conflitti sociali, in realtà apparentemente oggettiva e neutrale,
che informa dall'interno tutta la società e con il quale i singoli
(sfruttati) entrano in rapporto in quanto singoli e non più, all'apparenza
e alla coscienza, in quanto appartenenti ad una classe sociale.
Esso, lo stato, agisce quindi da uniformatore sociale e culturale nell'ottica
della classe dominante, della quale incorpora ed esprime - senza però
renderne evidente la matrice di classe - i principi e i valori. La funzione
del suo enorme apparato burocratico non è più quella di "mediare"
il conflitto ma quella di "rimuovere" l'idea stessa di conflitto
nella pratica e nella coscienza dei soggetti, mentre partiti, sindacati,
associazioni, lobby, ecc., cessano di rappresentare la società, e
la sua contraddittoria e antagonistica composizione, e si contendono in
realtà la gestione e il possesso dei ruoli e delle funzioni di governo
dell'apparato statale, riducendo crescentemente la loro funzione a quella
di selezionatori e controllori del personale dirigente dello stato. Allo
sviluppo di tali trasformazioni doveva concorrere, nella realtà italiana,
la straordinaria coincidenza tra la concezione interclassista dello stato
di matrice democristiana e la sostanziale neutralità riconosciuta
alle istituzioni nella concezione del Pci di Togliatti e di Berlinguer ("via
italiana al socialismo").
La crescente degenerazione della vita istituzionale va dunque ricondotto
in misura non indifferente a questa tendenza/necessità della "borghesia
di stato" ad affermare e ad ampliare la propria sfera di riproduzione,
favorendo l'espansione dell'intervento pubblico anche di là dalle
politiche economiche e sociali cui esso avrebbe dovuto servire, con conseguenze
non indifferenti sull'espansione del debito pubblico. I grandi costi, la
scarsa efficienza e produttività del settore pubblico, non sono quindi
da imputarsi ad una supposta incapacità ontologica di tutto ciò
che è pubblico a competere con tutto ciò che è privato,
ma al fatto che le attività pubbliche nel loro complesso sono state
finalizzate ad essere oggetto e mezzo di rapina sistematica, diretta e indiretta,
da parte della "borghesia di stato" e dei suoi patron politico-sindacali
istituzionali. Rapina divenuta selvaggia e largamente generalizzata in era
craxiana, anche in rapporto alla totale "laicità", cioè
alla totale indipendenza da qualsiasi sistema di valori etico-sociali di
riferimento, del nuovo ceto politico e sindacale, affermatosi negli anni
ottanta come protagonista e gestore della sconfitta del conflitto sociale.
L'assalto alla diligenza del capitale sociale collettivo non ha così
più conosciuto limiti né fedeltà ideologiche, diventando
sempre più guerra per bande (concorrenza) e cercando di estendere
crescentemente la propria rapina al plusvalore privato, industriale e speculativo,
sempre bisognoso di appalti e di commesse pubbliche, di profitti realizzati
grazie al capitale pubblico e di assistenze di varia natura: finanziamenti,
incentivi, defiscalizzazioni, cassa integrazione, prepensionamenti, ecc.
La pratica universale delle tangenti in tutti i paesi a "democrazia
industriale" non costituisce pertanto una disfunzione del sistema (questione
morale), ma ne rappresenta il modo normale di funzionamento: spartizione
consensuale/conflittuale di quote crescenti di plusvalore sociale tra "borghesia
di stato" e borghesia capitalistica.
Nella realtà italiana, il livello di degenerazione riguarda il suo
essersi generalizzata a tutti i livelli dell'attività politica e
della pubblica amministrazione, in virtù della sua sostanziale natura
politica, e in virtù della protezione offerta dalle pratiche consociative
che, garantendo una generale immunità, hanno liberato al massimo
lo spirito di iniziativa e la concorrenzialità dei singoli e delle
varie cordate.
L'"implosione" di sistema: un conflitto di classe triangolare
Il massimo di analisi che si sia potuto leggere sul perché, ad un
certo punto, questo modo di funzionamento del sistema politico-istituzionale
sia entrato in crisi ci è venuto dal Manifesto, con bella
formula mutuata dalle scienze astrofisiche: implosione, il raggiungimento
di un punto critico oltre il quale il sistema collassa ed esplode dall'interno.
Il che in qualche modo lascia supporre l'esistenza di un principio di autoregolazione,
capace di ristabilire, sia pure per via di rottura, l'ordine di sistema.
Qualora poi la formula dell'"implosione" non bastasse, ecco pronta
quella esogena del "crollo" del mondo socialista (anch'esso "imploso",
come continua a ripetere Rossana Rossanda nelle sue meditazioni settimanali)
e, con esso, la fine del bipolarismo mondiale e del più modesto bipolarismo
nostrano, da tutti unanimente riconosciuto come causa dell'arretratezza
del nostro sistema politico, bloccato dall'impossibilità dell'alternanza.
Come si vede, la "borghesia di stato" al potere non può
che produrre (e imporre) un'analisi esclusivamente politico-istituzionale
(sovrastrutturale), corrispondente al proprio modo di concepirsi e di riprodursi
e ai propri interessi materiali: la funzione di governo della società
come funzione autonoma dai conflitti economici e sociali (ciò che
abbiamo chiamato l'autonomia della politica, la "sostituzione della
politica alla realtà"), e la società come puro e semplice
oggetto di governo, necessitante l'esistenza dei governanti; il primato
delle istituzioni del potere - da rafforzare e da sottrarre dalla dipendenza
dall'elettorato - e, con esse, il primato della "borghesia di stato":
il fascino discreto dell'ancien régime, mescolato alla concezione
togliattiana della democrazia socialista!
Si impedisce così di cogliere il fenomeno strutturale che ha caratterizzato
la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta e che ha determinato
la crisi di sistema; un fenomeno certamente complesso, le cui coordinate
abbisognano di analisi approfondita. Tuttavia quello che è assolutamente
chiaro è che in quegli anni viene a rompersi, per la prima volta
dal dopoguerra in modo radicale e manifesto, il blocco di interessi che
ha permesso alla grande industria a dimensione monopolistica delle poche
famiglie del capitalismo italiano (che ha il suo centro di organizzazione
e di mediazione in Mediobanca) di tenere insieme e di egemonizzare l'esercito
della piccola e media industria. Tale blocco di interessi era costruito
attorno ad una spartizione molto semplice del rapporto con lo stato: il
sostegno della spesa pubblica a vantaggio degli interessi e delle scelte
produttive della grande industria; assistenze varie, bassa conflittualità
sindacale e, soprattutto, immunità fiscale per la piccola e media
industria. In altri termini, le prime attingevano alla ricchezza sociale
collettiva dal lato delle uscite, le seconde dal lato delle entrate, e lo
stato, nel suo complesso, funzionava da redistributore del plusvalore sociale,
garantendo ad entrambe la tenuta e il controllo dei conflitti sociali. Il
ruolo della "borghesia di stato" si inscrive sempre direttamente
in questa delega al potere politico della gestione sociale e collettiva
degli articolati e conflittuali interessi della borghesia capitalistica.
La specificità del caso italiano sta essenzialmente, come si è
detto, nel salto di qualità operato dall'estensione senza pari dei
ruoli e delle funzioni assunte dalla "borghesia di stato". Una
estensione tale da fondare le condizioni per una sua autonoma riproduzione
di classe.
Si disegnano così, negli anni ottanta e sulla sconfitta del movimento
operaio, le condizioni di un possibile conflitto triangolare tra borghesia
capitalistica a dimensione monopolistica, borghesia capitalistica di piccola
e media impresa, "borghesia di stato", ruotante attorno all'appropriazione
del plusvalore sociale. Tale conflitto doveva rimanere sotterraneo e componibile
fintanto che il movimento operaio era in grado di sviluppare una autonoma
conflittualità e una forte capacità contrattuale, sia sul
piano sindacale che sul piano politico. Il declinare del conflitto - conseguente
a vari fattori che non è qui possibile prendere in esame (tra i quali
certamente i processi di ristrutturazione nella grande industria e l'allargarsi
della pratica degli ammortizzatori sociali, che hanno avuto un peso non
indifferente nella crescita del debito pubblico e nel trasferimento di risorse
alla grande industria) - e la rottura operata dal Psi di Craxi nei confronti
del movimento operaio e della sinistra, nella misura in cui rendevano rapidamente
subalterne (variabile dipendente) le tensioni sociali, rendevano di fatto
libere da vincoli, e quindi tendenzialmente concorrenziali e conflittuali,
le dinamiche proprie delle tre articolazioni di classe della borghesia.
Concorrenzialità e conflittualità che i processi di mondializzazione
dell'economia (del capitale, delle produzioni, del lavoro e del comando)
e la loro accelerazione in seguito al crollo dell'impero sovietico, dovevano
eccitare ed esaltare al di là di ogni "razionale compatibilità"
di sistema.
All'elemento sociale (riduzione del conflitto) e all'elemento politico (craxismo)
si aggiungano i fenomeni di destabilizzazione operati, sul fronte della
borghesia a dimensione monopolistica, dal giungere a maturità, e
a una maturità particolarmente aggressiva, di due nuovi gruppi industriali:
quello agro-alimentare-chimico dei Ferruzzi guidati da Gardini, e quello
immobiliare-assicurativo-pubblicitario-televisivo guidato da Berlusconi.
Per entrambi la crescita era avvenuta fuori dalla struttura di autoregolazione
del grande capitalismo italiano rappresentata da Mediobanca e fuori dalla
tradizionale egemonia democristiana; entrambi aspiravano a veder crescere
il proprio potere politico ed entrambi minacciavano così sia interessi
capitalistici forti che altrettanto forti interessi della "borghesia
di stato", nella quale inserivano spaccature e tensioni non indifferenti,
che, a loro volta, si coniugavano all'assalto irruente della componente
craxiano-socialista, fermamente intenzionata a ritagliarsi un potere largo,
duraturo e redditizio, e quindi disposta ad appoggiare l'ascesa e l'affermazione
di nuovi soggetti di grande capitalismo, con i quali collaborare a ridurre
il potere dei gruppo "storici" del capitalismo italiano e ad accrescere
le proprie occasioni di profitto.
Non meno destabilizzante sul fronte della borghesia capitalistica era
la stessa straordinaria crescita del capitalismo di piccola e media impresa,
avvenuta all'interno della società italiana e del suo sistema produttivo,
e la nuova "coscienza di classe" che la figura dell'"imprenditore
massa" andava maturando: antimonopolistica, antistatalista e antigovernativa.
Il tessuto produttivo diffuso del paese acquistava progressivamente consapevolezza
di sé e del proprio ruolo economico e politico, dimostrandosi capace
di trascinare un largo consenso di massa, raccolto non solo tra i segmenti
estremi di piccola imprenditoria (artigianato e commercio) ma tra le stesse
maestranze e il lavoro dipendente, cui il decentramento produttivo messo
in atto dalla grande industria, faceva intravedere possibilità di
fuoriuscita dal lavoro subordinato verso il lavoro autonomo. All'"imprenditore
massa" la grande industria monopolistica, forte dei suoi legami con
il potere politico e beneficiaria di sovvenzioni ed assistenze, doveva crescentemente
apparire come concausa del disavanzo pubblico e delle crescenti difficoltà
economiche del sistema.
Infine, sia la grande industria monopolistica che la piccola e media industria
cominciavano a risentire della sostanziale arretratezza del sistema industriale
italiano. Il fatto di essere cresciuto spesso parassitariamente all'ombra
del protezionismo rappresentato dal controllo sulla spesa pubblica, lo aveva
di fatto reso marginale sia rispetto ai processi di mondializzazione del
capitale e del mercato, sia rispetto alla nuova divisione internazionale
della produzione che si andava disegnando e che vedeva nella chimica fine,
nell'aerospaziale, nelle telecomunicazioni, nell'elettronica, nelle produzioni
di progetto e di sistema relative a tali settori, e nelle produzioni dell'immateriale,
il nuovo volto del capitalismo e il cuore dell'accumulazione.
La borghesia capitalistica all'assalto dello stato
La via delle privatizzazioni, cioè del trasferimento e dell'acquisizione
delle attività dello stato e degli enti locali capaci di produrre
profitti e/o di trasferire risorse finanziarie, apparve in generale come
la via di uscita possibile dalle difficoltà del sistema capitalistico
italiano nel breve e medio periodo. Se infatti le privatizzazioni potevano
portare banche e non insignificanti attività industriali al grande
capitale, le piccole e medie imprese locali potevano mettere le mani su
numerose attività e servizi pubblici, su spezzoni di attività
industriali e relativi appalti.
Le dismissioni e le privatizzazioni sono certamente, da un punto di vista
generale, in contrasto con gli interessi della "borghesia di stato"
che ne esercita la gestione e che, grazie a questa, riesce ad appropriarsi
di quote crescenti di plusvalore sociale. Tuttavia la "borghesia di
stato", come del resto gli altri segmenti e le altre articolazioni
di classe borghese, è una realtà composita e fortemente verticalizzata
in termini di comando e di reddito. Poiché le privatizzazioni possono
essere realizzate soltanto con la collaborazione dei vertici politici ed
economici della "borghesia di stato", questi hanno la possibilità
e l'occasione di imporre i termini concreti del trasferimento, e quindi
di appropriarsi (direttamente o indirettamente) di parte della ricchezza
transatta, sia sotto forma finanziaria ed operativa (tangenti, compensi
per consulenze e prestazioni di servizi, posti di comando all'interno delle
nuove società, ecc.), che imponendo la trasformazione della propria
funzione in partecipazione azionaria diretta, conseguendo così la
proprietà (sia pur parziale) dei mezzi della propria riproduzione.
Di tale potere contrattuale non dispone invece il livello medio e basso
della "borghesia di stato" che quindi si sente, e lo è
di fatto, minacciata dai processi di privatizzazione, sia perché
questi ne comportano, inevitabilmente, il ridimensionamento numerico e reddituale,
sia perché le competenze specifiche proprie di tali livelli, diversamente
da quelle dei grands commis che governano banche, gruppi industriali, servizi
e ministeri, non sono generalmente di carattere tecnico-professionale, e
quindi tali da garantire ruolo e funzione, ma sono essenzialmente relazionali.
Nel suo insieme questa articolazione di classe borghese è specializzata
nel gestire rapporti politici e amministrativi che, nell'impresa privata,
sono attinenti la proprietà e ne costituiscono la competenza specifica.
Non stupisce quindi che la posizione di questi livelli della "borghesia
di stato", anche se formalmente omogenea alla scelta politica delle
privatizzazioni, sia nella sostanza attestata, con la sua forza di resistenza,
ad ostacolare e rallentare al massimo i processi di trasferimento delle
attività pubbliche, così da migliorare il proprio potere contrattuale
e contrastare il proprio ridimensionamento. Tale azione si manifesta, non
a caso, trasversale in tutte le forze politiche e in grado di condizionarne
i vertici.
Il processo di smantellamento del welfare è così fortemente contraddittorio e destinato a creare conflitti fortissimi sia tra capitalisti e capitalisti, sia tra capitalisti e "borghesia di stato", sia all'interno della stessa "borghesia di stato" e dei gruppi politico-sindacali nei quali questa è organizzata. Conflitti che trovano generalmente manifestazione e rappresentazione attorno alla questione del debito pubblico e del disavanzo annuale. Qui valga soltanto la considerazione che la grande stampa e l'informazione televisiva, cioè l'"opinione pubblica" secondo la borghesia capitalistica e la "borghesia di stato", evitano accuratamente di soffermarsi sulla composizione strutturale del debito pubblico, cioè sulle voci di spesa e sulle loro articolazioni che hanno concorso e concorrono a determinarne la dimensioni attuali (raddoppiato, in sette anni, da un milione a due milioni di miliardi). Un'attenzione del genere renderebbe infatti manifesta la dipendenza del debito pubblico non già da disfunzioni o dalla scarsa produttività dei servizi amministrati ma da trasferimenti di ricchezza sociale collettiva tra le classi sociali e all'interno delle loro articolazioni. Il risanamento del debito è dunque un falso problema, nel senso che il problema è reale ma irrisolvibile all'interno dell'attuale quadro dei rapporti di classe. Generatore di conflittualità, esso assume una valenza prevalentemente ideologica, serve cioè a giustificare e a coprire privatizzazioni e ulteriori prelievi e trasferimenti di plusvalore sociale collettivo.
L'assunzione dell'orizzonte delle privatizzazioni e del risanamento del debito pubblico da parte del Pci-Pds e della Cgil realizza così la rottura definitiva, da parte di queste forze della "borghesia di stato", del loro residuo rapporto populista con gli interessi del movimento operaio e delle masse popolari del nostro paese. Questa scelta politica si concretizza infatti nello smantellamento delle strutture del welfare messe in essere negli anni del neocapitalismo (impropriamente chiamiate "stato sociale"), le quali, garantendo l'espansione o il mantenimento dell'occupazione, dei redditi da lavoro dipendente e dei servizi sociali, redistribuivano in qualche modo più equamente parte della ricchezza sociale collettiva.
La destabilizzazione istituzionale
Lo scoppio della crisi dell'intricato complesso di relazioni e di mediazioni
politico-istituzionali che avevano permesso al conflitto triangolare tra
borghesia capitalistica a dimensione monopolistica, borghesia capitalistica
di piccola e media impresa e"borghesia di stato" di ruotare attorno
all'appropriazione del plusvalore sociale e di svilupparsi senza mettere
in discussione l'equilibrio statuale (consociativismo), è certamente
da imputarsi a due fenomeni diversi e distinti, la cui concomitanza temporale
e spaziale non è però casuale: la rapida trasformazione del
leghismo in movimento di massa, capace di esercitare una egemonia politica
e culturale reale; l'altrettanto rapido sviluppo delle inchieste sulle tangenti
e sul "finanziamento illecito" dei partiti, che, partite da episodi
marginali e di basso profilo politico-istituzionale, arrivano ben presto
a coinvolgere e a colpire, contemporaneamente, i vertici della classe imprenditoriale,
della classe politica e quelli dell'alta dirigenza della pubblica amministrazione.
La Lega
La Lega di Bossi fa paura a tutti. All'assetto di potere interno al sistema
industriale italiano, in quanto riesce a diventare punto di riferimento
della piccola e media imprenditoria veneto-lombarda, una imprenditoria di
massa, cresciuta all'insegna del fai da te, generalmente ghettizzata dentro
le Associazioni Industriali, tagliata fuori dalle grandi redistribuzioni
della ricchezza pubblica; bisognosa di inserirsi nei processi di mondializzazione
dei mercati e, quindi, crescentemente bisognosa di servizi e di assistenze
politico-istituzionali e, di conseguenza, crescentemente assillata dalle
richieste tangentizie della "borghesia di stato"; minacciata,
dalla crescita del debito pubblico, nel terreno dell'evasione fiscale, alla
cui ombra ha costruito gran parte delle proprie fortune, secondo il vecchio
patto spartitorio con il grande capitale monopolistico.
La conversione al leghismo da parte di questi settori del mondo industriale,
in cerca di identità e di rappresentanza politica, toglie alla Dc
il suo punto di forza in quanto tradizionale mediatrice-regolatrice politica
e sociale dei conflitti intercapitalistici e sottrae ad essa il monopolio
storico dell'interclassismo, secondo il modello dell'imprenditoria diffusa
come terza via tra grande capitale e proletariato. Questa nuova imprenditoria
di massa è in grado infatti di esercitare una forte e diretta egemonia
politica e culturale nel territorio e nei confronti delle proprie maestranze,
con le quali convive direttamente senza eccessiva conflittualità
e senza significative mediazioni di carattere sindacale, grazie anche alla
politica di tolleranza rivolta dal Pci e dalla Cgil nei confronti della
piccola e media impresa, conseguente al tentativo da questi sempre perseguito
di contrastare su questo terreno l'egemonia democristiana.
Bossi fa quindi paura anche al Pci, per la sua capacità di attrarre
al leghismo e alle sue tematiche (antifiscalismo, antistatalismo, antimonopolismo,
privatizzazioni, deregulation) aree consistenti di classe operaia, di artigiani
e imprenditori di provenienza operaia, spesso di tradizione socialista e
comunista, e soprattutto di quel nuovo proletariato giovanile della piccola
industria, del terziario e del commercio, che non ha avuto, e non avrai
mai, alcun rapporto con le tradizionali forme dell'organizzazione politica
e sindacale ma che è invece particolarmente sensibile a richiami
ideologici molto semplici, aggressivi, riproducibili, in tutto simili agli
slogan della pubblicità mediatica.
Non è dunque la consistenza in sé del fenomeno leghista a
fare paura, ma le sue potenzialità e le sue capacità di aggredire
strutture ed equilibri storici, rispetto ai quali le forze economiche e
politiche al potere non dispongono di alternative immediate da mettere in
campo. La reazione-offensiva contro il leghismo è pertanto di tipo
assolutamente tradizionale: la demolizione dell'avversario (rozzo, plebeo,
incapace, ecc.) e, da parte della sinistra, il tentativo di demonizzarlo
in chiave antifascista, come poi verrà fatto nei confronti di Berlusconi.
"Mani pulite"
Meno chiaro è certamente il rapporto tra il fenomeno "mani pulite"
e i conflitti in atto nella borghesia industriale e tra questa e la "borghesia
di stato" . La magistratura è parte costituiva dello stato e
partecipa quindi anch'essa del carattere politico della "borghesia
di stato" e, inevitabilmente, del suo modo specifico di riprodursi
in quanto articolazione di classe borghese. La magistratura non è
quindi né può essere estranea alle pratiche consociative e
ai conflitti interni che caratterizzano la fase che stiamo analizzando,
così come nel sud non è stata e non è, evidentemente,
estranea ai particolari rapporti di carattere mafioso che qui governano.
Meno facile è però, dall'esterno, ricostruire i contorni "politici"
dell'azione della magistratura, dato il suo carattere di corpo separato
fortemente specializzato e la conseguente difficoltà, dall'esterno,
di decodificarne il linguaggio e i segni.
Per quanto marginale e casuale possa essere stato l'avvio di "tangentopoli",
difficilmente possono essere poi considerati tali i suoi sviluppi, a partire
dal momento i cui questi, inevitabilmente cominciano ad interagire con le
vicende del mondo politico ed economico del paese, e, ciò che più
importa, nella direzione della destabilizzazione istituzionale. In quanto
corpo separato, è possibile ipotizzare con qualche fondamento non
banale che l'evenienza e la centralità rapidamente acquisita abbiano
facilitato e favorito la messa in essere di "trame" di varia natura
ad opera di poteri più o meno occulti, dalla massoneria nelle sue
varie versioni alla spesso dimenticata Opus Dei. Gli esiti attuali del fenomeno,
l'esaurirsi delle indagini rivolte ad indagare il rapporto di corruzione
tra politica, industria e finanza, il ripiegarsi dell'azione giudiziaria
dentro la magistratura stessa, la stessa incriminazione di Di Pietro, documentano
ora inequivocabilmente come anche la "giustizia" sia in realtà
una 'continuazione della politica sotto altre forme[[ordfeminine]]. Quello
che importa cogliere nella genesi del fenomeno è la concomitanza,
da un lato con la crescita del fenomeno leghista (nella descrizione che
ne abbiamo dato),dall'altro con il processo oscuro e contorto che ha portato
alla distruzione e allo smembramento del gruppo Ferruzzi da parte della
grande borghesia industriale e della "borghesia di stato" (grazie
alla regia di Cuccia, passato, con qualche banca nazionale, in mano Gemina/Agnelli,
a rafforzare ulteriormente il grande capitale monopolistico delle famiglie
di Mediobanca).
Quali che siano stati gli interessi particolari in campo, il fenomeno "mani
pulite" e, dentro a questo, il fenomeno "Di Pietro", hanno
assunto rapidamente una propria autonomia politica ed hanno portato l'assalto
- molto meglio e con conseguenze più devastanti del fenomeno delle
Brigate Rosse - direttamente al "cuore dello stato", attuando
quella destabilizzazione e quella perdita di legittimità delle istituzioni
che, se fossero avvenute in rapporto a grandi lotte sociali e al protagonismo
diretto delle masse popolari, avrebbero potuto produrre esiti rivoluzionari.
Viceversa, in assenza di conflittualità sociale e di reale opposizione
politica, è stato possibile mantenere la destabilizzazione esclusivamente
sul piano politico-istituzionale, e ciò grazie alla fondamentale
collaborazione offerta dal Pci-Pds e dalla Cgil.
Il ruolo del Pci-Pds e dei sindacati confederali: ristabilizzare il
sistema attorno all'intensificazione dello sfruttamento del lavoro vivo
Se il Pci-Pds avesse voluto o potuto assumere come propria la bandiera di
"mani pulite", probabilmente sarebbe andato direttamente al governo,
magari portandosi dietro, in chiave garantista, qualche pezzo di Democrazia
Cristiana, senza bisogno di consentire alla trasformazione in senso autoritario
del sistema parlamentare, introdotta dapprima con una riforma elettorale
maggioritaria ,che avrebbe dovuto permettere alternanza e stabilità,
e orientata ora ad incidere direttamente sul piano istituzionale, con presidenzialismo
e riscrittura della Costituzione.
Non ha tuttavia voluto né potuto farlo.
In primo luogo in quanto affatto estraneo alle vicende sulle quali la magistratura
andava indagando e, quindi, largamente ricattabile. Inoltre, l'estensione
delle indagini al sistema di potere e di interessi organizzato attorno al
Pci, alla Cgil e alla rete delle cooperative, avrebbe di fatto privato il
sistema politico di qualsiasi possibilità di tenuta e creato le condizioni
per esiti del tutto inaspettati ed incontrollabili. Il Pci-Pds, come del
resto la Fiat e il grande capitale monopolistico organizzato in Mediobanca,
sono stati così largamente e deliberatamente tenuti fuori dal centro
delle inchieste, a garanzia della stabilità del sistema. In tale
modo la magistratura, proprio per il suo essere parte della "borghesia
di stato" , da un lato ha autonomamente cercato di garantire una residua
legittimità politico-istituzionale (che è cosa ben diversa
dall'accusa che le è stata mossa di essere manovrata dal Pci-Pds)
al suo stesso operato di destabilizzazione, così come, dall'altro,
ha sempre rigorosamente mantenuto tutte le inchieste nell'ambito del "finanziamento
illecito dei partiti", evitando con cura - salvo proprio dove non era
possibile altrimenti - le più gravi, e meglio corrispondenti alla
sostanza dei fatti indagati e contestati, incriminazioni per corruzione
e per associazione a delinquere. Inoltre, più di una volta si è
fatta portatrice della necessità che il parlamento intervenisse a
risolvere il problema per via politico-legislativa, senza però che
nessuna organizzazione politica della "borghesia di stato" avesse
il coraggio di assumersi la responsabilità dell'iniziativa.
In secondo luogo, il Pci-Pds non ha voluto né potuto candidarsi ad
alternativa politica, in quanto ben consapevole che i suoi residui ma ancora
operanti legami con le masse operaie, popolari e di piccola borghesia dipendente,
avrebbero inevitabilmente caratterizzato lo scontro in senso democratico
e classista, con il risultato di rompere, in piena crisi istituzionale,
le regole della "pace sociale", che avevano garantito, a partire
da metà degli anni settanta e per tutti gli anni ottanta, la libera
ascesa della "borghesia di stato" ; con il rischio conseguente
di far coincidere la crisi politico-istituzionale con la ripresa della conflittualità
sociale.
Sul piano politico il Pci-Pds ha così cercato la stabilità
di sistema nella riduzione della conflittualità e della degenerazione
interna alle fazioni della "borghesia di stato" , mediante la
trasformazione in senso maggioritario del sistema elettorale. In questo
modo si sarebbe costretta la composita e frammentata realtà della
"borghesia di stato" a ricomporsi attorno a dei centri di unificazione,
avviando al proprio interno un processo di concentrazione, funzionale e
indispensabile alla gestione della riduzione della sfera pubblica, non dissimile
dai processi di concentrazione che avvengono normalmente, nei periodi di
crisi, nel mondo industriale. Ma si sarebbe ridotta anche la possibilità
di dare rappresentanza politica agli interessi di classe e, in particolare,
agli interessi della classe operaia e delle masse lavoratrici, liberando
definitivamente il Pds dall'eredità del Pci.
Sul piano sociale la tenuta di sistema è stata assunta dalla Cgil
e dai sindacati confederali, che sono fuoriusciti dal ruolo tradizionale
di gestire e di controllare le tensioni e le conflittualità in modo
tale che esse non si generalizzino e non ripropongano una propria autonomia,
e si sono proposti il compito, del tutto nuovo e corrispondente alla natura
dei conflitti in atto all'interno della borghesia capitalistica e alla "borghesia
di stato" , di spostare il pericoloso convergere di conflitti di interesse
attorno al sistema della spesa pubblica e del capitalismo di stato, nella
direzione di una convergenza non conflittuale attorno ad una ripresa dello
sfruttamento del lavoro vivo, quale non si conosceva dai tempi della seconda
rivoluzione industriale. Gli accordi triangolari del luglio '93 offrono
infatti al capitalismo italiano, grande e piccolo, da parte dei sindacati
e per conto della "borghesia di stato" nel suo complesso, il "patto
sociale" indispensabile sia per la fuoriuscita completa dal sistema
di regole e di istituti della contrattualità che faticosamente il
movimento operaio italiano ed europeo era riuscito a costruire nel corso
del Novecento, sia per la più forte e generalizzata riduzione del
valore-lavoro che un paese ad alto sviluppo capitalistico potesse realizzare.
Retribuzioni ed organici cessano di fatto di essere materia contrattuale
tra le parti per essere fissate unilateralmente dal governo sulla base dell'"inflazione
programmata" e delle disponibilità di spesa, e dagli imprenditori
provati, cui viene restituito il controllo presso che totale sulla forza
lavoro nel processo produttivo. L'impianto normativo, codificato da statuti
e norme legislative, viene di fatto vanificato dalla legalizzazione e generalizzazione
di rapporti di lavoro precarizzati (lavoro a tempo determinato e lavoro
in appalto) - corrispondenti al decentramento produttivo e all'organizzazione
della produzione a rete - che generalizzano la sostituzione di rapporti
individuali di lavoro ai rapporti collettivi. Infine, il quarto elemento
di contrattualità sindacale, l'organizzazione del lavoro, ritorna
ad essere strumento di autosfruttamento, in quanto a straordinari, carichi
di lavoro, pericolosità e nocività, è affidata la sola
possibilità, come negli anni sessanta, di integrare basi retributive
contrattuali sempre più basse e crescentemente incapaci di riprodurre
anche lo stesso valore della forza lavoro.
Sul piano economico si realizza in breve tempo la più forte riduzione
del valore-lavoro che sia mai stata realizzata. Il taglio della spesa pubblica
per sanità, scuola e servizi riduce immediatamente il valore delle
retribuzioni, al pari dell'aumento delle imposte dirette e indirette. L'abolizione
della contingenza e l'indicizzazione delle retribuzioni base riduce direttamente
il salario percepito. Il prolungamento della giornata lavorativa mediante
l'uso generalizzato degli straordinari e il prolungamento dell'età
lavorativa che dà diritto alla pensione (pensione che verrà
presto ulteriormente e pesantemente decurtata) diminuiscono il monte salari
complessivo, che diminuisce ulteriormente in ragione degli aumenti di produttività
largamente realizzati negli ultimi anni senza investimenti aggiuntivi. Infine
tra salari d'ingresso, contratti di formazione e lavoro, lavoro a termine
e stagionale e lavoro nero, il capitale può oggi disporre a prezzi
bassissimi, più bassi di quanto non venisse retribuita nel passato
la semplice manovalanza, di una giovane forza lavoro ad alti livelli di
scolarizzazione e di abilità intellettuali e tecnologiche, altamente
e immediatamente produttiva e adattabile a produzioni e cicli tecnologici
moderni.
Non stupisce quindi se produzione e profitti riprendono rapidamente a volare.
In tale modo il sistema politico della "borghesia di stato"
pensava di essere in grado di poter superare senza avventure, senza alternative
politiche e senza ripresa della conflittualità sociale, la crisi
politico-istituzionale prodotta in contemporanea dalla minaccia leghista
e da "mani pulite", crisi che aveva portato alla dissoluzione
della Democrazia Cristiana e del Psi; contemporaneamente pensava di comporre
la conflittualità tra grande capitale monopolistico, piccola e media
industria e "borghesia di stato" , sviluppatasi attorno all'appropriazione
della ricchezza sociale collettiva.
E' in questo quadro di attese che si inserisce in modo imprevisto e dirompente
la variabile Berlusconi/Fininvest/Forza Italia, segno della profondità
della crisi politico-istituzionale e della profonda disaggregazione dei
soggetti politici ed economici coinvolti nella crisi stessa.
Berlusconi: tutto il potere ai capitalisti!
Sono certamente complessi e vari i motivi che hanno spinto l'uomo Berlusconi,
e l'intreccio di interessi e di relazioni che la Fininvest rappresenta,
a tentare l'avventura politica.
Con la scomparsa del Psi, la Fininvest si ritrova, d'improvviso, a dover
fronteggiare, priva di copertura politica, una probabile affermazione del
Pci-Pds, quindi di una linea apertamente ostile al monopolio privato dell'informazione
e della comunicazione (i quotidiani, con non poca stampa periodica, sono
tutti saldamente in mano Fiat/Rcs Rizzoli) e tradizionalmente molto vicina
agli interessi del gruppo De Benedetti/Olivetti, che sta abbandonando l'elettronica
informatica - nella quale non è riuscito ad affermare una propria
posizione internazionalmente competitiva, malgrado (e forse proprio perché)
il gruppo abbia potuto godere del monopolio dell'informatizzazione della
pubblica amministrazione - e si sta orientando verso il settore della telefonia
cellulare e delle telecomunicazioni. Nel quadro generale delle privatizzazioni,
quella a più alto contenuto strategico (di profitto e di potere)
dopo le banche e l'energia (Eni - Enel) è la privatizzazione della
Stet, il monopolio pubblico delle telecomunicazioni. Come ogni grande gruppo
capitalistico, e come già i Ferruzzi, la Fininvest è largamente
indebitata con le banche pubbliche [quando mai il grande capitale si è
accumulato, rischiando in proprio e senza attingere al capitale pubblico?],
che stanno passando sotto il controllo del grande capitale monopolistico
delle famiglie di Mediobanca. Inevitabile quindi che Berlusconi tema di
fare la fine di Gardini o, se gli va meglio, di venire tagliato fuori dal
settore delle telecomunicazioni. La costruzione di un proprio autonomo potere
politico rientra pertanto negli interessi generali del gruppo Fininvest
(e dei suoi sostenitori stranieri) e non rappresenta affatto un'azione di
avventurismo politico dell'uomo Berlusconi. Preme inoltre in questa direzione
una parte consistente della "borghesia di stato" già organizzata
attorno alla P2 e al Psi, cui Berlusconi deve le proprie fortune economiche,
e che ora corre il rischio di essere tagliata fuori definitivamente dai
nuovi assetti di potere e di essere lasciata sola a pagare il prezzo, anche
giudiziario, degli anni ruggenti del craxismo.
L'iniziativa di Berlusconi non si presenta tuttavia come esclusivamente
determinata dagli interessi economici del gruppo Fininvest e dalle pressioni
degli ex patron politici, che largamente si ricicleranno nelle file di Forza
Italia. Vi è da parte dell'uomo Berlusconi, e della sua "squadra",
una percezione molto alta della fase politica e delle difficoltà
oggettive che si frappongono ai tentativi, interni alla "borghesia
di stato" , di ridare stabilità agli assetti politico-istituzionali.
Vi è innanzitutto la percezione di quanto a fondo abbia agito, nella
popolazione e nell'elettorato, la delegittimazione dello stato e delle forze
politiche tradizionali, tanto a fondo da permettere l'affermazione di una
forza politica che si costituisce in pochi mesi all'insegna del "nuovo",
un nuovo che tutti i partiti vanno predicando ma che nessuno riesce ad incarnare,
malgrado il frettoloso cambiamento di nomi, marchi e leadership. Vi è
poi la percezione della possibilità, messa in luce con forza dal
leghismo, di coniugare, in modo nuovo ed efficace, la sensibilità
del giovane elettorato nei confronti di messaggi politici semplificati e
forti, con la particolare natura del messaggio pubblicitario televisivo,
la cui forza consiste essenzialmente nell'evidenza e nell'immediatezza del
suo contenuto ideologico, nel modello di vita e di valori che viene proposto
attraverso la promozione di oggetti e beni. Fino a qui, tuttavia, si tratta
di semplice applicazione di tecniche di marketing alla politica intesa come
mercato elettorale, la cui padronanza stupirebbe mancasse in chi detiene
il monopolio della comunicazione televisiva privata.
Il vero elemento di novità introdotto da Berlusconi consiste invece
nell'aver proposto se stesso, nella qualità di imprenditore privato,
e Forza Italia - Fininvest come impresa privata, alla direzione politica
dello stato e del paese. Anche in questo elemento Berlusconi è debitore
a Bossi e al leghismo della percezione della ricerca, da parte di aree consistenti
del mondo capitalistico di piccola e media impresa, di una nuova identità
politica. Identità politica che Berlusconi propone di affermare,
in questo diversamente da Bossi, direttamente, in quanto imprenditori, senza
più dover delegare la gestione dello stato e del potere politico
alla "borghesia di stato" e alle sue organizzazioni politiche.
Vi è insomma, da parte di Berlusconi, il tentativo radicale di affermare
la borghesia capitalistica come classe generale ed universale, capace di
gestire direttamente, in proprio e in prima persona, la società tutta
come impresa, dal momento economico-produttivo fino a quello politico istituzionale.
Egli dimostra così di cogliere fino in fondo la portata del crollo
del mondo cosiddetto socialista, della conversione dei partiti comunisti
e socialisti alla filosofia del mercato e dell'impresa come unica forma
possibile di organizzazione della produzione e della società, e della
restituzione della classe e del movimento operaio al dominio diretto delle
regole della produzione capitalistica di plusvalore. Dentro tale impostazione,
la "borghesia di stato" viene inevitabilmente a perdere la conquistata
autonomia della funzione di mediazione dei conflitti sociali, di gestione
dell'apparato statale e di redistribuzione della ricchezza sociale collettiva,
per essere fortemente ridimensionata e restituita ad un ruolo di pesante
subalternità nei confronti della borghesia capitalistica. Si esaurisce
così l'esperienza storica della "democrazia" del secondo
Novecento, che ha avuto nei partiti e nelle organizzazioni di massa i gestori
del consenso e i regolatori istituzionali dei conflitti sociali, e si afferma
un neo-autoritarismo in cui il consenso di massa è costruito dai
media attorno alla figura di un leader, e della sua azienda, che si assume
direttamente la responsabilità del potere, ricerca con l'elettorato
un tipo di rapporto plebiscitario e restituisce potere e dignità
ideologica alla borghesia capitalistica, liberandola finalmente dal peccato
originale dello sfruttamento del lavoro altrui.
Berlusconi, che pure è un grande capitalista monopolistico, è
così in grado di raccogliere attorno a sé il consenso dell'imprenditoria
di massa, che già il leghismo aveva educato a individuare nella "borghesia
di stato" la causa principale delle proprie difficoltà ad affermarsi
come classe dominante, costringendo quindi Bossi ad aggregarsi al carro
di Forza Italia per cercare di non perdere il nucleo forte del proprio consenso
politico. Diverso è invece il rapporto con Alleanza Nazionale, il
cui statalismo di destra di matrice fascista - corrispondente all'arretratezza
dei rapporti sociali e, quindi, della funzione della "borghesia di
stato" nell'Italia centro meridionale - è certamente in contraddizione
con l'autoritarismo individuale-aziendale di Berlusconi. Quello che è
chiaro è comunque che la fine di qualsiasi capacità di tenuta
dei valori storici di riferimento del movimento operaio e della sinistra,
valori che si erano dimostrati capaci di esercitare una egemonia profonda
anche all'interno della borghesia non capitalistica, nel momento in cui
di fatto riconsegna quest'ultima all'egemonia politica ed ideologica della
borghesia capitalistica, alimenta inevitabilmente il riproporsi al suo interno
di tendenze di destra, simili a quelle incanalate storicamente dal fascismo.
Il Polo delle Libertà si presenta quindi come caratterizzato da un
centro rappresentato da Forza Italia e da una destra di Fini e una sinistra
di Bossi, che dovrebbero compensarsi, anche nel diverso peso territoriale.
Più complesso appare il rapporto tra Berlusconi e il grande capitale
monopolistico organizzato in Mediobanca. Come già i Ferruzzi, Berlusconi
non partecipa dei servizi di Cuccia, non partecipa cioè del sistema
di equilibrio e di mediazione, dello stato nello stato, che il grande capitale
ha predisposto per se stesso. Come tale risulta incontrollato e pericoloso,
soprattutto in rapporto alla questione centrale e strategica delle privatizzazioni
e del controllo delle telecomunicazioni. Inoltre il grande capitale monopolistico
non ama le destabilizzazioni istituzionali, e il suo rapporto con la "borghesia
di stato" , compresa quella del Pci-Pds e della Cgil, è solido
e profondo, frutto di quella sostanziale alleanza tra grande industria privata,
capitalismo di stato e classe operaia sindacalizzata, che ha retto il paese,
sia pure con alterne vicende, dal dopoguerra. Esso teme pertanto un ricambio
generalizzato di classe politica alla direzione dello stato che, nel medio
periodo, porterebbe inevitabilmente ad un ricambio di gruppi dirigenti all'interno
di tutti i settori controllati dallo stato stesso. Teme l'aprirsi di una
stagione caratterizzata da conflitti sotterranei e profondi all'interno
della "borghesia di stato" e, soprattutto, teme il carattere ancora
inevitabilmente embrionale e indefinito di Forza Italia come organizzazione
politica, priva di tradizioni di governo e di personale "addestrato"
a rispettare le regole degli interessi costituiti. Gran parte della "degenerazione"
istituzionale degli anni ottanta era stata dovuta infatti al fatto che il
Psi, entrato definitivamente nella gestione del potere, non disponeva di
personale politico sufficiente ed adeguatamente formato a gestire le nuove
funzioni cui aveva accesso, e aveva dovuto richiamare a sé uomini
nuovi, personaggi di ogni fatta, di scarsa fedeltà e "moralità"
politica. Un nuovo assalto allo stato potrebbe tradursi in una ulteriore
destabilizzazione, con il rischio che il Pci-Pds (ma con esso anche le altre
forze politiche), ridotto a marginalità politico-istituzionale, decida
di passare dall'opposizione politica a quella sociale, con rischi gravissimi
per la grande industria che sta scaricando sulla classe operaia e sulle
masse lavoratrici i suoi processi di riconversione industriale in termini
di disoccupazione strutturale. Questi i motivi della freddezza del grande
capitale e della dirigenza nazionale della Confindustria (meglio controllata
dai grandi gruppi monopolistici che non le Associazioni provinciali) nei
confronti di Berlusconi e della sua avventura politica.
D'altro lato però Berlusconi rappresenta pur sempre un settore di
grande capitale; il suo orizzonte ideologico e il suo tentativo di affermare
la borghesia capitalistica come classe generale parla inevitabilmente alla
coscienza primordiale, pre-politica, del capitale, di tutto il capitale,
bisognoso della "borghesia di stato" ma nel contempo preoccupato
per la sua crescita di massa e come segmento autonomo di classe borghese.
Berlusconi potrebbe quindi esercitare una funzione di ricostruzione dell'egemonia
del grande capitale sulla borghesia industriale di piccola e media impresa
e dell'egemonia della borghesia capitalistica su tutta la borghesia, e,
contemporaneamente ma più problematicamente una più delicata
e difficile funzione di ridimensionamento del ruolo e delle pretese della
"borghesia di stato" . Di qui l'atteggiamento di sospettosa neutralità
assunto dal grande capitale monopolistico nei confronti di Forza Italia,
la piena soddisfazione per un successo parziale, che affidava al Polo il
governo del Paese senza però dare ad esso un potere stabile ed irreversibile,
e il voto di Agnelli a favore del governo Berlusconi, voto determinante
perché questi passasse al Senato. Dal canto suo Berlusconi al governo
ringraziava consentendo il passaggio della telefonia mobile all'Olivetti.
Il Pci-Pds e la Cgil guidano la rivolta della "borghesia di stato"
I primi mesi del governo Berlusconi hanno scatenato il terrore all'interno
della "borghesia di stato". La natura di per sé composita
di questa, accentuata dall'essere venuti meno i riferimenti istituzionali
della Dc e del Psi e quindi dalla presenza di spezzoni in libertà
assoluta, preoccupati esclusivamente di salvare se stessi, ha determinato
tensioni interne fortissime, dominate dalla necessità di garantire
ai possessori i ruoli e le funzioni esercitate contro l'affermazione di
un nuovo ceto dirigente. Come sempre succede in queste situazioni, una parte
dei signori di ieri cominciarono a guardare ai nuovi padroni in modo più
morbido, preparandosi a cambiare bandiera ed alleanze nel tentativo di mantenere
le posizioni di potere. Tale scollamento, che ha avuto rappresentazione
politica tragicomica nella ulteriore scomposizione del Partito Popolare,
correva il rischio di diventare estremamente pericoloso per la difesa generale
degli interessi della "borghesia di stato" e, in particolare,
di quella organizzata attorno al Pci-Pds e alla Cgil nel movimento sindacale,
capace per formazione politica e per coesione di interessi di una maggiore
resistenza, ma consapevole che mai le altre forze politiche, profondamente
indebolite, le avrebbero consentito di gestire in prima persona la difesa
degli interessi generali della "borghesia di stato" . Temendo
quindi di essere marginalizzata al ruolo di opposizione esclusa da qualsiasi
forma di consociativismo, temendo un ritorno alle condizioni degli anni
cinquanta e sessanta, la "borghesia di stato" organizzata nel
Pci-Pds decise di mettere in campo la forza la cui gestione ne aveva consentito
l'ascesa: il conflitto sociale. E' estremamente interessante osservare come,
dopo l'appoggio dato ai governi Amato e Ciampi, dopo gli accordi quadro
del luglio '93, milioni di lavoratori vengano chiamati nel novembre 1994
ad uno sciopero generale contro il governo Berlusconi sulla questione della
riforma delle pensioni proposta dal ministro Dini, quella stessa riforma
delle pensioni che poi il governo Dini, sostenuto dal Pci-Pds, ha attuato
nel giugno 1995 d'accordo con i sindacati confederali. Rappresentazione
evidente che il conflitto tra borghesia capitalistica e "borghesia
di stato" non verte essenzialmente attorno ai processi di valorizzazione
e di accumulazione capitalistica, rispetto ai quali le scelte di politica
economica sono sostanzialmente identiche e coincidenti nella loro natura
fortemente antioperaia e antipopolare, ma attorno al controllo del potere
politico e, attraverso questo, attorno alla redistribuzione della ricchezza
sociale collettiva.
La minaccia di riapertura del conflitto sociale, nei confronti del quale
il capitalismo della "qualità totale" è materialmente
e sindacalmente più debole del capitalismo della grande fabbrica
e della produzione di massa (basti pensare al pericolo rappresentato dallo
sciopero all'interno di processi produttivi just in time, che hanno di fatto
eliminato la produzione e l'accumulazione di scorte di magazzino - di qui
l'estendersi delle normative antisciopero, introdotte dai codici di autoregolamentazione
dei sindacati confederali, e la limitazione dei diritti di rappresentanza
sindacale), in una situazione in cui l'impoverimento reale, diretto e indiretto,
delle masse lavoratrici e il dilagare della disoccupazione ripropongono
in tutta la sua urgenza la materialità degli interessi di classe,
doveva segnare la fine del governo Berlusconi.
Bossi, sempre più preoccupato dalla forza di attrazione esercitata
da Forza Italia al governo nei confronti di quel mondo della piccola e media
impresa che aveva appoggiato l'affermazione della Lega, dalla marginalizzazione
di questa e delle sue tematiche politiche (in particolare il federalismo)
all'interno del Polo delle Libertà e, infine, dall'"attrazione
fatale" del governo nei confronti del personale politico della stessa
Lega, decide la rottura dell'alleanza elettorale e di governo e riporta
la Lega all'opposizione. La copertura ideologica dell'operazione di sganciamento
di Bossi è trovata ancora una volta nell'antifascismo, che la "borghesia
di stato" di sinistra utilizza ora - come già aveva fatto con
la Lega - come arma di battaglia contro Forza Italia e Alleanza Nazionale.
Il grande capitale monopolistico dal canto suo, grazie alle relazioni internazionali
di cui gode, si preoccupa invece di organizzare lo screditamento di Berlusconi
nell'opinione pubblica estera. Questi viene infatti accusato di essere all'origine
del deprezzamento continuo della lira nei confronti del marco e delle altre
monete europee e del pesante allargamento della disoccupazione, in aperto
contrasto con le promesse elettorali. E sono questi terreni estremamente
delicati per un capitalista al governo e per quanto ciò avrebbe dovuto
significare.
Il governo dei tecnici: la"grande borghesia di stato" alla
direzione del paese
La caduta di Berlusconi viene così organizzata all'insegna di un
nuovo compromesso tra grande capitale monopolistico e "borghesia di
stato" organizzata nei partiti e, in particolare, nel Pci-Pds: la gestione
centrale del potere viene trasferita dal corpo politico e dal parlamento
ai grands commis dello stato (il sedicente "governo dei tecnici"),
a quella "grande borghesia di stato" (Ciampi, Dini, Prodi ecc.)
che si è formata ed affermata nella gestione del grande potere finanziario
(Banca d'Italia e banche pubbliche) e industriale (Iri ed Eni) dello stato
in era democristiana, e che è da sempre fortemente organica agli
interessi della grande industria monopolistica.
La "grande borghesia di stato", orfana del potere democristiano
(e anche socialista) che aveva interamente permeato di sé le istituzioni
e la società italiana, all'ombra del quale si era prodotta e riprodotta
senza eccessiva pubblicità, è ormai da qualche tempo costretta
a scendere in campo in prima persona al fine di tutelare il proprio potere.
Il Polo, con i suoi robusti appetiti, rappresenta una minaccia più
pericolosa del Pci-Pds, educato da tempo alle pratiche consociative, rispettoso
dei centri del potere economico e finanziario, largamente ricattabile: tutto
ciò che si intende con l'espressione "senso dello stato".
Pur di uscire dall'opposizione, ruolo nel quale sa di non poter tenere a
lungo il corpo del partito, il Pci-Pds è disposto ad acconsentire
a qualsiasi cosa. Così l'esser stato ministro del tesoro nel governo
Berlusconi non costituisce pregiudiziale alcuna e Dini può presentarsi
come il salvatore della patria o, più esattamente, del trasformismo
della "borghesia di stato" . Il che gli permetterà, con
il beneplacito della sinistra e del movimento sindacale, di portare a termine
quella riforma delle pensioni che aveva disegnato come ministro e che è
rivolta ad espropriare i lavoratori di una parte consistente della loro
retribuzione differita e a trasferire la gestione dei fondi pensione nella
mani del capitale bancario ed assicurativo, con una quota parte riservata
alla, più piccola, "borghesia di stato" organizzata nei
sindacati confederali.
L'asse Scalfaro-Dini è tuttavia portatore di un disegno politico
dai contorni molto precisi, che parte dalla cosapevolezza che la Democrazia
Cristiana è morta per sempre e, con essa, la possibilità di
un grande centro. La comparsa sulla scena politica di Forza Italia rende
tuttavia, per la prima volta dal dopoguerra, possibile pensare di governare
il paese sia con la sinistra che con la destra. Per fare questo, per fuoriuscire
dal bipolarismo altrui, è sufficiente infatti la costruzione di un
piccolo centro, che sia però determinante per conseguire il premio
di maggioranza.
C'è allora bisogno di tempo. Tempo, per educare Berlusconi e Forza
Italia alle regole del gioco, alle logiche spartitorie e consociative, al
senso dello stato. Tempo, per logorare Prodi e, attraverso questi, l'egemonia
del Pci-Pds nel polo del centro sinistra. Tempo, per rimettere insieme un
partito tra ciò che resta dell'ex-Dc. Ma soprattutto tempo, per frenare
il processo di concentrazione industriale e finanziaria guidato dal grande
capitale di Mediobanca e tempo per ridisegnare la strategia di privatizzazione
dell'Eni, della Stet, dell'Enel e degli altri nodi strategici del capitalismo
di stato, così da continuare a garantire le basi del potere della
"grande borghesia di stato".
Il governo Dini si presenta dunque da subito, e in aperta contraddizione
con le dichiarazioni programmatiche, come un governo intenzionato a fare
dell'emergenza la ragion d'essere della propria stabilità e della
propria durata. Esso è tuttavia portatore di una contraddizione fortissima.
La "grande borghesia di stato" non ha, in quanto tale, né
base sociale né base politica ed è al vertice di una ragnatela
di incarichi e di funzioni, prodotto di complesse alchimie politiche che
avevano altrove il centro di irraggiamento e che sono ormai prive di referenti
certi e affidabili, che essa non riesce né può governare in
modo unitario. La sua forza può stare quindi soltanto nelle leve
del potere reale di cui direttamente dispone e nella debolezza dei soggetti
che sono attori della scena politico istituzionale.
Dini: destabilizazione e autoritarismo
In altri termini, questa borghesia dei grands commis dello stato, nel suo
perseguire il disegno di un centro capace di governare tanto con la destra
che con la sinistra, è in realtà portatrice di destabilizzazione
e, contemporaneamente, di autoritarismo. Ed infatti, superate le elezioni,
che confermano la fondamentale situazione di stallo tra i due poli, e varata
la riforma delle pensioni, che conferma la sostanziale unità antioperaia
e antipopolare di tutti i soggetti in campo, a partire dai sindacati confederali,
e la persistente incapacità dell'opposizione sociale a farsi movimento
ed opposizione politica, si apre tra i poteri reali (anche occulti) e tra
le forze (anche occulte) che a questi fanno riferimento una vera e propria
guerra per bande.
Attorno alla Rai, attorno alla Stet e all'Eni, attorno alla Ferfin, attorno
a qualsiasi realtà si organizzino interessi veri e forti, gli schieramenti
preesistenti si rompono e si scompongono in continuazione e la destabilizzazione
coinvolge direttamente tutti i poteri, con contraccolpi che non lasciano
più fuori nessuno: magistrati, esercito, guardia di finanza e, naturalmente,
servizi segreti. E coinvolge gli stessi schieramenti politici.
Berlusconi, sempre più ricattato dalla minaccia di legge anti trust
nei confronti della Fininvest, dalla magistratura sul fronte delle tangenti
e dal logoramento di una opposizione senza sostanziali ragioni e ripetutamente
sconfitta, incomincia ad acconsentire a quelle pratiche del consociativismo
contro cui era sceso in campo e che aveva rifiutato come capo di governo.
La crisi di Forza Italia permette a Fini e ad Alleanza Nazionale di uscire
dal ruolo di ala destra ed estremista del Polo per impersonare i valori
della coerenza della destra semplicemente. Una disaggregazione che torna
certamente utile al Polo stesso, come si è visto con trasparenza
nel gioco delle parti tra Forza Italia e Alleanza nazionale al fine di spostare
sempre più in alto sul piano istituzionale il prezzo per la formazione
del governo Maccanico, ma che pur tuttavia disaggregazione rimane, tanto
da suggerire a Berlusconi l'opportunità di riaprire il dialogo con
Bossi.
Sul fronte del centro sinistra, il Pci-Pds, sempre più indebolito
nel consenso sociale e al suo stesso interno dalla politica economica del
governo Dini, deve far fronte, contemporaneamente, all'aggressività
dei "cespugli" a cui è ridotto il centro ex democristiano
e al loro bisogno di rafforzarsi da un lato, dall'altro al logoramento di
Prodi e del segmento di "borghesia" di stato che si è organizzata
e schierata nell'Ulivo e che Prodi rappresenta; logoramento direttamente
proporzionale all'allontanarsi delle elezioni e al crescere del successo
personale, nazionale e internazionale, di Dini, successo che il Pci-Pds
ha sempre più bisogno di sposare senza riserve.
Guerra per bande e destabilizzazione dell'assetto politico, per altro assai
fragile, del primo parlamento maggioritario non possono che cooperare nella
direzione di un autoritarismo sempre più forte, corrispondente alla
specifica natura della "grande borghesia di stato" che, con la
caduta del governo Berlusconi, ha decisamente assunto nelle proprie mani
la direzione politica del paese.
Verso il salto istituzionale
L'accordo D'Alema-Berlusconi-Fini sul "semipresidenzialismo alla francese",
che avrebbe dovuto sostenere la formazione del governo Maccanico, non è
stato affatto quel mostro innaturale che il Manifesto ha violentemente denunciato,
nel suo tentativo di riaffermare una residua dignità di sinistra
del Pci-Pds, ma la rivelazione dei veri processi in atto nel nostro paese,
e del loro unico esito possibile qualora non reintervengano in campo i soggetti
sociali: una svolta istituzionale destinata a segnare, con la riscrittura
della Costituzione, la fine della democrazia parlamentare. D'altra parte,
tale svolta corrisponde in realtà al punto di arrivo di tutto il
processo che ha presieduto all'ascesa della "borghesia di stato",
dalla gestione della conflittualità sociale alla sua rimozione. Capitalismo
di stato e crescita della complessità dell'articolazione sociale
hanno reso il dominio di classe sempre più interno ed immanente ai
rapporti sociali, crescentemente burocratizzati e, quindi, oggettivati,
ed hanno di conseguenza svuotato il momento politico classico del Novecento,
lo stato e i partiti, della funzione di rappresentanza e di mediazione dei
conflitti. La crescente autonomia della politica, ovvero la sostituzione
della politica alla realtà, e l'emergere prepotente di quello che
abbiamo chiamo il conflitto triangolare tra borghesia capitalistica a dimensione
monopolistica, borghesia capitalistica di piccola e media impresa e "borghesia
di stato" attorno all'appropriazione del plusvalore sociale, hanno
delegittimato il potere politico e gli stessi strumenti necessari alla mediazione
sociale. Stato, partiti, sindacati, pubblica amministrazione e quant'altro
il Novecento aveva prodotto e inventato per rendere possibile tale mediazione
appaiono e sono ora vuoti di qualsiasi residua credibilità e il loro
reggere deriva dall'assenza di conflittualità e di antagonismo sociale.
Insomma, il trasferimento del potere nelle mani dei grands commis dello
stato, sprovvisti o forniti che siano di mandato elettorale, svuota ulteriormente
parlamento e forze politiche di qualsiasi legittimità e trasforma
il primo in un teatrino per i media, i secondi in compagnie di teatranti,
approfondendo ulteriormente, nella coscienza comune delle persone, la separazione
tra elettori ed eletti, tra società e potere, e rivelando il vuoto
della democrazia parlamentare senza conflittualità sociale.
Di quanto è successo in Francia a dicembre (non a caso presa ad
esempio per il progetto di riforma istituzionale) si è discusso e
parlato pochissimo: non una analisi, non un tentativo di valutazione. Eppure
milioni di lavoratori in sciopero, per settimane e con l'appoggio, malgrado
i disagi, della popolazione e della borghesia urbana, contro gli stessi
processi di appropriazione della ricchezza sociale collettiva da parte del
capitale e della "borghesia di stato" che sono passati nel nostro
paese con il sostegno dei sindacati di governo, hanno indubbiamente funzionato
da acceleratore della necessità di una svolta istituzionale autoritaria,
tale da permettere di reggere ad una possibile ripresa del conflitto sociale.
Il dominio totale sulla forza lavoro che il Pci-Pds e i sindacati confederali
hanno restituito al capitale, a tutto il capitale, nella speranza di attenuare
gli scontri interni provocati dall'assalto allo stato e alla spesa pubblica,
sta infatti ricostituendo le condizioni del prevalere dell'economico sull'ideologico.
Il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita della classe operaia,
delle masse popolari, della borghesia dipendente; la discesa dei redditi
al di sotto della soglia della riproduzione sociale; l'emarginazione e l'assenza
di prospettive, stanno sviluppando tutte le condizioni materiali per la
ripresa del conflitto sociale. A tale eventualità la "borghesia
di stato" , non più capace né legittimata a porsi come
mediatrice, sa di poter rispondere solo con strumenti di carattere autoritario
e repressivo, comprimendo le spinte rivendicative con disoccupazione, concorrenza
interna, precarizzazione e incertezza del domani e sospingendole verso la
divaricazione tra rassegnazione di massa e rivolta violenta delle frange
più disperate e ribelli all'ordine sociale imposto, rivolta da gestire
con misure di polizia.
Un quadro generale in cui la classe operaia, i lavoratori, le masse popolari,
i ceti sociali subalterni, non abbiano ruolo se non di strumenti passivi
di volontà altrui, ai quali di volta in volta viene richiesto un
consenso o una partecipazione a vicende che sono generalmente ben diverse
da come appaiono, perché ciò che appare non è e ciò
che è non appare, secondo la verità che è propria della
"politica" nell'era del dominio della "borghesia di stato"
e dei media.
Uscito indenne dal caso del guardasigilli Mancuso, incriminato Berlusconi
e fatto emergere il suo rapporto organico con Craxi, portati i magistrati
ad indagare sui magistrati, approvata la finanziaria, inaugurato il semestre
europeo, Dini ha evidentemente valutato di poter permettersi il lusso delle
dimissioni promesse al parlamento e di poter rientrare indenne e rafforzato
dalla riconferma, sottovalutando così l'azione di destabilizzazione
prodotta dal suo stesso governo e pensando di poter neutralizzare il rischio
di nuove elezioni con l'incriminazione di Di Pietro, mina vagante nel quadro
politico italiano per la sua possibilità di dare vita ad una nuova
aggregazione politica, capace di mandare tutto all'aria. La crisi si è
pero subito avvitata. Scrive Sergio Romano: 'Viviamo da quattro anni in
un regime senza norme dove i procuratori fanno politica, il capo dello Stato
fa i governi, i presidenti del Consiglio governano senza maggioranza, i
tecnici contano più degli eletti, le Camere non riescono a legiferare,
i sindacati sostituiscono i legislatori, un partito fabbrica il proprio
parlamento, gli industriali elaborano progetti politici e il presidente
della Corte Costituzionale prende parte a un dibattito su un documento,
la Costituzione, che egli ha il dovere di interpretare e custodire, non
di congelare.[[ordfeminine]] Si aggiunga, di qualche giorno, i sindaci del
Nord-Est che, guidati da Massimo Cacciari, invece di fare i sindaci danno
vita ad un abbozzo di movimento politico di terza forza che chiede ai poli:
riforma dello stato, governo e parlamento più forti, rilancio della
legalità ... Di fronte all'esplodere della disaggregazione in atto,
un altro esponente della discreta, "grande borghesia di stato",
Maccanico (certamente coadiuvato da Scalfaro) ha tentato, e quasi ce l'ha
fatta, di dare spessore istituzionale al dialogo che D'Alema aveva già
aperto con Berlusconi, nell'intento di avviare un nuovo patto spartitorio
che riuscisse ad abbassare il livello di conflittualità a cui erano
sottoposti tanto Forza Italia che il Pci-Pds. Di che spessore istituzionale
si trattasse è stato sotto gli occhi di tutti. Che sia saltato è
certamente positivo. Su che cosa sia saltato è molto meno chiaro:
certamente il pericolo di una spaccatura nell'area Pci-Pds ma certamente
anche i problemi tutt'altro che tecnici delle privatizzazioni e del contenzioso
senza fine Rai-Fininvest, ulteriormente complicato dall'ingresso in campo
di TeleMontecarlo. In ogni caso l'accordo "tricefalo" ha dichiarato
senza mezzi termini verso quale orizzonte il paese sia concretamente incamminato.
Nuove elezioni senza stabilità
Fare previsioni sull'esito elettorale non è mai semplice e questa
volta meno che mai. E' probabile che la "grande borghesia di stato"
decida di stare, tutta o quasi, dentro lo schieramento di centro sinistra
in cambio di un numero di parlamentari ex-tecnici e di centro sufficiente
a determinare il cambiamento di maggioranza, come già ha fatto la
Lega, qualora se ne determini l'opportunità o la necessità.
In altri termini, vista la sostanza dei conflitti in atto, sarà ben
difficile che il nuovo parlamento possa essere più stabile del precedente.
Dal canto suo il capitalismo italiano è e resta un capitalismo di
secondo o terzo livello; da un lato un capitalismo monopolistico largamente
assistito e legato a settori produttivi che la nuova divisione internazionale
della produzione ha marginalizzato; dall'altro un capitalismo diffuso di
piccola e media industria a basso contenuto tecnologico e di innovazione,
capace di stare sui mercati internazionali grazie al basso costo del lavoro
e alla svalutazione della lira.
Lo stato, il controllo e l'appropriazione della ricchezza sociale collettiva,
resta pertanto il più importante fattore di sviluppo. Uno stato però
largamente disastrato sia per la presenza di una "borghesia di stato"
assolutamente sproporzionata per dimensioni e quote di ricchezza sociale
appropriata rispetto alla propria funzione, sia per la presenza di un debito
pubblico così alto che ogni ulteriore trasferimento di ricchezza
sociale collettiva pesa direttamente sulle condizioni di vita delle masse
lavoratrici e ne riduce la capacità stessa di riproduzione. E' quindi
da mettere nel conto che i conflitti che si sono sviluppati negli ultimi
anni siano destinati ad allargarsi e ad approfondirsi, malgrado il respiro
dato al sistema nel suo complesso dalla drastica e violenta riduzione del
costo del lavoro.
L'esito politico "naturale" di questa complessa situazione appare
senza dubbio il salto istituzionale. Tempi, modalità e protagonisti
sono invece, come sempre, assai incerti anche se sempre più vicini.
Rifondazione Comunista
Più lontana appare invece la ripresa della conflittualità
sociale, le cui condizioni materiali si vanno tuttavia producendo, soprattutto
se queste elezioni, che potrebbero essere occasione di un forte momento
di radicalità politica, vedranno invece Rifondazione Comunista rifiutare
di correre da sola e permettere al Pci-Pds di scegliere numero e nomi dei
propri parlamentari, ai quali senza dubbio appartiene la direzione e la
gestione del partito, e se la Cgil, malgrado quanto è successo dagli
accordi di luglio '93 alla riforma delle pensioni, continuerà a costituire
l'orizzonte sindacale dei dirigenti comunisti.
In fine
Niente di quello che sta succedendo e che succederà nei prossimi
mesi e nei prossimi anni è possibile di una comprensione effettiva
se si resta ancorati alle vecchie categorie dell'analisi politica, che continuano
a vedere i partiti e le forze politiche come momenti di rappresentazione
dei conflitti sociali e non come articolazione, contraddittoria e conflittuale,
di quel segmento di classe borghese che è la "borghesia di stato"
, che è venuta appropriandosi del monopolio del potere politico ed
istituzionale e che, con la "sostituzione della politica alla realtà",
rafforzata dall'autonomia che i media conferiscono alla rappresentazione
della realtà sulla realtà stessa, costituisce l'ostacolo principale
alla ripresa dell'autonomia di classe e del conflitto sociale.
Parimenti, niente di quello che è successo nei paesi a "socialismo
reale" è comprensibile se non facendo riferimento a quelle borghesie
di stato, egualmente affermatesi attraverso il capitalismo di stato e lo
"stato sociale"; borghesie di stato che, in assenza di una classe
di borghesia capitalistica vera e propria, hanno di fatto per mezzo secolo
monopolizzato tutto il potere disponibile e, a partire dall'89, hanno rapidamente
liquidato la loro residua funzione "socialista", dalla quale traevano
legittimazione, per trasformare in proprietà quanto prima semplicemente
gestivano in nome del popolo, e trasformarsi quindi in borghesia così
come questa è nel mondo "occidentale", con la conseguenza
di abbandonare quelle società e quei paesi al disordine violento
e criminale del capitalismo allo stato nascente.
Processo avvenuto con un consenso di massa, in parte conquistato, anche
in questi paesi, grazie alla forza della rappresentazione mediatica della
realtà: il capitale è tutto, il mercato è la vita!