Oralità e scrittura.
Una presentazione

di Pietro Brunello

Anche senza scomodare Erodoto, il primo - almeno nella tradizione culturale europea - a mettere per iscritto i racconti che aveva ascoltato, quella che chiamiamo "storia orale" ha una lunga pratica. Molti ne hanno fatto uso, più o meno consapevolmente, a cominciare dagli studiosi di folclore e dagli eruditi locali. Aleksàndr Puökin ci scherza sopra nella Storia del borgo di Gorjúchino (in Romanzi e racconti, Einaudi, Torino 1959). Il protagonista vuol dedicarsi all'attività intellettuale, ma non sa decidersi a scegliere l'oggetto di studio. La sorte risolve i suoi dubbi: "Un caso inopinato venne a risolvere le mie perplessità. Una donna di servizio, stendendo la biancheria in soffitta, trovò una vecchia cesta piena di schegge, di cianfrusaglie e di libri". Dalla cesta sbuca una "collezione di vecchi almanacchi [...] che non contenevano soltanto annotazioni sul tempo, o conti del bilancio domestico, bensì anche brevi notizie storiche, riguardanti il borgo di Gorjúchino". Ecco trovato l'argomento; ed ecco trovate le fonti. Fonti scritte, innanzitutto: oltre agli almanacchi, la cronaca di un diacono e le liste di censimento. Ma anche fonti e tradizioni orali: "Non ho trascurato, in questo campo, informazioni di nessun genere. Ma sono particolarmente debitore ad Agrafena Trìfonova, madre di Avdéj capovillaggio, la quale fu (a quanto dicono) amante del fattore Garbovickij".
Una cesta di cianfrusaglie trovata casualmente in soffitta può essere un buon punto di partenza. Ma i documenti scritti non bastano. La maggior parte della gente infatti, anche se qualche volta scrive, non tiene archivi. Le persone poi che non sanno né leggere né scrivere non producono carte. Invece è facile imbattersi, anche per caso, nei nomi e nelle azioni dei potenti: le loro vicende vengono scritte, e gli scritti sono conservati negli archivi e finiscono nei libri di storia. Come dice un verso del Giulio Cesare di Shakespeare: "Quando muoiono i mendicanti non si vedono comete; i cieli stessi proclamano col furore la morte dei principi" (in Tutte le opere, a cura di M. Praz, Firenze 1964).
C'è una battuta dell'Ariosto sulla falsità della storia tramandata sulla base di documenti scritti. La pessima fama di Nerone, si legge nell'Orlando furioso, dipende dal fatto che l'imperatore non coltivava l'amicizia degli scrittori. Scrittori amici, storia benevola: "Nessun sapria se Neron fosse ingiusto, / né sua fama saria forse men buona, / avesse avuto e terra e ciel nemici / se gli scrittor sapea tenersi amici". Di qui l'invito a convertire "tutta al contrario l'istoria" se si vuol conoscere la verità:
"Omero Agamennon vittorioso,
e fè troian parer vili et inerti;
e che Penelopea fida al suo sposo
dai Prochi mille oltraggi avea sofferti.
E se tu vuoi che il ver non ti sia ascoso,
tutta al contrario l'istoria converti:
Che i Greci rotti, e che Troia vittrice,
e che Penelopea fu meretrice".

L'affermazione è paradossale perché la storiografia consiste - o dovrebbe consistere - nella discussione libera e pubblica delle testimonianze, e nel rifiuto del principio di autorità. Si suppone che nessuno debba prendere sul serio un documento storico per il solo fatto che è stato scritto ed è arrivato fino a noi. Critica delle fonti, comparazione e filologia aiutano a individuare condizionamenti, contesto e scopi di una parola scritta.
La stessa cosa vale per le testimonianze orali. Sappiamo per esperienza che la parola detta può mentire, esattamente come una parola scritta. Come qualsiasi altra fonte, le fonti orali richiedono un minimo di avvertenze, se non altro perché mutano secondo il contesto e il tempo in cui vengono prodotte. Inoltre, le testimonianze orali non si contrappongono necessariamente alla scrittura. Segnalano piuttosto sistemi di significato, punti di vista, conflitti, meccanismi del ricordo e dell'oblio, soggettività, memorie antagoniste.
Si possono dire, e sono state dette, molte cose sensate sul rapporto tra oralità e scrittura: per esempio sulla differenza tra parole che si dispongono nello spazio della pagina e parole che si dispongono nel tempo di una conversazione, oppure sulle avvertenze filologiche che ciascun tipo di fonte richiede. Forse una sola cosa vale la pena di ribadire, e cioè che uno storico orale non raccoglie storie o canzoni, ma essenzialmente incontra individui. E gli individui hanno elaborato una spiegazione degli avvenimenti: sono storici a loro volta. Grazie a questa consapevolezza, la storia orale, oltre a svelare la provvisorietà e la parzialità di qualsiasi procedimento storiografico, indica allo storiografo un atteggiamento non autoritario.