Anche senza scomodare Erodoto, il primo - almeno nella tradizione culturale
europea - a mettere per iscritto i racconti che aveva ascoltato, quella
che chiamiamo "storia orale" ha una lunga pratica. Molti ne hanno
fatto uso, più o meno consapevolmente, a cominciare dagli studiosi
di folclore e dagli eruditi locali. Aleksàndr Puökin ci scherza
sopra nella Storia del borgo di Gorjúchino (in Romanzi
e racconti, Einaudi, Torino 1959). Il protagonista vuol dedicarsi all'attività
intellettuale, ma non sa decidersi a scegliere l'oggetto di studio. La sorte
risolve i suoi dubbi: "Un caso inopinato venne a risolvere le mie perplessità.
Una donna di servizio, stendendo la biancheria in soffitta, trovò
una vecchia cesta piena di schegge, di cianfrusaglie e di libri". Dalla
cesta sbuca una "collezione di vecchi almanacchi [...] che non contenevano
soltanto annotazioni sul tempo, o conti del bilancio domestico, bensì
anche brevi notizie storiche, riguardanti il borgo di Gorjúchino".
Ecco trovato l'argomento; ed ecco trovate le fonti. Fonti scritte, innanzitutto:
oltre agli almanacchi, la cronaca di un diacono e le liste di censimento.
Ma anche fonti e tradizioni orali: "Non ho trascurato, in questo campo,
informazioni di nessun genere. Ma sono particolarmente debitore ad Agrafena
Trìfonova, madre di Avdéj capovillaggio, la quale fu (a quanto
dicono) amante del fattore Garbovickij".
Una cesta di cianfrusaglie trovata casualmente in soffitta può essere
un buon punto di partenza. Ma i documenti scritti non bastano. La maggior
parte della gente infatti, anche se qualche volta scrive, non tiene archivi.
Le persone poi che non sanno né leggere né scrivere non producono
carte. Invece è facile imbattersi, anche per caso, nei nomi e nelle
azioni dei potenti: le loro vicende vengono scritte, e gli scritti sono
conservati negli archivi e finiscono nei libri di storia. Come dice un verso
del Giulio Cesare di Shakespeare: "Quando muoiono i mendicanti
non si vedono comete; i cieli stessi proclamano col furore la morte dei
principi" (in Tutte le opere, a cura di M. Praz, Firenze 1964).
C'è una battuta dell'Ariosto sulla falsità della storia tramandata
sulla base di documenti scritti. La pessima fama di Nerone, si legge nell'Orlando
furioso, dipende dal fatto che l'imperatore non coltivava l'amicizia
degli scrittori. Scrittori amici, storia benevola: "Nessun sapria se
Neron fosse ingiusto, / né sua fama saria forse men buona, / avesse
avuto e terra e ciel nemici / se gli scrittor sapea tenersi amici".
Di qui l'invito a convertire "tutta al contrario l'istoria" se
si vuol conoscere la verità:
"Omero Agamennon vittorioso,
e fè troian parer vili et inerti;
e che Penelopea fida al suo sposo
dai Prochi mille oltraggi avea sofferti.
E se tu vuoi che il ver non ti sia ascoso,
tutta al contrario l'istoria converti:
Che i Greci rotti, e che Troia vittrice,
e che Penelopea fu meretrice".
L'affermazione è paradossale perché la storiografia consiste
- o dovrebbe consistere - nella discussione libera e pubblica delle testimonianze,
e nel rifiuto del principio di autorità. Si suppone che nessuno debba
prendere sul serio un documento storico per il solo fatto che è stato
scritto ed è arrivato fino a noi. Critica delle fonti, comparazione
e filologia aiutano a individuare condizionamenti, contesto e scopi di una
parola scritta.
La stessa cosa vale per le testimonianze orali. Sappiamo per esperienza
che la parola detta può mentire, esattamente come una parola scritta.
Come qualsiasi altra fonte, le fonti orali richiedono un minimo di avvertenze,
se non altro perché mutano secondo il contesto e il tempo in cui
vengono prodotte. Inoltre, le testimonianze orali non si contrappongono
necessariamente alla scrittura. Segnalano piuttosto sistemi di significato,
punti di vista, conflitti, meccanismi del ricordo e dell'oblio, soggettività,
memorie antagoniste.
Si possono dire, e sono state dette, molte cose sensate sul rapporto tra
oralità e scrittura: per esempio sulla differenza tra parole che
si dispongono nello spazio della pagina e parole che si dispongono nel tempo
di una conversazione, oppure sulle avvertenze filologiche che ciascun tipo
di fonte richiede. Forse una sola cosa vale la pena di ribadire, e cioè
che uno storico orale non raccoglie storie o canzoni, ma essenzialmente
incontra individui. E gli individui hanno elaborato una spiegazione degli
avvenimenti: sono storici a loro volta. Grazie a questa consapevolezza,
la storia orale, oltre a svelare la provvisorietà e la parzialità
di qualsiasi procedimento storiografico, indica allo storiografo un atteggiamento
non autoritario.