BURGRAVI E DICHILIASTI
ovvero, Repubblica II: stato di decomposizione

Gianfranco Pala

Trionfò la repubblica borghese.
Con lei erano l'aristocrazia della finanza, la borghesia industriale,
la classe media, la piccola borghesia, l'esercito, la plebaglia organizzata,
le sommità intellettuali, i preti e la popolazione rurale.
Tutte le classi e tutti i partiti si erano coalizzati in
"partito dell'ordine"
contro la classe proletaria. La repubblica borghese
non era se non il dispotismo illimitato di una classe.
Questa repubblica si chiamava semplicemente
"capitale".
Il frutto naturale della repubblica del "partito dell'ordine"
fu il secondo impero, col colpo di stato come certificato di nascita,
il suffragio universale come sanzione e la spada come scettro.
Il dominio di classe non è più capace di travestirsi
con un'uniforme nazionale, contro il proletariato
i governi nazionali sono
uniti. I governi europei attestano così
il carattere internazionale del dominio di classe.
Con i lavoratori non vi erano altri all'infuori di loro stessi.
Dopo la sconfitta il proletariato passa nel retroscena
in uno sforzo sempre più debole e con risultati sempre più meschini
e prende così parte a tutte le sconfitte dei diversi partiti l'uno dopo l'altro;
e appaiono alla testa dell'esercito proletario delle figure sempre più losche.
(Karl Marx, Il diciotto brumaio e La guerra civile)

Per ripensare alle infauste sorti della II repubblica italiana, e al contraddittorio e deteriore ruolo svoltovi da democratici, socialisti e "comunisti", c'è il primo grande esempio storico di II repubblica. Quello, breve, che seguì al 1848 in Francia, fino al 1851, rappresenta un concentrato di insegnamenti per le lotte di classe, per le condizioni oggettive in cui esse si svolsero, per gli esiti autoritari cui dette vita: e quindi anche per le scelte soggettive dell'organizzazione di classe del proletariato. Forse, senza lambiccarsi troppo il cervello, e senza dissiparne le poche disponibilità che collettivamente oggi abbiamo, non sarebbe affatto male, invece, recuperare quegli insegnamenti marxengelsiani, troppo presto dimenticati o distorti (da chi presumeva di averli appresi, magari a torto) o addirittura ormai perfino sconosciuti (da chi non ha avuto mai occasione di incontrarli seriamente). Non con riferimento limitato a questa o quell'altra situazione particolare, ma per un'intera epoca della repubblica italiana, delle sue contraddizioni e dei suoi equivoci, cioè, di quegli insegnamenti complessivi qui si propone solo un invito alla rilettura.
Le lotte di classe in Francia e Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte di Marx (cui si può aggiungere, per i richiami storici che precedettero la Comune, anche La guerra civile in Francia), con le successive Prefazioni di Engels, aiutano a comprendere molte più cose, della contemporaneità di fine secolo XX, che tanti studi paludati di scribacchini attuali, sia sul terreno materiale delle crisi economiche sottostanti sia sugli sviluppi politici e istituzionali che ne derivano. Basta solo saper leggere e rileggere, cosicché scrivere la storia contemporanea sia un riscrivere la storia di allora. Proprio in quegli scritti Marx cita il noto aforisma hegeliano secondo cui "tutti i grandi fatti della storia e i loro personaggi compaiono, per così dire, a due riprese". Ma si preoccupa anche di precisare che Hegel "ha dimenticato di aggiungere: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa" - fino al "nipote" Bonaparte che ricorda lo "zio".
E la terza volta è spettacolo spazzatura - trash, come dicono gli esperti cinetelevisivi anglofoni. Non serve scomodare, per l'irrilevanza della cosa ancorché simbolica, la "nipote del nonno". Come "figure" singolarmente emblematiche della farsa e del trash l'immaginario collettivo si fa bastare Craxi & Berlusconi con il loro clan. Ma, tanto per non far nomi, si pensi al contorno, da un lato, di politici imbecilli, giudici felloni, intellettuali senza intelletto, militari reazionari e corrotti, mafiosi e golpisti del principale "partito dell'ordine" - al cui polo oggi cresce la libertà (loro!) - e, dall'altro, di personaggi loro oppositori, di pari infimo livello e parimenti schierati in un secondo "partito dell'ordine" - quello democratico progressista conservatore della "montagna", ché "così aveva voluto battezzarsi in parlamento il partito della democrazia socialista" - sulle cui vette, oggi, crescono ulivi, querce, rose, e garofani (senza più martelli e falci per dar loro una bella potatina!). Ora tutte codeste figure - riunite, per così dire, in un sol fascio - rappresentano assai bene lo stato avanzato di decomposizione della II repubblica: la seconda di cui dobbiamo dire, quella italiana.
Non occorre - perché non si tratta di ciò - cercare di far corrispondere biunivocamente gli schieramenti e i personaggi di allora, in Francia, con quelli di oggi, in Italia. Inutile farsi obiettare che i corsi e ricorsi della storia e dei suoi personaggi non sono mai in "fotocopia": si sa. La corrispondenza - tragica, drammatica, farsesca - è piuttosto nelle situazioni, nelle condizioni oggettive e nelle rappresentazioni soggettive. I tempi stessi degli eventi si dilatano o si comprimono conformemente alle differenti circostanze concrete. Bensì ciò accade in tal guisa che protagonisti, organizzazioni politiche, istituzioni, della nuova fase vi si ritrovino tutti. Ma l'intero processo si presenta in una complicata ibridazione bastarda, che mette insieme pezzi e comportamenti disparati dei differenti predecessori, come in un mostro di Frankenstein, ora in questo ora in quell'altro soggetto del giorno d'oggi.
Pur se certi personaggi del passato sembrano calzare a pennello, soprattutto nelle loro ridicole caricature, in ben individuabili politici odierni - di cui neppure occorre fare nome e cognome! - le figure si sovrappongono e si sdoppiano, i percorsi si intersecano e le rappresentazioni che ne derivano sfumano l'una nell'altra; ma la temperie politica e le contraddizioni economiche di fondo sono straordinariamente collimanti nel loro complesso. Può sembrar quasi un gettar le tessere di un moderno I Ching per sviluppare occasioni di riflessione su fatti avvenuti e per far congetture su eventi che potrebbero darsi anche a breve scadenza. Cionondimeno, a parte casi assai peculiari, quei differenti pezzi e comportamenti apparentemente spersonalizzati e scompaginati, stanno assolutamente tutti nel nuovo caos magmatico dell'attuale politica di crisi, in un diabolico gioco delle parti, scambiabili e spesso invertite e capovolte, secondo le convenienze del momento.
Sicché, data la situazione, per nessuno è difficile riconoscere protagonisti e azioni, ruoli e posizioni, immaginando per l'oggi i nomi dei "filibustieri" e degli "avventurieri spronati dai debiti" e dei singoli individui dall'"imbecillità furbesca" e dei "cavalieri d'industria" rispetto alle cui mosse (DB,I). Del resto, il "far nomi" potrebbe fornire sempre un pretesto per querele e cause giudiziarie, in un sistema - oggi come allora - dove leggi" elaborate dagli amici dell'ordine, in modo che la borghesia ne possa godere senza trovare alcun impedimento". Fin da allora (ivi, II).
La finzione della prima costituzione repubblicana era racchiusa nella circostanza per cui la borghesia fu "costretta ad annunciarla come accompagnata da istituzioni sociali". Era quindi inevitabile la sua necessaria vanificazione, come fu messo in luce da Marx un secolo e mezzo fa. La democrazia socialista sere interpretata secondo il suo spirito vitale e che lo spirito vitale borghese era il suo unico spirito vitale" [LC, II]. Anche Engels, alla luce dei fatti storici successivi, non poté che ribadire simile convincimento. [GC, 0].
Ciò che i democratici socialisti non avevano compreso, allora, sembra che continuino a non comprenderlo anc'ora. Si tratta di uno di quei troppi insegnamenti marxisti non appresi da quanti hanno creduto di credere alle parole della borghesia trionfante. Del resto, l'immaturità oggettiva (e quindi soggettiva) della trasformazione socialista fu avvertita ben presto dagli stessi Engels e Marx, i quali riconobbero che [LC,0]. Con l'ignoranza di codeste considerazioni e col pretesto del secolo e mezzo trascorso - che ha fatto sì maturare le cose, ma in una maniera parziale e a un grado limitato, che invece abbaglia quei molti comunisti per i quali esso parrebbe drasticamente risolutivo - ancòra oggi i più tra costoro preferiscono nascondere la testa nella sabbia di tale presunta prematura maturità dell'agognato superamento del modo di produzione capitalistico.
Dal 1848 in Francia al 1948 in Italia si ripeté l'ironia per cui furono "i monarchici i veri sostegni della repubblica costituzionale". Anche la repubblica italiana "non ha rovesciato il trono ma ha solo preso il suo posto rimasto vacante", dove (anziché gli orléanisti) i democristiani clerico-fascisti . [GC,II]. La prima costituzione, uscita , servì loro [GC,III]. Senonché, quando quegli stessi "repubblicani borghesi" dovettero retrocedere dalla prima fila alla retroguardia del "partito dell'ordine" - il che accadde appena in un paio d'anni dopo il 1848, e in uno strisciante processo lungo mezzo secolo dopo il 1948 in Italia - fu posta all'ordine del giorno la questione della cosiddetta Grande riforma istituzionale, con revisione della vecchia costituzione, già pesantemente violata, e varo della nuova legge elettorale.
Senza che occorra qui evocare corsi e ricorsi vichiani o plutarchiane vite parallele, ci si deve limitare a elencare gli svariatissimi temi e problemi che il nostro presente storico ha resuscitato. Perfino la "bicamerale" trova il suo precedente in quella commissione parlamentare per le riforme istituzionali e la riforma elettorale di centocinquant'anni fa, composta dai capi dei partiti dell'ordine, che Marx designò sarcasticamente col nome feudale di "burgravi". E già sùbito, anche sulle questioni appena accennate della revisione costituzionale e della legge elettorale, si trovano consonanze preoccupanti. Si rinnova l'"inganno del destino" con le astuzie dell'articolo sulla revisione della costituzione (oggi qui l'art.138), il quale prescrive la necessità di una maggioranza qualificata; i "democratici", [DB,I]. Vane illusioni!
Così, altrettanto mistificatorie sono le "giustificazioni" sulla riforma elettorale, quale sostanziale abolizione del suffragio universale [cfr. scheda], per far sì che non si arrivi a "sopprimere la stabilità del potere". Neppure rappresentano una novità, pertanto, lo svuotamento che il sistema maggioritario inferisce al parlamento, rabbassato a mercato boario attraverso accordi elettoralistici che richiamano alla memoria odierna formule quali la cosiddetta "desistenza", la primazìa dell'esecutivo sul legislativo, il necessario corollario su presidenzialismo e bipartitismo, con la "separazione dei politici di professione" dalla società civile e la [GC,0].
Sicché il tema della corruzione e della putrescenza imperialistica del capitalismo dell'epoca finanziaria torna come motivo conduttore [cfr. quiproquo]. Dagli appalti, che evocano le "tangentopoli" organiche al capitalismo di ogni epoca, non già quindi come uno stato d'eccezione ma semmai solo di passaggio di fase egemonica, si scende giù fino alle lotterie nazionali, vanto del bonapartismo straccione. Non può meravigliare più di tanto, perciò, che già allora ogni messa in "stato di accusa del presidente", fosse da lui e dai suoi scherani considerata una "persecuzione". E lo "pseudo-bonaparte" di quel tempo l'ebbe vinta.
La base economica, e alcune caratteristiche che essa presentava, tipiche di una fase di crisi, sono assai istruttive per capire il periodo della II repubblica, che là fece da preludio al II impero. L'impellenza borghese di ricorrere a imposte straordinarie per sostenere il debito pubblico, infatti, fu un tratto peculiare di quella come di tutte le successive epoche analoghe. le che voglia essere utilizzato in modo improduttivo, in un paese siffatto una massa innumerevole di persone di tutte le classi borghesi e semiborghesi deve essere interessata al debito dello stato, al gioco di borsa, alla finanza" [LC,II].
Sembra difficile non far correre la mente alle condizioni, italiane e non solo, che hanno portato a definire i cosiddetti "criteri di convergenza" stabiliti in quel di Maastricht. E in effetti il debito pubblico che corrisponde al fiorire del credito privato ha spinto il capitale in generale - nascosto nella sua "vecchia pelle di vipera" bancaria - perfino a "perseguitare la classe dei piccoli borghesi" come creditore e a "sopraffarla con la centralizzazione" conseguente alla vittoria nella lotta di concorrenza [cfr. DB,III,IV]. Di fronte a un indebitamento crescente lo stato, col suo apparato invasivo, deve limitare le proprie spese - anzitutto quelle a carattere "sociale" - e ridurre l'intervento pubblico, privatizzare, deregolamentare e, all'apparenza, governare il meno possibile.
Senonché codesta via, proprio per la sua falsa apparenza, è impossibile da perseguire fino in fondo per qualsiasi "partito dell'ordine", e lo è tanto più quanto maggiore è la forza internazionale dello stato in questione. Per assecondare tale "snellimento", come amano dire i sicofanti liberisti, lo stato deve allora cercare di propria ricchezza sull'altare della patria. Mica è così imbecille! Senza un rivolgimento totale dello stato, dunque, non [è] possibile nessun rivolgimento del bilancio dello stato. Con questo bilancio l'indebitamento dello stato è una necessità, e con l'indebitamento dello stato è una necessità il dominio del commercio dei debiti dello stato, il dominio dei creditori dello stato, dei banchieri, dei cambiavalute, dei lupi della borsa" [LC,II].
In presenza delle contraddizioni portate a galla dalla putrescenza della II repubblica, Marx osservava come il tentativo di porre dei freni al crescente strapotere dell'aristocrazia finanziaria fosse dovuto solo agli industriali. inuzione dei debiti dello stato, i cui interessi si trasformano nelle imposte; cioè nell'abbattimento dell'aristocrazia finanziaria" [ivi]. La chiarezza di questa analisi assume ancora maggior luce se la si confronta con le dabbenaggini del socialismo piccolo borghese, di ieri e di oggi.
Da un lato, la conflittualità di interessi tra industria (capitale produttivo) e speculazione (capitale monetario, fittizio ancor più di quello reale) non significa affatto la separazione e contrapposizione tra profitto e rendita, come vorrebbe l'asinistra keynesiana, di matrice fabiana e proudhoniana. Anzi, piuttosto ciò implica esattamente il contrario, ossia la necessità per il capitale di ricondurre le forme più indirette di appropriazione capitalistica entro l'unica e comune fonte del plusvalore. Dall'altro lato, neppure può voler dire che possano legittimare : o, per dirla più modernamente, che si possa intervenire, nell'àmbito delle leggi borghesi, con una "regolazione" e un controllo pubblico dell'intero sistema del credito. [DB,IV].
Dunque, perfino gli industriali, nelle fasi acute della crisi, possono essere disturbati dall'estrema "volatilità", come si dice oggi, del capitale fittizio speculativo (la frenata rispetto al progetto "globale" dell'Ami ne è la prova più recente). Al proposito, è assai importante comprendere come Marx e Engels collocassero - in maniera essenziale - le vicende politiche del '48 in un contesto economico capitalistico internazionale. La parola d'orine: "proletari di tutti i paesi, unitevi!", infatti, non era quel convenzionale appello solidaristico cui i decenni successivi lo hanno sempre più immiserito. Il mercato mondiale era già il riferimento reale pratico del capitale, del suo rapporto e del suo concetto.
Partendo dalla considerazione che i rapporti di produzione nazionali sono condizionati dal commercio estero della nazione stessa, dalla sua posizione sul mercato mondiale e dalle leggi di questo, Marx osserva che bastano al suo sviluppo" [LC,I]. Ed è proprio la centralità internazionale di codesto processo capitalistico industriale ciò che caratterizza tutte le contraddizioni del sistema, a cominciare da quelle interne alla borghesia: [GC,II].
Proprio l'Europa, perciò, era vista come il centro della dinamica storica delle società fondate sul modo di produzione capitalistico, e quindi delle condizioni della lotta di classe per il superamento di quest'ultimo. Sarebbero dovuti passare sessantacinque anni per assistere alla prima guerra mondiale, sul suolo dell'Europa, che definiva la prima spartizione imperialistica del mondo. Ma l'analisi marxista aveva già divisato [LC,0]. Non si trattava, tuttavia, di una "previsione" o di un timore, bensì appunto dell'analisi che Engels e Marx davano delle contraddizioni capitalistiche. uale soltanto la rivoluzione sociale del XIX secolo può attuarsi" [LC,I].
Le condizioni dello scontro erano già individuate nel senso che sembrava a essi . La misura della loro diffusione fino nel "cuore" del sistema era considerata [LC,IV]. Ma, superati i "limiti della nazione", la guerra di classe diventa mondiale e [LC,II].
La temperie politica da II repubblica è minuziosamente e lungamente così riassunta da Marx: o, ma che resta sempre parlamentare; la "montagna" [la democrazia socialista] che trova nella rassegnazione la sua missione e scusa le sue sconfitte presenti con la profezia di vittorie future; il potere esecutivo che trova la sua forza nella propria debolezza e fonda la propria dignità sul disprezzo che ispira; la repubblica che combina, sotto un'etichetta imperiale, alleanze che hanno per clausola fondamentale la divisione; combattimenti in cui la legge prima è l'indecisione più assoluta; un'agitazione sterile e rabbiosa in nome della calma; sermoni solenni sulla necessità della quiete in nome della rivoluzione; passioni senza verità; verità senza passione; eroi senza gesta; storia senza fatti; sviluppi di cui il calendario sembra essere la sola forza motrice e che stanca per la ripetizione eterna delle stesse tensioni e degli stessi indebolimenti; antagonismi che sembrano tendere pericolosamente verso la crisi solo per meglio indebolirsi e crollare senza potersi risolvere; ostentazioni pretenziose di sforzi tentati per prevenire la fine del mondo e di spaventi borghesi davanti alla minaccia di una rovina universale, allorquando questi salvatori della società si dànno agli intrighi più meschini e rappresentano commedie di palazzo; il genio collettivo [del paese] ignobilmente confuso con l'imbecillità furbesca di un solo individuo; la volontà integrale della nazione che - a ogni consultazione del suffragio universale - cerca la sua corrispondente espressione tra i nemici inveterati degli interessi popolari, fino al giorno in cui essa lo trova nella volontà personale di un filibustiere. Se mai vi fu una pagina grigia nella storia, è proprio questa. E quando lo "spettro rosso" costantemente scongiurato ed esorcizzato dai controrivoluzionari finalmente appare, non ha in testa il berretto frigio dell'anarchia, ma porta l'uniforme dell'ordine" (ivi,III).
Come andrà a finire, nella assoluta carenza di una coscienza della propria condizione di classe da parte del proletariato, e di una corrispondente latenza della sua organizzazione come soggetto comunista (rivoluzionario, in una fase non politicamente rivoluzionaria), è certamente un bel quesito! Tanto più che a tutt'oggi, per continuare ad apprendere l'insegnamento dell'ironia marxiana, anche "asinistra", di fronte a "una colossale sconfitta" per dirla col Marx del '48, si assiste alla bassa imitazione dei comportamenti padronali e borghesi, con i loro notabili di palazzo e i loro imbonitori di utopie a buon mercato. Cosicché anche l'asinistra possa esibire i suoi nuovi burgravi - il cui unico pensiero è quello di non perdere i proprî posti istituzionali in assise elettive o in commissioni, in consigli d'amministrazione o in partiti politici e sindacati; oppure i suoi resuscitati dichiliasti - millenaristi raddoppiati, il cui "cervello non sa oltrepassare quegli stessi limiti" degli interessi piccolo-borghesi che rappresentano, in attesa "nelle loro teste" del regno del duemila che rabbonisca il popolo.
Di fronte al minaccioso avanzare di un fenomeno sociale che, come la peste, essi rifiutano di vedere - l'illegalità di massa eversiva borghese - sanno solo contrapporre la falsa coscienza dell'ideologia loro istillata dalla borghesia trionfante per temperare le antitesi sociali e fonderle armonicamente: il neocorporativismo, con tutto il suo apparato di pace sociale e riformismo moderato e conservatore. Gli eroi della sinistra, anzi dell'asinistra, prima "si compiacciono l'un l'altro dei meravigliosi effetti" delle vicende parlamentari, capaci di "credere vinto il nemico perché esorcizzato con la fantasia", e poi "credono di smentire la loro provata incapacità facendosi l'un l'altro le condoglianze". La sola loro preoccupazione pare esser quella di menar gramo - nel nome di stabilità compatibilità sostenibilità, che han da essere tutte assieme flessibilità - al cospetto di un catastrofismo (secondo solo al loro falso utopismo) per loro stessi annunciato da quel convitato di pietra che proprio essi, cominciando con la delazione, hanno contribuito in larghissima misura a uccidere: il comunismo.
Così è dato che nelle baruffe dell'asinistra emergano - tra il socialismo borghese protetto dallo stato e quello piccolo borghese "radicale" bramato dai bottegai - le goffe caricature trash di Armand Lassalle e Pierre-Faust Proudhon. Né è di gran conforto rifugiarsi nei voli pindarici di un soggettivismo che allora - in carenza della critica, disperata e disperante, di trotskismo e dintorni nei confronti delle nefandezze, non solo politiche, e del disfacimento del realsocialismo - vestiva i panni dei blanquisti, che riguardo, fino a che fosse loro riuscito lanciare la massa del popolo nella rivoluzione e raggrupparla intorno alla piccola schiera dei dirigenti" [GC,0]. Una sola cosa, fortunatamente ancòra, ci è risparmiata, nonostante sporadici ma ripetuti tentativi: la caricatura di Marx (o di Lenin), che non è mai andata finora al di là di pallidi ectoplasmi.

Morale della favola: "a volte, ritornano". Ciò che è già accaduto può ritornare, come all'improvviso, sotto gli stracci di un qualunque buffone di corte - un novello the joker, con i baffetti o col fondo-tinta che sia - non per questo però meno mostruosamente violento e tiranno, o pure stupido e ignorante, subalterno a forze assai più grandi di lui. Non si tratta perciò di fare congetture e tanto meno previsioni, quanto piuttosto di saper rivedere per tempo, senza farsi sorprendere più di tanto, il déjà vu. Il rischio possibile da "secondo impero senza imperatore", dopo il fallimento della II repubblica, è costantemente alle porte. Il "secondo impero" del 2000 è l'imperialismo transnazionale sovrastatuale.
Il livello dello scontro interno alla classe borghese, soprattutto tra la frazione industriale e l'aristocrazia finanziaria puramente speculativa, indica come ciò che il sistema di potere borghese non tollera non sia la speculazione in quanto tale - ché fa parte del ciclo di crisi della metamorfosi del capitale finanziario nella sua totalità - quanto piuttosto la sua relativa "autonomizzazione" arraffata dagli affaristi della lumpen-borghesia. La lotta intestina della borghesia - sulla scena italiana, in rappresentazione europea - racchiude tutte le insidie di codesto genere. Gli ostacoli che la borghesia industriale frappone all'autonomizzazione dell'aristocrazia finanziaria, perciò, limitano gli sconfinamenti di quest'ultima; ma non intendono affatto sopprimerne la funzione, sia speculativa, sia di rovina di tutte le classi in qualche modo subalterne (anche se possidenti), sia di sostegno alla repressione popolare e di concorde imposizione del dispotismo politico ritenuto necessario: in una frase la dittatura della borghesia.
La "svolta" del governo D'Alema & Cossiga - in relativa continuità con quello di Prodi, e in ciò a sostanziale differenza dal regime craxiano - sta a configurare la raggiunta priorità degli interessi della borghesia industriale sui propri alleati dell'aristocrazia finanziaria, i quali tuttavia mantengono posizioni e rappresentanti (stesse facce e stesse ditte) in seno alle nuove coalizioni. I nuovi governi, per essere capaci di stare ai livelli internazionali richiesti, non possono più rappresentare direttamente la piccola borghesia, in parte lasciata a Bossi, e soprattutto l'affarismo della lumpen-borghesia stracciona, assunto in eredità craxiana da Berlusconi; cosicché si possa spiegare anche la peculiare funzione dell'An più "moderna" di Fini, che in nome degli agrari e dei commercianti, dei "cittadini" proprietari non capitalistici, di immobili e mobili, e di debitori e usurati, è chiamata da entrambi i poli a fare da cuscinetto tra i residui di questi ultimi strati sociali, senza così escludere le necessarie incursioni tra gli industriali.
Nient'altro si vuole proporre qui, se non il suggerimento di questa attenta rilettura critica della storia di centocinquant'anni fa: se di quel '48 il Manifesto del partito comunista fu simbolo di preparazione teorica e preannuncio dei fatti a venire, quei fatti stessi - con l'effimera affermazione e la disfatta del proletariato - furono e sono di ammonimento per le lotte di classe dei secoli futuri.