BURGRAVI E DICHILIASTI
ovvero, Repubblica II: stato di decomposizione
Gianfranco Pala
Trionfò la repubblica borghese.
Con lei erano l'aristocrazia della finanza, la borghesia industriale,
la classe media, la piccola borghesia, l'esercito, la plebaglia organizzata,
le sommità intellettuali, i preti e la popolazione rurale.
Tutte le classi e tutti i partiti si erano coalizzati in "partito dell'ordine"
contro la classe proletaria. La repubblica borghese
non era se non il dispotismo illimitato di una classe.
Questa repubblica si chiamava semplicemente "capitale".
Il frutto naturale della repubblica del "partito dell'ordine"
fu il secondo impero, col colpo di stato come certificato di nascita,
il suffragio universale come sanzione e la spada come scettro.
Il dominio di classe non è più capace di travestirsi
con un'uniforme nazionale, contro il proletariato
i governi nazionali sono uniti. I governi europei attestano così
il carattere internazionale del dominio di classe.
Con i lavoratori non vi erano altri all'infuori di loro stessi.
Dopo la sconfitta il proletariato passa nel retroscena
in uno sforzo sempre più debole e con risultati sempre più
meschini
e prende così parte a tutte le sconfitte dei diversi partiti l'uno
dopo l'altro;
e appaiono alla testa dell'esercito proletario delle figure sempre più
losche.
(Karl Marx, Il diciotto brumaio e La guerra civile)
Per ripensare alle infauste sorti della II repubblica italiana,
e al contraddittorio e deteriore ruolo svoltovi da democratici, socialisti
e "comunisti", c'è il primo grande esempio storico di II
repubblica. Quello, breve, che seguì al 1848 in Francia, fino al
1851, rappresenta un concentrato di insegnamenti per le lotte di classe,
per le condizioni oggettive in cui esse si svolsero, per gli esiti autoritari
cui dette vita: e quindi anche per le scelte soggettive dell'organizzazione
di classe del proletariato. Forse, senza lambiccarsi troppo il cervello,
e senza dissiparne le poche disponibilità che collettivamente oggi
abbiamo, non sarebbe affatto male, invece, recuperare quegli insegnamenti
marxengelsiani, troppo presto dimenticati o distorti (da chi presumeva di
averli appresi, magari a torto) o addirittura ormai perfino sconosciuti
(da chi non ha avuto mai occasione di incontrarli seriamente). Non con riferimento
limitato a questa o quell'altra situazione particolare, ma per un'intera
epoca della repubblica italiana, delle sue contraddizioni e dei suoi equivoci,
cioè, di quegli insegnamenti complessivi qui si propone solo un invito
alla rilettura.
Le lotte di classe in Francia e Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte
di Marx (cui si può aggiungere, per i richiami storici che precedettero
la Comune, anche La guerra civile in Francia), con le successive
Prefazioni di Engels, aiutano a comprendere molte più cose,
della contemporaneità di fine secolo XX, che tanti studi paludati
di scribacchini attuali, sia sul terreno materiale delle crisi economiche
sottostanti sia sugli sviluppi politici e istituzionali che ne derivano.
Basta solo saper leggere e rileggere, cosicché scrivere la storia
contemporanea sia un riscrivere la storia di allora. Proprio in quegli scritti
Marx cita il noto aforisma hegeliano secondo cui "tutti i grandi fatti
della storia e i loro personaggi compaiono, per così dire, a due
riprese". Ma si preoccupa anche di precisare che Hegel "ha dimenticato
di aggiungere: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa" - fino
al "nipote" Bonaparte che ricorda lo "zio".
E la terza volta è spettacolo spazzatura - trash, come dicono
gli esperti cinetelevisivi anglofoni. Non serve scomodare, per l'irrilevanza
della cosa ancorché simbolica, la "nipote del nonno". Come
"figure" singolarmente emblematiche della farsa e del trash
l'immaginario collettivo si fa bastare Craxi & Berlusconi con il loro
clan. Ma, tanto per non far nomi, si pensi al contorno, da un lato,
di politici imbecilli, giudici felloni, intellettuali senza intelletto,
militari reazionari e corrotti, mafiosi e golpisti del principale "partito
dell'ordine" - al cui polo oggi cresce la libertà
(loro!) - e, dall'altro, di personaggi loro oppositori, di pari infimo livello
e parimenti schierati in un secondo "partito dell'ordine" - quello
democratico progressista conservatore della "montagna",
ché "così aveva voluto battezzarsi in parlamento il partito
della democrazia socialista" - sulle cui vette, oggi, crescono
ulivi, querce, rose, e garofani (senza più
martelli e falci per dar loro una bella potatina!). Ora tutte codeste figure
- riunite, per così dire, in un sol fascio - rappresentano assai
bene lo stato avanzato di decomposizione della II repubblica: la seconda
di cui dobbiamo dire, quella italiana.
Non occorre - perché non si tratta di ciò - cercare di far
corrispondere biunivocamente gli schieramenti e i personaggi di allora,
in Francia, con quelli di oggi, in Italia. Inutile farsi obiettare che i
corsi e ricorsi della storia e dei suoi personaggi non sono mai in "fotocopia":
si sa. La corrispondenza - tragica, drammatica, farsesca - è piuttosto
nelle situazioni, nelle condizioni oggettive e nelle rappresentazioni soggettive.
I tempi stessi degli eventi si dilatano o si comprimono conformemente alle
differenti circostanze concrete. Bensì ciò accade in tal guisa
che protagonisti, organizzazioni politiche, istituzioni, della nuova fase
vi si ritrovino tutti. Ma l'intero processo si presenta in una complicata
ibridazione bastarda, che mette insieme pezzi e comportamenti disparati
dei differenti predecessori, come in un mostro di Frankenstein, ora in questo
ora in quell'altro soggetto del giorno d'oggi.
Pur se certi personaggi del passato sembrano calzare a pennello, soprattutto
nelle loro ridicole caricature, in ben individuabili politici odierni -
di cui neppure occorre fare nome e cognome! - le figure si sovrappongono
e si sdoppiano, i percorsi si intersecano e le rappresentazioni che ne derivano
sfumano l'una nell'altra; ma la temperie politica e le contraddizioni economiche
di fondo sono straordinariamente collimanti nel loro complesso. Può
sembrar quasi un gettar le tessere di un moderno I Ching per sviluppare
occasioni di riflessione su fatti avvenuti e per far congetture su eventi
che potrebbero darsi anche a breve scadenza. Cionondimeno, a parte casi
assai peculiari, quei differenti pezzi e comportamenti apparentemente spersonalizzati
e scompaginati, stanno assolutamente tutti nel nuovo caos magmatico
dell'attuale politica di crisi, in un diabolico gioco delle parti, scambiabili
e spesso invertite e capovolte, secondo le convenienze del momento.
Sicché, data la situazione, per nessuno è difficile riconoscere
protagonisti e azioni, ruoli e posizioni, immaginando per l'oggi i nomi
dei "filibustieri" e degli "avventurieri spronati dai debiti"
e dei singoli individui dall'"imbecillità furbesca" e dei
"cavalieri d'industria" rispetto alle cui mosse (DB,I).
Del resto, il "far nomi" potrebbe fornire sempre un pretesto per
querele e cause giudiziarie, in un sistema - oggi come allora - dove leggi"
elaborate dagli amici dell'ordine, in modo che la borghesia ne possa godere
senza trovare alcun impedimento". Fin da allora (ivi, II).
La finzione della prima costituzione repubblicana era racchiusa nella
circostanza per cui la borghesia fu "costretta ad annunciarla come
accompagnata da istituzioni sociali". Era quindi inevitabile
la sua necessaria vanificazione, come fu messo in luce da Marx un secolo
e mezzo fa. La democrazia socialista sere interpretata secondo il suo spirito
vitale e che lo spirito vitale borghese era il suo unico spirito vitale"
[LC, II]. Anche Engels, alla luce dei fatti storici successivi, non
poté che ribadire simile convincimento. [GC, 0].
Ciò che i democratici socialisti non avevano compreso, allora, sembra
che continuino a non comprenderlo anc'ora. Si tratta di uno di quei troppi
insegnamenti marxisti non appresi da quanti hanno creduto di credere alle
parole della borghesia trionfante. Del resto, l'immaturità oggettiva
(e quindi soggettiva) della trasformazione socialista fu avvertita
ben presto dagli stessi Engels e Marx, i quali riconobbero che [LC,0].
Con l'ignoranza di codeste considerazioni e col pretesto del secolo e mezzo
trascorso - che ha fatto sì maturare le cose, ma in una maniera parziale
e a un grado limitato, che invece abbaglia quei molti comunisti per i quali
esso parrebbe drasticamente risolutivo - ancòra oggi i più
tra costoro preferiscono nascondere la testa nella sabbia di tale presunta
prematura maturità dell'agognato superamento del modo di produzione
capitalistico.
Dal 1848 in Francia al 1948 in Italia si ripeté l'ironia per cui
furono "i monarchici i veri sostegni della repubblica costituzionale".
Anche la repubblica italiana "non ha rovesciato il trono ma ha solo
preso il suo posto rimasto vacante", dove (anziché gli orléanisti)
i democristiani clerico-fascisti . [GC,II]. La prima costituzione,
uscita , servì loro [GC,III]. Senonché, quando quegli
stessi "repubblicani borghesi" dovettero retrocedere dalla prima
fila alla retroguardia del "partito dell'ordine" - il che accadde
appena in un paio d'anni dopo il 1848, e in uno strisciante processo lungo
mezzo secolo dopo il 1948 in Italia - fu posta all'ordine del giorno la
questione della cosiddetta Grande riforma istituzionale, con revisione
della vecchia costituzione, già pesantemente violata, e varo della
nuova legge elettorale.
Senza che occorra qui evocare corsi e ricorsi vichiani o plutarchiane vite
parallele, ci si deve limitare a elencare gli svariatissimi temi e problemi
che il nostro presente storico ha resuscitato. Perfino la "bicamerale"
trova il suo precedente in quella commissione parlamentare per le riforme
istituzionali e la riforma elettorale di centocinquant'anni fa, composta
dai capi dei partiti dell'ordine, che Marx designò sarcasticamente
col nome feudale di "burgravi". E già sùbito, anche
sulle questioni appena accennate della revisione costituzionale e della
legge elettorale, si trovano consonanze preoccupanti. Si rinnova l'"inganno
del destino" con le astuzie dell'articolo sulla revisione della costituzione
(oggi qui l'art.138), il quale prescrive la necessità di una maggioranza
qualificata; i "democratici", [DB,I]. Vane illusioni!
Così, altrettanto mistificatorie sono le "giustificazioni"
sulla riforma elettorale, quale sostanziale abolizione del suffragio universale
[cfr. scheda], per far sì che non si arrivi a "sopprimere
la stabilità del potere". Neppure rappresentano una novità,
pertanto, lo svuotamento che il sistema maggioritario inferisce al parlamento,
rabbassato a mercato boario attraverso accordi elettoralistici che richiamano
alla memoria odierna formule quali la cosiddetta "desistenza",
la primazìa dell'esecutivo sul legislativo, il necessario corollario
su presidenzialismo e bipartitismo, con la "separazione dei politici
di professione" dalla società civile e la [GC,0].
Sicché il tema della corruzione e della putrescenza imperialistica
del capitalismo dell'epoca finanziaria torna come motivo conduttore [cfr.
quiproquo]. Dagli appalti, che evocano le "tangentopoli"
organiche al capitalismo di ogni epoca, non già quindi come uno stato
d'eccezione ma semmai solo di passaggio di fase egemonica, si scende giù
fino alle lotterie nazionali, vanto del bonapartismo straccione. Non può
meravigliare più di tanto, perciò, che già allora ogni
messa in "stato di accusa del presidente", fosse da lui e dai
suoi scherani considerata una "persecuzione". E lo "pseudo-bonaparte"
di quel tempo l'ebbe vinta.
La base economica, e alcune caratteristiche che essa presentava, tipiche
di una fase di crisi, sono assai istruttive per capire il periodo della
II repubblica, che là fece da preludio al II impero. L'impellenza
borghese di ricorrere a imposte straordinarie per sostenere il debito
pubblico, infatti, fu un tratto peculiare di quella come di tutte le
successive epoche analoghe. le che voglia essere utilizzato in modo improduttivo,
in un paese siffatto una massa innumerevole di persone di tutte le classi
borghesi e semiborghesi deve essere interessata al debito dello stato, al
gioco di borsa, alla finanza" [LC,II].
Sembra difficile non far correre la mente alle condizioni, italiane e non
solo, che hanno portato a definire i cosiddetti "criteri di convergenza"
stabiliti in quel di Maastricht. E in effetti il debito pubblico
che corrisponde al fiorire del credito privato ha spinto il capitale
in generale - nascosto nella sua "vecchia pelle di vipera" bancaria
- perfino a "perseguitare la classe dei piccoli borghesi" come
creditore e a "sopraffarla con la centralizzazione" conseguente
alla vittoria nella lotta di concorrenza [cfr. DB,III,IV]. Di fronte
a un indebitamento crescente lo stato, col suo apparato invasivo, deve limitare
le proprie spese - anzitutto quelle a carattere "sociale" - e
ridurre l'intervento pubblico, privatizzare, deregolamentare e, all'apparenza,
governare il meno possibile.
Senonché codesta via, proprio per la sua falsa apparenza, è
impossibile da perseguire fino in fondo per qualsiasi "partito dell'ordine",
e lo è tanto più quanto maggiore è la forza internazionale
dello stato in questione. Per assecondare tale "snellimento",
come amano dire i sicofanti liberisti, lo stato deve allora cercare di propria
ricchezza sull'altare della patria. Mica è così imbecille!
Senza un rivolgimento totale dello stato, dunque, non [è] possibile
nessun rivolgimento del bilancio dello stato. Con questo bilancio l'indebitamento
dello stato è una necessità, e con l'indebitamento dello stato
è una necessità il dominio del commercio dei debiti dello
stato, il dominio dei creditori dello stato, dei banchieri, dei cambiavalute,
dei lupi della borsa" [LC,II].
In presenza delle contraddizioni portate a galla dalla putrescenza della
II repubblica, Marx osservava come il tentativo di porre dei freni al crescente
strapotere dell'aristocrazia finanziaria fosse dovuto solo agli industriali.
inuzione dei debiti dello stato, i cui interessi si trasformano nelle imposte;
cioè nell'abbattimento dell'aristocrazia finanziaria" [ivi].
La chiarezza di questa analisi assume ancora maggior luce se la si confronta
con le dabbenaggini del socialismo piccolo borghese, di ieri e di oggi.
Da un lato, la conflittualità di interessi tra industria (capitale
produttivo) e speculazione (capitale monetario, fittizio ancor più
di quello reale) non significa affatto la separazione e contrapposizione
tra profitto e rendita, come vorrebbe l'asinistra keynesiana, di matrice
fabiana e proudhoniana. Anzi, piuttosto ciò implica esattamente il
contrario, ossia la necessità per il capitale di ricondurre le forme
più indirette di appropriazione capitalistica entro l'unica e comune
fonte del plusvalore. Dall'altro lato, neppure può voler dire
che possano legittimare : o, per dirla più modernamente, che si possa
intervenire, nell'àmbito delle leggi borghesi, con una "regolazione"
e un controllo pubblico dell'intero sistema del credito. [DB,IV].
Dunque, perfino gli industriali, nelle fasi acute della crisi, possono essere
disturbati dall'estrema "volatilità", come si dice oggi,
del capitale fittizio speculativo (la frenata rispetto al progetto "globale"
dell'Ami ne è la prova più recente). Al proposito,
è assai importante comprendere come Marx e Engels collocassero -
in maniera essenziale - le vicende politiche del '48 in un contesto
economico capitalistico internazionale. La parola d'orine: "proletari
di tutti i paesi, unitevi!", infatti, non era quel convenzionale appello
solidaristico cui i decenni successivi lo hanno sempre più immiserito.
Il mercato mondiale era già il riferimento reale pratico del
capitale, del suo rapporto e del suo concetto.
Partendo dalla considerazione che i rapporti di produzione nazionali sono
condizionati dal commercio estero della nazione stessa, dalla sua posizione
sul mercato mondiale e dalle leggi di questo, Marx osserva che bastano al
suo sviluppo" [LC,I]. Ed è proprio la centralità
internazionale di codesto processo capitalistico industriale ciò
che caratterizza tutte le contraddizioni del sistema, a cominciare da quelle
interne alla borghesia: [GC,II].
Proprio l'Europa, perciò, era vista come il centro della dinamica
storica delle società fondate sul modo di produzione capitalistico,
e quindi delle condizioni della lotta di classe per il superamento di quest'ultimo.
Sarebbero dovuti passare sessantacinque anni per assistere alla prima guerra
mondiale, sul suolo dell'Europa, che definiva la prima spartizione imperialistica
del mondo. Ma l'analisi marxista aveva già divisato [LC,0].
Non si trattava, tuttavia, di una "previsione" o di un timore,
bensì appunto dell'analisi che Engels e Marx davano delle contraddizioni
capitalistiche. uale soltanto la rivoluzione sociale del XIX secolo può
attuarsi" [LC,I].
Le condizioni dello scontro erano già individuate nel senso che sembrava
a essi . La misura della loro diffusione fino nel "cuore" del
sistema era considerata [LC,IV]. Ma, superati i "limiti della
nazione", la guerra di classe diventa mondiale e [LC,II].
La temperie politica da II repubblica è minuziosamente e lungamente
così riassunta da Marx: o, ma che resta sempre parlamentare; la "montagna"
[la democrazia socialista] che trova nella rassegnazione la sua missione
e scusa le sue sconfitte presenti con la profezia di vittorie future; il
potere esecutivo che trova la sua forza nella propria debolezza e fonda
la propria dignità sul disprezzo che ispira; la repubblica che combina,
sotto un'etichetta imperiale, alleanze che hanno per clausola fondamentale
la divisione; combattimenti in cui la legge prima è l'indecisione
più assoluta; un'agitazione sterile e rabbiosa in nome della calma;
sermoni solenni sulla necessità della quiete in nome della rivoluzione;
passioni senza verità; verità senza passione; eroi senza gesta;
storia senza fatti; sviluppi di cui il calendario sembra essere la sola
forza motrice e che stanca per la ripetizione eterna delle stesse tensioni
e degli stessi indebolimenti; antagonismi che sembrano tendere pericolosamente
verso la crisi solo per meglio indebolirsi e crollare senza potersi risolvere;
ostentazioni pretenziose di sforzi tentati per prevenire la fine del mondo
e di spaventi borghesi davanti alla minaccia di una rovina universale, allorquando
questi salvatori della società si dànno agli intrighi più
meschini e rappresentano commedie di palazzo; il genio collettivo [del paese]
ignobilmente confuso con l'imbecillità furbesca di un solo individuo;
la volontà integrale della nazione che - a ogni consultazione del
suffragio universale - cerca la sua corrispondente espressione tra i nemici
inveterati degli interessi popolari, fino al giorno in cui essa lo trova
nella volontà personale di un filibustiere. Se mai vi fu una pagina
grigia nella storia, è proprio questa. E quando lo "spettro
rosso" costantemente scongiurato ed esorcizzato dai controrivoluzionari
finalmente appare, non ha in testa il berretto frigio dell'anarchia, ma
porta l'uniforme dell'ordine" (ivi,III).
Come andrà a finire, nella assoluta carenza di una coscienza della
propria condizione di classe da parte del proletariato, e di una corrispondente
latenza della sua organizzazione come soggetto comunista (rivoluzionario,
in una fase non politicamente rivoluzionaria), è certamente un bel
quesito! Tanto più che a tutt'oggi, per continuare ad apprendere
l'insegnamento dell'ironia marxiana, anche "asinistra", di fronte
a "una colossale sconfitta" per dirla col Marx del '48, si assiste
alla bassa imitazione dei comportamenti padronali e borghesi, con i loro
notabili di palazzo e i loro imbonitori di utopie a buon mercato.
Cosicché anche l'asinistra possa esibire i suoi nuovi burgravi
- il cui unico pensiero è quello di non perdere i proprî posti
istituzionali in assise elettive o in commissioni, in consigli d'amministrazione
o in partiti politici e sindacati; oppure i suoi resuscitati dichiliasti
- millenaristi raddoppiati, il cui "cervello non sa oltrepassare quegli
stessi limiti" degli interessi piccolo-borghesi che rappresentano,
in attesa "nelle loro teste" del regno del duemila che rabbonisca
il popolo.
Di fronte al minaccioso avanzare di un fenomeno sociale che, come la peste,
essi rifiutano di vedere - l'illegalità di massa eversiva borghese
- sanno solo contrapporre la falsa coscienza dell'ideologia loro istillata
dalla borghesia trionfante per temperare le antitesi sociali e fonderle
armonicamente: il neocorporativismo, con tutto il suo apparato di
pace sociale e riformismo moderato e conservatore. Gli eroi della sinistra,
anzi dell'asinistra, prima "si compiacciono l'un l'altro dei meravigliosi
effetti" delle vicende parlamentari, capaci di "credere vinto
il nemico perché esorcizzato con la fantasia", e poi "credono
di smentire la loro provata incapacità facendosi l'un l'altro le
condoglianze". La sola loro preoccupazione pare esser quella di menar
gramo - nel nome di stabilità compatibilità sostenibilità,
che han da essere tutte assieme flessibilità - al cospetto di un
catastrofismo (secondo solo al loro falso utopismo) per loro stessi annunciato
da quel convitato di pietra che proprio essi, cominciando con la delazione,
hanno contribuito in larghissima misura a uccidere: il comunismo.
Così è dato che nelle baruffe dell'asinistra emergano - tra
il socialismo borghese protetto dallo stato e quello piccolo borghese "radicale"
bramato dai bottegai - le goffe caricature trash di Armand Lassalle
e Pierre-Faust Proudhon. Né è di gran conforto rifugiarsi
nei voli pindarici di un soggettivismo che allora - in carenza della critica,
disperata e disperante, di trotskismo e dintorni nei confronti delle nefandezze,
non solo politiche, e del disfacimento del realsocialismo - vestiva i panni
dei blanquisti, che riguardo, fino a che fosse loro riuscito lanciare la
massa del popolo nella rivoluzione e raggrupparla intorno alla piccola schiera
dei dirigenti" [GC,0]. Una sola cosa, fortunatamente ancòra,
ci è risparmiata, nonostante sporadici ma ripetuti tentativi: la
caricatura di Marx (o di Lenin), che non è mai andata finora al di
là di pallidi ectoplasmi.
Morale della favola: "a volte, ritornano". Ciò
che è già accaduto può ritornare, come all'improvviso,
sotto gli stracci di un qualunque buffone di corte - un novello the joker,
con i baffetti o col fondo-tinta che sia - non per questo però meno
mostruosamente violento e tiranno, o pure stupido e ignorante, subalterno
a forze assai più grandi di lui. Non si tratta perciò di fare
congetture e tanto meno previsioni, quanto piuttosto di saper rivedere per
tempo, senza farsi sorprendere più di tanto, il déjà
vu. Il rischio possibile da "secondo impero senza imperatore",
dopo il fallimento della II repubblica, è costantemente alle porte.
Il "secondo impero" del 2000 è l'imperialismo transnazionale
sovrastatuale.
Il livello dello scontro interno alla classe borghese, soprattutto tra la
frazione industriale e l'aristocrazia finanziaria puramente speculativa,
indica come ciò che il sistema di potere borghese non tollera non
sia la speculazione in quanto tale - ché fa parte del ciclo di crisi
della metamorfosi del capitale finanziario nella sua totalità - quanto
piuttosto la sua relativa "autonomizzazione" arraffata dagli affaristi
della lumpen-borghesia. La lotta intestina della borghesia - sulla
scena italiana, in rappresentazione europea - racchiude tutte le insidie
di codesto genere. Gli ostacoli che la borghesia industriale frappone all'autonomizzazione
dell'aristocrazia finanziaria, perciò, limitano gli sconfinamenti
di quest'ultima; ma non intendono affatto sopprimerne la funzione, sia speculativa,
sia di rovina di tutte le classi in qualche modo subalterne (anche se possidenti),
sia di sostegno alla repressione popolare e di concorde imposizione del
dispotismo politico ritenuto necessario: in una frase la dittatura della
borghesia.
La "svolta" del governo D'Alema & Cossiga - in relativa continuità
con quello di Prodi, e in ciò a sostanziale differenza dal regime
craxiano - sta a configurare la raggiunta priorità degli interessi
della borghesia industriale sui propri alleati dell'aristocrazia finanziaria,
i quali tuttavia mantengono posizioni e rappresentanti (stesse facce e stesse
ditte) in seno alle nuove coalizioni. I nuovi governi, per essere capaci
di stare ai livelli internazionali richiesti, non possono più rappresentare
direttamente la piccola borghesia, in parte lasciata a Bossi, e soprattutto
l'affarismo della lumpen-borghesia stracciona, assunto in eredità
craxiana da Berlusconi; cosicché si possa spiegare anche la peculiare
funzione dell'An più "moderna" di Fini, che in nome degli
agrari e dei commercianti, dei "cittadini" proprietari non capitalistici,
di immobili e mobili, e di debitori e usurati, è chiamata da entrambi
i poli a fare da cuscinetto tra i residui di questi ultimi strati sociali,
senza così escludere le necessarie incursioni tra gli industriali.
Nient'altro si vuole proporre qui, se non il suggerimento di questa attenta
rilettura critica della storia di centocinquant'anni fa: se di quel '48
il Manifesto del partito comunista fu simbolo di preparazione teorica
e preannuncio dei fatti a venire, quei fatti stessi - con l'effimera affermazione
e la disfatta del proletariato - furono e sono di ammonimento per le lotte
di classe dei secoli futuri.