Racconterò un lavoro in corso: un lavoro che prosegue ormai da
più di un anno e che vede impegnati - insieme a me - una quindicina
di "giovani", studenti ed ex studenti.
Dico subito che siamo legati ad un luogo particolare: all'Istituto trevigiano
per la storia della resistenza, perché sentiamo che quello è
il luogo giusto dove provare a fare un lavoro sul campo, cioè dove
cercare di utilizzare alcuni strumenti critici che abbiamo appreso all'università
per capire ciò che ci sta intorno, quello che sta accadendo nel Veneto
dove viviamo, dove lavoriamo o studiamo.
Abbiamo deciso di definire il nostro oggetto di studio, il nostro campo
di osservazione, come nazionalismo veneto. Ci piaceva il fatto che
dopo aver studiato e letto di tradizioni inventate, di usi e percorsi delle
memorie collettive, di nazioni e nazionalismi, avessimo di fronte un caso
da laboratorio in piena attività, cioè un esperimento per
certi aspetti clamoroso di "invenzione della tradizione", un tentativo
- a suo modo affascinante - di costruire una sorta di nuova identità
nazionale: quella della "nazione veneta", appunto.
In fin dei conti, il nostro osservatorio sul Veneto contemporaneo ci sembrava
anche un modo mettere alla prova i concetti e le ipotesi maturate per l'interpretazione
del passato. Almeno all'inizio, la cosa ci interessava intellettualmente,
un po' astrattamente, forse.
Poi, il passo decisivo è stato quello di deciderci a prendere sul
serio quello che stava succedendo: di non ridurre a colore, a "folklore",
a becerume quella galassia per molti aspetti davvero pittoresca che è
il montante "venetismo" di massa.
Abbiamo dovuto, in buona sostanza, toglierci il sorriso dal viso e dagli
occhi e osservare senza pregiudizi: ascoltare, raccogliere interviste, leggere
i volantini e i manifesti, misurare il crescere della temperatura "venetista"
che si esprime nelle canzoncine sul risveglio del leone e nelle bandiere
venete che sono cominciate a comparire nei giardini o sui tetti delle case,
nei pellegrinaggi sotto le lapidi dei leoni veneziani[1],
ma anche nel "bilinguismo" italo-veneto che alcuni Comuni hanno
varato (nella segnaletica stradale) e che alcuni consiglieri regionali propongono
per legge, e in tutto quel dilagare di richiami alla Serenissima o al "popolo
veneto", all'"essenza della civiltà veneta", al "patrimonio
ereditario veneto", al "cuore di un'identità"[2]. Tutte cose che sono cominciate a girare
all'interno di un pulviscolo di attività culturali - alte e basse,
accademiche e popolari, ufficiali e spontanee - che hanno avuto l'avallo
interessato della Giunta Regionale del Veneto[3],
ma che trovano anche espressione più diffusa attraverso le scelte
di biblioteche e amministrazioni locali, e all'interno di sodalizi culturali
più o meno strutturati, capaci però di esprimere autonome
rappresentazioni del passato attraverso una multiforme produzione di storiografia
militante.[4]
E' stato proprio il prendere sul serio tutte queste cose che ci ha stimolato
a leggere con più attenzione, con maggiore partecipazione ciò
che è capitato, ad esempio, nella vicina Jugoslavia, dove - ce lo
ha raccontato un giornalista intelligente come Paolo Rumiz [5]
- dove proprio quello che sembrava folklore e sottocultura si è rivelato
essere la lunga incubazione dello scannatoio finale.
E così, messo vicino ai tanti altri episodi contemporanei di revival
neo-etnico, di ricerca di radici - più o meno fittizie - che sembra
caratterizzare la società secolarizzata, la nostra piccola regione-laboratorio
si è rivelata niente più che un pezzo di mondo. E in questo
modo, ci si è resi conto che davvero l'identità veneta
- con tutto il suo corollario di mitologie, di simboli e di autorappresentazioni
che ci sta intorno - che davvero l'identità veneta è per gran
parte una costruzione tutto sommato recente; una costruzione che ha a che
fare con le diverse identità etniche di cui parla ad esempio Ugo
Fabietti, maschere che servono per meglio competere e difendere i propri
interessi nella società globale [6].
Questo come premessa, un po' scontata, forse, per lo meno in questa sede,
ma una premessa che serve a dire come prendere sul serio il venetismo ci
sia servito innanzi tutto a riconoscere, a definire l'oggetto della nostra
indagine, collocarlo su uno sfondo più ampio e prenderne in qualche
modo le distanze.
Ma il paradosso è stato che, mentre cercavamo di definire il nostro
oggetto di studio, ci siamo trovati a cercare di prendere le distanze invece
da una realtà sociale che in fin dei conti è anche la nostra
realtà, dentro la quale viviamo, con naturalezza, per lo più
standoci bene, anche.
Per chi vive a Treviso, a Cittadella o a Pieve di Soligo, per chi lavora
- come me - nella biblioteca di un paese di campagna o insegna nelle scuole
medie della pedemontana, mettersi a studiare il venetismo significa anche
ripercorrere mentalmente la strada che si fa per andare a lavorare, e guardare
con più attenzione le case che gli scorrono a fianco (e i manifesti
che vi sono appiccicati), il traffico (e gli adesivi sulle macchine), il
paesaggio dei campanili e dei capannoni industriali, il limite incerto tra
città e campagna, e poi ripensare ai discorsi che si ascoltano, al
"senso comune": insomma, tutte quelle cose che dalle pagine -
ad esempio - di "Altrochemestre" ci hanno insegnato ad osservare
e a descrivere Piero Brunello e Luca Pes [7].
Prendere le distanze, e insieme mettere a frutto la nostra prospettiva interna,
cioè la ricchezza degli sguardi ravvicinati, e in qualche modo partecipi:
alla fine ci è venuto il sospetto che per fare la storia del tempo
presente, per fare gli etnologi in bicicletta - se non nel metrò
- sia utile collocarsi (mentalmente, almeno), sia utile collocarsi in una
posizione di frontiera, da "stranieri interni", direi, un po'
dentro e un po' fuori, critici e partecipi.
In una posizione che sembra andar bene soprattutto per capire quello che
abbiamo chiamato "nazionalismo veneto", cioè quella sorta
di coscienza infelice che sembra segnare così pesantemente chi vive
dalle nostre parti; quella coscienza infelice che si alimenta proprio di
un continuo gioco di specchi del pregiudizio, per cui chi si sente dentro
e chi si sente fuori quasi non riescono a riconoscersi, ed ognuna delle
due parti restituisce dell'altra sempre un'immagine deformata e irriconoscibile,
quasi in forma di caricatura. Basta leggere i reportage giornalistici o
vedere i vari "Pinocchio" dal Veneto per avere chiara la pesantezza
di questa incomunicabilità, di questa infinita commedia degli equivoci.
Cercare invece di guardare fuori dalle nostre finestre da stranieri interni
- ci siamo detti - è forse un escamotage per uscire dal gioco
delle parti che sembra intrappolare chiunque oggi parli o scriva di Veneto
e di quello che nel Veneto sta succedendo.
Un po' dentro e un po' fuori, questa collocazione liminare, di frontiera,
ci serve anche per muoverci avanti e indietro nella linea del tempo, per
riconoscere in questo venetismo sì le novità e i cascami della
condizione presente, ma anche le figure o i frammenti delle storie e delle
memorie che proprio qui, in questi luoghi, in questa regione si sono accumulati
negli anni e nei secoli.
E così, visto da vicino, con un occhio al presente ma con in testa
anche le nostre letture sul passato, il "nazionalismo veneto"
ci è sembrato non solo un'invenzione tutta recente e posticcia, non
solo una aggressiva foglia di fico con cui si tenta di dare legittimità
alla difesa dei propri interessi, ma anche - per certi aspetti, almeno -
anche un grande sommovimento della memoria collettiva, anzi, un grande calderone
in cui stanno in ebollizione, in fusione quasi, pezzi di storie e di memorie,
vicini e lontani, non solo inventati anche se non completamente veri.
Quando siamo venuti a Venezia, a vedere da vicino la manifestazione di metà
settembre della Lega, e abbiamo osservato la scena di migliaia di "campagnoli"
(chiamiamoli così) che entravano in città, anzi, che entravano
in quella che in Veneto è la città per antonomasia,
cioè il luogo più distante e diverso dal mondo dell'entroterra
e dei paesi; e quando abbiamo visto - un po' più da lontano, questa
volta - quando abbiamo visto un altro gruppo, più piccolo, di altri
"campagnoli" arrivare con un trattore mascherato da carro armato
in Piazza San Marco ed arrampicarsi sul campanile per esporre al mondo la
bandiera col Leone; o quando abbiamo visto, sotto casa, altri trattori veri
e propri bloccare le strade ed invadere le città durante la vertenza
delle quote latte... Quando abbiamo assistito a tutte queste cose non abbiamo
non potuto tornare con la mente alla lunga tradizione di città invase
dai propri contadini, ai tanti episodi della storia non lontana che sono
specchio e verifica di un rapporto difficile - quello tra città e
campagna - un rapporto difficile e conflittuale che ora come allora sembra
innervare e dare forma alla protesta, all'insubordinazione.
E non abbiamo potuto, dietro certe parole d'ordine, nei linguaggi e nei
gesti da osteria; nelle rivendicazioni di autonomia, di identità
e di estraneità al mondo intero; o nel modo con cui, istintivamente,
nel cuore di una manifestazione leghista venivamo riconosciuti - noi, che
volevamo fare i volonterosi antropologi in erba - venivamo riconosciuti
come estranei, come diversi, già solo per come eravamo vestiti, o
per il modo di parlare (o per la montatura degli occhiali...), e venivamo
chiassosamente beffeggiati e derisi (ho una cassetta divertentissima con
gli insulti che io e un mio amico ci siamo presi a Venezia il 14 settembre
del 1997, sotto il palco di Bossi, da un gruppo di camionisti bellunesi
che alla fine ci hanno lasciato dicendo che in fondo eravamo simpatici e
che pertanto, prima o poi, anche noi saremmo diventati leghisti)...
Non abbiamo potuto, in quelle parole, non sentire l'eco della cultura "ribelle
e tradizionale insieme" di cui scriveva Piero Brunello vent'anni fa
per definire lo spirito dei suoi subalterni veneti dell'Ottocento[8], cioè di quella cultura ribelle e
tradizionale che tante volte, nei momenti di crisi, di trauma e di trasformazione,
è venuta fuori dalle cavità carsiche del Veneto rurale in
cui era stata confinata, e magari dimenticata.[9]
Certo, tutto è cambiato rispetto ai "ribelli" dell'Ottocento,
ai braccianti-banditi della Bassa Padovana narrati da Tiziano Merlin o ai
"massarioti" incazzati del clerico-intransigentismo (i "padroncini",
i micro-imprenditori contadini dell'epoca) di cui scritto Livio Vanzetto.[10] Tutto è cambiato, eppure tante
cose sembrano ripetersi, quasi dei tic, delle strutture mentali, dei copioni
teatrali o forse dei quadri sociali della memoria che sembrano essere scorsi
in modo sotterraneo, e che non sono stati ancora superati e disinnescati,
nemmeno ora che i rapporti reali (in termini di forza, di ricchezza e di
potere - forse), nemmeno ora che i rapporti sembrano essersi ribaltati sembrano,
ci dicono gli economisti che studiano i meccanismi dell'autosfruttamento
e della dipendenza dei piccoli imprenditori del nord-est) [11].
In ogni caso, l'impressione è che - pur di fronte a tante orgogliose
dimostrazioni di forza, di intraprendenza e di vitalità - non si
sia stati capaci di uscire dal circolo vizioso della subalternità,
che è innanzi tutto subalternità mentale e culturale.
Per certe cose, è come se i piccoli imprenditori - o gli operai:
il confine è sottile - di Codogné, di Bassano o di Montebelluna
si pensassero ancora come si pensavano i loro padri e i loro nonni, cinquanta
o cento anni fa.
Visto da vicino, il "nazionalismo veneto" parla anche di quella
antica subalternità, di desiderio di rivalsa, di speranza - o di
illusione - di essersi liberati da vecchie tutele, da gravosi patronati.
Mi capita così di pensare se per caso tutta la mitologia venetista
che è stata costruita intorno a questo grumo di insoddisfazione e
di risentimento, a quella coscienza infelice di cui parlavo prima, non sia
anche - a suo modo: un modo certo rozzo, buffo, sconnesso - ma non sia anche
il tentativo di esprimere una identità collettiva, un qualcosa che
naturalmente non ha niente a che vedere con i leoni di San Marco, per intenderci,
ma che ha che fare, invece, con umori antichi - quegli umori "ribelli
e tradizionali" - covati sotto la coltre del moderatismo veneto.
Mi chiedo se questo andare a recupero di simboli per molti aspetti improbabili
da parte di un popolo "campagnolo" - come i simboli del passato
"serenissimo" - se questa ansia di costruirsi - o di inventarsi
- una storia alta e presentabile, non sia anche il balbettio di chi - per
la prima volta, o quasi - prova a parlare da sé, di chi cerca un
proprio linguaggio, di chi può finalmente provare a pensare e a dire
di sé quello che vuole dopo essersi liberato dalla tutela dei signori
di sempre e anche dalla tutela dei preti, e da quelli che erano i loro sistemi
di dominio culturale e simbolico, oltre che materiale. [12]
Forse è per questo che Silvio Lanaro, quando ragiona di questi temi,
del venetismo e delle leghe, per intenderci, parla di una secolarizzazione
regressiva che coinvolgerebbe questa regione. [13]
Ma a me capita di chiedermi anche se, in fin dei conti, l'invenzione della
tradizione "venetista" non sia anche una forma di democratizzazione
del racconto storico; se le cose che scrivono Rocchetta, Beggiato o il teorico
dei serenissimi del campanile, anche lui uno "storico" fai da
te, come Giuseppe Segato, se le cose che scrivono i venetisti non siano
- bene o male - una delle conseguenze della scolarizzazione di massa, di
quelle battaglie e di quelle conquiste che molti di noi hanno voluto (la
battaglia per la pluralità dei passati e dei racconti del passato),
e che hanno dato modo e diritto a tutti - anche agli storici fai da te,
appunto - di scrivere la propria storia, di entrare in quel santuario della
costruzione del consenso che è l'uso pubblico del passato, quel santuario
che è sempre stato la fonte di legittimazione che le classi dirigenti
hanno sempre adoperato per i loro fini.
Mi chiedo perché le cose che scrivono questi e parecchi altri, e
che vengono pubblicate nei volantini, negli opuscoli, nei siti Internet
e che stanno diventando senso comune all'interno del movimento venetista.
Mi chiedo perché tutte queste cose "false" siano diventate
verissime per un sacco di persone che rifiutano, invece, la storia corretta
e ufficiale che scrivono gli specialisti.
Sarà che sono reduce dallo studio di un'altra "piccola patria"
sognata e sconfitta, dallo studio di una "piccola Russia", di
un vecchio quartiere subalterno e sovversivo, con tutto il suo carico di
speranze, di illusioni e di utopie. [14]
Sarà che anche per questo ho ancora l'abitudine di concedere pietosamente
le attenuanti alle tante storie sbagliate, ai grumi di ideologie e di miti
di cui molti - e molti di noi, in fin dei conti - sono stati invischiati
fino all'altro ieri.
Ma non riesco davvero a ridere soltanto, della patria immaginata di cui
ci parlano i venetisti.
(Certo, era tutto più facile per la "piccola Russia", piccola
isola la cui subalternità era - per i simboli, per i colori politici
di cui si era colorata - la cui subalternità era per certi aspetta
più rassicurante, più riconoscibile, per lo meno ai miei,
ai nostri occhi).
E da questa realtà, da quest'altra patria immaginata non riesco -
non voglio solo chiamarmi fuori per cimentarmi in una illuministica critica
della ideologia, per esercitarmi solo a smontare le illusioni altrui senza
andare a fondo dei motivi, della genesi di quelle illusioni. Perché
il rischio in agguato è che la vecchia satira del villano ritorni
oggi nelle vesti della satira del venetista, mentre è proprio di
quella satira, di quel discorso sull'altro che dovremmo forse fare l'archeologia
prima di parlare dell'altro. [15]
Ho in mente le parole che scriveva Ippolito Nievo centocinquant'anni fa
sul rapporto viziato tra il suo mondo, quello degli intellettuali e dei
militanti del Risorgimento, e il mondo più vasto delle campagne che
vedeva lontano e ostile. Scriveva Nievo, nello splendido frammento sulla
rivoluzione politica e rivoluzione nazionale: "Il popolo illetterato
delle campagne diffida di noi perché ci vede solo vestiti coll'autorità
del padrone [...] non crede a noi perché avvezzo a udire dalle nostre
bocche accuse di malizia di rapacia che la sua coscienza sa essere false
e ingiuste" e perché sente "nei nostri proverbi, nei nostri
libri, nei nostri costumi [...] abitudini di sprezzo, di tirannia, di noncuranza
per le sue credenze, pei suoi costumi, per la sua condizione". [16]
E il Nievo garibaldino, il Nievo ateo e patriota diceva infine "Lasciategli
dunque i suoi preti", lasciategli la sua religione, le sue illusioni,
le sue superstizioni. Andate oltre la patina dei ]reciproci pregiudizi.
Nievo - ce lo ha ricordato Maurizio Bertolotti nel suo bel libro sulle "Complicazioni
della vita"[17] - Nievo era anch'egli
un uomo di frontiera, che aveva saputo andare a vedere da vicino, era un
etnologo che amava trattenersi con i contadini nelle stalle non per far
loro la morale, ma innanzi tutto per ascoltare e imparare. Anche lui era,
a suo modo, uno straniero interno, che resterà incompreso dalla sua
stessa parte, quella del partito d'azione e dei progressisti del tempo.
Certo, Nievo aveva di fronte - bene o male - lo spessore millenario di una
cultura popolare che tutta una generazione di intellettuali stava allora
riscoprendo e valorizzando, in giro per l'Europa. Mentre per noi oggi è
forse tutto più difficile: il mondo contadino si è eclissato,
insieme alle lucciole di Pasolini, e di sé ci ha lasciato una pappa
meno ricca e meno nobile, forse, dentro la quale a volte è veramente
difficile muoversi senza turarsi il naso.
Ma penso valga ancora la pena cercare di percorrere la strada stretta e
pericolosa dello straniero interno, anche correndo il rischio di non essere
riconosciuti né da chi sta dentro né da chi sta fuori.
E queste cose le dico a voi, amici dell'Istituto De Martino, le dico a voi
con un po' di pudore (perché non è facile parlarne in pubblico,
e trovare le parole giuste) ma anche con qualche speranza: perché
proprio da molti di voi ho imparato a prendere sul serio anche le storie
sbagliate, e perché non so da chi altri - se non da voi, storici
di frontiera e un po' eretici - aspettarmi un po' di ascolto, se non di
comprensione.