SINTESI
L'autore racconta un lavoro in corso: lo studio del nazionalismo veneto,
considerato come un esperimento per certi aspetti clamoroso di "invenzione
della tradizione", un tentativo - a suo modo affascinante - di costruire
una sorta di nuova identità nazionale, quella della "nazione
veneta". L'atteggiamento adottato è quello di prendere sul serio
il fenomeno: di non ridurre a colore, a "folklore", a becerume
quella galassia per molti aspetti davvero pittoresca che è il montante
"venetismo" di massa. Dietro questa facciata, e dietro la difesa
di interessi materiali, sembra emergere l'eco della cultura "ribelle
e tradizionale insieme" dei subalterni veneti dell'Ottocento, la traccia
di un rapporto difficile e conflittuale - quello tra città e campagna.
L'impressione è che - pur di fronte a tante orgogliose dimostrazioni
di forza, di intraprendenza e di vitalità - non si sia stati capaci
di uscire dal circolo vizioso della subalternità, che è innanzi
tutto subalternità mentale e culturale. Visto da vicino, il "nazionalismo
veneto" parla anche di quella antica subalternità, di desiderio
di rivalsa, di speranza - o di illusione - di essersi liberati da vecchie
tutele, da gravosi patronati.