Viviamo in un mondo diviso in classi. Con buon pace di quanti, oggi che
il Comunismo è morto perlomeno secondo la maggioranza dei commentatori,
giudicano ormai risolti i conflitti nella pacificazione imposta dal Capitale,
la questione delle classi, ma soprattutto la loro contrapposizione, esiste
ancora come problema della modernità, o della post-modernità
se volete. Il fatto di vivere in una società (e mi riferisco specificatamente
a quella della vecchia Europa prima che la caduta di un muro segnasse l'occidentalizzazione
forzata dei paesi dell'Est) nella quale l'omologazione imposta attraverso
i mezzi di comunicazione mass-mediale ha illuso molti intorno ai grandi
destini di un'opulenza continuamente sventolata come bandiera della vittoria
definitiva su una sorta di ideale socialista rozzamente forgiato con alcune
fucilazioni, qualche rivolta ed un'unica, preoccupante rivoluzione, quella
russa per l'appunto, non esclude la possibilità di vedere le cose
anche da un altro angolo prospettico.
Da qui prende le mosse la serie di riflessioni che propongo in questo scritto.
Dovremo a tal proposito necessariamente discutere di alcune questioni fondamentali
ed altrettanto precise. Lo scopo delle considerazioni che seguiranno è
di individuare, se possibile, le ragioni ed i nodi significativi di una
continuità nella gestione del potere istituzionale tra fascismo e
repubblica da parte di quelle, che per comodità espositiva, abbiamo
chiamato classi dirigenti.
L'aggettivo istituzionale ha una sua specifica valenza metodologica in riferimento
al termine potere. Come dirò meglio, i miei strumenti di analisi
generale sono debitori all'insegnamento foucaultiano: il sistema di potere
occidentale non è riducibile ai suoi effetti particolari; esso sfugge
piuttosto nella molteplicità delle attivazioni locali ad una definizione
rigorosa. Viene inteso qui come esercizio e non come possesso particolare
da parte di qualcuno. Anche coloro che apparentemente lo detengono, in realtà
ne utilizzano semplicemente i dispositivi e sovente rientrano più
spesso nella categoria dei posseduti che dei possessori. Quando scendiamo
nell'ambito della comparazione storica, quando cioè prendiamo in
esame alcuni fatti all'interno di un contesto culturale, politico, economico,
dobbiamo comunque tenere presente l'immanenza del nucleo di attivazione
di forze che genera effetti di potere e, in particolare, di sapere dalla
cui combinazione prende corpo la realtà che ci circonda.
Per questo motivo ho ritenuto essenziale dar conto, in maniera sintetica,
del campo di sapere specifico all'interno del quale si è mossa
la storia individuale e collettiva della società industriale. Senza
questo inevitabile quadro di riferimento sarebbe difficile cogliere adeguatamente
le variazioni occorse alle élites del potere, secondo
la calzante definizione di Wright-Mills, nel contesto che è loro
proprio, vale a dire il Capitalismo, per ciò che concerne la struttura
economica di riferimento; il regime totalitario nazi-fascista e la democrazia
repubblicana, per quanto concerne invece la struttura politica e culturale
corrispondente.
Troverete, nel prosieguo, questi argomenti distinti in sezioni diverse.
Nell'ultima, vi intratterrò con alcune provocazioni che traggo da
un testo straordinario scritto quasi vent'anni fa, una singolare genealogia
del nostro costume sociale e dei limiti del nostro immaginario culturale.
Parleremo del contenitore ideale nel quale, per molti versi, è nata
e cresciuta la progenie dirigente repubblicana e sono sopravvissuti
gli scaltri figli del Ventennio.
Il contesto: nascita di un'economia politica
Si è detto tanto su politica e società. Eppure, una volta
ancora, sarà utile ripercorrere le fasi fondamentali di costituzione
della società moderna, per come oggi la conosciamo, ricordando che
essa fonda la propria pretesa oggettività scientifica ed il proprio
preteso rigore razionale su almeno due cardini essenziali: lavoro e libertà.
Non ci sono dubbi sul fatto che il primo condizioni la nostra esistenza
quotidiana fino a renderla insopportabile e che la seconda non sia ridotta
che al fantasma di una conclamata, quanto sfuggente garanzia delle pari
opportunità che proprio nella dimensione del vivere indotta forzatamente
dal Capitale annulla fin da subito qualsiasi speranza.
Lo spazio di indagine che due parole come politica e società evidenziano,
si rivela essere straordinariamente esteso e complesso. Sarà forse
perchè, nel tempo, vale a dire perlomeno da Machiavelli in poi, i
due termini si sono spietatamente rincorsi lungo i crinali scoscesi della
storia.
E' certo comunque che l'universo discorsivo a cui il celebre fiorentino
faceva riferimento era ben diverso dal nostro. Questo significa, in maniera
molto elementare se volete, che i campi di discorso nei quali, di volta
in volta, mettiamo insieme le parole che costruiscono il dire e il pensare
determinano la composizione e la pertinenza di quelle stesse parole e di
quegli stessi pensieri. Ogni cultura, come ha rivelato tutta l'opera di
Foucault, è il prodotto della particolare disposizione dei discorsi
che essa poi pronuncia. Quello che ci differenzia dall'epoca di Machiavelli,
e naturalmente da tutti coloro vissuti prima del diciannovesimo secolo,
è proprio il fatto di appartenere alla civiltà industriale,
di essere costitutivamente all'interno del discorso del Capitale. E' altrettanto
vero, dunque, che una delle soglie epistemologiche che Foucault indicava,
e cioè proprio quella di inizio '800, sanciva un radicale cambiamento
nei modi di essere, pensare se stessi e la realtà circostante caratteristico
di una società che si stava completamente trasformando. E nessuno,
vale la pena di ricordare, meglio di Marx, comprese all'epoca il significato
di quei mutamenti.
Mentre il sistema capitalistico prosperava e lentamente tentava di assorbire
in sè la stessa struttura sociale, rendendola omogenea alle sue istanze,
il linguaggio di un intero segmento della nostra storia recente assumeva
le caratteristiche più adatte a riprodurre continuamente quel sistema,
dichiarandone concettualmente possibile l'esistenza. L'operazione tanto
più riusciva, quanto più si dimostrava impossibile sostituire
alla forza dei rapporti economici di tipo capitalista qualsiasi alternativa.
Il concetto di lavoro, introdotto a sostituzione di quello di analisi
delle ricchezze, è una delle funzioni principali della nuova
meccanica produttiva.
Nel '600 e nel '700 l'economia politica non esiste ancora; il suo campo
discorsivo non si è costituito, la sua pertinenza semantica, vale
a dire la possibilità stessa che tale concetto si esprima in una
serie coerente di parole, nel linguaggio, è lontana. Un'altra nozione
appartiene all'universo mentale degli uomini dell'epoca, quella di ricchezza.
Rendita, interesse, prezzo, commercio, valore costituiscono alcuni degli
elementi di questa positività, per usare la terminologia foucaultiana.
Ma certamente nulla hanno a che fare con essa i concetti di lavoro o produzione,
per come l'economia della società industriale li intese più
tardi. Nel XVI secolo era l'oro deputato a rivestire la funzione di segno
per eccellenza della ricchezza e ad essere scambiato con qualunque cosa
avesse un prezzo. Nel XVII è la moneta a diventare misura dello scambio;
ad essa vengono ancora attribuite le tre caratteristiche che aveva l'oro,
ma molto più importante diventa la funzione di scambio, ossia la
capacità di sostituirsi a ciò che ha un prezzo. E' l'epoca
del cosiddetto mercantilismo, in cui si stabilisce "[...] un'articolazione
riflessa che fa della moneta lo strumento di rappresentazioni e di analisi
delle ricchezze e viceversa fa delle ricchezze il contenuto rappresentato
dalla moneta."[1]
Il valore della moneta non è più dato dal metallo con
cui viene coniata ma dal fatto di essere segno stimativo, di poter quantificare
in un numero le ricchezze e quindi di rappresentarle. La moneta inoltre
può circolare con facilità e sono proprio circolazione e scambio
a definirne il rapporto con la ricchezza; in tal modo i beni acquistano
la fluidità necessaria per moltiplicarsi ed aumentare i profitti,
cos" come, parallelamente, moltiplicandosi le specie di moneta in circolazione
si attirano nel cerchio dell'economia nuove merci, si organizzano nuove
colture, si accresce il numero delle fabbriche. Linfa vitale del complessivo
sistema degli scambi, la moneta non abbandona il metallo come origine ineguagliabile
del suo valore (lasciando inalterata la sua qualità di elemento di
ricchezza perfettamente confrontabile) e lo trasforma in utile strumento
di un'economia che sa rendersi duttile alle mutate condizioni sociali e
culturali.
Le ricchezze, alla stessa stregua del campo delle rappresentazioni secondo
Foucault, hanno adesso il potere di scambiarsi, di articolare un sistema
di riferimento reciproco, di guardare da se stesse dentro alla positività
che le rende possibili, esistenti, analizzando le proprie parti e le loro
relazioni, stabilendo un sistema di segni e un quadro di identità
e differenze. L'uomo dell'età classica non pensa più la realtà
che lo circonda in termini di somiglianza, come avrebbe fatto soltanto cento
anni prima quando la realtà era colta attraverso la similitudine
e lo spazio della parola opponeva significato a significato. La rappresentazione
governa incontrastata e dà forma ad un modo di esistere e di pensare
che certo esclude dall'universo mentale dell'epoca qualsiasi idea che abbia
a che fare, anche lontanamente, con le serie meticolose ed ordinate di concetti
che danno corpo alla nostra realtà contemporanea, sia essa riferita
agli oggetti materiali od alle elaborazioni del pensiero.
La rottura epistemologica successiva, quella che inaugura lo spazio storico
del mondo che ancora appartiene, pur nella diversità che ci separa
dall'origine in quell'ormai lontano inizio del secolo che conobbe l'elettricità,
alla nostra esperienza, segna l'avvento di nuove forme del vivere, del morire
e del lavorare. Le disposizioni di sapere della civiltà industriale
subiscono una torsione che oscura rapidamente il territorio strenuamente
occupato dalla rappresentazione, griglia interpretativa di tutto un mondo.
Ciò che cambia, alla svolta che apre il XIX secolo, è il sapere
stesso in quanto unità indivisa, modo d'essere, "... fra il
soggetto che conosce e l'oggetto della conoscenza."[2]
Alla figura dello scambio, criterio di analisi largamente condiviso
dagli economisti dell'epoca precedente, si sostituisce una nuova categoria
interpretativa che meglio si adatta ai processi in lenta formazione in quel
periodo, quella di produzione. La produzione organizza, nel suo ruolo specifico
di pratica nel campo del sapere, l'oggetto che costituirà il terreno
della sua esistenza e della sua stessa pertinenza: il capitale; e non soltanto
quello, ma anche nuovi metodi e nuovi concetti (per l'appunto, ad esempio,
l'analisi delle forme che la rendono possibile). Concetto e metodo allo
stesso tempo dell'ingranaggio produttivo, modo d'agire della società
intera e criterio di pensabilità della meccanica capitalista, è
il lavoro. Esso è la vera forza della nuova analisi del sistema di
produzione (non più analisi delle ricchezze fondata sul commercio
e lo scambio regolato dal baratto) e la teoria della produzione, adesso,
precede sempre, necessariamente, quella della circolazione. La produzione
si presenta così come una serie lineare ed omogenea che attraversa
la griglia del sapere intrinseca al nuovo secolo e che si costituisce proprio
sul concetto di lavoro. Esiste anche uno specifico correlato antropologico,
se riesco con questo termine a dar ragione dell'essere umano nella sua totalità,
nel senso che la differenza che si manifesta visibilmente nell'uomo del
XIX secolo, l'homo oeconomicus, come lo chiama Foucault, che noi
siamo a tutt'oggi, è quella di vivere ormai nell'imminenza di una
morte continuamente paventata e sempre fuggita, in un'atmosfera psicologica
nella quale non sono più rappresentati né i bisogni, nè
gli oggetti che li possono soddisfare. Sfuggire al proprio inevitabile destino
in quanto essere finiti e la coscienza di questa finitudine cambiano radicalmente
il modo di rapportarsi alla realtà e, di conseguenza, anche di provvedere
al sostentamento di se stessi. I bisogni e i desideri vengono riferiti ad
una sfera soggettiva che diventa ben presto oggetto della psicologia, disciplina
che non casualmente nasce quasi nel medesimo periodo e che autonomamente
articolerà un suo discorso sull'uomo; più tardi, questo discorso
cercherà e cerca ancora di attribuirsi uno statuto scientifico che
ne garantisca la legittimità, la possibilità di esistere per
sè. Dall'altra parte, la produzione come sistema globale di interpretare
il mondo, reticolo di potere che progressivamente fa del capitale la migliore
combinazione possibile nel gioco dei rapporti economici.
Con l'avvento della società industriale il lavoro diventa la condizione
indispensabile per sopravvivere in un ambiente che ne riproduce continuamente
l'idea, non solo oggettivamente (necessità ineludibile di sostentare
il corpo) ma anche psicologicamente (l'unico discorso pronunciabile sarà
quello del lavoro e sul lavoro). D'ora in avanti si potrà iniziare
a dar luogo allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, a costruire meticolosamente
un meccanismo verticale, autoritario e repressivo - quando occorre ricorrendo
alla violenza fisica per appianare qualsiasi controversia altrimenti irrisolvibile
- che in maniera scientifica adatta un'intera cultura alla propria persistenza.
Questo è potuto accadere combinando insieme una serie ben precisa
di elementi che la ricognizione storica, non più accettabile se espressione
di quel potere del capitale, può aiutare a far emergere, disarticolando
con pazienza le strutture del dominio. E' vero, in sostanza, per abusare
ancora una volta di Marx, che l'economia sta alla base della comprensione
del mondo attuale, ma non devono sfuggire quelle altre parti del campo discorsivo
della nostra modernità che sono parte integrante del sistema di potere
e di cui spesso ci si dimentica.
Nel XIX secolo infatti è un intero sistema di riferimenti culturali
ed interpretazioni del mondo a cambiare completamente. Ma ogni singolo elemento
di quel fenomeno complesso che ogni cultura rappresenta contribuisce, in
un continuo gioco di rimandi reciproci, a dar consistenza all'altro. La
produzione, nel mondo moderno, è misurabilità. Il suo immediato,
e più vicino, termine di fungibilità è la tassonomia,
nuovo criterio di identificazione dei fenomeni, metodo di quantificazione
degli oggetti e dei viventi e garante della loro riproducibilità
in termini matematici. La tassonomia è un carattere determinato anche
della produzione, dato che l'universo del profitto consiste appunto nel
contare la ricchezza, nello stabilire serie di dati e di numeri: classificare
ed ordinare in un quadro generale di riferimento in cui nulla deve essere
lasciato al caso. Produzione diventa perciò misura di ciò
che si possiede; nelle epoche precedenti, quando l'artigiano viveva dei
prodotti che riusciva materialmente a creare, il produttore era nel possesso
dei mezzi di produzione. Nella società industriale soltanto il padrone
ha questa garanzia, a lui soltanto è riconosciuto il pieno possesso
ed il completo controllo di quei mezzi.
Bataille, in uno scritto degli anni '30 assolutamente significativo che
vale la pena di citare qui [3], sostiene
che il carattere peculiare della società moderna sta nella sua omogeneità
tendenziale. La base dell'omogeneità è la produzione e la
società omogenea è la società produttiva, utile (perchè
rigorosamente numerabile, quantizzabile in un ordine che ammette soltanto
ciò che può accrescere la quantità del possesso: aumento
costante del profitto, in sostanza). Il denaro, in questo contesto, svolge
il ruolo di equivalente sempre calcolabile dei diversi prodotti, misura
l'attività umana e trasforma l'individuo (o più specificamente
il lavoratore) in una funzione di prodotti misurabili. Nelle società
industriali, come si è detto, il produttore non è il proprietario
dei mezzi di produzione ed è il padrone l'unico ad appropriarsi del
prodotto. Ne consegue che questi diventa funzione dei prodotti e determina
l'omogeneità sociale.
La società omogenea, che può benissimo corrispondere a quella
unidimensionale di cui parlava Marcuse, è costituita dalla borghesia
capitalista e da quelli classi intermedie che vivono a ridosso di essa.
La riproduzione continua dell'omogeneità mette naturalmente la classe,
o le classi, al potere in condizione di doversi necessariamente qualificare
come tali, salvo perdere i benefici che ne derivano. Ma l'aspetto della
divisione in classi, intese come centri di potere che costruiscono una fitta
rete di complicità e solidarietà reciproche per detenere il
comando, non esaurisce l'analisi dei rapporti di potere, nè può
pretendere di spiegarli completamente. Non è la relazione dominanti-dominati
che risolverà alcuni interrogativi ancora aperti sulla genesi e la
struttura del potere capitalista in Occidente e sulla sua diffusione nel
campo stesso del sapere.
Restano ancora alcune osservazioni da fare sulla questione dell'omogeneità,
come principio regolatore della società contemporanea fondata, secondo
quanto detto sin qui, da una singolare commistione tra caratteri propriamente
economici e culturali in senso ampio. La società ad una dimensione
è avvolta nella spirale del lavoro che diventa il portato, anche
psicologico, del meccanismo di controllo e di omologazione. L'omogeneità
corrisponde dunque alla diffusione del lavoro come caratteristica particolare
dello svolgimento della macchina capitalista. Negli anni '70, infatti, e
non casualmente, le rivendicazioni degli operai, che autogestirono le fabbriche
là dove fu possibile, andavano nel senso di una progressiva riappropriazione
del tempo di lavoro contro la devastante pretesa padronale di assoggettare
quanto più possibile tutto e tutti ai ritmi di una produzione vertiginosa.
Oggi le cose non vanno poi tanto diversamente se si getta uno sguardo alla
giornata-tipo di un qualsiasi lavoratore che debba adeguarsi ai ritmi imposti
da un'azienda, privata o pubblica che sia, fatte naturalmente le debite
distinzioni. Lavorare per produrre, produrre per consumare è la snervante
quotidianità che viene consentita alla maggioranza di noi. Storicamente
la comparsa del nuovo concetto di lavoro sancisce lo statuto del capitalismo
come modo globale dell'Occidente industrializzato attorno a cui ruotano
le vicende degli ultimi duecento anni.
La prima correlazione da stabilire è quella con l'apparato statale
che rapidamente si consolida sulle forme di una burocrazia centralizzata
ed estremamente rigida. L'evoluzione della forma Stato, che nulla ha più
a che vedere con le grandi monarchie del passato anche se per un certo periodo
le due realtà continuano a coesistere sul piano costituzionale, corre
parallela al consolidarsi dell'economia capitalista e ne rappresenta la
codificazione sociale. Nuovi concetti prendono rapidamente consistenza all'inizio
del XIX secolo: territorio, popolazione, nazione. La razionalità
intrinseca del sistema di potere occidentale scompone e classifica, ordina
e schematizza, imponendo al proprio campo discorsivo parole che riassumano
le necessità impellenti del suo esistere. La fabbrica, la scuola,
la caserma, la città assumono i tratti caratteristici della nuova
egemonia.
Se osservate gli insediamenti urbani che ospitavano le popolazioni operaie
delle grandi fabbriche della seconda metà dell'Ottocento, la loro
incredibile geometria, la divisione degli spazi, il reticolo delle strade,
la configurazione del territorio che ne risulta, comprenderete subito che
ogni più piccolo particolare rimanda ad una necessaria omologazione
dei corpi, all'assoggettamento della vita stessa. Queste occhiate a 360
gradi che stiamo dando alla realtà di cose vecchie e nuove ci permette
di osservare la diffusività di un tessuto di potere dalle fitte maglie
che costituisce il mondo occidentale anche nelle sue meno evidenti caratterizzazioni.
La composizione delle forze trova nell'ingranaggio capitalista uno degli
elementi maggiormente espressivi della sua coesione interna e capitalismo
e potere continuamente fanno riferimento l'uno all'altro fino alla confusione,
sotto certi aspetti, delle rispettive valenze. Lo Stato moderno, massima
espressione istituzionale della verticalità del sistema, raccoglie
in sè le potenzialità per riprodurre il dominio ed il controllo
ovunque su uomini e cose, mantenendo così inalterata la razionalità
necessaria al buon funzionamento dell'apparato sociale ed economico complessivo.
In questo senso l'introduzione di un altro concetto chiave, quello di democrazia,
ha assolto la funzione di rendere immutabile la realtà dell'oppressione.
L'analisi di Marx sul processo economico sociale introdotto dal capitalismo
mette in luce molto chiaramente questo aspetto. L'eterno movimento dei flussi
di produzione e la necessità di regolare costantemente lo scambio
per definizione ineguale tra forza-lavoro e salario presuppongono il possesso,
nell'ambito sociale che essi racchiudono, di una caratteristica fondamentale
senza di cui all'apparato burocratico statale non sarebbe possibile governare:
l'uguaglianza giuridica. In origine, la proclamazione della democrazia come
principio imprescindibile di ogni vivere collettivo ebbe senz'altro lo scopo
di eliminare i privilegi nobiliari e di recidere i legami tra forza-lavoro
e feudalesimo, rendendo possibile la contrattazione di un salario tra lavoratore
e padrone e non il puro e semplice asservimento di un tempo. E' così
che il lavoro diventa contemporaneamente fonte di profitto e di controllo,
nonostante la formale dichiarazione di democrazia e libertà per tutti.
Il cerchio si chiude quando a questa complessa struttura socio-economica
si fa corrispondere un articolatissimo insieme di leggi che necessitano
di un apparato di gestione e riproduzione, lo Stato appunto.
In seguito, più la funzione capitalista si è evoluta e più
l'inganno della democrazia apparente ha acquisito capacità di confondere
le linee, già di per sè abbastanza intrecciate, del potere,
originando continuamente nuovi punti di diffusione del controllo e della
repressione. Per una controprova storicamente rilevabile senza grosse difficoltà,
sarà sufficiente pensare agli avvenimenti italiani degli anni '60
e '70 che forniscono utili indicazioni sull'uso improprio del termine democrazia
e sulla sua utilizzazione ai fini del mantenimento coatto di un apparato
di dominio. Naturalmente sarà utile osservare che l'idea di democrazia
e libertà mantengono, nel campo discorsivo dell'epoca contemporanea,
costantemente inalterata quell'omogeneità sociale di cui si diceva
prima e la legano strettamente all'esistenza di uno Stato che ne tutela
la composizione organica e la sopravvivenza. La struttura statale articola
la sua doppia funzione di autorità ed adattamento garantendo con
la pratica parlamentare la compensazione delle divergenze che esistono nell'attività
interna necessaria all'omogeneità per essere tale, e per altro verso
riservandosi sempre la possibilità e la capacità di attivare
la repressione quando le forze contrarie al sistema si fanno inassimilabili.
Quando infine è la stessa economia capitalista ad accelerare le contraddizioni
al suo interno, può rendersi necessario un mutamento costituzionale
che assuma anche la forma di un radicale cambiamento socio-culturale e che
si innervi nel tessuto connettivo dei rapporti di potere. Le ideologie nazionaliste
degli anni venti di questo secolo sono state forse l'esemplificazione più
eclatante di questo rivolgimento.Il doppio stato: democrazia e potereIl
Novecento è stato un secolo difficile. Senza timore di esagerare
si può certo dire che le trasformazioni che la società occidentale
ha subìto in questo scorcio di fine millennio hanno segnato e stanno
ancora segnando l'esistenza di milioni di persone. La cesura drammatica
rappresentata dal secondo conflitto mondiale, in particolare, ha sconvolto
gli assetti politici e culturali del pianeta lanciato in una folle corsa
tecnologica di cui oggi scontiamo soltanto i primi, devastanti effetti.
A livello delle formalizzazioni istituzionali, quindi dell'insieme dei sistemi
normativi che reggono, forse ancora per poco, la complessità della
nostra vita pubblica e privata in uno stesso territorio e all'interno di
uno specifico apparato di controllo politico-sociale, lo Stato, uno dei
nodi da sciogliere resta ancora quello della democrazia.
Il potere nelle società occidentali è una rete di strategie
complesse dispiegate a coprire quella instabile geografia di rapporti di
forze che per comodità espositiva chiamiamo realtà.
Secondo Foucault "[...] non si tratta di analizzare le forme regolate
e legittime del potere nel loro centro, in quelli che possono essere i loro
meccanismi generali e i loro effetti costanti. Si tratta di cogliere, al
contrario, il potere alle sue estremità, nelle sue terminazioni,
di prendere cioè il potere nelle sue forme ed istituzioni più
regionali, più locali, soprattutto là dove, scavalcando le
regole di diritto che l'organizzano e lo delimitano, si prolunga al di là
di esse, s'investe in istituzioni, prende corpo in tecniche e si dà
strumenti di intervento materiale, eventualmente anche violenti."[4 ]
Dentro a questo diagramma instabile di forze, la democrazia, in quanto espressione
di un più generale ]modo della governabilità, ha giocato
e gioca un ruolo fondamentale.
Prima di occuparci della situazione che si venne a creare successivamente
alla fine della seconda guerra mondiale facciamo un passo indietro ed esaminiamo
l'Europa a cavallo tra i due grandi conflitti che ne segnarono per sempre
la configurazione sia sul piano politico che su quello sociale.
Utilizzeremo le indagini di uno studioso tedesco poco conosciuto in Italia,
Axel Kuhn, che ha a lungo riflettuto sul rapporto tra sistema di potere
fascista e capitalismo.
L'assetto complessivo dell'Europa esce frantumato dal primo conflitto mondiale.
Ma il capitale ha già spostato i centri della sua rigenerazione e
precisamente negli Stati Uniti, in buona sostanza gli unici vincitori della
guerra perlomeno sul piano strettamente economico, giacchè l'indebitamento
delle nazioni europee a fine guerra nei confronti del governo di Washington
assommava a circa 10 miliardi di dollari - praticamente il doppio del debito
che in precedenza l'America aveva contratto con il vecchio continente. Le
condizioni del lavoro erano spaventose, l'inflazione galoppava inarrestabile
e la crisi investiva ogni settore della produzione. Sul versante sociale,
si era da un lato riusciti a far dimenticare i conflitti interni ai singoli
paesi e dall'altro si era introdotta una nuova, temibile pratica collettiva
che qualche anno dopo avrebbe dato nuovi tragici frutti: il nazionalismo.
Il riadeguamento del meccanismo di produzione ai ritmi del passato doveva
procedere lento ma ugualmente inesorabile e le tecnologie da approntare
per la nuova espansione richiedevano una sempre maggiore cura. Qualcosa
nel modello precedente non aveva funzionato: il controllo sulle masse. La
razionalità intrinseca della macchina capitalista può sbagliare
una volta sola; successivamente la crescente specializzazione di quella
che è anche una struttura di dominio affina i meccanismi dell'egemonia.
La cultura della nazione e dello spirito del popolo, esasperazione
di concetti che l'Occidente stava già elaborando e che esistevano
in forma di abbozzo, facilmente fa presa su uomini e donne che hanno ancora
negli occhi immagini di violenza e di terrore e che sono costretti alla
fame da quegli stessi governi che li hanno usati come carne da macello in
trincea.
La teoria definita da Kuhn simmachistica, in contrapposizione a quella
autonomistica (determinazione del capitalismo da parte del fascismo) ed
eteronomistica (determinazione del fascismo da parte del capitalismo), sostiene
che il rapporto tra capitalismo e fascismo è un rapporto di aggiunzione.
Ciò che la rende possibile come modello è l'idea che "[...]
il movimento di massa fascista del ceto medio e l'alta borghesia capitalistica
contraggono un legame, come fattori politici indipendenti, e rendono
quindi possibile il sistema di potere fascista."[5]
Nella situazione storica e politica in cui il fascismo diventa una forma
statale di dominio, la borghesia monopolistica e il ceto medio, necessariamente
ostile al capitale dei monopoli, mantengono la loro posizione ed i loro
privilegi sociali soltanto fino a quando riescono a stare assieme. E' questo
il senso del termine aggiunzione, cioè unione di interessi
e scopi che produce un preciso equilibrio politico, culturale e sociale.
L'analisi di Kuhn ci serve, in questo contesto, per comprendere alcune trasformazioni
del sistema capitalista nel corso della nostra storia recente e per valutarne
la capacità mimetica e di autoriproduzione costante. In termini di
rapporti di potere, poi, si evidenziano alcune specificità della
fitta tramatura dell'ingranaggio di dominio in Europa, così come
esso è venuto costituendosi dentro alle nuove valenze della produzione
capitalista.
Vediamo meglio i due assi portanti dell'alleanza di cui ci parla Kuhn. Da
una parte il ceto medio (artigiani, commercianti e semiproletari) contraddistinto
dal fatto di non vendere la propria forza-lavoro, né di sfruttare
l'altrui: il ceto medio possiede mezzi sufficienti per vivere e lavorare
e nello stesso tempo per conservare una certa autonomia ed indipendenza
rispetto al grande capitale. Tuttavia, con la comparsa di nuove articolazioni
del lavoro all'interno dello stesso ceto, i funzionari e gli impiegati,
vale a dire i dipendenti salariati, si costituisce un'unità dal punto
di vista ideologico ma non da quello economico. Il ceto medio diventa movimento
politico di massa soltanto dinanzi ad una crisi acuta del sistema, dopo
la quale si assiste ad un nuovo frazionamento in gruppi con interessi diversi.
La non precisa connotazione di classe del ceto medio, la sua estrema variegatura
e la mobilità dei suoi componenti, destinati ad una rapida ascesa
verso una stabilità economica che li può avvicinare all'alta
borghesia o ad una altrettanto repentina caduta verso gli strati più
bassi della società, garantiscono la sua funzione di riproduttore
sociale dei conflitti. La contraddizione tra base sociale e funzione sociale
del fascismo si spiega, secondo Kuhn, proprio in ragione delle caratteristiche
sin qui evidenziate che assume il ceto medio. Rapidamente il fascismo si
coagula in sistema di potere, una volta abbandonate le sue origini di movimento
di massa.
Dall'altra parte sta la borghesia monopolistica, punta di diamante dell'evoluzione
capitalista originata dalla rivoluzione industriale e dal rapido progresso
dei mezzi tecnici di produzione: il ceto dei monopoli trasforma il capitale
della libera concorrenza in concentrazioni sempre più potenti e diffuse
di profitto e potere.
Ceto medio e capitale monopolistico sono dunque inevitabilmente contrapposti,
ma all'interno dello stesso sistema economico-produttivo. La loro battaglia
si svolge dentro ad una specificità sociale di cui entrambi hanno
bisogno per esistere.
Questo ragionamento ci permette di isolare adeguatamente, e di comprendere,
uno dei nodi qualificanti del meccanismo di potere nelle società
industriali. I rapporti di forza attivati dal capitale per consolidare se
stesso assumono le forme istituzionali, politiche e sociali che maggiormente
ne permettono la sopravvivenza. L'esempio del fascismo, secondo la prospettiva
di Kuhn, è interessante per riuscire ad afferrare un momento dell'evoluzione
del capitalismo europeo, ben oltre qualsiasi spiegazione di carattere sociologico
che ne dissimula la reale portata.
Nel secondo dopoguerra in tutta Europa l'apparente vuoto di potere lasciato
dal fallimento delle ideologie totalitarie nazi-fasciste sembrava preludere
ad un necessario rinnovamento della vita civile stessa. Le carte costituzionali
che vennero stilate con grande cura in quel periodo allontanavano gli spettri
sanguinosi del conflitto che aveva visto sperimentare per la prima volta
micidiali ordigni e sancivano il ritorno alla legalità diffusa, alla
comunità di individui che avrebbe deciso, in piena armonia di intenti,
il suo futuro.
La questione va posta invece in altri termini, se non si vuole clamorosamente
smentire la storia che ci ha condotti, nel bene e nel male, a questo imminente
passaggio di secolo. Le democrazie europee della fine degli anni quaranta
sono il prodotto schietto di un esperimento politico che va al di là
del riconoscimento puro e semplice di un sistema di diritti e doveri in
grado di articolare uno scambio uguale di risorse ed opportunità
tra cittadini. Un modello statale di questo genere, del resto, era già
desumibile dalle vicende occorse alla Germania durante il periodo precedente
alla presa di potere nazista e in quello durante il quale la configurazione
politico-istituzionale del Partito Nazionalsocialista assorbì l'intera
nazione tedesca. L'esempio della Germania non è casuale e si lega
all'insieme delle vicende di quel periodo. Quello che il nazismo, e la sua
sopravvivenza fino ad oggi, rappresentano nell'evoluzione del sistema di
potere occidentale, sono l'emblematica dimostrazione dell'impossibilità
di estinzione di un meccanismo perverso di dominio sulle cose e sulle persone
profondamente radicato nella nostra cultura.
Un conoscitore attento di questi complessi fenomeni è stato certamente
Ernst Fraenkel. Nel suo Il Doppio Stato[6],
lo scienziato politico tedesco getta le basi per un'analisi compiuta dello
Stato nazionalsocialista, che egli stesso aveva visto lentamente occupare
il deserto politico generatosi ai margini della repubblica di Weimar, e
più in generale anche dello Stato moderno. Sono due le tesi attorno
a cui ruota l'intero lavoro. La prima stabilisce che la rottura sancita
dallo Stato nazista consiste nell'allontanamento dallo Stato di diritto
in base al principio che regola lo stato di eccezione, in base cioè,
come osserva Bobbio nell'introduzione al volume, "[...] al principio
universalmente riconosciuto dalla dottrina giuridica secondo cui in situazioni
eccezionali i legittimi detentori del potere politico hanno il diritto di
sospendere le garanzie giuridiche previste dalla costituzione."[7]
Lo Stato di diritto diventa dunque quello in cui il potere politico è
limitato da norme giuridiche ed esercitato mediante emanazione di norme
generali. Lo stesso Fraenkel, più avanti, dirà che: "[...]
possiamo formulare nel modo seguente la distinzione tra Stato di diritto
e Terzo Reich: nello Stato di diritto i tribunali controllano l'amministrazione
dal punto di vista della legalità; nel Terzo Reich le autorità
di polizia controllano i tribunali dal punto di vista dell'opportunità."[8]
La sospensione della democrazia è radicale quanto massima. Con la
seconda tesi, e questo è uno dei punti che interessano di più
nel nostro discorso, Fraenkel sostiene invece che il regime nazista non
ha completamente soppresso il governo attraverso le leggi. La ragione di
una tale operazione risiede nel fatto che, in questo modo, nonostante l'estensione
dello stato di polizia pressoché totale, fu possibile offrire al
sistema capitalistico la protezione necessaria alla sua riproducibilità.
Il grande capitale, infatti, ha bisogno comunque, per sopravvivere e sviluppare
le dinamiche insite nella sua stessa costituzione, di un ordinamento legale
articolato su norme giuridiche generali che non possono mai venir meno.
La stabilità della proprietà individuale, la libertà
d'impresa, la permanenza del rapporto di subordinazione tra operaio e imprenditore,
la garanzia della validità dei contratti - il diritto privato in
buona sostanza - sono sottratti al potere politico e inseriti in una zona
franca, per così dire, che prescinde dallo stato generale dei rapporti
politici presenti al vertice della piramide di comando. A questo punto i
sistemi normativi esistenti sono due: uno è quello che permette alla
classe dominante di conservare la propria posizione sociale attraverso lo
Stato normativo, l'altro quello che può schiacciare la classe
dominata servendosi dello Stato discrezionale, la cui esistenza è
possibile grazie all'instaurazione dello stato d'eccezione. Il doppio Stato
si è rivelato indispensabile al capitalismo tedesco per rendere arbitraria
la dimensione politica e razionale quella economica. L'ordinamento giuridico
del Terzo Reich, aggiunge Fraenkel, regola l'economia capitalista e la piega
alla sua volontà di potenza perseguendone i fini nella completa irrazionalità
politica. Il doppio Stato è un "[...] nocciolo razionale in
un involucro irrazionale."[9] La
componente irrazionale presente nella stessa cultura del nazismo non potè
che favorire l'approntamento di un'ingegneria costituzionale che tenesse
in debito conto i punti di torsione del sistema giuridico nazista così
ben enucleati da Fraenkel.
La teoria del doppio Stato ci aiuta anche a comprendere quanto accadde successivamente
alla sconfitta militare del Terzo Reich. "La differenza tra il doppio
Stato di un governo autocratico e quello di un governo democratico sta nel
fatto che nel primo il potere politico puro è non solo manifesto
ma anche esaltato, nel secondo, quando c'è (ma c'è), vive
sotto forma di potere occulto." [10].
L'affermazione di Bobbio consente di compiere il passo necessario a spostare
la nostra attenzione su quanto è accaduto alle sedicenti democrazie
del dopoguerra. Il tracollo del sistema politico-culturale nazista non spostò
di un millimetro il problema del contenimento, ad Est, dell'Unione Sovietica.
Inoltre, un territorio vergine come l'Europa dell'epoca dal punto
di vista di nuovi e massicci investimenti economici che gli Stati Uniti
poterono prevedere, favorì l'adozione di strategie di controllo che
non sarebbe pensabile immaginare estranee ad una azione di capillare, e
selettiva, costruzione di consensi.
Il modello democratico appare come il migliore dei sistemi costituzionali
possibili. La flessibilità estrema nel gioco delle regole che abbiamo
sinora delineato, ivi compresa naturalmente la più importante, vale
a dire quella della proliferazione di gangli occulti che corrono parallelamente
alle strutture visibili, il pluralismo delle offerte in ambito economico
e le combinazioni politiche possibili, la creazione di un arco costituzionale
di partiti che di volta in volta diventano cassa di risonanza di questa
o quell'altra strategia istituiscono criteri di governabilità dei
quali alla fine si perde il punto d'origine. La teoria del potere foucaultiana
si adatta perfettamente al quadro di riferimento che stiamo cercando di
delineare. C'è da osservare, in aggiunta, che artefici in buona misura
delle democrazie europee di quegli anni furono indubbiamente gli Americani,
grazie alla loro notevole esperienza nella manipolazione del doppio Stato:
"Ci sono due governi negli Stati Uniti, oggi. Uno è visibile.
L'altro è invisibile. Il primo è il governo di cui i cittadini
leggono sui giornali, e che i bambini studiano sui testi scolastici. Il
secondo è la sincronizzata, nascosta macchina che ha gestito la politica
degli Stati Uniti nella guerra fredda."[11]
Sul piano della politica estera, infatti, l'assenza di principi democratici
realmente ispiratori di modelli di convivenza civile fa degli Stati Uniti
uno dei più spietati paesi imperialisti del mondo. Lo Stato discrezionale
di Fraenkel riemerge da quelli che Bobbio definisce arcana imperii,
i luoghi nascosti del potere politico puro che non riesce a non obbedire
ai principi della sicurezza e della potenza, costretto a nascondersi per
ottenere gli obiettivi che si è proposto di raggiungere.
Gli Alleati mettono a disposizione dei nascenti governi europei che sorgeranno
sulle ceneri del conflitto mondiale una teoria della democrazia formale
che è già corrotta, che è già il prodotto del
doppio Stato. Quanto accade in Germania e Italia, relativamente al fenomeno
della Nuova destra e del Neonazismo, non è che il drammatico protrarsi
di una situazione politica e sociale che trova la sua origine ancor prima
dell'avvento del ventennio nazi-fascista. Osserva Wright Mills in un famoso
libro di molti anni addietro [12 ]che
ad una democrazia occorre certamente anche una politica che sia "[...]
dibattito pubblico e spassionato di proposte contrastanti, con partiti responsabili
su scala nazionale e aventi una linea d'azione coerente, con organizzazioni
autonome che mettono in rapporto gli strati medi e inferiori del potere
con i livelli di vertice cui spettano le decisioni."[13].
Sfortunatamente né l'Italia né la Germania del periodo
antecedente alla venuta dei regimi totalitari che ne segnarono drammaticamente
le sorti potevano vantare un simile contesto culturale, semmai proprio il
contrario. Questa combinazione di fattori socio-politici (adagiata su un
piano storico intersecato da strategie economiche rivolte al massimo
sfruttamento delle energie disponibili) ha permesso, anche successivamente
alla liberazione dal nazi-fascismo, lo sviluppo di una democrazia apparente
per quanto sotto certi aspetti sostanziale. Una élite al potere e
del potere si consolida in Italia e Germania fino a sovrapporsi alle stesse
istituzioni che le carte costituzionali nate dalla Resistenza avrebbero
voluto profondamente democratiche. In generale è questo il problema
irrisolto delle democrazie europee, l'essere state pensate già in
doppio binario. Il sistema occulto, potere microfisico inafferrabile
ed in costante auto-riproduzione, garantisce la perfettibilità di
questa disposizione strategica, reale ed unico effetto di dominio che penetra
nella politica e governa popolazione e territorio in una geografia fisica
che si dispone sorvegliata da un principio assoluto di sovranità.
Tale sovranità, dal canto suo, rimanda ad un rapporto politico presunto
con l'istituzione stessa, quello Stato sin dall'origine costituito anche
dal suo doppio celato, che dovrebbe farsi garante della legittimità
del patto sociale, del suo esistere in quanto espressione della volontà
collettiva che con esso si tutela e protegge le proprie libertà civili.
Conseguenza inevitabile di questo processo è l'estrema fragilità
di un assetto politico-istituzionale destinato ad una progressiva erosione
dall'interno, fino a che non appare in tutta la sua evidenza la residualità
di un guscio vuoto il cui ospite se n'è andato ormai da un pezzo.
Un elemento che sembra fondamentale nella composizione della moderna
democrazia e che facilita certamente la messa in opera del doppio binario
è il segreto. La tutela del segreto, sia esso stabilito per legge
(segreto di Stato) o sia il prodotto di una pratica costante ed inalterabile
delle istituzioni, appare come una tecnica sapientemente articolata per
coprire una serie di operazioni volte ad orientare in un senso piuttosto
che nell'altro il funzionamento dello stesso sistema politico-sociale. Il
segreto e la sua esistenza ormai scontata arrivano ad imporsi nell'immaginario
collettivo come una parte insostituibile di ogni buon governo. Tutta la
letteratura su servizi segreti e più o meno incorruttibili e fedeli
servitori delle libertà democratiche funge da potente catalizzatore
nella nostra esistenza quotidiana così lontana da qualsiasi sospetto
sul reale stato delle cose.
Quello che ci viene insegnato, in buona sostanza, è che il segreto
diviene elemento irrinunciabile di qualunque assetto di governo che voglia
assicurare ai propri cittadini sopravvivenza e sicurezza dalle minacce interne
ed esterne.
Esempi clamorosi a questo proposito se ne potrebbero fare molti. Dalla struttura
clandestina denominata Gladio, risultato dell'accordo tra servizi
di intelligence e non di regolare trattato tra governi riconosciuti
dalla comunità internazionale, al regio decreto 1161 del 1941 sulla
tutela del segreto militare, promulgato in piena epoca fascista e lasciato
sopravvivere, in un mutato contesto politico, quello democratico per l'appunto,
attraverso il dettato della legge 801 del 1977 sulla riforma dei servizi
di sicurezza, i tasselli che ricompongono un quadro tutt'altro che rassicurante
sulle garanzie definite democratiche dell'ordinamento giuridico del nostro
paese lasciano spazio a numerose quanto allarmanti riflessioni.
La democrazia europea appare sempre più il prodotto di una spazializzazione
progressiva e capillare di un apparato di controllo il cui scopo trascende
completamente il significato originario della parola stessa e le finalità
che un sistema politico realmente orizzontale avrebbe dovuto darsi.
Nell'apparente celebrazione di una tolleranza diffusa si celano le insidie
del potere. Diceva Marcuse in un saggio ormai famoso: "Nell'età
contemporanea l'argomento democratico in favore della tolleranza astratta
tende ad essere individuato dall'invalidarsi dello stesso processo democratico.
La forza liberatrice della democrazia era la possibilità che essa
dava al dissenso effettivo, sia su scala individuale, sia su scala sociale,
la sua apertura verso le forme qualitativamente differenti di governo, cultura,
educazione, lavoro dell'esistenza umana."[14]
Grazie al doppio binario è possibile lasciare a concrezioni di potere
specifiche e visibili - lo Stato, il sistema delle leggi, le istituzioni
- la gestione amministrativa della società civile, del patto
sociale sottoscritto nelle Costituzioni, mentre quelle occulte si occupano
di mantenere inalterato l'apparato del dominio, in realtà l'unica
macchina efficiente in grado di resistere all'usura del tempo ed a qualsiasi
cambiamento. In particolare, quando il potere politico incontra quello economico
in una unione micidiale e indissolubile e gli opposti sono stati integrati
dentro ad un contesto sociale che fa uso della tecnologia come strumento
di omologazione assoluta dell'esistente, il dissenso risulta bloccato, la
democrazia totalitaria si affaccia prepotente dalle pieghe oscure del segreto
nelle quali è stata lungamente covata. In ogni luogo della società,
nell'opinione pubblica, nell'informazione, nella comunicazione, sotto la
guida dei grandi monopoli e delle lobbies affaristiche, viene creata
"[...] una mentalità per la quale giusto e sbagliato, vero e
falso sono predefiniti ovunque concernino gli interessi vitali della società."[15]
L'evoluzione della pratica totalitaria, secondo Marcuse, non è in
contraddizione con l'esistenza di una società che si definisce comunque
democratica. Il sistema del diritto, l'insieme delle leggi che regola i
rapporti tra cittadini e istituzioni vengono lentamente a rapprendersi nel
grande contenitore di una cultura politica, intesa qui nel senso più
ampio possibile della parola, sedimentata in un complicato gioco di vasi
comunicanti, uno dei quali è sempre comunque manifesto mentre l'altro,
pur esistendo e svolgendo egregiamente la sua funzione, assolve il ruolo
di parte nascosta, invisibile, del meccanismo di osmosi tra il detto e il
non detto, tra ciò che appare e ciò che surdetermina nell'ombra
l'andamento generale dell'intero sistema.
Non è banale, a questo punto, osservare che oggi, in tempo di crisi
sempre più evidente di un modello istituzionale di cui da più
parti si invoca il cambiamento definitivo, si inceppi frequentemente il
rapporto tra politica e magistratura nel momento di maggior fragilità
dell'assetto sociale complessivo: la legge non viene più riconosciuta
applicabile nemmeno dall'organo istituzionale tenuto per primo a farla rispettare,
poichè essa non riesce più a rappresentare gli interessi di
chi, per decenni, l'ha ritenuta appannaggio esclusivo del ceto dominante.
Sono saltati anche i chiavistelli delle porte blindate poste a sicurezza
del segreto: serpeggiano silenziosi i dossier riservati che per anni sono
stati gelosamente custoditi negli archivi della democrazia repubblicana
a siglare la definitiva messa al bando di una classe politica (illiberale
e fortemente compromessa con i potentati economici fino a confondervisi)
detentrice degli inviolabili principi democratici.
Ma questa è già cronaca, ancora tutta da scrivere, della Seconda
Repubblica.
Storia della non-classe
Negli anni ancora incerti che preludevano alla nascita della democrazia
fondata sul lavoro gli Alleati si erano stabilmente insediati nel territorio
d'Europa allo scopo di sorvegliare il difficile parto di una creatura che
avrebbe dovuto mantenere inalterati gi equilibri mondiali per almeno mezzo
secolo e fungere contemporaneamente, quando fosse diventata compiutamente
adulta, da baluardo contro le insidie del temibile blocco sovietico ad Est.
La democrazia occidentale doveva crescere in fretta e le premesse perché
fin da subito si rivelasse fidata e adatta allo scopo per il quale era stata
pensata, c'erano tutte. L'insistenza sulla battaglia da combattere a qualsiasi
costo sul versante della politica istituzionale emerse immediatamente in
Italia nell'accanimento con cui ogni mezzo fu messo a disposizione dagli
Americani per vincere le elezioni ai danni della coalizione del Fronte Popolare.
In realtà, durante il periodo della guerra di Resistenza si erano
ampiamente gettate le basi della futura contrapposizione da esercitare nei
confronti del Partito Comunista e di quanti avrebbero voluto non soltanto
liberarsi dall'oppressione nazi-fascista ma anche dalle secolari imposizioni
dei ceti dominanti. E' a questo punto che si apre la discussione sulle
èlites del potere che andavano configurando la loro identità
in maniera coerente alla trasformazione del complessivo assetto socio-politico
ed economico dell'Italia di allora.Abbiamo constatato, se l'idea di doppio
Stato funziona per dar conto di quei rapporti di potere che andavano moltiplicandosi,
come la democrazia parlamentare esistesse in quanto espressione visibile
del suo lato oscuro, quella sorta di agenzia occulta che nei decenni successivi
avrebbe sedimentato una cultura dell'inganno volta a rendere legittime pratiche
latenti di controllo e dominio destinate ad effetti disastrosi; un contagio
inarrestabile che avrebbe reso precaria la stessa sovranità dichiarata
inviolabile dai principi della Costituzione. La storia da riscrivere comincia
immediatamente a ridosso della fine del conflitto e della cessazione delle
ostilità nella lotta partigiana. Il problema, da quel momento in
poi, sia per il nascente, granitico blocco democristiano che per il partito
di Togliatti diventava la governabilità. Si trattasse o meno di gestire
la cosa pubblica stando all'opposizione o al governo, in Italia i molti
diritti dei padroni e i molti doveri stabiliti per i servitori, nella nuova
dialettica politica instaurata dal regime democratico, avevano necessità
di essere ricompresi in un contenitore sociale adeguato alle necessità.
L'operazione di riciclaggio di quasi tutto il vecchio establishment
fascista, sostanzialmente sopravvissuto impunito al trapasso dal regime
alla repubblica, aveva garantito continuità, con la benedizione americana,
alla classe dirigente del Ventennio. Ma certo, i tempi erano cambiati e
le prospettive aperte dai nuovi possibili piani di investimento economico
sollecitavano all'approntamento di una struttura sociale flessibile. Lo
Stato dei Partiti aveva bisogno di un'adeguata geografia umana sulla quale
esercitare il proprio potere; la formula partitocratica si sarebbe rivelata
un esperimento soddisfacente per la corretta tenuta dell'edificio istituzionale.
Ci sono voluti cinquant'anni perché fosse messa in discussione dopo
aver verificato l'esaurimento del suo originale ruolo di gestione nella
vita del paese. La partitocrazia ha generato una congerie estremamente complessa
di effetti di potere che combinandosi con il sistema occulto hanno dato
luogo ad una micidiale combinazione strategica di cui ancora ci sfuggono
i contenuti specifici; ne abbiamo visto spesso dispiegarsi le conseguenze
dell'attivazione ma non siamo in grado di identificarne le origini, perché
esse si perdono nei luoghi in ombra della collusione diffusa, nelle pieghe
sottratte allo sguardo di non precisabili alchimie di potere.
La macchina strategica dei partiti doveva poter disporre nell'immediato
dopoguerra di un piano sociale di lungo respiro. Non si trattava
soltanto di un potere di classe ma anche di una sofisticata rete di imbrigliamento
della realtà al livello di molteplici strutture tra loro intrecciate:
cultura, politica, amministrazione, salute pubblica, economia, occupazione
e via dicendo. Bisognava saper convincere la gente a credere di vivere nel
migliore dei mondi possibili, quello che di lì a breve avrebbe incontrato
la devastante forza dell'atomo e la moltiplicazione dell'apparato industriale
come unica, ineccepibile sostanza della quotidianità che emerge dalle
macerie della guerra. Il grande capitale è alacremente al lavoro,
la pervasiva intrusione del profitto macina con lentezza inesorabile il
tessuto di una società che viene piegata alle esigenze dei ceti dominanti.
A questo punto il concetto di classe dirigente, in coerenza con quanto si
è detto relativamente al Doppio Stato, è utile per identificare
almeno due tipologie omologhe di individui: i dirigenti istituzionali, che
prestano il loro volto alla politica ufficiale, e i custodi invisibili,
che dispongono degli arcana imperii, i segreti nascosti del comando.
Sono questi ultimi a decidere le linee guida, senza dubbio; tuttavia, nel
rispetto perlomeno formale della Costituzione firmata nel 1947, frutto di
più di un compromesso tra ideologie radicalmente opposte, la parte
visibile dell'istituzione repubblicana avrà il compito, difficilissimo,
di assicurare continuità allo Stato nella sua qualità di custode
del patto sociale.
La caduta del fascismo ed il conflitto mondiale avevano lasciato un pericoloso
vuoto di legittimazione a governare che i partigiani comunisti avrebbero
voluto colmare con l'insurrezione e l'avvento di una forma statuale socialista.
Meno convinto di questa opportunità offerta dalle circostanze era
lo stesso Togliatti, la cui politica di affermazione dell'ideale di libertà
passava già allora attraverso una riflessione di carattere riformista
che gli permise di far uscire di galera la stragrande maggioranza dei fascisti
incarcerati. L'amnistia che promulgò nel giugno del 1946 quando era
Ministro di Grazia e Giustizia rappresentò il primo scandalo dell'Italia
repubblicana: mentre cominciava la repressione dei partigiani di fede comunista,
i vecchi appartenenti al regime di Mussolini ebbero la possibilità
di riciclarsi in fretta nei corpi di polizia ed in molti altri luoghi della
vita pubblica, fino al Parlamento. Tracciare questa linea di continuità
fu l'esito di una scelta ragionata: le nuove classi dirigenti poterono contare
certamente sull'appoggio politico-militare del governo degli Stati Uniti
ma in particolare ebbero modo di dar corpo ai caratteri peculiari del nuovo
modello di governabilità, utilizzando non tanto la minaccia delle
armi contro gli operai desiderosi di quel cambiamento radicale della società
che la Resistenza aveva prefigurato, quanto la ricomposizione del silenzioso
ceto medio che tanta parte aveva avuto proprio durante il regime fascista.
La piccola borghesia è una classe sociale indefinibile; essa si sottrae
allo sguardo perché è dappertutto. Storicamente contigua alla
borghesia, anela a raggiungerne lo status. Divisa in gruppi e sottogruppi
e presente in ogni settore della società e della produzione, frantumata
dalla diversità del reddito, la piccola borghesia costituisce il
serbatoio elettorale cui hanno attinto tutti partiti dell'arco costituzionale.
In ogni significativo spostamento dell'asse politico, dal Risorgimento ad
oggi, ha un peso ed un ruolo determinante, anche se la sua caratteristica
principale parrebbe consistere nell'assenza di una vera e propria ideologia.
Emersa sconfitta dalla caduta del fascismo, la non-classe ha manifestato
sin dal dopoguerra una sorta di ideologia spontanea che non si identifica
con alcuna ideologia partitica: al suo interno si alleano, si dividono o
si alternano i programmi a breve scadenza dei partiti di massa. La piccola
borghesia è tradizionalmente ritenuta succube delle ideologie altrui,
ma in realtà sarà capace di condizionare sempre gli orientamenti
dei due grandi blocchi dominanti nel dopoguerra - democristiani e comunisti
- fino a diventare inconsapevole protagonista delle trasformazioni politiche
del nostro tempo.
Cos'è dunque veramente la piccola borghesia? O perlomeno, cos'è
stata considerata sino ad ora?
"La forza numerica di questo strato sociale è la più
consistente dell'intera società. La mancanza di confini definibili
in alto e in basso fa sì che tale forza, solo teoricamente utilizzabile
tutta insieme, eroda le altre classi. Tuttavia non è dato immaginare
che la piccola borghesia possa decidere o imporre da sola la struttura della
società. In questo senso sembra tagliata fuori da un proprio `autonomo'
sviluppo pur essendo la sua partecipazione essenziale a quello delle altre
forze in campo. In altre parole la piccola borghesia sarebbe come una figlia
incapace di raggiungere l'età della ragione: senza di lei non c'è
nemmeno la donna-madre e viceversa. Inutile aggiungere che la madre è
la grande borghesia e che un eventuale riconoscimento piccolo borghese della
egemonia della classe operaia la mette in sospetto di bastardia."[16]
La piccola borghesia si presenta come una piramide a gradini. Non è
detto che ad ogni gradino corrisponda per forza un determinato livello di
reddito, né che la cultura, nonostante riveli una buona omogeneità,
si differenzi tra gradini in termini per esempio di quantità. Piuttosto
nel tipo di cultura che le appartiene c'è una certa idea del potere;
la piccola borghesia imita la borghesia e ne riproduce incessantemente le
concezioni, individuo per individuo. "La libertà borghese consiste,
appunto, e non è certo una novità, nel consentire a tutti
di crearsi un proprio potere a patto, beninteso, che esso non contrasti
con quello di vertice."[17]
All'interno della società borghese desiderare il potere non è
appannaggio esclusivo della sola politica. L'aspirazione al potere diventa
un imperativo morale: non averla è peggio che non avere potere. La
vita borghese è scandita da esortazioni ed insegnamenti a farsi strada
non solo per riuscire ad ottimizzare la propria personale quota di potere
nel conteso della realtà quotidiana. I piccolo borghesi esercitano
il potere continuamente perché ne vogliono i privilegi.
Il potere si traduce anche in denaro e viceversa. Ma potere e denaro
non sono la stessa cosa; è un esempio morale per tutti, colui che
acquista un potere oggettivo senza essere ricco. Si tratta di un altro dei
grandi miti borghesi volti a giustificare comunque la presenza e l'importanza
del denaro e del potere. Durante il fascismo la piccola borghesia idolatrò
Mussolini per aver raggiunto il comando assoluto pur rinunciando apparentemente
al denaro. Il potente-povero rappresenta l'ideale della non classe: Enrico
De Nicola, ad esempio, è uno dei padri fondatori dell'immaginario
piccolo borghese, lui che spogliato degli onori (e della gratificazione
economica che ne sarebbe derivata) accettò nel nome della nazione
soltanto oneri.
Non importa tanto la quantità di denaro che si possiede ma la capacità
di distribuire potere costruendo quella piramide diversificata di cui si
diceva, gerarchicamente segmentata in gradini infiniti per i quali, osserva
Venè, non esiste sintesi sociologica che li contenga. La piramide
è allo stesso tempo un formidabile collettore antropologico che forgia
le stesse soggettività: i cosiddetti caratteri che tali non
sono mai. I vizi individuali, nel gioco piccolo borghese, si traducono spesso,
piuttosto, nella frustrazione che si insinua tra mancanza effettiva di potere
reale e l'idea di potere insita in tutta l'educazione borghese stessa.
Dalla famiglia tradizionale alla leggenda del self made man, i principi-chiave
della morale piccolo borghese, o meglio della sua struttura rigidamente
verticale, rimandano ad una dimensione psicologica, che ben presto si trasforma
in psico-sociale perché coinvolge l'intera comunità, di totale
introiezione dell'idea di potere come esito necessario dell'insieme delle
azioni che un individuo deve compiere nel corso della vita. Questa sorta
di teleologia coatta, cioè di sistema delle finalità da raggiungere,
costruisce un'intera cultura e dà voce ad un'intera dialettica con
le quali pensa e parla il corpo sociale. L'assoluto carattere di trasversalità
della piccola borghesia ha potuto così diventare ideologia comune
anche tra quanti hanno scelto posizioni politiche contrapposte.
La non-classe è in un certo senso la classe dominante, non perché
ad essa appartenga la maggioranza del reddito nazionale, ma perché
è capace di omogeneizzare e quindi controllare la stragrande maggioranza
della società, di governare gli accessi che conducono a livelli superiori
di privilegio ed allo stesso tempo costituire sorta di passaggio agli strati
inferiori del vivere sociale: salire è difficile; scendere, più
veloce di quanto si possa immaginare. Macchina molecolare della società
moderna, la piccola borghesia è diventata da subito l'ideale contenitore
per l'esercizio della politica dei partiti e, in egual misura, vivaio nel
quale far crescere parte della classe dirigente.
Se ha ragione Venè nel sostenere che nella piccola borghesia il potere
circola e si riproduce con grande facilità, e soprattutto istituisce
proprio a partire da se stessa i criteri della pensabilità del potere
(addirittura in termini di imperativo morale) allora non potremo sottrarci
alla considerazione che non esiste società migliore, dal punto di
vista delle tecniche di dominio, di quella che pensa alla propria sopravvivenza
istituendo da sola la sua scuola privata dei dittatori. Nel sistema democratico
repubblicano, come si è detto necessario alla nuova Europa del dopoguerra,
organizzare una società che sia il frutto di molteplici e contigue
attivazioni di potere fra loro in stretta relazione, rappresenta uno degli
apici massimi raggiungibili nel controllo sulle coscienze.
La non-classe possiede standards elevatissimi nella rappresentazione
delle ragioni del proprio essere al mondo. Non uno solo, ma tanti, piccoli
dittatori si muovono in uno scenario composito che alimenta continuamente
le loro speranze di arrivare il più vicino possibile al vertice del
potere, accontentandosi, se occorre, anche di possederne una minima parte.
Il cittadino delle democrazie occidentali sorte sulle ceneri del conflitto
mondiale che decretò la cessazione delle ostilità con le bombe
di Hiroshima e Nagasaki, dunque con una ennesima spaventosa violenza perpetrata
ai danni di vittime inermi, viene istruito a rimuovere presto le sue origini
culturali. La prima regola è dimenticare che esistono delle regole:
la vita è fatica, lavoro, raggiungimento spasmodico degli obiettivi
prefissati, ostilità nei confronti dell'altro, competizione, scontro
permanente sugli spazi vitali e via dicendo. E' stato possibile in tal modo
governare per davvero attraverso un dispositivo dalla forza tremenda: il
convincimento individuale su un'immodificabile stato delle cose, di cui
la piccola borghesia è interprete e macroscopica evidenza. La capacità
di assolutizzare ogni esperienza quotidiana, scioglierla letteralmente da
ogni vincolo, fa del piccolo borghese l'attore inconsapevole del modello
sociale dominante. Attraverso la costituzione di una strategia politico-istituzionale
articolata sui partiti, a loro volta luoghi privilegiati per l'incontro
delle istanze della non-classe, la Prima Repubblica ha governato incontrastata
per quasi mezzo secolo. E continuerà a farlo, nonostante la partitocrazia
abbia subito un rivolgimento tale da essere in parte stata costretta a modificare
la propria struttura. Ma il mondo piccolo borghese resiste con accanimento
nella continua perfettibilità della sua coerenza interna. Il composto
cittadino contemporaneo, che rivendica con puntiglio diritti e doveri sanciti
dalla Costituzione, cede tutt'oggi volentieri alle lusinghe del potere e
non perde occasione di aumentare il suo grado di pressione sugli altri,
possedendone il tempo della vita con ogni mezzo necessario: l'imperativo
morale è rimasto lo stesso.
Se accettiamo il criterio del potere per identificare l'assieme della borghesia
è abbastanza facile collocare alla base della piccola borghesia la
folla di coloro che detengono un minimo di potere effettivo. Per quanto
guadagni, l'artigiano che gravita attorno all'estrema periferia dell'industria
è dunque piccola borghesia di base, non meno della cassiera del bar.
E questo spiega un'altra caratteristica propria della piccola borghesia
di base, ossia la più vicina alle condizioni della classe operaia.
Già abbiamo detto che l'esiguità del reddito non è
un fattore determinante degli spostamenti politici della piccola borghesia,
né, abbiamo aggiunto, è il comun denominatore della base borghese.
Adesso, introdotto il criterio distintivo del potere, possiamo concludere
che a parità di livello (infimo) e a disparità di reddito
l'elemento più legato all'idea di potere borghese è quasi
sempre il più `povero'.
"Non c'è rivoluzione all'orizzonte così ardita da avanzare
all'insegna dell'impoverimento piccolo borghese. Nella società dei
consumi chi ha avuto ha avuto, e gli artigiani, i meccanici, i piccoli conduttori
di aziende famigliari hanno avuto abbastanza per permettersi anche il lusso
di vagheggiare una società strutturalmente diversa. Chi viceversa
si distingue dal proletario soltanto per i suoi sentimenti borghesi diventa
il più audace, strenuo difensore dei principi e degli imperativi
della borghesia. Essendo il suo raggio di potere pressochè teorico,
il borghese `piccolissimo' investe se stesso nella `missione' di predicare
l'ordine e il `giusto' potere della classe dominante. [...] Rimane ora da
chiarire qual è il culmine della piramide piccolo borghese; ossia
dove si trova l'approssimativo confine con la classe posteriore, con il
`modello'. E' ancora il criterio del potere a darci un'indicazione sufficiente.
Si tratta di riprendere le osservazioni fatte a proposito della graduatoria
che colloca più in alto il maggior elargitore di poteri.
A un certo livello la distribuzione del potere non avviene più necessariamente
per via diretta, con l'assegnazione di posti di comando a questo o a quel
dipendente. La funzione sociale di chi si trova a quel livello consiste
nel mantenere, creare, moltiplicare (o anche ridurre) i luoghi di potere
che nell'insieme garantiscono il funzionamento e la sostanziale immutabilità
della società borghese. La piccola borghesia finisce là dove
il potere necessario ma non sufficiente a caratterizzare la struttura
sociale diventa necessario e sufficiente. Ed è questo potere, necessario
e sufficiente, a far da modello alle `imitazioni' piccolo borghesi, fino
a quella infima, propria del semplice capofamiglia.
E qui si fa strada un'obiezione che solo in apparenza è capziosa
o superficiale: all'interno della classe operaia l'idea di potere si distingue
da quella piccolo borghese?"[18]
La caduta del fascismo segna, come si è detto, il punto di crisi
per la piccola borghesia di questo secolo. L'indagine di Kuhn di cui abbiamo
discusso nella precedente sezione dava il senso del rapporto tra ceto medio
e grandi monopoli, i veri padroni del vapore nell'incedere degli anni caratterizzati
da un regime dispotico e totalitario, dunque da una forma-Stato che utilizza
il partito unico come riferimento generale della politica. Il potere assume
pubblicamente la veste di repressore del corpo sociale ed un'oligarchia
di prescelti governa indisturbata. La piccola borghesia dell'epoca abbozzava
in disparte ed il popolo delle scimmie di gramsciana memoria si abbandonava
all'ottundimento nella promessa di un posto al sole che Mussolini rinnovava
dal suo pulpito di Piazza Venezia.
In realtà il fascismo convinse gli appartenenti alla non-classe "[...]
di aver raggiunto il potere d'imitazione alto borghese. Anzi, i ceti medi
si illudono di aver messo le mani direttamente sul modello originale."[19]
Con il crollo del regime, la piccola borghesia torna all'anno zero, chiudendo
un cerchio che l'aveva vista protagonista fin dal Risorgimento. Non resta
che ricominciare a difendere la propria esistenza partendo da una presa
di distanza, perentoria, dalla classe operaia che nei valori della Resistenza
e dell'antifascismo della prima ora aveva trovato insostituibile linfa vitale.
"Mai come nell'anno 1945 e nelle stagioni successive la piccola borghesia
appare disponibile alle influenze esterne, e nello stesso tempo, attestata
sulla linea dell'estrema difesa, di ciò che non vuole perdere."[20] I personaggi di Guareschi [21], nei racconti che appartengono alla letteratura
di sapore popolare, incarnano la reificazione di una smarrita coscienza
di classe che, attraverso scontri e faide interne segnate dalla ingombrante
presenza dei due nascenti assi storico-politici del dopoguerra, Partito
Comunista e Democrazia Cristiana, paventano comunque l'invasione da parte
della città nel sonnolento torpore della campagna, accanto al vecchio
fiume dove la vita scorre assieme all'acqua. La non-classe si appresta a
diventare elettorato nella nuova democrazia e su di essa si agisce per orientarne
la direzione, sviluppandone nel tempo la vocazione di ceto emergente, poiché
è in essa che si riproduce il sistema di potere e parte della cultura
delle stesse classi dirigenti.
Più tardi la piccola borghesia sarà chiamata a responsabilità
storiche, quando il coacervo di micro-saperi che rappresenta vanno piegati
all'ideologia di massa. Il boom economico, il consumismo, la scolarizzazione
diffusa, l'emergere dei ceti impiegatizi, che costituiranno l'ossatura dell'apparato
burocratico di Stato, la travolgono e ne sperimentano le capacità
di assorbimento.
Non c'è nemmeno bisogno di chiederle di farsi garante della prassi
democratica così come l'abbiamo descritta sino a qui. Perché
è implicito nel ruolo della non-classe e nelle disposizioni di sapere
che la rendono tale: la corsa al miglioramento dello status sociale è
continua, la scalata verso posizioni superiori di maggior conforto gerarchico,
inarrestabile. Con ogni mezzo possibile, ma soprattutto con quello che il
Capitale mette fin da subito a disposizione: il lavoro. Ciò che anima
l'ideologia piccolo borghese è la voglia di un potere che accresca
l'autorità individuale sull'intera società. L'unica rivoluzione
accettata, d'altra parte, era stata quella delle camicie nere ma la completa
acquiescenza alla loro venuta rappresentava in quel momento il frutto del
carattere conservatore e reazionario degli ideali fascisti. Nel 1944 la
guerra, la fame e la paura avevano messo in chiaro che la scelta di allora
era costata davvero troppo; quanti stavano rinchiusi in casa ad aspettare
che qualcosa cambiasse (anche se non furono pochi coloro che aderirono alla
Resistenza pur non essendo schierati apertamente in uno specifico partito;
la qual cosa generò non poca confusione nelle formazioni partigiane,
ma questo è argomento che esula dal nostro discorso), sapevano che
per il futuro sicurezza e stabilità sociale dovevano diventare parole
d'ordine prioritarie. E quel momento arrivò un paio d'anni più
tardi.
"Votata la D.C., ma non votatasi ad essa, la piccola borghesia saltò
dunque sul carro che le parve più comodo, più sicuro e meglio
conosciuto. Persino la mancanza di programmi della D.C. che, secondo gli
storici di questo partito più attenti e oggettivi come Orfei, fu
totale almeno fino al 1948, servì alla cattura di una non-classe
che aveva per patrimonio culturale soprattutto il passato. Ma anche questo
patrimonio era tutt'altro che definito."[22]
La continuità tra vecchio e nuovo, vale a dire il sostanziale
passaggio alla repubblica nell'impunità generale per buona parte
della classe dirigente fascista, attivissima nelle istituzioni democratiche
appena qualche anno dopo la Liberazione, venne sancita appunto grazie al
recupero della cultura del passato che la non-classe portava con sé,
compreso il massimo rispetto per quelli che occupavano i gradini superiori
della famosa piramide. Ma di che passato si trattava?
"Sotto il fascismo la piccola borghesia si sentì colonna portante
della società e della storia, libera dal sospetto di aver preso a
prestito le ideologie della classe superiore o di quella inferiore. La stessa
repressione brutale che il fascismo operò nei confronti dell'ideologia
della classe operaia e quella, oratoria, contro il liberalismo e il capitalismo,
confermarono nella piccola borghesia la presunzione di essere finalmente
la detentrice di un'ideologia nuova, originale, che superava la lotta di
classe in mezzo alla quale era sempre finita schiacciata.
Il fascismo favoriva inoltre quella che possiamo chiamare la ritrosia, l'allergia
mentale della piccola borghesia a sentirsi e a essere `classe': allergia
derivante dalla consapevolezza che l'aggregazione ideologica a una classe,
alla borghesia o al proletariato, la coinvolgerebbe in conflitti che, in
un modo o nell'altro, la danneggerebbero.
L'ideologia nuova della piccola borghesia fascista era, come abbiamo accennato,
la risultanza dell'innesto di idee e di pseudoprogrammi antigiolittiani
(nazionalisti e sindacalisti rivoluzionari) sulla cultura borghese-risorgimentale,
la stessa che aveva divulgato come `valori universali' gli obbiettivi della
grossa borghesia e dell'aristocrazia. Paradossalmente, così, fu proprio
la piccola borghesia, il ceto più difforme del panorama sociale,
a farsi portatrice di quei `valori universali' dai quali, nella sostanza,
non aveva mai tratto alcun reale vantaggio.
Di qui la `purezza' degli ideali, `puri' perchè non commerciabili,
non utili, riscattati dal mercato che ne avevano fatto l'alta borghesia
e l'aristocrazia decaduta. (La stessa dizione retorica `puro ideale' è
una ridondanza tipica del linguaggio piccolo borghese). Ideali astratti,
che non impegnavano seriamente la vita quotidiana e nei quali tuttavia veniva
collocato il diritto a essere cittadini. Nel periodo fascista dunque la
piccola borghesia non soltanto era la nazione stessa, ma quel che più
conta sentiva di esserlo, contrariamente al passato."[23]
Sono davvero i valori universali a dare sostanza all'ideologia della
non-classe; essi possono, infatti, essere ricodificati con nuove istruzioni
impartite dal sistema di potere, ogniqualvolta si renda necessario. Dopo
il disastro provocato dal conflitto mondiale e dalle spaventose condizioni
di vita in cui il fascismo l'aveva costretta, la piccola borghesia, come
abbiamo constatato ben conscia dei propri diritti di sopravvivenza e delle
proprie aspirazioni, ritrovò nella Democrazia Cristiana alcuni dei
valori per i quali aveva ritenuto di essere ceto vincente durante il Regime.
Ma la stessa capacità di ]blocco dimostrata nel Ventennio,
quando s'inserì di forza tra Capitale e mondo operaio consentendo
ai fascisti di prendere il potere in suo nome, si sarebbe rivelata pericolosa
anche durante gli anni della cosiddetta democrazia. Nel 1960 il partito
di De Gasperi formò il governo Tambroni con l'appoggio dei neo-fascisti
che in cambio pretesero la rilegittimazione storica, chiedendo ed ottenendo
il permesso di organizzare a Genova il loro congresso nazionale. Il governo
Tambroni cadde di lì a poco a seguito delle sanguinose rivolte di
piazza che videro una straordinaria e plebiscitaria mobilitazione generale
delle forze democratiche ed antifasciste guidate dagli operai. Il ceto medio
si fece in quel momento portatore degli stessi ideali della classe operaia
mettendo in scacco i partiti di centro; e quella non fu l'unica occasione.
L'esigenza di diffusa stabilità politica non coincideva naturalmente
con le speranze rivoluzionarie dei comunisti di base (per il PCI andrebbe
fatto un discorso a parte). La piccola borghesia non ha bisogno del Socialismo
realizzato ma semplicemente di un governo che mantenga inalterate e casomai
salvaguardi le esigenze di classe. Il consenso manifestato in cinquant'anni
di democrazia repubblicana si è realizzato a partire dalla piccola
borghesia nella quale e per mezzo della quale si sono consumate tante delle
tragedie della partitocrazia. E non basta.
Il Capitale finanziario che a poco a poco avrebbe assorbito la funzione
di comando, facendo della collusione e della corruzione i capisaldi della
vita economica nazionale, ha condiviso con la non-classe molte delle vicende
più scabrose degli anni della pace nazionale durante i quali la desertificazione
progressiva dei rapporti sociali ci indotto soltanto a logori sentimenti
di sopraffazione.
La mitologia del lavoro, incalzata sulla sponda opposta del conflitto sociale
anche dall'intellettualità marxista incline a farne una sorta di
religione, spingeva la piccola borghesia ad operare continuamente scelte
di potere - ricorderete certo l'ottobre 1980 alla Fiat, con il corteo dei
ventimila capi squadra ed impiegati scesi silenziosamente per le vie di
Torino a difendere l'occupazione e l'azienda, riducendo l'azione operaia
all'ombra di se stessa.
Negli ultimi falò che si spegnevano ai cancelli di Mirafiori si rinnovava
il destino della progenie dirigente italiana. Il percorso tortuoso del declino
delle coscienze avrebbe condotto fino a Craxi ed al decennio cupo prologo
alla scomparsa dello stesso Partito Comunista, agitato al suo interno da
vanità piccolo borghesi e incontrollabili malumori di corrente. Talmente
incontrollabili da rendere necessaria una sconfitta che avrebbe aperto la
strada all'incertezza social-democratica ed alle magnifiche sorti progressive
del mercato: l'ultimo mistificante valore assoluto della piccola borghesia
di casa nostra, ancora oggi tentata da seduzioni di potere che la spingono
al di là di ogni ragionevole limite di pensiero, superato il quale
si può credere davvero che vita e lavoro siano la stessa cosa.