AVVERTENZA
Una ricerca completa in materia di sanzioni contro il fascismo, più
brevemente epurazione, non è mai stata fatta anche perché
si tratta di un ingente lavoro che potrebbe essere svolto solamente da un
gruppo di persone e non da un singolo. Un tentativo per avere una visione
più ampia potrebbe essere quello di accorpare tutte le singole ricerche
svolte negli anni, avvalendosi anche di quei contributi di origine straniera
relativi alle influenze degli anglo-americani. La disgregazione attuale
dei contributi della ricerca non impedisce tuttavia di giungere ad alcune
conclusioni: le porzioni di ricostruzione storica disponibili permettono
infatti, in modo sufficiente, di avere una visione di massima piuttosto
attendibile.
Nessuno ormai metterebbe in discussione la critica secondo cui "in
Italia le sanzioni penali contro gli ex-fascisti e i collaborazionisti e
l'epurazione (...) si sono risolte dopo un anno o due in un nulla di fatto"[1]. Più impegnativo è il
percorso che porta a tale conclusione. Dopo la caduta del fascismo, coincidente
secondo certa storiografia con il momentaneo dissolversi dell'autorità
e dell'organizzazione statuale, si dovettero fare i conti con le persone,
dagli alti papaveri ai più bassi collaborazionisti, che incarnavano
il recente passato da cui si dovevano prendere le distanze. Attraverso una
apposita legislazione sostitutiva della precedente si cercò di colpire
i crimini del fascismo, ma alcuni punti della critica al regime non erano
acquisiti da tutti i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale. Il riferimento
è al dibattitto sorto allora in merito all'origine del fascismo,
e se questo fosse riconducibile ad una parentesi, comunque non positiva,
della storia d'Italia o piuttosto ad un vizio di forma ad originem
della borghesia italiana, portatrice di un ordine autoritario in quanto
poco egemone,. Tale dibattito, che tutt'oggi rimane aperto, anzichè
essere assimilato a posizioni politiche nei confronti del fascismo, divenne
gradualmente pura questione storiografica, col risultato di impedire una
effettiva ed efficace azione epurativa.
GLI ATTORI
1. "Un triangolo di posizioni diverse"
I partiti che costituivano il C.L.N. non avevano posizioni unanimi sulla
futura amministrazione e forma dello stato da edificare dopo il fascismo.
Le divergenze erano ancora più visibili nell'immediato dopoguerra,
prima dell'emanazione della Costituzione, e soprattutto in merito all'epurazione.
A questo nodo si collegano innanzitutto le posizioni di ciascuna compagine
political in merito ai C.L.N. : quale sarebbe stato il compito dei Comitati
nell'epurazione e nella futura vita del paese?
I maggiori sostenitori del mantenimento in vita dei C.L.N. erano gli autonomisti
del Partito d'Azione che prospettavano un'espansione dell'esperienza dei
consigli. Attraverso un autogoverno dal basso, volevano modificare radicalmente
la rappresentanza, essendo ormai delusi dalla democrazia parlamentare, parte
integrante delle concause della nascita del fascismo, e allo stesso tempo
coscienti di cosa fosse lo stalinismo. Gli autonomisti, per dirla in breve,
proponevano una ricetta libertaria e democratica per evitare di cadere nei
rischi dello stalinismo ma anche, e soprattutto, nel grigiore della democrazia
parlamentare, appannagio del reale dominio di classe. L'attiva partecipazione
delle masse, che avrebbe dovuto essere presente a partire dalle fabbriche
per finire nei ministeri, si era arricchita con i consigli di una esperienza
da non sottovalutare e da tenere come modello di superamento del capitalismo[2].
Nel Partito d'Azione convivevano, com'è noto, molte anime, e anche
sul problema dei C.L.N. non vi era unanimità. Posizioni diverse da
quella degli autonomisti erano presenti nella parte ciellenistica del Partito
d'Azione, in cui i "razionalizzatori", onde evitare ulteriori
involuzioni in senso autoritario della rappresentatività, pensavano
a un ordine con un esecutivo gerarchizzato e risoluto per evitare le situazioni
di vuoto di potere e crisi che, a suo tempo, avevano permesso al fascismo
di occupare le stanze dei bottoni. I razionalizzatori giunsero persino a
proporre la repubblica presidenziale.
L'idea dei democristiani e dei liberali era che al fascismo avesse giovato,
per giungere al potere, una situazione di disordine ed assenza di autorità
e che quindi il naturale impegno del parlamentarismo in difesa della libertà
dovesse essere mantenuto e rafforzato. Soprattutto i democristiani si impegnarono
a disconoscere, una volta terminata la guerra, qualsiasi ruolo ai C.L.N.
che dovevano essere sostituiti dalle competenze dei rispettivi organi dello
Stato. Si potrebbe aggiungere che la D.C. preferiva rompere con la democrazia
dal basso e con l'attiva partecipazione popolare alla ricostruzione, per
accentrare sullo Stato decisioni che si preferiva venissero dall'alto.
I comunisti preferirono la "lunga marcia verso le istituzioni"
piuttosto che impegnarsi in una strategia che si proponesse di modificare
alla base l'ordinamento giuridico dello Stato posto dal fascismo. Inoltre
si interessarono più ai rapporti con gli altri partiti di massa,
principalmente la D.C., che delle questioni istituzionali. Il C.L.N. veniva
inteso come organismo dalle più disparate funzioni, anche quelle
inutili, che prendesse decisioni, come durante la guerra, secondo la formula
dell'unanimità. In questa posizione sostanzialmente conservatrice
pesavano anche, come verrà esposto più avanti, le precauzioni,
da parte della dirigenza comunista, nei confronti dell'applicazione e interpretazione
delle sanzioni contro il fascismo, per ridurre il sabotaggio continuo delle
istituzioni ancora non epurate.
La posizione dei comunisti nei confronti dell'epurazione subì dei
mutamenti, che ebbero ripercussioni sulle scelte pratiche messe in campo.
Sono soprattutto due le discontinuità rilevanti: la prima risale
alla presa di Roma ed alla successiva formazione del Governo Bonomi; la
seconda è collocabile nel giugno 1946 quando il Ministro Togliatti
si assunse la non facile responsabilità di chiudere i conti col fascismo
emanando un'amnistia. Non è ancora chiaro cosa abbia maggiormente
influito su queste scelte: il pragmatismo del P.C.I. fu dovuto ad una imposizione
staliniana proveniente dall'estero oppure venne perseguito coscientemente,
con lo scopo di costruire un partito di massa e vasto un consenso, necessari
per raggiungere il potere? E' chiaro che le due ipotesi sono concorrenti.
Una componente fondamentale negli attori italiani che influenzarono l'epurazione
è rappresentata dal clero. Le gerarchie ecclesistiche non furono
mai epurate nonostante avessero aderito, parzialmente, alla R.S.I. Il Vaticano
in qualche caso intervenne direttamente per appoggiare alcuni imputati di
cui si voleva l'assoluzione, e cercò anche di ottenere la liberazione
di persone già condannate.
2. Gli alleati
Il ruolo degli alleati nella politica italiana non può essere
trascurato: essi furono gli interlocutori della classe dirigente e soprattutto,
avendo posto la penisola sotto la loro influenza, divennero i diretti registi
dell'ordine politico da instaurare dopo il conflitto. Il rischio che i loro
disegni geo-politici sfumassero era di fronte a tutti: la Jugoslavia era
stata conquistata dai partigiani e la Grecia non aveva vissuto la pacificazione
ad opera delle democrazie occidentali, ma presentava una guerra di classe
repressa nel sangue.
E' ormai assodato che l'Italia entrò a fare parte a pieno titolo
dell'Occidente. La spinta in questa direzione, nell'ambito dello scambio
interimperialista tra alleati e U.R.S.S., provenne principalmente dall'Inghilterra,
bramosa di accedere al Mediterraneo. Fu proprio l'Inghilterra, in un primo
momento, a propendere per la continuità dello stato, che significava
il mantenimento dell'amministrazione e, anzichè garantire l'autonomia
per una efficace rottura con il passato, non era altro che offrire "l'immunità
in cambio della obbedienza"[3].
La posizione dell'Inghilterra nei confronti della ricostruzione italiana
non è comprensibile pienamente se non si tiene conto del fatto che
Churchill pose un forte veto al riconoscimento dell'organizzazione resistenziale
nel Nord Italia. Egli si pose come interlocutore del re e di Badoglio per
contrastare il crescente partito comunista; si candidò a garante
dell'ordine allo stesso modo in cui, a suo tempo, preferì Mussolini
al bolscevismo e l'Africa Orientale Italiana piuttosto che altri concorrenti
- la Germania - nella spartizione del mondo tra potenze.
Gli Stati Uniti ebbero un atteggiamento più progressivo verso le
eventuali vie d'uscita dall'amministrazione fascista dello stato. Essi propendevano
per un'assunzione dei poteri da parte degli occupanti, che significava minore
autonomia degli italiani ma anche la possibile marginalizzazione della vecchia
classe dirigente. Mano a mano che nella situazione politica internazionale
si andava delineando l'egemonia statunitense, in Italia si verificò
un lento scemare della presenza inglese. Dopo Yalta e l'esperienza greca,
le forze innovatrici del paese si erano indebolite e gli U.S.A. divennero
i maggiori garanti della continuità.
L'atteggiamento di americani e inglesi verso l'Italia fu diverso nonostante
i fatti successivi possano smentire tale affermazione. Gli Inglesi proclamavano
la loro intenzione di "prevenire epidemie e disordini", gli americani
di "creare stabilità e prosperità". Non vi è
dubbio su chi fosse più lungimirante[4].
3. Il Regno del Sud
Badoglio e il re non avevano in mente una epurazione efficace, quel che
interessava loro era non essere messi in ombra dalle decisioni degli alleati
e prevenire un ingresso nel governo delle forze antifasciste.
Badoglio risulta attendista nel punire i fascisti, ma ciò non dipende
da un'indecisione verso persone che, fondamentalmente, non avevano avuto
esperienze tanto dissimili dalle sue: egli mantenne posizioni ambigue per
non inimicarsi nè gli alleati, che in un primo momento propendevano
per una rottura con le gerarchie costruite dal fascismo, nè il re,
che non pensava di certo ad un'epurazione.
Vittorio Emanuele III non fece pressioni affinchè iniziasse l'epurazione
al sud, almeno come esempio. Si deve rilevare che per il re ammettere la
necessità di epurare le istituzioni, da intendersi in senso lato,
avrebbe significato anche ammettere implicitamente che alla casa Savoia
era sfuggita, progressivamente negli anni, la possibilità di esercitare
un controllo effettivo sull'organizzazione dello Stato. Difficilmente il
monarca avrebbe accettato l'idea che la classe dirigente era più
fascista che monarchica. Non seguì un'autocritica in tal senso, e
pertanto l'epurazione non venne ritenuta opportuna.
I FATTI
1- I 45 giorni
Non interessa rievocare, nell'economia del discorso, gli avvenimenti
che portarono all'arresto di Mussolini ed alla nomina di Badoglio. Quel
che interessa ricordare è che sul territorio della penisola vennero
gradualmente ad esserci tre governi che, a ben vedere, apparivano come autonominatisi.
Si ricordi anche che l'Italia non abbandonò il conflitto, la guerra
continuava per mantenere fede alla parola data alla Germania nazista.
Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1943, in seguito all'annuncio dello
speaker dei proclami del re e di Badoglio, il popolo festeggiò la
caduta del fascismo senza che vi fossero, è il caso di ricordare,
incidenti di rilievo. Tutto sommato la situazione era sotto controllo ed
il passaggio di poteri apparve sempre più come un colpo di stato.
Badoglio era un militare e in quanto tale, durante il regime, aveva visto
accrescere il proprio prestigio limitatamente alle sotto-diarchie tra militari
e politici create da Mussolini per mantenere saldo il controllo degli apparati.
Dai tempi in cui era stato nominato Duca di Addis Abeba gli anni erano passati
e finalmente poteva tornare sulla cresta dell'onda; ciò avvenniva
anche in un periodo di potenziale rottura che avrebbe potuto giovare ai
tanti postfascisti. Non pensò mai di limitare il proprio potere ora
che lo aveva. Agli alleati appariva una figura utile perchè, essendo
un militare, avrebbe frenato le organizzazioni antifasciste nella corsa
al nord. Al re, anche se non tutte le decisioni furono in sintonia, è
utile ricordare che Badoglio appariva come l'unico possibile traghettatore.
Nessuno intervenne per intimidire o frenare Badoglio nella militarizzazione
del sud e nella repressione del conflitto sociale.
Le lotte operaie che iniziarono a fine luglio furono più volte represse
nel sangue, nelle province di competenza furono spostati i poteri delle
autorità civili alle autorità militari, l'OVRA non fu sciolta,
la milizia volontaria per la sicurezza nazionale venne incorporata nell'esercito,
restarono in vigore le leggi razziali. La censura sui giornali non fu tolta
e si fece in modo che non fossero lasciati spazi sui giornali ai partiti
antifascisti. Potremmo sbilanciarci e accogliere la definizione che fu data
allora del governo: un "fascismo senza Mussolini".
L'epurazione iniziò tardivamente ma qualche punto lo portò
a segno. Furono destituiti alcuni rettori di università, anche se
la maggiore parte dei docenti rimase al proprio posto. Pietro Calamandrei
fu nominato rettore a Firenze, Luigi Einaudi a Torino, Concetto Marchesi
a Padova e Adolfo Omodeo a Napoli. Il ministro dell'Educazione nazionale
Leonardo Severi iniziò anche un'opera di defascistizzazione dei libri
di testo delle scuole di grado inferiore ed abrogò la Carta della
scuola.
Il ministro dell'Interno Bruno Fornaciari, un ex prefetto fascista di chiara
fama, destituì dall'incarico 20 prefetti e ne trasferì 2 su
di un totale di 90. Tale azione non piacque al re, a cui parve troppo severa.
Vittorio Emanuele III nominò come nuovo ministro un altro ex prefetto,
Umberto Ricci, il quale destituì, fino all'8 settembre, 14 prefetti
che erano già nel mirino del suo predecessore. Ricci agì più
che altro attraverso un vorticoso giro di incarichi e di luoghi di servizio.
Seppure i dati siano sommari, si ricorda che nelle province di Napoli e
Benevento furono destituiti dall'incarico un terzo dei Podestà.
E' utile rilevare che mai nella storia dello stato unitario si visse un
così grosso rimescolamento di prefetti. A ben vedere essi furono
spostati di sede o sostituiti, il più delle volte, dai viceprefetti,
ovvero da persone che avevano fatto carriera alla medesima maniera entro
l'ordine gergarchico imposto dal fascismo. Nei casi di Napoli, Taranto e
Foggia i prefetti vennero sostituiti in seguito al diretto intervento degli
alleati.
Il primi veri e propri arresti di fascisti, se si escludono casi isolati
il 25-26 luglio, avvennero il 23 agosto. Venne arrestato il fior fiore dei
fascisti restati in libertà: Giuseppe Bottai, Attilio Terruzzi, Raffaello
Riccardi, Antonio Tringali Casanova, Ubaldo Soddu, Achille Starace, Enzo
Galbiati, Ugo Cavallero, Galeazzo Ciano, Carlo Scorza. Durante gli arresti
venne ucciso Ettore Muti, ex segretario del partito nazionale fascista.
2- dai 45 giorni alla Conferenza di Mosca
Gli Alleati sbarcarono in Sicilia il 10 luglio. Vi furono tensioni tra
americani e inglesi, in particolare contrasti su quale tipo di amministrazione
dovesse essere instaurata: i primi propendevano per una politica di "direct
rule" i secondi per l'"indirect rule". Accanto a tale disomogeneità
di posizioni, vi fu anche una disputa su chi dovesse essere senior partner
oppure junior partner.
L'azione epurativa iniziò in Sicilia senza che fossero previste adeguate
iniziative di rieducazione in senso democratico del popolo. Nonostante le
indicazioni del Dipartimento di Stato americano invitassero ad agire nel
senso di una "rimozione di tutti i dirigenti del partito da ogni incarico
di responsabilità", nei fatti alla data di fine agosto solo
1.500 fascisti erano stati internati. La Chiesa cercò di sabotare
l'epurazione attraverso la richiesta di colpi di spugna e l'attiva partecipazione
nella liberazione di ex-fascisti; in questa attività si distinse
soprattutto il cardinale Lavitrano di Palermo.
Per quanto riguarda i prefetti ed i podestà siciliani è il
caso di ricordare che i primi furono tutti destituiti (9 su 9) così
come i secondi, eccezion fatta per i podestà che si unirono agli
eserciti alleati tra cui quelli di Palermo e Catania. Tali destituzioni
potrebbero apparire come una discontinuità all'interno dell'amministrazione
dello stato ed indicare gli alleati come giusti giustizieri, se non si sapesse
che i nuovi amministratori furono scelti da boss mafiosi che a loro volta
erano stati nominati da alcuni ufficiali alleati. Se si considera che la
mafia era, ed in parte lo è ancora oggi, uno strumento di intimidazione
utilizzato dai notabili, i quali altro non erano se non il tramite della
classe dirigente nell'organizzazione del consenso elettorale, dovrebbe essere
ovvia la lettura storiografica secondo la quale in Sicilia non cambiò
la classe dirigente.
L'epurazione iniziò tardivamente e tale scelta è stata oggetto
di diverse interpretazioni. Secondo alcuni la situazione era così
difficile che, fra le iniziative alleate, era necessario anteporre la questione
umanitaria degli aiuti, mentre la lotta tra potenze consigliò di
mantere l'epurazione entro un margine non troppo vasto, almeno fino alla
fine di agosto, al fine di evitare una eccessiva reazione della Germania[5]. Secondo altri l'atteggiamento fu
sì attendista da parte degli alleati, ma altrettanto opportunista
da parte di Badoglio, che non pensò mai ad una profonda defascistizzazione
e che agì solo il 23 agosto perchè si sentiva sicuro di un
non intervento tedesco e della futura alleanza con gli angloamericani. L'epurazione
intrapresa da Badoglio pertanto servì, innanzitutto, a Badoglio stesso
per mostrarsi affidabile agli alleati e non troppo compromesso con scelte
antifasciste ai tedeschi, ma tornò utile agli alleati stessi che,
grazie ad una minimale azione di rottura, potevano presumere che la rabbia
popolare fosse scemata grazie alla punizione di qualche alto papavero.
In Sicilia l'epurazione toccò anche la scuola, tanto che in ottobre
si poteva notare che tutti i provveditori dell'isola erano stati allontanati.
Per quanto riguarda i tre atenei siciliani (Palermo, Catania e Messina),
si deve rilevare che i rettori furono destituiti insieme a 16 presidi di
facoltà e 11 docenti (9 a Palermo, 1 a Messina, 1 a Catania). Un'azione
decisamente più incisiva si ebbe nell'Accademia Reale di Palermo
e all'Accademia Peloritana di Messina, dove i licenziamenti furono rispettivemente
26 e 36.
Di particolare rilievo fu l'attività svolta dalla commissione presieduta
da Adolfo Omodeo nell'università di Napoli. Egli fu nominato rettore
dagli alleati il 1 ottobre, dopo la liberazione della città, ed intraprese
un'azione non certo facile che portò, nel febbraio 1944, alla sospensione
dell'incarico di 3 liberi docenti e di 15 docenti ordinari sul numero complessivo
di 120. Col procedere dei mesi però si verificò una situazione
ai limiti del grottesco - e non è che un esempio che si ripeterà:
con l'emanazione del decreto legislativo luogotenenziale del 27 luglio 1944
l'attività della commissione dovette riprendere dall'inizio per essere
rispettosa norma. Il risultato fu che nell'estate del 1945 tutti i docenti
allontanati furono reintegrati nelle loro attività.
L'episodio dell'università di Napoli è significativo perché
dimostra quanto ampie fossero le capacità di sabotare l'attività
delle commissioni cui prendevano parte antifascisti dichiarati. Sin dopo
l'armistizio si inizia a vedere l'inversione di tendenza delle politiche
alleate, che premevano per una "partecipazione controllata" degli
antifascisti.
Anche se la partecipazione antifascista era "controllata", è
il caso di sottolineare che una minima epurazione, nei territori progressivamente
liberati, ci fu. Probabilmente si rese inevitabile anche per gli alleati.
I prefetti che a suo tempo non erano stati epurati da Badoglio furono tutti
destituiti. Stessa sorte toccò a molti sindaci: a Matera 27 su 32,
a Potenza 70 su 91, a Reggio Calabria 70 su 89, a Catanzaro 100 su 154,
a Cosenza 93 su 152 e la stessa tendenza è presente a Napoli, Benevento
e Avellino. Ma questi numeri non sono sufficienti a far ritenere incoraggiante
l'epurazione nel Mezzogiorno. E' doveroso ricordare che, mano a mano che
il conflitto si spostava a Nord, aumentavano, quasi proporzionalmente, le
stragi, la rabbia della popolazione e le rappresaglie. Per tenere sotto
controllo la situazione gli alleati dovevano perciò dare l'idea,
almeno nel breve periodo, di voler rompere col passato, altrimenti avrebbero
duvuto fare fronte, oltre che alla guerra, alle lotte sociali. Il Mezzogiorno,
infatti, non era la Sicilia, dove il grado di fascistizzazione delle comunità
era relativamente basso e dove non ci furono eccidi nazifascisti in misura
significativa da formare l'odio popolare verso gli occupanti.
L'epurazione portata avanti dagli alleati rispondeva a necessità
ben diverse da quella di rinnovare l'amministrazione: miravano piuttosto
alla pacificazione delle masse ed al controllo sociale, motivazioni alla
base anche delle scelte che accompagnarono la politica del Regno del sud,
oltre ovviamente alla già citata volontà di perseguire la
continuità per non ammettere le proprie colpe. Badoglio non pensò
mai di ripulire l'amministrazione dello Stato e ciò è dimostrato
dalla messa in pratica delle direttive seguite all'armistizio: di fatto
non furono puniti i fascisti ritenuti pericolosi, visto che i pericolosi
da perseguire si ridussero a 4/500 squadristi ed elementi di spicco del
partito nazionale fascista, che furono arrestati nei mesi di settembre-ottobre.
Il velato garantismo del Regno del sud fece sì che persino gli alleati
si indispettirono a tal punto da prendere una forte posizione critica.
Tra il 19 e 30 ottobre si tenne la Conferenza di Mosca tra U.R.S.S., U.S.A.
e Gran Bretagna, durante la quale venne sottoscritta segretamente dai partecipanti
una "Dichiarazione sull'Italia" in cui si diceva "che il
governo italiano (doveva assumere) una configurazione più democratica
grazie alla partecipazione dei rappresentanti di quegli strati della popolazione
che avevano sempre lottato contro il fascismo"[6].
Non fu più possibile, a quel punto, per il governo fare buon viso
a cattivo gioco.Non era più concesso l'immobilismo come si era
manifestato, ad esempio, in Sardegna. Qui più che altrove l'epurazione
non venne perseguita e ci si potrebbe sbilanciare fino a dire che nemmeno
incominciò. I militari fascisti furono immessi nel regio esercito
e fu scoperto persino un complotto, organizzato dal maggiore Giovanni Martini,
per tenere contatti tra la Sardegna e la R.S.I. La vicenda si concluse in
maniera poco chiara, poichè l'aereo che avrebbe dovuto trasportare
i materiali di indagine sulla faccenda cadde nel Mar Tirreno. La continuità
tra i funzionari e l'impunità dilaganti sull'isola suscitarono la
ferma lamentela di Aleksandr Bogomolov, rappresentante sovietico nella Commissione
consultiva alleata, che nell'aprile 1944 ebbe modo di comunicare il proprio
disappunto[7] .
3- i primi passi
Il 4 novembre 1943 Badoglio inviò una direttiva ai prefetti in
cui indicava chiaramente che "bisogna colpire per epurare". Altre
circolari (11 e 15 novembre) impressero ulteriormente decisionalità
ed accelerarono il ritmo dell'epurazione. Il vero elemento nuovo stava nell'istruzione
di perseguire i fascisti non più in merito alla loro pericolosità
bensì rispetto ai gradi ottenuti durante la dittatura (squadristi,
sciarpa littorio eccetera). I fascisti ora apparivano meno pericolosi perché
l'ipotesi di un ritorno al potere del fascismo era superata dai tempi: queste
due considerazioni, tuttavia, andavano accompagnate dal fatto che molti
erano i fascisti che avevano ottenuto posti nell'amministrazione. Per epurare
si doveva passare al vaglio anche l'apparato dello stato e la burocrazia:
questi luoghi erano pieni di fascisti non "pericolosi" ma che
avevano ottenuto privilegi dal regime durante il ventennio.
L'azione del governo si concretizzò e divenne maggiormente omogenea
nel mese di dicembre con la presentazione di due decreti in merito alla
"devoluzione dei patrimoni di non giustificata provenienza" e
alla "reintegrazione degli ebrei nei diritti civili". La vera
novità fu l'emanazione del primo decreto sull'epurazione che in maniera
organica andava a riorganizzare quanto ordinato, più o meno democraticamente,
in precedenza. Il decreto (Defascistizzazione delle amministrazioni dello
Stato, degli enti locali e parastatali, degli enti comunque sottoposti a
vigilanza o tutela dello Stato e delle aziende private esercenti pubblici
servizi o di interesse nazionale) fu tuttavia ritirato il 23 dicembre,
ridiscusso, riesaminato, e infine, il 28, riemanato. Badoglio ottenne ciò
che aveva più volte cercato, ossia l'appoggio degli alleati che,
accogliendo positivamente la decisione di perseguire i fascisti, estesero
la loro giurisdizione al decreto del 28, tranne le deroghe che prevedevano
la non punibilità per coloro che si erano fregiati di titoli quali
"legionario fiumano" e "sciarpa littorio". I soggetti
presi di mira dovevano essere giudicati da apposite commissioni che potevano
svolgere indagini e pronunciare sentenze. Tali commissioni sarebbero state
composte dal prefetto, due magistrati, un cittadino mutilato di guerra e
decorato e un perseguitato politico.
Il decreto del 28 dicembre si rivelò un fiasco colossale, per varie
cause che portarono a una mancata attuazione. In alcuni ministeri mancava
persino la carta su cui trascrivere gli eventuali atti di indagine, spesso
accadde che la "Gazzetta ufficiale" del 29 dicembre non giunse
a destinazione, facendo sì che non si potesse giudicare sulla base
di una legge che neppure si conosceva. Tra azioni di vero e proprio sabotaggio
e disinteresse, il decreto risultò inutile. Per porre un rimedio,
i più avveduti riuscirono a fare approvare, il 12 aprile, la formazione
di una commissione unica, che però ebbe vita breve e poco lavoro.
A fine maggio, nonostante le migliaia di denunce, erano stati esaminati
solamente 1.300 casi e ben pochi furono gli allontanati. Il governo militare
si comportò diversamente e agì in maniera più efficace
e profonda nell'allontanare i fascisti.
La già sperimentata via morbida all'epurazione, iniziata in Sicilia,
venne portata avanti anche successivamente dagli alleati. I fascisti più
pericolosi venivano allontanati, mentre gli altri dovevano compilare appositi
questionari sulla base dei quali, successivamente, sarebbero stati giudicati.
Alla fine di aprile i rimossi dagli incarichi nella provincia di Cosenza
erano 1.700, a Matera 400, a Reggio Calabria 200; alla fine di marzo a Napoli
erano 700.
Rispetto all'attività delle commissioni, gli allontanamenti fatti
dagli alleati furono molti. Le commissioni invece fallirono completamente
nel proprio compito. Si sciolsero dopo poco oppure si stabilizzarono su
una inattività che risultava imbarazzante per i membri dei partiti
di classe che, in alcuni casi, uscendo dalle commissioni ne decretarono
la fine.
Intanto la politica era in movimento. Togliatti tornò in Italia il
27 marzo, il 12 aprile il re decise di ritirarsi a vita privata. Le stragi
nazifasciste si intensificarono nel numero e nella ferocia: in particolare
si ricordi il 24 marzo alle Fosse Ardeatine. L'inversione dei rapporti di
forza tra i partiti e i drammi del paese non potevano più consentire
l'immobilismo conosciuto fino a quel punto.
4-il primo governo Bonomi
Il 22 aprile 1944 entrò in scena un nuovo Governo, il secondo
Governo Badoglio, con il compito di colmare il vuoto seguito all'uscita
di scena del re. Con la nomina di Badoglio, la prima volta, si scelse una
continuità marcata con il fascismo che non appariva gradita agli
alleati; ora invece la continuità velata era considerata una necessità
per non rafforzare i partiti di classe.
Il nuovo Governo pendeva comunque a sinistra, e i riflessi si ebbero immediatamente
sull'azione di defascistizzazione. L'11 maggio fu emanato il decreto numero
134 per la "punizione dei delitti e degli illeciti del fascismo".
Veniva prevista la pena di morte per i reati più gravi e si estese
la punibilità a fatti quali il colpo di stato del 3 gennaio 1925.
Si decretò l'annullamento delle amnistie emesse durante il fascismo
e la revisione di sentenze di natura politica. Un fatto molto rilevante
fu la formazione di un "Alto commissariato per la punizione dei delitti
e degli illeciti del fascismo" che però non poteva esprimere
giudizi poichè tale compito fu affidato ad un nuovo tipo di tribunali
speciali composti da un magistrato e da sette giurati. Carlo Sforza fu chiamato
alla carica di alto commissario, Mario Berlinguer del Partito d'Azione a
quella di alto commissario aggiunto. L'alto commissariato prese di mira
Giuseppe Frignani dirigente del Banco di Napoli, Achille Lauro, Domenico
Soprano ex prefetto di Napoli e Dino Grandi.
Mano a mano che il tempo passava la figura di Badoglio, come garante dell'ordine,
non serviva più e i rapporti di forza ormai erano a favore dei partiti
antifascisti che, in quanto repubblicani, non vedevano di buon occhio il
maresciallo. Il suo ruolo temporaneo terminò con la conquista di
Roma avvenuta il 4 giugno.
Il 18 giugno si insediò il nuovo governo presieduto da Bonomi che
il 27 luglio emanò il decreto numero 159, titolato "sanzioni
contro il fascismo", con l'intento di uniformare organicamente, ed
in maniera definitiva, le norme fino a quel momento in vigore. L'alto commissariato
si completò di figure che davano garanzia di svolgere un lavoro degno:
il socialista Pier Felice Stangoni si occupava della liquidazione dei beni
fascisti, il democristiano Mario Cingolani dell'avocazione dei profitti
di regime, il comunista Mauro Scoccimarro dell'epurazione nell'amministrazione
pubblica.
Rispetto a quanto avvenuto fino a quel momento, intervenne una frattura:
con la conquista di Roma si andò a occupare il territorio della RSI
e pertanto i reati del fascismo che si sarebbero dovuti giudicare aquisivano
progressivamente connotati più perversi e malvagi. Se i fascisti
coinvolti nell'epurazione fino a quel momento erano pesci piccoli, la situazione
ora cambiava notevolmente: ora si sarebbero dovuti giudicare i fascisti
facenti parte di una organizzazione statuale che non mollava e verso cui
si combatteva. Dato l'accresciuto numero dei possibili giudicandi, ed i
motivi sempre più gravi delle accuse, è facile intuire che
l'antifascismo e la rischiesta di giustizia andavano rafforzandosi sempre
più. Per frenare tale tendenza, gli alleati imposero un garantismo
equivoco con il memorandum operativo n. 67 del 5 luglio, in cui mantenevano
l'impegno ad allontanare dall'amministrazione i fascisti pericolosi ma,
rispetto al passato, dichiaravano di evitare il licenziamento del personale
amministrativo di rango inferiore.
Il pragmatismo della commissione di Roma parrebbe obbedire al memorandum:
in luglio furono allontanati dall'amministrazione provinciale 12 funzionari,
14 dalle Assicurazioni generali e 24 tra l'Istituto nazionale infortuni,
la compagnia italiana turismo e il pubblico trasporto. Queste cifre appaiono
basse confrontate con quelle provenienti da simili commissioni volute dagli
alleati, in particolare da Poletti, che risultarono ugualmente pragmatiche:
il caso della Campania, ad esempio, a fine giugno presentava la rimozione
di 3.700 fascisti e l'arresto di 200.
L'Alto commissariato iniziò a svolgere un'attività di non
poco conto. Alla data di ottobre erano state indagate, nella pubblica amministrazione,
6.000 persone tra cui 3.500 furono deferite alle 61 commissioni fino a quel
punto istituite. Le proposte di licenziamento erano 650 mentre i licenziamenti
già effettuati erano 167. Entro la fine dell'anno sarebbero state
indagate complessivemente 16.000 persone tra cui 600 furono allontanate
dagli incarichi e altre 1.400 ebbero sanzioni minori. Tra questi numeri
non sono inclusi gli epurati in precedenza e senza ombra di dubbio non sono
esaustivi e riorganizzati in maniera organica. Potrebbe essere d'aiuto quanto
disse allora il comunista Mauro Scoccimarro:"i deferimenti a giudizio
di epurazione nei più alti gradi raggiungono il 60 per cento. Nei
gradi medi invece la percentuale si prevede non supererà il 20 per
cento e nei gradi inferiori l'1 per cento"[8].
I funzionari delle forze armate in servizio l'8 settembre, 490 oltre agli
84 messi a riposo, furono deferiti in 135, prosciolti in 51, rimossi dall'incarico
in 7, retrocessi in 10. Tra i diplomatici di alto grado circa la metà
fu posta a riposo o licenziata. Tra i dipendenti del ministero della Giustizia,
che complessivamente erano 4.200, poco più di mille persone furono
indagate, 250 rinviate a giudizio con il risultato finale di soli 33 licenziamenti.
Al ministero delle Finanze, alla data di novembre, su 9 funzionari di grado
superiore e 53 di grado inferiore ne furono rimossi rispettivemente 8 e
30. Entro la fine dell'anno furono esaminati 3.000 casi all'interno della
magistratura.
L'Alta Corte fu chiamata a giudicare i fascisti più compromessi,
ma molti di questi erano già fuggiti all'estero o nei territori invasi
dell'Alta Italia. Il primo processo ad essere celebrato fu quello del questore
di Roma Caruso poi condannato a morte, che si tenne il 20 e 21 settembre.
In seguito toccò all'ex direttore della Banca d'Italia Vincenzo Azzolini
che fu condannato a trent'anni di reclusione. Il 14 dicembre fu la volta
di Riccardo Pentimalli e Ettore Del Tetto che non ordinarono alle truppe
la difesa della città di Napoli contro i tedeschi e pertanto furono
condannati a vent'anni di reclusione. Nello stesso periodo venne condannato
da un tribunale militare l'ex capo della milizia ed ex ministro delle colonie
Attilio Teruzzi a sei anni e tre mesi.
5-il secondo governo Bonomi
In novembre Scoccimarro rilasciò un'intervista all'Avanti!
in cui criticava apertamente e aspramente l'operato dell'Alto commissariato,
bloccato dall'inattività di persone ben riconoscibili quali il Ministro
della Marina e delle Finanze. E' utile riconoscere il fatto che nessun membro
dell'Alto commissariato si prodigò a tempo pieno quanto fece Scoccimarro
che, proprio per la sua attività a tutto raggio, portò avanti
il maggior numero di indagini e di domande di sospensione per i personaggi
non limpidi su cui si doveva indagare. Il 6 dicembre ordinò la sospensione
di quei funzionari che ricoprivano compiti appartenenti ai quattro più
alti livelli nella gerarchia delle dipendenze.
In breve tempo fu ritenuto troppo estremista nel fare i conti coi fascisti
e per questo divenne facile preda delle forze reazionarie che ne chiedevano
l'allontanamento dall'incarico di Commissario aggiunto. Nessuno difese le
azioni di Scoccimarro che dovette quindi rassegnare le dimissioni il 18
dicembre. Inizialmente Scoccimarro era stato scelto dal partito per esserne
un rappresentante in seno all'Alto commissariato. Questa delega, tuttavia,
non era dettata dalla fiducia che il partito aveva nella sua figura, quanto
probabilmente da una volontà di tenerlo lontano dalle reali dinamiche
decisionali del paese. Il PCI scelse una linea in sintonia con la svolta
di Salerno: le larghe intese si riproposero come possibile coesistenza nella
ricostruzione, a danno dei rapporti con gli altri due partiti di sinistra
che rimasero al di fuori del secondo Governo Bonomi.
Bonomi era l'unico a poter ricoprire la carica di Presidente del Consiglio,
sia per la sinistra, temporaneamente indebolita nel confronto con le forze
conservatrici, sia per la destra, attenta a non dare vita ad un esecutivo
trppo antifascista. La sua volontà nell'accentramento dei poteri
andò ben oltre alla necessaria continuità per garantire un
proficuo lavoro legislativo. Bonomi, dopo essere riuscito ad allontanare
Scoccimarro, decise di accentrare su di sè i poteri dell'Alto Commissario
che divenne un organismo sotto diretto controllo del Consiglio dei Ministri.
Il posto di Scoccimarro fu preso da un altro comunista, Ruggero Grieco.
Nei primi mesi del 1945 l'attività legislativa riprese vigore. Il
4 gennaio furono costituite le delegazioni provinciali, composte da tre
persone, che avrebbero dovuto rappresentare l'Alto commissariato su tutto
il territorio liberato. Veniva così limitata l'attività dei
prefetti. Nel frattempo continuavano i processi che coinvolgevano personalità
di spicco del fascismo. Mario Roatta, responsabile del servizio sicurezza
militare, Fulvio Suvich, sottosegretario alle Finanze e agli Esteri, Francesco
Jacomoni, capo dell'amministrazione in Albania, Filippo Anfuso, già
ambasciatore a Berlino, furono condannati il 12 marzo rispettivamente all'ergastolo,
a 24 anni di reclusione e alla pena di morte. Il processo fece tornare l'epurazione
al centro del dibattito politico a causa del suo singolare epilogo.
Roatta riuscì a fuggire, grazie ad amicizie che non erano scomparse,
la notte tra il 4 e 5 marzo. Il 6 ci fu una manifestazione popolare dai
toni piuttosto accesi a cui presero parte circa 15.000 persone. La vendetta
divenne la richiesta dei manifestanti, che si mossero prima di fronte al
Quirinale e poi al Viminale. Nella protesta trovò la morte un operaio
di nome Giuseppe Lasagna Mancini. Sin dalla mattina del giorno successivo
il Governo si riunì in seduta straordinaria per trattare principalmente
il tema dell'epurazione, e decise la costituzione di una commissione ministeriale
composta da Tupini, Mario Cevolotto, Manlio Brosio e Scoccimarro. Il 17
aprile la commissione presentò ben 5 progetti di legge, tra cui non
si può dimenticare la Istituzione di Corti d'Assise straordinarie
per i reati di collaborazione con i tedeschi. Tali corti, che erano
direttamente ricalcate sull'esempio dalla Cour de Justice francese,
erano composte da un magistrato nominato dal presidente della rispettiva
corte d'Appello e da quattro cittadini scelti da una lista fornita dal C.L.N.
L'attività epurativa riprese vigore sulla scia del caso Roatta ma
anche, e soprattutto, divenne la risposta che si doveva dare per rompere
con il passato una volta avvenuta la Liberazione. Con la Liberazione del
Nord e la dissoluzione della R.S.I. era giunto il momento di fare i conti
con il fascismo repubblichino: quello più truce e riconosciuto anche
dagli eserciti alleati come nemico, collaborazionista dei tedeschi. Le Commissioni
d'epurazione raggiunsero il numero di 300 e riuscirono a coprire, più
o meno, tutto il territorio a sud di quella che era stata la Linea Gotica.
L'azione investigativa in aprile giunse a toccare il 64% dei funzionari
ministeriali, dato che, rispetto alla misera cifra del 25% di inizio anno,
non può che colpire riconfermandp la centralità dell'epurazione
divenne nel dibattito e nell'azione politica. In luglio Grieco annunciò
che tutti i dipendenti ministeriali erano stati sottoposti ad indagine interna.
Complessivamente i procedimenti avviati alla data di luglio erano 37.000
di cui 16.000 già conclusi in primo grado; sulla base di questi ultimi,
3.000 furono i licenziati. Presumibilmente i licenziati appartenevano ai
funzionari di alto e medio livello poiché, da quanto si desume dal
Report on Defascism for year ending 31 jul.45, questi furono epurati
nel 66,5% dei casi,mentre i funzionari piccoli e medi per il 2,5% mentre
i subalterni per l'1,7%.
L'incremento nel numero degli epurati deve essere tuttavia ritenuto temporaneo
e funzionale alla situazione sociale del momento. In seguito, i licenziati
furono riammessi negli incarichi e persino riabilitati; il disegno di allontanare
i fascisti temporaneamente rispondeva alla necessità di dare un esempio
di giustizia sociale che altrimenti sarebbe stata perseguita dai partigiani.
I fascisti che ebbero pazienza di aspettare, quelli che ebbero la fortuna
di non essere parte in causa direttamente e quelli che avevano abbastanza
amicizie furono ripagati successivamente del loro temporeggiare: le riabilitazioni
e le revisioni salvarono molti che già erano stati condannati, e
i fascisti che non erano stati indagati all'inizio furono dimenticati.
In primavera si comprese che il fascismo non sarebbe potuto risorgere tanto
facilmente. Mussolini venne fucilato, su regolare sentenza del C.L.N. lombardo,
insieme ad un gruppo di gerarchi tra cui Pavolini Alessandro, segretario
del P.F.R., Liverani Augusto, ministro delle comunicazioni, Mezzasoma Fernando,
ministro della cultura popolare, Romano Ruggero, ministro dei lavori pubblici,
Zerbino Paolo, ministro degli interni, Coppola Goffredo, rettore dell'Università
di Bologna, Daquanno Ernesto, agenzia stampa Stefani, Utimpergher Idreno,
comandante delle Brigate Nere di Lucca. Molti altri personaggi furono condannati
a morte subito dopo la Liberazione: Roberto Farinacci, Guido Buffarini Guidi,
prefetto di Vercelli, i capi della polizia di Brescia e Novara.
A Liberazione avvenuta si giunse alla resa totale dei conti con il fascismo
e questo comportò una nuova e più massiccia presenza dell'organizzazione
resistenziale nei tribunali. Gli organismi competenti nel giudicare i fascisti
(Tribunali popolari, Tribunali militari, Corti d'Assise straordinarie) avrebbero
dovuto lavorare a completamento delle indagini incominciate dalle commissioni
d'epurazione, emettendo una regolare sentenza.
Per quanto riguarda i Tribunali militari che agirono tra aprile e maggio
ancora oggi non si è fatta luce sul numero complessivo delle sentenze,
sulla natura dei giudizi e, soprattutto, sulla loro equità. Essi
funzionarono più che altro nelle zone dove era stata forte la lotta
partigiana e dove questa era ben organizzata. I casi principali furono quelli
di Torino, Milano, Cremona. Ad Asti furono condannate a morte 24 persone,
a Como il 24 maggio venne eseguita la sentenza di condanna a morte nei confronti
del questore, Lorenzo Pozzoli, del capo dell'ufficio politico, Domenico
Saletta, e di due militi. Il più delle volte era scontato che il
risultato delle sentenze sarebbe stato di condanna alla pena di morte, però,
ad onore del vero, si deve tenere conto che gli imputati erano per la maggior
parte conosciuti unanimemente dalla popolazione come sciacalli e distruttori.
Il basso garantismo di questi tribunali, che si notava anche dalla durata
assai breve dei procedimenti, rifletteva in maniera proporzionale la fama
di colpevolezza di cui gli imputati si erano circondati.
I Tribunali popolari furono costituiti con il decreto "sui poteri
giurisdizionali del CLNAI" approvato il 25 aprile 1945 sulla base
di un ordine generale del C.L.N.A.I. del 16 agosto 1944, in cui si ordinava
di predisporre "una giustizia politica già in pieno funzionamento"
prima dell'arrivo degli alleati. I Tribunali popolari sorsero a Cremona,
Genova, Torino, Milano ed in altre città di Liguria, Piemonte, Emilia.
A causa di imprecisioni nelle fonti archivistiche, non si ha la certezza
che tali tribunali popolari non coincidessero con i tribunali militari;
spesso vengono indicati con lo stesso nome. L'unico caso certo è
quello di Udine in cui fu condannato a morte un giovane arruolatosi nelle
S.S. Per quanto riguarda le Corti d'Assise Straordinarie, la questione è
più complessa e verrà esaminata più avanti in maniera
specifica.
6. nuovi freni al C.L.N.
Nelle zone liberate sotto la giurisdizione degli angloamericani l'allontanamento
dei fascisti dall'amministrazione procedette in maniera radicale. Tale atteggiamento
durò ancora, poiché la sconfitta del fascismo e la sua condanna
costituivano un esempio e un incipit per quanto si sarebbe dovuto fare,
da lì a poco tempo, in tutta Europa. Nonostante gli Alleati fossero
nettamente decisionisti, l'epurazione svolta dagli italiani era, ai loro
occhi, lenta, inefficace e poco garantista. Un personaggio come Poletti
possedeva senza dubbio più affinità con Scoccimarro, rispetto
agli altri preposti all'epurazione che di fatto si dimostrarono poco attivi.
E' utile ricordare però che la giurisdizione degli angloamericani
durò tre mesi, e ciò che essi riuscirono a portare a termine,
in materia d'epurazione, venne inevitabilmente ed immancabilmente rimesso
in discussione dall'Alto commissariato. La successiva interruzione dei procedimenti,
che alimentaava il dubbio vi fossero veri e propri sabotaggi, poteva essere
in realtà un ottimo deterrente per gli alleati, affinché si
presentassero di fronte al mondo come i giusti garanti della ricostruzione.
Poco importava di personaggi come Poletti, dato che la classe dirigente
nazionale non si sarebbe ripulita da sé e di fronte al fatto che
le reali decisioni, eccezion fatta per alcuni casi, non venivano prese in
Italia.
Di fatto l'azione degli Alleati continuò in progressione fino alla
vigilia della Liberazione. A marzo furono licenziate a Perugia 900 persone,
a Siena 160, a Lucca 320. In seguito alle ben note ordinanze n. 67 e n.
35 gli alleati promulgarono, il 2 giugno, l'ordinanza n. 46 dal titolo "Epuration
on Private Industry" con l'intento di indagare anche nel mondo
della produzione capitalistica. L'ossatura produttiva stava al nord, dove
altri problemi andavano a sommarsi: in particolare l'esistenza di un movimento
operaio largamente antifascista era un elemento nuovo per gli alleati. Porre
freno all'azione delle commissioni aziendali, o C.L.N. aziendali, diveniva
per gli alleati un elemento importante per frenare una componente forte
e agguerrita dei partiti di classe. Frenare l'epurazione di persone non
coinvolte in reati fascisti, ma mal viste dai lavoratori, significava mettere
in discussione solamente una piccola parte della produzione di guerra e
del fordismo fascista. Alla FIAT furono allontanate 734 persone tra cui
22 direttori di prima categoria, 22 di seconda e 33 di terza.
La distribuzione dei questionari da parte degli alleati continuò
come avvenne in precedenza in Meridione. L'autocertificazione rimase l'elemento
portante per licenziare chi si era macchiato di reati fascisti; in seguito
all'ordinanza n. 46, la facoltà di licenziare si rese disponibile
anche nel settore privato. I licenziamenti non furono numerosi in relazione
al fatto che l'apparato della R.S.I. si trovava al nord; la stessa considerazione
vale per il settore privato se si tiene conto che anch'esso era in regime
di occupazione. In Veneto i licenziamenti furono circa 1.500, in Liguria
(dicembre) 470, in Emilia-Romagna (luglio) 2.213, in Lombardia (dicembre)
1.073.
Le Università di Bologna, Padova e Genova poterono riaprire nel luglio
1945 e da lì a poco tempo furono ritenute completamente rinnovate.
7. il governo Parri
A fine giugno, il 20, cambiò il governo che passò nelle
mani dell'azionista Ferruccio Parri. Una rottura maggiore rispetto al passato:
il nuovo esecutivo era ben più orientato a sinistra di quanto non
fosse accaduto fino a quel momento. Tutti i partiti componenti del C.L.N.
ne fecero parte.
L'Alto commissariato finalmente tornava ad avere un responsabile, che venne
individuato nel socialista Pietro Nenni. Nenni si presentò sin dal
principio come tenace perseguitore di una linea piuttosto dura e decisionista
nei confronti degli ex fascisti, . A dire il vero, il tempo a disposizione
rimaneva poco e per epurare non se ne sarebbe dovuto utilizzare troppo.
Il grosso del lavoro da svolgere rimaneva al nord, mentre in centro e sud
Italia si potevano già tirare delle somme.
In Meridione, su 7.400 procedimenti avanzati nei confronti dei dipendenti
della pubblica amministrazione 5.100 furono portati a termine, di questi
1.200 si conclusero con il licenziamento, 1.500 con pene minori. Complessivamente
i giudicati in primo grado nella zona della penisola restituita agli italiani,
nel mese di ottobre, riguardavano, su di un numero totale di 378.000 procedimenti,
44.000 dipendenti, su un numero complessivo di 630.000, di cui 3.600 furono
licenziati.
Il 4 agosto venne promulgato un decreto con lo scopo di indagare la direzione
e i sindaci delle società private.
Intanto stava per scadere il tempo a disposizione per le Corti d'Assise
che, per come era stato stabilito, avrebbero dovuto sciogliersi con la fine
dell'anno. Le Corti furono prorogate per un altro anno tramite decreto del
4 ottobre, Modificazioni alle norme sulle sanzioni contro il fascismo,
che però prevedeva l'eliminazione dell'Alto commissariato dal momento
che si riteneva che i casi principali - e in qualche modo esemplari - fossero
conclusi. Dalla Liberazione a quel momento l'Alto commissariato aveva portato
avanti sei processi pubblici e quattro a porte chiuse. Il 28 maggio si tenne
il corrispettivo del Processo di Verona che vide imputati Giuseppe
Bottai, Giacomo Acerbo, Luigi Federzoni, Edmondo Rossoni. La sentenza condannò
Acerbo a trent'anni di carcere e gli altri all'ergastolo.
L'azione di Nenni impresse un carattere nuovo. Egli cercò di togliere
quanto di superfluo vi era nella legislazione. Con un decreto del 14 novembre
ridusse le pene da comminare ai colpevoli (rimase solamente il licenziamento)
e portò modifiche in merito al comportamento da tenere per ripulire
la pubblica amministrazione e revisionare gli albi professionali. Quindici
articoli su venti riguardavano la pubblica amministrazione, mentre quattro
il settore privato. Resosi conto che l'azzeramento dell'Alto commissariato
non poteva avere come conseguenza l'interruzione di quanto fatto fino a
quel momento, Nenni decise di emanare un decreto, il 9 novembre, concedendo
la possibilità, entro 60 giorni, di porre a riposo i funzionari dal
grado I al grado V.
Gli effetti della "legge Nenni" non tardarono a farsi sentire
e possono essere riassunti grazie all'esistenza di un bilancio presentato
il 28 febbraio. Il numero degli epurandi nei ministeri si ridusse a 30.000,
quelli già indagati erano 23.000 di cui 3.800 subirono un procedimento
che si concluse con il licenziamento per 730 dipendenti ministeriali. Se
a questi si aggiungono quelli che lasciarono il lavoro, ovvero 640, si giunge
alla misera cifra di 1370 che rappresenterebbe il 4-5% dei funzionari di
alto grado. Dei 300.000 dipendenti comunali e provinciali solamente la metà,
in base ad un documento di metà gennaio, fu sottoposta ad indagine;
i licenziati furono 1.550 ma non si possiedono informazioni complete circa
la restante metà da giudicare. I funzionari di cui fu richiesto l'allontanamento,
in base al decreto d'accompagnamento del 1 novembre 1945, furono 350 e tale
provvedimento venne ritenuto eccessivo. Il 20 gennaio venne stilata una
nuova lista di 191 dirigenti che non furono licenziati ma posti a riposo
d'autorità.
Il decreto cosiddetto di accompagnamento provocò le ire dei liberali
che, essendosi già in precedenza espressi in favore di un'amnistia,
ne presero le distanze. La decisione di far cadere il Governo su tale questione
sembrò comunque esagerata, ma a ben vedere i liberali furono l'ago
della bilancia pesantemente utilizzato per spostare l'esecutivo su posizioni
più conservatrici. Essi chiedevano un maggiore controllo del governo
sui C.L.N. che furono gradualmente estromessi dalle azioni epurative. Quando
il 10 dicembre De Gasperi presentò il nuovo governo[9],
la crisi si rivelò per quel che era: un espediente per frenare quanto
si sarebbe potuto ancora fare per epurare. Poiché tre quarti dei
ministri del nuovo governo erano gli stessi del governo dimissionario, non
sembrò esserci stata una eccessiva rinuncia ad una politica di unità
nazionale. A ben vedere, i liberarono cercarono proprio di porre un freno
al ricambio generalizzato della classe dirigente. Del resto, i democristiani
erano sulle stesse posizioni, che tuttavia non sostennero direttamente in
prima persona.
L'eliminazione dell'Alto commisariato avvenne il 1 febbraio 1946, Devoluzione
con il decreto alla Presidenza del Consiglio dei ministri delle attribuzioni
dell'Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo, che istituì
l'"Ufficio per le sanzioni contro il fascismo". Il 13 settembre
il Governo approvò un altro decreto, Disposizioni relative alle
delegazioni locali per le sanzioni contro il fascismo ed alla segreteria
della commissione di cui all'art. 3 del decreto legislativo luogotenenziale
4 agosto 1945 n. 477, in cui veniva posta fine alle influenze dei C.L.N.
nelle commissioni d'epurazione. Entrambi i decreti mostrano che con il governo
De Gasperi si ebbe una netta involuzione nei procedimenti politici contro
i fascisti, che d'ora innanzi sarebbero stati affare solamente della magistratura
e della burocrazia.
8. l'amnistia del giugno 1946
La politica di De Gasperi è da interpretare come azione accentratrice,
volta a ridurre di numero gli istituti preposti all'applicazione delle sanzioni
contro i fascisti. Lo scopo era ridurre i soggetti attivi nell'epurazione
e farla rientrare nell'attività ordinaria di organi dello Stato,
decisamente in continuità col vecchio regime.
Col tempo si pose anche il problema di superare il clima emergenziale instauratosi
l'indomani della Liberazione. I tentativi di ricostituire uno stato fascista
non apparivano più credibili, mentre si era diffusa nel paese la
convinzione di avere sufficientemente punito i colpevoli e che i problemi
della ricostruzione erano ben più importanti. Il fatto che più
di tutti ruppe con la prassi fino ad allora portata avanti fu la decisione,
da parte del guardiasigilli Togliatti, di concedere un'amnistia che giungeva
come risposta a un medesimo progetto di Umberto di Savoia in occasione della
sua incoronazione.
Il nuovo decreto presidenziale (22 giugno 1946, n.4, Amnistia e indulto
per reati comuni, politici e militari) venne emanato dopo il referendum
del 2 giugno per un calcolo di natura politica. Nessuno si sarebbe preso
la responsabilità di una così radicale azione prima di avere
avuto la certezza nel consenso. E' curioso rilevare invece che in seguito
il decreto fu votato all'unanimità. I partiti di massa in quel momento
storico si resero conto di dovere agire prudentemente, perché le
loro scelte erano distanti, specie nel caso dei comunisti e dei socialisti,
dalla volontà dei loro aderenti.
Il compromesso di Togliatti prevedeva la riduzione delle pene e l'annullamento
solamente per quelle inferiori ai cinque anni. La non punibilità
era prevista per i reati politici commessi dopo la fine della guerra. Il
provvedimento non voleva essere troppo permissivo e prevedeva la tutela
dei molti partigiani che si fecero giustizia da sè. Tuttavia, le
poche indecisioni o imperfezioni della normativa divennero subito l'espediente
per assolvere indiscriminatamente quasi tutti i fascisti. I partigiani invece
vennnero ugualmente puniti, in base all'accusa di avere commesso reati comuni
e non politici.
La magistratura applicò l'amnistia nella maggior parte dei casi;
la Cassazione si dimostrò di manica larga attraverso due procedure:
l'annullamento immediato con la relativa scarcerazione oppure l'annullamento
delle sentenze e il rinvio in sedi diverse e più magnanime. Anche
le Corti d'Assise seguirono la stessa tendenza.
Molti fascisti tornarono a piede libero, altri ripulirono la propria fedina
penale, altri ancora rimpatriarono perchè amnistiati anche se in
contumacia.
L'amnistia toccò anche i fascisti maggiormente compromessi, nei cui
confronti le precedenti condanne erano state prive delle molte formule dubitative
in merito alla partecipazione diretta a fatti criminosi. Molti condannati
tentando di riemergere come doppiogiochisti, sostenendo di avere in qualche
maniera aiutato la Resistenza, e riuscirono a ottenere attenuanti e relative
riduzioni di pena. Tra i fortunati non meritevoli di alcuna magnanimità
sono da ricordare l'ex sottosegretario Fulvio Suvich, l'ex governatore d'Albania
Francesco Saccomani e l'ex sottosegretario Bruno Biagi che furono scarcerati.
Furono rimessi in libertà anche 4 componenti dell "Banda Koch",
famigerato gruppo di criminali che già durante la R.S.I. aveva avuto
problemi legali perché troppo fascista, troppo spietato e troppo
sanguinario.
9. la riabilitazione
Le sezioni speciali delle Corti d'Assise operarono fino al dicembre del
1947 dopodichè scomparve qualsiasi istituto con il compito di punire
i fascisti. Pochissimi furono quelli giudicati in seguito e per la maggior
parte dei casi i reati vennero ritenuti estinti perché amnistiati.
Negli anni successivi l'unica azione verso i fascisti fu la totale cancellazione
dei crimini e la successiva riabilitazione. Tre decreti in particolare posero
fine all'epurazione nel peggiore dei modi: il primo del 9 febbraio 1948
recava il titolo Concessione di amnistia e di indulto per reati annonari,
comuni e politici; il secondo del 23 dicembre 1949 era una legge delega,
Delega al Presidente della Repubblica per la concessione di indulto;
il terzo e ultimo decreto era del 19 dicembre 1953: Concessione di amnistia
e di indulto.
La riabilitazione del personale epurato dall'amministrazione si ebbe con
il decreto legislativo n. 48 del 7 febbraio 1948: Norme per la estinzione
dei giudizi di epurazione e per la revisione dei provvedimenti già
adottati. Tutti i fascisti ebbero, potenzialmente, la possibilità
di tornare ad essere cittadini a tutti gli effetti; essi si salvarono grazie
ad agevolazioni che provenivano da ex fascisti inseriti nella burocrazia
che, seppure montati in poco tempo sul carro dei vincitori, erano memori
dei vecchi tempi e coscienti di essere stati fortunati opportunisti.
L'unica condanna al fascismo rimase quella popolare concentrata più
che altro nel Nord del paese. L'ostracismo però si riversò
solamente verso le persone ben visibili e non protette. I fascisti che si
arricchirono in tempo di guerra depredando la popolazione erano protetti
oppure già espatriati.
Il colpo di grazia all'epurazione fu dato dal Tribunale Supremo Militare
nell'aprile 1954. Senza entrare nel merito delle accuse attribuite agli
imputati il Tribunale applicò la legge del 1953 e concesse immediata
liberazione. In maniera sconcertante si deduce dalla sentenza che:
"1. (...) ai combattenti della R.S.I. dev'essere riconosciuta la
qualifica di belligeranti;
2. (...) ai partigiani non spetta la medesima qualifica perchè non
si fregiavano di segni distintivi riconoscibili a distanza e non erano sottoposti
alla giuridizione del codice militare;
3. (...) la Repubblica di Salò, sia pure per errore, poteva essere
considerata un governo legittimo, ma che l'errore in materia di legittimità
costituzionale non integra come tale un reato punibile;
4. (...) gli appartenenti dell'esercito fascista, alla Guardia nazionale
repubblicana e alle Brigate Nere - proprio in quanto belligeranti - sotto
il profilo della responsabilità penale possono valersi della discriminante
rappresentata dall'adempimento di un dovere;
5. (...) non essendo di conseguenza punibile come omicidio l'uccisione di
partigiani, gli autori possono beneficiare dell'amnistia del 22 giugno 1946
relativamente al solo reato che hanno effettivamente commesso, ossia quello
di collaborazionismo"[10].
I CASI
1. Le corti d'Assise straordinarie
Il 22 aprile 1944 il Governo Bonomi emanò il DLL 142 con il quale
vennero istituite Corti d'Assise straordinarie, che sarebbero entrate in
funzione man mano che procedeva la liberazione dei territori verso Nord.
Le Corti agirono in maniera radicale, è ormai appurato che furono
le uniche istituzioni efficaci nella repressione dei crimini fascisti nonostante
si trovassero di fronte, talvolta, situazioni incresciose quali la mancanza
di aule, dattilografi e fondi.
Appena entravano in funzione, le Corti erano solite giudicare i fascisti
della prima ora, i gerarchi, le figure più in luce dei fascismi locali,
i seviziatori che più di altri avevano contribuito alla formazione
del rifiuto del regime da parte della popolazione. Le condanne esemplari
riguardano questi soggetti e appartengono al primo periodo di funzionamento
delle Corti. Le condanne a morte furono, fino all'autunno 1945, 30 in Veneto,
27 in Lombardia, 9 in Piemonte, 24 a Reggio Emilia, 18 a Lodi. In novembre
Parri comunica che il numero delle condanne a morte era giunto alla cifra
di 320. In tre anni di lavoro le Corti avrebbero emanato complessivamente,
secondo Woeller, circa 1.000 condanne a morte. Le esecuzioni però
furono molte meno grazie alle riduzioni di pena, che venivano solitamente
concesse nei processi successivi al primo grado; in tutto le esecuzioni
furono tra le 60 e le 80.
Se è fuori discussione l'operato positivo delle C.A.S., è
altrettanto fuori discussione il vero e proprio sabotaggio nei loro confronti
perseguito dalla Cassazione. La continuità nella magistratura di
carriera fece sì che molte revisioni delle sentenze non fossero altro
che distorte interpretazioni della norma a scopo assolutorio. L'annullamento
dei giudizi ed il cambiamento di sede giudiziaria ai procedimenti furono
le tattiche usate sia per fare perdere alla gente l'interesse verso i processi,
sia per far giudicare i colpevoli in luoghi differenti da quelli in cui
l'odio popolare era buon deterrente per una sorta di presunzione di colpevolezza
delegata all'opinione pubblica. Va da sé che i presidenti di Corte
furono magnanimi nel giudicare i condannati ricorsi in Cassazione, per i
quali si chiedeva un nuovo giudizio: per fare carriera nella magistratura
si poteva andare contro tendenza ai superiori, dunque non era il caso di
mettere in discussione le decisioni dei colleghi che avevano fatto carriera
durante il regime.
Molte revisioni e assoluzioni, tuttavia, non sono riconducibili al sabotaggio
della Cassazione, ma anche a molte imprecisioni contenute nelle norme e
soprattutto nell'amnistia del 1946. La magistratura giunse ad amnistiare
torturatori perché pose scandalosamente la differenza tra sevizie
e sevizie particolarmente efferate; con la medesima non chalance
venne steso un velo sul fascismo del ventennio e delle colonie, e fu principalmente
perseguito il reato di collaborazionismo con il tedesco invasore a scapito
dell'avere preso parte alla R.S.I.
Il numero complessivo dei procedimenti svolti tra il 1945 e il 1947 oscillerebbe
tra i 20.000 ed i 30.000. Il numero delle donne risulta basso: furono coinvolte,
più che altro, per essere state alle dipendenze della Wehrmacht o
di qualche organizzazione fascista, con l'accusa di essere informatrici
delle S.S. tedesche e della polizia fascista. La loro punizione fu "stranamente
percepita dai mezzi di comunicazione come una sorta di rituale purificatorio
della femminilità italiana"[11]
Milano:
Nel 1945 la C.A.S. di Milano emanò 158 assoluzioni, 193 condanne,
8 dichiarazioni d'incompetenza e 2 casi in cui non si doveva procedere.
Nel 1946 le assoluzioni furono 158, le condanne 128, le dichiarazioni d'incompetenza
4, le amnistie 65 e 8 le condanne per reati comuni. Nel 1947 le assoluzioni
furono 24, le condanne 67, le amnistie 30.
Milano è importante perchè era l'unica sede ad avere, secondo
il decreto n. 142, una sezione speciale della Corte di Cassazione con il
compito di sottoporre gli appelli delle Corti D'Assise straordinarie. Con
il DLL 625 gli appelli tornarono ad essere di competenza della magistratura
ordinaria. Il maggiore artefice delle indiscriminate assoluzione fu Vincenzo
de Ficchy.
Rovigo:
Nel 1945 le condanne furono 148, le assoluzioni 108; nel 1946 le assoluzioni scendono a 73, le condanne a 91 e le amnistie, entrate in vigore in giugno, sono 22; nell'ultimo anno i giudicati crollano di numero: le condanne furono 13, le assoluzioni 10 e le amnistie 8. Le condanne a morte inflitte furono, complessivamente, 13, quelle eseguite 5.
Verona[12]:
Gli imputati nei tre anni furono 418. Nel 1945 tra i 127 imputati ci furono 45 assoluzioni e 82 condanne. Nel 1946 le assoluzioni furono 64, le condanne 98 e le amnistie 59. Nell'ultimo anno di attività della C.A.S. ci furono 31 condanne, 20 assoluzioni e 9 amnistie. La condanna più dura, la pena di morte, venne pronunciata in 18 casi.
Como:
La CAS di Como emanò nel 1945 11 condanne a morte nell'arco di tre processi. I dati completi per i tre anni sono in via di revisione insieme a quelli della CAS di Lecco.
Piemonte:
In Piemonte operarono 11 corti d'Assise straordinarie: Torino, Alba,
Alessandria, Aosta, Asti, Biella, Casale, Cuneo, Ivrea, Novara e Vercelli.
Nell'arco dei tre anni le sentenze complessive furono 2.507 nei confronti
di 3.634 imputati. Le condanne a morte furono 203, quelle all'ergastolo
23.
Altri 129 processi si tennero dopo il 1947 in sede ordinaria. 15 sentenze
vennero pronunciate dai tribunali militari straordinari e 47 da Tribunali
territoriali di guerra[13].
2. la ricostruzione capitalistica
La maggior parte degli industrali riuscì a sfuggire alle sanzioni
principalmente grazie a pressioni esercitate verso i C.L.N., oppure adottando
una difesa che li presentasse come doppiogiochisti. Senza dimenticare il
contributo della popolazione, è innegabile che la Resistenza sia
stata finanziata anche da parte del mondo industriale e finanziario. Per
esempio la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano avevano depositi
destinati alla lotta di Liberazione che appartenevano a industrie quali
Falck e Edison.
Nonostante si possano ricostruire episodi frammentari che stanno a dimostrare
il contrario, la gran parte del capitalismo italiano collaborò con
i tedeschi, convertendo la produzione principalmente per scopi militari.
Le officine venivano presidiate militarmente e spesso le ritorsioni contro
gli operai prevedevano la meta sicura di un campo di lavoro in Germania;
se l'arresto era dovuto ad uno sciopero, il viaggio terminava in campi di
sterminio.
Le officine strategiche per le forniture belliche venivano controllate più
delle altre tramite l'organizzazione tedesca Todt. Si comprende facilmente
che, dato che il ruolo direttamente repressivo era affidato ai tedeschi,
erano loro i maggiori responsabili del terrore. Ma anche gli italiani aiutarono
i nazisti nella repressione, compilando liste di operai da mandare in Germania.
Verso questo tipo di collaborazionismo con il nemico si scatenò una
particolare rabbia che non potè essere ignorata. A ben vedere la
punizione questo comportamento fu l'unica ad essere perseguita.
Tra le gerarchie del capitalismo fascista-fordista, gli unici ad essere
messi sotto accusa e parzialmente condannati furono i quadri intermedi:
quel tipo particolare di controllore che in regime di guerra viene utilizzato
per placare e reprimere il conflitto. In periodo di guerra, il conflitto
si acuisce come risposta della classe operaia alla ristrutturazione-regressione
del lavoro che si poggia su due principali dati empirici e storicamente
determinati: primo, il lavoro vivo aumenta nella composizione organica di
capitale per fare fronte ad un accrescimento progressivo della produzione
e, secondo, il pluslavoro assoluto torna ad essere risorsa utilizzabile
dello sfruttamento rispetto al pluslavoro relativo.
Complessivamente l'epurazione nelle imprese riguardò il capitalismo
lavorativo e quasi mai i detentori di capitale. Tra le persone maggiormente
colpite dalle sanzioni ci furono quelle più esposte e visibili oltre
a quelle che avevano commesso le infamie più odiate.
Qualche esempio può chiarire quanto detto. Vittorio Valletta della
F.I.A.T venne difeso pressoché da tutti e principalmente dagli alleati.
Al processo del 1945 le ritrattazioni dei testimoni furono palesemente compiacenti
con l'imputato. Il direttore amministrativo delle officine Ansaldo e Dalmine
di Genova - Agostino Rocca - venne messo sotto accusa dal C.L.A. ma strenuamente
difeso dagli alleati. Decise di rifugiarsi in Argentina e di non affrontare
l'epurazione essendo cosciente dei crimini commessi. Il consigliere delegato
della Chatillon - Furio Cicogna - venne accusato di essere stato iscritto
al P.N.F. dal 1932 e di avere ricoperto incarichi di rilievo nell'Organizzazione
Centrale Corporativa. Tra i molti capi d'accusa vi era anche l'iscrizione
al P.F.R. che il Cicogna rese obbligatoria a tutti i funzionari dell'azienda.
La clamorosa ritrattazione del C.L.A. è emblematica: il Cicogna divenne
sostenitore, probabilmente a sua insaputa, della Resistenza. Il C.L.A. inoltrò
una ventina di pratiche per l'epurazione. Il padrone della Magneti Marelli
- Bruno Antonio Quintavalle - venne messo sotto accusa dal comitato aziendale.
Si venne a creare una rottura con gli altri C.L.A. di aziende legate a Quintavalle.
La rottura venne ricucita grazie all'intervento di Emilio Sereni, presidente
del C.L.N. lombardo, che difese il proprietario della Magneti Marelli. Il
proprietario della Innocenti venne sollecitato a tornare, per ricoprire
l'incarico direzionale nel più breve tempo possibile, per fare fronte
alla ripresa economica. Il passato di fascista non venne riesumato in favore
di una maschera ben più presentabile: egli divenne "un buon
patriota". Alla Breda la commissione d'epurazione agì, muovendosi
autonomamente, più di quanto fosse stato fatto altrove. Vennero licenziati
tre dirigenti in quanto colpevoli di avere compilato alcune liste di operai
da deportare in Germania. La Corte d'Assise di Milano condannò anche
un direttore tecnico. Alla Montecatini il licenziamento toccò 7 persone
e come al solito la dirigenza non venne messa in discussione. Guido Donegani
venne arrestato ma riuscì a fuggire e a espatriare in Svizzera. A
tutti erano noti i legami tra Montecatini e fascismo, lungo il ventennio
la politica del regime fu di tenere bassi i salari, fermare i prezzi delle
produzioni e acquistare ingenti quantitativi di commesse. Questi sono ingredienti
che ricordano il monopolio. Donegani venne scagionato nonostante avesse
ottenuto numerosi benefici dal regime .
Per avere un'idea complessiva dell'epurazione torna utile la relazione finale
della "Commissione epurazione imprese private" del 26 aprile 1948.
In tre anni furono 140 i ricorsi presentati alle disposizioni emanate dagli
alleati e dai C.L.A.. Supponendo realisticamente che quasi tutti facessero
ricorso, la stima di 200 allontanamenti tra il personale con compiti dirigenziali
parrebbe essere reale. All'inizio del 1948 erano 90 i ricorsi ancora in
corso e furono archiviati con il decreto del 7 febbraio dello stesso anno.