Epurazione e continuità delle classi dirigenti dal 1943 al 1953:
una prima ricostruzione

di Matteo Dominioni

AVVERTENZA
Una ricerca completa in materia di sanzioni contro il fascismo, più brevemente epurazione, non è mai stata fatta anche perché si tratta di un ingente lavoro che potrebbe essere svolto solamente da un gruppo di persone e non da un singolo. Un tentativo per avere una visione più ampia potrebbe essere quello di accorpare tutte le singole ricerche svolte negli anni, avvalendosi anche di quei contributi di origine straniera relativi alle influenze degli anglo-americani. La disgregazione attuale dei contributi della ricerca non impedisce tuttavia di giungere ad alcune conclusioni: le porzioni di ricostruzione storica disponibili permettono infatti, in modo sufficiente, di avere una visione di massima piuttosto attendibile.
Nessuno ormai metterebbe in discussione la critica secondo cui "in Italia le sanzioni penali contro gli ex-fascisti e i collaborazionisti e l'epurazione (...) si sono risolte dopo un anno o due in un nulla di fatto"[1]. Più impegnativo è il percorso che porta a tale conclusione. Dopo la caduta del fascismo, coincidente secondo certa storiografia con il momentaneo dissolversi dell'autorità e dell'organizzazione statuale, si dovettero fare i conti con le persone, dagli alti papaveri ai più bassi collaborazionisti, che incarnavano il recente passato da cui si dovevano prendere le distanze. Attraverso una apposita legislazione sostitutiva della precedente si cercò di colpire i crimini del fascismo, ma alcuni punti della critica al regime non erano acquisiti da tutti i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale. Il riferimento è al dibattitto sorto allora in merito all'origine del fascismo, e se questo fosse riconducibile ad una parentesi, comunque non positiva, della storia d'Italia o piuttosto ad un vizio di forma ad originem della borghesia italiana, portatrice di un ordine autoritario in quanto poco egemone,. Tale dibattito, che tutt'oggi rimane aperto, anzichè essere assimilato a posizioni politiche nei confronti del fascismo, divenne gradualmente pura questione storiografica, col risultato di impedire una effettiva ed efficace azione epurativa.

GLI ATTORI

1. "Un triangolo di posizioni diverse"

I partiti che costituivano il C.L.N. non avevano posizioni unanimi sulla futura amministrazione e forma dello stato da edificare dopo il fascismo. Le divergenze erano ancora più visibili nell'immediato dopoguerra, prima dell'emanazione della Costituzione, e soprattutto in merito all'epurazione. A questo nodo si collegano innanzitutto le posizioni di ciascuna compagine political in merito ai C.L.N. : quale sarebbe stato il compito dei Comitati nell'epurazione e nella futura vita del paese?
I maggiori sostenitori del mantenimento in vita dei C.L.N. erano gli autonomisti del Partito d'Azione che prospettavano un'espansione dell'esperienza dei consigli. Attraverso un autogoverno dal basso, volevano modificare radicalmente la rappresentanza, essendo ormai delusi dalla democrazia parlamentare, parte integrante delle concause della nascita del fascismo, e allo stesso tempo coscienti di cosa fosse lo stalinismo. Gli autonomisti, per dirla in breve, proponevano una ricetta libertaria e democratica per evitare di cadere nei rischi dello stalinismo ma anche, e soprattutto, nel grigiore della democrazia parlamentare, appannagio del reale dominio di classe. L'attiva partecipazione delle masse, che avrebbe dovuto essere presente a partire dalle fabbriche per finire nei ministeri, si era arricchita con i consigli di una esperienza da non sottovalutare e da tenere come modello di superamento del capitalismo[2].
Nel Partito d'Azione convivevano, com'è noto, molte anime, e anche sul problema dei C.L.N. non vi era unanimità. Posizioni diverse da quella degli autonomisti erano presenti nella parte ciellenistica del Partito d'Azione, in cui i "razionalizzatori", onde evitare ulteriori involuzioni in senso autoritario della rappresentatività, pensavano a un ordine con un esecutivo gerarchizzato e risoluto per evitare le situazioni di vuoto di potere e crisi che, a suo tempo, avevano permesso al fascismo di occupare le stanze dei bottoni. I razionalizzatori giunsero persino a proporre la repubblica presidenziale.
L'idea dei democristiani e dei liberali era che al fascismo avesse giovato, per giungere al potere, una situazione di disordine ed assenza di autorità e che quindi il naturale impegno del parlamentarismo in difesa della libertà dovesse essere mantenuto e rafforzato. Soprattutto i democristiani si impegnarono a disconoscere, una volta terminata la guerra, qualsiasi ruolo ai C.L.N. che dovevano essere sostituiti dalle competenze dei rispettivi organi dello Stato. Si potrebbe aggiungere che la D.C. preferiva rompere con la democrazia dal basso e con l'attiva partecipazione popolare alla ricostruzione, per accentrare sullo Stato decisioni che si preferiva venissero dall'alto.
I comunisti preferirono la "lunga marcia verso le istituzioni" piuttosto che impegnarsi in una strategia che si proponesse di modificare alla base l'ordinamento giuridico dello Stato posto dal fascismo. Inoltre si interessarono più ai rapporti con gli altri partiti di massa, principalmente la D.C., che delle questioni istituzionali. Il C.L.N. veniva inteso come organismo dalle più disparate funzioni, anche quelle inutili, che prendesse decisioni, come durante la guerra, secondo la formula dell'unanimità. In questa posizione sostanzialmente conservatrice pesavano anche, come verrà esposto più avanti, le precauzioni, da parte della dirigenza comunista, nei confronti dell'applicazione e interpretazione delle sanzioni contro il fascismo, per ridurre il sabotaggio continuo delle istituzioni ancora non epurate.
La posizione dei comunisti nei confronti dell'epurazione subì dei mutamenti, che ebbero ripercussioni sulle scelte pratiche messe in campo. Sono soprattutto due le discontinuità rilevanti: la prima risale alla presa di Roma ed alla successiva formazione del Governo Bonomi; la seconda è collocabile nel giugno 1946 quando il Ministro Togliatti si assunse la non facile responsabilità di chiudere i conti col fascismo emanando un'amnistia. Non è ancora chiaro cosa abbia maggiormente influito su queste scelte: il pragmatismo del P.C.I. fu dovuto ad una imposizione staliniana proveniente dall'estero oppure venne perseguito coscientemente, con lo scopo di costruire un partito di massa e vasto un consenso, necessari per raggiungere il potere? E' chiaro che le due ipotesi sono concorrenti.
Una componente fondamentale negli attori italiani che influenzarono l'epurazione è rappresentata dal clero. Le gerarchie ecclesistiche non furono mai epurate nonostante avessero aderito, parzialmente, alla R.S.I. Il Vaticano in qualche caso intervenne direttamente per appoggiare alcuni imputati di cui si voleva l'assoluzione, e cercò anche di ottenere la liberazione di persone già condannate.

2. Gli alleati

Il ruolo degli alleati nella politica italiana non può essere trascurato: essi furono gli interlocutori della classe dirigente e soprattutto, avendo posto la penisola sotto la loro influenza, divennero i diretti registi dell'ordine politico da instaurare dopo il conflitto. Il rischio che i loro disegni geo-politici sfumassero era di fronte a tutti: la Jugoslavia era stata conquistata dai partigiani e la Grecia non aveva vissuto la pacificazione ad opera delle democrazie occidentali, ma presentava una guerra di classe repressa nel sangue.
E' ormai assodato che l'Italia entrò a fare parte a pieno titolo dell'Occidente. La spinta in questa direzione, nell'ambito dello scambio interimperialista tra alleati e U.R.S.S., provenne principalmente dall'Inghilterra, bramosa di accedere al Mediterraneo. Fu proprio l'Inghilterra, in un primo momento, a propendere per la continuità dello stato, che significava il mantenimento dell'amministrazione e, anzichè garantire l'autonomia per una efficace rottura con il passato, non era altro che offrire "l'immunità in cambio della obbedienza"[3]. La posizione dell'Inghilterra nei confronti della ricostruzione italiana non è comprensibile pienamente se non si tiene conto del fatto che Churchill pose un forte veto al riconoscimento dell'organizzazione resistenziale nel Nord Italia. Egli si pose come interlocutore del re e di Badoglio per contrastare il crescente partito comunista; si candidò a garante dell'ordine allo stesso modo in cui, a suo tempo, preferì Mussolini al bolscevismo e l'Africa Orientale Italiana piuttosto che altri concorrenti - la Germania - nella spartizione del mondo tra potenze.
Gli Stati Uniti ebbero un atteggiamento più progressivo verso le eventuali vie d'uscita dall'amministrazione fascista dello stato. Essi propendevano per un'assunzione dei poteri da parte degli occupanti, che significava minore autonomia degli italiani ma anche la possibile marginalizzazione della vecchia classe dirigente. Mano a mano che nella situazione politica internazionale si andava delineando l'egemonia statunitense, in Italia si verificò un lento scemare della presenza inglese. Dopo Yalta e l'esperienza greca, le forze innovatrici del paese si erano indebolite e gli U.S.A. divennero i maggiori garanti della continuità.
L'atteggiamento di americani e inglesi verso l'Italia fu diverso nonostante i fatti successivi possano smentire tale affermazione. Gli Inglesi proclamavano la loro intenzione di "prevenire epidemie e disordini", gli americani di "creare stabilità e prosperità". Non vi è dubbio su chi fosse più lungimirante[4].

3. Il Regno del Sud

Badoglio e il re non avevano in mente una epurazione efficace, quel che interessava loro era non essere messi in ombra dalle decisioni degli alleati e prevenire un ingresso nel governo delle forze antifasciste.
Badoglio risulta attendista nel punire i fascisti, ma ciò non dipende da un'indecisione verso persone che, fondamentalmente, non avevano avuto esperienze tanto dissimili dalle sue: egli mantenne posizioni ambigue per non inimicarsi nè gli alleati, che in un primo momento propendevano per una rottura con le gerarchie costruite dal fascismo, nè il re, che non pensava di certo ad un'epurazione.
Vittorio Emanuele III non fece pressioni affinchè iniziasse l'epurazione al sud, almeno come esempio. Si deve rilevare che per il re ammettere la necessità di epurare le istituzioni, da intendersi in senso lato, avrebbe significato anche ammettere implicitamente che alla casa Savoia era sfuggita, progressivamente negli anni, la possibilità di esercitare un controllo effettivo sull'organizzazione dello Stato. Difficilmente il monarca avrebbe accettato l'idea che la classe dirigente era più fascista che monarchica. Non seguì un'autocritica in tal senso, e pertanto l'epurazione non venne ritenuta opportuna.

I FATTI

1- I 45 giorni

Non interessa rievocare, nell'economia del discorso, gli avvenimenti che portarono all'arresto di Mussolini ed alla nomina di Badoglio. Quel che interessa ricordare è che sul territorio della penisola vennero gradualmente ad esserci tre governi che, a ben vedere, apparivano come autonominatisi. Si ricordi anche che l'Italia non abbandonò il conflitto, la guerra continuava per mantenere fede alla parola data alla Germania nazista.
Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1943, in seguito all'annuncio dello speaker dei proclami del re e di Badoglio, il popolo festeggiò la caduta del fascismo senza che vi fossero, è il caso di ricordare, incidenti di rilievo. Tutto sommato la situazione era sotto controllo ed il passaggio di poteri apparve sempre più come un colpo di stato.
Badoglio era un militare e in quanto tale, durante il regime, aveva visto accrescere il proprio prestigio limitatamente alle sotto-diarchie tra militari e politici create da Mussolini per mantenere saldo il controllo degli apparati. Dai tempi in cui era stato nominato Duca di Addis Abeba gli anni erano passati e finalmente poteva tornare sulla cresta dell'onda; ciò avvenniva anche in un periodo di potenziale rottura che avrebbe potuto giovare ai tanti postfascisti. Non pensò mai di limitare il proprio potere ora che lo aveva. Agli alleati appariva una figura utile perchè, essendo un militare, avrebbe frenato le organizzazioni antifasciste nella corsa al nord. Al re, anche se non tutte le decisioni furono in sintonia, è utile ricordare che Badoglio appariva come l'unico possibile traghettatore. Nessuno intervenne per intimidire o frenare Badoglio nella militarizzazione del sud e nella repressione del conflitto sociale.
Le lotte operaie che iniziarono a fine luglio furono più volte represse nel sangue, nelle province di competenza furono spostati i poteri delle autorità civili alle autorità militari, l'OVRA non fu sciolta, la milizia volontaria per la sicurezza nazionale venne incorporata nell'esercito, restarono in vigore le leggi razziali. La censura sui giornali non fu tolta e si fece in modo che non fossero lasciati spazi sui giornali ai partiti antifascisti. Potremmo sbilanciarci e accogliere la definizione che fu data allora del governo: un "fascismo senza Mussolini".
L'epurazione iniziò tardivamente ma qualche punto lo portò a segno. Furono destituiti alcuni rettori di università, anche se la maggiore parte dei docenti rimase al proprio posto. Pietro Calamandrei fu nominato rettore a Firenze, Luigi Einaudi a Torino, Concetto Marchesi a Padova e Adolfo Omodeo a Napoli. Il ministro dell'Educazione nazionale Leonardo Severi iniziò anche un'opera di defascistizzazione dei libri di testo delle scuole di grado inferiore ed abrogò la Carta della scuola.
Il ministro dell'Interno Bruno Fornaciari, un ex prefetto fascista di chiara fama, destituì dall'incarico 20 prefetti e ne trasferì 2 su di un totale di 90. Tale azione non piacque al re, a cui parve troppo severa. Vittorio Emanuele III nominò come nuovo ministro un altro ex prefetto, Umberto Ricci, il quale destituì, fino all'8 settembre, 14 prefetti che erano già nel mirino del suo predecessore. Ricci agì più che altro attraverso un vorticoso giro di incarichi e di luoghi di servizio. Seppure i dati siano sommari, si ricorda che nelle province di Napoli e Benevento furono destituiti dall'incarico un terzo dei Podestà.
E' utile rilevare che mai nella storia dello stato unitario si visse un così grosso rimescolamento di prefetti. A ben vedere essi furono spostati di sede o sostituiti, il più delle volte, dai viceprefetti, ovvero da persone che avevano fatto carriera alla medesima maniera entro l'ordine gergarchico imposto dal fascismo. Nei casi di Napoli, Taranto e Foggia i prefetti vennero sostituiti in seguito al diretto intervento degli alleati.
Il primi veri e propri arresti di fascisti, se si escludono casi isolati il 25-26 luglio, avvennero il 23 agosto. Venne arrestato il fior fiore dei fascisti restati in libertà: Giuseppe Bottai, Attilio Terruzzi, Raffaello Riccardi, Antonio Tringali Casanova, Ubaldo Soddu, Achille Starace, Enzo Galbiati, Ugo Cavallero, Galeazzo Ciano, Carlo Scorza. Durante gli arresti venne ucciso Ettore Muti, ex segretario del partito nazionale fascista.

2- dai 45 giorni alla Conferenza di Mosca

Gli Alleati sbarcarono in Sicilia il 10 luglio. Vi furono tensioni tra americani e inglesi, in particolare contrasti su quale tipo di amministrazione dovesse essere instaurata: i primi propendevano per una politica di "direct rule" i secondi per l'"indirect rule". Accanto a tale disomogeneità di posizioni, vi fu anche una disputa su chi dovesse essere senior partner oppure junior partner.
L'azione epurativa iniziò in Sicilia senza che fossero previste adeguate iniziative di rieducazione in senso democratico del popolo. Nonostante le indicazioni del Dipartimento di Stato americano invitassero ad agire nel senso di una "rimozione di tutti i dirigenti del partito da ogni incarico di responsabilità", nei fatti alla data di fine agosto solo 1.500 fascisti erano stati internati. La Chiesa cercò di sabotare l'epurazione attraverso la richiesta di colpi di spugna e l'attiva partecipazione nella liberazione di ex-fascisti; in questa attività si distinse soprattutto il cardinale Lavitrano di Palermo.
Per quanto riguarda i prefetti ed i podestà siciliani è il caso di ricordare che i primi furono tutti destituiti (9 su 9) così come i secondi, eccezion fatta per i podestà che si unirono agli eserciti alleati tra cui quelli di Palermo e Catania. Tali destituzioni potrebbero apparire come una discontinuità all'interno dell'amministrazione dello stato ed indicare gli alleati come giusti giustizieri, se non si sapesse che i nuovi amministratori furono scelti da boss mafiosi che a loro volta erano stati nominati da alcuni ufficiali alleati. Se si considera che la mafia era, ed in parte lo è ancora oggi, uno strumento di intimidazione utilizzato dai notabili, i quali altro non erano se non il tramite della classe dirigente nell'organizzazione del consenso elettorale, dovrebbe essere ovvia la lettura storiografica secondo la quale in Sicilia non cambiò la classe dirigente.
L'epurazione iniziò tardivamente e tale scelta è stata oggetto di diverse interpretazioni. Secondo alcuni la situazione era così difficile che, fra le iniziative alleate, era necessario anteporre la questione umanitaria degli aiuti, mentre la lotta tra potenze consigliò di mantere l'epurazione entro un margine non troppo vasto, almeno fino alla fine di agosto, al fine di evitare una eccessiva reazione della Germania[5]. Secondo altri l'atteggiamento fu sì attendista da parte degli alleati, ma altrettanto opportunista da parte di Badoglio, che non pensò mai ad una profonda defascistizzazione e che agì solo il 23 agosto perchè si sentiva sicuro di un non intervento tedesco e della futura alleanza con gli angloamericani. L'epurazione intrapresa da Badoglio pertanto servì, innanzitutto, a Badoglio stesso per mostrarsi affidabile agli alleati e non troppo compromesso con scelte antifasciste ai tedeschi, ma tornò utile agli alleati stessi che, grazie ad una minimale azione di rottura, potevano presumere che la rabbia popolare fosse scemata grazie alla punizione di qualche alto papavero.
In Sicilia l'epurazione toccò anche la scuola, tanto che in ottobre si poteva notare che tutti i provveditori dell'isola erano stati allontanati. Per quanto riguarda i tre atenei siciliani (Palermo, Catania e Messina), si deve rilevare che i rettori furono destituiti insieme a 16 presidi di facoltà e 11 docenti (9 a Palermo, 1 a Messina, 1 a Catania). Un'azione decisamente più incisiva si ebbe nell'Accademia Reale di Palermo e all'Accademia Peloritana di Messina, dove i licenziamenti furono rispettivemente 26 e 36.
Di particolare rilievo fu l'attività svolta dalla commissione presieduta da Adolfo Omodeo nell'università di Napoli. Egli fu nominato rettore dagli alleati il 1 ottobre, dopo la liberazione della città, ed intraprese un'azione non certo facile che portò, nel febbraio 1944, alla sospensione dell'incarico di 3 liberi docenti e di 15 docenti ordinari sul numero complessivo di 120. Col procedere dei mesi però si verificò una situazione ai limiti del grottesco - e non è che un esempio che si ripeterà: con l'emanazione del decreto legislativo luogotenenziale del 27 luglio 1944 l'attività della commissione dovette riprendere dall'inizio per essere rispettosa norma. Il risultato fu che nell'estate del 1945 tutti i docenti allontanati furono reintegrati nelle loro attività.
L'episodio dell'università di Napoli è significativo perché dimostra quanto ampie fossero le capacità di sabotare l'attività delle commissioni cui prendevano parte antifascisti dichiarati. Sin dopo l'armistizio si inizia a vedere l'inversione di tendenza delle politiche alleate, che premevano per una "partecipazione controllata" degli antifascisti.
Anche se la partecipazione antifascista era "controllata", è il caso di sottolineare che una minima epurazione, nei territori progressivamente liberati, ci fu. Probabilmente si rese inevitabile anche per gli alleati. I prefetti che a suo tempo non erano stati epurati da Badoglio furono tutti destituiti. Stessa sorte toccò a molti sindaci: a Matera 27 su 32, a Potenza 70 su 91, a Reggio Calabria 70 su 89, a Catanzaro 100 su 154, a Cosenza 93 su 152 e la stessa tendenza è presente a Napoli, Benevento e Avellino. Ma questi numeri non sono sufficienti a far ritenere incoraggiante l'epurazione nel Mezzogiorno. E' doveroso ricordare che, mano a mano che il conflitto si spostava a Nord, aumentavano, quasi proporzionalmente, le stragi, la rabbia della popolazione e le rappresaglie. Per tenere sotto controllo la situazione gli alleati dovevano perciò dare l'idea, almeno nel breve periodo, di voler rompere col passato, altrimenti avrebbero duvuto fare fronte, oltre che alla guerra, alle lotte sociali. Il Mezzogiorno, infatti, non era la Sicilia, dove il grado di fascistizzazione delle comunità era relativamente basso e dove non ci furono eccidi nazifascisti in misura significativa da formare l'odio popolare verso gli occupanti.
L'epurazione portata avanti dagli alleati rispondeva a necessità ben diverse da quella di rinnovare l'amministrazione: miravano piuttosto alla pacificazione delle masse ed al controllo sociale, motivazioni alla base anche delle scelte che accompagnarono la politica del Regno del sud, oltre ovviamente alla già citata volontà di perseguire la continuità per non ammettere le proprie colpe. Badoglio non pensò mai di ripulire l'amministrazione dello Stato e ciò è dimostrato dalla messa in pratica delle direttive seguite all'armistizio: di fatto non furono puniti i fascisti ritenuti pericolosi, visto che i pericolosi da perseguire si ridussero a 4/500 squadristi ed elementi di spicco del partito nazionale fascista, che furono arrestati nei mesi di settembre-ottobre. Il velato garantismo del Regno del sud fece sì che persino gli alleati si indispettirono a tal punto da prendere una forte posizione critica.
Tra il 19 e 30 ottobre si tenne la Conferenza di Mosca tra U.R.S.S., U.S.A. e Gran Bretagna, durante la quale venne sottoscritta segretamente dai partecipanti una "Dichiarazione sull'Italia" in cui si diceva "che il governo italiano (doveva assumere) una configurazione più democratica grazie alla partecipazione dei rappresentanti di quegli strati della popolazione che avevano sempre lottato contro il fascismo"[6]. Non fu più possibile, a quel punto, per il governo fare buon viso a cattivo gioco.Non era più concesso l'immobilismo come si era manifestato, ad esempio, in Sardegna. Qui più che altrove l'epurazione non venne perseguita e ci si potrebbe sbilanciare fino a dire che nemmeno incominciò. I militari fascisti furono immessi nel regio esercito e fu scoperto persino un complotto, organizzato dal maggiore Giovanni Martini, per tenere contatti tra la Sardegna e la R.S.I. La vicenda si concluse in maniera poco chiara, poichè l'aereo che avrebbe dovuto trasportare i materiali di indagine sulla faccenda cadde nel Mar Tirreno. La continuità tra i funzionari e l'impunità dilaganti sull'isola suscitarono la ferma lamentela di Aleksandr Bogomolov, rappresentante sovietico nella Commissione consultiva alleata, che nell'aprile 1944 ebbe modo di comunicare il proprio disappunto[7] .

3- i primi passi

Il 4 novembre 1943 Badoglio inviò una direttiva ai prefetti in cui indicava chiaramente che "bisogna colpire per epurare". Altre circolari (11 e 15 novembre) impressero ulteriormente decisionalità ed accelerarono il ritmo dell'epurazione. Il vero elemento nuovo stava nell'istruzione di perseguire i fascisti non più in merito alla loro pericolosità bensì rispetto ai gradi ottenuti durante la dittatura (squadristi, sciarpa littorio eccetera). I fascisti ora apparivano meno pericolosi perché l'ipotesi di un ritorno al potere del fascismo era superata dai tempi: queste due considerazioni, tuttavia, andavano accompagnate dal fatto che molti erano i fascisti che avevano ottenuto posti nell'amministrazione. Per epurare si doveva passare al vaglio anche l'apparato dello stato e la burocrazia: questi luoghi erano pieni di fascisti non "pericolosi" ma che avevano ottenuto privilegi dal regime durante il ventennio.
L'azione del governo si concretizzò e divenne maggiormente omogenea nel mese di dicembre con la presentazione di due decreti in merito alla "devoluzione dei patrimoni di non giustificata provenienza" e alla "reintegrazione degli ebrei nei diritti civili". La vera novità fu l'emanazione del primo decreto sull'epurazione che in maniera organica andava a riorganizzare quanto ordinato, più o meno democraticamente, in precedenza. Il decreto (Defascistizzazione delle amministrazioni dello Stato, degli enti locali e parastatali, degli enti comunque sottoposti a vigilanza o tutela dello Stato e delle aziende private esercenti pubblici servizi o di interesse nazionale) fu tuttavia ritirato il 23 dicembre, ridiscusso, riesaminato, e infine, il 28, riemanato. Badoglio ottenne ciò che aveva più volte cercato, ossia l'appoggio degli alleati che, accogliendo positivamente la decisione di perseguire i fascisti, estesero la loro giurisdizione al decreto del 28, tranne le deroghe che prevedevano la non punibilità per coloro che si erano fregiati di titoli quali "legionario fiumano" e "sciarpa littorio". I soggetti presi di mira dovevano essere giudicati da apposite commissioni che potevano svolgere indagini e pronunciare sentenze. Tali commissioni sarebbero state composte dal prefetto, due magistrati, un cittadino mutilato di guerra e decorato e un perseguitato politico.
Il decreto del 28 dicembre si rivelò un fiasco colossale, per varie cause che portarono a una mancata attuazione. In alcuni ministeri mancava persino la carta su cui trascrivere gli eventuali atti di indagine, spesso accadde che la "Gazzetta ufficiale" del 29 dicembre non giunse a destinazione, facendo sì che non si potesse giudicare sulla base di una legge che neppure si conosceva. Tra azioni di vero e proprio sabotaggio e disinteresse, il decreto risultò inutile. Per porre un rimedio, i più avveduti riuscirono a fare approvare, il 12 aprile, la formazione di una commissione unica, che però ebbe vita breve e poco lavoro. A fine maggio, nonostante le migliaia di denunce, erano stati esaminati solamente 1.300 casi e ben pochi furono gli allontanati. Il governo militare si comportò diversamente e agì in maniera più efficace e profonda nell'allontanare i fascisti.
La già sperimentata via morbida all'epurazione, iniziata in Sicilia, venne portata avanti anche successivamente dagli alleati. I fascisti più pericolosi venivano allontanati, mentre gli altri dovevano compilare appositi questionari sulla base dei quali, successivamente, sarebbero stati giudicati. Alla fine di aprile i rimossi dagli incarichi nella provincia di Cosenza erano 1.700, a Matera 400, a Reggio Calabria 200; alla fine di marzo a Napoli erano 700.
Rispetto all'attività delle commissioni, gli allontanamenti fatti dagli alleati furono molti. Le commissioni invece fallirono completamente nel proprio compito. Si sciolsero dopo poco oppure si stabilizzarono su una inattività che risultava imbarazzante per i membri dei partiti di classe che, in alcuni casi, uscendo dalle commissioni ne decretarono la fine.
Intanto la politica era in movimento. Togliatti tornò in Italia il 27 marzo, il 12 aprile il re decise di ritirarsi a vita privata. Le stragi nazifasciste si intensificarono nel numero e nella ferocia: in particolare si ricordi il 24 marzo alle Fosse Ardeatine. L'inversione dei rapporti di forza tra i partiti e i drammi del paese non potevano più consentire l'immobilismo conosciuto fino a quel punto.

4-il primo governo Bonomi

Il 22 aprile 1944 entrò in scena un nuovo Governo, il secondo Governo Badoglio, con il compito di colmare il vuoto seguito all'uscita di scena del re. Con la nomina di Badoglio, la prima volta, si scelse una continuità marcata con il fascismo che non appariva gradita agli alleati; ora invece la continuità velata era considerata una necessità per non rafforzare i partiti di classe.
Il nuovo Governo pendeva comunque a sinistra, e i riflessi si ebbero immediatamente sull'azione di defascistizzazione. L'11 maggio fu emanato il decreto numero 134 per la "punizione dei delitti e degli illeciti del fascismo". Veniva prevista la pena di morte per i reati più gravi e si estese la punibilità a fatti quali il colpo di stato del 3 gennaio 1925. Si decretò l'annullamento delle amnistie emesse durante il fascismo e la revisione di sentenze di natura politica. Un fatto molto rilevante fu la formazione di un "Alto commissariato per la punizione dei delitti e degli illeciti del fascismo" che però non poteva esprimere giudizi poichè tale compito fu affidato ad un nuovo tipo di tribunali speciali composti da un magistrato e da sette giurati. Carlo Sforza fu chiamato alla carica di alto commissario, Mario Berlinguer del Partito d'Azione a quella di alto commissario aggiunto. L'alto commissariato prese di mira Giuseppe Frignani dirigente del Banco di Napoli, Achille Lauro, Domenico Soprano ex prefetto di Napoli e Dino Grandi.
Mano a mano che il tempo passava la figura di Badoglio, come garante dell'ordine, non serviva più e i rapporti di forza ormai erano a favore dei partiti antifascisti che, in quanto repubblicani, non vedevano di buon occhio il maresciallo. Il suo ruolo temporaneo terminò con la conquista di Roma avvenuta il 4 giugno.
Il 18 giugno si insediò il nuovo governo presieduto da Bonomi che il 27 luglio emanò il decreto numero 159, titolato "sanzioni contro il fascismo", con l'intento di uniformare organicamente, ed in maniera definitiva, le norme fino a quel momento in vigore. L'alto commissariato si completò di figure che davano garanzia di svolgere un lavoro degno: il socialista Pier Felice Stangoni si occupava della liquidazione dei beni fascisti, il democristiano Mario Cingolani dell'avocazione dei profitti di regime, il comunista Mauro Scoccimarro dell'epurazione nell'amministrazione pubblica.
Rispetto a quanto avvenuto fino a quel momento, intervenne una frattura: con la conquista di Roma si andò a occupare il territorio della RSI e pertanto i reati del fascismo che si sarebbero dovuti giudicare aquisivano progressivamente connotati più perversi e malvagi. Se i fascisti coinvolti nell'epurazione fino a quel momento erano pesci piccoli, la situazione ora cambiava notevolmente: ora si sarebbero dovuti giudicare i fascisti facenti parte di una organizzazione statuale che non mollava e verso cui si combatteva. Dato l'accresciuto numero dei possibili giudicandi, ed i motivi sempre più gravi delle accuse, è facile intuire che l'antifascismo e la rischiesta di giustizia andavano rafforzandosi sempre più. Per frenare tale tendenza, gli alleati imposero un garantismo equivoco con il memorandum operativo n. 67 del 5 luglio, in cui mantenevano l'impegno ad allontanare dall'amministrazione i fascisti pericolosi ma, rispetto al passato, dichiaravano di evitare il licenziamento del personale amministrativo di rango inferiore.
Il pragmatismo della commissione di Roma parrebbe obbedire al memorandum: in luglio furono allontanati dall'amministrazione provinciale 12 funzionari, 14 dalle Assicurazioni generali e 24 tra l'Istituto nazionale infortuni, la compagnia italiana turismo e il pubblico trasporto. Queste cifre appaiono basse confrontate con quelle provenienti da simili commissioni volute dagli alleati, in particolare da Poletti, che risultarono ugualmente pragmatiche: il caso della Campania, ad esempio, a fine giugno presentava la rimozione di 3.700 fascisti e l'arresto di 200.
L'Alto commissariato iniziò a svolgere un'attività di non poco conto. Alla data di ottobre erano state indagate, nella pubblica amministrazione, 6.000 persone tra cui 3.500 furono deferite alle 61 commissioni fino a quel punto istituite. Le proposte di licenziamento erano 650 mentre i licenziamenti già effettuati erano 167. Entro la fine dell'anno sarebbero state indagate complessivemente 16.000 persone tra cui 600 furono allontanate dagli incarichi e altre 1.400 ebbero sanzioni minori. Tra questi numeri non sono inclusi gli epurati in precedenza e senza ombra di dubbio non sono esaustivi e riorganizzati in maniera organica. Potrebbe essere d'aiuto quanto disse allora il comunista Mauro Scoccimarro:"i deferimenti a giudizio di epurazione nei più alti gradi raggiungono il 60 per cento. Nei gradi medi invece la percentuale si prevede non supererà il 20 per cento e nei gradi inferiori l'1 per cento"[8]. I funzionari delle forze armate in servizio l'8 settembre, 490 oltre agli 84 messi a riposo, furono deferiti in 135, prosciolti in 51, rimossi dall'incarico in 7, retrocessi in 10. Tra i diplomatici di alto grado circa la metà fu posta a riposo o licenziata. Tra i dipendenti del ministero della Giustizia, che complessivamente erano 4.200, poco più di mille persone furono indagate, 250 rinviate a giudizio con il risultato finale di soli 33 licenziamenti. Al ministero delle Finanze, alla data di novembre, su 9 funzionari di grado superiore e 53 di grado inferiore ne furono rimossi rispettivemente 8 e 30. Entro la fine dell'anno furono esaminati 3.000 casi all'interno della magistratura.
L'Alta Corte fu chiamata a giudicare i fascisti più compromessi, ma molti di questi erano già fuggiti all'estero o nei territori invasi dell'Alta Italia. Il primo processo ad essere celebrato fu quello del questore di Roma Caruso poi condannato a morte, che si tenne il 20 e 21 settembre. In seguito toccò all'ex direttore della Banca d'Italia Vincenzo Azzolini che fu condannato a trent'anni di reclusione. Il 14 dicembre fu la volta di Riccardo Pentimalli e Ettore Del Tetto che non ordinarono alle truppe la difesa della città di Napoli contro i tedeschi e pertanto furono condannati a vent'anni di reclusione. Nello stesso periodo venne condannato da un tribunale militare l'ex capo della milizia ed ex ministro delle colonie Attilio Teruzzi a sei anni e tre mesi.

5-il secondo governo Bonomi

In novembre Scoccimarro rilasciò un'intervista all'Avanti! in cui criticava apertamente e aspramente l'operato dell'Alto commissariato, bloccato dall'inattività di persone ben riconoscibili quali il Ministro della Marina e delle Finanze. E' utile riconoscere il fatto che nessun membro dell'Alto commissariato si prodigò a tempo pieno quanto fece Scoccimarro che, proprio per la sua attività a tutto raggio, portò avanti il maggior numero di indagini e di domande di sospensione per i personaggi non limpidi su cui si doveva indagare. Il 6 dicembre ordinò la sospensione di quei funzionari che ricoprivano compiti appartenenti ai quattro più alti livelli nella gerarchia delle dipendenze.
In breve tempo fu ritenuto troppo estremista nel fare i conti coi fascisti e per questo divenne facile preda delle forze reazionarie che ne chiedevano l'allontanamento dall'incarico di Commissario aggiunto. Nessuno difese le azioni di Scoccimarro che dovette quindi rassegnare le dimissioni il 18 dicembre. Inizialmente Scoccimarro era stato scelto dal partito per esserne un rappresentante in seno all'Alto commissariato. Questa delega, tuttavia, non era dettata dalla fiducia che il partito aveva nella sua figura, quanto probabilmente da una volontà di tenerlo lontano dalle reali dinamiche decisionali del paese. Il PCI scelse una linea in sintonia con la svolta di Salerno: le larghe intese si riproposero come possibile coesistenza nella ricostruzione, a danno dei rapporti con gli altri due partiti di sinistra che rimasero al di fuori del secondo Governo Bonomi.
Bonomi era l'unico a poter ricoprire la carica di Presidente del Consiglio, sia per la sinistra, temporaneamente indebolita nel confronto con le forze conservatrici, sia per la destra, attenta a non dare vita ad un esecutivo trppo antifascista. La sua volontà nell'accentramento dei poteri andò ben oltre alla necessaria continuità per garantire un proficuo lavoro legislativo. Bonomi, dopo essere riuscito ad allontanare Scoccimarro, decise di accentrare su di sè i poteri dell'Alto Commissario che divenne un organismo sotto diretto controllo del Consiglio dei Ministri. Il posto di Scoccimarro fu preso da un altro comunista, Ruggero Grieco.
Nei primi mesi del 1945 l'attività legislativa riprese vigore. Il 4 gennaio furono costituite le delegazioni provinciali, composte da tre persone, che avrebbero dovuto rappresentare l'Alto commissariato su tutto il territorio liberato. Veniva così limitata l'attività dei prefetti. Nel frattempo continuavano i processi che coinvolgevano personalità di spicco del fascismo. Mario Roatta, responsabile del servizio sicurezza militare, Fulvio Suvich, sottosegretario alle Finanze e agli Esteri, Francesco Jacomoni, capo dell'amministrazione in Albania, Filippo Anfuso, già ambasciatore a Berlino, furono condannati il 12 marzo rispettivamente all'ergastolo, a 24 anni di reclusione e alla pena di morte. Il processo fece tornare l'epurazione al centro del dibattito politico a causa del suo singolare epilogo.
Roatta riuscì a fuggire, grazie ad amicizie che non erano scomparse, la notte tra il 4 e 5 marzo. Il 6 ci fu una manifestazione popolare dai toni piuttosto accesi a cui presero parte circa 15.000 persone. La vendetta divenne la richiesta dei manifestanti, che si mossero prima di fronte al Quirinale e poi al Viminale. Nella protesta trovò la morte un operaio di nome Giuseppe Lasagna Mancini. Sin dalla mattina del giorno successivo il Governo si riunì in seduta straordinaria per trattare principalmente il tema dell'epurazione, e decise la costituzione di una commissione ministeriale composta da Tupini, Mario Cevolotto, Manlio Brosio e Scoccimarro. Il 17 aprile la commissione presentò ben 5 progetti di legge, tra cui non si può dimenticare la Istituzione di Corti d'Assise straordinarie per i reati di collaborazione con i tedeschi. Tali corti, che erano direttamente ricalcate sull'esempio dalla Cour de Justice francese, erano composte da un magistrato nominato dal presidente della rispettiva corte d'Appello e da quattro cittadini scelti da una lista fornita dal C.L.N.
L'attività epurativa riprese vigore sulla scia del caso Roatta ma anche, e soprattutto, divenne la risposta che si doveva dare per rompere con il passato una volta avvenuta la Liberazione. Con la Liberazione del Nord e la dissoluzione della R.S.I. era giunto il momento di fare i conti con il fascismo repubblichino: quello più truce e riconosciuto anche dagli eserciti alleati come nemico, collaborazionista dei tedeschi. Le Commissioni d'epurazione raggiunsero il numero di 300 e riuscirono a coprire, più o meno, tutto il territorio a sud di quella che era stata la Linea Gotica. L'azione investigativa in aprile giunse a toccare il 64% dei funzionari ministeriali, dato che, rispetto alla misera cifra del 25% di inizio anno, non può che colpire riconfermandp la centralità dell'epurazione divenne nel dibattito e nell'azione politica. In luglio Grieco annunciò che tutti i dipendenti ministeriali erano stati sottoposti ad indagine interna. Complessivamente i procedimenti avviati alla data di luglio erano 37.000 di cui 16.000 già conclusi in primo grado; sulla base di questi ultimi, 3.000 furono i licenziati. Presumibilmente i licenziati appartenevano ai funzionari di alto e medio livello poiché, da quanto si desume dal Report on Defascism for year ending 31 jul.45, questi furono epurati nel 66,5% dei casi,mentre i funzionari piccoli e medi per il 2,5% mentre i subalterni per l'1,7%.
L'incremento nel numero degli epurati deve essere tuttavia ritenuto temporaneo e funzionale alla situazione sociale del momento. In seguito, i licenziati furono riammessi negli incarichi e persino riabilitati; il disegno di allontanare i fascisti temporaneamente rispondeva alla necessità di dare un esempio di giustizia sociale che altrimenti sarebbe stata perseguita dai partigiani. I fascisti che ebbero pazienza di aspettare, quelli che ebbero la fortuna di non essere parte in causa direttamente e quelli che avevano abbastanza amicizie furono ripagati successivamente del loro temporeggiare: le riabilitazioni e le revisioni salvarono molti che già erano stati condannati, e i fascisti che non erano stati indagati all'inizio furono dimenticati.
In primavera si comprese che il fascismo non sarebbe potuto risorgere tanto facilmente. Mussolini venne fucilato, su regolare sentenza del C.L.N. lombardo, insieme ad un gruppo di gerarchi tra cui Pavolini Alessandro, segretario del P.F.R., Liverani Augusto, ministro delle comunicazioni, Mezzasoma Fernando, ministro della cultura popolare, Romano Ruggero, ministro dei lavori pubblici, Zerbino Paolo, ministro degli interni, Coppola Goffredo, rettore dell'Università di Bologna, Daquanno Ernesto, agenzia stampa Stefani, Utimpergher Idreno, comandante delle Brigate Nere di Lucca. Molti altri personaggi furono condannati a morte subito dopo la Liberazione: Roberto Farinacci, Guido Buffarini Guidi, prefetto di Vercelli, i capi della polizia di Brescia e Novara.
A Liberazione avvenuta si giunse alla resa totale dei conti con il fascismo e questo comportò una nuova e più massiccia presenza dell'organizzazione resistenziale nei tribunali. Gli organismi competenti nel giudicare i fascisti (Tribunali popolari, Tribunali militari, Corti d'Assise straordinarie) avrebbero dovuto lavorare a completamento delle indagini incominciate dalle commissioni d'epurazione, emettendo una regolare sentenza.
Per quanto riguarda i Tribunali militari che agirono tra aprile e maggio ancora oggi non si è fatta luce sul numero complessivo delle sentenze, sulla natura dei giudizi e, soprattutto, sulla loro equità. Essi funzionarono più che altro nelle zone dove era stata forte la lotta partigiana e dove questa era ben organizzata. I casi principali furono quelli di Torino, Milano, Cremona. Ad Asti furono condannate a morte 24 persone, a Como il 24 maggio venne eseguita la sentenza di condanna a morte nei confronti del questore, Lorenzo Pozzoli, del capo dell'ufficio politico, Domenico Saletta, e di due militi. Il più delle volte era scontato che il risultato delle sentenze sarebbe stato di condanna alla pena di morte, però, ad onore del vero, si deve tenere conto che gli imputati erano per la maggior parte conosciuti unanimemente dalla popolazione come sciacalli e distruttori. Il basso garantismo di questi tribunali, che si notava anche dalla durata assai breve dei procedimenti, rifletteva in maniera proporzionale la fama di colpevolezza di cui gli imputati si erano circondati.
I Tribunali popolari furono costituiti con il decreto "sui poteri giurisdizionali del CLNAI" approvato il 25 aprile 1945 sulla base di un ordine generale del C.L.N.A.I. del 16 agosto 1944, in cui si ordinava di predisporre "una giustizia politica già in pieno funzionamento" prima dell'arrivo degli alleati. I Tribunali popolari sorsero a Cremona, Genova, Torino, Milano ed in altre città di Liguria, Piemonte, Emilia. A causa di imprecisioni nelle fonti archivistiche, non si ha la certezza che tali tribunali popolari non coincidessero con i tribunali militari; spesso vengono indicati con lo stesso nome. L'unico caso certo è quello di Udine in cui fu condannato a morte un giovane arruolatosi nelle S.S. Per quanto riguarda le Corti d'Assise Straordinarie, la questione è più complessa e verrà esaminata più avanti in maniera specifica.

6. nuovi freni al C.L.N.

Nelle zone liberate sotto la giurisdizione degli angloamericani l'allontanamento dei fascisti dall'amministrazione procedette in maniera radicale. Tale atteggiamento durò ancora, poiché la sconfitta del fascismo e la sua condanna costituivano un esempio e un incipit per quanto si sarebbe dovuto fare, da lì a poco tempo, in tutta Europa. Nonostante gli Alleati fossero nettamente decisionisti, l'epurazione svolta dagli italiani era, ai loro occhi, lenta, inefficace e poco garantista. Un personaggio come Poletti possedeva senza dubbio più affinità con Scoccimarro, rispetto agli altri preposti all'epurazione che di fatto si dimostrarono poco attivi. E' utile ricordare però che la giurisdizione degli angloamericani durò tre mesi, e ciò che essi riuscirono a portare a termine, in materia d'epurazione, venne inevitabilmente ed immancabilmente rimesso in discussione dall'Alto commissariato. La successiva interruzione dei procedimenti, che alimentaava il dubbio vi fossero veri e propri sabotaggi, poteva essere in realtà un ottimo deterrente per gli alleati, affinché si presentassero di fronte al mondo come i giusti garanti della ricostruzione. Poco importava di personaggi come Poletti, dato che la classe dirigente nazionale non si sarebbe ripulita da sé e di fronte al fatto che le reali decisioni, eccezion fatta per alcuni casi, non venivano prese in Italia.
Di fatto l'azione degli Alleati continuò in progressione fino alla vigilia della Liberazione. A marzo furono licenziate a Perugia 900 persone, a Siena 160, a Lucca 320. In seguito alle ben note ordinanze n. 67 e n. 35 gli alleati promulgarono, il 2 giugno, l'ordinanza n. 46 dal titolo "Epuration on Private Industry" con l'intento di indagare anche nel mondo della produzione capitalistica. L'ossatura produttiva stava al nord, dove altri problemi andavano a sommarsi: in particolare l'esistenza di un movimento operaio largamente antifascista era un elemento nuovo per gli alleati. Porre freno all'azione delle commissioni aziendali, o C.L.N. aziendali, diveniva per gli alleati un elemento importante per frenare una componente forte e agguerrita dei partiti di classe. Frenare l'epurazione di persone non coinvolte in reati fascisti, ma mal viste dai lavoratori, significava mettere in discussione solamente una piccola parte della produzione di guerra e del fordismo fascista. Alla FIAT furono allontanate 734 persone tra cui 22 direttori di prima categoria, 22 di seconda e 33 di terza.
La distribuzione dei questionari da parte degli alleati continuò come avvenne in precedenza in Meridione. L'autocertificazione rimase l'elemento portante per licenziare chi si era macchiato di reati fascisti; in seguito all'ordinanza n. 46, la facoltà di licenziare si rese disponibile anche nel settore privato. I licenziamenti non furono numerosi in relazione al fatto che l'apparato della R.S.I. si trovava al nord; la stessa considerazione vale per il settore privato se si tiene conto che anch'esso era in regime di occupazione. In Veneto i licenziamenti furono circa 1.500, in Liguria (dicembre) 470, in Emilia-Romagna (luglio) 2.213, in Lombardia (dicembre) 1.073.
Le Università di Bologna, Padova e Genova poterono riaprire nel luglio 1945 e da lì a poco tempo furono ritenute completamente rinnovate.

7. il governo Parri

A fine giugno, il 20, cambiò il governo che passò nelle mani dell'azionista Ferruccio Parri. Una rottura maggiore rispetto al passato: il nuovo esecutivo era ben più orientato a sinistra di quanto non fosse accaduto fino a quel momento. Tutti i partiti componenti del C.L.N. ne fecero parte.
L'Alto commissariato finalmente tornava ad avere un responsabile, che venne individuato nel socialista Pietro Nenni. Nenni si presentò sin dal principio come tenace perseguitore di una linea piuttosto dura e decisionista nei confronti degli ex fascisti, . A dire il vero, il tempo a disposizione rimaneva poco e per epurare non se ne sarebbe dovuto utilizzare troppo. Il grosso del lavoro da svolgere rimaneva al nord, mentre in centro e sud Italia si potevano già tirare delle somme.
In Meridione, su 7.400 procedimenti avanzati nei confronti dei dipendenti della pubblica amministrazione 5.100 furono portati a termine, di questi 1.200 si conclusero con il licenziamento, 1.500 con pene minori. Complessivamente i giudicati in primo grado nella zona della penisola restituita agli italiani, nel mese di ottobre, riguardavano, su di un numero totale di 378.000 procedimenti, 44.000 dipendenti, su un numero complessivo di 630.000, di cui 3.600 furono licenziati.
Il 4 agosto venne promulgato un decreto con lo scopo di indagare la direzione e i sindaci delle società private.
Intanto stava per scadere il tempo a disposizione per le Corti d'Assise che, per come era stato stabilito, avrebbero dovuto sciogliersi con la fine dell'anno. Le Corti furono prorogate per un altro anno tramite decreto del 4 ottobre, Modificazioni alle norme sulle sanzioni contro il fascismo, che però prevedeva l'eliminazione dell'Alto commissariato dal momento che si riteneva che i casi principali - e in qualche modo esemplari - fossero conclusi. Dalla Liberazione a quel momento l'Alto commissariato aveva portato avanti sei processi pubblici e quattro a porte chiuse. Il 28 maggio si tenne il corrispettivo del Processo di Verona che vide imputati Giuseppe Bottai, Giacomo Acerbo, Luigi Federzoni, Edmondo Rossoni. La sentenza condannò Acerbo a trent'anni di carcere e gli altri all'ergastolo.
L'azione di Nenni impresse un carattere nuovo. Egli cercò di togliere quanto di superfluo vi era nella legislazione. Con un decreto del 14 novembre ridusse le pene da comminare ai colpevoli (rimase solamente il licenziamento) e portò modifiche in merito al comportamento da tenere per ripulire la pubblica amministrazione e revisionare gli albi professionali. Quindici articoli su venti riguardavano la pubblica amministrazione, mentre quattro il settore privato. Resosi conto che l'azzeramento dell'Alto commissariato non poteva avere come conseguenza l'interruzione di quanto fatto fino a quel momento, Nenni decise di emanare un decreto, il 9 novembre, concedendo la possibilità, entro 60 giorni, di porre a riposo i funzionari dal grado I al grado V.
Gli effetti della "legge Nenni" non tardarono a farsi sentire e possono essere riassunti grazie all'esistenza di un bilancio presentato il 28 febbraio. Il numero degli epurandi nei ministeri si ridusse a 30.000, quelli già indagati erano 23.000 di cui 3.800 subirono un procedimento che si concluse con il licenziamento per 730 dipendenti ministeriali. Se a questi si aggiungono quelli che lasciarono il lavoro, ovvero 640, si giunge alla misera cifra di 1370 che rappresenterebbe il 4-5% dei funzionari di alto grado. Dei 300.000 dipendenti comunali e provinciali solamente la metà, in base ad un documento di metà gennaio, fu sottoposta ad indagine; i licenziati furono 1.550 ma non si possiedono informazioni complete circa la restante metà da giudicare. I funzionari di cui fu richiesto l'allontanamento, in base al decreto d'accompagnamento del 1 novembre 1945, furono 350 e tale provvedimento venne ritenuto eccessivo. Il 20 gennaio venne stilata una nuova lista di 191 dirigenti che non furono licenziati ma posti a riposo d'autorità.
Il decreto cosiddetto di accompagnamento provocò le ire dei liberali che, essendosi già in precedenza espressi in favore di un'amnistia, ne presero le distanze. La decisione di far cadere il Governo su tale questione sembrò comunque esagerata, ma a ben vedere i liberali furono l'ago della bilancia pesantemente utilizzato per spostare l'esecutivo su posizioni più conservatrici. Essi chiedevano un maggiore controllo del governo sui C.L.N. che furono gradualmente estromessi dalle azioni epurative. Quando il 10 dicembre De Gasperi presentò il nuovo governo[9], la crisi si rivelò per quel che era: un espediente per frenare quanto si sarebbe potuto ancora fare per epurare. Poiché tre quarti dei ministri del nuovo governo erano gli stessi del governo dimissionario, non sembrò esserci stata una eccessiva rinuncia ad una politica di unità nazionale. A ben vedere, i liberarono cercarono proprio di porre un freno al ricambio generalizzato della classe dirigente. Del resto, i democristiani erano sulle stesse posizioni, che tuttavia non sostennero direttamente in prima persona.
L'eliminazione dell'Alto commisariato avvenne il 1 febbraio 1946, Devoluzione con il decreto alla Presidenza del Consiglio dei ministri delle attribuzioni dell'Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo, che istituì l'"Ufficio per le sanzioni contro il fascismo". Il 13 settembre il Governo approvò un altro decreto, Disposizioni relative alle delegazioni locali per le sanzioni contro il fascismo ed alla segreteria della commissione di cui all'art. 3 del decreto legislativo luogotenenziale 4 agosto 1945 n. 477, in cui veniva posta fine alle influenze dei C.L.N. nelle commissioni d'epurazione. Entrambi i decreti mostrano che con il governo De Gasperi si ebbe una netta involuzione nei procedimenti politici contro i fascisti, che d'ora innanzi sarebbero stati affare solamente della magistratura e della burocrazia.

8. l'amnistia del giugno 1946

La politica di De Gasperi è da interpretare come azione accentratrice, volta a ridurre di numero gli istituti preposti all'applicazione delle sanzioni contro i fascisti. Lo scopo era ridurre i soggetti attivi nell'epurazione e farla rientrare nell'attività ordinaria di organi dello Stato, decisamente in continuità col vecchio regime.
Col tempo si pose anche il problema di superare il clima emergenziale instauratosi l'indomani della Liberazione. I tentativi di ricostituire uno stato fascista non apparivano più credibili, mentre si era diffusa nel paese la convinzione di avere sufficientemente punito i colpevoli e che i problemi della ricostruzione erano ben più importanti. Il fatto che più di tutti ruppe con la prassi fino ad allora portata avanti fu la decisione, da parte del guardiasigilli Togliatti, di concedere un'amnistia che giungeva come risposta a un medesimo progetto di Umberto di Savoia in occasione della sua incoronazione.
Il nuovo decreto presidenziale (22 giugno 1946, n.4, Amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari) venne emanato dopo il referendum del 2 giugno per un calcolo di natura politica. Nessuno si sarebbe preso la responsabilità di una così radicale azione prima di avere avuto la certezza nel consenso. E' curioso rilevare invece che in seguito il decreto fu votato all'unanimità. I partiti di massa in quel momento storico si resero conto di dovere agire prudentemente, perché le loro scelte erano distanti, specie nel caso dei comunisti e dei socialisti, dalla volontà dei loro aderenti.
Il compromesso di Togliatti prevedeva la riduzione delle pene e l'annullamento solamente per quelle inferiori ai cinque anni. La non punibilità era prevista per i reati politici commessi dopo la fine della guerra. Il provvedimento non voleva essere troppo permissivo e prevedeva la tutela dei molti partigiani che si fecero giustizia da sè. Tuttavia, le poche indecisioni o imperfezioni della normativa divennero subito l'espediente per assolvere indiscriminatamente quasi tutti i fascisti. I partigiani invece vennnero ugualmente puniti, in base all'accusa di avere commesso reati comuni e non politici.
La magistratura applicò l'amnistia nella maggior parte dei casi; la Cassazione si dimostrò di manica larga attraverso due procedure: l'annullamento immediato con la relativa scarcerazione oppure l'annullamento delle sentenze e il rinvio in sedi diverse e più magnanime. Anche le Corti d'Assise seguirono la stessa tendenza.
Molti fascisti tornarono a piede libero, altri ripulirono la propria fedina penale, altri ancora rimpatriarono perchè amnistiati anche se in contumacia.
L'amnistia toccò anche i fascisti maggiormente compromessi, nei cui confronti le precedenti condanne erano state prive delle molte formule dubitative in merito alla partecipazione diretta a fatti criminosi. Molti condannati tentando di riemergere come doppiogiochisti, sostenendo di avere in qualche maniera aiutato la Resistenza, e riuscirono a ottenere attenuanti e relative riduzioni di pena. Tra i fortunati non meritevoli di alcuna magnanimità sono da ricordare l'ex sottosegretario Fulvio Suvich, l'ex governatore d'Albania Francesco Saccomani e l'ex sottosegretario Bruno Biagi che furono scarcerati. Furono rimessi in libertà anche 4 componenti dell "Banda Koch", famigerato gruppo di criminali che già durante la R.S.I. aveva avuto problemi legali perché troppo fascista, troppo spietato e troppo sanguinario.

9. la riabilitazione

Le sezioni speciali delle Corti d'Assise operarono fino al dicembre del 1947 dopodichè scomparve qualsiasi istituto con il compito di punire i fascisti. Pochissimi furono quelli giudicati in seguito e per la maggior parte dei casi i reati vennero ritenuti estinti perché amnistiati.
Negli anni successivi l'unica azione verso i fascisti fu la totale cancellazione dei crimini e la successiva riabilitazione. Tre decreti in particolare posero fine all'epurazione nel peggiore dei modi: il primo del 9 febbraio 1948 recava il titolo Concessione di amnistia e di indulto per reati annonari, comuni e politici; il secondo del 23 dicembre 1949 era una legge delega, Delega al Presidente della Repubblica per la concessione di indulto; il terzo e ultimo decreto era del 19 dicembre 1953: Concessione di amnistia e di indulto.
La riabilitazione del personale epurato dall'amministrazione si ebbe con il decreto legislativo n. 48 del 7 febbraio 1948: Norme per la estinzione dei giudizi di epurazione e per la revisione dei provvedimenti già adottati. Tutti i fascisti ebbero, potenzialmente, la possibilità di tornare ad essere cittadini a tutti gli effetti; essi si salvarono grazie ad agevolazioni che provenivano da ex fascisti inseriti nella burocrazia che, seppure montati in poco tempo sul carro dei vincitori, erano memori dei vecchi tempi e coscienti di essere stati fortunati opportunisti.
L'unica condanna al fascismo rimase quella popolare concentrata più che altro nel Nord del paese. L'ostracismo però si riversò solamente verso le persone ben visibili e non protette. I fascisti che si arricchirono in tempo di guerra depredando la popolazione erano protetti oppure già espatriati.
Il colpo di grazia all'epurazione fu dato dal Tribunale Supremo Militare nell'aprile 1954. Senza entrare nel merito delle accuse attribuite agli imputati il Tribunale applicò la legge del 1953 e concesse immediata liberazione. In maniera sconcertante si deduce dalla sentenza che:

"1. (...) ai combattenti della R.S.I. dev'essere riconosciuta la qualifica di belligeranti;
2. (...) ai partigiani non spetta la medesima qualifica perchè non si fregiavano di segni distintivi riconoscibili a distanza e non erano sottoposti alla giuridizione del codice militare;
3. (...) la Repubblica di Salò, sia pure per errore, poteva essere considerata un governo legittimo, ma che l'errore in materia di legittimità costituzionale non integra come tale un reato punibile;
4. (...) gli appartenenti dell'esercito fascista, alla Guardia nazionale repubblicana e alle Brigate Nere - proprio in quanto belligeranti - sotto il profilo della responsabilità penale possono valersi della discriminante rappresentata dall'adempimento di un dovere;
5. (...) non essendo di conseguenza punibile come omicidio l'uccisione di partigiani, gli autori possono beneficiare dell'amnistia del 22 giugno 1946 relativamente al solo reato che hanno effettivamente commesso, ossia quello di collaborazionismo"[10].

I CASI

1. Le corti d'Assise straordinarie

Il 22 aprile 1944 il Governo Bonomi emanò il DLL 142 con il quale vennero istituite Corti d'Assise straordinarie, che sarebbero entrate in funzione man mano che procedeva la liberazione dei territori verso Nord. Le Corti agirono in maniera radicale, è ormai appurato che furono le uniche istituzioni efficaci nella repressione dei crimini fascisti nonostante si trovassero di fronte, talvolta, situazioni incresciose quali la mancanza di aule, dattilografi e fondi.
Appena entravano in funzione, le Corti erano solite giudicare i fascisti della prima ora, i gerarchi, le figure più in luce dei fascismi locali, i seviziatori che più di altri avevano contribuito alla formazione del rifiuto del regime da parte della popolazione. Le condanne esemplari riguardano questi soggetti e appartengono al primo periodo di funzionamento delle Corti. Le condanne a morte furono, fino all'autunno 1945, 30 in Veneto, 27 in Lombardia, 9 in Piemonte, 24 a Reggio Emilia, 18 a Lodi. In novembre Parri comunica che il numero delle condanne a morte era giunto alla cifra di 320. In tre anni di lavoro le Corti avrebbero emanato complessivamente, secondo Woeller, circa 1.000 condanne a morte. Le esecuzioni però furono molte meno grazie alle riduzioni di pena, che venivano solitamente concesse nei processi successivi al primo grado; in tutto le esecuzioni furono tra le 60 e le 80.
Se è fuori discussione l'operato positivo delle C.A.S., è altrettanto fuori discussione il vero e proprio sabotaggio nei loro confronti perseguito dalla Cassazione. La continuità nella magistratura di carriera fece sì che molte revisioni delle sentenze non fossero altro che distorte interpretazioni della norma a scopo assolutorio. L'annullamento dei giudizi ed il cambiamento di sede giudiziaria ai procedimenti furono le tattiche usate sia per fare perdere alla gente l'interesse verso i processi, sia per far giudicare i colpevoli in luoghi differenti da quelli in cui l'odio popolare era buon deterrente per una sorta di presunzione di colpevolezza delegata all'opinione pubblica. Va da sé che i presidenti di Corte furono magnanimi nel giudicare i condannati ricorsi in Cassazione, per i quali si chiedeva un nuovo giudizio: per fare carriera nella magistratura si poteva andare contro tendenza ai superiori, dunque non era il caso di mettere in discussione le decisioni dei colleghi che avevano fatto carriera durante il regime.
Molte revisioni e assoluzioni, tuttavia, non sono riconducibili al sabotaggio della Cassazione, ma anche a molte imprecisioni contenute nelle norme e soprattutto nell'amnistia del 1946. La magistratura giunse ad amnistiare torturatori perché pose scandalosamente la differenza tra sevizie e sevizie particolarmente efferate; con la medesima non chalance venne steso un velo sul fascismo del ventennio e delle colonie, e fu principalmente perseguito il reato di collaborazionismo con il tedesco invasore a scapito dell'avere preso parte alla R.S.I.
Il numero complessivo dei procedimenti svolti tra il 1945 e il 1947 oscillerebbe tra i 20.000 ed i 30.000. Il numero delle donne risulta basso: furono coinvolte, più che altro, per essere state alle dipendenze della Wehrmacht o di qualche organizzazione fascista, con l'accusa di essere informatrici delle S.S. tedesche e della polizia fascista. La loro punizione fu "stranamente percepita dai mezzi di comunicazione come una sorta di rituale purificatorio della femminilità italiana"[11]

Milano:

Nel 1945 la C.A.S. di Milano emanò 158 assoluzioni, 193 condanne, 8 dichiarazioni d'incompetenza e 2 casi in cui non si doveva procedere. Nel 1946 le assoluzioni furono 158, le condanne 128, le dichiarazioni d'incompetenza 4, le amnistie 65 e 8 le condanne per reati comuni. Nel 1947 le assoluzioni furono 24, le condanne 67, le amnistie 30.
Milano è importante perchè era l'unica sede ad avere, secondo il decreto n. 142, una sezione speciale della Corte di Cassazione con il compito di sottoporre gli appelli delle Corti D'Assise straordinarie. Con il DLL 625 gli appelli tornarono ad essere di competenza della magistratura ordinaria. Il maggiore artefice delle indiscriminate assoluzione fu Vincenzo de Ficchy.

Rovigo:

Nel 1945 le condanne furono 148, le assoluzioni 108; nel 1946 le assoluzioni scendono a 73, le condanne a 91 e le amnistie, entrate in vigore in giugno, sono 22; nell'ultimo anno i giudicati crollano di numero: le condanne furono 13, le assoluzioni 10 e le amnistie 8. Le condanne a morte inflitte furono, complessivamente, 13, quelle eseguite 5.

Verona[12]:

Gli imputati nei tre anni furono 418. Nel 1945 tra i 127 imputati ci furono 45 assoluzioni e 82 condanne. Nel 1946 le assoluzioni furono 64, le condanne 98 e le amnistie 59. Nell'ultimo anno di attività della C.A.S. ci furono 31 condanne, 20 assoluzioni e 9 amnistie. La condanna più dura, la pena di morte, venne pronunciata in 18 casi.

Como:

La CAS di Como emanò nel 1945 11 condanne a morte nell'arco di tre processi. I dati completi per i tre anni sono in via di revisione insieme a quelli della CAS di Lecco.

Piemonte:

In Piemonte operarono 11 corti d'Assise straordinarie: Torino, Alba, Alessandria, Aosta, Asti, Biella, Casale, Cuneo, Ivrea, Novara e Vercelli. Nell'arco dei tre anni le sentenze complessive furono 2.507 nei confronti di 3.634 imputati. Le condanne a morte furono 203, quelle all'ergastolo 23.
Altri 129 processi si tennero dopo il 1947 in sede ordinaria. 15 sentenze vennero pronunciate dai tribunali militari straordinari e 47 da Tribunali territoriali di guerra[13].

2. la ricostruzione capitalistica

La maggior parte degli industrali riuscì a sfuggire alle sanzioni principalmente grazie a pressioni esercitate verso i C.L.N., oppure adottando una difesa che li presentasse come doppiogiochisti. Senza dimenticare il contributo della popolazione, è innegabile che la Resistenza sia stata finanziata anche da parte del mondo industriale e finanziario. Per esempio la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano avevano depositi destinati alla lotta di Liberazione che appartenevano a industrie quali Falck e Edison.
Nonostante si possano ricostruire episodi frammentari che stanno a dimostrare il contrario, la gran parte del capitalismo italiano collaborò con i tedeschi, convertendo la produzione principalmente per scopi militari. Le officine venivano presidiate militarmente e spesso le ritorsioni contro gli operai prevedevano la meta sicura di un campo di lavoro in Germania; se l'arresto era dovuto ad uno sciopero, il viaggio terminava in campi di sterminio.
Le officine strategiche per le forniture belliche venivano controllate più delle altre tramite l'organizzazione tedesca Todt. Si comprende facilmente che, dato che il ruolo direttamente repressivo era affidato ai tedeschi, erano loro i maggiori responsabili del terrore. Ma anche gli italiani aiutarono i nazisti nella repressione, compilando liste di operai da mandare in Germania. Verso questo tipo di collaborazionismo con il nemico si scatenò una particolare rabbia che non potè essere ignorata. A ben vedere la punizione questo comportamento fu l'unica ad essere perseguita.
Tra le gerarchie del capitalismo fascista-fordista, gli unici ad essere messi sotto accusa e parzialmente condannati furono i quadri intermedi: quel tipo particolare di controllore che in regime di guerra viene utilizzato per placare e reprimere il conflitto. In periodo di guerra, il conflitto si acuisce come risposta della classe operaia alla ristrutturazione-regressione del lavoro che si poggia su due principali dati empirici e storicamente determinati: primo, il lavoro vivo aumenta nella composizione organica di capitale per fare fronte ad un accrescimento progressivo della produzione e, secondo, il pluslavoro assoluto torna ad essere risorsa utilizzabile dello sfruttamento rispetto al pluslavoro relativo.
Complessivamente l'epurazione nelle imprese riguardò il capitalismo lavorativo e quasi mai i detentori di capitale. Tra le persone maggiormente colpite dalle sanzioni ci furono quelle più esposte e visibili oltre a quelle che avevano commesso le infamie più odiate.
Qualche esempio può chiarire quanto detto. Vittorio Valletta della F.I.A.T venne difeso pressoché da tutti e principalmente dagli alleati. Al processo del 1945 le ritrattazioni dei testimoni furono palesemente compiacenti con l'imputato. Il direttore amministrativo delle officine Ansaldo e Dalmine di Genova - Agostino Rocca - venne messo sotto accusa dal C.L.A. ma strenuamente difeso dagli alleati. Decise di rifugiarsi in Argentina e di non affrontare l'epurazione essendo cosciente dei crimini commessi. Il consigliere delegato della Chatillon - Furio Cicogna - venne accusato di essere stato iscritto al P.N.F. dal 1932 e di avere ricoperto incarichi di rilievo nell'Organizzazione Centrale Corporativa. Tra i molti capi d'accusa vi era anche l'iscrizione al P.F.R. che il Cicogna rese obbligatoria a tutti i funzionari dell'azienda. La clamorosa ritrattazione del C.L.A. è emblematica: il Cicogna divenne sostenitore, probabilmente a sua insaputa, della Resistenza. Il C.L.A. inoltrò una ventina di pratiche per l'epurazione. Il padrone della Magneti Marelli - Bruno Antonio Quintavalle - venne messo sotto accusa dal comitato aziendale. Si venne a creare una rottura con gli altri C.L.A. di aziende legate a Quintavalle. La rottura venne ricucita grazie all'intervento di Emilio Sereni, presidente del C.L.N. lombardo, che difese il proprietario della Magneti Marelli. Il proprietario della Innocenti venne sollecitato a tornare, per ricoprire l'incarico direzionale nel più breve tempo possibile, per fare fronte alla ripresa economica. Il passato di fascista non venne riesumato in favore di una maschera ben più presentabile: egli divenne "un buon patriota". Alla Breda la commissione d'epurazione agì, muovendosi autonomamente, più di quanto fosse stato fatto altrove. Vennero licenziati tre dirigenti in quanto colpevoli di avere compilato alcune liste di operai da deportare in Germania. La Corte d'Assise di Milano condannò anche un direttore tecnico. Alla Montecatini il licenziamento toccò 7 persone e come al solito la dirigenza non venne messa in discussione. Guido Donegani venne arrestato ma riuscì a fuggire e a espatriare in Svizzera. A tutti erano noti i legami tra Montecatini e fascismo, lungo il ventennio la politica del regime fu di tenere bassi i salari, fermare i prezzi delle produzioni e acquistare ingenti quantitativi di commesse. Questi sono ingredienti che ricordano il monopolio. Donegani venne scagionato nonostante avesse ottenuto numerosi benefici dal regime .
Per avere un'idea complessiva dell'epurazione torna utile la relazione finale della "Commissione epurazione imprese private" del 26 aprile 1948. In tre anni furono 140 i ricorsi presentati alle disposizioni emanate dagli alleati e dai C.L.A.. Supponendo realisticamente che quasi tutti facessero ricorso, la stima di 200 allontanamenti tra il personale con compiti dirigenziali parrebbe essere reale. All'inizio del 1948 erano 90 i ricorsi ancora in corso e furono archiviati con il decreto del 7 febbraio dello stesso anno.