Fabienne Le Houréou, Les enlisés de la terre brulée, L'Harmattan, Paris 1996

 

La recente visita in Etiopia del presidente Scalfaro non è risultata essere, a trarne le somme, scontata né come fatto in sé né nei contenuti di condanna al colonialismo. Sicuramente il chiedere scusa senza poi prendersi le proprie responsabilità è sbrigativo e di poco impegno. Non solo l'Italia non ha mai fatto i conti con il proprio passato coloniale, dal punto di vista di risarcimenti seri e concreti dei danni, ma neanche con i segni lasciati sul Corno d'Africa, ad esempio, il meticciato. Si è sempre sottratta ad ogni controllo nei confronti della cooperazione, riducendola a pura presenza speculativa di imprese capitalistiche italiane e al vincere appalti di facile accesso per affaristi in contatto diretto col regime di Menghistu.
Accusare la cooperazione è stato un fatto imprevedibile ai nostri occhi, e senza dubbio da condividere tenendo conto di come essa ha sempre avuto la funzione di legittimare la presenza di italiani ex-colonialisti che oggi sono parte integrante della borghesia nazionale. La cooperazione è oggi facile terreno di crescita per la classe dirigente etiope, gli ex- guerriglieri tigrini che sconfissero Menghistu; ieri era una via per mantenere la presenza italiana e sovvenzionare il regime indipendente, sia che la sorgente in Italia fosse, negli appoggi politici, democristiana o piciista.
Condannare la presenza italiana in Africa significa giungere fino ai nostri giorni, ponendo lo sguardo non solo sul business delle imprese monopolistiche e sugli ultimi fatti di torture ai danni di alcuni somali, ma anche sulle persone cosiddette comuni che, dopo la caduta del sogno coloniale, si stabilirono in Africa e che in qualche modo hanno contato come lobby nell'erigere muri piuttosto alti alla critica storica e al controllo degli ingenti fondi destinati agli ex-combattenti.
La posizione di Scalfaro risulta pertanto debole, perché di facile osservanza delle norme del politicamente corretto al punto di diventare vuota di significato. Nessuna parola viene spesa per condannare i fascisti che, rimanendo all'estero, si sono comportati da fascisti per il resto della loro vita.
Purtroppo non vi è in Italia materiale sugli italiani restati in Etiopia. L'argomento risulterebbe scottante e perdente rispetto alla popolarità di libri agiografici che danno una diversa immagine del nostro colonialismo. Bisogna rivolgersi alla Francia e a un lavoro recente, Les enlines de la terre brulée, Paris 1996, di una giovane storica e antropologa, Fabienne Le Houérou, che delinea, a tratti sommari, i caratteri principali di alcuni italiani restati in Etiopia. Il testo, breve e di facile lettura, è ispirato a un film documentario sullo stesso tema. Facendo uso esclusivamente di testimonianze orali, l'autrice racconta, nella forma di un diario di viaggio, gli incontri avuti con gli italiani d'Etiopia: gli insabbiati. "Le voyage est souvent pour celui qui l'entreprend une quete de soi et le voyager se cherche autant qu'il découvre le monde qui l'entoure. Il s'egare parfois, se retrouve, s'arrete définitivement. S'ensable".
Attraverso la figora dell'insabbiato, l'autrice ricostruisce il passato di persone andate in Etiopia durante la guerra del 1935-36. Le incontra, ci parla, chiede delle loro esperienze fino ad arrivare agli anni del regime di Menghistu. Per avvicinare gli insabbiati, l'autrice si deve presentare come figlia di una ex camicia nera di origini napoletane. Il gioco è fatto, può in tal maniera entrare e scoprire i resti del fascismo che rimane in molti.
"A l'origine l'insabbiato est un colon italien en Libye, par extension le terme a fini par désigner tous les expatriés d'Afrique". Oggi non sono molti gli insabbiati residenti nelle ex colonie, rappresentano una parte irrilevanti nella composizione etnica di ciascuna di esse. Per quanto riguarda il caso etiope, rispetto all'esiguo numero di soggetti coinvolti colpisce maggiormente la loro natura razzista.
Entrando sempre più dentro la vita etiopica, soprattutto di Addis Abeba, l'autrice comincia a frequentare i locali degli italiani, cercando di capire le differenze che vi sono tra le varie concezioni dell'essere insabbiati. Differenze che, proposte per lo più da coloro che non vogliono riconoscersi insabbiati, finiscono con l'essere spesso semplici attenuanti di comodo. Bonifacio dice che insabbiati sono quelli che non hanno mai imparato la lingua locale, l'amarico, a parte gli insulti. Tale atteggiamento è diretta conseguenza della proibizione, da parte del PNF, di avere qualsiasi tipo di rapporto con la popolazione locale. Nello stesso club di Addis Abeba l'autrice incontra Antonio, il quale sostiene che "il duce rimane un genio incompreso", mentre tra un bicchiere di té e qualche chiacchiera i giorni passano. Lo stereotipo di insabbiato potrebbe essere quello di Taddasa Biru, insabbiato a tal punto da aver adottato cittadinanza e nome etiope. Ancora peggio, agli occhi degli altri, è il fatto di essersi innamorato di una donna locale. Non è l'unico, ma gli altri, diversamente da lui, faticano a riconoscere un legame con persone di una razza considerata inferiore. Benché "les ensablé définissent leur gout pour la famme comme une maladie incurable: una trachéite, una bronchite, une méningite", difficilmente essi ammettono un legame senza tirare di mezzo la magia al servizio delle sleali donne etiopiche. Per "un rebelle qui n'accepte pas son évidente condition", torna molto più comodo parlare di "antchilite", malattia delle donne, causata da erbe e unguenti aggiunti nel caffé.
Un altro incontro è quello di Donna Illmena, proprietaria della libreria italiana di Addis Abeba, che si presenta come anticomunista. Nel dialogo emergono posizioni differenti da quelle comunemente adottate dalla comunità italiana : Donna Illmena dice di aver sempre odiato le camice nere e di non averle neppure più salutate dopo l'eccidio ordinato come rappresaglia dal generale Graziani nel febbraio 1937. Il periodo coloniale viene visto però dall'intervistata in maniera implicitamente positiva. La sua infanzia è legata a un mondo bello e dove tutto era concesso ai bianchi, ricordare tale tempo significa trascurare le chiavi di lettura principali per dirottare il racconto su di un vissuto personale da esaltare e rimpiangere.
Il fascistissimo che si incontra è Corrado, ex camicia nera: la domenica presso il ristorante di sua proprietà "il y a des banquets fascistes". Orgoglioso di essere una ex camicia nera, rinfaccia agli altri di essere portatori solamente dei valori della pizza. La moglie appare affaticata dall'immane lavoro del ristorante,ma ciò che colpisce maggiormente l'autrice è la mancanza di coscienza della donna, che elogia i bianchi senza rendersi conto della vita che la riducono a fare nella fatica e nel disprezzo. "La monstruosité du racisme est de faire ingurgiter a celui qui est racisé la conviction de sa propre infériorité".
Un'altra ex camicia nera è Domenico, che si dice ancor oggi fascista perché sinonimo di orgoglio. Come combattente nel gruppo Diamante prese parte al genocidio, già ricordato del febbraio 1937, anche se fatica a ricordare le vere responsabilità a cinquant'anni di distanza. Orgoglioso di aver fatto carriera nella Gioventù Fascista, di essere stato avanguardista e persino di aver fatto parte di una banda chiamata "diavoli neri", Domenico non cerca responsabili e mantiene tutto su un piano personale entro cui far crescere pensieri di onnipotenza.
Pino il garagista è un'altra figura che spicca tra le più faziose degli ex colonizzatori. Imitando Mussolini nel discorso dell'impero egli non nasconde la propria ammirazione per il passato. Allo stesso tempo si ripromette di non tornare più in Italia perché in mano a traditori che non compresero l'intelligenza del duce.
L'incontro conclusivo del viaggio della Le Houérou avviene a una fermata della ferrovia Addis Abeba-Dire Dawa. Una donna di origini greche, Madame Kuku, le si presenta e le serve il pranzo nel proprio ristorante. Parlando rievoca il marito e il figlio uccisi dai guerriglieri Afar verso i quali prova paura e rabbia. Rimasta insabbiata in una regione arida e pericolosa, non le rimane che coltivare orchidee per assopire i ricordi.
Quali sono le caratteristiche che distinguono l'insabbiato?
L'autrice amplia molto il quadro rispetto al prototipo dell'italiano fascista fermatosi come un granello di sabbia. Così come c'è il caso di Madame Kuku che non è italiana, c'è quello di Rocky che non è fascista. Rocky è il re dei salami di Addis Abeba, ed è socialista da cinquant'anni. Il padre fu costretto a lasciare l'Italia perché antifascista. Nonostante i suoi vizi siano il bere e le donne, condizioni dell'insabbiato, egli rifiuta tale accusa perché sposato con un'italiana, perché parla l'amarico, perché non è fascista.
Dagli esempi di insabbiati riuniti nel testo si dovrebbe comprendere che "l'ensablement n'est pas un strict produit du fascisme colonial. Il y a quelque chose de plus mystérieux et de plus universel car il s'agit bien là d'un glissement qui dépasse le seul fait historique. Tout le monde peut s'ensabler et cela à n'importe quelle époque de l'historie".

Matteo Dominioni