E. Forcella - A. Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza, 1998.

Ci sembra doveroso segnalare la ristampa di un testo utile ed essenziale per la ricostruzione della dimensione umana e dei sentimenti di opposizione che si diffusero sempre di più, nel corso dei tre anni passati in trincea, durante la Grande Guerra. Forcella e Monticone (Plotone d'esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza, 1998) svolsero anni or sono uno studio su quasi 100.000 sentenze, contenute in due fondi dell'Archivio Centrale di Stato, che coinvolsero i cosiddetti disfattisti. Gli autori proposero 166 sentenze che vennero incluse nella seconda parte del volume. Anche se il loro numero è basso, in relazione al complesso dei procedimenti penali tenutisi, ciò non è di attrito con l'intento, perfettamente riuscito, di fare comprendere al lettore quale fosse la repressione militare e quanto fosse accentuata rispetto ai sentimenti di pace espressi dai condannati.
Su circa 5 milioni e 200.000 italiani che furono mandati al fronte tra il 1915 e il 1918 ci furono 870.000 denunce; 470.000 coinvolsero i renitenti che per la maggior parte, circa 370.000, erano impossibilitati nel rispondere alla chiamata alle armi perchè emigrati; 350.000 furono giudicati entro il 2 settembre 1919, tra questi i condannati furono 210.000 e i restanti 240.000 furono assolti; altri 50.000 dovevano ancora essere sottoposti a giudizio. L'ingente numero dei ricorsi e dei processi da doversi ancora tenere, a fronte di un esercito in via di smobilitazione, indusse a promulgare, il 2 settembre 1919, un'amnistia che interessò, oltre agli emigranti che man mano regolarizzarono la propria posizione presso le rispettive ambasciate, circa 370.000 persone. Furono 20.000 le persone non amnistiate perchè condannate per reati gravi o perchè giustiziate in precedenza.
I motivi delle denunce riguardavano innanzi tutto il reato di diserzione (189.425) e, in numero minore, l'indiscipina (31.000), l'autolesionismo o mutilazione volontaria (15.000), la resa o sbandamento (8.500). Per quanto riguarda le pene capitali emesse esse furono, secondo fonti dell'ufficio statistico del ministero della guerra, 1.066 più altre 3.000 in contumacia, ma non tutte fortunatamente vennero eseguite e quindi il numero delle fucilazioni scende a 750. Si tratta di dati ufficiali che non tengono conto però delle esecuzioni sommrie eseguite in zona di guerra dai graduati e dai Carabinieri, pertanto non si potrà mai giungere ad un computo definitivo degli uccisi: si pensi al barbaro metodo del sorteggio, sancito da un circolare telegrafica di Cadorna del 1 novembre 1916, tramite il quale venivano scelti i fucilandi per reprimere i reati di natura collettiva.
La giustizia di guerra, stando all'interpretazione di Forcella, "è qualcosa di molto relativo. Il concetto della "certezza del diritto", ambiguo anche in tempo di pace, diventa quasi una beffa in una società dove la regola suprema diventa quella di mantenere e sviluppare la massima capacità aggressiva verso il nemico esterno e, di riflesso, verso tutti i comportamenti" (p. XLV). E' difficile quindi pensare ad un diritto imparziale, è più convincente la tesi secondo cui la contrapposizione anteguerra tra neutralisti ed intervensisti divenne in seguito scontro tra patriottici e disfattisti ma questa volta gli interventisti avevano dalla loro parte la legge e il fucile (cfr p. XXVII). Ecco quindi la spiegazione della repressione verso socialisti ed anarchici che, seppure fosse più lieve rispetto ai reati di diserzione, ove era prevista la fucilazione, fa trasparire un forte senso di presunzione di colpevolezza e di insubordinazione da dovere controllare a priori. Ma indipendentemente dalla parte politica che si vuole tenere nell'analisi storiografica è utile inquadrare tutta la repressione nell'ottica indicataci da Monticone secondo cui "la vicenda di quell'enorme numero di imputati, lungi dall'essere una specie di antistoria dell'Italia combattente nel 1915-18, è parte integrante della storia di quela guerra e dell'esercito che l'ha combattuta e sofferta" (p. CI).
Quali furono, nella fattispecie, i reati perseguiti e la natura delle pene inflitte? Probabilmente qualche esempio isolato potrebbe dare un'idea ed un imput per leggersi le restanti sentenze riportate nel volume. Nella notte di natale del 1916 sul monte Zebio gli austriaci issarono un cartello con la scritta "Buon Natale", gettarono alcune sigarette ai militi italiani del 129deg. fanteria i quali cantraccambiarono col lancio di pane. Il reato ipotizzato, conversazione col nemico, portò alla condanna di due militi ad un anno e di un altro a 8 anni poichè, avendo lavorato in Germania e conoscendo il tedesco, fece da traduttore prendendosi l'accusa di tradimento indiretto. Il caporale A.E. venne condannato all'ergastolo per tradimento perchè disse ad alcuni militari che a Milano il popolo si sarebbe dovuto ribellare come fece a Torino nell'agosto del 1917. Vi è poi il caso dei 16 soldati del 15deg. fanteria che furono condannati per autolesionismo a 20 anni di reclusione ciascuno. Tale episodio è emblematico poichè, oltre ad essere un esempio tra i molti e diffusi che si potrebbero citare, ci fa capire ancora oggi che 20 anni di galera e la perdita di un arto quale la mano erano per i soldati un male minore che starsene in trincea.

Matteo Dominioni