Revisionismo storico e politico
di Federico Giusti

Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicato nel n. 9 (febbraio 1999) di Alternative Europa,
che dedica la rubrica "primo piano" al tema "Le menzogne storiografiche del revisionismo"
(le schede bibliografiche sono state curate dall'Osservatorio Storico di InterMarx)

Premessa

La dicotomia Fascismo ed Antifascismo ha alimentato negli ultimi anni confusione perché l'uso che ne veniva fatto si poggiava su basi storiche incerte e funzionali all'elettoralismo dello schieramento di sinistra. L'antifascismo, dato per morto e sepolto solo pochi anni prima, viene risuscitato come bagaglio ideologico antiberlusconiano, si confonde una destra reazionaria e liberista con le camicie nere, presentando immagini oleografiche del liberalimo.
"Non possiamo che dirci tutti liberali", ed altre frasi del genere che accomunano tanto l'Ulivo quanto il Polo, traggono gondamento dalla sopravvalutazione del pensiero liberale che affonda le proprie radici nel pensiero politico del primo novecento. I liberali del secolo XIX non hanno niente da spartire con quelli odierni, come non si può mettere sullo stesso piano Gobetti con il neoliberismo di von Hajek.
Il movimento comunista ha valutato positivamente le funzioni progressive del liberalismo come movimento universale e radicale, lo stesso Togliatti su L'Ordine Nuovo riconosceva un ruolo positivo e di liberazione dalle schiavitù, tuttavia oggi non dobbiamo fare i conti con le correnti ideali e i moti del pensiero ma con il liberalismo storicamente realizzatosi attraverso la negazione di quei valori borghesi da cui esso stesso traeva origine. Accanto a questa abiura troviamo connivenze con l'autoritarismo di destra e istanze sociali ed economiche assolutamente inconcepibili con progettualità progressiste.
I richiami emotivi ad un generico fronte antifascista, dove le componenti etico morali prevalgono sull'elemento storico e sulle motivazioni politiche, consentono la sopravvivenza di una sinistra istituzionale incapace di battaglie sindacali sociali e politiche, oggi al potere per tutelare interessi economici antitetici a quelle classi sociali che fino ad oggi ha sostenuto di rappresentare.
In questo contesto crediamo non si possa scindere un'analisi articolata del revisionismo storico dai revisionismi e dagli opportunismi politici passati e presenti.
Il compito è particolarmente arduo se pensiamo quanto difficile sia ormai prefigurare una visione del mondo non parziale, dove le molteplici differenze etniche, di classe o di sesso producono un pensiero parcellizzato ed acritico, dove è abolita l'unità tra soggetto ed oggetto. Un pensiero quindi incapace di rompere con le tendenze alla caducità e alla frammentazione, alla precarietà e alla legittimazione delle molteplici forme di disuguaglianza che si celano dietro "il pensiero unico della omologazione capitalistica" (D. Harwey, La crisi della modernità)
L'ubricatura da immagini, i dati e i nozionismi non hanno cancellato l'alienazione né tanto meno accresciuto il livello medio delle conoscenze, anzi il soggetto persa l'immagine di progresso si trova vittima di una frammentazione crescente che lo sradica dai contesti socio politici, privandolo contemporaneamente della memoria storica senza la quale e' piu' facile cadere vittime di mode passeggere espressioni di ideologie dominanti.
Occorre, qualunque sia il campo del nostro operare, riservare grande attenzione alle parole e ai significati, indagando sulla loro origine e sull'utilizzo che ne viene fatto. La tendenza per esempio ad accogliere le indagini della Confindustria sulla disoccupazione come dati di fatto incontrovertibili produce una rapida omologazione alle finalità di queste ricerche. Termini come flessibilità e produttività sono entrati nel linguaggio corrente ed oggi vengono comunemente utilizzati tanto dagli industriali quanto dal Sindacato come obiettivi comuni. In questa omologazione le nuove tecniche lavorative post fordiste, funzionali all'accrescimento del plusvalore, sembrano invece soddisfare la richiesta di mansioni più creative e fantasiose.
Il capitalismo, il liberismo e la confusione ideologica tra correnti progressiste e conservatrici diventano il retroterra culturale politico ed ideologico da cui nascono i novelli revisionismi.

Sul concetto di revisionismo

Revisionisti non sono unicamente gli storici che negano l'esistenza dei campi di sterminio nazisti, o l'Olocausto, anzi crediamo che questi siano un fenomeno secondario rispetto a quel vasto movimenti di studiosi e politici che negli ultimi anni vanno riscrivendo la storia del novecento secondo parametri ideologici prettamente reazionari. La storia viene riscritta secondo prametri ideologici rinnovati e funzionali alla esaltazione del modo di produzione capitalistico e delle democrazie presidenzialiste/maggioritarie vigenti, etichettando gli episodi della lotta di classe sotto l'etichetta del tiotalitarismo.
Revisione significa liquidare la tradizione rivoluzionaria dalla storia moderna e contemporanea, non solo il 1917 ma anche il 1789. Esiste un rapporto di continuità tra quanti hanno alimentato la condanna della Rivoluzione Francese con l'individuazione dell'Ottobre come inizio della catastrofe novecentesca, con la rottura della pace sociale e degli equilibri strategico politici. E' la difesa dell'Occidente contro l'Oriente, civiltà contro barbarie, democrazia e libertà contro tirannicidio e tirannia: sono questi topoi ricorrenti che trovano nel liberalismo economico, per esempio in Mises, la prima articolata definizione, capace di legare la critica ideologica ad un modello economico e sociale ben definito. Non sfugge ad occhi attenti una strana coincidenza: molti degli assertori del libero mercato e di un'economia diretta e pianificata dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale sono in prima fila nel denunciare la sovversione politica e chiedono a viva voce che la difesa del capitalismo monetarista sia presente in ogni ambito politico e culturale, senza distinzione alcuna. Anche per questa ragione assistiamo inermi ad una campagna pamphlettistica che con lo studio delle fonti storiche ha poco da spartire. In questa ottica le correnti rivoluzionarie sono per eccellenza fanatiche, settarie ed assetate di sangue, ignare delle più elementari norme civili di comportamento.
Se guardiamo alla storia senza preconcetti ideologici, vedremo come sia intrinseco alla storia delle nazioni occidentali, o per intenderci quelle del capitalismo avanzato, attribuire ad altri etichette di barbarie, in nome di una presunta supremazia ideologica ed economica (i due aspetti non vanno mai disgiunti). La guerra al III Reich è "la crociata democratica" contro il popolo tedesco, spesso confuso con i Nazisti, fino ad autorizzare l'uso di qualunque mezzo militare come il bombardamento di Dresda lascia ben intendere. Stesso discorso vale per gli Americani e per il ricorso al bombardamento atomico, contro un avversario ormai sconfitto, decimato e prossimo alla resa. Gli esempi appena citati attingono dal vasto repertorio coloniale, Inglese ed Americano, dall'uso di veri e propri genocidi per limitare le perdite occidentali e scongiurare eventuali rivolte.
In anni recenti la Guerra contro l'Iraq fornisce esempi illuminanti sulla tendenza alla crociata intrinseca nel capitalismo occidentale ( la società americana è caratterizzata quotidianamente da campagne nazionali che denunciano con toni apocalittici qualche grande Satana )

Colonialismo italiano e negazione della storia

E' proprio la storia del colonialismo (e L'Italia non è immune da critiche, considerato il vasto uso di gas e torture da parte fascista in Libia ed Etiopia) e le ideologie che ne hanno sostenuto il rafforzamento ad essere liquidate o rimosse dall'immaginaio collettivo. Dopo mezzo secolo di menzogne e solo dinanzi a documenti storici incontrovertibili, Indro Montanelli ha ammesso pubblicamente l'uso dei gas tossici da parte italiana nella guerra di colonizzazione dell'Etiopia. In questi decenni gli Italiani si sono sentiti ripetere, sui libri di scuola e sui giornali nazionali di grande tiratura, che il colonialismo nostrano era umano e sostanzialmente innocuo: questa idea fa parte ormai di quel senso comune che sappiamo quanto sia difficile da sradicare, soprattutto dopo essersi fuso con le ideologie dominanti.
Da parte nostra non vogliamo limitarci a denunciare il solo uso criminale dell'aprite, ma estendere il nostro ragionamento all'utilizzo del terrore come componente essenziale del colonialismo ("sistematica politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici", Telegramma di Mussolini a Graziani del 8\7\1936 in A. Del Boca, I Gas di Mussolini , Editori Riuniti, 1996), agli eccidi perpetrati contro la popolazione civile, alla esibizione di teste mozzate all'interno dei mercati e delle piazze, una pratica diffusa per ribadire la supremazia italiana.
Non esistono angoli immacolati di storia nazionale (chi non ricorda l'episodio di Bronte nell'Impresa dei Mille?) da contrapporre alla barbarie di altri popoli: in Italia i fascisti hanno fatto ricorso alle leggi Razziali e l'approvazione delle stesse da parte Monarchica viene considerato ancora oggi dai discendenti di casa Savoia un fatto irrilevante. Solo attraverso la rimozione del passato e un uso ideologico della storia possiamo pensare ad un Museo da intitolare al Maresciallo Graziani o ad una mostra intitolata "Il duce: uomo della provvidenza".
Hitler si richiama alla conquista inglese dell'India e allo sterminio degli Indiani di America, due precedenti storici rimossi in nome della acritica e parziale esaltazione dei valori occidentali .
Troppi i silenzi sulla guerra contro l'Irlanda, migliaia di nazionalisti rinchiusi nei campi di concentramento senza processo, esecuzioni sommarie già sperimentate nella guerra civile antiscozzese del secolo diciottesimo, le atrocità contro i neri di America e i diritti ancora oggi negati...

Occidente culla della civiltà?

Come non riconoscere la validità storica di testimonianze che ci restituiscono un quadro meno oleografico dell'Occidente, poco utile a dimostrare la superiorità e la supremazia morale, etica, culturale oggi riproposta in funzione antiegualitaria. In questa ottica il Genocidio e la Barbarie vengono attribuiti solo alla Storia Orientale con l'eccezione dei due tiranni, Hitler e Stalin, senza mai citare l'Inghilterra o gli Usa e le loro pagine storiche più compromettenti. La schiavitù diventa così un semplice incidente di percorso che ha rallentato il cammino degli Usa verso la civiltà, ma non si dice come le cose sono realmente andate, a partire dai Padri pellegrini fondatori della moderna nazione, il patto dei quali escludeva neri ed indiani. Non si può studiare la storia delle moderne nazioni occidentali senza gurdare alle ingiustizie sociali e alle eslusioni etnico razziali che non sono pagine marginali della storia di queste, ma piuttosto momenti centrali per analizzare e comprendere teorie e pratiche sociali ancora oggi vigenti.
Per i Revisionisti il fanatismo ideologico è per eccellenza patrimonio dei giacobini e dei comunisti, al nemico di classe non viene concessa alcuna legittimità. Se cancelliamo la rivoluzione Francese dalla storia dell'Europa moderna, si liquida poi lo stesso Bolscevismo come sinonimo di barbarie asiatica.
Da parte nostra crediamo che la moderna barbarie non sia paragonabile ai riti tribali di Bokassa (che cero ha non poche affinità con la stessa, considerato che il sanguinario dittatore è stato sovvenzionato e potetto da molti stati occidentale come baluardo antisovietico nello scacchiere Africano) e rimanga patrimonio della storia e della tradizione occidentale. E doverose sono poi le opportune distinzioni nella storia recente e passata: per esempio, tra Robespierre e Napoleone, perché il primo mai ha pensato ad una guerra non difensiva, insomma a qualcosa di diverso dalla difesa militare del suolo francese e delle sue moderne istituzioni. L'uguaglianza sociale e il rispetto di tutte le razze sono parte indelebile del patrimonio genetico del giacobinismo e basti pensare alla rivolta dei neri di Santo Domingo guidata da Toussant Loverture per tracciare una linea di demarcazione rispetto alla politica neocoloniale inglese o le atrocità commesse in India. Senza la Rivoluzione francese, i popoli non avrebbero avuto l'impulso alla libertà e alla civilizzazione che rimane anche nei decenni successivi l'obiettivo primario di ogni modernizzazione antifeudale.
I codici civili dell'ottantanove e quelli successivi rimangono un modello a cui si ricollegano anche le Monarchie Costituzionali, ragion per cui la Rivoluzione francese non può essere liquidata dalla storia come una parentesi negativa perché rimane un momento determinante nell'opera di affermazione e rafforzamento della classe borghese e di quella generale civilizzazione che certo non sarebbe stata possibile con il perdurare dell'Ancien Regime. Negare l'influsso dell'ottantanove ha ripercussioni negative sulla stessa storia della classe borghese, perché significa ridimensionare la portata della vittoria sull'Ancient Regime e sull'aristocrazia nobiliar feudale da parte di un nuovo ceto mercantile.
Nell'immaginario collettivo si vuole sostituire la Rivoluzione Francese con quella Americana, per meglio legittimare la supremazia politica ed economica dell'imperialismo Usa. La esaltazione di Tocqueville (1)[1] e gli entusiasmi di Furet verso il modello americano, giudicato ne "Il passato di una illusione" l'esempio democratico per eccellenza, sono resi possibili da un'operazione storica e memorialistica che tralascia pagine recenti come la pena di morte, la segregazione razziale, la caccia alle streghe e i colpi di stato sanguinari nel Continente Americano. In questo contesto scompaiono le persecuzioni degli oppositori, Malcom X diventa un eroe cinematografico, le pantere nere smantellate tra droga e carcere: insomma alcuni esempi esplicativi del modello sociale americano che oggi anche a sinistra vanno additando come esempio in nome della competitività e delle opportunità individuali.
I rivoluzionari non sono mai caduti nell'utilizzo di distinzioni etnico antropologiche (i selvaggi contro i civilizzati) mentre i novelli democratici e la loro tradizione culturale non possono dire altrettanto. Ford, industriale americano da cui nasce il fordismo, finanziava lobby antiebraiche e circoli vicini al KKK e con esse le campagne elettorali ora democratiche ora repubblicane. Thomas Mann, maestro di Heidegger, filosofo esaltato anche dagli ex comunisti, giudicò la sconfitta tedesca nel primo conflitto mondiale come il risultato di una guerra civile internazionale finanziata dalla Massoneria Ebraica; e badate bene che giudizi analoghi sono reperibili anche in altri paesi e in ambienti culturali al di sopra di ogni sospetto.
I Revisionisti fanno cosi' iniziare la seconda guerra Mondiale dopo l'invasione della Cecoslovacchia e della Polonia con la Dichiarazione di guerra da parte di Francia ed Inghilterra. Tutto questo non appare sconcertante?

Da Furet a Nolte

Dipingere l'avversario in modo ripugante, con gli attributi peggiori significa gettare un'ombra di negativà difficilmente cancellabile. La storia, per Furet e l'ultimo Nolte, è un insieme di fatti da leggere attraverso i parametri della cieca ideologia di un ex comunista , che ricorre alle argomentazioni della sinistra bolscevica e di quella libertaria per dimostrare la natura fraudolenta dell'URSS. Victor Serge, Boris Souvarine sono a lungo saccheggiati, secondo schemi tipici degli intellettuali passati dalla militanza comunista ad un atteggiamento ostile e pieno di rancore ( citiamo per esempio Settembrini e Colletti, ai quali almeno bisogna riconoscere quello status di intellettuali che invece va negato ai tanti nanetti che imperversano sul fronte giornalistico). Furet riprende nel suo ultimo testo, Il passato di un Illusione, l'arcaica tesi antidemocratica che accomunerebbe i due opposti estremismi (vedi pag 193 op cit) , entrambi acerrimi negatori delle libere individualità:
"... Tra il socialismo e il pensiero antiliberale e perfino antidemocratico, le complicità come s'è visto sono antiche. Dalla rivoluzione francese in poi, la destra reazionaria e la sinistra socialista condividono la stessa denuncia dell'individualismo borghese e la stessa convinzione che la società moderna, priva di veri fondamenti, prigioniera dell'illusione dei di diritti universali, non abbia avvenire duraturo".
Costanzo Preve, in molti suoi scritti editi da Vangelista ed Unicopli, ha parlato soventemente di un "capitalismo senza borghesia", con la inevitabile perdita delle soggettività sconfitte non tanto dal collettivismo comunista, ma piuttosto dal pensiero unico e dalla omologazione da questo stesso prodotta. L'individualismo borghese è uscito stritolato sia dai cambiamenti economici dell'ultimo quarantennio, che hanno mutato radicalmente le composizioni di classe, sia dalla crisi del Modernismo che porta con sé il trionfo di false individualità con l'inevitabile seguito di atteggiamenti incolti e gretti, di mode passeggere che certo non ricordano la società mitteleuropea dei romanzi a cavallo tra otto e novecento. E' stata quindi la retorica della differenziazione, la perdita di una visione critica della individualità e il pensiero unico a decretare la morte delle individualità, ed è proprio per questo motivo che appare quanto mai debole il giudizio di Furet, proprio laddove egli crede di avere arggiunto l'apice delle proprie analisi.
Lo stravolgimento delle critiche avanzate dalla estrema sinistra e il loro parziale utilizzo per avvalorare ipotesi reazionarie ci sembra discutibile almeno come la ripresa di una presunta fedeltà testuale al marxismo da parte di esponenti della seconda internazionale, che ricordiamo in taluni casi preferirono l'esegesi testuale ad una opposizione seria e forte al nazionalismo militarista imperante tra gli anni dieci e venti del nostro secolo. Le critiche di Lenin al trattato di Versailles e agli equilibri disegnati all'indomani della Prima GuerrA Mondiale non si possono identificare con le obiezioni mosse da Hitler agli assetti usciti in quel periodo, proprio perché antitetiche rimangono le finalità.
Allusioni come quelle fatte proprie da Nolte rimangono materia di bagarre ideologica, per esempio la critica all'Imperialismo Britannico dei marxisti partiva dal contributo di Lenin contro l'Imperialismo, laddove invece il Nazismo cercava una via di uscita da quel senso di frustrazione che la Germania, in qualità di potenza sconfitta, cercava nella prospettiva di sostituirsi all'Inghilterra nel ruolo di potenza egemone in Europa.
Per Furet il popolo russo è uscito sconfitto dal secolo XX, eppure la Rivoluzione di Ottobre viene in ogni pagina del libro precedentemente citato, attaccata e vilipesa come un virus da estirpare nel futuro: "...LA Russia di Lenin è un simbolo, canalizza delle passioni, più che delle idee, rappresenta la storia universale".
Furet polemizza contro la pretesa di universalità del bolscevismo nel novecento riprendendo motivazioni simili alla polemica antigiacobina del secolo precedente. Non è facile separare (amesso che lo si voglia fare) il Furet storico da quello delle polemiche ideologiche e crediamo che la ricerca di questa demarcazione finisca con il far passare in secondo piano la finalità della ricerca e l'impianto su cui si sorregge, impianto che da parte nostra respingiamo in toto.
E' l'idea di democrazia intesa come elemento totalizzante la base di partenza di ogni critica, una visione parziale e monolitica che storicamente si poggia su basi molto deboli, basti pensare alle differenze macroscopiche tra la concezione democratica di oggi e quella di inizio secolo, il numero dei votanti di oggi e quello di allora, la stessa visione del processo democratico uscita dal welfare e l'ottica in cui si poneva il liberalismo di inizio secolo. L'importante, per Furet, è non mettere in discussione il modo di produzione capitalista, quasi mai citato, assolto dalle sue responsabilità, immune da colpe. La democrazia va preservata da tutti i suoi nemici e tra questi non ci può che essere l'intellettuale, secondo i retaggi antichi della cultura reazionaria nemica del sapere e delle umane intelligenze. Il fascismo è il male minore, una reazione al bolscevismo (come scrive Furet: "la priorità del bolscevismo crea la priorità dell'Antifascismo").
Non vogliamo da parte nostra rigettare il concetto di fascismo come reazione alla marea montante del comunismo. Nolte usa questo fatto per ridimensionare il giudizio negativo verso la Germania, gettando discredito sul comunismo e su tutti i suoi alleati, tuttavia non si può cancellare una verità storica, ossia il fatto che al capitalismo non rimase che sovvenzionare in taluni casi movimenti razziali e xenofobi, i soli in quel contesto capaci di sottrarre le piazze e le fabbriche agli operai e ai comunisti. E' ovvio che in questo modo non pretendiamo di spiegare tutto, perché esistono spazi di irrazionalità che non sono riconducibili esclusivamente alle responsabilità del capitalismo e delle sue produzioni ideologico culturali.Ma non si comprende il revisionismo storico se non si é disposti a difendere almeno in parte la storia del movimento operaio e comunista di questo secolo, storia che rimane determinante per capire anche Fascismo e Nazismo, nonché le attuali letture revisionistiche dei processi storici.
Gli scioperi di inizio secolo hanno alimentato un vasto movimento reazionario che in Italia è rappresentato dal fascismo, con finalità antitetiche rispetto ai comunisti, quindi contrario ai diritti sindacali, alla distribuzione delle terre e ad una partecipazione democratica alla vita civile e sociale.
Tra Comunismo e Fascismo non esiste quella "corrispondenza " ipotizzata da Nolte, ma esiste certamente una relazione di carattere storico e politico perché la presa del potere da parte dei bolscevichi e la concretizzazione di ideali egualitari ha senza dubbio accellerato il processo storico di costituzione di modelli sociali militari e politici, quali Fascismo e Nazismo.
Fu contro il marxismo e la presenza organizzata dei comunisti in campo sociale che i nazisti organizzarono nei primi mesi del 1933 una campagna propagandistica. Il marxismo è visto come negazione delle idee nazionali e nemico del popolo tedesco, con tematiche già ricorrenti nella propaganda nazionalista dei primi anni del secolo. Il nazismo, agli occhi di Nolte, rappresenta la difesa di una identità nazionale minacciata dal comunismo internazionale e dalle sue ideologie internazionaliste di Rivoluzione mondiale. Il Nazismo viene così rivalutato come il moviemnto che ha restituito dignità alla nazione tedesca e alle classi uscite indebolite e/o sconflitte dalla prima guerra mondiale. Alla dicotomia caos/autorità pensiamo sia opportuno sostituire quella conservatorismo/egualitarismo poiché attribuire tutti gli elementi di caos e disordime morale e sociale ai comunisti significherebbe ridurre il conflitto ad uno solo dei suoi prortagonisti, soffermandosi su alcune conseguenze e non sulle reali cause e dinamiche storico-politiche.
L'idea poi di una sostanziale pacifismo del Nazismo non è suffragata da fatti storici, che anzi dimostrano l'esatto contrario come l'invasione della Polonia e della Cecoslovacchia dimostrano. Questi due episodi niente hanno da spartire con le teorie dell'"orrore bolscevico", in nome del quale del resto non è spiegabile anche l'odio razziale.
La repressione anticomunista e la demonizzazione sovietica precedono quindi l'avvento di Hitler e trovano legittimità nella cultura democratico capitalista, un banco di prova per esempio è la sistematica repressione dei radicals negli Usa, con centinaia di oppositori uccisi dalla polizia o in misteriosi attentati, sui quali - è bene ricordare - mai è stata fatta luce. Il primo anticomunismo trova terreno fertile nel pensiero democratico, disposto a ricorrere perfino ad ideologie razziali e leggi liberticide per assecondare i piani del grande capitale.
Questi fatti oggi sono ridimensionati per opera anche della cultura di sinistra, che ha promosso una lettura oleografica del processo resistenziale escludendo a priori le ragioni di classe.
I Nazisti sono gli eredi del nazionalismo uscito sconfitto dal Trattato di Versailles come il Fascismo riprende le aspettative fiumane coniugandole con con gli interessi dei ceti agrari ed industriali, all'interno di uno stato corporativo capace di annullare il conflitto sociale. E la storia del colonialismo e del nazionalismo sono momenti determinanti per comprendere le ragioni del moderno revisionismo storico, fermo restando che non si può liquidare le rivoluzioni e i movimenti di liberazione nazionale come episodi di violenza e di barbarie, perché la storia ci insegna che nessun cambiamento é avvenuto secondo i canoni dell'irenismo universale. Rimane innegabile che solo uno stolto può paragonare la Marcia su Roma con l'Autogestione delle Fabbriche, o Rosa Luxemburg con Goebbels.
In questo scenario a nostro avviso non si attribuiscono le dovute responsabilità alla Monarchia Sabauda e ai governi liberali di inizio secolo, come anche non si attribuiscono i dovuti meriti a quella tradizione antimilitarista del movimento operaio che l'adesione al fascismo di tanti sindacalisti rivoluzionari ha certamente offuscato ma non rimosso. E questa rimozione è avvenuta anche in anni recenti, come dimostra la Guerra del Golfo, con gli atteggiamenti ambigui ed opportunisti dei sindacati che certamente rifuggono l'antimilitarismo con la stessa convinzione con la quale attuano la concertazione con le forze industriali e Governative. Decine di operai sono stati fucilati per essersi rifiutati di indossare una divisa, per non essere carne da macello per gli eserciti dei latifondisti e degli Agrari, e questi fatti conservano a nostro avviso una attualità sconcertante che la storiografia di sinistra non ha voluto utilizzare in modo opportuno.
Per tutti questi motivi non possiamo che criticare quanti del Revisionismo storico presentano una immagine parziale e limitata. Gli Ebrei sono vittime non solo dell'Olocausto nazista ma di più Olocausti, solo che la portata del primo ha finito con il cancellare tutti gli altri, e con essi le responsabilità dell'Occidente e del capitalismo nello sterminio di Indiani, Armeni, Neri e Zingari, solo per citare i casi più conosciuti. La centralità dell'Olocausto ha avuto numeose ripercussioni, tra le quali la sostanziale assoluzione di Israele dai crimini dei quali si è macchiata ai danni del popolo palestinese e libanese. La deideologizzazione della storia va quindi estesa anche al Medio Oriente e alle aree un tempo colonizzate del Continente Africano.
E' la colonizzazione responsabile primaria dello sterminio di popoli lasciati morire di inedia, falcidiati dalla guerra e dalle malattie. Non può esistere una critica radicale al Revisionismo senza smascherare i miti e le problematiche in esso nascoste, senza rifiutare quell'elogio del capitalismo che ha prodotto un pensiero unico, quello della esaltazione di un modo di produzione e della sua forma politica, la democrazia oggi presentata come il solo orizzonte possibile per l'umanità, orizzonte democratico che già Tocqueville vedeva come risultato di volontà divine oggi impersonificate dal Dio mercato e dai suoi molteplici stregoni.
La lettura dei fatti storici operata da Nolte risulta in certi casi fin troppo schematica e riduttiva come quando (cfr. cap. 3 di Nazionalismo e Bolscevismo) presenta la liquidazione dei partiti da parte di Mussolini come una scelta obbligata dal disordine sociale allora imperante nel paese e sostanzialmente contraria agli indirizzi iniziali del Fascismo a cui lo storico tedesco sembra riconoscere patenti di legittimità democratica: "Mussolini era stato spinto da avvenimenti gravi, come la crisi Matteotti a farla finita con i partiti superstiti 4 anni dopo la marcia su Roma".
In un discorso alla Camera nel 1921, Matteotti spiega con efficace sintesi la scelta fascista a favore dell'illegalità, intesa come opzione di classe a difesa dei privilegi economici e politici. Matteotti è consapevole dei limiti democratici e delle contraddizioni sociali di un sistema iniquo e classista e ben sa che in questo contesto matura l'alleanza tra Fascismo e correnti liberali. L'alleanza si concretizza come scelta necessaria dopo mesi di inutili dibattiti parlamentari sempre più distanti dai problemi reali del paese. E su questa distanza tra società ed istituzioni occorre riflettere ancora oggi, in tempi di alchimie politico istituzionali.

LA RECENTE PUBBLICISTICA

La recente pubblicistica ha trattato argomenti in buobna parte archiviati dalla ideologia dell'oblio. Parliamo della tendneza trasversale al sistema politico repubblicano di non affrontare argomenti storici che rievocano pagine dolorose e in contrasto con la tendenza a pacificare la nazione, tendenza comune al Revisionismo storico sia di marca reazionario-fascista sia di marca democratico-capitalista.
Il caso delle Foibe (cfr. AA.VV, Foibe, il peso del passato, Marsilio 1997) e' rimasto emblematico di una dimenticanza collettiva e dell'uso a fini ideologici della storia, con la Sinistra a ricordare la Risiera di San Sabba e le stragi nazifasciste, e la Destra che denuncia l'alleanza tra Tito e i comunisti Italiani sulla quale viene fatta ricadere la responsabilità delle Foibe.
La destra italiana, dopo l'estate 1948, ha essa stessa archiviato la vicende delle Foibe relegandola o alla propaganda politica locale ( il MSI ha raccolto nella Venezia Giulia consensi di gran lunga superiori alla media nazionale) o ai Comitati di reduci, spesso formati da uomini della X Mas e Camicie Nere compromesse direttamente con gli eccidi della popolazione yugoslava. Quando Tito abbandona il blocco dei paesi socialisti (Il Patto di Varsavia non era ancora nato), per la destra italiana la Yugoslavia non è più il nemico numero uno. Contemporaneamente a sinistra iniziava la santificazione del movimento resistenziale, che ha impedito per 40 anni ogni seria riflessione politica e storica.
Nella Venezia Giulia il movimento fascista si evidenzia per la particolare ferocia dimostrata verso gli Ebrei o nell'invasione della Yugoslavia; la Risiera di San Sabba è solo l'esempio più noto di una pratica diffusa basata sul terrore e sullo sterminio. Risiera e Foibe (e su questo punto i giudizi storici rimangono concordi) sono fenomeni totalmente distinti., e la discussione non può partire dal conteggio dei morti ma solo da uno sforzo di comprensione e contestualizzando i fatti avvenuti. Non possiamo esimerci da una seria e completa ricostruzione storica, in assenza della quale esiste solo polemica ideologica di bassa lega. In assenza della storia, la morte degli Ebrei ha lo stesso significato della morte di qualche gerarca. Pochi si soffermano sulla diretta partecipazione fascista allo Sterminio, non solo con la promulgazione delle Leggi Razziali, ma attraverso eccidi programmati come quelli sul Lago Maggiore del Settembre 1943 ai quali presero parte fascisti italiani. L'Italia allora era già stata inserita nel programma di deportazione in Germania e senza l'aiuto dei fascisti locali le truppe SS reduci dal fronte Russo non avrebbero individuato con estrema facilità le poche famiglie ebree rifugiatesi attorno al Lago. Se i tedeschi sono gli esecutori materiali dei fatti, le liste furono compilate da italiani civili e militari, quasi sempre legati agli Istituti per la Salvaguardia della Razza. Entrambi poi, nazisti tedeschi ed italiani, si sono arricchiti individualmente con le razzie e non mancano casi di false donazioni per coprire furti e rapine, di ricatti estorti con la violenza .
Alla luce di questi fatti (ampiamente documentati da un giovane studioso tedesco K. Klinkhammer, autore di Stragi naziste in Italia edito nel 1997 dalla casa editrice Donzelli), possiamo affermare che ci fu diretta partecipazione e non solo tacita complicità dei fascisti nella caccia agli Ebrei e nella loro deportazione nei Campi di Sterminio; i fatti del Lago Maggiore sono del resto poca cosa se confrontati con le liste di italiani compilate in sede locale dai fascisti per assicurare alla Germania una manodopera specializzata da impiegare nei campi di lavoro in Germania (molti di questi finirono nei Campi di sterminio). Concordiamo pienamente con Klinkhammer nel rifiuto categorico dei meccanismi di azione e reazione con i quali si vorrebbero scaricare sui Partigiani le responsabilità morali e materiali degli eccidi e dei rastrellamenti.
Negli ultimi anni sono stati pubblicati libri dedicati ad episodi minori (la cosiddetta Microstoria) che rappresentano a pieno titolo la via italiana e di sinistra al revisionismo storico. Torneremo con maggiore riguardo su questo argomento, ma vogliamo comunque fare alcune precisazioni in rapporto a considerazioni espresse da P. Pezzino in Anatomia di un Massacro (Il Mulino 1997) e da G. Contini in La Memoria divisa (Rizzoli 1997) .
Alla Resistenza gli autori sembrano chiedere una superiorità etico morale e sostanzialmente rifiutano dii confrontarsi con la realtà di quei giorni. Contini e Pezzino dimenticano che la guerra partigiana è guerriglia condotta con mezzi impari contro un nemico più forte, armato e superiore sotto ogni punto di vista. La guerra partigiana non poteva affrontare i Nazisti a viso aperto, come in una battagli classica tra due eserciti, proprio perché non esisteva un esercito partigiano ma bande coordinate. Sono stati i Tedeschi a non distinguere tra civili e militari, i loro rastrellamenti non operarono questa distinzione, gli attacchi a sorpresa delle Bande erano il solo mezzo possibile per colpire un nemico più forte, che godeva di aiuti locali da parte fascista. Per questo motivo non ha senso attribuire colpe e responsabilità ai partigiani utilizzando strumentalmente fatti di microstoria attraverso i quali si cerca di riscrivere la storia di quei giorni secondo canoni revisionisti.
I partigiani dovevano dimostrare anche ai loro alleati di essere una componente legittima nella lotta contro il Nazifascismo e sarebbe opportuno guardare ai comportamenti del Comando Americano prima di formulare giudizi. I due pseudo storici poi non operano le necessarie distinzioni all'interno della popolazione civile, che viene dipinta come vittima dei due blocchi contrapposti; ma all'interno del popolo esistono atteggiamenti difformi, ivi inclusi quei fascisti della prima ora che si erano mimetizzati per potere fornire all'occupante nazista aiuti ed informazioni. Possiamo definire inerme e civile quella parte della popolazione complice dei nazifascisti, responsabile di avere indicato famiglie di partigiani poi trucidate? Possiamo impartire lezioni di etica o di tecnica ai partigiani? Noi crediamo di no, fermo restando la necessità di una ricostruzione storica svincolata dalle immagini oleografiche e della beatificazione dei martiri, spesso condotte da correnti e uomini politici conniventi con il fascismo e benignamente recuperati dopo il 1948 al fronte antifascista.
Del resto Pezzino e Contini sono i figli legittimi di Indro Montanelli che sul Corriere del 29\2\96 accomuna i Partigiani romani con i Nazisti di Kappler, e di tutti quei luoghi comuni che dimostrano oggi maggiore efficacia della scellerata retorica resistenziale, che mentre esalta acriticamente la lotta partigiana opera una revisione storica in presenza della quale sono abolite le differenze tra la Guerra di Liberazione e quella oppressiva del Nazismo negatrice della libeàa' e sostenuta da ideologie razziali e di sterminio.
Troppe relazioni esistono tra le razzie dei beni ebraici con i saccheggi compiuti dalle truppe coloniali e fasciste, truppe alle quali fu lasciata piena libertà di azione nel saccheggio di moschee, nei furti ai danni di commercianti locali, per non parlare poi della profanazione di luoghi religiosi. I Fascisti incoraggiarono questi episodi, compiuti in luoghi lontani da occhi indiscreti, e solo in presenza dei fatti più gravi corsero ai ripari rimpatriando alcuni dei responsabili (rimasti ovviamnte impuniti).
Anche per questa ragione crediamo che la lettura della storia novecentesca debba prendere in esame anche il colonialismo, che rimane una pagina ancora oggi sconosciuta sulla quale pesa l'ignoranza dei luoghi comuni.

note:
[1]Tocqueville, due secoli prima di Furet nell'opera intitolata "L'antico Regime e la Rivoluzione "condannava la Rivoluzione dipingendola come un mostro antropofago, una malattia che corrode la societa' fin dalle fondamenta: "....La rivoluzione intanto, segue il suo corso; a mano a mano che si vede apparire la testa del mostro, che se ne svela la fisionomia singolare e terribile, che dopo avere distrutto le istituzioni politiche, essa abolisce le istituzioni civili e dopo le leggi cambia i costumi, gli usi e perfino la lingua".