Premessa
La dicotomia Fascismo ed Antifascismo ha alimentato negli ultimi anni
confusione perché l'uso che ne veniva fatto si poggiava su basi storiche
incerte e funzionali all'elettoralismo dello schieramento di sinistra. L'antifascismo,
dato per morto e sepolto solo pochi anni prima, viene risuscitato come bagaglio
ideologico antiberlusconiano, si confonde una destra reazionaria e liberista
con le camicie nere, presentando immagini oleografiche del liberalimo.
"Non possiamo che dirci tutti liberali", ed altre frasi del genere
che accomunano tanto l'Ulivo quanto il Polo, traggono gondamento dalla sopravvalutazione
del pensiero liberale che affonda le proprie radici nel pensiero politico
del primo novecento. I liberali del secolo XIX non hanno niente da spartire
con quelli odierni, come non si può mettere sullo stesso piano Gobetti
con il neoliberismo di von Hajek.
Il movimento comunista ha valutato positivamente le funzioni progressive
del liberalismo come movimento universale e radicale, lo stesso Togliatti
su L'Ordine Nuovo riconosceva un ruolo positivo e di liberazione
dalle schiavitù, tuttavia oggi non dobbiamo fare i conti con le correnti
ideali e i moti del pensiero ma con il liberalismo storicamente realizzatosi
attraverso la negazione di quei valori borghesi da cui esso stesso traeva
origine. Accanto a questa abiura troviamo connivenze con l'autoritarismo
di destra e istanze sociali ed economiche assolutamente inconcepibili con
progettualità progressiste.
I richiami emotivi ad un generico fronte antifascista, dove le componenti
etico morali prevalgono sull'elemento storico e sulle motivazioni politiche,
consentono la sopravvivenza di una sinistra istituzionale incapace di battaglie
sindacali sociali e politiche, oggi al potere per tutelare interessi economici
antitetici a quelle classi sociali che fino ad oggi ha sostenuto di rappresentare.
In questo contesto crediamo non si possa scindere un'analisi articolata
del revisionismo storico dai revisionismi e dagli opportunismi politici
passati e presenti.
Il compito è particolarmente arduo se pensiamo quanto difficile sia
ormai prefigurare una visione del mondo non parziale, dove le molteplici
differenze etniche, di classe o di sesso producono un pensiero parcellizzato
ed acritico, dove è abolita l'unità tra soggetto ed oggetto.
Un pensiero quindi incapace di rompere con le tendenze alla caducità
e alla frammentazione, alla precarietà e alla legittimazione delle
molteplici forme di disuguaglianza che si celano dietro "il pensiero
unico della omologazione capitalistica" (D. Harwey, La crisi della
modernità)
L'ubricatura da immagini, i dati e i nozionismi non hanno cancellato l'alienazione
né tanto meno accresciuto il livello medio delle conoscenze, anzi
il soggetto persa l'immagine di progresso si trova vittima di una frammentazione
crescente che lo sradica dai contesti socio politici, privandolo contemporaneamente
della memoria storica senza la quale e' piu' facile cadere vittime di mode
passeggere espressioni di ideologie dominanti.
Occorre, qualunque sia il campo del nostro operare, riservare grande attenzione
alle parole e ai significati, indagando sulla loro origine e sull'utilizzo
che ne viene fatto. La tendenza per esempio ad accogliere le indagini della
Confindustria sulla disoccupazione come dati di fatto incontrovertibili
produce una rapida omologazione alle finalità di queste ricerche.
Termini come flessibilità e produttività sono entrati nel
linguaggio corrente ed oggi vengono comunemente utilizzati tanto dagli industriali
quanto dal Sindacato come obiettivi comuni. In questa omologazione le nuove
tecniche lavorative post fordiste, funzionali all'accrescimento del plusvalore,
sembrano invece soddisfare la richiesta di mansioni più creative
e fantasiose.
Il capitalismo, il liberismo e la confusione ideologica tra correnti progressiste
e conservatrici diventano il retroterra culturale politico ed ideologico
da cui nascono i novelli revisionismi.
Sul concetto di revisionismo
Revisionisti non sono unicamente gli storici che negano l'esistenza dei
campi di sterminio nazisti, o l'Olocausto, anzi crediamo che questi siano
un fenomeno secondario rispetto a quel vasto movimenti di studiosi e politici
che negli ultimi anni vanno riscrivendo la storia del novecento secondo
parametri ideologici prettamente reazionari. La storia viene riscritta secondo
prametri ideologici rinnovati e funzionali alla esaltazione del modo di
produzione capitalistico e delle democrazie presidenzialiste/maggioritarie
vigenti, etichettando gli episodi della lotta di classe sotto l'etichetta
del tiotalitarismo.
Revisione significa liquidare la tradizione rivoluzionaria dalla storia
moderna e contemporanea, non solo il 1917 ma anche il 1789. Esiste un rapporto
di continuità tra quanti hanno alimentato la condanna della Rivoluzione
Francese con l'individuazione dell'Ottobre come inizio della catastrofe
novecentesca, con la rottura della pace sociale e degli equilibri strategico
politici. E' la difesa dell'Occidente contro l'Oriente, civiltà contro
barbarie, democrazia e libertà contro tirannicidio e tirannia: sono
questi topoi ricorrenti che trovano nel liberalismo economico, per esempio
in Mises, la prima articolata definizione, capace di legare la critica ideologica
ad un modello economico e sociale ben definito. Non sfugge ad occhi attenti
una strana coincidenza: molti degli assertori del libero mercato e di un'economia
diretta e pianificata dal Fondo Monetario e dalla Banca Mondiale sono in
prima fila nel denunciare la sovversione politica e chiedono a viva voce
che la difesa del capitalismo monetarista sia presente in ogni ambito politico
e culturale, senza distinzione alcuna. Anche per questa ragione assistiamo
inermi ad una campagna pamphlettistica che con lo studio delle fonti storiche
ha poco da spartire. In questa ottica le correnti rivoluzionarie sono per
eccellenza fanatiche, settarie ed assetate di sangue, ignare delle più
elementari norme civili di comportamento.
Se guardiamo alla storia senza preconcetti ideologici, vedremo come sia
intrinseco alla storia delle nazioni occidentali, o per intenderci quelle
del capitalismo avanzato, attribuire ad altri etichette di barbarie, in
nome di una presunta supremazia ideologica ed economica (i due aspetti non
vanno mai disgiunti). La guerra al III Reich è "la crociata
democratica" contro il popolo tedesco, spesso confuso con i Nazisti,
fino ad autorizzare l'uso di qualunque mezzo militare come il bombardamento
di Dresda lascia ben intendere. Stesso discorso vale per gli Americani e
per il ricorso al bombardamento atomico, contro un avversario ormai sconfitto,
decimato e prossimo alla resa. Gli esempi appena citati attingono dal vasto
repertorio coloniale, Inglese ed Americano, dall'uso di veri e propri genocidi
per limitare le perdite occidentali e scongiurare eventuali rivolte.
In anni recenti la Guerra contro l'Iraq fornisce esempi illuminanti sulla
tendenza alla crociata intrinseca nel capitalismo occidentale ( la società
americana è caratterizzata quotidianamente da campagne nazionali
che denunciano con toni apocalittici qualche grande Satana )
Colonialismo italiano e negazione della storia
E' proprio la storia del colonialismo (e L'Italia non è immune
da critiche, considerato il vasto uso di gas e torture da parte fascista
in Libia ed Etiopia) e le ideologie che ne hanno sostenuto il rafforzamento
ad essere liquidate o rimosse dall'immaginaio collettivo. Dopo mezzo secolo
di menzogne e solo dinanzi a documenti storici incontrovertibili, Indro
Montanelli ha ammesso pubblicamente l'uso dei gas tossici da parte italiana
nella guerra di colonizzazione dell'Etiopia. In questi decenni gli Italiani
si sono sentiti ripetere, sui libri di scuola e sui giornali nazionali di
grande tiratura, che il colonialismo nostrano era umano e sostanzialmente
innocuo: questa idea fa parte ormai di quel senso comune che sappiamo quanto
sia difficile da sradicare, soprattutto dopo essersi fuso con le ideologie
dominanti.
Da parte nostra non vogliamo limitarci a denunciare il solo uso criminale
dell'aprite, ma estendere il nostro ragionamento all'utilizzo del terrore
come componente essenziale del colonialismo ("sistematica politica
del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici",
Telegramma di Mussolini a Graziani del 8\7\1936 in
A. Del Boca, I Gas di Mussolini , Editori Riuniti, 1996), agli
eccidi perpetrati contro la popolazione civile, alla esibizione di teste
mozzate all'interno dei mercati e delle piazze, una pratica diffusa per
ribadire la supremazia italiana.
Non esistono angoli immacolati di storia nazionale (chi non ricorda l'episodio
di Bronte nell'Impresa dei Mille?) da contrapporre alla barbarie di altri
popoli: in Italia i fascisti hanno fatto ricorso alle leggi Razziali e l'approvazione
delle stesse da parte Monarchica viene considerato ancora oggi dai discendenti
di casa Savoia un fatto irrilevante. Solo attraverso la rimozione del passato
e un uso ideologico della storia possiamo pensare ad un Museo da intitolare
al Maresciallo Graziani o ad una mostra intitolata "Il duce: uomo della
provvidenza".
Hitler si richiama alla conquista inglese dell'India e allo sterminio degli
Indiani di America, due precedenti storici rimossi in nome della acritica
e parziale esaltazione dei valori occidentali .
Troppi i silenzi sulla guerra contro l'Irlanda, migliaia di nazionalisti
rinchiusi nei campi di concentramento senza processo, esecuzioni sommarie
già sperimentate nella guerra civile antiscozzese del secolo diciottesimo,
le atrocità contro i neri di America e i diritti ancora oggi negati...
Occidente culla della civiltà?
Come non riconoscere la validità storica di testimonianze che
ci restituiscono un quadro meno oleografico dell'Occidente, poco utile a
dimostrare la superiorità e la supremazia morale, etica, culturale
oggi riproposta in funzione antiegualitaria. In questa ottica il Genocidio
e la Barbarie vengono attribuiti solo alla Storia Orientale con l'eccezione
dei due tiranni, Hitler e Stalin, senza mai citare l'Inghilterra o gli Usa
e le loro pagine storiche più compromettenti. La schiavitù
diventa così un semplice incidente di percorso che ha rallentato
il cammino degli Usa verso la civiltà, ma non si dice come le cose
sono realmente andate, a partire dai Padri pellegrini fondatori della moderna
nazione, il patto dei quali escludeva neri ed indiani. Non si può
studiare la storia delle moderne nazioni occidentali senza gurdare alle
ingiustizie sociali e alle eslusioni etnico razziali che non sono pagine
marginali della storia di queste, ma piuttosto momenti centrali per analizzare
e comprendere teorie e pratiche sociali ancora oggi vigenti.
Per i Revisionisti il fanatismo ideologico è per eccellenza patrimonio
dei giacobini e dei comunisti, al nemico di classe non viene concessa alcuna
legittimità. Se cancelliamo la rivoluzione Francese dalla storia
dell'Europa moderna, si liquida poi lo stesso Bolscevismo come sinonimo
di barbarie asiatica.
Da parte nostra crediamo che la moderna barbarie non sia paragonabile ai
riti tribali di Bokassa (che cero ha non poche affinità con la stessa,
considerato che il sanguinario dittatore è stato sovvenzionato e
potetto da molti stati occidentale come baluardo antisovietico nello scacchiere
Africano) e rimanga patrimonio della storia e della tradizione occidentale.
E doverose sono poi le opportune distinzioni nella storia recente e passata:
per esempio, tra Robespierre e Napoleone, perché il primo mai ha
pensato ad una guerra non difensiva, insomma a qualcosa di diverso dalla
difesa militare del suolo francese e delle sue moderne istituzioni. L'uguaglianza
sociale e il rispetto di tutte le razze sono parte indelebile del patrimonio
genetico del giacobinismo e basti pensare alla rivolta dei neri di Santo
Domingo guidata da Toussant Loverture per tracciare una linea di demarcazione
rispetto alla politica neocoloniale inglese o le atrocità commesse
in India. Senza la Rivoluzione francese, i popoli non avrebbero avuto l'impulso
alla libertà e alla civilizzazione che rimane anche nei decenni successivi
l'obiettivo primario di ogni modernizzazione antifeudale.
I codici civili dell'ottantanove e quelli successivi rimangono un modello
a cui si ricollegano anche le Monarchie Costituzionali, ragion per cui la
Rivoluzione francese non può essere liquidata dalla storia come una
parentesi negativa perché rimane un momento determinante nell'opera
di affermazione e rafforzamento della classe borghese e di quella generale
civilizzazione che certo non sarebbe stata possibile con il perdurare dell'Ancien
Regime. Negare l'influsso dell'ottantanove ha ripercussioni negative sulla
stessa storia della classe borghese, perché significa ridimensionare
la portata della vittoria sull'Ancient Regime e sull'aristocrazia nobiliar
feudale da parte di un nuovo ceto mercantile.
Nell'immaginario collettivo si vuole sostituire la Rivoluzione Francese
con quella Americana, per meglio legittimare la supremazia politica ed economica
dell'imperialismo Usa. La esaltazione di Tocqueville (1)[1]
e gli entusiasmi di Furet verso il modello americano, giudicato ne "Il
passato di una illusione" l'esempio democratico per eccellenza, sono
resi possibili da un'operazione storica e memorialistica che tralascia pagine
recenti come la pena di morte, la segregazione razziale, la caccia alle
streghe e i colpi di stato sanguinari nel Continente Americano. In questo
contesto scompaiono le persecuzioni degli oppositori, Malcom X diventa un
eroe cinematografico, le pantere nere smantellate tra droga e carcere: insomma
alcuni esempi esplicativi del modello sociale americano che oggi anche a
sinistra vanno additando come esempio in nome della competitività
e delle opportunità individuali.
I rivoluzionari non sono mai caduti nell'utilizzo di distinzioni etnico
antropologiche (i selvaggi contro i civilizzati) mentre i novelli democratici
e la loro tradizione culturale non possono dire altrettanto. Ford, industriale
americano da cui nasce il fordismo, finanziava lobby antiebraiche e circoli
vicini al KKK e con esse le campagne elettorali ora democratiche ora repubblicane.
Thomas Mann, maestro di Heidegger, filosofo esaltato anche dagli ex comunisti,
giudicò la sconfitta tedesca nel primo conflitto mondiale come il
risultato di una guerra civile internazionale finanziata dalla Massoneria
Ebraica; e badate bene che giudizi analoghi sono reperibili anche in altri
paesi e in ambienti culturali al di sopra di ogni sospetto.
I Revisionisti fanno cosi' iniziare la seconda guerra Mondiale dopo l'invasione
della Cecoslovacchia e della Polonia con la Dichiarazione di guerra da parte
di Francia ed Inghilterra. Tutto questo non appare sconcertante?
Da Furet a Nolte
Dipingere l'avversario in modo ripugante, con gli attributi peggiori
significa gettare un'ombra di negativà difficilmente cancellabile.
La storia, per Furet e l'ultimo Nolte, è un insieme di fatti da leggere
attraverso i parametri della cieca ideologia di un ex comunista , che ricorre
alle argomentazioni della sinistra bolscevica e di quella libertaria per
dimostrare la natura fraudolenta dell'URSS. Victor Serge, Boris Souvarine
sono a lungo saccheggiati, secondo schemi tipici degli intellettuali passati
dalla militanza comunista ad un atteggiamento ostile e pieno di rancore
( citiamo per esempio Settembrini e Colletti, ai quali almeno bisogna riconoscere
quello status di intellettuali che invece va negato ai tanti nanetti che
imperversano sul fronte giornalistico). Furet riprende nel suo ultimo testo,
Il passato di un Illusione, l'arcaica tesi antidemocratica che accomunerebbe
i due opposti estremismi (vedi pag 193 op cit) , entrambi acerrimi negatori
delle libere individualità:
"... Tra il socialismo e il pensiero antiliberale e perfino antidemocratico,
le complicità come s'è visto sono antiche. Dalla rivoluzione
francese in poi, la destra reazionaria e la sinistra socialista condividono
la stessa denuncia dell'individualismo borghese e la stessa convinzione
che la società moderna, priva di veri fondamenti, prigioniera dell'illusione
dei di diritti universali, non abbia avvenire duraturo".
Costanzo Preve, in molti suoi scritti editi da Vangelista ed Unicopli, ha
parlato soventemente di un "capitalismo senza borghesia", con
la inevitabile perdita delle soggettività sconfitte non tanto dal
collettivismo comunista, ma piuttosto dal pensiero unico e dalla omologazione
da questo stesso prodotta. L'individualismo borghese è uscito stritolato
sia dai cambiamenti economici dell'ultimo quarantennio, che hanno mutato
radicalmente le composizioni di classe, sia dalla crisi del Modernismo che
porta con sé il trionfo di false individualità con l'inevitabile
seguito di atteggiamenti incolti e gretti, di mode passeggere che certo
non ricordano la società mitteleuropea dei romanzi a cavallo tra
otto e novecento. E' stata quindi la retorica della differenziazione, la
perdita di una visione critica della individualità e il pensiero
unico a decretare la morte delle individualità, ed è proprio
per questo motivo che appare quanto mai debole il giudizio di Furet, proprio
laddove egli crede di avere arggiunto l'apice delle proprie analisi.
Lo stravolgimento delle critiche avanzate dalla estrema sinistra e il loro
parziale utilizzo per avvalorare ipotesi reazionarie ci sembra discutibile
almeno come la ripresa di una presunta fedeltà testuale al marxismo
da parte di esponenti della seconda internazionale, che ricordiamo in taluni
casi preferirono l'esegesi testuale ad una opposizione seria e forte al
nazionalismo militarista imperante tra gli anni dieci e venti del nostro
secolo. Le critiche di Lenin al trattato di Versailles e agli equilibri
disegnati all'indomani della Prima GuerrA Mondiale non si possono identificare
con le obiezioni mosse da Hitler agli assetti usciti in quel periodo, proprio
perché antitetiche rimangono le finalità.
Allusioni come quelle fatte proprie da Nolte rimangono materia di bagarre
ideologica, per esempio la critica all'Imperialismo Britannico dei marxisti
partiva dal contributo di Lenin contro l'Imperialismo, laddove invece il
Nazismo cercava una via di uscita da quel senso di frustrazione che la Germania,
in qualità di potenza sconfitta, cercava nella prospettiva di sostituirsi
all'Inghilterra nel ruolo di potenza egemone in Europa.
Per Furet il popolo russo è uscito sconfitto dal secolo XX, eppure
la Rivoluzione di Ottobre viene in ogni pagina del libro precedentemente
citato, attaccata e vilipesa come un virus da estirpare nel futuro: "...LA
Russia di Lenin è un simbolo, canalizza delle passioni, più
che delle idee, rappresenta la storia universale".
Furet polemizza contro la pretesa di universalità del bolscevismo
nel novecento riprendendo motivazioni simili alla polemica antigiacobina
del secolo precedente. Non è facile separare (amesso che lo si voglia
fare) il Furet storico da quello delle polemiche ideologiche e crediamo
che la ricerca di questa demarcazione finisca con il far passare in secondo
piano la finalità della ricerca e l'impianto su cui si sorregge,
impianto che da parte nostra respingiamo in toto.
E' l'idea di democrazia intesa come elemento totalizzante la base di partenza
di ogni critica, una visione parziale e monolitica che storicamente si poggia
su basi molto deboli, basti pensare alle differenze macroscopiche tra la
concezione democratica di oggi e quella di inizio secolo, il numero dei
votanti di oggi e quello di allora, la stessa visione del processo democratico
uscita dal welfare e l'ottica in cui si poneva il liberalismo di inizio
secolo. L'importante, per Furet, è non mettere in discussione il
modo di produzione capitalista, quasi mai citato, assolto dalle sue responsabilità,
immune da colpe. La democrazia va preservata da tutti i suoi nemici e tra
questi non ci può che essere l'intellettuale, secondo i retaggi antichi
della cultura reazionaria nemica del sapere e delle umane intelligenze.
Il fascismo è il male minore, una reazione al bolscevismo (come scrive
Furet: "la priorità del bolscevismo crea la priorità
dell'Antifascismo").
Non vogliamo da parte nostra rigettare il concetto di fascismo come reazione
alla marea montante del comunismo. Nolte usa questo fatto per ridimensionare
il giudizio negativo verso la Germania, gettando discredito sul comunismo
e su tutti i suoi alleati, tuttavia non si può cancellare una verità
storica, ossia il fatto che al capitalismo non rimase che sovvenzionare
in taluni casi movimenti razziali e xenofobi, i soli in quel contesto capaci
di sottrarre le piazze e le fabbriche agli operai e ai comunisti. E' ovvio
che in questo modo non pretendiamo di spiegare tutto, perché esistono
spazi di irrazionalità che non sono riconducibili esclusivamente
alle responsabilità del capitalismo e delle sue produzioni ideologico
culturali.Ma non si comprende il revisionismo storico se non si é
disposti a difendere almeno in parte la storia del movimento operaio e comunista
di questo secolo, storia che rimane determinante per capire anche Fascismo
e Nazismo, nonché le attuali letture revisionistiche dei processi
storici.
Gli scioperi di inizio secolo hanno alimentato un vasto movimento reazionario
che in Italia è rappresentato dal fascismo, con finalità antitetiche
rispetto ai comunisti, quindi contrario ai diritti sindacali, alla distribuzione
delle terre e ad una partecipazione democratica alla vita civile e sociale.
Tra Comunismo e Fascismo non esiste quella "corrispondenza " ipotizzata
da Nolte, ma esiste certamente una relazione di carattere storico e politico
perché la presa del potere da parte dei bolscevichi e la concretizzazione
di ideali egualitari ha senza dubbio accellerato il processo storico di
costituzione di modelli sociali militari e politici, quali Fascismo e Nazismo.
Fu contro il marxismo e la presenza organizzata dei comunisti in campo sociale
che i nazisti organizzarono nei primi mesi del 1933 una campagna propagandistica.
Il marxismo è visto come negazione delle idee nazionali e nemico
del popolo tedesco, con tematiche già ricorrenti nella propaganda
nazionalista dei primi anni del secolo. Il nazismo, agli occhi di Nolte,
rappresenta la difesa di una identità nazionale minacciata dal comunismo
internazionale e dalle sue ideologie internazionaliste di Rivoluzione mondiale.
Il Nazismo viene così rivalutato come il moviemnto che ha restituito
dignità alla nazione tedesca e alle classi uscite indebolite e/o
sconflitte dalla prima guerra mondiale. Alla dicotomia caos/autorità
pensiamo sia opportuno sostituire quella conservatorismo/egualitarismo poiché
attribuire tutti gli elementi di caos e disordime morale e sociale ai comunisti
significherebbe ridurre il conflitto ad uno solo dei suoi prortagonisti,
soffermandosi su alcune conseguenze e non sulle reali cause e dinamiche
storico-politiche.
L'idea poi di una sostanziale pacifismo del Nazismo non è suffragata
da fatti storici, che anzi dimostrano l'esatto contrario come l'invasione
della Polonia e della Cecoslovacchia dimostrano. Questi due episodi niente
hanno da spartire con le teorie dell'"orrore bolscevico", in nome
del quale del resto non è spiegabile anche l'odio razziale.
La repressione anticomunista e la demonizzazione sovietica precedono quindi
l'avvento di Hitler e trovano legittimità nella cultura democratico
capitalista, un banco di prova per esempio è la sistematica repressione
dei radicals negli Usa, con centinaia di oppositori uccisi dalla polizia
o in misteriosi attentati, sui quali - è bene ricordare - mai è
stata fatta luce. Il primo anticomunismo trova terreno fertile nel pensiero
democratico, disposto a ricorrere perfino ad ideologie razziali e leggi
liberticide per assecondare i piani del grande capitale.
Questi fatti oggi sono ridimensionati per opera anche della cultura di sinistra,
che ha promosso una lettura oleografica del processo resistenziale escludendo
a priori le ragioni di classe.
I Nazisti sono gli eredi del nazionalismo uscito sconfitto dal Trattato
di Versailles come il Fascismo riprende le aspettative fiumane coniugandole
con con gli interessi dei ceti agrari ed industriali, all'interno di uno
stato corporativo capace di annullare il conflitto sociale. E la storia
del colonialismo e del nazionalismo sono momenti determinanti per comprendere
le ragioni del moderno revisionismo storico, fermo restando che non si può
liquidare le rivoluzioni e i movimenti di liberazione nazionale come episodi
di violenza e di barbarie, perché la storia ci insegna che nessun
cambiamento é avvenuto secondo i canoni dell'irenismo universale.
Rimane innegabile che solo uno stolto può paragonare la Marcia su
Roma con l'Autogestione delle Fabbriche, o Rosa Luxemburg con Goebbels.
In questo scenario a nostro avviso non si attribuiscono le dovute responsabilità
alla Monarchia Sabauda e ai governi liberali di inizio secolo, come anche
non si attribuiscono i dovuti meriti a quella tradizione antimilitarista
del movimento operaio che l'adesione al fascismo di tanti sindacalisti rivoluzionari
ha certamente offuscato ma non rimosso. E questa rimozione è avvenuta
anche in anni recenti, come dimostra la Guerra del Golfo, con gli atteggiamenti
ambigui ed opportunisti dei sindacati che certamente rifuggono l'antimilitarismo
con la stessa convinzione con la quale attuano la concertazione con le forze
industriali e Governative. Decine di operai sono stati fucilati per essersi
rifiutati di indossare una divisa, per non essere carne da macello per gli
eserciti dei latifondisti e degli Agrari, e questi fatti conservano a nostro
avviso una attualità sconcertante che la storiografia di sinistra
non ha voluto utilizzare in modo opportuno.
Per tutti questi motivi non possiamo che criticare quanti del Revisionismo
storico presentano una immagine parziale e limitata. Gli Ebrei sono vittime
non solo dell'Olocausto nazista ma di più Olocausti, solo che la
portata del primo ha finito con il cancellare tutti gli altri, e con essi
le responsabilità dell'Occidente e del capitalismo nello sterminio
di Indiani, Armeni, Neri e Zingari, solo per citare i casi più conosciuti.
La centralità dell'Olocausto ha avuto numeose ripercussioni, tra
le quali la sostanziale assoluzione di Israele dai crimini dei quali si
è macchiata ai danni del popolo palestinese e libanese. La deideologizzazione
della storia va quindi estesa anche al Medio Oriente e alle aree un tempo
colonizzate del Continente Africano.
E' la colonizzazione responsabile primaria dello sterminio di popoli lasciati
morire di inedia, falcidiati dalla guerra e dalle malattie. Non può
esistere una critica radicale al Revisionismo senza smascherare i miti e
le problematiche in esso nascoste, senza rifiutare quell'elogio del capitalismo
che ha prodotto un pensiero unico, quello della esaltazione di un modo di
produzione e della sua forma politica, la democrazia oggi presentata come
il solo orizzonte possibile per l'umanità, orizzonte democratico
che già Tocqueville vedeva come risultato di volontà divine
oggi impersonificate dal Dio mercato e dai suoi molteplici stregoni.
La lettura dei fatti storici operata da Nolte risulta in certi casi fin
troppo schematica e riduttiva come quando (cfr. cap. 3 di Nazionalismo
e Bolscevismo) presenta la liquidazione dei partiti da parte di Mussolini
come una scelta obbligata dal disordine sociale allora imperante nel paese
e sostanzialmente contraria agli indirizzi iniziali del Fascismo a cui lo
storico tedesco sembra riconoscere patenti di legittimità democratica:
"Mussolini era stato spinto da avvenimenti gravi, come la crisi Matteotti
a farla finita con i partiti superstiti 4 anni dopo la marcia su Roma".
In un discorso alla Camera nel 1921, Matteotti spiega con efficace sintesi
la scelta fascista a favore dell'illegalità, intesa come opzione
di classe a difesa dei privilegi economici e politici. Matteotti è
consapevole dei limiti democratici e delle contraddizioni sociali di un
sistema iniquo e classista e ben sa che in questo contesto matura l'alleanza
tra Fascismo e correnti liberali. L'alleanza si concretizza come scelta
necessaria dopo mesi di inutili dibattiti parlamentari sempre più
distanti dai problemi reali del paese. E su questa distanza tra società
ed istituzioni occorre riflettere ancora oggi, in tempi di alchimie politico
istituzionali.
LA RECENTE PUBBLICISTICA
La recente pubblicistica ha trattato argomenti in buobna parte archiviati
dalla ideologia dell'oblio. Parliamo della tendneza trasversale al sistema
politico repubblicano di non affrontare argomenti storici che rievocano
pagine dolorose e in contrasto con la tendenza a pacificare la nazione,
tendenza comune al Revisionismo storico sia di marca reazionario-fascista
sia di marca democratico-capitalista.
Il caso delle Foibe (cfr. AA.VV, Foibe, il peso del passato, Marsilio
1997) e' rimasto emblematico di una dimenticanza collettiva e dell'uso a
fini ideologici della storia, con la Sinistra a ricordare la Risiera di
San Sabba e le stragi nazifasciste, e la Destra che denuncia l'alleanza
tra Tito e i comunisti Italiani sulla quale viene fatta ricadere la responsabilità
delle Foibe.
La destra italiana, dopo l'estate 1948, ha essa stessa archiviato la vicende
delle Foibe relegandola o alla propaganda politica locale ( il MSI ha raccolto
nella Venezia Giulia consensi di gran lunga superiori alla media nazionale)
o ai Comitati di reduci, spesso formati da uomini della X Mas e Camicie
Nere compromesse direttamente con gli eccidi della popolazione yugoslava.
Quando Tito abbandona il blocco dei paesi socialisti (Il Patto di Varsavia
non era ancora nato), per la destra italiana la Yugoslavia non è
più il nemico numero uno. Contemporaneamente a sinistra iniziava
la santificazione del movimento resistenziale, che ha impedito per 40 anni
ogni seria riflessione politica e storica.
Nella Venezia Giulia il movimento fascista si evidenzia per la particolare
ferocia dimostrata verso gli Ebrei o nell'invasione della Yugoslavia; la
Risiera di San Sabba è solo l'esempio più noto di una pratica
diffusa basata sul terrore e sullo sterminio. Risiera e Foibe (e su questo
punto i giudizi storici rimangono concordi) sono fenomeni totalmente distinti.,
e la discussione non può partire dal conteggio dei morti ma solo
da uno sforzo di comprensione e contestualizzando i fatti avvenuti. Non
possiamo esimerci da una seria e completa ricostruzione storica, in assenza
della quale esiste solo polemica ideologica di bassa lega. In assenza della
storia, la morte degli Ebrei ha lo stesso significato della morte di qualche
gerarca. Pochi si soffermano sulla diretta partecipazione fascista allo
Sterminio, non solo con la promulgazione delle Leggi Razziali, ma attraverso
eccidi programmati come quelli sul Lago Maggiore del Settembre 1943 ai quali
presero parte fascisti italiani. L'Italia allora era già stata inserita
nel programma di deportazione in Germania e senza l'aiuto dei fascisti locali
le truppe SS reduci dal fronte Russo non avrebbero individuato con estrema
facilità le poche famiglie ebree rifugiatesi attorno al Lago. Se
i tedeschi sono gli esecutori materiali dei fatti, le liste furono compilate
da italiani civili e militari, quasi sempre legati agli Istituti per la
Salvaguardia della Razza. Entrambi poi, nazisti tedeschi ed italiani, si
sono arricchiti individualmente con le razzie e non mancano casi di false
donazioni per coprire furti e rapine, di ricatti estorti con la violenza
.
Alla luce di questi fatti (ampiamente documentati da un giovane studioso
tedesco K. Klinkhammer, autore di Stragi naziste in Italia edito
nel 1997 dalla casa editrice Donzelli), possiamo affermare che ci fu diretta
partecipazione e non solo tacita complicità dei fascisti nella caccia
agli Ebrei e nella loro deportazione nei Campi di Sterminio; i fatti del
Lago Maggiore sono del resto poca cosa se confrontati con le liste di italiani
compilate in sede locale dai fascisti per assicurare alla Germania una manodopera
specializzata da impiegare nei campi di lavoro in Germania (molti di questi
finirono nei Campi di sterminio). Concordiamo pienamente con Klinkhammer
nel rifiuto categorico dei meccanismi di azione e reazione con i quali si
vorrebbero scaricare sui Partigiani le responsabilità morali e materiali
degli eccidi e dei rastrellamenti.
Negli ultimi anni sono stati pubblicati libri dedicati ad episodi minori
(la cosiddetta Microstoria) che rappresentano a pieno titolo la via italiana
e di sinistra al revisionismo storico. Torneremo con maggiore riguardo su
questo argomento, ma vogliamo comunque fare alcune precisazioni in rapporto
a considerazioni espresse da P. Pezzino in Anatomia di un Massacro
(Il Mulino 1997) e da G. Contini in La Memoria divisa (Rizzoli 1997)
.
Alla Resistenza gli autori sembrano chiedere una superiorità etico
morale e sostanzialmente rifiutano dii confrontarsi con la realtà
di quei giorni. Contini e Pezzino dimenticano che la guerra partigiana è
guerriglia condotta con mezzi impari contro un nemico più forte,
armato e superiore sotto ogni punto di vista. La guerra partigiana non poteva
affrontare i Nazisti a viso aperto, come in una battagli classica tra due
eserciti, proprio perché non esisteva un esercito partigiano ma bande
coordinate. Sono stati i Tedeschi a non distinguere tra civili e militari,
i loro rastrellamenti non operarono questa distinzione, gli attacchi a sorpresa
delle Bande erano il solo mezzo possibile per colpire un nemico più
forte, che godeva di aiuti locali da parte fascista. Per questo motivo non
ha senso attribuire colpe e responsabilità ai partigiani utilizzando
strumentalmente fatti di microstoria attraverso i quali si cerca di riscrivere
la storia di quei giorni secondo canoni revisionisti.
I partigiani dovevano dimostrare anche ai loro alleati di essere una componente
legittima nella lotta contro il Nazifascismo e sarebbe opportuno guardare
ai comportamenti del Comando Americano prima di formulare giudizi. I due
pseudo storici poi non operano le necessarie distinzioni all'interno della
popolazione civile, che viene dipinta come vittima dei due blocchi contrapposti;
ma all'interno del popolo esistono atteggiamenti difformi, ivi inclusi quei
fascisti della prima ora che si erano mimetizzati per potere fornire all'occupante
nazista aiuti ed informazioni. Possiamo definire inerme e civile quella
parte della popolazione complice dei nazifascisti, responsabile di avere
indicato famiglie di partigiani poi trucidate? Possiamo impartire lezioni
di etica o di tecnica ai partigiani? Noi crediamo di no, fermo restando
la necessità di una ricostruzione storica svincolata dalle immagini
oleografiche e della beatificazione dei martiri, spesso condotte da correnti
e uomini politici conniventi con il fascismo e benignamente recuperati dopo
il 1948 al fronte antifascista.
Del resto Pezzino e Contini sono i figli legittimi di Indro Montanelli che
sul Corriere del 29\2\96 accomuna i Partigiani romani con i Nazisti
di Kappler, e di tutti quei luoghi comuni che dimostrano oggi maggiore efficacia
della scellerata retorica resistenziale, che mentre esalta acriticamente
la lotta partigiana opera una revisione storica in presenza della quale
sono abolite le differenze tra la Guerra di Liberazione e quella oppressiva
del Nazismo negatrice della libeàa' e sostenuta da ideologie razziali
e di sterminio.
Troppe relazioni esistono tra le razzie dei beni ebraici con i saccheggi
compiuti dalle truppe coloniali e fasciste, truppe alle quali fu lasciata
piena libertà di azione nel saccheggio di moschee, nei furti ai danni
di commercianti locali, per non parlare poi della profanazione di luoghi
religiosi. I Fascisti incoraggiarono questi episodi, compiuti in luoghi
lontani da occhi indiscreti, e solo in presenza dei fatti più gravi
corsero ai ripari rimpatriando alcuni dei responsabili (rimasti ovviamnte
impuniti).
Anche per questa ragione crediamo che la lettura della storia novecentesca
debba prendere in esame anche il colonialismo, che rimane una pagina ancora
oggi sconosciuta sulla quale pesa l'ignoranza dei luoghi comuni.
note:
[1]Tocqueville, due secoli prima di Furet nell'opera intitolata
"L'antico Regime e la Rivoluzione "condannava la Rivoluzione dipingendola
come un mostro antropofago, una malattia che corrode la societa' fin dalle
fondamenta: "....La rivoluzione intanto, segue il suo corso; a mano
a mano che si vede apparire la testa del mostro, che se ne svela la fisionomia
singolare e terribile, che dopo avere distrutto le istituzioni politiche,
essa abolisce le istituzioni civili e dopo le leggi cambia i costumi, gli
usi e perfino la lingua".