Nel generale clima di crisi politica e istituzionale tuttora in corso,
dovuto ai forti scontri di interesse tra grande industria, piccola e media
impresa e "borghesia di stato"[1],
la classe dirigente italiana ha dovuto fare i conti con il flusso migratorio
che proviene dall'Africa, dal Medio Oriente, dall'Asia e dai paesi dell'Est
Europa.
Il modo con cui è stata affrontata l'immigrazione è un buon
terreno d'indagine per valutare come la borghesia italiana non solo attraversata
da una profonda crisi interna, ma anche impreparata a gestire un fenomeno
così recente per la penisola, abbia fatto pagare le sue contraddizioni
alla classe operaia, in modo particolarmente drammatico alla sua componente
di origine albanese.
Le politiche in materia di immigrazione nei due aspetti di controllo delle
frontiere e integrazione sociale hanno come obiettivo la regolazione dei
flussi migratori secondo le esigenze del capitale, ma di fronte ad una ristrutturazione
del capitale e a scontri di interesse così determinanti , le leggi
varate e l'attuazione di esse non avrebbero potuto essere segnate da più
mancanza di previsione, incapacità operativa e cinismo di quanto
non sia avvenuto. Il flusso migratorio di questi anni verso l'Europa è
"di spinta" e non di "richiamo": esso è dovuto
a questa particolare fase dello sviluppo capitalistico che spinge africani,
asiatici e abitanti dell'Europa orientale a fuggire da miseria, guerre e
regimi dittatoriali; non è cioè un forte richiamo di manodopera
necessaria in Europa a determinare le migrazioni, come fu invece all'inizio
del secolo negli Stati Uniti e nel Nord Europa. Questo spiega la politica
europea in materia di immigrazione che è orientata verso un rigidissimo
controllo degli ingressi e un impegno per le politiche sociali di integrazione.
Ogni paese mantiene le caratteristiche della propria politica migratoria,
utilizzata in passato: la Germania ad esempio si basò sul "modello
rotatorio" partendo dal presupposto che i lavoratori immigrati non
si dovessero stabilire definitivamente e dagli anni Settanta passò
ad una politica di consolidamento di quanti fossero già insediati
e di limitazione dei flussi di ingresso; la Francia ha sempre cercato di
garantire agli immigrati diritti di cittadinanza secondo il principio di
"francesizzazione"; tuttavia è avvenuta un'omogeneizzazione
delle politiche migratorie soprattutto dopo gli accordi di Schengen che
hanno portato verso una limitazione degli ingressi e delle possibilità
di spostamento degli extracomunitari [2]
(termine coniato appositamente per gli immigrati con forte connotazione
di esclusione).
L'Italia passò ufficialmente da paese di emigrazione a paese di
immigrazione nel 1981, quando il saldo migratorio risultò positivo:
i primi arrivi risalgono agli anni Settanta e riguardarono soprattutto tunisini
che trovarono lavoro in Sicilia specie nel settore della pesca e dell'agricoltura;
donne somale, eritree, salvadorene, colombiane, capoverdiane e filippine
che grazie alle organizzazioni ecclesiali arrivarono praticamente sicure
di trovare lavoro presso qualche famiglia come domestiche; cinesi, polacchi
e lavoratori provenienti dall'allora Jugoslavia, i quali vennero assunti
per la ricostruzione edile in seguito al terremoto in Friuli; cominciò,
aumentando negli anni Ottanta, l'immigrazione dal Marocco e dall'Africa
subsahariana e centro-occidentale.
La prima legge varata in materia di immigrazione risale al 1986: prima esistevano
solo provvedimenti dell'epoca fascista regolati dal Testo Unito delle leggi
di polizia del 1931 che non venivano mai applicati; in pratica mancava qualsiasi
tipo di legislazione e di misura restrittiva; negli anni Ottanta centinaia
di migliaia di persone immigrarono in Italia illegalmente, in un primo momento
indisturbate, mentre nello stesso periodo gli altri paesi europei avevano
già attivato politiche di chiusura delle frontiere. La legge n.943
del 1986 diede quindi le linee di principio generali "in materia di
collocamento e di trattamento dei lavoratori immigrati" e norme contro
le immigrazioni clandestine. Sulla carta essa garantì parità
di diritti sociali e civili (non politici) a quanti fossero legalmente residenti
nel territorio italiano e istituì una commissione incaricata di controllare
l'applicazione degli accordi bilaterali stipulati per disciplinare i flussi
migratori, una consulta e apposito servizio "per i problemi dei lavoratori
immigrati extracomunitari e delle loro famiglie". Demandò alle
commissioni regionali per l'impiego il compito non così semplice
di programmare l'utilizzazione della manodopera straniera "sulla base
delle esigenze accertate del mercato del lavoro", agli enti locali
di residenza l'onere di facilitare l'inserimento e la disponibilità
di idonei alloggi e alle Regioni l'incarico di promuovere corsi di lingua
e cultura italiana. Ci fu una sanatoria che regolarizzò 115.000 persone
che riuscirono a dimostrare di essere già stati presenti in Italia
al 31 dicembre 1986 e di avere un lavoro dipendente o di cercarlo attivamente.
Il numero fu modesto e i due terzi di essi si dichiarò in cerca di
lavoro.
La legge dimostrò poca capacità di analisi del fenomeno e
ancora meno di previsione: pochissimi datori di lavoro vollero regolarizzare
la condizione lavorativa degli immigrati che erano disposti a lavorare sottopagati
senza diritti sindacali; la legge inoltre faceva riferimento solo al lavoro
dipendente come se si trattasse di un modello migratorio simile in tutto
a quello degli anni Cinquanta, quando lavoratori del Sud Italia si trasferirono
al Nord in cerca di lavoro: precarietà e lavoro autonomo come può
essere l'ambulantato non furono previsti.
La legge 39/90 detta anche decreto o legge Martelli ( l'allora vicepresidente
del Consiglio con delega in materia di immigrazione), conversione del decreto
legge 30 dicembre 1989 n.416, mantenne le linee generali della l.943 integrandola
con lo stanziamento di un fondo destinato agli enti locali per la realizzazione
di strutture di accoglienza attraverso la mediazione delle Regioni, con
il superamento del limite della "riserva geografica" per la richiesta
d'asilo politico e correggendola con l'ampliamento dell'area dei beneficiari
della regolarizzazione che previde anche i commercianti ambulanti. Stabilì
che entro il 30 ottobre di ogni anno decreti ministeriali definissero la
programmazione "dei flussi di ingresso in Italia per ragioni di lavoro[...]
sperimentando l'individuazione di criteri omogenei anche in sede comunitaria".
La sanatoria prevista regolarizzò 240.000 persone.
La legge 943 e la legge Martelli furono votate da un ampio schieramento
politico: nel primo caso era escluso solo il Msi e nel secondo Msi, Lega
Nord e il Pri. [3]
La legislazione in materia si dimostrò subito contraddittoria nel
voler essere molto garantista per i pochi che poterono usufruirne e molto
restrittiva per tutti gli altri; demandava agli enti periferici la soluzione
della maggior parte dei compiti operativi e sul piano dell'applicazione
fu un disastro: solo poche regioni emanarono legislazione specifica e pochi
Comuni istituirono le consulte e gli uffici immigrati; gli enti locali si
trovarono sovraccarichi di lavoro e non realizzarono le strutture di accoglienza
necessarie; le circolari applicative mancarono o arrivarono troppo tardi
o furono lasciate alla libera interpretazione del funzionario a causa della
poca chiarezza sui criteri di regolarizzazione e rinnovo del permesso di
soggiorno. Le questure furono prese d'assalto e colte assolutamente impreparate:
alcune accettarono il foglio di via come certificazione della presenza in
Italia, altre no; alcune accettarono l'autodenuncia del datore di lavoro,
altre la ritennero insufficiente; alcune accettarono come valida l'elezione
di domicilio negli alberghi o dormitori, altre no. Il problema dell'accoglienza
e dell'integrazione sociale venne svolto da organizzazioni non governative,
laiche e religiose, associazioni o parrocchie che si sostituirono alle istituzioni
assenti.
Dopo il 1989 giunse in Italia una nuova ondata migratoria dall'Est Europa
e a partire dal1991 ci fu un esodo di massa di albanesi, i quali dopo aver
subito l'imperialismo straccione italiano pagarono con la vita di molti
di loro l'incapacità della classe dirigente di prendere decisioni
tempestive e sensate.
Due particolari episodi non devono essere dimenticati perché segnarono
la storia dell'Italia, che vorrebbe essere un paese "normale",
e suscitarono lo sdegno internazionale.
Tra l'8 e il 15 agosto 1991 migliaia di albanesi tra cui donne e bambini
arrivarono a Bari a bordo della nave da carico Viora e vennero trasferiti
dalla polizia nello stadio prima che molti di loro venissero rimpatriati:
come allo zoo vennero lanciati sacchetti di plastica gonfi d'acqua e panini
sulla folla; a qualcuno venne offerto un paio di jeans, una maglietta, sigarette
MS e 50.000 lire purché se ne andassero pacificamente; le condizioni
di vita dello stadio non poterono che provocare atti di violenza. [4]
L'altro episodio è la drammatica vicenda del canale d'Otranto. Il
28 marzo 1997, Venerdì Santo, una motovedetta sovraccarica di profughi
albanesi partita da Valona e diretta a Brindisi affondò dopo una
collisione con una corvetta della Marina Militare italiana a 25 miglia dalla
costa davanti a San Cataldo. Secondo il comunicato del Ministro della Difesa
la Marina aveva avvistato il battello già all'uscita dal porto di
Valona; la "Zeffiro" aveva intimato l'alt ma la motovedetta aveva
proseguito; entrò quindi in azione la "Sibilla" che dopo
un inseguimento costrinse gli albanesi a una serie di manovre che causarono
la collisione e l'affondamento [5 ] . Morirono
83 persone tra cui numerose donne e bambini. La tragedia avvenne in clima
di polemiche sul blocco navale italiano che doveva vigilare e dissuadere
le partenze clandestine in accordo con il governo di Tirana; pochi giorni
prima la Pivetti aveva consigliato di "buttarli a mare", il giorno
dopo Prodi si complimentò per l'operato della Marina militare "i
cui uomini si sono impegnati fino allo spasimo" e nel giorno di Pasqua
Berlusconi partì dalla sua villa in Sardegna con l'elicottero privato
verso Brindisi dove si commosse davanti ai superstiti e ai giornalisti e
si impegnò personalmente a salvare 12 persone albanesi; i carabinieri
distribuirono uova di Pasqua ai bambini sopravvissuti. In Norvegia l'ambasciata
italiana venne assaltata al grido di "italiani assassini". [6]
Nel 1998 ci fu il tentativo di superare i limiti della legislazione precedente
e in particolare la lacunosità e disorganicità (decreti-legge,
provvedimenti parziali, circolari) con la l. n. 40/98che si presentò
come un insieme di "principi fondamentali" e una limitazione dell'attività
legislativa delle Regioni.
Fin dalla prima legge in materia l'obiettivo era stato quello della programmazione
dei flussi migratori ma i decreti emanati si limitarono a dare indicazioni,
come detto prima, generiche sui requisiti per la regolarizzazione; la l.n.40/98
prevede un documento programmatico a cadenza triennale e decreti annuali
per la determinazione delle quote massime di ingressi. [7
]La programmazione si basa sulle indicazioni fornite dal Ministero del
Lavoro e della previdenza sociale e sul numero di stranieri iscritti nelle
liste di collocamento [8]; sono previste
intese internazionali per quanto riguarda il lavoro stagionale e un potenziamento
dei controlli alle frontiere per reprimere l'immigrazione clandestina. Sono
previsti il "respingimento con accompagnamento alla frontiera"
e il trattenimento in un "centro di permanenza temporanea", entrambi
classificati come misura di polizia e delegati ai questori.
I centri di permanenza temporanea e assistenza sono strutture individuate
o costituite generalmente in prossimità dei confini, con decreto
del Ministro dell'Interno, di concerto con i Ministri per la solidarietà
sociale e del Tesoro. Il questore, con l'ausilio della Polizia di Stato,
si assicura che lo straniero non si allontani; lo straniero è trattenuto
nel centro in modo da garantire la necessaria assistenza e il pieno rispetto
della sua dignità: tutto questo sulla carta. Nei fatti proprio quest'ultima
misura prevista dalla legge è stata applicata con lo stesso cinismo
che ha caratterizzato l'operato degli anni precedenti in materia di immigrazione.
I centri di permanenza temporanea sono dei veri e propri "lager"
dove gli immigrati vengono chiusi in condizioni disumane: le manifestazioni
del 24 ottobre 1998 in diverse città italiane denunciarono lo squallore
e la mancanza di misure igieniche basilari di questi centri dove le persone
ritenute "clandestine" vengono ammassate come bestie, picchiate
dagli agenti di polizia e impedite di ricevere visite di medici o avvocati.
La campagna di criminalizzazione diffusa dai mass-media fomenta episodi
di razzismo e manifestazioni anti-immigrati al fine di legittimare la repressione
degli ingressi clandestini e di evitare un forte legame di classe tra lavoratori
e disoccupati locali e lavoratori e disoccupati immigrati.
L'Italia è dunque diventata un paese di immigrazione più tardi rispetto ad altri paesi europei, non ha maturato un proprio modello di politica migratoria ma si è adeguata a quello europeo nonostante la conformazione della penisola e il fatto che fosse un fenomeno nuovo esigessero misure speciali e specifiche; la classe dirigente ha dimostrato una certa continuità nella sua mancanza di n progetto politico ben preciso, nell'incapacità di attuare una legislazione relativa ad un fenomeno di carattere nazionale e nell'arretratezza sul piano del rispetto dei diritti civili.