Il filo nero

di Mario Coglitore

"Siamo stati travolti eppure qualcosa mi dice che non è finita, che la nostra idea, la nostra natura continuerà a sopravvivere. Perché i vincitori, i nuovi padroni presto avranno bisogno di me. Finchè l'uomo sarà fatto della stessa merda.
Conto su di voi."

Carlo Castellaneta, Notti e nebbie.

Passato remoto
"L'unica cosa che promette la saldezza dell'avvenire è quel retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue. Idee senza parole." Così Osvald Spengler descriveva nel 1933 più che un sentimento uno stile di vita. Anni decisivi, pubblicato in quello stesso periodo, nella Germania ormai nazistificata, rappresenta uno snodo teorico ed intellettuale di un certo rilievo per la già affermata cultura di destra europea dell'epoca. Le idee senza parole, come ha rilevato Furio Jesi[1], raccontano miti fondanti ed ideologie che hanno percorso l'intero Ventesimo secolo e che, con buona approssimazione, rischiano di attraversare anche il Ventunesimo. Nonostante sia certamente corretto rilevare che molte furono le parole che Spengler ebbe occasione di sprecare nel corso della sua breve ma intensa vita di filosofo e scrittore, tanto che non si capisce questo elogio alle idee se poi anch'egli cedette alle inevitabili lusinghe delle parole stesse, altrettanto vero è che tutta una generazione di intellettuali volsero rapidamente lo sguardo verso un futuro preconizzato proprio da quelle idee che venivano mescolate al sangue e che nel sangue sarebbero cresciute a dismisura. Un sapere che sembrava indicibile e che al contrario fu detto in centinaia di pagine diverse: "La grande missione dello studioso di storia è quella di comprendere i fatti del suo tempo e da essi presentire, additare, designare i futuri eventi che, vogliamo o no, stanno per giungere."[2] Spengler aveva ragione: di eventi ne sarebbero giunti molti e non soltanto in Germania. Alcuni gesti rituali li resero possibili, forse quelle idee senza parole che presero la forma dell'azione: "...i roghi di uomini, ma anche quelli di libri che lodava Alfred Baeumler, l'iscrizione di Pirandello al partito fascista all'indomani dell'uccisione di Matteotti, le ultime scelte (del resto già precedute da altre meno drammatiche) di Giovanni Gentile e cose del genere. Ciononostante non si può negare che, se magari gli ufficiali delle SS ricorrevano poco alle parole, gli uomini di cultura parlarono, eccome, oltre che compiere gesti. Essi possedevano un vero e proprio linguaggio letterario adatto a `idee senza parole'...Questo linguaggio non l'avevano inventato loro. Era un linguaggio creatosi all'interno della cultura borghese, maturato durante le vicende dei rapporti con il passato configurati da quella cultura e pronto all'uso."[3]
Passato e cultura saranno temi ricorrenti dell'estrema destra italiana nel secondo dopoguerra. La fondazione del mito del guerriero o meglio ancora del soldato politico rappresenta soltanto alcune delle parole privilegiate di quel linguaggio che ritroveremo spesso nel corso della nostra ricostruzione storica. Il nucleo dottrinario profondo di tutta l'esperienza del neofascismo, così come è stata vissuta da militanti e simpatizzanti, attinge a piene mani in un sostrato culturale rappresentato non soltanto dal fascismo della prima ora, dal movimento rivoluzionario che accettò male la progressiva istituzionalizzazione degli originari intenti, radicalmente anti-statalisti e anti-borghesi, di un manipolo di eroi votati a ben più nobili cause che quella di dar corpo ad un apparato di governo compromesso in breve con il sistema di potere, ma anche dal linguaggio trasmesso nella società da alcuni più o meno illuminati sacerdoti delle idee senza parole. Sulla tradizione del sangue, inteso specificamente nella sua qualità di riproduttore imprescindibile di tradizione - dei padri, della stirpe e quindi della razza - essi lanciarono il loro appello al nazionalismo in quanto occupazione permanente del suolo patrio, difesa ad oltranza di valori che un'ideologia compatta ed inossidabile avrebbe reso eterni, cioè destinati ad un futuro continuamente disvelato come promessa di un presente diverso.
In realtà la sola ideologia veramente coinvolta in questa serie di passaggi della storia che conduce sino ai nostri giorni resta quella incardinata nelle prescrizioni della borghesia italiana (piccola e media, con qualche punta nell'alta), l'unica sopravvissuta allo sconquasso successivo alla caduta del regime e l'unica profondamente devota all'insieme di valori e credenze di cui si è detto. Per questo è ancora utile la distinzione tra neofascismo dalla faccia feroce e neofascismo in doppiopetto: due anime singolarmente partecipi di uno stesso stile di vita. Meglio ancora tra neofascismo sacro e profano, secondo il suggerimento di Jesi. Tuttavia: "...né il neofascismo sacro o esoterico né quello profano o essoterico sono l'esatto corrispettivo, nell'ambito dello stile ideologico, del neofascismo dalla faccia feroce o di quello in doppiopetto, nell'ambito dello stile di comportamento. Questa mancanza di omologia fra l'alternativa di comportamento e l'alternativa ideologica lascia sospettare nel neofascismo, e forse in tutto il fascismo, vecchio e nuovo, una frattura tra prassi politica e ideologia..."[4] In questa confusione di linguaggi, perché tali sono le ideologie e le prassi politiche a ben guardare, sta il nocciolo della vicenda dell'estrema destra in Italia, spesso in rotta di collisione con la borghesia nostrana che per tanti anni ne ha pur coperto e ampiamente sovvenzionato le organizzazioni, in una specie di misurata unità di intenti quando quella stessa borghesia ha manifestato in più occasioni propositi di sovvertimento dello Stato e della cosiddetta democrazia parlamentare repubblicana. Ma nel gioco sottile e per certi versi raffinato del potere politico, quale si è espresso nel nostro paese dal 1948 in poi, c'è stato e c'è tuttora spazio per ampi margini d'azione lasciati alla sopravvivenza delle idee senza parole e di una cultura dell'autoritarismo e della violenza carica di terribili conseguenze per tutti noi.
Nello stesso 1933 durante il quale Spengler invocava la tradizione del sangue dei padri, il sovversivo Georges Bataille, che univa al rifiuto radicale per ogni forma di fascismo anche un anti-hegelismo poco gradito dall'intellettualità di regime dell'epoca, scriveva un testo dall'importanza decisiva nell'analisi delle strutture profonde del fascismo.[5]
Secondo Bataille il carattere peculiare della società moderna sta nella sua omogeneità tendenziale. La base dell'omogeneità è la produzione e la società omogenea è la società produttiva, rigorosamente descrivibile perché trasposta in numeri, attraverso un ordine che ammette soltanto quanto può accrescere la quantità di ciò che si possiede. La società omogenea è costituita dalla borghesia capitalista e da quelli classi intermedie che vivono a ridosso di essa; la riproduzione continua dell'omogeneità mette naturalmente la classe, o le classi, al potere in condizione di doversi necessariamente qualificare come tali, salvo perdere i benefici che ne derivano. Ma l'aspetto della divisione in classi, intese come centri di potere che costruiscono una fitta rete di complicità e solidarietà reciproche per detenere il comando, non esaurisce l'analisi dei rapporti di potere, nè può pretendere di spiegarli completamente. L'omogeneità appare il principio regolatore della società contemporanea, fondata su una singolare commistione tra caratteri propriamente economici e culturali in senso ampio.
Il fascismo, meglio sarebbe dire la rivoluzione fascista, prima che assumesse, quasi necessariamente, i caratteri della stabilità istituzionale incarnata dallo Stato, ha rappresentato ad un certo punto la costituzione di un potere eterogeneo, dunque dirompente e lacerante nella sua contrapposizione radicale all'omogeneità della società di allora, impregnando completamente la visione del mondo di alcune generazioni.
"Il potere fascista è caratterizzato in primo luogo dal fatto che la sua base è insieme religiosa e militare, senza che tali elementi abitualmente distinti possano essere separati l'uno dall'altro: esso si presenta così fin dalla base come una concentrazione compiuta."[6] Come sappiamo, prevalse ampiamente l'aspetto militare anche se la figura del capo, del leader indiscusso che Mussolini incarnò per molti anni, sarebbe presto diventata contraddittoria all'interno dei consueti rapporti che si stabiliscono in una gerarchia militare. "La persona imperativa del capo ha la portata di una negazione dell'aspetto rivoluzionario fondamentale dell'effervescenza assorbita da lui: la rivoluzione affermata come un fondamento è allo stesso tempo fondamentalmente negata dalla dominazione interna esercitata militarmente sulle milizie."[7] In questo modo, prosegue Bataille, sono implicate simultaneamente le qualità di due diverse dominazioni, interna ed esterna, cioè militare e religiosa. L'omogeneità introiettata attraverso il modello sociale dominante, proprio quello che il fascismo-movimento vuole distruggere, spinge al dovere ed alla disciplina, mentre l'eterogeneità rappresentata dalla comparsa della spinta rivoluzionaria che trascende l'affettività collettiva nella persona fisica del condottiero - dux a tutti gli effetti - rompe gli schemi anche, o soprattutto, con l'incitamento alla violenza guerriera. Il valore religioso del capo è realmente il valore essenziale del fascismo, che dà all'attività dei miliziani la sua tonalità affettiva propria, distinta da quella del soldato in generale. Il comandante in quanto tale è infatti l'emanazione di un principio che altro non è se non l'esistenza gloriosa di una patria innalzata al valore di forza divina, la quale, superiore ad ogni altra considerazione concepibile, esige non solo la passione ma l'estasi dei suoi partecipanti.
Sia condivisibile o meno, l'analisi di Bataille ci consente comunque di enucleare alcuni caratteri peculiari della cultura fascista che sono stati ampiamente tramandati ai figli del Ventennio, e che giungono sostanzialmente inalterati sino ai nostri giorni. Il ]soldato politico ritto tra le rovine[8] del mondo occidentale ormai travolto da una modernità che ne ha prima eroso le fondamenta e poi desertificato il tessuto sociale, annullando ogni speranza di riscatto, si oppone al decadimento della civiltà; egli è sintesi estrema della resistenza da contrapporre alla tragica realtà della vita quotidiana dopo la scomparsa dello spirito della tradizione. Reagire per il superamento e la restaurazione dell'ordine tradizionale e gerarchico diventa compito millenario di coloro che credono.
Una religiosità che sconfina nella mistica sembra caratterizzare il nucleo ideologico profondo del pensiero fascista. Nelle oscure pieghe di un passato dei padri che torna continuamente, cova il disagio del soldato politico, chiamato, anche contro lo stesso fluire della storia, alla lotta per l'affermazione di ideali superiori. Nell'Italia dilaniata dalla guerra e travolta dal conflitto civile molti corsero a combattere nell'ultimo baluardo posto a difesa della nazione; la Repubblica sociale italiana chiamava a sé i figli prediletti.

Il 12 settembre 1943, a distanza di otto giorni dalla dichiarazione di armistizio tra Italia ed esercito alleato, annunciata in un famosa trasmissione radio dal maresciallo Badoglio, Mussolini venne liberato dal maggiore della Wermacht Hans Mors a Campo Imperatore sul Gran Sasso e trasportato in aereo da Otto Skorzeny a Vienna, dove ebbe una lunga conversazione telefonica con Hitler. Il colloquio con il führer e il contatto con alcuni ex gerarchi rifugiati in Germania (tra i quali Farinacci e Pavolini che ebbero un ruolo di rilievo nella Repubblica sociale) rivitalizzarono il duce. Mussolini rientrò in Italia e, forte dell'appoggio tedesco, decise la rifondazione del partito con il nome di Partito fascista repubblicano (Pfr). Il 23 settembre venne annunciata la costituzione della Repubblica sociale italiana e del governo fascista repubblicano; la capitale del nuovo stato divenne Salò, piccola cittadina affacciata sul lago di Garda, mentre i vari dicasteri furono dislocati in diverse località dell'Italia settentrionale.
La Rsi raccolse al suo interno alcuni dei rivoluzionari della prima e dell'ultima ora, fascisti delusi e traditi, molti giovani volontari desiderosi di riscattare la vergogna dell'armistizio firmato con gli Alleati. In realtà il nuovo staterello consentì immediatamente alla Germania di assicurarsi il controllo politico di una parte della penisola attraverso la proclamazione di un governo nazionale con caratteristiche di legalità, in un periodo di estrema confusione durante il quale si decideranno davvero le sorti d'Europa. Mentre gli americani premevano a Sud e risalivano inesorabilmente lo stivale, i republichini, come presto verranno chiamati, combattevano una strenua battaglia contro le formazioni partigiane attivissime a Nord. Una vera e propria guerra civile scatenatasi anche tra italiani e non soltanto tra partigiani ed esercito tedesco.
Questa Repubblica di sapore vagamente social-nazionale, per così dire, si fondava sui principi esposti alla prima assemblea nazionale del Pfr che si tenne al Castelvecchio di Verona tra il 15 e il 16 novembre 1943. Il Manifesto di Verona, redatto in quell'occasione, prevedeva la convocazione di una costituente che avrebbe dovuto esprimere, nella sua qualità di organo supremo, l'origine popolare del consenso alla Repubblica sociale; in politica interna, infatti, era stata prevista l'immediata nazionalizzazione dei beni di interesse collettivo, il diritto di tutti alla proprietà dell'abitazione, l'istituzione di un sindacato obbligatorio per i lavoratori e una Confederazione generale del lavoro. Per ciò che riguardava la politica estera la Rsi riaffermò una salda alleanza con la Germania nazista e la lotta aperta alle plutocrazie occidentali.
Il governo di recente formazione non perde occasione per saldare in fretta qualche conto ancora sospeso. L'8 gennaio del '44 fu convocato in tutta fretta sempre a Verona, anche su pressione dei tedeschi, un tribunale speciale che pronunciò alcune condanne a morte. Furono dichiarati colpevoli di tradimento quei gerarchi che nella storica seduta del Gran Consiglio del fascismo del 24 luglio 1943 avevano votato l'ordine del giorno dell'ex ministro degli Esteri Dino Grandi con il quale era stato di fatto esautorato Mussolini e consegnato il paese nelle mani di Badoglio.
La Rsi divorò se stessa dall'interno fin dall'inizio, lacerata com'era da una serie di contrasti ideologici che a partire dal Manifesto di Verona rendevano incompatibili le molte anime dell'ultimo fascismo. Lo stesso Mussolini aveva aspramente criticato il programma troppo socialista costruito in occasione della proclamazione della nuova patria repubblicana e i presupposti stessi della Rsi si accordavano male con il dominio che di fatto la Germania intendeva esercitare sull'Italia.
Questioni che peseranno non poco nella successiva costruzione della memoria dei reduci republichini. Memoria tradita per la prima volta - ci sarà un altro tradimento ma bisognerà aspettare gli anni Settanta - non soltanto dalla piega che avrebbero preso gli avvenimenti a livello internazionale, e che tutti conosciamo, ma dallo stesso mancato riscatto di un'esperienza di guerra e di combattimento eroico che trovava le sue ragioni d'essere nella difesa in un certo senso del suolo patrio, anche contro gli stessi alleati nazisti, e dell'ideale fascista nella sua purezza.
La storia è fatta di volti e di nomi, non soltanto di avvenimenti. Per raccontare cosa fu la Repubblica sociale italiana possiamo ricordare le emblematiche vicende di uno dei suoi fondatori e sostenitori più accesi. Alessandro Pavolini era nato a Firenze nel 1903; figlio di un famoso glottologo, si laureò a pieni voti a soli ventuno anni in legge e scienze sociali.
L'ultima raffica di Salò, così sarà definito con ironia da quanti tra i suoi nemici ne parleranno negli anni successivi alla proclamazione della Repubblica italiana, partecipò giovanissimo alla marcia su Roma ed aderì con entusiasmo alla squadrismo mussoliniano. Nel 1934 fu eletto deputato e si trasferì a Roma con l'incarico di inviato speciale del Corriere della Sera. Il legame ideologico e d'amicizia con Galeazzo Ciano, genero di Mussolini passato per le armi proprio a seguito del processo di Verona, si fa in quegli anni molto stretto; Pavolini combattè nella guerra d'Africa a fianco del potente gerarca fascista, sia come inviato del Corriere che come pilota della squadriglia La Disperata (che porta lo stesso nome della squadraccia fiorentina di cui nel 1919 Pavolini aveva fatto parte, appena sedicenne). Ciano, quando si trasferì al dicastero degli Esteri nel 1939, ripagò la fedeltà dell'indomito camerata cedendogli il prestigioso incarico di ministro della Cultura popolare.
Pavolini si ritrovò così a disporre di eccezionali poteri, che manterrà sino al rimpasto governativo del 1943, sui mezzi di comunicazione. Potè ampiamente utilizzare a fini di propaganda radio, giornali e cinema: mezzi che gli consentirono di mobilitare un vasto consenso a favore del regime. Intelligente e di grande cultura, il nuovo ministro del Minculpop seppe influenzare con appoggi, finanziamenti e promozioni il mondo della cultura italiana, dal teatro alla carta stampata. L'Eiar, ente radiofonico nazionale, produsse sotto il suo impulso alcune trasmissioni di carattere popolare destinate a formare la coscienza fascista dei cittadini.
Dopo il 25 luglio del 1943 fuggì in Germania con Farinacci, Ricci, Vittorio Mussolini e Preziosi per evitare di sottomettersi a Badoglio e al re. La coerenza di Pavolini fu inossidabile come l'acciaio e ne conservò inalterata la durezza. Subito dopo la liberazione di Mussolini ritornò immediatamente a Roma con l'incarico di riaprire la sede del partito che d'ora in avanti sarà il Partito fascista repubblicano, di cui diventerà presto segretario.
Qualcuno lo definisce idealista e romantico; ma anche attivissimo nel cercare di riportare agli antichi fasti la cultura fascista di cui fu ispiratore e promotore. E' lui ad organizzare il primo congresso del Pfr ed è lui ad imporre durante i lavori dell'assemblea i "18 punti" della Carta di Verona che varano il nuovo programma sociale: i padroni dovranno dividere il potere e la ricchezza con gli operai. Questa analisi piuttosto perentoria ed ingenua nella sua formulazione così radicale rianima il vecchio fascismo delle origini, nonostante la disapprovazione dello stesso Mussolini. Ma i "18 punti" rappresentano davvero l'insanabile contraddizione che cova nella Rsi e che separa inevitabilmente le ragioni dell'ideologia da quelle della politica.
Fu una tensione dell'anima quella che sconvolse buona parte dei camerati di Salò, un groviglio di sentimenti che trascorrevano dall'amore all'odio con elementare semplicità. Ovunque la violenza della guerra fratricida esplose inarrestabile; era il momento della resa dei conti definitiva: l'amico del cuore Galeazzo Ciano si trasformò nel nemico da abbattere; i partigiani ed i loro temibili attacchi nel cuore stesso dei centri industriali del Nord piuttosto che tra valli e montagne non davano tregua. Pavolini decise di militarizzare il partito e nel luglio del 1944 formò le Brigate Nere. Esse sono, disse lo stesso Pavolini "una famiglia che combatte una guerra di religione"[9]. Forti di 150.000 uomini bene armati, ed organizzate nel numero di 40, le Brigate Nere lavorarono egregiamente in funzione anti-partigiana, seminando morte e terrore. A novembre del 1944, quando la situazione stava precipitando e la riorganizzazione della resistenza cancella le ultime speranze dei nazi-fascisti, Pavolini mise in scena il suo ultimo, grande spettacolo, il ridotto in Valtellina, per organizzare la resistenza finale: un manipolo di ardimentosi pronti davvero a tutto. Dei 30.000 uomini previsti, al momento del raduno a Como se ne presentarono appena 3.000 e la mattina del 26 aprile Pavolini raggiunse il capoluogo lombardo convinto di incontrare il suo duce. Mussolini non c'era già più perché si stava dirigendo verso Menaggio e da lì cercava di raggiungere il confine. Braccato dai partigiani e ferito in un primo scontro a fuoco, il toscano dalle mille risorse si gettò nel lago ma venne raggiunto dai suoi inseguitori. I testimoni raccontano che al momento della fucilazione sulla piazza di Dongo gridò "Viva l'Italia". Appena prima dell'ultima raffica.
Si stagliano nella storia frantumata dell'Italia sconvolta dal secondo conflitto mondiale, questi fascisti indomabili che hanno nella testa contemporaneamente la socializzazione dei mezzi di produzione e del lavoro e l'idea di patria. O di sangue e suolo, se preferite. Concetti chiave, questi ultimi, della lunga memoria fascista che approda al dopoguerra forte di una tradizione ideologica e di valori condivisi destinati dalla memoria dei vincitori ad essere apparentemente confinati nell'oblìo. Le origini culturali di ciò che per comodità espositiva è stato spesso definito neofascismo stanno tutte lì, in quegli ultimi bagliori di eroismo del soldato politico pronto a dare la vita perché soltanto nel sacrificio trova appagamento il desiderio di essere utile alla causa.
Le menzogne della vita politica cosiddetta democratica, dacchè il nuovo parlamento italiano divenne centro degli scambi di voti e favori della Repubblica appena nata, avrebbero certamente nauseato e deluso Pavolini. Eppure attraverso il loro sapiente utilizzo sarebbe stato possibile al Movimento sociale italiano districarsi nelle insidie del bipolarismo che oppose per alcuni decenni Democrazia Cristiana a Partito Comunista. Ma il nerbo dell'ideologia non stava certo nel compromesso, piccolo o grande che fosse, di corridoio o d'aula; piuttosto nel mai sopito richiamo alle gesta valorose del miliziano che osa. Del guerriero che nella Repubblica sociale aveva trovato la sua, o parte della sua, ragione di vita.
Alle origini del fascismo del secondo dopoguerra sta dunque la Rsi la cui esperienza, memoria e vicende costituiscono capisaldi ideologici per le nuove generazioni di combattenti di cui più avanti parleremo. Il primo inaccettabile tradimento sarà proprio questo per i sopravvissuti e per quanti verranno dopo: il mancato riconoscimento del ruolo dei "ragazzi di Salò", anche se di ragazzi si trattava soltanto in parte come abbiamo potuto constatare, nella difesa dell'Italia dalla furia nazista. Dimenticando alcuni episodi significativi di quel periodo ed altrettanto significativi, e terribili, personaggi, la banda Kock[10] e gli omicidi e le torture da essa commessi, per dire dei più tristemente noti, il mito e l'apologia di Salò prendono forma in opposizione all'antifascismo, non tanto partigiano quanto schiettamente borghese, che sacrifica gli ultimi, grandi combattenti dell'idea. Filippo Anfuso, diplomatico di carriera protagonista del fascismo fino agli ultimi giorni, elabora con una certa efficacia la teoria della Rsi come ultimo bastione che impedisce all'Italia una sorta di "polonizzazione" hitleriana.
"Insomma, nell'interpretazione dell'ex ambasciatore, la Repubblica sociale diveniva la subordinazione dell'ideologia all'interesse generale, il supremo sacrifico di se stesso che l'ultimo fascismo - custode già negli anni del regime di una visione religiosa della nazione - aveva offerto all'Italia lo scudo con cui erano stati protetti gli italiani dalla furia devastatrice nazista."[11] Osserva ancora Germinario che con Anfuso nasce uno dei punti forti dell'immaginario storiografico dei neofascisti: destra e sinistra, nazisti ed antifascisti, - questi ultimi ancora più colpevoli perché pronti a sacrificare gli interessi generali della democrazia a miserevoli strategie politiche di fazione - pur partendo da opposti ma alla fine convergenti determinazioni, avevano semplicemente annichilito i progetti di Mussolini, cancellandoli dalla storia. "La conseguenza storiografica decisiva delle accuse di Anfuso ai tedeschi e della rivendicazione del carattere afascista della RSI consisteva nella sottrazione della RSI all'accusa infamante di collaborazionismo."[12]
Il "leit-motiv" di buona parte della storiografia fascista del dopo-Salò diventa lo "Stato mancato". Il fascismo repubblicano non raggiunge l'obiettivo e viene sconfitto; la Rsi si trasforma in nemico della nuova democrazia borghese repubblicana che espropria la nazione e la fà sua. Per questo i fascisti sopravvissuti grazie all'amnistia del 1946 [13], e saranno in parecchi, continuano ad agognare lo Stato perduto dichiarando una guerra permanente al Parlamento degli "antifascisti" ed alle istituzioni della Repubblica nata sui principi della Resistenza. Molti di costoro, in realtà, rientreranno, dopo la parentesi guerriera, tra le file della borghesia nostrana rimontando anno dopo anno la ripida china nella quale erano sprofondati e mantenendo pressochè inalterato un nucleo dottrinario sincretico e occulto che alimenta le nuove generazioni di militanti e "combattenti" con il sacro fuoco della patria, dell'onore, del sangue e della razza.
Indispensabile volano di memoria e sopravvivenza sarà il Movimento sociale italiano, più che tollerato partito dell'arco costituzionale in ottimi rapporti con la Democrazia cristiana di De Gasperi. L'assemblea dei cattolici conservatori, chiamiamola così, fortemente sbilanciata a destra, sarà asse portante per oltre un cinquantennio della governabilità del paese Italia, una nazione modellata sul Patto Atlantico; un popolo di fascisti divenuti rapidamente antifascisti nel quale spicca il ceto medio degli impiegati e dei professionisti che continua ad occupare stabilmente gli apparati della burocrazia, vale a dire i gangli della vita civile stessa.
All'interno di questa piccola borghesia macilenta che non chiede altro se non di mantenere inalterati alcuni piccoli privilegi che lo stesso Mussolini aveva garantito, si nasconde e cresce il malessere dei nostalgici del regime. Una nostalgia tutta italiana.
"Me ne frego del nazionalsocialismo e del signor Hitler, anche se lo rispetto per la morte nibelungica, tra l'altro una beffa ai vincitori, che arrivati al suo bunker, hanno trovato solo cenere. Ma noi italiani siamo un'altra cosa. Mussolini è morto con la sua amante, come in un melodramma di Verdi, la moglie a casa con i bambini."[14]
Bisogna volgere lo sguardo alla memoria "che manca" nel fascismo approdato sulle sponde della nuova Repubblica italiana e che viene continuamente sottratta ai suoi stessi militanti perché scivola via lungo le dimenticanze, gli oblii e i desideri di quel ceto medio nel quale si nascose, per comprenderne le radici profonde. La piccola borghesia impregnata di cultura del buon senso, dopo l'esperimento del Ventennio e gli ultimi fuochi di Salò si ritrovò ben presto allo sbando; non le restò che confluire in fretta nell'ipocrisia del giovane, giovanissimo, apparato istituzionale ritagliato al di qua della Cortina di Ferro, nella speranza che la democrazia parlamentare potesse garantire perlomeno la sopravvivenza economica.
La società industriale, infatti, continuò la sua opera di modernizzazione transitando da un'epoca all'altra senza subire troppi scossoni. In questo modo potrebbe essere vero che l'unico problema davvero insoluto per il neofascismo resta la rivoluzione non compiuta, assieme ad una rabbia sorda che non lascia tregua all'anima nera covata dal ceto medio.

Passato prossimo
Il 26 dicembre del 1946, appena a ridosso della fine di uno dei più sanguinosi conflitti del secolo, nello studio dell'ex vicefederale romano Arturo Michelini, un gruppo di reduci della Repubblica di Salò fondò il Movimento sociale italiano. La nostalgia dei Vinti per eccellenza, i Vinti di Salò appunto, ha bisogno di un punto di riferimento forte. Numerose riviste pubblicate in quel periodo crearono un clima favorevole alla discussione sul futuro degli irriducibili soldati fascisti: "Rivolta ideale", "Brancaleone", "Fracassa", "Il pensiero nazionale", "Senso nuovo" cercano l'aggregazione spontanea di quanti sono stati dispersi dalla vittoria della Resistenza e in certo senso, dunque, del PCI.
Il piccolo partito raccolse le speranze e le forze di un insieme di vecchi notabili e di giovani sopravvissuti ben decisi a vendere cara la pelle. Fin da subito la questione dei rapporti con le organizzazioni clandestine si pose come determinante per gli sviluppi delle future posizioni politiche del Msi. Ai margini del partito gruppi illegali come i Fasci di azione rivoluzionaria (Far) o la Legione Nera complottavano oscuramente per ordire trame e provocazioni quando non addirittura veri e propri attentati terroristici. Del resto i militanti che avevano scelto la clandestinità non di rado risultavano iscritti al Movimento.
I due livelli dell'Msi, nonostante questa partizione sia stata negata più volte nel corso degli anni, uno istituzionale e legalizzato, l'altro occulto, convissero nella sostanziale complicità garantita dagli apparati dello Stato. Nel 1948 l'assorbimento di uomini ed elettorato de "L'uomo qualunque"[15] consentì al Msi di ottenere persino la presenza di parlamentari nel primo governo della Repubblica italiana. Quando nel 1956 il gruppo "evoliano" Ordine Nuovo, guidato da Rauti, si staccò dal partito, cominciò a radicalizzarsi lo scontro tra correnti interne, anche se fino al 1960 almeno la direzione del Msi controllava l'area della destra estrema. Dopo il tentativo di insediarsi stabilmente al governo con Tambroni nel 1960, a seguito della compatta reazione popolare e dello schieramento antifascista che condusse a gravi scontri di piazza a Genova, Roma e Reggio Emilia, il Movimento sociale non riuscì più ad arginare le pressioni delle frange più combattive che dopo i fatti di quell'estate di violenza civile rifiutarono la linea dell'inserimento graduale nelle istituzioni e cominciarono ad elaborare precisi progetti politici alternativi a quelli missini. Venne così mano l'azione moderatrice della dirigenza fascista delle origini che si era riciclata nel partito sin dai giorni della sua costituzione.

Nel 1968 i consensi calarono al 4,5% e l'originario tentativo di tenere uniti differenti approcci ideologici fallì completamente. In quel periodo fiorirono i gruppi di destra radicale destinati ad avere un ruolo centrale negli anni successivi di storia repubblicana: Fronte Nazionale guidato da Junio Valerio Borghese, ex comandante della formazione X Mas, ben conosciuta ai tempi delle repressioni republichine, Rosa dei Venti, Avanguardia Nazionale e ancora Ordine Nuovo. Ampi settori della borghesia anticomunista chiesero che i conflitti sociali trovassero una soluzione e la strategia della tensione venne per la prima volta teorizzata in un famoso convegno tenuto a Roma nel 1965[16], durante il quale si prepara lo scontro armato contro la sinistra e lo Stato. L'anno seguente morì Michelini e la segreteria del partito passa nelle mani di un altro fedelissimo camerata, Giorgio Almirante.
Il Movimento sociale, secondo la segreteria Almirante, doveva porsi come centro propulsore delle richieste che l'intera compagine di destra presentava alle altre forze politiche; è di quel periodo l'alleanza con la Democrazia Cristiana e i monarchici e l'aggiunta del suffisso "destra nazionale" all'acronimo del partito [17]. Per questo si pensò ad una direzione centrale da cui ramificassero alcune strutture secondarie capaci di raccogliere maggiori consensi, a cominciare dalle generazioni meno mature. La manovra in parte riuscì: con la nascita del Fronte della Gioventù, Almirante possedeva finalmente la sua organizzazione giovanile. La linea del segretario è abbastanza chiara; si tratta di giocare il ruolo di destra moderna, presentandosi all'elettorato e alla società in generale con meno nostalgie per il passato. Se da un lato questa politica mise ancor più in risalto la frattura con i gruppi estremisti, dall'altro il Msi riuscì ad erodere, anche se in proporzione minima, una parte della destra democristiana che guardava con favore alla stabilizzazione istituzionale di un partito che occupasse a pieno titolo la parte dell'arco costituzionale che stava a destra. Le vicende elettorali del Msi tra inizio e metà degli anni Settanta mettono in evidenza le ampie contraddizioni interne: revisione ideologica superficiale, incapacità di controllo sulle frange dei militanti apertamente conniventi con i gruppi armati. Nelle elezioni del 1972 si toccò la punta massima di consensi con 8,7% dei voti, mentre il crollo elettorale giunse appena quattro anni più tardi con una percentuale del 6,1% dei voti validi, inferiore del 2,6 rispetto al `72. La Democrazia Cristiana aveva ampiamente contenuto il deflusso di voti su cui Almirante credeva ormai di poter contare; lo scontro tra la componente moderata e la segreteria condusse ben presto alla fuoriuscita di metà del gruppo parlamentare che si presentò al voto nel 1979 con il nome di Democrazia Nazionale, senza concludere molto: l'esito elettorale non consentì nemmeno il raggiungimento della quota dell'1% (0,6).
La ricomparsa di Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, nell'agone politico dopo il suo rientro nel partito ad inizio anni Settanta, rimescolò ulteriormente le carte in gioco. Rauti decise di occupare in qualche modo lo spazio politico lasciato libero dalla scissione interna e diede vita ad una corrente innovativa con progetti rivolti al futuro. Si trattava di comprendere con chiarezza, sostenevano i rautiani, che il capitalismo, ridotto a merce ogni rapporto, aveva distrutto la possibilità di vita comunitaria autentica, spirituale: massificazione, consumismo, alienazione - non più comunismo e disordine - sono i veri problemi irrisolti della società contemporanea.
Durante l'XI congresso del partito, nel gennaio del 1977, Rauti impresse la spinta definitiva al cambiamento della tradizione politica e culturale missina, autoritaria e conservatrice. La componente vetero-fascista venne emarginata a favore di un approccio anticapitalista e antioccidentale, più orientato verso il "fascismo-movimento". In realtà la rivoluzione rautiana, che avrebbe promosso una concezione manifestamente opposta a quella che aveva imperato fino ad allora, militarista e gerarchica, produsse variazioni significative nell'organizzazione interna ed esterna del Msi. Debitrice alla "Novelle Droite" francese (il cui esponente di spicco è Alain De Benoist) e rivolta a fornire nuove coordinate ideologiche che vadano oltre lo stesso fascismo e radicalismo, la componente giovanile raccolta attorno a Rauti creò un vero e proprio circuito alternativo: case editrici, centri di diffusione libraria, gruppi musicali, cooperative di lavoro. Nacque una corrente di pensiero che si impossessò, "ante-litteram", di temi cari alla stessa sinistra degli anni Ottanta, quali per esempio ambiente ed ecologia; riferimenti culturali diventano Tolkien, Lorenz, Konstler. Si consumò, così, la rottura definitiva con i vecchi, intoccabili totem, Evola e Romualdi per citare i più presenti nell'immaginario collettivo del partito, e si affermò l'impostazione organica-comunitaria (cruciale resta la definizione del rapporto individuo-comunità-Stato).
Sono almeno quattro i punti cardine di questo nuovissimo asse di interpretazione del mondo: privilegio dei valori radicati nell'individuo e nei gruppi naturali, con acquisizione di eredità culturali, genetiche e storiche espresse dalla vita di comunità; visione spirituale della vita contraria al mercantilismo e dunque contraria ad una concezione utilitaristica dei rapporti interpersonali; riscoperta delle radici e privilegiamento delle specificità culturali ed etniche - in tal senso la pluralità delle etnie e delle culture distingue l'ideale organico dal livellamento totalitario delle democrazie liberali; rifiuto totale del mito egualitario.
Si trattò in realtà di una intelligente opera di mascheramento di teorie che stanno più sul versante del razzismo e della xenofobia che del progresso civile, nonostante l'apparente, e comunque drastica per l'epoca, rivisitazione del fascismo tradizionale. Un approccio critico alla realtà in un mondo che sta cambiando a cavallo tra fine anni Settanta ed inizio anni Ottanta. L'esperienza totalmente alternativa dei Campi Hobbit[18] (1977, 1978, 1980), infine, chiuse le vicende della componente creativa del partito, poco prima della fase buia dello "spontaneismo armato".
Negli anni Ottanta il Msi mantenne inalterato il suo dualismo interno. La corrente nostalgica e la prospettiva dell' "altrimenti" dal fascismo di Rauti coesistevano mentre si affermava come intellettuale organico al partito Renzo De Felice che problematizzò, sul piano della ricerca storica e storiografica, l'origine e lo sviluppo stesso della tradizione fascista, sganciandola dalla classica interpretazione militante e resistenziale. Nonostante il successo elettorale del 1983 (6,8% delle preferenze), si acuì la frattura tra opposte fazioni e la fuoriuscita del gruppo di Marco Tarchi indebolì ulteriormente l'ala rautiana. Si discusse molto sulla necessità o meno di rinunciare in maniera definitiva all'identità fascista classica, per la perpetuazione della quale, dopotutto, il Movimento sociale era sorto. Con la morte di Almirante nel 1988 cominciò la lotta per la successione; l'assenza improvvisa, per quanto prevedibile, di un capo carismatico e di un leader storico dell'importanza del compianto camerata, misero in subbuglio la segreteria del partito. Il giovane Fini, delfino indicato da Almirante come legittimo continuatore della linea originaria, si scontrò presto con un agguerrito Rauti, che nel 1990 soppiantò per un breve periodo il futuro indiscusso segretario di Alleanza Nazionale.
Nel 1991 Rauti fu costretto a dimettersi definitivamente e Fini recuperò presto l'identità appartenuta ai sostenitori del "fascismo-regime", riproponendo l'Msi come forza conservatrice di destra e abbandonando le velleità anticapitaliste e antiamericane di Rauti. Si cercarono consensi anche nell'area moderata e cattolica.
Il crollo del regime partitico DC-PSI travolto dallo scandalo di Tangentopoli spinse Fini e la nomenclatura del Msi all'ultima trasformazione. La linea di Fini a tutto il 1993, anno del lancio dell'idea di una nuova casa per i fascisti italiani, era stata caratterizzata dall'insistenza sulla fedeltà alle origini, sul recupero degli ideali fascisti e allo stesso tempo dall'inserimento nel sistema politico, ormai completamente mutato nelle sue figure e funzioni caratterizzanti.
L'invenzione di AN sortisce buoni risultati: il vecchio progetto di Almirante di aggregare forze nuove e diverse fra loro attorno al Msi trovò terreno fertile nell'Italia scossa dallo scandalo delle tangenti. Il teorico-politologo Fisichella propose un documento d'avvio d'intesa con chiunque si sentisse capace di apprezzare una proposta politica di cambiamento, articolato in punti chiari e piuttosto ovvii, interamente ed astutamente pensati in perfetta sintonia con i tempi: modello presidenzialista con referendum propositivo, rafforzamento del sentimento nazionale, mercato libero anche se più solidale, Stato autorevole ed intransigente.
L'unico ad opporsi alla trasformazione fu l'intramontabile Pino Rauti che ruppe definitivamente con il partito e si presentò alle elezioni mantenendo il vecchio simbolo del Msi con l'aggiunta alla denominazione di un "Fiamma tricolore" che rieccheggiava gli antichi fasti. Per il resto del panorama politico nostrano, Alleanza Nazionale non soltanto aveva ragione di esistere, ma in breve diventava "luogo" di incontro di ampi settori del mondo finanziario, industriale e accademico. Nel 1993 ben 19 sindaci vengono eletti in tutt'Italia tra le fila del partito e durante il ballottaggio per la poltrona di primo cittadino a Napoli e Roma, Alessandra Mussolini e Gianfranco Fini perdono per una manciata di voti (44,9% di preferenze la Mussolini, 46,9% Fini).
L'entrata in scena del Cavaliere televisivo Berlusconi e del suo movimento Forza Italia rafforzano il Msi, legittimandone il ruolo nell'arena della politica. Fini ed i suoi si presentano alle urne in liste congiunte con FI adottando il nome di Alleanza Nazionale; il successo è garantito e per la prima volta dal 1946 il Movimento sociale raggiunge il suo massimo storico con il 13,5%. Fini, rafforzato dal grande successo personale, ha mano libera nella gestione della segreteria e dei rapporti interni di potere; con una sapiente opera di "maquillage" politico ed ideologico, l'allievo prediletto di Almirante buca lo schermo televisivo con apparizioni pacate all'insegna del buon senso e della ragionevolezza, riuscendo ad accreditare un'immagine di rinnovamento democratico. In realtà le sconfessioni a mezza voce di uno scomodo passato non saranno mai negli anni successivi ritrattazioni del fascismo delle origini, un'eredità storica e personale di cui il brillante segretario non può, né deve fare a meno.
Al congresso di Fiuggi del gennaio 1995 viene promossa la fase costituente di Alleanza Nazionale: i settori moderati e conservatori della destra nostalgica e di quella tecnocratica avranno il loro nuovo ed efficiente apparato istituzionale.

E' impossibile raccontare la storia dell'estrema destra italiana prescindendo dalle principali organizzazioni più o meno legali che hanno composto il magmatico intreccio della violenza fascista nel corso di cinquant'anni di vita nazionale. Se è vero, da un lato, che il Msi è stato per decenni il riferimento ufficiale di una composita galassia di gruppi e gruppetti che ne hanno comunque utilizzato la copertura, è certamente inoppugnabile, dall'altro, che queste stesse organizzazioni sono state punto di riferimento non soltanto per i militanti più agguerriti e per i soldati politici di evoliana memoria ma anche per interi settori di governo occulto del paese, a cominciare dai servizi segreti. Ancora più importante è sottolineare, inoltre, che grazie ad una evidente continuità ideologica e personale, alcuni dei gruppi di cui ci occuperemo, in particolare Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, nonostante il loro scioglimento ope legis, hanno continuato a rappresentare un trait d'union fra generazioni di militanti, collegando direttamente i reduci degli anni '40 con i protagonisti della fase cosiddetta golpista ed infine con i terroristi di Terza Posizione e dei Nar, a cavallo degli anni Settanta-Ottanta. Non riusciremo qui a dar conto in maniera esaustiva dell'insieme delle organizzazioni, data la loro varietà ed il loro numero; cercheremo piuttosto di enucleare i tratti essenziali di quelle la cui presenza segnò le vicende dell'Italia contemporanea senza mai dimenticare lo stretto rapporto che le ha legate al Movimento sociale, di cui rappresentavano, in certo modo, parte delle inconfessate speranze di riscatto dalla democrazia imposta dai vincitori uniti nel patto resistenziale.
"La prima bomba esplose il 28 Ottobre 1950 (anniversario della marcia su Roma) in un cinema della capitale. Il 16 novembre ordigni più potenti colpirono le sedi di due partiti avversari. Il 12 marzo fu la volta di Palazzo Chigi, dell'Ambasciata americana e del consolato jugoslavo."[19] Altri episodi di violenza sulle cose seguirono da lì a poco. "I volantini lasciati sul luogo degli attentati erano firmati FAR []Fasci di Azione Rivoluzionaria, nda] e `Legione Nera'. La rivista Imperium [organo ufficiale dei due gruppi di estremisti, nda] (che veniva stampata con gli stessi caratteri tipografici dei volantini FAR-`Legione Nera') era diretta da Enzo Erra [a capo della corrente spiritualista evoliana del Msi, nda] e Pino Rauti. Oltre a costoro, furono incriminati Clemente Graziani (futuro leader di ON), Franco Petronio (in seguito deputato del MSI) e molti altri. Secondo il rapporto del questore "tutti gli arrestati sono iscritti, da vecchia data, al `Movimento Sociale Italiano', e taluni dei componenti la `Legione nera' ricoprono o hanno ricoperto cariche direttive in detto partito". Tre degli accusati furono condannati a meno di due anni di carcere, altri a pene più lievi, altri ancora furono assolti. Il Procuratore Generale, alla fine della sua requisitoria, salutò nei giovani accusati, che giudicava mossi da amor di patria, la speranza e l'avvenire d'Italia, incitandoli ad agire anche in futuro con la stessa purezza d'animo e d'intenti.
L'imputato più illustre era Julius Evola, descritto dalla Polizia come `maestro e padre spirituale di questa conventicola di esaltati'. In materia sono leciti pochi dubbi: Erra, Rauti e Graziani erano i suoi discepoli riconosciuti; `Imperium', oltre che dedicare largo spazio alla discussione delle sue idee, fu il giornale su cui Evola pubblicò uno dei testi sacri della Destra radicale, Orientamenti."[20]
Vale la pena di soffermarsi a riflettere su ciò che gli anni Cinquanta rappresentarono per la giovanissima Repubblica italiana. Per nulla sopìto, al contrario combattivo e sanguinario, il fascismo che aveva attraversato il guado, sopravvivendo in grandissima parte ad un'epurazione che fu in larga misura mancata, raccolse l'appoggio degli stessi funzionari incaricati dal nuovo governo di far rispettare la legge. "Esaminerò essenzialmente cinque punti: la mancata attuazione della Costituzione, l'aggravamento del regime di Polizia, il disprezzo per le autonomie amministrative, l'atmosfera di conformismo che sempre più si manifesta nel nostro paese ed infine il fenomeno del fascismo agrario [...]" [21], aveva detto Lelio Basso, parlamentare socialista, in un famoso discorso alla Camera dei Deputati, proprio dell'ottobre 1950.
Secondo Basso, l'entrata in vigore della Costituzione venne consapevolmente rallentata per impedire l'attuazione di una vera e propria legislazione democratica; rimanevano più che attive norme in vigore nel vecchio ordinamento fascista. L'atteggiamento del governo, e quindi in sostanza della Democrazia Cristiana, uscita vincitrice nello scontro politico di appena due anni prima, fu quello di impedire alla democrazia di rendersi compiuta. "Io so per esperienza, per essere stato due anni circa membro della Prima commissione legislativa, davanti alla quale alcune di queste leggi sono ancora pendenti, so per esperienza che i nostri colleghi di parte democristiana che dirigono i lavori di quella commissione lo fanno secondo i precisi desideri del ministro degli Interni, per cui se la commissione stessa non spinge innanzi il suo lavoro di preparazione e se queste leggi non sono tuttora giunte dinanzi a noi, è proprio perché il governo non lo vuole. Così il nostro paese procede con una Costituzione zoppicante, con un ordinamento giuridico monco, ed il governo professa continuamente il massimo rispetto per la Costituzione che invece direttamente ed attraverso la sua maggioranza in parlamento viola ogni giorno." [22]
In questo clima, dunque, agivano liberamente le squadre fasciste di un tempo, rimpiazzate da forze più giovani secondo quella linea di continuità di memoria e azione di cui si è detto. Si parla molto poco di questi anni Cinquanta nei testi di storia: eppure la repressione poliziesca e gli scontri di piazza furono molto violenti, quasi si trattasse, data la vicinanza in termini di cronologia alla proclamazione della Repubblica, del periodo migliore della democrazia italiana, finalmente compiuta sul suolo patrio. Ma non è stato così, come la stessa testimonianza di Basso sottolinea. A partire dai fatti di Portella della Ginestra (1deg. Maggio 1947), quando il bandito Giuliano sparò sui contadini inermi convenuti nella piana per festeggiare il giorno dei lavoratori, fino al 7 luglio 1960, chiusura di decennio, quando a Reggio Emilia la questura proibì una manifestazione contro l'allora Presidente del Consiglio Tambroni, dimissionario alcuni giorni più tardi, che stava lasciando ampio spazio ai vecchi fascisti riciclati nell'Msi e la Polizia fece fuoco ad altezza d'uomo per reazione a presunte provocazioni da parte dei manifestanti uccidendo 5 operai, una lunga, ininterrotta scia di sangue dimostra quanto e come l'Italia sia stata ben lontana da una pacificazione nazionale smaniosamente dichiarata e mai realmente raggiunta.
Nel frattempo continuava inarrestabile l'attività dei gruppi che si ispirano all'ideologia fascista e che presidiano militarmente il territorio con interventi squadristici in particolare ai danni della sinistra. "Perché nasconderlo? - racconta il `ducetto' di Roma, un giovane picchiatore missino degli anni cinquanta - Ho preso parte a tutte le spedizioni punitive dal 1949 al 1955. [...] Si contano a migliaia le azioni che noi del MSI e degli altri gruppi abbiamo compiuto in quegli anni. Devastazioni di sedi di partiti, distruzioni di lapidi di partigiani, violazione di cimiteri ebraici, incendi di Camere del Lavoro, manifestazioni antisemite, attentati dinamitardi, aggressioni, lancio di bombe carta. Perché stupirsene? Il rischio, poi, non era così grande. Ci hanno pescato più di una volta, ma non sono mai riusciti a mandarci a Regina Coeli. Prima che scadessero i sette giorni, siamo sempre riusciti a cavarcela. Col centro-sinistra le cose sono un po' cambiate [...] ma prima era una vera pacchia." [23]
Nel tempo inarrestabile della memoria tradita scorsero anni di continua violenza. Sotto la guida di Michelini, che sostituisce De Marsanich nel 1954, il Msi cercò di uscire dalla secche del ribellismo incontrollabile che mal si conciliava con la politica moderata di "penetrazione del sistema" al fine di insediarvisi stabilmente. Tuttavia, per ragioni legate anche alla pressione di oscuri gruppi di potere, il sistema occulto potremmo dire se cercassimo una formula breve e riassuntiva, le organizzazioni extra-parlamentari fasciste continuarono a fiorire indisturbate.
Fino alla metà almeno degli anni Settanta lo scenario è dominato da ] Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, due raggruppamenti destinati ad avere ruoli e funzioni determinanti nelle strategie dispiegate in Italia per destabilizzare continuamente un già precario equilibrio istituzionale. Alcune sigle minori in ambito studentesco ed universitario sono comunque sempre riconducibili ad elementi che operano nell'una o nell'altra delle due organizzazioni. Negli anni Sessanta la moltiplicazione dei gruppi presenti sulla scena prelude ad una recrudescenza della violenza destinata a culminare nella strategia della tensione, lungamente preparata, in connivenza con interi settori dello Stato, proprio nel corso del decennio che vide l'esplosione del '68 parigino e del rapido estendersi della protesta di studenti e operai in tutta Europa. Spesso in correlazione tra loro e in rapporti di avvicinamento/distacco con l'Msi volutamente resi ambigui per confondere le acque, le formazioni dell'estrema destra finirono per dar vita ad un crogiolo di inconfessabili intrecci e collegamenti che continuavano a rafforzare senso di appartenenza ed identità alimentando senza sosta l'ideologia fascista e perpetuandola nei giorni incerti della Repubblica.
Tra i gruppi attivi in quel periodo vanno ricordati il Movimento nazionale romano, fondato nel 1963 da dissidenti missini; il Fronte Nazionale costituito nel 1968 dal principe Junio Valerio Borghese, autore di un tentativo di golpe fallito nel 1970; il Fronte Nazionale Europeo di Milano (1967); la Costituente Nazionale Rivoluzionaria, nata nel 1964; la Falange Tricolore; Nuova Caravella (1969), organizzazione studentesca con sede a Roma, prodotto della scissione dal Fuan-Caravella, che organizza corsi per sabotatori e dinamitardi diretti da Stefano Delle Chiaie, figura storica dell'estremismo fascista e padre spirituale di Avanguardia Nazionale; Giovane Europa (1963), presieduta da Claudio Orsi, collaboratore di Franco Freda nelle edizioni AR; Gruppi attivisti di movimento dell'opinione pubblica, fondati da Tedeschi e Bonanni, giornalisti del "Borghese". L'organizzazione possedeva un fondo chiamato "Soccorso tricolore" in difesa degli attivisti di destra arrestati dalla Polizia; Partito Nazionale del Lavoro, che pubblicava la rivista "Conquista dello Stato"; Ordine del Combattentismo Attivo legato al periodico "Nuovo pensiero militare"; Comitato di Difesa Pubblica, creato nel 1968 a Milano da Domenico Leccisi, ex deputato del Msi e notissimo trafugatore del cadavere di Mussolini, il cui corpo straziato in Piazzale Loreto il 29 aprile del 1945 era diventato il simbolo della mistica fascista del dopoguerra[24]
Radici comuni di pensiero, tradizione storica legata al fascismo rivoluzionario, memoria del combattentismo della Repubblica sociale italiana: sono questi gli ingredienti di una pericolosa miscela politico-culturale che poteri visibili ed invisibili hanno utilizzato in oltre trent'anni di vita nazionale per mantenere costantemente alto, in taluni casi altissimo, il livello del conflitto sociale in una sorta di destabilizzazione permanente nello Stato repubblicano.

Ordine Nuovo, uno dei capisaldi dell'apparato strategico dell'estrema destra, nasce nel 1956 come "Centro Studi Ordine Nuovo", in occasione del quinto congresso a Milano del Movimento sociale, da cui si distacca in nome di una dichiarata continuità di ideali con la Rsi. Sotto la guida di Giuseppe (Pino) Rauti, che aveva già dato origine nel 1954 ad una formazione con lo stesso nome all'interno del partito, l'organizzazione può contare su personaggi di spicco del neofascismo italiano: Clemente Graziani, Elio Massagrande, Stefano Delle Chiaie. Successivamente la storia del gruppo si divide in due periodi principali: fino al 1969, anno del riassorbimento del Centro nel Msi, grazie al recupero di quasi tutti i dissidenti ad opera di Giorgio Almirante; dal 1969 al 1973, periodo durante il quale l'aggregazione originaria prosegue la sua attività grazie ad alcuni irriducibili, che si erano rifiutati di cedere alle lusinghe di Almirante, con la sigla MPON (Movimento Politico Ordine Nuovo).
Secondo Rauti, i sopravvenuti mutamenti nella situazione politica nazionale della fine degli anni Settanta, dovevano necessariamente indurre ON a "una revisione globale della sua posizione nel quadro delle contingenze globali che indicano, senza alcun dubbio, una possibilità di rottura degli equilibri, di estrema pericolosità. [...] Ne consegue che è necessità vitale per la vita futura (prossimo futuro) di Ordine Nuovo inserirsi dalla finestra nel sistema dal quale eravamo usciti dalla porta, per poter usufruire delle difese che il sistema offre attraverso il parlamento, con tutte le possibili voci propagandistiche che derivano. [...] Necessità contingente, dunque, assoluta e drammatica..."[25] In realtà le ragioni di Rauti e degli ordinovisti erano di tipo diverso: si trattava di assicurarsi maggiori coperture politiche dopo l'inizio della strategia della tensione, della quale, come si sarebbe saputo più tardi, ON era parte integrante. Di diversa opinione Graziani e Massagrande che ritennero assolutamente imprescindibile continuare la lotta politica attraverso un "movimento rivoluzionario al di fuori degli schemi triti e vincolanti dei partiti, una formazione agile, adeguata alle esigenze della situazione politica attuale e strutturata secondo criteri propri delle minoranze rivoluzionarie."[26]
MPON si autodefinisce come unico movimento politico in grado di realizzare una strategia nazionalrivoluzionaria e si dà una prima organizzazione nel dicembre 1969. Nel 1970 si tiene a Lucca il primo congresso del movimento durante il quale viene studiata una struttura interna più complessa. ]Ordine Nuovo, si legge nella relazione Pellegrino, "era già caratterizzato come movimento semiclandestino, fortemente gerarchizzato, con una direzione politica centralizzata, orientato a muoversi in gruppi di pochissime persone che dovevano essere in grado di volta in volta di mobilitare un'area di simpatizzanti, ispirato ad una concezione elitaria e mitica dello Stato, antidemocratica e antiborghese, in assoluta contrapposizione con la democrazia parlamentare e l'organizzazione del consenso attraverso i partiti, ma almeno in parte non antistituzionale."[27] La concezione evoliana della vita, aristocratica ed eroica, antidemocratica e soprattutto antisocialista non è necessariamente anche antagonista rispetto allo Stato; la contraddizione, apparentemente irrisolvibile tra la mitologia che invoca la rivoluzione come unica via di riscatto possibile, come necessario rovesciamento dell'ordine costituito e la funzione antisovversiva di difesa dello Stato utilizzando il manipolo di combattenti che aderiscono al "movimento nazionale", porta in conclusione all'approntamento di una "rete capillare intesa a fornire prontamente elementi di impiego per fronteggiare dovunque l'emergenza"[28], per impedire la paralisi delle istituzioni. ON è diffuso ampiamente su quasi tutto il territorio nazionale, con punti di riferimento forti nel Veneto, il nucleo più attivo e meglio organizzato, e a Roma. "I documenti ideologici ribadiscono le concezioni di fondo già indicate e evidenziano spiccati caratteri razzisti e antiebraici. Per quanto riguarda la formazione dei militanti, un documento dell'epoca prevedeva la preparazione dei quadri con lo svolgimento di due diversi corsi, uno di formazione ideologica e l'altro di formazione politica. I temi dati ai corsi e i riferimenti bibliografici indicati (Guenon, Evola, Giannettini con `la tecnica della guerra rivoluzionaria' e il `Mein Kampf' di Hitler) esemplificano da una parte l'orizzonte ideologico del movimento e richiamano dall'altro i temi che avevano già proposto i convegni dell'Istituto Pollio negli anni precedenti."[29] Le attività culturali fervono: pubblicazione e diffusione di materiali ideologici e dottrinari del movimento; organizzazione di una fitta agenda di incontri pubblici, conferenze, persino riunioni nelle scuole e nelle università per fare proselitismo. "Un'ampia e diffusa rete di pubblicazioni sosteneva l'azione del gruppo, a cominciare dal mensile di Rauti, `Ordine Nuovo', seguito da `Noi Europa', oltre a una miriade di pubblicazioni più irregolari (come `Bollettino Europa', Corrispondenza Europea', `Europa Correspondenz) e altri materiali locali. Circoli e gruppi collegati pubblicavano, a loro volta documenti e materiali, che venivano diffusi da una fitta rete di case editrici. Complessivamente una serie impressionante di pubblicazioni, alcune delle quali dalla vita breve, che testimonia l'ampiezza e la vivacità del dibattito ideologico che circondava ON."[30]

Era inoltre indispensabile individuare, all'interno delle istituzioni, i "corpi sani" da coinvolgere nel progetto di difesa dello Stato: polizia, carabinieri, paracadutisti. Un progetto di profondo condizionamento di quella democrazia proclamata nella carta costituzionale e drammaticamente disattesa attraverso oscure manovre. L'estrema destra, schiacciata tra desiderio di eversione e manipolazione da parte di quei "corpi sani" che intesero servirsene per scopi tutt'altro che ideologicamente puri, ha svolto in certo senso il ruolo di avanguardia militare per il dispiegamento di una complessa macchina di potere che avrebbe fatto della strategia della tensione, ma non solo, il vero centro della governabilità del paese. Nel corso di anni di attivismo politico così spinto, ON mantenne inalterata l'originaria impostazione che consentì al gruppo di intensificare i rapporti con forze armate, Arma dei carabinieri in particolare e nuclei più o meno deviati dei servizi di informazione (è facile constatare, e lo vedremo meglio con ]Ordine Nero, quanto poco si trattasse di deviazione e non piuttosto di scientifico utilizzo dell'eversione come strategia dello stabilizzare destabilizzando da parte di uffici e funzionari in tutto e per tutto inseriti nell'establishment istituzionale e da esso legittimati a tali comportamenti), all'interno dei quali esisteva una rilevante presenza di ex republichini fedeli ai principi dell'oltranzismo atlantico in piena complicità con la classe politica al governo in quegli anni, tanto da poter considerare il gruppo un'organizzazione paramilitare appartenente ai dispositivi militari della Nato. La stessa inchiesta del giudice Salvini sui fatti di Piazza Fontana del 1969 ha dimostrato che le rete informativa degli Stati Uniti, operativa nel Triveneto con base al comando Ftase di Verona, annoverava tra i suoi agenti nostalgici della Repubblica di Salò del calibro di Sergio Minetto e ordinovisti quali Marcello Soffiati e Carlo Digilio, quest'ultimo ampiamente coinvolto nell'indagine del magistrato milanese per il suo ruolo di spicco nel periodo della preparazione e dell'esecuzione del terribile massacro alla Banca dell'Agricoltura di Milano[31]
Ma la specificità di Ordine Nuovo, in ambito politico ed ideologico, andava ben oltre gli stessi confini nazionali; il panorama europeo presentava infatti interessanti elementi di contiguità con la dottrina della nostalgia nazi-fascista. Un importante alleato di ON fu Jeune Europe, organizzazione diretta da un reduce delle SS Wallonie, Jean Thiriart, che sosteneva gli interessi dell'Africa Europea appoggiando le guerre coloniali come unica risorsa per difendere la sopravvivenza della razza ariana. ON era il corrispondente ufficiale per Giovane Europa in territorio italiano; e non basta: gli ordinovisti italiani erano anche particolarmente legati al Nouvel Ordre Européen, fondato a Zurigo nel 1951, "con un programma in tre punti: difesa della razza europea, giustizia sociale e Unità europea (`indispensabile alla difesa della razza') [...] L'ottava assemblea del movimento (Milano, 1965) proclamava che `L'ultima opera del Prof. Rassinier, Il dramma degli ebrei europei, stabilisce definitivamente che la propaganda riguardo i sei milioni di ebrei che si pretende siano stati uccisi nei campi di concentramento è una favola insostenibile per gli storici seri' [...] Pino Rauti era un membro del NOE, insieme a figure come Otto Skorzeny e Léon Degrelle. Il leader, Guy Amaudurz, collaborava sia a Ordine Nuovo, sia a un altro periodico vicino al gruppo come `La Legione'. Qui un esempio della sua prosa: `L'imperativo supremo è la difesa della razza. Non di una razza protostorica e problematica. Non della razza attuale, corrotta e degenerata. Ma della razza di domani: quella che portiamo nel nostro cuore e che forgeremo con la lotta (`La legione', gennaio 24, 1959)'."[32]
Questa, in sintesi, la visione che animava l'estrema destra d'Europa a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta. ON dal canto suo contribuì in maniera determinante al mantenimento della linea di memoria che rinnovava le tragedie dei campi di sterminio e la soppressione delle libertà individuali di chiunque non fosse biologicamente parte della stirpe bianca degli eletti o di chi semplicemente si opponesse ad un progetto di tale scelleratezza. Tuttavia una ricostruzione completa delle attività della formazione fascista risulta difficile a causa della estrema complessità delle iniziative legali ed illegali dei militanti che comprendevano "sia la violenza di strada sia attività eversive e terroristiche. Sono gli stessi militanti ad ammettere che, in diversi momenti, il movimento fu organizzato su due diversi livelli: il primo attivo sul piano dell'ufficialità, era culturale e politico e operava attraverso i circoli; l'altro era clandestino e militarizzato." [33] Oggetto di interesse crescente da parte degli organi di Polizia, Ordine Nuovo fu messo sotto processo nel 1973 per ricostituzione del partito fascista ai sensi della "legge Scelba", elaborata nel 1951 dalla corrente meno subalterna alla Chiesa cattolica (De Gasperi e lo stesso Scelba), la cui unica preoccupazione veniva dalla presenza in Parlamento dei comunisti, per impedire un eccessivo rafforzamento delle forze politiche di destra con la conseguente presumibile instabilità di quel centro che avrebbe retto le sorti del paese per mezzo secolo. Eppure durante il dibattimento processuale non emergono gli elementi che avrebbero reso davvero inquietante la presenza nel panorama politico italiano di un gruppo dello spessore "militare" di ON; ben poco si indagò in direzione dei cospicui aiuti di cui l'organizzazione godeva e dei suoi legami con i servizi segreti di allora. Altre, successive inchieste rivelarono episodi mai chiariti sul finanziamento da parte di gruppi industriali o sul traffico internazionale d'armi che costituì una probabile fonte di lauti guadagni. Né si ottennero significative ricostruzioni delle azioni di squadrismo e di antisemitismo che pure fecero di ON uno dei maggiori protagonisti della violenza politica italiana del dopoguerra. Nel novembre del 1973 un decreto del governo dichiarò Ordine Nuovo fuori legge; molti camerati trovarono rifugio all'estero.

Avanguardia Nazionale nasce invece nel 1960 ad opera di Stefano Delle Chiaie, allontanatosi dallo stesso ON dopo essere stato tra i fautori della separazione dal Msi. Una vita intensa quella di Delle Chiaie: entrato giovanissimo nel Movimento sociale se ne distacca nel 1957 e fonda una piccola organizzazione di stampo nazista che chiama Gruppi d'Azione Rivoluzionari, trasformati nel 1959 in Avanguardia Nazionale Giovanile. Nel 1962 viene arrestato perché ritenuto responsabile di riorganizzazione del partito fascista e condannato a un anno di reclusione e ad una multa per apologia di fascismo. Un anno più tardi viene prosciolto in appello per amnistia dei reati contestati. Nel 1965 AN si scioglie apparentemente da sola e gli aderenti partecipano all'esperienza politica dell'estrema destra aderendo ad altre sigle, ma senza mai perdere i contatti tra loro. Parallelamente alle vicende del MPON, Avanguardia Nazionale si ricostituisce nel 1970 sotto la direzione di Adriano Tilgher che aveva ereditato il comando da Delle Chiaie, latitante da quell'anno per evitare un mandato di cattura emesso in relazione alle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Il quartier generale dell'organizzazione e la direzione nazionale si trovavano a Roma, mentre altre basi operative erano distribuite in una trentina di città sparse in tutta la penisola; un'indagine della Polizia del 1973, la stessa che si occupò anche di ON, attribuiva ad Avanguardia Nazionale più o meno 500 membri attivi, ma la cifra, data la diffusione del gruppo, sembra eccessivamente ridotta; in prevalenza, a sentire gli inquirenti, la composizione sociale degli appartenenti sarebbe stata prevalentemente borghese e studentesca. AN propugna l'idea di una rivoluzione europea per ripristinare le naturali differenze tra gli uomini e dar vita alla formazione di una èlite rivoluzionaria che sia appunto "avanguardia", organizzata in piccoli ma efficienti nuclei di intervento il cui operato diventi davvero la fusione concreta tra gli ideali e la loro realizzazione. Un compito storico drammatico: il movimento teorizza l'ipotesi golpista classica che, richiamandosi al fascismo delle origini e alla Repubblica sociale, si ricollega all'esperienza, attuale in quel periodo, dei regimi militari europei (Spagna, Portogallo) e soprattutto dell'America Latina. AN si prefigge lo scopo di realizzare, si legge nella relazione Pellegrino, "...una definitiva divisione verticale nelle forze politiche in due fronti contrapposti: il demo-marxista e il nazionale rivoluzionario."[34] Metodo privilegiato per ottenere gli scopi prefissi sarà l'esasperazione del clima di tensione sociale attraverso lo scontro diretto con l'avversario o attraverso azioni di provocazione; ad un disegno strategico di questo genere non poteva che essere funzionale il mantenimento di contatti con apparati dello Stato pronti ad intervenire una volta che si fosse creata una lacerazione nel tessuto di potere tale da compromettere l'ordine costituito. Come si dimostrerà tra breve, furono davvero organici i rapporti tra AN e Ufficio Affari Riservati del Viminale, tanto da far pensare che lo stesso Ordine Nero sia stato il prodotto della fervida mente complottista di Federico Umberto D'Amato, direttore per moltissimi anni del menzionato Ufficio.
Per quel che riguarda la "costituzione" intimamente politica, nessuna rete di pubblicazioni "paragonabile a quella che sosteneva ON è visibile nel caso di AN. Ciò corrispondeva a un livello di discussione ideologico-culturale molto più rozzo e primitivo rispetto a ON. Il principale documento `teorico' è steso in prosa sciatta e scadente, infarcito di banalità altisonanti e argomentazioni contorte. Il modello di Stato auspicato è totalitario, organico, corporativo; tutti i fattori che ne minacciano la coesione - partiti, sindacati, lotta di classe - devono essere eliminati senza pietà. Lo Stato deve essere fondato sull'idea di nazione, concetto ovviamente non limitato alla sola Italia, ma esteso all'Europa: `Per creare, nella devozione e nella difesa dei Valori eterni della stirpe, una Nazione granitica che [...] sappia ridare giovinezza al vecchio continente, proiettandosi audacemente alla conquista del proprio Destino [...]' [Lotta Politica, 36]."[35]
Ciò che caratterizza AN, a differenza di Ordine Nuovo, sembra proprio il suo carattere specificamente "militare" più che ideologico. L'organizzazione si articolava su una ferrea disciplina e una rigida gerarchia. Formazione e addestramento avvenivano in palestre collegate al movimento; in aggiunta numerosi campi paramilitari permettevano ai militanti di completare la loro conoscenza in fatto di armi, esplosivi, difesa personale e combattimenti corpo a corpo, grazie al sostegno tecnico di personale scelto direttamente nelle file dell'esercito e dei corpi speciali (ufficiali dei paracadutisti, in particolare, svolsero certamente un ruolo determinante). Un episodio significativo, in tal senso, accadde a Pian del Rascino, nell'Appennino, a fine maggio 1974: durante uno scontro con i Carabinieri venne ucciso un attivista di AN, Giancarlo Degli Esposti. Quel campo paramilitare rappresentò uno degli episodi più confusi nella storia della violenza politica in Italia nel corso degli anni Settanta. Secondo ricostruzioni non ufficiali a partecipare all'azione furono anche membri dei servizi segreti alle dirette dipendenze di colonnello Gian Adelio Maletti, a capo del reparto D del SID (Servizio Informazioni Difesa), coinvolto in numerosi depistaggi nelle indagini sulle frange armate della destra radicale se non addirittura in fatti di strage. Per fermare un progettato colpo di Stato con base operativa proprio a Pian del Rascino, Maletti avrebbe dato ordine di intervenire duramente per bloccare i presunti golpisti.
Fu questa la fase finale dell'esistenza di AN, messa sotto processo e disciolta nel 1976 per ricostituzione, ancora una volta, del partito fascista (nel dicembre del '75 erano stati arrestati in un appartamento di Roma gli avanguardisti Tilgher, Vinciguerra, Crescenzi e Di Luia e l'ordinovista Gubbini). Nemmeno in quell'aula di tribunale furono messi in rilievo i rapporti tra l'organizzazione e i pubblici poteri: sarebbe stato impossibile in quel momento. Ma se teniamo conto che un altro grande esperto di trame occulte, il capitano del Sid La Bruna, ammise che AN poteva essere considerata a tutti gli effetti a completo servizio del Ministero degli Interni, il quadro generale che ne risulta non è dei più confortanti. E' possibile ritenere, insomma, che Avanguardia Nazionale abbia operato indisturbata fin dai tempi degli scontri all'interno dell'Università di Roma, quando si muoveva di concerto con il gruppo di ON e Nuova Caravella, fiancheggiando non tanto l'eversione nera quanto quella promossa dallo stesso Ministero.
Lasciamo parlare di nuovo la relazione Pellegrino: "Dopo la prima stagione dei processi per la ricostituzione del partito fascista e le condanne ai vertici delle due organizzazioni, si è già ricordata la fase nella quale aderenti di O.N. e A.N. riportarono condanne per reati associativi e per episodi specifici che, al momento del loro accadimento, non erano stati ricondotti alle predette organizzazioni. Ma le novità di maggior rilievo per quanto concerne i profili di interesse e la competenza della Commissione vengono da procedimenti in corso a Bologna (processo Italicus bis) e a Milano (che dall'attività del gruppo La Fenice risalgono fino alla strage di Piazza Fontana).
Le ricostruzioni istruttorie hanno confermato un disegno che nelle grandi linee era già tracciato, e cioè quello di una sostanziale contiguità tra O.N. e A.N., ma soprattutto della stabilità dei rapporti di entrambe con settori dei servizi di informazione e alcuni apparati militari, di un loro coinvolgimento già dalla fine degli anni '60 (a livello operativo, cioè concretizzatosi attraverso fatti delittuosi) nei progetti golpisti succedutisi fino al 1974. [...]
In particolare, l'inserimento a pieno titolo di O.N. nelle strutture dei Nuclei di Difesa dello Stato, che sembrerebbe potersi affermare sulla base delle risultanze degli accertamenti milanesi - induce a riconsiderare la qualificazione dell'attività del gruppo mentre lo stesso numero degli episodi di copertura e depistaggio accertati aggrava la qualità di un collegamento con ambienti interni alle istituzioni che già nelle istruttorie precedenti era risultato evidente. [...]
I rapporti di Avanguardia Nazionale con i servizi di informazione, prima con l'Ufficio affari riservati, poi con il SID, hanno origini risalenti agli anni '60, quando l'area di A.N., tramite il giornalista Mario Tedeschi, fu coinvolta dall'Ufficio affari riservati del Ministero dell'Interno nell'attività di affissione dei `manifesti cinesi', una campagna di attacco al partito comunista apparentemente proveniente dalla sua sinistra. Tale attività fu ammessa dallo stesso Delle Chiaie che la ricondusse ad una iniziativa dell'Ufficio affari riservati, condivisa tatticamente da A.N. come valida manifestazione di `guerra psicologica' nei confronti del partito comunista."[36]

A metà anni Settanta l'estrema destra italiana vive il periodo di maggior difficoltà. Lo scioglimento di ON e AN con intervento diretto di quello Stato che i neo-evoliani, chiamiamoli così, sentivano in parte di dover difendere dall'assalto della modernità disgregatrice, aveva rimesso in discussione in maniera forte alcune questioni di carattere teorico. D'altra parte, nemmeno gli stessi rapporti con i settori deputati al controllo, servizi segreti e uffici di informazione dell'esercito e dei Carabinieri, sembravano improntati ad una felice collaborazione, fatto salvo per la funzione di copertura che, comunque fosse andata, non sarebbe mai stata fatta mancare da parte di quest'ultimi. La stessa sinistra extra-parlamentare aveva cominciato ad abbracciare ipotesi di "attacco rivoluzionario" allo Stato, a partire dalle prime azioni di sabotaggio in Pirelli, nel 1971, a firma delle neonate Brigate Rosse. Bisognava insomma, in qualche modo, salvare l'eredità ideale di ON, meglio ancora che di AN, organizzazione creata, come abbiamo detto, più che altro per finalità di carattere operativo. "In primo luogo furono costituiti numerosi `circoli culturali' [vecchia abitudine, nda], `centri studi' e simili, allo scopo di `tenere unito l'ambiente' e di garantire una copertura alle iniziative dei militanti. Uno dei principali fu il `Circolo Drieu La Rochelle', fondato a Tivoli da Paolo Signorelli, un veterano nelle file del MSI e fra i primi ad aderire all'esperienza di ON, che svolse un ruolo di primo piano in questo periodo e nella fase seguente. Vi era anche un bollettino `Anno Zero', di cui cinque numeri furono pubblicati fra l'inverno e la primavera del 1974." [37]
In un rapporto del 15 aprile 1996 consegnato alla Procura della Repubblica di Brescia, nell'ambito del procedimento per la strage di Piazza della Loggia, il ROS dei Carabinieri (Raggruppamento Operativo speciale - Reparto Eversione) rispolvera un documento del Sid che mette in luce l'esistenza di un'organizzazione denominata Ordine Nero. L'appunto dei servizi segreti contiene un'indicazione precisa sulle origini del gruppo: Ordine Nero sarebbe stato costituito direttamente dal Ministero dell'Interno per rendere precario l'equilibrio politico nazionale, favorendo una rapida svolta a destra nel paese.
Il nuovo manipolo di sovversivi raccoglieva l'eredità delle formazioni precedentemente sciolte, dunque Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, fondendole con gruppi minori. Per molto tempo poco o nulla si seppe di Ordine Nero - data la quasi assoluta segretezza nella quale l'organizzazione fu mantenuta - che, a distanza di anni, si spiegherebbe con l'intervento autorevole dello stesso Ministero. "Il nucleo originario era a Milano, dove poteva contare su un nocciolo duro di `evoliani' e di veterani di ON e AN; si appurò poi che il gruppo consisteva di almeno sette unità territoriali, fra cui la più attiva era probabilmente quella toscana. Al gruppo sono stati attribuiti complessivamente, fra la fine del 1973 e l'inizio del 1975, circa quarantacinque attentati. [...] A Ordine Nero aderirono (o forse ne vennero assorbiti) altri gruppi minori, come le Squadre d'Azione Mussolini (SAM, una sigla dal passato illustre) e La Fenice di Milano, che, secondo recenti indagini, attiva dagli anni sessanta, sarebbe stata nient'altro che la filiale milanese di ON, in stretti rapporti con l'omologo gruppo veneto (Freda-Maggi) e con quello veronese (Massagrande-Spiazzi). Vi erano poi legami operativi molto stretti con un'oscura organizzazione attiva in Valtellina, il Movimento di Azione Rivoluzionaria (MAR) - legami così stretti che anche alcuni militanti consideravano Ordine Nero una sorta di braccio armato del MAR."[38]
Il MAR dell'ex partigiano Fumagalli, con contatti nei servizi segreti italiani e statunitensi - per questi ultimi avrebbe lavorato addirittura nello Yemen, era finanziato da industriali e uomini d'affari della Milano reazionaria legata al movimento della Maggioranza Silenziosa [39]. Nel biennio 1970-'72 la formazione di estrema destra compì alcuni attentati dinamitardi contro tralicci dell'alta tensione a cui seguirono arresti e detenzione per gli organizzatori, quasi subito rilasciati per prontamente ricominciare la loro infaticabile opera di sabotaggio ed eversione.
Si consuma negli anni Settanta il dramma di un paese lacerato da profondi e insanabili contrasti politici e sociali. L'attivazione di Ordine Nero, se prendiamo per buono il documento del Sid rinvenuto dai Carabinieri, doveva creare proprio questo clima di costante instabilità e terrore che avrebbe costretto qualsiasi governo in ginocchio. I poteri occulti che si agitano in Italia in quel periodo, e che sarebbe troppo facile identificare nella sola Democrazia Cristiana, controllano l'estrema destra per definire meglio il loro statuto di dominio incontrastato. Il ruolo svolto dal Ministero degli interni, i cui responsabili, tutti democristiani fino al 1994, erano certo impegnati a soddisfare pienamente anche i desideri dell'alleato atlantico, diventa cruciale proprio in quanto matrice di una sorta di impegno dello Stato a servirsi di ogni mezzo necessario per mantenere inalterato il sistema di potere, facendolo spesso oscillare tra un'ipotesi di rovesciamento definitivo della costituzione democratica e una stabilizzazione interamente articolata sul "centro" come perno insostituibile dell'equilibrio politico nazionale.
Per ciò che concerne i militanti attivi e ben determinati al combattimento, la loro percezione degli eventi e della prospettiva futura di lotta contro il regime, le cose stavano in maniera leggermente diversa: "[...] siccome noi vogliamo essere dei soldati politici e contribuire alla nostra causa fino in fondo [...] ci prepariamo militarmente, in attesa che succeda qualche cosa, cioè altre persone insieme a noi si muovono per instaurare un nuovo governo militare di destra. [...] Ci preparavamo militarmente perché, quando l'Italia fosse scesa in guerra civile, ci avrebbero trovati pronti a difendere l'Italia, cioè le istituzioni della Repubblica."[40] Ancora più esplicito il giudizio di Sergio Calore, camerata dell'ultima generazione trasformatosi in collaboratore di giustizia, quando racconta dei progetti di Signorelli: "Fino a quando non accadde l'episodio di Pian del Rascino [...] Signorelli disse sempre che era possibile o addirittura imminente un golpe di destra durante il quale avrebbero dovuto dare un contributo di fiancheggiamento...il progetto politico di Signorelli...era questo: creare una situazione insurrezionale in grado di provocare l'intervento di reparti militari regolari che di loro iniziativa avrebbero effettuato il colpo di Stato, dentro il quale i nostri gruppi avrebbero avuto la funzione di Guardie della Rivoluzione." [41]
E la rivoluzione tanto agognata sembrava alle porte. Ma dietro la speranza ormai trentennale di un'ideologia lungamente covata tra le pieghe di una presunta democrazia di popolo, si nascondevano le inquietudini di un sistema di potere probabilmente sorpreso dalle decisioni incontrollabili della magistratura. Lo scioglimento di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale imposero la ricostituzione, in tutta fretta, di un nucleo di pressione che potesse ancora rispondere alla vecchia strategia della guerra non ortodossa proclamata contro i comunisti che stanno al di qua e al di là del muro. Ordine Nero si inserisce perfettamente nel quadro che abbiamo delineato fin qui; la sua funzione di contenitore clandestino dello scontento e della rabbia di giovani desiderosi di imprese gloriose, imbevuti com'erano di eroico furore, ottenne gli scopi desiderati, vale a dire il mantenimento di una costante tensione sociale e l'inasprimento di quel senso di precarietà e confusione che invase le strade e le piazze d'Italia, seminando incertezza e sconforto nella maggioranza dei cittadini, massa inerme, e più spesso inetta, da controllare e pilotare verso probabili soluzioni politiche conservatrici. Tuttavia un sistema di potere si autoriproduce anche grazie alle sue contraddizioni interne; e quello attivo nel nostro paese ne è stato un buon esempio. Delocalizzando continuamente le loro funzioni di comando, i centri occulti di potere in Italia, grazie al prolungato utilizzo dell'eversione di destra come macchina per la produzione artificiale di terrore, hanno governato indisturbati affidando alla politica "ufficiale", quella del Parlamento e del governo per intenderci, il compito di garantire la legalità delle istituzioni. Molti coloro che coprirono, dunque, ed altrettanti quelli che non vollero vedere. "La sottovalutazione della potenzialità eversiva dell'estremismo di destra ha fortemente ritardato, al di là dello sforzo personale di alcuni singoli investigatori, l'opera di ricostruzione organica delle sue articolazioni; e che tale sottovalutazione possa essere attribuita a mera insipienza, appare fortemente opinabile nell'ambito della generale valutazione di cui la Commissione è investita.
Che il fenomeno fosse irragionevolmente sottovalutato sia in sede investigativa che in sede giudiziaria è comunque un dato di fatto, tragicamente testimoniato dagli atti."[42]
A metà anni Settanta nell'ambito dell'estremismo nero comincia a maturare la convinzione, subito divenuta certezza, che l'attacco allo Stato costituisca l'unica maniera di portare a compimento una rivoluzione continuamente differita, nel momento in cui i tempi apparivano maturi per realizzarla, proprio dall'intervento proditorio di quegli apparati di governo con i quali gli stessi soldati politici erano in stretto contatto. Un tradimento che non poteva più essere tollerato. Una sigla dell'epoca, il FULAS (]Fronte Unitario Lotta al Sistema) dà l'esatta dimensione del fenomeno che andava maturando e che condurrà, come vedremo tra breve, alla fase dello scontro armato. Il Fronte rivendicò numerosi attentati compiuti tra Roma e la Sicilia nel 1975 e fu costituito essenzialmente per ricompattare gli ordinovisti dispersi dallo scioglimento coatto dell'organizzazione, a cui era seguito per i dirigenti il periodo buio della latitanza all'estero. Comincia a farsi strada, come si legge nello stesso documento Pellegrino, il progetto di ricercare un terreno comune a tutte le esperienze rivoluzionarie; la lotta al sistema, infatti, è diventata la questione da dirimere e chiarissima è ormai la scelta dell'opposizione violenta e risoluta contro i poteri dello Stato.
Il 10 luglio del 1976 per mano di Pierluigi Concutelli ed Enzo Ferro viene assassinato il giudice Occorsio, pubblico ministero al processo contro Ordine Nuovo che continuava a condurre fitte indagini nell'area dell'estrema destra. Il volantino di rivendicazione dell'omicidio rappresenta il nuovo manifesto ideologico dell'eversione fascista: "La giustizia borghese si ferma all'ergastolo, la giustizia rivoluzionaria va oltre. Il Tribunale speciale del M.P.O.N. ha giudicato Vittorio Occorsio e lo ha ritenuto colpevole di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica perseguitando i militari di Ordine Nuovo e le idee di cui essi sono portatori."[43] La destra in armi passa drasticamente all'azione mobilitando tutte le forze disponibili. Contemporaneamente all'esperienza del circolo Drieu La Rochelle, di cui si è detto, vengono attivati nuovi gruppi di militanti che gravitano attorno alle sezioni del Msi. E' il caso, per esempio, del movimento Lotta popolare e di "Radio contro" che a quel movimento doveva dare voce, la cui breve esperienza si snoda in pochi mesi tra il 1975 e il 1976. Lotta popolare era nato all'interno delle sedi del Msi nel quartiere romano del Prenestino; espulsi quasi subito dal partito a causa del sostegno alla linea dura che era emerso nel corso di numerose riunioni ed altrettante affissioni di manifesti in città, i militanti della formazione nera cominciarono ad incontrarsi nei locali di via Castelfidardo che in breve divenne punto d'incontro di tutto l'ambiente della base giovanile oltranzista. Nel 1978 nei pressi della sezione missina di Acca Larentia, nel quartiere Tuscolano, Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti vengono uccisi dai sedicenti Nuclei armati per il contropotere territoriale. Scoppia il caos: decine di attivisti e simpatizzanti raggiungono via Acca Larentia assieme a giornalisti e televisione. Il clima è tesissimo e i Carabinieri non riescono a contenere la rabbia dei giovani presenti; nei tafferugli che seguono le forze dell'ordine perdono completamente il controllo della situazione e si comincia a sparare da una parte e dall'altra. Cade colpito a morte Stefano Recchioni, che di anni ne ha appena diciannove, e la tragedia si consuma rapidamente. Il Movimento sociale italiano fatica ad assumere una posizione politicamente definita di fronte a fatti di tanta gravità, suscitando le ire di quanti già avevano inasprito le critiche nei confronti del partito.
Per questo Lotta popolare potè coagulare da subito le insofferenze della base, riattualizzando in fretta la matrice ordinovista della sua impostazione. "Nell'ottica della ricostruzione delle dinamiche complessive della destra eversiva di quegli anni giova mettere in luce che, anche secondo la prospettazione di Signorelli [leader indiscusso del movimento assieme a Guida, nda], Lotta popolare si muoveva (come osservò il pm nella requisitoria del procedimento relativo alla ricostituzione di Ordine Nuovo) lungo tre direttrici fondamentali: canalizzare ed aggregare i settori giovanili più oltranzisti del mondo missino, fortemente critici dell'atteggiamento morbido del partito; rivolgere un'attenzione più marcata al sociale rispetto a tesi più propriamente politiche; proporre temi populisti in funzione antiborghese e con l'intento di sollecitare le spinte ribellistiche specie degli strati sociali territorialmente `ghettizzati'; superare i particolarismi ideologici, con conseguente rifiuto di strutture rigidamente organizzate; creare, infine, poli di dibattito intesi a ricongiungere elementi rivoluzionari di diversa estrazione."[44]
E' necessario, in una parola, rivedere completamente l'intero assetto organizzativo delle originarie strutture di ]Ordine Nuovo e la frammentata galassia dell'estremismo fascista non cessa di ricomporre instancabilmente i suoi quadri strategici. E' di quegli anni la costituzione dei GAO (Gruppi di Azione Ordinovista), che sotto il controllo di Concutelli avrebbero dovuto prolungare idealmente l'articolazione militare di ON. Si tratta di strutture operative militarizzate composte da nuclei di tre persone al massimo e caratterizzati da una rigidissima compartimentazione. I GAO, che raccoglievano militanti di ON appartenuti alle formazioni romane, venete, perugine e toscane, avevano compiti di tipo terroristico (attentati ai danni di funzionari di Polizia, di magistrati o di esponenti del cosiddetto potere statale) e al tempo stesso anche propagandistico (blocco di mezzi pubblici per effettuare volantinaggi, assalto ad emittenti private) con scopi puramente dimostrativi. Concutelli viene arrestato nel febbraio del 1977 e si interrompe così bruscamente l'esperienza dei GAO. Assieme all'ordinovista, in via dei Foraggi viene ferito ed arrestato anche Renato Vallanzasca che da tempo aveva stretto rapporti con il gruppo di Concutelli; si constata in questa occasione l'esistenza di un patto di alleanza siglato tra estrema destra e crimine locale. "L'esaltazione della superiorità dell'individuo e della disuguaglianza come valore in sé, unita al disprezzo dell'altro e della vita stessa, che costituisce la valenza ideologica sottesa alla visione della realtà di tutto l'estremismo di destra, non appaiono estranei al sistema di valori dei leaders e degli appartenenti alle organizzazioni della criminalità comune, specie romana."[45] Sintonia culturale o intreccio di interessi che nasconde altre e innominabili attività? L'affiancamento strategico, chiamiamolo così, tra estrema destra e malavita - il caso della banda della Magliana resta esemplare [46] - suggerisce la presenza di una topografia ancora in parte sconosciuta di poteri territoriali, e su scala maggiore addirittura nazionali, che rappresentano la vera storia dell'Italia mai raccontata.
Perduti gli originari punti di riferimento nelle organizzazioni un tempo legali, quali erano state ON e AN, l'aggregazione interna all'estrema destra si concentra nella costituzione di poli ideologici che attingono da una o dall'altra esperienza. Le stesse persone possono appartenere a gruppi diversi contemporaneamente, fermi restando alcuni riferimenti forti che saldamente continuano a segnare il percorso, difficile e spesso pericoloso, verso la rivoluzione, o comunque la si voglia chiamare. Signorelli, Delle Chiaie, Fachini, Freda rimangono insostituibili fili d'Arianna nel labirinto di una vita quotidiana percepita ormai come angosciosa ricerca di un punto di fuga oltre il proprio stesso futuro. Cominciano in quel periodo ad emergere nuove leve che presto manifestano tutto il loro fastidio nei confronti di esperienze politiche consolidate e perciò stesso ritenute ormai improduttive. Bisogna rompere con gli schemi del passato per delineare in maniera autonoma una via concreta all'azione eversiva. E appunto "Costruiamo l'azione" si intitolala testata giornalistica di cui uscirono 6 numeri pubblicati tra fine '77 e tarda primavera del '79, su iniziativa di alcuni esponenti storici del calibro di Signorelli e Semerari e di alcuni più giovani allievi come Sergio Calore. Lo stesso Calore ha descritto le tre anime del giornale che apparentavano modi di intendere la politica e il movimento politico molto diversi tra loro: una componente classicamente ordinovista, quella di Fabio De Felice, una componente riconducibile a Signorelli e Fachini più attenta ai fermenti giovanili e una, quella dello stesso Calore e del giovanissimo Paolo Aleandri, orientata al superamento definitivo dell'ideologia fascista classica in favore di un ampliamento onnicomprensivo del disagio e del sentimento di rivolta contro le istituzioni. "In realtà" precisa Ferraresi nel suo puntiglioso lavoro di ricerca "era un gruppo (un `movimento politico') guidato da veterani di Ordine Nuovo (De Felice, Signorelli, Fachini) insieme con i membri della nuova generazione (Aleandri, Calore). Sebbene i primi giocassero un ruolo cruciale nella nascita del movimento e nel reclutamento dei militanti più giovani furono le nuove esigenze che, almeno apparentemente, prevalsero, all'insegna della `strategia dell'arcipelago'. Si rifiutò la soluzione `organizzativa' a favore di una collaborazione `nei fatti' fondata sulla scelta di obiettivi e azioni in cui numerosi gruppi potevano identificarsi. Il giornale dava voce a questa ideologia contraria a ogni rigidità strutturale pretendendo di essere non espressione di un'organizzazione politica, ma un `punto di riferimento' di `area', un locus per il dibattito e la ricerca di uno `spazio politico' che superasse gli angusti confini della destra tradizionale."[47]Li superasse talmente da poter pensare alla costituzione di un unico, compatto fronte di lotta contro il sistema assieme ai gruppi più radicali della sinistra, quelli di Autonomia Operaia. Nella primavera del 1979 "Costruiamo l'azione" organizzò addirittura, a Roma, un convegno sulla repressione al quale cercò di invitare gli Autonomi, che ignorarono l'evento facendo così fallire, in sostanza, il tentativo di accorpare due tensioni sociali e politiche di grande rottura rispetto all'ordine composto della democratica Repubblica dei partiti. Il tentativo di ricerca di consensi e di diffusione di idee verso altri ambienti che non fossero quelli che la tradizione voleva praticati rivela alcuni aspetti importanti nell'evoluzione della pratica politica dell'estrema destra di quel periodo. "Organizzare ovunque è possibile nuclei rivoluzionari di lotta al sistema." Era questa la parola d'ordine per una generazione di disillusi ancora tenacemente aggrappati alla convinzione, di evoliana memoria, che il soldato politico avrebbe dovuto resistere comunque tra le macerie dell'Occidente al tramonto. L'esperienza di "Costruiamo l'azione" si concluse a fine 1979, quando Calore e De Felice furono arrestati ed in seguito condannati. Paolo Aleandri, che era stato sequestrato da alcuni elementi più anziani del gruppo e minacciato di morte a causa dei feroci dissidi interni sull'utilizzo dei soldi provenienti da furti e rapine, finì in carcere poco dopo e su pressione degli inquirenti acconsentì a collaborare fornendo un importante contributo alla ricostruzione delle vicende dell'intera organizzazione. Assieme a Calore, divenuto anch'egli collaboratore di giustizia, Aleandri fornisce ai magistrati e alla Polizia una serie di inquietanti testimonianze sulle attività di "Costruiamo l'azione". Da un lato, dunque, come abbiamo già sottolineato, una costante tensione al "raggruppamento ideologico" trasversale per mettere insieme forze anche di segno opposto ma organicamente definibili nella loro tensione anti-sistema; dall'altro una metodologia di autofinanziamento, principalmente rapine, che mise il gruppo in condizione di avere frequenti contatti, fino alla commistione, con la criminalità comune; queste due caratteristiche essenziali di quello che sarebbe stato definito lo "spontaneismo armato" in realtà non spiegano completamente l'atmosfera politica che si respirava allora e la decisione di trasformare la propria vita in una sorta di corsa continua contro la morte, mettendo a rischio l'incolumità dei compagni di viaggio e di tutti coloro che si trovarono coinvolti loro malgrado negli episodi di violenza metropolitana di quel periodo. L'ombra della piramide, tanto per evocare un'immagine spesso utilizzata per rappresentare almeno una parte del potere occulto che ha governato l'Italia a partire dal 1948 in poi, riappare nelle mezze luci di anni che sembrano così lontani.
"Aleandri (che all'epoca era poco più che adolescente) sostenne che De Felice lo aveva incaricato di tenere i contatti con Licio Gelli, aggiungendo di essersi più volte trovato nell'anticamera di Gelli, all'Excelsior di Roma, a fianco di personaggi come il generale Miceli e Ortolani, e di aver visto un ministro della Repubblica fare anticamera per sottoporre al Venerabile le bozze di un decreto economico [...]. Più tardi, `vi fu addirittura un diverbio molto duro tra me e De Felice [...] In presenza di Semerari, di Fachini e Signorelli, chiese nuovamente di amministrare i proventi delle rapine e disse a Calore che lui ed io eravamo dei ragazzini irresponsabili e che era vero quanto gli contestava Calore e cioè che loro [...] stavano tentando l'operazione di salvataggio del costruttore Genghini, per riceverne riconoscenza dagli ambienti politici legati al costruttore. Fu a questo punto che in me e Calore iniziò una riflessione seria sui rapporti tra noi ed il gruppo di De Felice e tra questo e Gelli e su una ipotesi di una nostra strumentalizzazione inconsapevole ad opera di De Felice [e non come sempre assicurato da De Felice, una strumentalizzazione di Gelli da parte nostra]"[48] Esponenti dei servizi segreti (addirittura il generale Miceli direttore del Sid, Servzio informazioni difesa, dall'ottobre 1970 al luglio 1974), finanzieri dalla dubbia reputazione (Umberto Ortolani, attivo collaboratore di Gelli, a sentire la rivista "Maquis" addirittura ex agente del controspionaggio militare italiano [49], ha per lungo tempo prestato la sua preziosa opera di consulente in Argentina, dove è presto diventato anche proprietario del Banco Financiero Sudamericano), ministri della Repubblica: è questo l'incredibile mondo dentro al quale si muove il diciottenne Aleandri, tutto impregnato di sacro furore rivoluzionario o, forse, di un più prosaico stato di incertezza e malessere personale. Ma ciò che davvero scuote le certezze del ragazzino-guerriero, che aveva perfettamente compreso i disegni poco limpidi e gli strumentali interessi politici del tutto estranei a qualsiasi progetto di destra rivoluzionaria, è la campagna di attentati che era stata minuziosamente preparata per quell'anno. Il conflitto stava assumendo proporzioni inaspettate.
L'innalzamento del livello dell'attacco avvenne attraverso la costituzione di una sorta di braccio armato di "Costruiamo l'Azione" cui appartenevano gli elementi più decisi della rivista. Fu chiamato Movimento Rivoluzionario Popolare (MRP) e realizzò due campagne principali di attentati, una nel 1978 ed un'altra nel 1979. Secondo la testimonianza di Calore in Corte d'Assise a Bologna, la prima campagna fu progettata di Massimiliano Fachini con il preciso intento di verificare una certa disponibilità generale da parte dei camerati più impazienti e certamente più riottosi, a mettere in atto una strategia specificamente rivolta contro i simboli del potere dello Stato. "Gli attentati non dovevano essere rivendicati, al fine di `diffondere le nostre idee anche in circoli che avrebbero potuto rifiutarli se ne avessero saputa la provenienza'. Ebbe successo: `in un paio di mesi, noi come gruppo realizzammo direttamente una quindicina di attentati al massimo, ma in realtà ne furono compiuti da altri gruppi che si accodarono alla campagna [...] almeno una sessantina. Quindi sostanzialmente verificammo la disponibilità di un certo tipo di area di seguire delle direttive che arrivavano anche in maniera così indiretta'."[50]
La seconda campagna partì all'inizio della primavera dell'anno successivo, e questa volta con la rivendicazione MRP per ogni singolo attentato e l'utilizzo nell'intestazione dei volantini del logo con mitra e vanga incrociati. Il 20 aprile una carica esplosiva deflagrò davanti al portone della sala consigliare del Campidoglio; il 15 maggio circa 55 chili di potente esplosivo vennero fatti brillare nelle vicinanze del carcere di Regina Coeli; il 4 maggio davanti al Ministero degli Esteri un'altra carica esplode fortunatamente senza recare danni a persone; il 20 maggio un'auto imbottita di dinamite venne parcheggiata nei pressi del Consiglio Superiore della Magistratura in occasione di un raduno internazionale degli Alpini organizzato nella piazza antistante: si tratta dell'attentato più grave approntato da questo piccolo gruppo di giovani terroristi e resta anche l'episodio più controverso nella memoria dei testimoni. "L'esplosione era stata originariamente progettata in ora notturna, quando la piazza sarebbe stata deserta; non è chiaro chiaro chi e perché spostò l'ora della deflagrazione. Uno degli attentori (M. Iannilli) affermò di aver posto alcuni pezzi di cartoncino fra i contatti del timer, allo scopo di impedirne il funzionamento. Ma nessun cartoncino fu trovato dagli investigatori, e, in effetti, il ]timer scattò non appena la polizia lo mise in funzione. Questo più l'enorme quantità di esplosivo impiegato, convinsero la Corte che non si trattava di un semplice gesto dimostrativo."[51] L'episodio dello spostamento dell'ora dell'esplosione, che ci avrebbe fatto ricordare oggi anche la strage del 20 maggio in aggiunta alle numerose altre che hanno tragicamente segnato la storia del nostro paese, e il fatto stesso che l'operazione sia poi in qualche modo rientrata evitando un vero e proprio spargimento di sangue, spingono alcuni militanti, tra cui Aleandri, a ripensare lungamente al significato del loro coinvolgimento politico ed ideologico in una battaglia che appariva sempre più diretta dall'esterno, da forze oscure che nulla avevano a che vedere con la missione, impossibile e per questo affascinante nella sfida che lancia, del soldato politico pronto a battersi contro il potere costituito.
"Costruiamo l'Azione" e il suo braccio armato, MRP, si mossero dunque sul versante che conduce un'esperienza di movimento, con una base intellettuale che si poteva presumere consistente, allo spontaneismo armato di sapore rivoluzionario per il quale il gesto dimostrativo non aveva alcun legame, e non poteva averlo per definizione del resto, con il disegno stragista. Ma l'infiltrazione di occulte strategie di controllo, così come ampiamente dimostrato dalla storia cinquantennale della Repubblica e da centinaia di faldoni processuali, non smetteva di costruire e ricostruire la composizione ambigua dei gruppi dell'estrema destra orientandoli ad azioni finalizzate alla logica del colpo di Stato permanente. Una linea sottile di continua destabilizzazione che condusse al terribile evento della bomba alla stazione di Bologna e segnò irrimediabilmente quegli anni, convincendo molti a radicalizzare ancora di più il rifiuto verso forme di organizzazione che non implicassero una diretta ribellione autonoma, e marcatamente individuale, una violenza liberatoria e autodistruttiva. E solo questa violenza sembrava poter affrancare le coscienze, frammentandosi in decine di esperienze diversificate ed incoerenti che traevano forza proprio dalla loro incapacità di essere compiutamente definite.
"`Sono e mi chiamo Fioravanti Giuseppe Valerio, nato in data 28-3-1958 a Rovereto (TN), residente a Roma in via del Tritone nr. 94, celibe, diploma di maturità scientifica, studente, già condannato'. Alle 16,45 del 7 febbraio 1981, nell'ospedale civile di Padova, comincia il primo interrogatorio di Giusva Fioravanti davanti al procuratore di Padova Aldo Fais e al sostituto procuratore Vittorio Borraccetti."[52] Figura emblematica degli anni dello spontaneismo armato, Fioravanti rappresenta l'anima tormentata, e nerissima, dell'ultimo neofascismo di marca guerrigliera. Assieme al fratello Cristiano, a Francesca Mambro, inseparabile compagna di vita ed altrettanto determinata ed aggressiva militante di trincea, ad Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi ( che verrà ucciso durante la rapina all'armeria Centofanti di Roma, nel marzo del 1978) Giorgio Vale, Gilberto Cavallini, Giuseppe Valerio diede vita ai NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), una sigla coniata dalla stessa Mambro con il dichiarato intento di un suo ampio utilizzo da parte di chiunque avesse voluto riconoscersi in una posizione rivoluzionaria ed anti-sistema. "E in effetti numerosi gruppi, unità, o anche semplici aggregazioni estemporanee ne fecero uso per rivendicare un'infinità di azioni in tutto il paese, pur restando Roma l'epicentro del fenomeno. La loro escalation è impressionante: vi furono 29 attentati rivendicati nel 1978, 43 nel 1979, 32 nei primi sei mesi del 1980."[53]
Per raccontare coerentemente la storia del poco più che ventenne Giusva e della banda di temibili profeti del terrore che gli stava attorno, è utile riportare le dichiarazioni rilasciate da Fioravanti nel 1989 dinanzi alla seconda Corte d'assise d'appello di Bologna: "Le nostre capacità militari erano molto cresciute, il nostro esempio era stato seguito, e ci faceva piacere, era giusto che la ribellione fosse violenta e il più diffusa possibile. Ma era sciocco e particolarmente brutto che tutto questo si limitasse allo spararci tra ragazzi di 18, 19, 20 anni. Si creò così il problema di come costringere l'ambiente ad una inversione di tendenza, ma questo era difficile, perché noi ci siamo sempre battuti per `degerarchizzare' i nostri gruppi: non volevamo che i ragazzi della nostra età dipendessero dalle direttive di partito o dai libri di filosofia, volevamo che ognuno ragionasse con la propria testa. Ma occorreva perseguire l'obiettivo di finirla con gli scontri tra opposti estremismi giovanili.
Questa esigenza che nasceva in me, Cristiano, Francesca e Alessandro, era stata prospettata già da diversa gente (Franco Freda, Sergio Calore, Paolo Signorelli), ma in noi derivava da una considerazione etica, umana, affettiva, mentre per gli altri era un'esigenza tattica, di strategia, studiata a tavolino. Noi avvertivamo sul piano umano e sentimentale l'incongruenza del lottare fra giovani, ma c'era chi in altri gruppi prospettava la stessa necessità su una piattaforma strumentale. [...]
Sembra contraddittorio, ma si riproponeva lo stesso schema del rapporto fra me e mio fratello: dovevamo dimostrare che se volevamo il sangue altrui eravamo capaci di sparare, che se si voleva continuare ad ammazzarci tra noi, a livello di macellai, eravamo in grado di farlo. [...]
Il messaggio verso destra era che dovevano finire le sparatorie del sabato sera, fatte da gente che faceva male al prossimo solo per poterlo raccontare al bar, alle ragazze o in discoteca. Chi era in grado di impegnarsi più seriamente ci avrebbe seguito, e si sarebbe così operata una `scrematura'. A quel tempo l'obiettivo era la borghesia: i cialtroni avrebbero dovuto essere spiazzati dal nostro salto di qualità, e si sarebbe così emarginata la componente più teppistica dell'ambiente." [54]
Dunque, nei ricordi di Fioravanti che si andavano lentamente svolgendo davanti ai magistrati, l'esperienza dei NAR appare il prodotto schietto di una ribellione maturata per strada, di un malessere diffuso che aveva attecchito negli strati sociali della media e alta borghesia romana, incline a riconoscere come obiettivo addirittura il proprio stesso ceto. Frutto di un'esigenza che maturò da considerazioni "etiche, umane, affettive", la lotta armata contro il sistema - quasi mai si identifica nello Stato il vero nemico, la conflittualità sembra potersi, e doversi, esprimere nel rifiuto radicale addirittura di un'intera cultura e di un intero modo di vivere - è espressione al tempo stesso della potenza individuale che richiama il sangue come vincolo del rapporto, perverso ma necessario, che stabilito con l'altro da sé in quanto avversario, e dell'impellenza al ricorso ad una vera e propria linea di fuoco non tanto per imporre un nuovo ordine sociale ma piuttosto per sradicare violentemente quello presente, un mondo che non si capisce più; davvero le rovine fumanti dell'occidente al tramonto sulle quali veglia il soldato politico evocato negli scritti di Evola molti anni prima.
Tuttavia non andò esattamente così e lo stesso Fioravanti ne è probabilmente ben consapevole. Cito testualmente da un lavoro di Gianni Flamini che è la ricostruzione attenta e straordinaria, per completezza di particolari, di un intero periodo della nostra storia nazionale ancora pieno di ombre che oscurano la verità, nonostante essa giaccia appena oltre la linea di visibilità tracciata davanti al nostro sguardo per impedirci di conoscere: "Il movimento nazionalrivoluzionario è in via di grande potenziamento organizzativo, quella dei NAR risulta essere una delle sue molte sigle. Scriverà a suo tempo il pubblico ministero di Roma Pietro Giordano: `Centro gravitazionale della complessa attività politica eversiva è stata la sede del FUAN sita in via Siena a Roma, intorno alla quale, nella medesima città e in altre del territorio nazionale, gravitavano poli di sovversione diversi ma collegati...Un'organizzazione articolata in gruppi i quali, pur mantenendo una formale autonomia strutturale e operativa, agivano nel comune intento di porre in essere una capillare azione di violenza e intimidazione ai fini di terrorismo ed eversione dell'ordinamento politico. Tra tali gruppi si era instaurato un perenne contatto, non solo sul piano ideologico e politico ma anche sul piano strettamente operativo, essendo invalsa una ripetuta prassi di interscambio di uomini e mezzi, talora spinta al punto di realizzare una convergenza con altri movimenti politici - pur sempre omogenei sul piano ideologico - come ad esempio Terza Posizione o Avanguardia Nazionale."[55] Si trattava, insomma, di un'organizzazione vasta e articolata i cui centri più attivi risultavano essere il Lazio e il Veneto, particolare quest'ultimo che a distanza di oltre vent'anni è stato ampiamente confermato dall'inchiesta del giudice Salvini sulla strage di Piazza Fontana. Una sorta di federazione di gruppi, non tutti necessariamente armati, che hanno alle spalle un'unica regia, la stessa che riportava in sé la memoria di un passato mai scomparso, come abbiamo cercato di dimostrare in queste pagine. "I `soldati politici' che ne fanno parte" continua Flamini "provengono spesso, tralasciando la diffusa militanza nel MSI, da vecchi gruppi terroristici come Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, che hanno di nuovo stabilito un'alleanza operativa. Non a caso proprio in questo momento Ordine Nuovo ripropone la propria firma in calce a documenti definiti `fogli d'ordini'."[56] Il primo foglio d'ordine è datato marzo 1978 e può essere ritenuto, senza stabilire inutili quanto gratuite analogie, una risoluzione strategica dell'estremismo nero dell'epoca. Flamini utilizza, a tale proposito, gli "Atti del Tribunale penale di Rovigo": "A oltre 4 anni dallo scioglimento, 4 anni densi di persecuzioni e di lotte, il Movimento politico Ordine Nuovo ha dimostrato di saper portare avanti, anche nelle condizioni difficili della clandestinità, la rivoluzione culturale e politica iniziata 30 anni or sono...Il mito del MPON è più forte che mai...[...] Gli spacciatori di droghe ideologiche democratiche, e di marxismo in particolare, hanno il compito di instupidire e castrare i nemici potenziali del sistema...Dobbiamo prendere piena coscienza che siamo i portatori del seme prezioso da cui sorgerà, sulle rovine del mondo borghese-marxista, la nuova civiltà. Ma, convinti che la miglior difesa sia l'attacco, [corsivo mio, nda] dobbiamo chiamare a raccolta tutte le forze disponibili per attaccare il sistema. Solamente un nuovo blocco storico potrà essere capace di portare avanti la rivoluzione culturale, politica, sociale, necessaria a contrastare il tentativo trasformista di stabilizzazione e di conservazione del sistema posto in essere con il compromesso storico...Si deve riconoscere negli autonomi una potenziale forza antisistema...E' opportuno seguire con attenzione il fenomeno, evitare lo scontro diretto, partecipare con sigle differenziate a iniziative comuni...La lotta armata è la sola garanzia contro i campi di concentramento di Dalla Chiesa e il confino di Cossiga."[57] Questo ed altri documenti furono sequestrati dalla Polizia di Rovigo, durante la perquisizione dell'appartamento di Gianluigi Napoli, neofascista dichiarato. Al processo intentato a suo carico il camerata veneto verrà assolto poiché "l'accertamento della provenienza tipicamente fascista dei documenti sequestrati a Napoli non è sufficiente per poter affermare che egli appartenga all'associazione...La semplice coincidenza delle proprie idee con quelle di Ordine Nuovo non costituisce reato..."[58]
L'atmosfera di allora pare commentarsi da sola. Da una parte una direzione strategica con un progetto militare di attacco frontale alle istituzioni e dall'altra la sostanziale impunità riservata ai militanti della destra radicale, di cui Napoli è l'esempio certo meno famoso: in questo quadro politico e sociale si muove Giusva Fioravanti con i suoi. E non è il solo.
Già in attività fin dal 1977, nella famosa sede di via Siena 8, l'originario gruppo FUAN (Fronte Universitario di Azione Nazionale) da cui presto nasceranno i NAR, non è l'unica espressione del disagio dei giovani fascisti del '77 e del più ampio schieramento che adombrava una strategia di azione ben più allargata. Anche Terza Posizione prende corpo come gruppo e come testata all'inizio del 1979, dopo alcuni attentati rivendicati l'anno precedente con lo stesso simbolo. I leaders di TP sono Roberto Fiore (fondatore ed animatore della formazione di estrema destra Forza Nuova, di cui ampiamente dirà Claudia Cernigoi nel suo saggio) e Gabriele Adinolfi. L'organizzazione che, come si è detto, pubblicava con lo stesso nome un giornale, raccoglieva l'eredità del gruppo Lotta Studentesca, in quel periodo ormai scomparso, che aveva fatto riferimento a Paolo Signorelli, ideologo rappresentativo della destra estrema. TP poteva contare sull'appoggio anche di Franco Freda ed aveva sicuramente stretti rapporti con i vecchi militanti di Avanguardia Nazionale; si sarebbe detta, infatti, una delle tante microstrutture attivate per meglio servire la causa della rivoluzione nazionalpopolare. "Né con Marx, né con la Coca Cola", potremmo riassumere citando uno slogan che andava per la maggiore sui muri di alcune città italiane. Terza Posizione rivendica l'assoluta estraneità ideologica rispetto "al fronte rosso e alla reazione", per usare la loro stessa terminologia, a favore di una guerra, o guerriglia che fosse, serrata contro le strutture repressive dello Stato con particolare attenzione all'interessante vivaio rappresentato dalla scuola, che fu in effetti terreno propizio di reclutamento. In una prima fase della vita del gruppo, a seguito di un serrato e difficile dibattito interno sull'alternativa organizzazione o spontaneismo, prevalse l'idea per la quale lo scontro generalizzato proposto ed attuato dai NAR non poteva risolvere nell'immediato uno scontro che soltanto una scelta unitaria avrebbe potuto concludere vittoriosamente.
"Il livello complessivo del dibattito era abbastanza elementare, al di là dei rituali e più o meno precisi riferimenti ad Evola, come del resto ci si può aspettare da un'organizzazione in cui la maggior parte dei membri erano poco più che adolescenti.
Terza Posizione si diffuse con straordinaria rapidità. Benchè attivo soprattutto a Roma, il movimento ebbe un'organizzazione a livello tendenzialmente nazionale, con basi nel Nord e nel Triveneto, nelle Marche, Umbria, nel Sud e in Sicilia. La cellula elementare era il cuib (nido) un termine che riprendeva il nome della struttura di base della Guardia di Ferro."[59]
All'interno del gruppo "legale", quello che ufficialmente poteva presentarsi alle iniziative pubbliche, partecipando a dibattiti o semplicemente diffondendo idee e materiali, esisteva una struttura occulta, il nucleo operativo, così era chiamato, completamente clandestino, che aveva il compito di provvedere alla raccolta di armi e di sussidi finanziari utilizzando la consueta tecnica delle rapine e dei furti. Ma non era tutto: "A un più alto e segreto livello vi era la `Legione' (ancora Codreanu), `l'aristocrazia dell'aristocrazia', che avrebbe dovuto diventare la classe dirigente dopo la vittoria della rivoluzione. Il leader carismatico della Legione, Peppe Di Mitri, personaggio con illustri trascorsi per furti e rapine, era stato figura eminente in AN e stretto collaboratore di Delle Chiaie, il che ha indotto molti osservatori a postulare uno stretto rapporto fra le due organizzazioni (addirittura che TP fosse una mera filiazione di AN)."[60] Per portare a compimento la rivoluzione era necessario che i giovanissimi militanti fossero educati alla ribellione ed alla illegalità diffusa: si sarebbe resa indispensabile, a tal fine, una struttura di comando che fosse realmente capace di dare voce all'ideologia dell'organizzazione e di selezionare gli elementi migliori per costituire quel ristretto gruppo di "eletti" destinati a conquistare il potere. Nel corso del 1979 si tenta davvero di raggiungere almeno una parte degli obiettivi prefissi, ampliando ed aumentando i nuclei sul territorio ed occupando, materialmente, i luoghi fisici dello spazio cittadino che si intendeva conquistare - scuole, quartieri - senza alcun riguardo per tutti coloro che potevano essere considerati nemici della causa. "Alla fine degli anni settanta TP poteva contare su alcune migliaia di militanti e simpatizzanti nella sola Roma, in particolare nelle scuole delle classi medio-alte."[61]
Percorsa in senso verticale e trasversale da un'ideologia combattente che non conosce soste, Terza Posizione esalta la centralità del momento operativo, l'atto del combattere come dimensione appagante per il legionario, la massima valorizzazione del guerriero e del capo in particolare e la combinazione, necessaria quanto può essere l'acqua per placare la sete, tra obbedienza ed azione individuale. La Commissione parlamentare per il terrorismo ripropone alcuni brani significativi di un documento redatto da TP che si intitola "Posizione teorica per un'azione legionaria": "Tenere presente sempre, in ogni istante, che le gerarchie nascono sul campo e non a tavolino, che un ordine è una cosa seria e non un moto di presunzione. Che obbedire ad un ordine dato da un capo squalificato è disonorevole e disdicevole per chiunque. Credere nella gerarchia, degli uomini e dei valori, è cosa troppo seria ed importante per dare via ad una scimmiottatura del concetto. Meglio l'anarchismo di destra - secondo l'indicazione evoliana di cavalcare la tigre, in cui ognuno lotta per se stesso, per qualificarsi esistenzialmente - che scimmiottare il fascismo o il nazionalsocialismo senza capi degni di questo nome...L'azione non ha da essere né lecita né illecita, semplicemente queste sono categorie a noi estranee dalle quali bisogna prescindere. L'azione ha da essere giusta, ha da essere qualificante e trascinante."[62]
Sollecitare il ribellismo movimentista, cercando di irregimentarlo in un'organizzazione verticistica con fortissime connotazioni militari: sembra questo il punto d'arrivo della strategia di TP. Il progetto è destinato a fallire molto presto: a Roma, il pomeriggio del 14 dicembre 1979, Giuseppe Di Mitri, detto Peppe, Roberto Nistri, rispettivamente leader carismatico indiscusso della Legione e capo militare del "nucleo operativo", e Alessandro Montani vengono intercettati e catturati dagli agenti della Digos mentre stanno scaricando una cassa di cartone piena di bombe a mano davanti al seminterrato del civico 130 di via Alessandria. "All'interno del seminterrato gli agenti rinvengono parecchio materiale: divise da ufficiali dei carabinieri e della finanza, fucili winchester, esplosivo al plastico e polvere nera, carte d'identità, patenti rubate e volantini propagandistici."[63]
L'arresto dei due elementi di spicco di TP, attorno ai quali si raccoglievano gli altri militanti, determina uno stato irreversibile di crisi. Fiore e Adinolfi, tutt'altro che uomini d'azione, si vedono costretti ad affidare il "nucleo operativo" al giovane Giorgio Vale che si è distinto per capacità e determinazione in precedenti azioni al fianco di Nistri. Vale si sostituisce rapidamente ed efficacemente al suo precedessore all'interno del braccio armato di TP; sotto il suo comando l'attività criminosa diventa metodo: rapine in banca e furti nelle abitazioni di facoltosi professionisti fruttano in pochi mesi a TP più di settanta milioni. "Giorgio Vale cura personalmente la preparazione degli alt