Il filo nero

di Mario Coglitore

"Siamo stati travolti eppure qualcosa mi dice che non è finita, che la nostra idea, la nostra natura continuerà a sopravvivere. Perché i vincitori, i nuovi padroni presto avranno bisogno di me. Finchè l'uomo sarà fatto della stessa merda.
Conto su di voi."

Carlo Castellaneta, Notti e nebbie.

Passato remoto
"L'unica cosa che promette la saldezza dell'avvenire è quel retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue. Idee senza parole." Così Osvald Spengler descriveva nel 1933 più che un sentimento uno stile di vita. Anni decisivi, pubblicato in quello stesso periodo, nella Germania ormai nazistificata, rappresenta uno snodo teorico ed intellettuale di un certo rilievo per la già affermata cultura di destra europea dell'epoca. Le idee senza parole, come ha rilevato Furio Jesi[1], raccontano miti fondanti ed ideologie che hanno percorso l'intero Ventesimo secolo e che, con buona approssimazione, rischiano di attraversare anche il Ventunesimo. Nonostante sia certamente corretto rilevare che molte furono le parole che Spengler ebbe occasione di sprecare nel corso della sua breve ma intensa vita di filosofo e scrittore, tanto che non si capisce questo elogio alle idee se poi anch'egli cedette alle inevitabili lusinghe delle parole stesse, altrettanto vero è che tutta una generazione di intellettuali volsero rapidamente lo sguardo verso un futuro preconizzato proprio da quelle idee che venivano mescolate al sangue e che nel sangue sarebbero cresciute a dismisura. Un sapere che sembrava indicibile e che al contrario fu detto in centinaia di pagine diverse: "La grande missione dello studioso di storia è quella di comprendere i fatti del suo tempo e da essi presentire, additare, designare i futuri eventi che, vogliamo o no, stanno per giungere."[2] Spengler aveva ragione: di eventi ne sarebbero giunti molti e non soltanto in Germania. Alcuni gesti rituali li resero possibili, forse quelle idee senza parole che presero la forma dell'azione: "...i roghi di uomini, ma anche quelli di libri che lodava Alfred Baeumler, l'iscrizione di Pirandello al partito fascista all'indomani dell'uccisione di Matteotti, le ultime scelte (del resto già precedute da altre meno drammatiche) di Giovanni Gentile e cose del genere. Ciononostante non si può negare che, se magari gli ufficiali delle SS ricorrevano poco alle parole, gli uomini di cultura parlarono, eccome, oltre che compiere gesti. Essi possedevano un vero e proprio linguaggio letterario adatto a `idee senza parole'...Questo linguaggio non l'avevano inventato loro. Era un linguaggio creatosi all'interno della cultura borghese, maturato durante le vicende dei rapporti con il passato configurati da quella cultura e pronto all'uso."[3]
Passato e cultura saranno temi ricorrenti dell'estrema destra italiana nel secondo dopoguerra. La fondazione del mito del guerriero o meglio ancora del soldato politico rappresenta soltanto alcune delle parole privilegiate di quel linguaggio che ritroveremo spesso nel corso della nostra ricostruzione storica. Il nucleo dottrinario profondo di tutta l'esperienza del neofascismo, così come è stata vissuta da militanti e simpatizzanti, attinge a piene mani in un sostrato culturale rappresentato non soltanto dal fascismo della prima ora, dal movimento rivoluzionario che accettò male la progressiva istituzionalizzazione degli originari intenti, radicalmente anti-statalisti e anti-borghesi, di un manipolo di eroi votati a ben più nobili cause che quella di dar corpo ad un apparato di governo compromesso in breve con il sistema di potere, ma anche dal linguaggio trasmesso nella società da alcuni più o meno illuminati sacerdoti delle idee senza parole. Sulla tradizione del sangue, inteso specificamente nella sua qualità di riproduttore imprescindibile di tradizione - dei padri, della stirpe e quindi della razza - essi lanciarono il loro appello al nazionalismo in quanto occupazione permanente del suolo patrio, difesa ad oltranza di valori che un'ideologia compatta ed inossidabile avrebbe reso eterni, cioè destinati ad un futuro continuamente disvelato come promessa di un presente diverso.
In realtà la sola ideologia veramente coinvolta in questa serie di passaggi della storia che conduce sino ai nostri giorni resta quella incardinata nelle prescrizioni della borghesia italiana (piccola e media, con qualche punta nell'alta), l'unica sopravvissuta allo sconquasso successivo alla caduta del regime e l'unica profondamente devota all'insieme di valori e credenze di cui si è detto. Per questo è ancora utile la distinzione tra neofascismo dalla faccia feroce e neofascismo in doppiopetto: due anime singolarmente partecipi di uno stesso stile di vita. Meglio ancora tra neofascismo sacro e profano, secondo il suggerimento di Jesi. Tuttavia: "...né il neofascismo sacro o esoterico né quello profano o essoterico sono l'esatto corrispettivo, nell'ambito dello stile ideologico, del neofascismo dalla faccia feroce o di quello in doppiopetto, nell'ambito dello stile di comportamento. Questa mancanza di omologia fra l'alternativa di comportamento e l'alternativa ideologica lascia sospettare nel neofascismo, e forse in tutto il fascismo, vecchio e nuovo, una frattura tra prassi politica e ideologia..."[4] In questa confusione di linguaggi, perché tali sono le ideologie e le prassi politiche a ben guardare, sta il nocciolo della vicenda dell'estrema destra in Italia, spesso in rotta di collisione con la borghesia nostrana che per tanti anni ne ha pur coperto e ampiamente sovvenzionato le organizzazioni, in una specie di misurata unità di intenti quando quella stessa borghesia ha manifestato in più occasioni propositi di sovvertimento dello Stato e della cosiddetta democrazia parlamentare repubblicana. Ma nel gioco sottile e per certi versi raffinato del potere politico, quale si è espresso nel nostro paese dal 1948 in poi, c'è stato e c'è tuttora spazio per ampi margini d'azione lasciati alla sopravvivenza delle idee senza parole e di una cultura dell'autoritarismo e della violenza carica di terribili conseguenze per tutti noi.
Nello stesso 1933 durante il quale Spengler invocava la tradizione del sangue dei padri, il sovversivo Georges Bataille, che univa al rifiuto radicale per ogni forma di fascismo anche un anti-hegelismo poco gradito dall'intellettualità di regime dell'epoca, scriveva un testo dall'importanza decisiva nell'analisi delle strutture profonde del fascismo.[5]
Secondo Bataille il carattere peculiare della società moderna sta nella sua omogeneità tendenziale. La base dell'omogeneità è la produzione e la società omogenea è la società produttiva, rigorosamente descrivibile perché trasposta in numeri, attraverso un ordine che ammette soltanto quanto può accrescere la quantità di ciò che si possiede. La società omogenea è costituita dalla borghesia capitalista e da quelli classi intermedie che vivono a ridosso di essa; la riproduzione continua dell'omogeneità mette naturalmente la classe, o le classi, al potere in condizione di doversi necessariamente qualificare come tali, salvo perdere i benefici che ne derivano. Ma l'aspetto della divisione in classi, intese come centri di potere che costruiscono una fitta rete di complicità e solidarietà reciproche per detenere il comando, non esaurisce l'analisi dei rapporti di potere, nè può pretendere di spiegarli completamente. L'omogeneità appare il principio regolatore della società contemporanea, fondata su una singolare commistione tra caratteri propriamente economici e culturali in senso ampio.
Il fascismo, meglio sarebbe dire la rivoluzione fascista, prima che assumesse, quasi necessariamente, i caratteri della stabilità istituzionale incarnata dallo Stato, ha rappresentato ad un certo punto la costituzione di un potere eterogeneo, dunque dirompente e lacerante nella sua contrapposizione radicale all'omogeneità della società di allora, impregnando completamente la visione del mondo di alcune generazioni.
"Il potere fascista è caratterizzato in primo luogo dal fatto che la sua base è insieme religiosa e militare, senza che tali elementi abitualmente distinti possano essere separati l'uno dall'altro: esso si presenta così fin dalla base come una concentrazione compiuta."[6] Come sappiamo, prevalse ampiamente l'aspetto militare anche se la figura del capo, del leader indiscusso che Mussolini incarnò per molti anni, sarebbe presto diventata contraddittoria all'interno dei consueti rapporti che si stabiliscono in una gerarchia militare. "La persona imperativa del capo ha la portata di una negazione dell'aspetto rivoluzionario fondamentale dell'effervescenza assorbita da lui: la rivoluzione affermata come un fondamento è allo stesso tempo fondamentalmente negata dalla dominazione interna esercitata militarmente sulle milizie."[7] In questo modo, prosegue Bataille, sono implicate simultaneamente le qualità di due diverse dominazioni, interna ed esterna, cioè militare e religiosa. L'omogeneità introiettata attraverso il modello sociale dominante, proprio quello che il fascismo-movimento vuole distruggere, spinge al dovere ed alla disciplina, mentre l'eterogeneità rappresentata dalla comparsa della spinta rivoluzionaria che trascende l'affettività collettiva nella persona fisica del condottiero - dux a tutti gli effetti - rompe gli schemi anche, o soprattutto, con l'incitamento alla violenza guerriera. Il valore religioso del capo è realmente il valore essenziale del fascismo, che dà all'attività dei miliziani la sua tonalità affettiva propria, distinta da quella del soldato in generale. Il comandante in quanto tale è infatti l'emanazione di un principio che altro non è se non l'esistenza gloriosa di una patria innalzata al valore di forza divina, la quale, superiore ad ogni altra considerazione concepibile, esige non solo la passione ma l'estasi dei suoi partecipanti.
Sia condivisibile o meno, l'analisi di Bataille ci consente comunque di enucleare alcuni caratteri peculiari della cultura fascista che sono stati ampiamente tramandati ai figli del Ventennio, e che giungono sostanzialmente inalterati sino ai nostri giorni. Il ]soldato politico ritto tra le rovine[8] del mondo occidentale ormai travolto da una modernità che ne ha prima eroso le fondamenta e poi desertificato il tessuto sociale, annullando ogni speranza di riscatto, si oppone al decadimento della civiltà; egli è sintesi estrema della resistenza da contrapporre alla tragica realtà della vita quotidiana dopo la scomparsa dello spirito della tradizione. Reagire per il superamento e la restaurazione dell'ordine tradizionale e gerarchico diventa compito millenario di coloro che credono.
Una religiosità che sconfina nella mistica sembra caratterizzare il nucleo ideologico profondo del pensiero fascista. Nelle oscure pieghe di un passato dei padri che torna continuamente, cova il disagio del soldato politico, chiamato, anche contro lo stesso fluire della storia, alla lotta per l'affermazione di ideali superiori. Nell'Italia dilaniata dalla guerra e travolta dal conflitto civile molti corsero a combattere nell'ultimo baluardo posto a difesa della nazione; la Repubblica sociale italiana chiamava a sé i figli prediletti.

Il 12 settembre 1943, a distanza di otto giorni dalla dichiarazione di armistizio tra Italia ed esercito alleato, annunciata in un famosa trasmissione radio dal maresciallo Badoglio, Mussolini venne liberato dal maggiore della Wermacht Hans Mors a Campo Imperatore sul Gran Sasso e trasportato in aereo da Otto Skorzeny a Vienna, dove ebbe una lunga conversazione telefonica con Hitler. Il colloquio con il führer e il contatto con alcuni ex gerarchi rifugiati in Germania (tra i quali Farinacci e Pavolini che ebbero un ruolo di rilievo nella Repubblica sociale) rivitalizzarono il duce. Mussolini rientrò in Italia e, forte dell'appoggio tedesco, decise la rifondazione del partito con il nome di Partito fascista repubblicano (Pfr). Il 23 settembre venne annunciata la costituzione della Repubblica sociale italiana e del governo fascista repubblicano; la capitale del nuovo stato divenne Salò, piccola cittadina affacciata sul lago di Garda, mentre i vari dicasteri furono dislocati in diverse località dell'Italia settentrionale.
La Rsi raccolse al suo interno alcuni dei rivoluzionari della prima e dell'ultima ora, fascisti delusi e traditi, molti giovani volontari desiderosi di riscattare la vergogna dell'armistizio firmato con gli Alleati. In realtà il nuovo staterello consentì immediatamente alla Germania di assicurarsi il controllo politico di una parte della penisola attraverso la proclamazione di un governo nazionale con caratteristiche di legalità, in un periodo di estrema confusione durante il quale si decideranno davvero le sorti d'Europa. Mentre gli americani premevano a Sud e risalivano inesorabilmente lo stivale, i republichini, come presto verranno chiamati, combattevano una strenua battaglia contro le formazioni partigiane attivissime a Nord. Una vera e propria guerra civile scatenatasi anche tra italiani e non soltanto tra partigiani ed esercito tedesco.
Questa Repubblica di sapore vagamente social-nazionale, per così dire, si fondava sui principi esposti alla prima assemblea nazionale del Pfr che si tenne al Castelvecchio di Verona tra il 15 e il 16 novembre 1943. Il Manifesto di Verona, redatto in quell'occasione, prevedeva la convocazione di una costituente che avrebbe dovuto esprimere, nella sua qualità di organo supremo, l'origine popolare del consenso alla Repubblica sociale; in politica interna, infatti, era stata prevista l'immediata nazionalizzazione dei beni di interesse collettivo, il diritto di tutti alla proprietà dell'abitazione, l'istituzione di un sindacato obbligatorio per i lavoratori e una Confederazione generale del lavoro. Per ciò che riguardava la politica estera la Rsi riaffermò una salda alleanza con la Germania nazista e la lotta aperta alle plutocrazie occidentali.
Il governo di recente formazione non perde occasione per saldare in fretta qualche conto ancora sospeso. L'8 gennaio del '44 fu convocato in tutta fretta sempre a Verona, anche su pressione dei tedeschi, un tribunale speciale che pronunciò alcune condanne a morte. Furono dichiarati colpevoli di tradimento quei gerarchi che nella storica seduta del Gran Consiglio del fascismo del 24 luglio 1943 avevano votato l'ordine del giorno dell'ex ministro degli Esteri Dino Grandi con il quale era stato di fatto esautorato Mussolini e consegnato il paese nelle mani di Badoglio.
La Rsi divorò se stessa dall'interno fin dall'inizio, lacerata com'era da una serie di contrasti ideologici che a partire dal Manifesto di Verona rendevano incompatibili le molte anime dell'ultimo fascismo. Lo stesso Mussolini aveva aspramente criticato il programma troppo socialista costruito in occasione della proclamazione della nuova patria repubblicana e i presupposti stessi della Rsi si accordavano male con il dominio che di fatto la Germania intendeva esercitare sull'Italia.
Questioni che peseranno non poco nella successiva costruzione della memoria dei reduci republichini. Memoria tradita per la prima volta - ci sarà un altro tradimento ma bisognerà aspettare gli anni Settanta - non soltanto dalla piega che avrebbero preso gli avvenimenti a livello internazionale, e che tutti conosciamo, ma dallo stesso mancato riscatto di un'esperienza di guerra e di combattimento eroico che trovava le sue ragioni d'essere nella difesa in un certo senso del suolo patrio, anche contro gli stessi alleati nazisti, e dell'ideale fascista nella sua purezza.
La storia è fatta di volti e di nomi, non soltanto di avvenimenti. Per raccontare cosa fu la Repubblica sociale italiana possiamo ricordare le emblematiche vicende di uno dei suoi fondatori e sostenitori più accesi. Alessandro Pavolini era nato a Firenze nel 1903; figlio di un famoso glottologo, si laureò a pieni voti a soli ventuno anni in legge e scienze sociali.
L'ultima raffica di Salò, così sarà definito con ironia da quanti tra i suoi nemici ne parleranno negli anni successivi alla proclamazione della Repubblica italiana, partecipò giovanissimo alla marcia su Roma ed aderì con entusiasmo alla squadrismo mussoliniano. Nel 1934 fu eletto deputato e si trasferì a Roma con l'incarico di inviato speciale del Corriere della Sera. Il legame ideologico e d'amicizia con Galeazzo Ciano, genero di Mussolini passato per le armi proprio a seguito del processo di Verona, si fa in quegli anni molto stretto; Pavolini combattè nella guerra d'Africa a fianco del potente gerarca fascista, sia come inviato del Corriere che come pilota della squadriglia La Disperata (che porta lo stesso nome della squadraccia fiorentina di cui nel 1919 Pavolini aveva fatto parte, appena sedicenne). Ciano, quando si trasferì al dicastero degli Esteri nel 1939, ripagò la fedeltà dell'indomito camerata cedendogli il prestigioso incarico di ministro della Cultura popolare.
Pavolini si ritrovò così a disporre di eccezionali poteri, che manterrà sino al rimpasto governativo del 1943, sui mezzi di comunicazione. Potè ampiamente utilizzare a fini di propaganda radio, giornali e cinema: mezzi che gli consentirono di mobilitare un vasto consenso a favore del regime. Intelligente e di grande cultura, il nuovo ministro del Minculpop seppe influenzare con appoggi, finanziamenti e promozioni il mondo della cultura italiana, dal teatro alla carta stampata. L'Eiar, ente radiofonico nazionale, produsse sotto il suo impulso alcune trasmissioni di carattere popolare destinate a formare la coscienza fascista dei cittadini.
Dopo il 25 luglio del 1943 fuggì in Germania con Farinacci, Ricci, Vittorio Mussolini e Preziosi per evitare di sottomettersi a Badoglio e al re. La coerenza di Pavolini fu inossidabile come l'acciaio e ne conservò inalterata la durezza. Subito dopo la liberazione di Mussolini ritornò immediatamente a Roma con l'incarico di riaprire la sede del partito che d'ora in avanti sarà il Partito fascista repubblicano, di cui diventerà presto segretario.
Qualcuno lo definisce idealista e romantico; ma anche attivissimo nel cercare di riportare agli antichi fasti la cultura fascista di cui fu ispiratore e promotore. E' lui ad organizzare il primo congresso del Pfr ed è lui ad imporre durante i lavori dell'assemblea i "18 punti" della Carta di Verona che varano il nuovo programma sociale: i padroni dovranno dividere il potere e la ricchezza con gli operai. Questa analisi piuttosto perentoria ed ingenua nella sua formulazione così radicale rianima il vecchio fascismo delle origini, nonostante la disapprovazione dello stesso Mussolini. Ma i "18 punti" rappresentano davvero l'insanabile contraddizione che cova nella Rsi e che separa inevitabilmente le ragioni dell'ideologia da quelle della politica.
Fu una tensione dell'anima quella che sconvolse buona parte dei camerati di Salò, un groviglio di sentimenti che trascorrevano dall'amore all'odio con elementare semplicità. Ovunque la violenza della guerra fratricida esplose inarrestabile; era il momento della resa dei conti definitiva: l'amico del cuore Galeazzo Ciano si trasformò nel nemico da abbattere; i partigiani ed i loro temibili attacchi nel cuore stesso dei centri industriali del Nord piuttosto che tra valli e montagne non davano tregua. Pavolini decise di militarizzare il partito e nel luglio del 1944 formò le Brigate Nere. Esse sono, disse lo stesso Pavolini "una famiglia che combatte una guerra di religione"[9]. Forti di 150.000 uomini bene armati, ed organizzate nel numero di 40, le Brigate Nere lavorarono egregiamente in funzione anti-partigiana, seminando morte e terrore. A novembre del 1944, quando la situazione stava precipitando e la riorganizzazione della resistenza cancella le ultime speranze dei nazi-fascisti, Pavolini mise in scena il suo ultimo, grande spettacolo, il ridotto in Valtellina, per organizzare la resistenza finale: un manipolo di ardimentosi pronti davvero a tutto. Dei 30.000 uomini previsti, al momento del raduno a Como se ne presentarono appena 3.000 e la mattina del 26 aprile Pavolini raggiunse il capoluogo lombardo convinto di incontrare il suo duce. Mussolini non c'era già più perché si stava dirigendo verso Menaggio e da lì cercava di raggiungere il confine. Braccato dai partigiani e ferito in un primo scontro a fuoco, il toscano dalle mille risorse si gettò nel lago ma venne raggiunto dai suoi inseguitori. I testimoni raccontano che al momento della fucilazione sulla piazza di Dongo gridò "Viva l'Italia". Appena prima dell'ultima raffica.
Si stagliano nella storia frantumata dell'Italia sconvolta dal secondo conflitto mondiale, questi fascisti indomabili che hanno nella testa contemporaneamente la socializzazione dei mezzi di produzione e del lavoro e l'idea di patria. O di sangue e suolo, se preferite. Concetti chiave, questi ultimi, della lunga memoria fascista che approda al dopoguerra forte di una tradizione ideologica e di valori condivisi destinati dalla memoria dei vincitori ad essere apparentemente confinati nell'oblìo. Le origini culturali di ciò che per comodità espositiva è stato spesso definito neofascismo stanno tutte lì, in quegli ultimi bagliori di eroismo del soldato politico pronto a dare la vita perché soltanto nel sacrificio trova appagamento il desiderio di essere utile alla causa.
Le menzogne della vita politica cosiddetta democratica, dacchè il nuovo parlamento italiano divenne centro degli scambi di voti e favori della Repubblica appena nata, avrebbero certamente nauseato e deluso Pavolini. Eppure attraverso il loro sapiente utilizzo sarebbe stato possibile al Movimento sociale italiano districarsi nelle insidie del bipolarismo che oppose per alcuni decenni Democrazia Cristiana a Partito Comunista. Ma il nerbo dell'ideologia non stava certo nel compromesso, piccolo o grande che fosse, di corridoio o d'aula; piuttosto nel mai sopito richiamo alle gesta valorose del miliziano che osa. Del guerriero che nella Repubblica sociale aveva trovato la sua, o parte della sua, ragione di vita.
Alle origini del fascismo del secondo dopoguerra sta dunque la Rsi la cui esperienza, memoria e vicende costituiscono capisaldi ideologici per le nuove generazioni di combattenti di cui più avanti parleremo. Il primo inaccettabile tradimento sarà proprio questo per i sopravvissuti e per quanti verranno dopo: il mancato riconoscimento del ruolo dei "ragazzi di Salò", anche se di ragazzi si trattava soltanto in parte come abbiamo potuto constatare, nella difesa dell'Italia dalla furia nazista. Dimenticando alcuni episodi significativi di quel periodo ed altrettanto significativi, e terribili, personaggi, la banda Kock[10] e gli omicidi e le torture da essa commessi, per dire dei più tristemente noti, il mito e l'apologia di Salò prendono forma in opposizione all'antifascismo, non tanto partigiano quanto schiettamente borghese, che sacrifica gli ultimi, grandi combattenti dell'idea. Filippo Anfuso, diplomatico di carriera protagonista del fascismo fino agli ultimi giorni, elabora con una certa efficacia la teoria della Rsi come ultimo bastione che impedisce all'Italia una sorta di "polonizzazione" hitleriana.
"Insomma, nell'interpretazione dell'ex ambasciatore, la Repubblica sociale diveniva la subordinazione dell'ideologia all'interesse generale, il supremo sacrifico di se stesso che l'ultimo fascismo - custode già negli anni del regime di una visione religiosa della nazione - aveva offerto all'Italia lo scudo con cui erano stati protetti gli italiani dalla furia devastatrice nazista."[11] Osserva ancora Germinario che con Anfuso nasce uno dei punti forti dell'immaginario storiografico dei neofascisti: destra e sinistra, nazisti ed antifascisti, - questi ultimi ancora più colpevoli perché pronti a sacrificare gli interessi generali della democrazia a miserevoli strategie politiche di fazione - pur partendo da opposti ma alla fine convergenti determinazioni, avevano semplicemente annichilito i progetti di Mussolini, cancellandoli dalla storia. "La conseguenza storiografica decisiva delle accuse di Anfuso ai tedeschi e della rivendicazione del carattere afascista della RSI consisteva nella sottrazione della RSI all'accusa infamante di collaborazionismo."[12]
Il "leit-motiv" di buona parte della storiografia fascista del dopo-Salò diventa lo "Stato mancato". Il fascismo repubblicano non raggiunge l'obiettivo e viene sconfitto; la Rsi si trasforma in nemico della nuova democrazia borghese repubblicana che espropria la nazione e la fà sua. Per questo i fascisti sopravvissuti grazie all'amnistia del 1946 [13], e saranno in parecchi, continuano ad agognare lo Stato perduto dichiarando una guerra permanente al Parlamento degli "antifascisti" ed alle istituzioni della Repubblica nata sui principi della Resistenza. Molti di costoro, in realtà, rientreranno, dopo la parentesi guerriera, tra le file della borghesia nostrana rimontando anno dopo anno la ripida china nella quale erano sprofondati e mantenendo pressochè inalterato un nucleo dottrinario sincretico e occulto che alimenta le nuove generazioni di militanti e "combattenti" con il sacro fuoco della patria, dell'onore, del sangue e della razza.
Indispensabile volano di memoria e sopravvivenza sarà il Movimento sociale italiano, più che tollerato partito dell'arco costituzionale in ottimi rapporti con la Democrazia cristiana di De Gasperi. L'assemblea dei cattolici conservatori, chiamiamola così, fortemente sbilanciata a destra, sarà asse portante per oltre un cinquantennio della governabilità del paese Italia, una nazione modellata sul Patto Atlantico; un popolo di fascisti divenuti rapidamente antifascisti nel quale spicca il ceto medio degli impiegati e dei professionisti che continua ad occupare stabilmente gli apparati della burocrazia, vale a dire i gangli della vita civile stessa.
All'interno di questa piccola borghesia macilenta che non chiede altro se non di mantenere inalterati alcuni piccoli privilegi che lo stesso Mussolini aveva garantito, si nasconde e cresce il malessere dei nostalgici del regime. Una nostalgia tutta italiana.
"Me ne frego del nazionalsocialismo e del signor Hitler, anche se lo rispetto per la morte nibelungica, tra l'altro una beffa ai vincitori, che arrivati al suo bunker, hanno trovato solo cenere. Ma noi italiani siamo un'altra cosa. Mussolini è morto con la sua amante, come in un melodramma di Verdi, la moglie a casa con i bambini."[14]
Bisogna volgere lo sguardo alla memoria "che manca" nel fascismo approdato sulle sponde della nuova Repubblica italiana e che viene continuamente sottratta ai suoi stessi militanti perché scivola via lungo le dimenticanze, gli oblii e i desideri di quel ceto medio nel quale si nascose, per comprenderne le radici profonde. La piccola borghesia impregnata di cultura del buon senso, dopo l'esperimento del Ventennio e gli ultimi fuochi di Salò si ritrovò ben presto allo sbando; non le restò che confluire in fretta nell'ipocrisia del giovane, giovanissimo, apparato istituzionale ritagliato al di qua della Cortina di Ferro, nella speranza che la democrazia parlamentare potesse garantire perlomeno la sopravvivenza economica.
La società industriale, infatti, continuò la sua opera di modernizzazione transitando da un'epoca all'altra senza subire troppi scossoni. In questo modo potrebbe essere vero che l'unico problema davvero insoluto per il neofascismo resta la rivoluzione non compiuta, assieme ad una rabbia sorda che non lascia tregua all'anima nera covata dal ceto medio.

Passato prossimo
Il 26 dicembre del 1946, appena a ridosso della fine di uno dei più sanguinosi conflitti del secolo, nello studio dell'ex vicefederale romano Arturo Michelini, un gruppo di reduci della Repubblica di Salò fondò il Movimento sociale italiano. La nostalgia dei Vinti per eccellenza, i Vinti di Salò appunto, ha bisogno di un punto di riferimento forte. Numerose riviste pubblicate in quel periodo crearono un clima favorevole alla discussione sul futuro degli irriducibili soldati fascisti: "Rivolta ideale", "Brancaleone", "Fracassa", "Il pensiero nazionale", "Senso nuovo" cercano l'aggregazione spontanea di quanti sono stati dispersi dalla vittoria della Resistenza e in certo senso, dunque, del PCI.
Il piccolo partito raccolse le speranze e le forze di un insieme di vecchi notabili e di giovani sopravvissuti ben decisi a vendere cara la pelle. Fin da subito la questione dei rapporti con le organizzazioni clandestine si pose come determinante per gli sviluppi delle future posizioni politiche del Msi. Ai margini del partito gruppi illegali come i Fasci di azione rivoluzionaria (Far) o la Legione Nera complottavano oscuramente per ordire trame e provocazioni quando non addirittura veri e propri attentati terroristici. Del resto i militanti che avevano scelto la clandestinità non di rado risultavano iscritti al Movimento.
I due livelli dell'Msi, nonostante questa partizione sia stata negata più volte nel corso degli anni, uno istituzionale e legalizzato, l'altro occulto, convissero nella sostanziale complicità garantita dagli apparati dello Stato. Nel 1948 l'assorbimento di uomini ed elettorato de "L'uomo qualunque"[15] consentì al Msi di ottenere persino la presenza di parlamentari nel primo governo della Repubblica italiana. Quando nel 1956 il gruppo "evoliano" Ordine Nuovo, guidato da Rauti, si staccò dal partito, cominciò a radicalizzarsi lo scontro tra correnti interne, anche se fino al 1960 almeno la direzione del Msi controllava l'area della destra estrema. Dopo il tentativo di insediarsi stabilmente al governo con Tambroni nel 1960, a seguito della compatta reazione popolare e dello schieramento antifascista che condusse a gravi scontri di piazza a Genova, Roma e Reggio Emilia, il Movimento sociale non riuscì più ad arginare le pressioni delle frange più combattive che dopo i fatti di quell'estate di violenza civile rifiutarono la linea dell'inserimento graduale nelle istituzioni e cominciarono ad elaborare precisi progetti politici alternativi a quelli missini. Venne così mano l'azione moderatrice della dirigenza fascista delle origini che si era riciclata nel partito sin dai giorni della sua costituzione.

Nel 1968 i consensi calarono al 4,5% e l'originario tentativo di tenere uniti differenti approcci ideologici fallì completamente. In quel periodo fiorirono i gruppi di destra radicale destinati ad avere un ruolo centrale negli anni successivi di storia repubblicana: Fronte Nazionale guidato da Junio Valerio Borghese, ex comandante della formazione X Mas, ben conosciuta ai tempi delle repressioni republichine, Rosa dei Venti, Avanguardia Nazionale e ancora Ordine Nuovo. Ampi settori della borghesia anticomunista chiesero che i conflitti sociali trovassero una soluzione e la strategia della tensione venne per la prima volta teorizzata in un famoso convegno tenuto a Roma nel 1965[16], durante il quale si prepara lo scontro armato contro la sinistra e lo Stato. L'anno seguente morì Michelini e la segreteria del partito passa nelle mani di un altro fedelissimo camerata, Giorgio Almirante.
Il Movimento sociale, secondo la segreteria Almirante, doveva porsi come centro propulsore delle richieste che l'intera compagine di destra presentava alle altre forze politiche; è di quel periodo l'alleanza con la Democrazia Cristiana e i monarchici e l'aggiunta del suffisso "destra nazionale" all'acronimo del partito [17]. Per questo si pensò ad una direzione centrale da cui ramificassero alcune strutture secondarie capaci di raccogliere maggiori consensi, a cominciare dalle generazioni meno mature. La manovra in parte riuscì: con la nascita del Fronte della Gioventù, Almirante possedeva finalmente la sua organizzazione giovanile. La linea del segretario è abbastanza chiara; si tratta di giocare il ruolo di destra moderna, presentandosi all'elettorato e alla società in generale con meno nostalgie per il passato. Se da un lato questa politica mise ancor più in risalto la frattura con i gruppi estremisti, dall'altro il Msi riuscì ad erodere, anche se in proporzione minima, una parte della destra democristiana che guardava con favore alla stabilizzazione istituzionale di un partito che occupasse a pieno titolo la parte dell'arco costituzionale che stava a destra. Le vicende elettorali del Msi tra inizio e metà degli anni Settanta mettono in evidenza le ampie contraddizioni interne: revisione ideologica superficiale, incapacità di controllo sulle frange dei militanti apertamente conniventi con i gruppi armati. Nelle elezioni del 1972 si toccò la punta massima di consensi con 8,7% dei voti, mentre il crollo elettorale giunse appena quattro anni più tardi con una percentuale del 6,1% dei voti validi, inferiore del 2,6 rispetto al `72. La Democrazia Cristiana aveva ampiamente contenuto il deflusso di voti su cui Almirante credeva ormai di poter contare; lo scontro tra la componente moderata e la segreteria condusse ben presto alla fuoriuscita di metà del gruppo parlamentare che si presentò al voto nel 1979 con il nome di Democrazia Nazionale, senza concludere molto: l'esito elettorale non consentì nemmeno il raggiungimento della quota dell'1% (0,6).
La ricomparsa di Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, nell'agone politico dopo il suo rientro nel partito ad inizio anni Settanta, rimescolò ulteriormente le carte in gioco. Rauti decise di occupare in qualche modo lo spazio politico lasciato libero dalla scissione interna e diede vita ad una corrente innovativa con progetti rivolti al futuro. Si trattava di comprendere con chiarezza, sostenevano i rautiani, che il capitalismo, ridotto a merce ogni rapporto, aveva distrutto la possibilità di vita comunitaria autentica, spirituale: massificazione, consumismo, alienazione - non più comunismo e disordine - sono i veri problemi irrisolti della società contemporanea.
Durante l'XI congresso del partito, nel gennaio del 1977, Rauti impresse la spinta definitiva al cambiamento della tradizione politica e culturale missina, autoritaria e conservatrice. La componente vetero-fascista venne emarginata a favore di un approccio anticapitalista e antioccidentale, più orientato verso il "fascismo-movimento". In realtà la rivoluzione rautiana, che avrebbe promosso una concezione manifestamente opposta a quella che aveva imperato fino ad allora, militarista e gerarchica, produsse variazioni significative nell'organizzazione interna ed esterna del Msi. Debitrice alla "Novelle Droite" francese (il cui esponente di spicco è Alain De Benoist) e rivolta a fornire nuove coordinate ideologiche che vadano oltre lo stesso fascismo e radicalismo, la componente giovanile raccolta attorno a Rauti creò un vero e proprio circuito alternativo: case editrici, centri di diffusione libraria, gruppi musicali, cooperative di lavoro. Nacque una corrente di pensiero che si impossessò, "ante-litteram", di temi cari alla stessa sinistra degli anni Ottanta, quali per esempio ambiente ed ecologia; riferimenti culturali diventano Tolkien, Lorenz, Konstler. Si consumò, così, la rottura definitiva con i vecchi, intoccabili totem, Evola e Romualdi per citare i più presenti nell'immaginario collettivo del partito, e si affermò l'impostazione organica-comunitaria (cruciale resta la definizione del rapporto individuo-comunità-Stato).
Sono almeno quattro i punti cardine di questo nuovissimo asse di interpretazione del mondo: privilegio dei valori radicati nell'individuo e nei gruppi naturali, con acquisizione di eredità culturali, genetiche e storiche espresse dalla vita di comunità; visione spirituale della vita contraria al mercantilismo e dunque contraria ad una concezione utilitaristica dei rapporti interpersonali; riscoperta delle radici e privilegiamento delle specificità culturali ed etniche - in tal senso la pluralità delle etnie e delle culture distingue l'ideale organico dal livellamento totalitario delle democrazie liberali; rifiuto totale del mito egualitario.
Si trattò in realtà di una intelligente opera di mascheramento di teorie che stanno più sul versante del razzismo e della xenofobia che del progresso civile, nonostante l'apparente, e comunque drastica per l'epoca, rivisitazione del fascismo tradizionale. Un approccio critico alla realtà in un mondo che sta cambiando a cavallo tra fine anni Settanta ed inizio anni Ottanta. L'esperienza totalmente alternativa dei Campi Hobbit[18] (1977, 1978, 1980), infine, chiuse le vicende della componente creativa del partito, poco prima della fase buia dello "spontaneismo armato".
Negli anni Ottanta il Msi mantenne inalterato il suo dualismo interno. La corrente nostalgica e la prospettiva dell' "altrimenti" dal fascismo di Rauti coesistevano mentre si affermava come intellettuale organico al partito Renzo De Felice che problematizzò, sul piano della ricerca storica e storiografica, l'origine e lo sviluppo stesso della tradizione fascista, sganciandola dalla classica interpretazione militante e resistenziale. Nonostante il successo elettorale del 1983 (6,8% delle preferenze), si acuì la frattura tra opposte fazioni e la fuoriuscita del gruppo di Marco Tarchi indebolì ulteriormente l'ala rautiana. Si discusse molto sulla necessità o meno di rinunciare in maniera definitiva all'identità fascista classica, per la perpetuazione della quale, dopotutto, il Movimento sociale era sorto. Con la morte di Almirante nel 1988 cominciò la lotta per la successione; l'assenza improvvisa, per quanto prevedibile, di un capo carismatico e di un leader storico dell'importanza del compianto camerata, misero in subbuglio la segreteria del partito. Il giovane Fini, delfino indicato da Almirante come legittimo continuatore della linea originaria, si scontrò presto con un agguerrito Rauti, che nel 1990 soppiantò per un breve periodo il futuro indiscusso segretario di Alleanza Nazionale.
Nel 1991 Rauti fu costretto a dimettersi definitivamente e Fini recuperò presto l'identità appartenuta ai sostenitori del "fascismo-regime", riproponendo l'Msi come forza conservatrice di destra e abbandonando le velleità anticapitaliste e antiamericane di Rauti. Si cercarono consensi anche nell'area moderata e cattolica.
Il crollo del regime partitico DC-PSI travolto dallo scandalo di Tangentopoli spinse Fini e la nomenclatura del Msi all'ultima trasformazione. La linea di Fini a tutto il 1993, anno del lancio dell'idea di una nuova casa per i fascisti italiani, era stata caratterizzata dall'insistenza sulla fedeltà alle origini, sul recupero degli ideali fascisti e allo stesso tempo dall'inserimento nel sistema politico, ormai completamente mutato nelle sue figure e funzioni caratterizzanti.
L'invenzione di AN sortisce buoni risultati: il vecchio progetto di Almirante di aggregare forze nuove e diverse fra loro attorno al Msi trovò terreno fertile nell'Italia scossa dallo scandalo delle tangenti. Il teorico-politologo Fisichella propose un documento d'avvio d'intesa con chiunque si sentisse capace di apprezzare una proposta politica di cambiamento, articolato in punti chiari e piuttosto ovvii, interamente ed astutamente pensati in perfetta sintonia con i tempi: modello presidenzialista con referendum propositivo, rafforzamento del sentimento nazionale, mercato libero anche se più solidale, Stato autorevole ed intransigente.
L'unico ad opporsi alla trasformazione fu l'intramontabile Pino Rauti che ruppe definitivamente con il partito e si presentò alle elezioni mantenendo il vecchio simbolo del Msi con l'aggiunta alla denominazione di un "Fiamma tricolore" che rieccheggiava gli antichi fasti. Per il resto del panorama politico nostrano, Alleanza Nazionale non soltanto aveva ragione di esistere, ma in breve diventava "luogo" di incontro di ampi settori del mondo finanziario, industriale e accademico. Nel 1993 ben 19 sindaci vengono eletti in tutt'Italia tra le fila del partito e durante il ballottaggio per la poltrona di primo cittadino a Napoli e Roma, Alessandra Mussolini e Gianfranco Fini perdono per una manciata di voti (44,9% di preferenze la Mussolini, 46,9% Fini).
L'entrata in scena del Cavaliere televisivo Berlusconi e del suo movimento Forza Italia rafforzano il Msi, legittimandone il ruolo nell'arena della politica. Fini ed i suoi si presentano alle urne in liste congiunte con FI adottando il nome di Alleanza Nazionale; il successo è garantito e per la prima volta dal 1946 il Movimento sociale raggiunge il suo massimo storico con il 13,5%. Fini, rafforzato dal grande successo personale, ha mano libera nella gestione della segreteria e dei rapporti interni di potere; con una sapiente opera di "maquillage" politico ed ideologico, l'allievo prediletto di Almirante buca lo schermo televisivo con apparizioni pacate all'insegna del buon senso e della ragionevolezza, riuscendo ad accreditare un'immagine di rinnovamento democratico. In realtà le sconfessioni a mezza voce di uno scomodo passato non saranno mai negli anni successivi ritrattazioni del fascismo delle origini, un'eredità storica e personale di cui il brillante segretario non può, né deve fare a meno.
Al congresso di Fiuggi del gennaio 1995 viene promossa la fase costituente di Alleanza Nazionale: i settori moderati e conservatori della destra nostalgica e di quella tecnocratica avranno il loro nuovo ed efficiente apparato istituzionale.

E' impossibile raccontare la storia dell'estrema destra italiana prescindendo dalle principali organizzazioni più o meno legali che hanno composto il magmatico intreccio della violenza fascista nel corso di cinquant'anni di vita nazionale. Se è vero, da un lato, che il Msi è stato per decenni il riferimento ufficiale di una composita galassia di gruppi e gruppetti che ne hanno comunque utilizzato la copertura, è certamente inoppugnabile, dall'altro, che queste stesse organizzazioni sono state punto di riferimento non soltanto per i militanti più agguerriti e per i soldati politici di evoliana memoria ma anche per interi settori di governo occulto del paese, a cominciare dai servizi segreti. Ancora più importante è sottolineare, inoltre, che grazie ad una evidente continuità ideologica e personale, alcuni dei gruppi di cui ci occuperemo, in particolare Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, nonostante il loro scioglimento ope legis, hanno continuato a rappresentare un trait d'union fra generazioni di militanti, collegando direttamente i reduci degli anni '40 con i protagonisti della fase cosiddetta golpista ed infine con i terroristi di Terza Posizione e dei Nar, a cavallo degli anni Settanta-Ottanta. Non riusciremo qui a dar conto in maniera esaustiva dell'insieme delle organizzazioni, data la loro varietà ed il loro numero; cercheremo piuttosto di enucleare i tratti essenziali di quelle la cui presenza segnò le vicende dell'Italia contemporanea senza mai dimenticare lo stretto rapporto che le ha legate al Movimento sociale, di cui rappresentavano, in certo modo, parte delle inconfessate speranze di riscatto dalla democrazia imposta dai vincitori uniti nel patto resistenziale.
"La prima bomba esplose il 28 Ottobre 1950 (anniversario della marcia su Roma) in un cinema della capitale. Il 16 novembre ordigni più potenti colpirono le sedi di due partiti avversari. Il 12 marzo fu la volta di Palazzo Chigi, dell'Ambasciata americana e del consolato jugoslavo."[19] Altri episodi di violenza sulle cose seguirono da lì a poco. "I volantini lasciati sul luogo degli attentati erano firmati FAR []Fasci di Azione Rivoluzionaria, nda] e `Legione Nera'. La rivista Imperium [organo ufficiale dei due gruppi di estremisti, nda] (che veniva stampata con gli stessi caratteri tipografici dei volantini FAR-`Legione Nera') era diretta da Enzo Erra [a capo della corrente spiritualista evoliana del Msi, nda] e Pino Rauti. Oltre a costoro, furono incriminati Clemente Graziani (futuro leader di ON), Franco Petronio (in seguito deputato del MSI) e molti altri. Secondo il rapporto del questore "tutti gli arrestati sono iscritti, da vecchia data, al `Movimento Sociale Italiano', e taluni dei componenti la `Legione nera' ricoprono o hanno ricoperto cariche direttive in detto partito". Tre degli accusati furono condannati a meno di due anni di carcere, altri a pene più lievi, altri ancora furono assolti. Il Procuratore Generale, alla fine della sua requisitoria, salutò nei giovani accusati, che giudicava mossi da amor di patria, la speranza e l'avvenire d'Italia, incitandoli ad agire anche in futuro con la stessa purezza d'animo e d'intenti.
L'imputato più illustre era Julius Evola, descritto dalla Polizia come `maestro e padre spirituale di questa conventicola di esaltati'. In materia sono leciti pochi dubbi: Erra, Rauti e Graziani erano i suoi discepoli riconosciuti; `Imperium', oltre che dedicare largo spazio alla discussione delle sue idee, fu il giornale su cui Evola pubblicò uno dei testi sacri della Destra radicale, Orientamenti."[20]
Vale la pena di soffermarsi a riflettere su ciò che gli anni Cinquanta rappresentarono per la giovanissima Repubblica italiana. Per nulla sopìto, al contrario combattivo e sanguinario, il fascismo che aveva attraversato il guado, sopravvivendo in grandissima parte ad un'epurazione che fu in larga misura mancata, raccolse l'appoggio degli stessi funzionari incaricati dal nuovo governo di far rispettare la legge. "Esaminerò essenzialmente cinque punti: la mancata attuazione della Costituzione, l'aggravamento del regime di Polizia, il disprezzo per le autonomie amministrative, l'atmosfera di conformismo che sempre più si manifesta nel nostro paese ed infine il fenomeno del fascismo agrario [...]" [21], aveva detto Lelio Basso, parlamentare socialista, in un famoso discorso alla Camera dei Deputati, proprio dell'ottobre 1950.
Secondo Basso, l'entrata in vigore della Costituzione venne consapevolmente rallentata per impedire l'attuazione di una vera e propria legislazione democratica; rimanevano più che attive norme in vigore nel vecchio ordinamento fascista. L'atteggiamento del governo, e quindi in sostanza della Democrazia Cristiana, uscita vincitrice nello scontro politico di appena due anni prima, fu quello di impedire alla democrazia di rendersi compiuta. "Io so per esperienza, per essere stato due anni circa membro della Prima commissione legislativa, davanti alla quale alcune di queste leggi sono ancora pendenti, so per esperienza che i nostri colleghi di parte democristiana che dirigono i lavori di quella commissione lo fanno secondo i precisi desideri del ministro degli Interni, per cui se la commissione stessa non spinge innanzi il suo lavoro di preparazione e se queste leggi non sono tuttora giunte dinanzi a noi, è proprio perché il governo non lo vuole. Così il nostro paese procede con una Costituzione zoppicante, con un ordinamento giuridico monco, ed il governo professa continuamente il massimo rispetto per la Costituzione che invece direttamente ed attraverso la sua maggioranza in parlamento viola ogni giorno." [22]
In questo clima, dunque, agivano liberamente le squadre fasciste di un tempo, rimpiazzate da forze più giovani secondo quella linea di continuità di memoria e azione di cui si è detto. Si parla molto poco di questi anni Cinquanta nei testi di storia: eppure la repressione poliziesca e gli scontri di piazza furono molto violenti, quasi si trattasse, data la vicinanza in termini di cronologia alla proclamazione della Repubblica, del periodo migliore della democrazia italiana, finalmente compiuta sul suolo patrio. Ma non è stato così, come la stessa testimonianza di Basso sottolinea. A partire dai fatti di Portella della Ginestra (1deg. Maggio 1947), quando il bandito Giuliano sparò sui contadini inermi convenuti nella piana per festeggiare il giorno dei lavoratori, fino al 7 luglio 1960, chiusura di decennio, quando a Reggio Emilia la questura proibì una manifestazione contro l'allora Presidente del Consiglio Tambroni, dimissionario alcuni giorni più tardi, che stava lasciando ampio spazio ai vecchi fascisti riciclati nell'Msi e la Polizia fece fuoco ad altezza d'uomo per reazione a presunte provocazioni da parte dei manifestanti uccidendo 5 operai, una lunga, ininterrotta scia di sangue dimostra quanto e come l'Italia sia stata ben lontana da una pacificazione nazionale smaniosamente dichiarata e mai realmente raggiunta.
Nel frattempo continuava inarrestabile l'attività dei gruppi che si ispirano all'ideologia fascista e che presidiano militarmente il territorio con interventi squadristici in particolare ai danni della sinistra. "Perché nasconderlo? - racconta il `ducetto' di Roma, un giovane picchiatore missino degli anni cinquanta - Ho preso parte a tutte le spedizioni punitive dal 1949 al 1955. [...] Si contano a migliaia le azioni che noi del MSI e degli altri gruppi abbiamo compiuto in quegli anni. Devastazioni di sedi di partiti, distruzioni di lapidi di partigiani, violazione di cimiteri ebraici, incendi di Camere del Lavoro, manifestazioni antisemite, attentati dinamitardi, aggressioni, lancio di bombe carta. Perché stupirsene? Il rischio, poi, non era così grande. Ci hanno pescato più di una volta, ma non sono mai riusciti a mandarci a Regina Coeli. Prima che scadessero i sette giorni, siamo sempre riusciti a cavarcela. Col centro-sinistra le cose sono un po' cambiate [...] ma prima era una vera pacchia." [23]
Nel tempo inarrestabile della memoria tradita scorsero anni di continua violenza. Sotto la guida di Michelini, che sostituisce De Marsanich nel 1954, il Msi cercò di uscire dalla secche del ribellismo incontrollabile che mal si conciliava con la politica moderata di "penetrazione del sistema" al fine di insediarvisi stabilmente. Tuttavia, per ragioni legate anche alla pressione di oscuri gruppi di potere, il sistema occulto potremmo dire se cercassimo una formula breve e riassuntiva, le organizzazioni extra-parlamentari fasciste continuarono a fiorire indisturbate.
Fino alla metà almeno degli anni Settanta lo scenario è dominato da ] Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, due raggruppamenti destinati ad avere ruoli e funzioni determinanti nelle strategie dispiegate in Italia per destabilizzare continuamente un già precario equilibrio istituzionale. Alcune sigle minori in ambito studentesco ed universitario sono comunque sempre riconducibili ad elementi che operano nell'una o nell'altra delle due organizzazioni. Negli anni Sessanta la moltiplicazione dei gruppi presenti sulla scena prelude ad una recrudescenza della violenza destinata a culminare nella strategia della tensione, lungamente preparata, in connivenza con interi settori dello Stato, proprio nel corso del decennio che vide l'esplosione del '68 parigino e del rapido estendersi della protesta di studenti e operai in tutta Europa. Spesso in correlazione tra loro e in rapporti di avvicinamento/distacco con l'Msi volutamente resi ambigui per confondere le acque, le formazioni dell'estrema destra finirono per dar vita ad un crogiolo di inconfessabili intrecci e collegamenti che continuavano a rafforzare senso di appartenenza ed identità alimentando senza sosta l'ideologia fascista e perpetuandola nei giorni incerti della Repubblica.
Tra i gruppi attivi in quel periodo vanno ricordati il Movimento nazionale romano, fondato nel 1963 da dissidenti missini; il Fronte Nazionale costituito nel 1968 dal principe Junio Valerio Borghese, autore di un tentativo di golpe fallito nel 1970; il Fronte Nazionale Europeo di Milano (1967); la Costituente Nazionale Rivoluzionaria, nata nel 1964; la Falange Tricolore; Nuova Caravella (1969), organizzazione studentesca con sede a Roma, prodotto della scissione dal Fuan-Caravella, che organizza corsi per sabotatori e dinamitardi diretti da Stefano Delle Chiaie, figura storica dell'estremismo fascista e padre spirituale di Avanguardia Nazionale; Giovane Europa (1963), presieduta da Claudio Orsi, collaboratore di Franco Freda nelle edizioni AR; Gruppi attivisti di movimento dell'opinione pubblica, fondati da Tedeschi e Bonanni, giornalisti del "Borghese". L'organizzazione possedeva un fondo chiamato "Soccorso tricolore" in difesa degli attivisti di destra arrestati dalla Polizia; Partito Nazionale del Lavoro, che pubblicava la rivista "Conquista dello Stato"; Ordine del Combattentismo Attivo legato al periodico "Nuovo pensiero militare"; Comitato di Difesa Pubblica, creato nel 1968 a Milano da Domenico Leccisi, ex deputato del Msi e notissimo trafugatore del cadavere di Mussolini, il cui corpo straziato in Piazzale Loreto il 29 aprile del 1945 era diventato il simbolo della mistica fascista del dopoguerra[24]
Radici comuni di pensiero, tradizione storica legata al fascismo rivoluzionario, memoria del combattentismo della Repubblica sociale italiana: sono questi gli ingredienti di una pericolosa miscela politico-culturale che poteri visibili ed invisibili hanno utilizzato in oltre trent'anni di vita nazionale per mantenere costantemente alto, in taluni casi altissimo, il livello del conflitto sociale in una sorta di destabilizzazione permanente nello Stato repubblicano.

Ordine Nuovo, uno dei capisaldi dell'apparato strategico dell'estrema destra, nasce nel 1956 come "Centro Studi Ordine Nuovo", in occasione del quinto congresso a Milano del Movimento sociale, da cui si distacca in nome di una dichiarata continuità di ideali con la Rsi. Sotto la guida di Giuseppe (Pino) Rauti, che aveva già dato origine nel 1954 ad una formazione con lo stesso nome all'interno del partito, l'organizzazione può contare su personaggi di spicco del neofascismo italiano: Clemente Graziani, Elio Massagrande, Stefano Delle Chiaie. Successivamente la storia del gruppo si divide in due periodi principali: fino al 1969, anno del riassorbimento del Centro nel Msi, grazie al recupero di quasi tutti i dissidenti ad opera di Giorgio Almirante; dal 1969 al 1973, periodo durante il quale l'aggregazione originaria prosegue la sua attività grazie ad alcuni irriducibili, che si erano rifiutati di cedere alle lusinghe di Almirante, con la sigla MPON (Movimento Politico Ordine Nuovo).
Secondo Rauti, i sopravvenuti mutamenti nella situazione politica nazionale della fine degli anni Settanta, dovevano necessariamente indurre ON a "una revisione globale della sua posizione nel quadro delle contingenze globali che indicano, senza alcun dubbio, una possibilità di rottura degli equilibri, di estrema pericolosità. [...] Ne consegue che è necessità vitale per la vita futura (prossimo futuro) di Ordine Nuovo inserirsi dalla finestra nel sistema dal quale eravamo usciti dalla porta, per poter usufruire delle difese che il sistema offre attraverso il parlamento, con tutte le possibili voci propagandistiche che derivano. [...] Necessità contingente, dunque, assoluta e drammatica..."[25] In realtà le ragioni di Rauti e degli ordinovisti erano di tipo diverso: si trattava di assicurarsi maggiori coperture politiche dopo l'inizio della strategia della tensione, della quale, come si sarebbe saputo più tardi, ON era parte integrante. Di diversa opinione Graziani e Massagrande che ritennero assolutamente imprescindibile continuare la lotta politica attraverso un "movimento rivoluzionario al di fuori degli schemi triti e vincolanti dei partiti, una formazione agile, adeguata alle esigenze della situazione politica attuale e strutturata secondo criteri propri delle minoranze rivoluzionarie."[26]
MPON si autodefinisce come unico movimento politico in grado di realizzare una strategia nazionalrivoluzionaria e si dà una prima organizzazione nel dicembre 1969. Nel 1970 si tiene a Lucca il primo congresso del movimento durante il quale viene studiata una struttura interna più complessa. ]Ordine Nuovo, si legge nella relazione Pellegrino, "era già caratterizzato come movimento semiclandestino, fortemente gerarchizzato, con una direzione politica centralizzata, orientato a muoversi in gruppi di pochissime persone che dovevano essere in grado di volta in volta di mobilitare un'area di simpatizzanti, ispirato ad una concezione elitaria e mitica dello Stato, antidemocratica e antiborghese, in assoluta contrapposizione con la democrazia parlamentare e l'organizzazione del consenso attraverso i partiti, ma almeno in parte non antistituzionale."[27] La concezione evoliana della vita, aristocratica ed eroica, antidemocratica e soprattutto antisocialista non è necessariamente anche antagonista rispetto allo Stato; la contraddizione, apparentemente irrisolvibile tra la mitologia che invoca la rivoluzione come unica via di riscatto possibile, come necessario rovesciamento dell'ordine costituito e la funzione antisovversiva di difesa dello Stato utilizzando il manipolo di combattenti che aderiscono al "movimento nazionale", porta in conclusione all'approntamento di una "rete capillare intesa a fornire prontamente elementi di impiego per fronteggiare dovunque l'emergenza"[28], per impedire la paralisi delle istituzioni. ON è diffuso ampiamente su quasi tutto il territorio nazionale, con punti di riferimento forti nel Veneto, il nucleo più attivo e meglio organizzato, e a Roma. "I documenti ideologici ribadiscono le concezioni di fondo già indicate e evidenziano spiccati caratteri razzisti e antiebraici. Per quanto riguarda la formazione dei militanti, un documento dell'epoca prevedeva la preparazione dei quadri con lo svolgimento di due diversi corsi, uno di formazione ideologica e l'altro di formazione politica. I temi dati ai corsi e i riferimenti bibliografici indicati (Guenon, Evola, Giannettini con `la tecnica della guerra rivoluzionaria' e il `Mein Kampf' di Hitler) esemplificano da una parte l'orizzonte ideologico del movimento e richiamano dall'altro i temi che avevano già proposto i convegni dell'Istituto Pollio negli anni precedenti."[29] Le attività culturali fervono: pubblicazione e diffusione di materiali ideologici e dottrinari del movimento; organizzazione di una fitta agenda di incontri pubblici, conferenze, persino riunioni nelle scuole e nelle università per fare proselitismo. "Un'ampia e diffusa rete di pubblicazioni sosteneva l'azione del gruppo, a cominciare dal mensile di Rauti, `Ordine Nuovo', seguito da `Noi Europa', oltre a una miriade di pubblicazioni più irregolari (come `Bollettino Europa', Corrispondenza Europea', `Europa Correspondenz) e altri materiali locali. Circoli e gruppi collegati pubblicavano, a loro volta documenti e materiali, che venivano diffusi da una fitta rete di case editrici. Complessivamente una serie impressionante di pubblicazioni, alcune delle quali dalla vita breve, che testimonia l'ampiezza e la vivacità del dibattito ideologico che circondava ON."[30]

Era inoltre indispensabile individuare, all'interno delle istituzioni, i "corpi sani" da coinvolgere nel progetto di difesa dello Stato: polizia, carabinieri, paracadutisti. Un progetto di profondo condizionamento di quella democrazia proclamata nella carta costituzionale e drammaticamente disattesa attraverso oscure manovre. L'estrema destra, schiacciata tra desiderio di eversione e manipolazione da parte di quei "corpi sani" che intesero servirsene per scopi tutt'altro che ideologicamente puri, ha svolto in certo senso il ruolo di avanguardia militare per il dispiegamento di una complessa macchina di potere che avrebbe fatto della strategia della tensione, ma non solo, il vero centro della governabilità del paese. Nel corso di anni di attivismo politico così spinto, ON mantenne inalterata l'originaria impostazione che consentì al gruppo di intensificare i rapporti con forze armate, Arma dei carabinieri in particolare e nuclei più o meno deviati dei servizi di informazione (è facile constatare, e lo vedremo meglio con ]Ordine Nero, quanto poco si trattasse di deviazione e non piuttosto di scientifico utilizzo dell'eversione come strategia dello stabilizzare destabilizzando da parte di uffici e funzionari in tutto e per tutto inseriti nell'establishment istituzionale e da esso legittimati a tali comportamenti), all'interno dei quali esisteva una rilevante presenza di ex republichini fedeli ai principi dell'oltranzismo atlantico in piena complicità con la classe politica al governo in quegli anni, tanto da poter considerare il gruppo un'organizzazione paramilitare appartenente ai dispositivi militari della Nato. La stessa inchiesta del giudice Salvini sui fatti di Piazza Fontana del 1969 ha dimostrato che le rete informativa degli Stati Uniti, operativa nel Triveneto con base al comando Ftase di Verona, annoverava tra i suoi agenti nostalgici della Repubblica di Salò del calibro di Sergio Minetto e ordinovisti quali Marcello Soffiati e Carlo Digilio, quest'ultimo ampiamente coinvolto nell'indagine del magistrato milanese per il suo ruolo di spicco nel periodo della preparazione e dell'esecuzione del terribile massacro alla Banca dell'Agricoltura di Milano[31]
Ma la specificità di Ordine Nuovo, in ambito politico ed ideologico, andava ben oltre gli stessi confini nazionali; il panorama europeo presentava infatti interessanti elementi di contiguità con la dottrina della nostalgia nazi-fascista. Un importante alleato di ON fu Jeune Europe, organizzazione diretta da un reduce delle SS Wallonie, Jean Thiriart, che sosteneva gli interessi dell'Africa Europea appoggiando le guerre coloniali come unica risorsa per difendere la sopravvivenza della razza ariana. ON era il corrispondente ufficiale per Giovane Europa in territorio italiano; e non basta: gli ordinovisti italiani erano anche particolarmente legati al Nouvel Ordre Européen, fondato a Zurigo nel 1951, "con un programma in tre punti: difesa della razza europea, giustizia sociale e Unità europea (`indispensabile alla difesa della razza') [...] L'ottava assemblea del movimento (Milano, 1965) proclamava che `L'ultima opera del Prof. Rassinier, Il dramma degli ebrei europei, stabilisce definitivamente che la propaganda riguardo i sei milioni di ebrei che si pretende siano stati uccisi nei campi di concentramento è una favola insostenibile per gli storici seri' [...] Pino Rauti era un membro del NOE, insieme a figure come Otto Skorzeny e Léon Degrelle. Il leader, Guy Amaudurz, collaborava sia a Ordine Nuovo, sia a un altro periodico vicino al gruppo come `La Legione'. Qui un esempio della sua prosa: `L'imperativo supremo è la difesa della razza. Non di una razza protostorica e problematica. Non della razza attuale, corrotta e degenerata. Ma della razza di domani: quella che portiamo nel nostro cuore e che forgeremo con la lotta (`La legione', gennaio 24, 1959)'."[32]
Questa, in sintesi, la visione che animava l'estrema destra d'Europa a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta. ON dal canto suo contribuì in maniera determinante al mantenimento della linea di memoria che rinnovava le tragedie dei campi di sterminio e la soppressione delle libertà individuali di chiunque non fosse biologicamente parte della stirpe bianca degli eletti o di chi semplicemente si opponesse ad un progetto di tale scelleratezza. Tuttavia una ricostruzione completa delle attività della formazione fascista risulta difficile a causa della estrema complessità delle iniziative legali ed illegali dei militanti che comprendevano "sia la violenza di strada sia attività eversive e terroristiche. Sono gli stessi militanti ad ammettere che, in diversi momenti, il movimento fu organizzato su due diversi livelli: il primo attivo sul piano dell'ufficialità, era culturale e politico e operava attraverso i circoli; l'altro era clandestino e militarizzato." [33] Oggetto di interesse crescente da parte degli organi di Polizia, Ordine Nuovo fu messo sotto processo nel 1973 per ricostituzione del partito fascista ai sensi della "legge Scelba", elaborata nel 1951 dalla corrente meno subalterna alla Chiesa cattolica (De Gasperi e lo stesso Scelba), la cui unica preoccupazione veniva dalla presenza in Parlamento dei comunisti, per impedire un eccessivo rafforzamento delle forze politiche di destra con la conseguente presumibile instabilità di quel centro che avrebbe retto le sorti del paese per mezzo secolo. Eppure durante il dibattimento processuale non emergono gli elementi che avrebbero reso davvero inquietante la presenza nel panorama politico italiano di un gruppo dello spessore "militare" di ON; ben poco si indagò in direzione dei cospicui aiuti di cui l'organizzazione godeva e dei suoi legami con i servizi segreti di allora. Altre, successive inchieste rivelarono episodi mai chiariti sul finanziamento da parte di gruppi industriali o sul traffico internazionale d'armi che costituì una probabile fonte di lauti guadagni. Né si ottennero significative ricostruzioni delle azioni di squadrismo e di antisemitismo che pure fecero di ON uno dei maggiori protagonisti della violenza politica italiana del dopoguerra. Nel novembre del 1973 un decreto del governo dichiarò Ordine Nuovo fuori legge; molti camerati trovarono rifugio all'estero.

Avanguardia Nazionale nasce invece nel 1960 ad opera di Stefano Delle Chiaie, allontanatosi dallo stesso ON dopo essere stato tra i fautori della separazione dal Msi. Una vita intensa quella di Delle Chiaie: entrato giovanissimo nel Movimento sociale se ne distacca nel 1957 e fonda una piccola organizzazione di stampo nazista che chiama Gruppi d'Azione Rivoluzionari, trasformati nel 1959 in Avanguardia Nazionale Giovanile. Nel 1962 viene arrestato perché ritenuto responsabile di riorganizzazione del partito fascista e condannato a un anno di reclusione e ad una multa per apologia di fascismo. Un anno più tardi viene prosciolto in appello per amnistia dei reati contestati. Nel 1965 AN si scioglie apparentemente da sola e gli aderenti partecipano all'esperienza politica dell'estrema destra aderendo ad altre sigle, ma senza mai perdere i contatti tra loro. Parallelamente alle vicende del MPON, Avanguardia Nazionale si ricostituisce nel 1970 sotto la direzione di Adriano Tilgher che aveva ereditato il comando da Delle Chiaie, latitante da quell'anno per evitare un mandato di cattura emesso in relazione alle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Il quartier generale dell'organizzazione e la direzione nazionale si trovavano a Roma, mentre altre basi operative erano distribuite in una trentina di città sparse in tutta la penisola; un'indagine della Polizia del 1973, la stessa che si occupò anche di ON, attribuiva ad Avanguardia Nazionale più o meno 500 membri attivi, ma la cifra, data la diffusione del gruppo, sembra eccessivamente ridotta; in prevalenza, a sentire gli inquirenti, la composizione sociale degli appartenenti sarebbe stata prevalentemente borghese e studentesca. AN propugna l'idea di una rivoluzione europea per ripristinare le naturali differenze tra gli uomini e dar vita alla formazione di una èlite rivoluzionaria che sia appunto "avanguardia", organizzata in piccoli ma efficienti nuclei di intervento il cui operato diventi davvero la fusione concreta tra gli ideali e la loro realizzazione. Un compito storico drammatico: il movimento teorizza l'ipotesi golpista classica che, richiamandosi al fascismo delle origini e alla Repubblica sociale, si ricollega all'esperienza, attuale in quel periodo, dei regimi militari europei (Spagna, Portogallo) e soprattutto dell'America Latina. AN si prefigge lo scopo di realizzare, si legge nella relazione Pellegrino, "...una definitiva divisione verticale nelle forze politiche in due fronti contrapposti: il demo-marxista e il nazionale rivoluzionario."[34] Metodo privilegiato per ottenere gli scopi prefissi sarà l'esasperazione del clima di tensione sociale attraverso lo scontro diretto con l'avversario o attraverso azioni di provocazione; ad un disegno strategico di questo genere non poteva che essere funzionale il mantenimento di contatti con apparati dello Stato pronti ad intervenire una volta che si fosse creata una lacerazione nel tessuto di potere tale da compromettere l'ordine costituito. Come si dimostrerà tra breve, furono davvero organici i rapporti tra AN e Ufficio Affari Riservati del Viminale, tanto da far pensare che lo stesso Ordine Nero sia stato il prodotto della fervida mente complottista di Federico Umberto D'Amato, direttore per moltissimi anni del menzionato Ufficio.
Per quel che riguarda la "costituzione" intimamente politica, nessuna rete di pubblicazioni "paragonabile a quella che sosteneva ON è visibile nel caso di AN. Ciò corrispondeva a un livello di discussione ideologico-culturale molto più rozzo e primitivo rispetto a ON. Il principale documento `teorico' è steso in prosa sciatta e scadente, infarcito di banalità altisonanti e argomentazioni contorte. Il modello di Stato auspicato è totalitario, organico, corporativo; tutti i fattori che ne minacciano la coesione - partiti, sindacati, lotta di classe - devono essere eliminati senza pietà. Lo Stato deve essere fondato sull'idea di nazione, concetto ovviamente non limitato alla sola Italia, ma esteso all'Europa: `Per creare, nella devozione e nella difesa dei Valori eterni della stirpe, una Nazione granitica che [...] sappia ridare giovinezza al vecchio continente, proiettandosi audacemente alla conquista del proprio Destino [...]' [Lotta Politica, 36]."[35]
Ciò che caratterizza AN, a differenza di Ordine Nuovo, sembra proprio il suo carattere specificamente "militare" più che ideologico. L'organizzazione si articolava su una ferrea disciplina e una rigida gerarchia. Formazione e addestramento avvenivano in palestre collegate al movimento; in aggiunta numerosi campi paramilitari permettevano ai militanti di completare la loro conoscenza in fatto di armi, esplosivi, difesa personale e combattimenti corpo a corpo, grazie al sostegno tecnico di personale scelto direttamente nelle file dell'esercito e dei corpi speciali (ufficiali dei paracadutisti, in particolare, svolsero certamente un ruolo determinante). Un episodio significativo, in tal senso, accadde a Pian del Rascino, nell'Appennino, a fine maggio 1974: durante uno scontro con i Carabinieri venne ucciso un attivista di AN, Giancarlo Degli Esposti. Quel campo paramilitare rappresentò uno degli episodi più confusi nella storia della violenza politica in Italia nel corso degli anni Settanta. Secondo ricostruzioni non ufficiali a partecipare all'azione furono anche membri dei servizi segreti alle dirette dipendenze di colonnello Gian Adelio Maletti, a capo del reparto D del SID (Servizio Informazioni Difesa), coinvolto in numerosi depistaggi nelle indagini sulle frange armate della destra radicale se non addirittura in fatti di strage. Per fermare un progettato colpo di Stato con base operativa proprio a Pian del Rascino, Maletti avrebbe dato ordine di intervenire duramente per bloccare i presunti golpisti.
Fu questa la fase finale dell'esistenza di AN, messa sotto processo e disciolta nel 1976 per ricostituzione, ancora una volta, del partito fascista (nel dicembre del '75 erano stati arrestati in un appartamento di Roma gli avanguardisti Tilgher, Vinciguerra, Crescenzi e Di Luia e l'ordinovista Gubbini). Nemmeno in quell'aula di tribunale furono messi in rilievo i rapporti tra l'organizzazione e i pubblici poteri: sarebbe stato impossibile in quel momento. Ma se teniamo conto che un altro grande esperto di trame occulte, il capitano del Sid La Bruna, ammise che AN poteva essere considerata a tutti gli effetti a completo servizio del Ministero degli Interni, il quadro generale che ne risulta non è dei più confortanti. E' possibile ritenere, insomma, che Avanguardia Nazionale abbia operato indisturbata fin dai tempi degli scontri all'interno dell'Università di Roma, quando si muoveva di concerto con il gruppo di ON e Nuova Caravella, fiancheggiando non tanto l'eversione nera quanto quella promossa dallo stesso Ministero.
Lasciamo parlare di nuovo la relazione Pellegrino: "Dopo la prima stagione dei processi per la ricostituzione del partito fascista e le condanne ai vertici delle due organizzazioni, si è già ricordata la fase nella quale aderenti di O.N. e A.N. riportarono condanne per reati associativi e per episodi specifici che, al momento del loro accadimento, non erano stati ricondotti alle predette organizzazioni. Ma le novità di maggior rilievo per quanto concerne i profili di interesse e la competenza della Commissione vengono da procedimenti in corso a Bologna (processo Italicus bis) e a Milano (che dall'attività del gruppo La Fenice risalgono fino alla strage di Piazza Fontana).
Le ricostruzioni istruttorie hanno confermato un disegno che nelle grandi linee era già tracciato, e cioè quello di una sostanziale contiguità tra O.N. e A.N., ma soprattutto della stabilità dei rapporti di entrambe con settori dei servizi di informazione e alcuni apparati militari, di un loro coinvolgimento già dalla fine degli anni '60 (a livello operativo, cioè concretizzatosi attraverso fatti delittuosi) nei progetti golpisti succedutisi fino al 1974. [...]
In particolare, l'inserimento a pieno titolo di O.N. nelle strutture dei Nuclei di Difesa dello Stato, che sembrerebbe potersi affermare sulla base delle risultanze degli accertamenti milanesi - induce a riconsiderare la qualificazione dell'attività del gruppo mentre lo stesso numero degli episodi di copertura e depistaggio accertati aggrava la qualità di un collegamento con ambienti interni alle istituzioni che già nelle istruttorie precedenti era risultato evidente. [...]
I rapporti di Avanguardia Nazionale con i servizi di informazione, prima con l'Ufficio affari riservati, poi con il SID, hanno origini risalenti agli anni '60, quando l'area di A.N., tramite il giornalista Mario Tedeschi, fu coinvolta dall'Ufficio affari riservati del Ministero dell'Interno nell'attività di affissione dei `manifesti cinesi', una campagna di attacco al partito comunista apparentemente proveniente dalla sua sinistra. Tale attività fu ammessa dallo stesso Delle Chiaie che la ricondusse ad una iniziativa dell'Ufficio affari riservati, condivisa tatticamente da A.N. come valida manifestazione di `guerra psicologica' nei confronti del partito comunista."[36]

A metà anni Settanta l'estrema destra italiana vive il periodo di maggior difficoltà. Lo scioglimento di ON e AN con intervento diretto di quello Stato che i neo-evoliani, chiamiamoli così, sentivano in parte di dover difendere dall'assalto della modernità disgregatrice, aveva rimesso in discussione in maniera forte alcune questioni di carattere teorico. D'altra parte, nemmeno gli stessi rapporti con i settori deputati al controllo, servizi segreti e uffici di informazione dell'esercito e dei Carabinieri, sembravano improntati ad una felice collaborazione, fatto salvo per la funzione di copertura che, comunque fosse andata, non sarebbe mai stata fatta mancare da parte di quest'ultimi. La stessa sinistra extra-parlamentare aveva cominciato ad abbracciare ipotesi di "attacco rivoluzionario" allo Stato, a partire dalle prime azioni di sabotaggio in Pirelli, nel 1971, a firma delle neonate Brigate Rosse. Bisognava insomma, in qualche modo, salvare l'eredità ideale di ON, meglio ancora che di AN, organizzazione creata, come abbiamo detto, più che altro per finalità di carattere operativo. "In primo luogo furono costituiti numerosi `circoli culturali' [vecchia abitudine, nda], `centri studi' e simili, allo scopo di `tenere unito l'ambiente' e di garantire una copertura alle iniziative dei militanti. Uno dei principali fu il `Circolo Drieu La Rochelle', fondato a Tivoli da Paolo Signorelli, un veterano nelle file del MSI e fra i primi ad aderire all'esperienza di ON, che svolse un ruolo di primo piano in questo periodo e nella fase seguente. Vi era anche un bollettino `Anno Zero', di cui cinque numeri furono pubblicati fra l'inverno e la primavera del 1974." [37]
In un rapporto del 15 aprile 1996 consegnato alla Procura della Repubblica di Brescia, nell'ambito del procedimento per la strage di Piazza della Loggia, il ROS dei Carabinieri (Raggruppamento Operativo speciale - Reparto Eversione) rispolvera un documento del Sid che mette in luce l'esistenza di un'organizzazione denominata Ordine Nero. L'appunto dei servizi segreti contiene un'indicazione precisa sulle origini del gruppo: Ordine Nero sarebbe stato costituito direttamente dal Ministero dell'Interno per rendere precario l'equilibrio politico nazionale, favorendo una rapida svolta a destra nel paese.
Il nuovo manipolo di sovversivi raccoglieva l'eredità delle formazioni precedentemente sciolte, dunque Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, fondendole con gruppi minori. Per molto tempo poco o nulla si seppe di Ordine Nero - data la quasi assoluta segretezza nella quale l'organizzazione fu mantenuta - che, a distanza di anni, si spiegherebbe con l'intervento autorevole dello stesso Ministero. "Il nucleo originario era a Milano, dove poteva contare su un nocciolo duro di `evoliani' e di veterani di ON e AN; si appurò poi che il gruppo consisteva di almeno sette unità territoriali, fra cui la più attiva era probabilmente quella toscana. Al gruppo sono stati attribuiti complessivamente, fra la fine del 1973 e l'inizio del 1975, circa quarantacinque attentati. [...] A Ordine Nero aderirono (o forse ne vennero assorbiti) altri gruppi minori, come le Squadre d'Azione Mussolini (SAM, una sigla dal passato illustre) e La Fenice di Milano, che, secondo recenti indagini, attiva dagli anni sessanta, sarebbe stata nient'altro che la filiale milanese di ON, in stretti rapporti con l'omologo gruppo veneto (Freda-Maggi) e con quello veronese (Massagrande-Spiazzi). Vi erano poi legami operativi molto stretti con un'oscura organizzazione attiva in Valtellina, il Movimento di Azione Rivoluzionaria (MAR) - legami così stretti che anche alcuni militanti consideravano Ordine Nero una sorta di braccio armato del MAR."[38]
Il MAR dell'ex partigiano Fumagalli, con contatti nei servizi segreti italiani e statunitensi - per questi ultimi avrebbe lavorato addirittura nello Yemen, era finanziato da industriali e uomini d'affari della Milano reazionaria legata al movimento della Maggioranza Silenziosa [39]. Nel biennio 1970-'72 la formazione di estrema destra compì alcuni attentati dinamitardi contro tralicci dell'alta tensione a cui seguirono arresti e detenzione per gli organizzatori, quasi subito rilasciati per prontamente ricominciare la loro infaticabile opera di sabotaggio ed eversione.
Si consuma negli anni Settanta il dramma di un paese lacerato da profondi e insanabili contrasti politici e sociali. L'attivazione di Ordine Nero, se prendiamo per buono il documento del Sid rinvenuto dai Carabinieri, doveva creare proprio questo clima di costante instabilità e terrore che avrebbe costretto qualsiasi governo in ginocchio. I poteri occulti che si agitano in Italia in quel periodo, e che sarebbe troppo facile identificare nella sola Democrazia Cristiana, controllano l'estrema destra per definire meglio il loro statuto di dominio incontrastato. Il ruolo svolto dal Ministero degli interni, i cui responsabili, tutti democristiani fino al 1994, erano certo impegnati a soddisfare pienamente anche i desideri dell'alleato atlantico, diventa cruciale proprio in quanto matrice di una sorta di impegno dello Stato a servirsi di ogni mezzo necessario per mantenere inalterato il sistema di potere, facendolo spesso oscillare tra un'ipotesi di rovesciamento definitivo della costituzione democratica e una stabilizzazione interamente articolata sul "centro" come perno insostituibile dell'equilibrio politico nazionale.
Per ciò che concerne i militanti attivi e ben determinati al combattimento, la loro percezione degli eventi e della prospettiva futura di lotta contro il regime, le cose stavano in maniera leggermente diversa: "[...] siccome noi vogliamo essere dei soldati politici e contribuire alla nostra causa fino in fondo [...] ci prepariamo militarmente, in attesa che succeda qualche cosa, cioè altre persone insieme a noi si muovono per instaurare un nuovo governo militare di destra. [...] Ci preparavamo militarmente perché, quando l'Italia fosse scesa in guerra civile, ci avrebbero trovati pronti a difendere l'Italia, cioè le istituzioni della Repubblica."[40] Ancora più esplicito il giudizio di Sergio Calore, camerata dell'ultima generazione trasformatosi in collaboratore di giustizia, quando racconta dei progetti di Signorelli: "Fino a quando non accadde l'episodio di Pian del Rascino [...] Signorelli disse sempre che era possibile o addirittura imminente un golpe di destra durante il quale avrebbero dovuto dare un contributo di fiancheggiamento...il progetto politico di Signorelli...era questo: creare una situazione insurrezionale in grado di provocare l'intervento di reparti militari regolari che di loro iniziativa avrebbero effettuato il colpo di Stato, dentro il quale i nostri gruppi avrebbero avuto la funzione di Guardie della Rivoluzione." [41]
E la rivoluzione tanto agognata sembrava alle porte. Ma dietro la speranza ormai trentennale di un'ideologia lungamente covata tra le pieghe di una presunta democrazia di popolo, si nascondevano le inquietudini di un sistema di potere probabilmente sorpreso dalle decisioni incontrollabili della magistratura. Lo scioglimento di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale imposero la ricostituzione, in tutta fretta, di un nucleo di pressione che potesse ancora rispondere alla vecchia strategia della guerra non ortodossa proclamata contro i comunisti che stanno al di qua e al di là del muro. Ordine Nero si inserisce perfettamente nel quadro che abbiamo delineato fin qui; la sua funzione di contenitore clandestino dello scontento e della rabbia di giovani desiderosi di imprese gloriose, imbevuti com'erano di eroico furore, ottenne gli scopi desiderati, vale a dire il mantenimento di una costante tensione sociale e l'inasprimento di quel senso di precarietà e confusione che invase le strade e le piazze d'Italia, seminando incertezza e sconforto nella maggioranza dei cittadini, massa inerme, e più spesso inetta, da controllare e pilotare verso probabili soluzioni politiche conservatrici. Tuttavia un sistema di potere si autoriproduce anche grazie alle sue contraddizioni interne; e quello attivo nel nostro paese ne è stato un buon esempio. Delocalizzando continuamente le loro funzioni di comando, i centri occulti di potere in Italia, grazie al prolungato utilizzo dell'eversione di destra come macchina per la produzione artificiale di terrore, hanno governato indisturbati affidando alla politica "ufficiale", quella del Parlamento e del governo per intenderci, il compito di garantire la legalità delle istituzioni. Molti coloro che coprirono, dunque, ed altrettanti quelli che non vollero vedere. "La sottovalutazione della potenzialità eversiva dell'estremismo di destra ha fortemente ritardato, al di là dello sforzo personale di alcuni singoli investigatori, l'opera di ricostruzione organica delle sue articolazioni; e che tale sottovalutazione possa essere attribuita a mera insipienza, appare fortemente opinabile nell'ambito della generale valutazione di cui la Commissione è investita.
Che il fenomeno fosse irragionevolmente sottovalutato sia in sede investigativa che in sede giudiziaria è comunque un dato di fatto, tragicamente testimoniato dagli atti."[42]
A metà anni Settanta nell'ambito dell'estremismo nero comincia a maturare la convinzione, subito divenuta certezza, che l'attacco allo Stato costituisca l'unica maniera di portare a compimento una rivoluzione continuamente differita, nel momento in cui i tempi apparivano maturi per realizzarla, proprio dall'intervento proditorio di quegli apparati di governo con i quali gli stessi soldati politici erano in stretto contatto. Un tradimento che non poteva più essere tollerato. Una sigla dell'epoca, il FULAS (]Fronte Unitario Lotta al Sistema) dà l'esatta dimensione del fenomeno che andava maturando e che condurrà, come vedremo tra breve, alla fase dello scontro armato. Il Fronte rivendicò numerosi attentati compiuti tra Roma e la Sicilia nel 1975 e fu costituito essenzialmente per ricompattare gli ordinovisti dispersi dallo scioglimento coatto dell'organizzazione, a cui era seguito per i dirigenti il periodo buio della latitanza all'estero. Comincia a farsi strada, come si legge nello stesso documento Pellegrino, il progetto di ricercare un terreno comune a tutte le esperienze rivoluzionarie; la lotta al sistema, infatti, è diventata la questione da dirimere e chiarissima è ormai la scelta dell'opposizione violenta e risoluta contro i poteri dello Stato.
Il 10 luglio del 1976 per mano di Pierluigi Concutelli ed Enzo Ferro viene assassinato il giudice Occorsio, pubblico ministero al processo contro Ordine Nuovo che continuava a condurre fitte indagini nell'area dell'estrema destra. Il volantino di rivendicazione dell'omicidio rappresenta il nuovo manifesto ideologico dell'eversione fascista: "La giustizia borghese si ferma all'ergastolo, la giustizia rivoluzionaria va oltre. Il Tribunale speciale del M.P.O.N. ha giudicato Vittorio Occorsio e lo ha ritenuto colpevole di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica perseguitando i militari di Ordine Nuovo e le idee di cui essi sono portatori."[43] La destra in armi passa drasticamente all'azione mobilitando tutte le forze disponibili. Contemporaneamente all'esperienza del circolo Drieu La Rochelle, di cui si è detto, vengono attivati nuovi gruppi di militanti che gravitano attorno alle sezioni del Msi. E' il caso, per esempio, del movimento Lotta popolare e di "Radio contro" che a quel movimento doveva dare voce, la cui breve esperienza si snoda in pochi mesi tra il 1975 e il 1976. Lotta popolare era nato all'interno delle sedi del Msi nel quartiere romano del Prenestino; espulsi quasi subito dal partito a causa del sostegno alla linea dura che era emerso nel corso di numerose riunioni ed altrettante affissioni di manifesti in città, i militanti della formazione nera cominciarono ad incontrarsi nei locali di via Castelfidardo che in breve divenne punto d'incontro di tutto l'ambiente della base giovanile oltranzista. Nel 1978 nei pressi della sezione missina di Acca Larentia, nel quartiere Tuscolano, Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti vengono uccisi dai sedicenti Nuclei armati per il contropotere territoriale. Scoppia il caos: decine di attivisti e simpatizzanti raggiungono via Acca Larentia assieme a giornalisti e televisione. Il clima è tesissimo e i Carabinieri non riescono a contenere la rabbia dei giovani presenti; nei tafferugli che seguono le forze dell'ordine perdono completamente il controllo della situazione e si comincia a sparare da una parte e dall'altra. Cade colpito a morte Stefano Recchioni, che di anni ne ha appena diciannove, e la tragedia si consuma rapidamente. Il Movimento sociale italiano fatica ad assumere una posizione politicamente definita di fronte a fatti di tanta gravità, suscitando le ire di quanti già avevano inasprito le critiche nei confronti del partito.
Per questo Lotta popolare potè coagulare da subito le insofferenze della base, riattualizzando in fretta la matrice ordinovista della sua impostazione. "Nell'ottica della ricostruzione delle dinamiche complessive della destra eversiva di quegli anni giova mettere in luce che, anche secondo la prospettazione di Signorelli [leader indiscusso del movimento assieme a Guida, nda], Lotta popolare si muoveva (come osservò il pm nella requisitoria del procedimento relativo alla ricostituzione di Ordine Nuovo) lungo tre direttrici fondamentali: canalizzare ed aggregare i settori giovanili più oltranzisti del mondo missino, fortemente critici dell'atteggiamento morbido del partito; rivolgere un'attenzione più marcata al sociale rispetto a tesi più propriamente politiche; proporre temi populisti in funzione antiborghese e con l'intento di sollecitare le spinte ribellistiche specie degli strati sociali territorialmente `ghettizzati'; superare i particolarismi ideologici, con conseguente rifiuto di strutture rigidamente organizzate; creare, infine, poli di dibattito intesi a ricongiungere elementi rivoluzionari di diversa estrazione."[44]
E' necessario, in una parola, rivedere completamente l'intero assetto organizzativo delle originarie strutture di ]Ordine Nuovo e la frammentata galassia dell'estremismo fascista non cessa di ricomporre instancabilmente i suoi quadri strategici. E' di quegli anni la costituzione dei GAO (Gruppi di Azione Ordinovista), che sotto il controllo di Concutelli avrebbero dovuto prolungare idealmente l'articolazione militare di ON. Si tratta di strutture operative militarizzate composte da nuclei di tre persone al massimo e caratterizzati da una rigidissima compartimentazione. I GAO, che raccoglievano militanti di ON appartenuti alle formazioni romane, venete, perugine e toscane, avevano compiti di tipo terroristico (attentati ai danni di funzionari di Polizia, di magistrati o di esponenti del cosiddetto potere statale) e al tempo stesso anche propagandistico (blocco di mezzi pubblici per effettuare volantinaggi, assalto ad emittenti private) con scopi puramente dimostrativi. Concutelli viene arrestato nel febbraio del 1977 e si interrompe così bruscamente l'esperienza dei GAO. Assieme all'ordinovista, in via dei Foraggi viene ferito ed arrestato anche Renato Vallanzasca che da tempo aveva stretto rapporti con il gruppo di Concutelli; si constata in questa occasione l'esistenza di un patto di alleanza siglato tra estrema destra e crimine locale. "L'esaltazione della superiorità dell'individuo e della disuguaglianza come valore in sé, unita al disprezzo dell'altro e della vita stessa, che costituisce la valenza ideologica sottesa alla visione della realtà di tutto l'estremismo di destra, non appaiono estranei al sistema di valori dei leaders e degli appartenenti alle organizzazioni della criminalità comune, specie romana."[45] Sintonia culturale o intreccio di interessi che nasconde altre e innominabili attività? L'affiancamento strategico, chiamiamolo così, tra estrema destra e malavita - il caso della banda della Magliana resta esemplare [46] - suggerisce la presenza di una topografia ancora in parte sconosciuta di poteri territoriali, e su scala maggiore addirittura nazionali, che rappresentano la vera storia dell'Italia mai raccontata.
Perduti gli originari punti di riferimento nelle organizzazioni un tempo legali, quali erano state ON e AN, l'aggregazione interna all'estrema destra si concentra nella costituzione di poli ideologici che attingono da una o dall'altra esperienza. Le stesse persone possono appartenere a gruppi diversi contemporaneamente, fermi restando alcuni riferimenti forti che saldamente continuano a segnare il percorso, difficile e spesso pericoloso, verso la rivoluzione, o comunque la si voglia chiamare. Signorelli, Delle Chiaie, Fachini, Freda rimangono insostituibili fili d'Arianna nel labirinto di una vita quotidiana percepita ormai come angosciosa ricerca di un punto di fuga oltre il proprio stesso futuro. Cominciano in quel periodo ad emergere nuove leve che presto manifestano tutto il loro fastidio nei confronti di esperienze politiche consolidate e perciò stesso ritenute ormai improduttive. Bisogna rompere con gli schemi del passato per delineare in maniera autonoma una via concreta all'azione eversiva. E appunto "Costruiamo l'azione" si intitolala testata giornalistica di cui uscirono 6 numeri pubblicati tra fine '77 e tarda primavera del '79, su iniziativa di alcuni esponenti storici del calibro di Signorelli e Semerari e di alcuni più giovani allievi come Sergio Calore. Lo stesso Calore ha descritto le tre anime del giornale che apparentavano modi di intendere la politica e il movimento politico molto diversi tra loro: una componente classicamente ordinovista, quella di Fabio De Felice, una componente riconducibile a Signorelli e Fachini più attenta ai fermenti giovanili e una, quella dello stesso Calore e del giovanissimo Paolo Aleandri, orientata al superamento definitivo dell'ideologia fascista classica in favore di un ampliamento onnicomprensivo del disagio e del sentimento di rivolta contro le istituzioni. "In realtà" precisa Ferraresi nel suo puntiglioso lavoro di ricerca "era un gruppo (un `movimento politico') guidato da veterani di Ordine Nuovo (De Felice, Signorelli, Fachini) insieme con i membri della nuova generazione (Aleandri, Calore). Sebbene i primi giocassero un ruolo cruciale nella nascita del movimento e nel reclutamento dei militanti più giovani furono le nuove esigenze che, almeno apparentemente, prevalsero, all'insegna della `strategia dell'arcipelago'. Si rifiutò la soluzione `organizzativa' a favore di una collaborazione `nei fatti' fondata sulla scelta di obiettivi e azioni in cui numerosi gruppi potevano identificarsi. Il giornale dava voce a questa ideologia contraria a ogni rigidità strutturale pretendendo di essere non espressione di un'organizzazione politica, ma un `punto di riferimento' di `area', un locus per il dibattito e la ricerca di uno `spazio politico' che superasse gli angusti confini della destra tradizionale."[47]Li superasse talmente da poter pensare alla costituzione di un unico, compatto fronte di lotta contro il sistema assieme ai gruppi più radicali della sinistra, quelli di Autonomia Operaia. Nella primavera del 1979 "Costruiamo l'azione" organizzò addirittura, a Roma, un convegno sulla repressione al quale cercò di invitare gli Autonomi, che ignorarono l'evento facendo così fallire, in sostanza, il tentativo di accorpare due tensioni sociali e politiche di grande rottura rispetto all'ordine composto della democratica Repubblica dei partiti. Il tentativo di ricerca di consensi e di diffusione di idee verso altri ambienti che non fossero quelli che la tradizione voleva praticati rivela alcuni aspetti importanti nell'evoluzione della pratica politica dell'estrema destra di quel periodo. "Organizzare ovunque è possibile nuclei rivoluzionari di lotta al sistema." Era questa la parola d'ordine per una generazione di disillusi ancora tenacemente aggrappati alla convinzione, di evoliana memoria, che il soldato politico avrebbe dovuto resistere comunque tra le macerie dell'Occidente al tramonto. L'esperienza di "Costruiamo l'azione" si concluse a fine 1979, quando Calore e De Felice furono arrestati ed in seguito condannati. Paolo Aleandri, che era stato sequestrato da alcuni elementi più anziani del gruppo e minacciato di morte a causa dei feroci dissidi interni sull'utilizzo dei soldi provenienti da furti e rapine, finì in carcere poco dopo e su pressione degli inquirenti acconsentì a collaborare fornendo un importante contributo alla ricostruzione delle vicende dell'intera organizzazione. Assieme a Calore, divenuto anch'egli collaboratore di giustizia, Aleandri fornisce ai magistrati e alla Polizia una serie di inquietanti testimonianze sulle attività di "Costruiamo l'azione". Da un lato, dunque, come abbiamo già sottolineato, una costante tensione al "raggruppamento ideologico" trasversale per mettere insieme forze anche di segno opposto ma organicamente definibili nella loro tensione anti-sistema; dall'altro una metodologia di autofinanziamento, principalmente rapine, che mise il gruppo in condizione di avere frequenti contatti, fino alla commistione, con la criminalità comune; queste due caratteristiche essenziali di quello che sarebbe stato definito lo "spontaneismo armato" in realtà non spiegano completamente l'atmosfera politica che si respirava allora e la decisione di trasformare la propria vita in una sorta di corsa continua contro la morte, mettendo a rischio l'incolumità dei compagni di viaggio e di tutti coloro che si trovarono coinvolti loro malgrado negli episodi di violenza metropolitana di quel periodo. L'ombra della piramide, tanto per evocare un'immagine spesso utilizzata per rappresentare almeno una parte del potere occulto che ha governato l'Italia a partire dal 1948 in poi, riappare nelle mezze luci di anni che sembrano così lontani.
"Aleandri (che all'epoca era poco più che adolescente) sostenne che De Felice lo aveva incaricato di tenere i contatti con Licio Gelli, aggiungendo di essersi più volte trovato nell'anticamera di Gelli, all'Excelsior di Roma, a fianco di personaggi come il generale Miceli e Ortolani, e di aver visto un ministro della Repubblica fare anticamera per sottoporre al Venerabile le bozze di un decreto economico [...]. Più tardi, `vi fu addirittura un diverbio molto duro tra me e De Felice [...] In presenza di Semerari, di Fachini e Signorelli, chiese nuovamente di amministrare i proventi delle rapine e disse a Calore che lui ed io eravamo dei ragazzini irresponsabili e che era vero quanto gli contestava Calore e cioè che loro [...] stavano tentando l'operazione di salvataggio del costruttore Genghini, per riceverne riconoscenza dagli ambienti politici legati al costruttore. Fu a questo punto che in me e Calore iniziò una riflessione seria sui rapporti tra noi ed il gruppo di De Felice e tra questo e Gelli e su una ipotesi di una nostra strumentalizzazione inconsapevole ad opera di De Felice [e non come sempre assicurato da De Felice, una strumentalizzazione di Gelli da parte nostra]"[48] Esponenti dei servizi segreti (addirittura il generale Miceli direttore del Sid, Servzio informazioni difesa, dall'ottobre 1970 al luglio 1974), finanzieri dalla dubbia reputazione (Umberto Ortolani, attivo collaboratore di Gelli, a sentire la rivista "Maquis" addirittura ex agente del controspionaggio militare italiano [49], ha per lungo tempo prestato la sua preziosa opera di consulente in Argentina, dove è presto diventato anche proprietario del Banco Financiero Sudamericano), ministri della Repubblica: è questo l'incredibile mondo dentro al quale si muove il diciottenne Aleandri, tutto impregnato di sacro furore rivoluzionario o, forse, di un più prosaico stato di incertezza e malessere personale. Ma ciò che davvero scuote le certezze del ragazzino-guerriero, che aveva perfettamente compreso i disegni poco limpidi e gli strumentali interessi politici del tutto estranei a qualsiasi progetto di destra rivoluzionaria, è la campagna di attentati che era stata minuziosamente preparata per quell'anno. Il conflitto stava assumendo proporzioni inaspettate.
L'innalzamento del livello dell'attacco avvenne attraverso la costituzione di una sorta di braccio armato di "Costruiamo l'Azione" cui appartenevano gli elementi più decisi della rivista. Fu chiamato Movimento Rivoluzionario Popolare (MRP) e realizzò due campagne principali di attentati, una nel 1978 ed un'altra nel 1979. Secondo la testimonianza di Calore in Corte d'Assise a Bologna, la prima campagna fu progettata di Massimiliano Fachini con il preciso intento di verificare una certa disponibilità generale da parte dei camerati più impazienti e certamente più riottosi, a mettere in atto una strategia specificamente rivolta contro i simboli del potere dello Stato. "Gli attentati non dovevano essere rivendicati, al fine di `diffondere le nostre idee anche in circoli che avrebbero potuto rifiutarli se ne avessero saputa la provenienza'. Ebbe successo: `in un paio di mesi, noi come gruppo realizzammo direttamente una quindicina di attentati al massimo, ma in realtà ne furono compiuti da altri gruppi che si accodarono alla campagna [...] almeno una sessantina. Quindi sostanzialmente verificammo la disponibilità di un certo tipo di area di seguire delle direttive che arrivavano anche in maniera così indiretta'."[50]
La seconda campagna partì all'inizio della primavera dell'anno successivo, e questa volta con la rivendicazione MRP per ogni singolo attentato e l'utilizzo nell'intestazione dei volantini del logo con mitra e vanga incrociati. Il 20 aprile una carica esplosiva deflagrò davanti al portone della sala consigliare del Campidoglio; il 15 maggio circa 55 chili di potente esplosivo vennero fatti brillare nelle vicinanze del carcere di Regina Coeli; il 4 maggio davanti al Ministero degli Esteri un'altra carica esplode fortunatamente senza recare danni a persone; il 20 maggio un'auto imbottita di dinamite venne parcheggiata nei pressi del Consiglio Superiore della Magistratura in occasione di un raduno internazionale degli Alpini organizzato nella piazza antistante: si tratta dell'attentato più grave approntato da questo piccolo gruppo di giovani terroristi e resta anche l'episodio più controverso nella memoria dei testimoni. "L'esplosione era stata originariamente progettata in ora notturna, quando la piazza sarebbe stata deserta; non è chiaro chiaro chi e perché spostò l'ora della deflagrazione. Uno degli attentori (M. Iannilli) affermò di aver posto alcuni pezzi di cartoncino fra i contatti del timer, allo scopo di impedirne il funzionamento. Ma nessun cartoncino fu trovato dagli investigatori, e, in effetti, il ]timer scattò non appena la polizia lo mise in funzione. Questo più l'enorme quantità di esplosivo impiegato, convinsero la Corte che non si trattava di un semplice gesto dimostrativo."[51] L'episodio dello spostamento dell'ora dell'esplosione, che ci avrebbe fatto ricordare oggi anche la strage del 20 maggio in aggiunta alle numerose altre che hanno tragicamente segnato la storia del nostro paese, e il fatto stesso che l'operazione sia poi in qualche modo rientrata evitando un vero e proprio spargimento di sangue, spingono alcuni militanti, tra cui Aleandri, a ripensare lungamente al significato del loro coinvolgimento politico ed ideologico in una battaglia che appariva sempre più diretta dall'esterno, da forze oscure che nulla avevano a che vedere con la missione, impossibile e per questo affascinante nella sfida che lancia, del soldato politico pronto a battersi contro il potere costituito.
"Costruiamo l'Azione" e il suo braccio armato, MRP, si mossero dunque sul versante che conduce un'esperienza di movimento, con una base intellettuale che si poteva presumere consistente, allo spontaneismo armato di sapore rivoluzionario per il quale il gesto dimostrativo non aveva alcun legame, e non poteva averlo per definizione del resto, con il disegno stragista. Ma l'infiltrazione di occulte strategie di controllo, così come ampiamente dimostrato dalla storia cinquantennale della Repubblica e da centinaia di faldoni processuali, non smetteva di costruire e ricostruire la composizione ambigua dei gruppi dell'estrema destra orientandoli ad azioni finalizzate alla logica del colpo di Stato permanente. Una linea sottile di continua destabilizzazione che condusse al terribile evento della bomba alla stazione di Bologna e segnò irrimediabilmente quegli anni, convincendo molti a radicalizzare ancora di più il rifiuto verso forme di organizzazione che non implicassero una diretta ribellione autonoma, e marcatamente individuale, una violenza liberatoria e autodistruttiva. E solo questa violenza sembrava poter affrancare le coscienze, frammentandosi in decine di esperienze diversificate ed incoerenti che traevano forza proprio dalla loro incapacità di essere compiutamente definite.
"`Sono e mi chiamo Fioravanti Giuseppe Valerio, nato in data 28-3-1958 a Rovereto (TN), residente a Roma in via del Tritone nr. 94, celibe, diploma di maturità scientifica, studente, già condannato'. Alle 16,45 del 7 febbraio 1981, nell'ospedale civile di Padova, comincia il primo interrogatorio di Giusva Fioravanti davanti al procuratore di Padova Aldo Fais e al sostituto procuratore Vittorio Borraccetti."[52] Figura emblematica degli anni dello spontaneismo armato, Fioravanti rappresenta l'anima tormentata, e nerissima, dell'ultimo neofascismo di marca guerrigliera. Assieme al fratello Cristiano, a Francesca Mambro, inseparabile compagna di vita ed altrettanto determinata ed aggressiva militante di trincea, ad Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi ( che verrà ucciso durante la rapina all'armeria Centofanti di Roma, nel marzo del 1978) Giorgio Vale, Gilberto Cavallini, Giuseppe Valerio diede vita ai NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), una sigla coniata dalla stessa Mambro con il dichiarato intento di un suo ampio utilizzo da parte di chiunque avesse voluto riconoscersi in una posizione rivoluzionaria ed anti-sistema. "E in effetti numerosi gruppi, unità, o anche semplici aggregazioni estemporanee ne fecero uso per rivendicare un'infinità di azioni in tutto il paese, pur restando Roma l'epicentro del fenomeno. La loro escalation è impressionante: vi furono 29 attentati rivendicati nel 1978, 43 nel 1979, 32 nei primi sei mesi del 1980."[53]
Per raccontare coerentemente la storia del poco più che ventenne Giusva e della banda di temibili profeti del terrore che gli stava attorno, è utile riportare le dichiarazioni rilasciate da Fioravanti nel 1989 dinanzi alla seconda Corte d'assise d'appello di Bologna: "Le nostre capacità militari erano molto cresciute, il nostro esempio era stato seguito, e ci faceva piacere, era giusto che la ribellione fosse violenta e il più diffusa possibile. Ma era sciocco e particolarmente brutto che tutto questo si limitasse allo spararci tra ragazzi di 18, 19, 20 anni. Si creò così il problema di come costringere l'ambiente ad una inversione di tendenza, ma questo era difficile, perché noi ci siamo sempre battuti per `degerarchizzare' i nostri gruppi: non volevamo che i ragazzi della nostra età dipendessero dalle direttive di partito o dai libri di filosofia, volevamo che ognuno ragionasse con la propria testa. Ma occorreva perseguire l'obiettivo di finirla con gli scontri tra opposti estremismi giovanili.
Questa esigenza che nasceva in me, Cristiano, Francesca e Alessandro, era stata prospettata già da diversa gente (Franco Freda, Sergio Calore, Paolo Signorelli), ma in noi derivava da una considerazione etica, umana, affettiva, mentre per gli altri era un'esigenza tattica, di strategia, studiata a tavolino. Noi avvertivamo sul piano umano e sentimentale l'incongruenza del lottare fra giovani, ma c'era chi in altri gruppi prospettava la stessa necessità su una piattaforma strumentale. [...]
Sembra contraddittorio, ma si riproponeva lo stesso schema del rapporto fra me e mio fratello: dovevamo dimostrare che se volevamo il sangue altrui eravamo capaci di sparare, che se si voleva continuare ad ammazzarci tra noi, a livello di macellai, eravamo in grado di farlo. [...]
Il messaggio verso destra era che dovevano finire le sparatorie del sabato sera, fatte da gente che faceva male al prossimo solo per poterlo raccontare al bar, alle ragazze o in discoteca. Chi era in grado di impegnarsi più seriamente ci avrebbe seguito, e si sarebbe così operata una `scrematura'. A quel tempo l'obiettivo era la borghesia: i cialtroni avrebbero dovuto essere spiazzati dal nostro salto di qualità, e si sarebbe così emarginata la componente più teppistica dell'ambiente." [54]
Dunque, nei ricordi di Fioravanti che si andavano lentamente svolgendo davanti ai magistrati, l'esperienza dei NAR appare il prodotto schietto di una ribellione maturata per strada, di un malessere diffuso che aveva attecchito negli strati sociali della media e alta borghesia romana, incline a riconoscere come obiettivo addirittura il proprio stesso ceto. Frutto di un'esigenza che maturò da considerazioni "etiche, umane, affettive", la lotta armata contro il sistema - quasi mai si identifica nello Stato il vero nemico, la conflittualità sembra potersi, e doversi, esprimere nel rifiuto radicale addirittura di un'intera cultura e di un intero modo di vivere - è espressione al tempo stesso della potenza individuale che richiama il sangue come vincolo del rapporto, perverso ma necessario, che stabilito con l'altro da sé in quanto avversario, e dell'impellenza al ricorso ad una vera e propria linea di fuoco non tanto per imporre un nuovo ordine sociale ma piuttosto per sradicare violentemente quello presente, un mondo che non si capisce più; davvero le rovine fumanti dell'occidente al tramonto sulle quali veglia il soldato politico evocato negli scritti di Evola molti anni prima.
Tuttavia non andò esattamente così e lo stesso Fioravanti ne è probabilmente ben consapevole. Cito testualmente da un lavoro di Gianni Flamini che è la ricostruzione attenta e straordinaria, per completezza di particolari, di un intero periodo della nostra storia nazionale ancora pieno di ombre che oscurano la verità, nonostante essa giaccia appena oltre la linea di visibilità tracciata davanti al nostro sguardo per impedirci di conoscere: "Il movimento nazionalrivoluzionario è in via di grande potenziamento organizzativo, quella dei NAR risulta essere una delle sue molte sigle. Scriverà a suo tempo il pubblico ministero di Roma Pietro Giordano: `Centro gravitazionale della complessa attività politica eversiva è stata la sede del FUAN sita in via Siena a Roma, intorno alla quale, nella medesima città e in altre del territorio nazionale, gravitavano poli di sovversione diversi ma collegati...Un'organizzazione articolata in gruppi i quali, pur mantenendo una formale autonomia strutturale e operativa, agivano nel comune intento di porre in essere una capillare azione di violenza e intimidazione ai fini di terrorismo ed eversione dell'ordinamento politico. Tra tali gruppi si era instaurato un perenne contatto, non solo sul piano ideologico e politico ma anche sul piano strettamente operativo, essendo invalsa una ripetuta prassi di interscambio di uomini e mezzi, talora spinta al punto di realizzare una convergenza con altri movimenti politici - pur sempre omogenei sul piano ideologico - come ad esempio Terza Posizione o Avanguardia Nazionale."[55] Si trattava, insomma, di un'organizzazione vasta e articolata i cui centri più attivi risultavano essere il Lazio e il Veneto, particolare quest'ultimo che a distanza di oltre vent'anni è stato ampiamente confermato dall'inchiesta del giudice Salvini sulla strage di Piazza Fontana. Una sorta di federazione di gruppi, non tutti necessariamente armati, che hanno alle spalle un'unica regia, la stessa che riportava in sé la memoria di un passato mai scomparso, come abbiamo cercato di dimostrare in queste pagine. "I `soldati politici' che ne fanno parte" continua Flamini "provengono spesso, tralasciando la diffusa militanza nel MSI, da vecchi gruppi terroristici come Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, che hanno di nuovo stabilito un'alleanza operativa. Non a caso proprio in questo momento Ordine Nuovo ripropone la propria firma in calce a documenti definiti `fogli d'ordini'."[56] Il primo foglio d'ordine è datato marzo 1978 e può essere ritenuto, senza stabilire inutili quanto gratuite analogie, una risoluzione strategica dell'estremismo nero dell'epoca. Flamini utilizza, a tale proposito, gli "Atti del Tribunale penale di Rovigo": "A oltre 4 anni dallo scioglimento, 4 anni densi di persecuzioni e di lotte, il Movimento politico Ordine Nuovo ha dimostrato di saper portare avanti, anche nelle condizioni difficili della clandestinità, la rivoluzione culturale e politica iniziata 30 anni or sono...Il mito del MPON è più forte che mai...[...] Gli spacciatori di droghe ideologiche democratiche, e di marxismo in particolare, hanno il compito di instupidire e castrare i nemici potenziali del sistema...Dobbiamo prendere piena coscienza che siamo i portatori del seme prezioso da cui sorgerà, sulle rovine del mondo borghese-marxista, la nuova civiltà. Ma, convinti che la miglior difesa sia l'attacco, [corsivo mio, nda] dobbiamo chiamare a raccolta tutte le forze disponibili per attaccare il sistema. Solamente un nuovo blocco storico potrà essere capace di portare avanti la rivoluzione culturale, politica, sociale, necessaria a contrastare il tentativo trasformista di stabilizzazione e di conservazione del sistema posto in essere con il compromesso storico...Si deve riconoscere negli autonomi una potenziale forza antisistema...E' opportuno seguire con attenzione il fenomeno, evitare lo scontro diretto, partecipare con sigle differenziate a iniziative comuni...La lotta armata è la sola garanzia contro i campi di concentramento di Dalla Chiesa e il confino di Cossiga."[57] Questo ed altri documenti furono sequestrati dalla Polizia di Rovigo, durante la perquisizione dell'appartamento di Gianluigi Napoli, neofascista dichiarato. Al processo intentato a suo carico il camerata veneto verrà assolto poiché "l'accertamento della provenienza tipicamente fascista dei documenti sequestrati a Napoli non è sufficiente per poter affermare che egli appartenga all'associazione...La semplice coincidenza delle proprie idee con quelle di Ordine Nuovo non costituisce reato..."[58]
L'atmosfera di allora pare commentarsi da sola. Da una parte una direzione strategica con un progetto militare di attacco frontale alle istituzioni e dall'altra la sostanziale impunità riservata ai militanti della destra radicale, di cui Napoli è l'esempio certo meno famoso: in questo quadro politico e sociale si muove Giusva Fioravanti con i suoi. E non è il solo.
Già in attività fin dal 1977, nella famosa sede di via Siena 8, l'originario gruppo FUAN (Fronte Universitario di Azione Nazionale) da cui presto nasceranno i NAR, non è l'unica espressione del disagio dei giovani fascisti del '77 e del più ampio schieramento che adombrava una strategia di azione ben più allargata. Anche Terza Posizione prende corpo come gruppo e come testata all'inizio del 1979, dopo alcuni attentati rivendicati l'anno precedente con lo stesso simbolo. I leaders di TP sono Roberto Fiore (fondatore ed animatore della formazione di estrema destra Forza Nuova, di cui ampiamente dirà Claudia Cernigoi nel suo saggio) e Gabriele Adinolfi. L'organizzazione che, come si è detto, pubblicava con lo stesso nome un giornale, raccoglieva l'eredità del gruppo Lotta Studentesca, in quel periodo ormai scomparso, che aveva fatto riferimento a Paolo Signorelli, ideologo rappresentativo della destra estrema. TP poteva contare sull'appoggio anche di Franco Freda ed aveva sicuramente stretti rapporti con i vecchi militanti di Avanguardia Nazionale; si sarebbe detta, infatti, una delle tante microstrutture attivate per meglio servire la causa della rivoluzione nazionalpopolare. "Né con Marx, né con la Coca Cola", potremmo riassumere citando uno slogan che andava per la maggiore sui muri di alcune città italiane. Terza Posizione rivendica l'assoluta estraneità ideologica rispetto "al fronte rosso e alla reazione", per usare la loro stessa terminologia, a favore di una guerra, o guerriglia che fosse, serrata contro le strutture repressive dello Stato con particolare attenzione all'interessante vivaio rappresentato dalla scuola, che fu in effetti terreno propizio di reclutamento. In una prima fase della vita del gruppo, a seguito di un serrato e difficile dibattito interno sull'alternativa organizzazione o spontaneismo, prevalse l'idea per la quale lo scontro generalizzato proposto ed attuato dai NAR non poteva risolvere nell'immediato uno scontro che soltanto una scelta unitaria avrebbe potuto concludere vittoriosamente.
"Il livello complessivo del dibattito era abbastanza elementare, al di là dei rituali e più o meno precisi riferimenti ad Evola, come del resto ci si può aspettare da un'organizzazione in cui la maggior parte dei membri erano poco più che adolescenti.
Terza Posizione si diffuse con straordinaria rapidità. Benchè attivo soprattutto a Roma, il movimento ebbe un'organizzazione a livello tendenzialmente nazionale, con basi nel Nord e nel Triveneto, nelle Marche, Umbria, nel Sud e in Sicilia. La cellula elementare era il cuib (nido) un termine che riprendeva il nome della struttura di base della Guardia di Ferro."[59]
All'interno del gruppo "legale", quello che ufficialmente poteva presentarsi alle iniziative pubbliche, partecipando a dibattiti o semplicemente diffondendo idee e materiali, esisteva una struttura occulta, il nucleo operativo, così era chiamato, completamente clandestino, che aveva il compito di provvedere alla raccolta di armi e di sussidi finanziari utilizzando la consueta tecnica delle rapine e dei furti. Ma non era tutto: "A un più alto e segreto livello vi era la `Legione' (ancora Codreanu), `l'aristocrazia dell'aristocrazia', che avrebbe dovuto diventare la classe dirigente dopo la vittoria della rivoluzione. Il leader carismatico della Legione, Peppe Di Mitri, personaggio con illustri trascorsi per furti e rapine, era stato figura eminente in AN e stretto collaboratore di Delle Chiaie, il che ha indotto molti osservatori a postulare uno stretto rapporto fra le due organizzazioni (addirittura che TP fosse una mera filiazione di AN)."[60] Per portare a compimento la rivoluzione era necessario che i giovanissimi militanti fossero educati alla ribellione ed alla illegalità diffusa: si sarebbe resa indispensabile, a tal fine, una struttura di comando che fosse realmente capace di dare voce all'ideologia dell'organizzazione e di selezionare gli elementi migliori per costituire quel ristretto gruppo di "eletti" destinati a conquistare il potere. Nel corso del 1979 si tenta davvero di raggiungere almeno una parte degli obiettivi prefissi, ampliando ed aumentando i nuclei sul territorio ed occupando, materialmente, i luoghi fisici dello spazio cittadino che si intendeva conquistare - scuole, quartieri - senza alcun riguardo per tutti coloro che potevano essere considerati nemici della causa. "Alla fine degli anni settanta TP poteva contare su alcune migliaia di militanti e simpatizzanti nella sola Roma, in particolare nelle scuole delle classi medio-alte."[61]
Percorsa in senso verticale e trasversale da un'ideologia combattente che non conosce soste, Terza Posizione esalta la centralità del momento operativo, l'atto del combattere come dimensione appagante per il legionario, la massima valorizzazione del guerriero e del capo in particolare e la combinazione, necessaria quanto può essere l'acqua per placare la sete, tra obbedienza ed azione individuale. La Commissione parlamentare per il terrorismo ripropone alcuni brani significativi di un documento redatto da TP che si intitola "Posizione teorica per un'azione legionaria": "Tenere presente sempre, in ogni istante, che le gerarchie nascono sul campo e non a tavolino, che un ordine è una cosa seria e non un moto di presunzione. Che obbedire ad un ordine dato da un capo squalificato è disonorevole e disdicevole per chiunque. Credere nella gerarchia, degli uomini e dei valori, è cosa troppo seria ed importante per dare via ad una scimmiottatura del concetto. Meglio l'anarchismo di destra - secondo l'indicazione evoliana di cavalcare la tigre, in cui ognuno lotta per se stesso, per qualificarsi esistenzialmente - che scimmiottare il fascismo o il nazionalsocialismo senza capi degni di questo nome...L'azione non ha da essere né lecita né illecita, semplicemente queste sono categorie a noi estranee dalle quali bisogna prescindere. L'azione ha da essere giusta, ha da essere qualificante e trascinante."[62]
Sollecitare il ribellismo movimentista, cercando di irregimentarlo in un'organizzazione verticistica con fortissime connotazioni militari: sembra questo il punto d'arrivo della strategia di TP. Il progetto è destinato a fallire molto presto: a Roma, il pomeriggio del 14 dicembre 1979, Giuseppe Di Mitri, detto Peppe, Roberto Nistri, rispettivamente leader carismatico indiscusso della Legione e capo militare del "nucleo operativo", e Alessandro Montani vengono intercettati e catturati dagli agenti della Digos mentre stanno scaricando una cassa di cartone piena di bombe a mano davanti al seminterrato del civico 130 di via Alessandria. "All'interno del seminterrato gli agenti rinvengono parecchio materiale: divise da ufficiali dei carabinieri e della finanza, fucili winchester, esplosivo al plastico e polvere nera, carte d'identità, patenti rubate e volantini propagandistici."[63]
L'arresto dei due elementi di spicco di TP, attorno ai quali si raccoglievano gli altri militanti, determina uno stato irreversibile di crisi. Fiore e Adinolfi, tutt'altro che uomini d'azione, si vedono costretti ad affidare il "nucleo operativo" al giovane Giorgio Vale che si è distinto per capacità e determinazione in precedenti azioni al fianco di Nistri. Vale si sostituisce rapidamente ed efficacemente al suo precedessore all'interno del braccio armato di TP; sotto il suo comando l'attività criminosa diventa metodo: rapine in banca e furti nelle abitazioni di facoltosi professionisti fruttano in pochi mesi a TP più di settanta milioni. "Giorgio Vale cura personalmente la preparazione degli altri componenti del nucleo operativo - perfettamente a suo agio nel ruolo di capo legionario - organizza campi paramilitari dove allena gli altri terroristi con lunghe marce e con esercitazioni al tiro con le armi. Così per alcuni mesi, dalla fine del '79 all'inizio dell'estate dell' '80, Terza Posizione continua a far proseliti e l'attività illegale del nucleo operativo si sviluppa e si estende riuscendo ad assicurare all'organizzazione abbondanti mezzi finanziari: apparentemente le due anime del movimento, quella militarista e quella movimentista, sembrano convivere indispensabili l'una all'altra."[64]
Ma è soltanto apparenza. Proprio in quell'estate romana si consuma lo scontro definitivo tra opposte "visioni del mondo". Il nucleo operativo di Vale abbandona TP e si fonde con i NAR di Fioravanti, dando vita ad un sodalizio destinato a procurare altre violenze ed altri lutti. La vittoria della prassi spontaneista, in realtà, non fa che accelerare la decomposizione della lotta armata neofascista che si concluderà appena qualche mese più tardi, siamo nei primi giorni del febbraio '81, con l'arresto di Fioravanti nei pressi del canale Scaricatore alle porte di Padova. Una stagione breve, intensa, costellata di sparatorie e guerriglia metropolitana: i Nuclei Armati Rivoluzionari vivono intensamente l'ultima epopea della rivoluzione mancata, anche se sanno che tutto sta per finire e che Polizia e Carabinieri incalzano. Insieme a Giusva i NAR avevano già ucciso due agenti di pubblica sicurezza, Arnesano ed Evangelista (febbraio e maggio 1980) e il giudice Amato (giugno 1980), materialmente colpito a morte da Cavallini con l'aiuto di Vale, che indagava sulle trame dell'estrema destra. Nel frattempo erano cominciate le faide interne: accusati di aver abbandonato gli altri camerati al loro destino ed alla repressione degli apparati dello Stato, i dirigenti di TP, in particolare Fiore e Adinolfi colpevoli di essere i principali responsabili della sconfitta e del tradimento di ogni causa rivoluzionaria, diventano bersaglio dell'epurazione interna. La prima vittima è Francesco Mangiameli, capo di TP in Sicilia assassinato nel settembre del 1980 dai fratelli Fioravanti e da Giorgio Vale. La figura di Mangiameli è particolarmente interessante perché ci conduce direttamente al tragico episodio della strage di Bologna, della quale Fioravanti fu accusato di essere l'esecutore materiale. "Poco dopo la strage [...] il maggiore Amos Spiazzi dichiarò in un'intervista di essersi introdotto, su incarico dei Servizi, negli ambienti della destra eversiva, incontrando tale `Ciccio', descritto come l'uomo investito da Delle Chiaie del compito di coordinare gli sparsi gruppi neofascisti a Roma; il loro progetto prevedeva la realizzazione di un grande attentato terroristico. [...] `Ciccio' era Mangiameli." [65] La Corte d'Assise di Bologna, tuttavia, ritenne più plausibile il fatto che Fioravanti avesse deciso l'eliminazione dello scomodo camerata per essersi appropriato dei fondi del movimento, escludendo così il collegamento con la strage. Come si apprenderà qualche anno dopo, i cospicui autofinanziamenti dei NAR-Terza Posizione finirono nelle mani di Roberto Fiore che riparò con la cassa in Inghilterra sul finire degli anni Ottanta, investendo il denaro in attività imprenditoriali che lo fecero presto diventare molto ricco. Talmente ricco da poter costituire e sostenere negli anni Novanta l'organizzazione nota con la sigla Forza Nuova.
L'omicidio di Mangiameli poteva anche avere altre ragioni. "Secondo Cristiano Fioravanti, Mangiameli fu ucciso anche perché aveva partecipato all'incontro in cui si era concordato l'omicidio di Piersanti Mattarella, l'uomo politico sicilaino che si era scontrato con gli interessi della mafia e degli ambienti politici a essa vicini."[66] Oscuri personaggi ed oscuri avvenimenti si addensano nel nuovo decennio che avrebbe preluso alla drastica sconfitta dell'estremismo nero nella sua versione di falange combattente. Resta da chiarire veramente se l'ultima esplosione in mille schegge impazzite dello spontaneismo armato abbia servito in realtà gli interessi di lobbies di potere che proprio in quel contesto storico andavano sfidandosi.
Dopo Mangiameli fu la volta di Luca Perucci, considerato un infame delatore, "giustiziato" nel gennaio del 1981. In Aprile, a due mesi dall'imprigionamento di Giusva, Cristiano Fioravanti venne catturato e decise di collaborare, consentendo agli investigatori di ricostruire l'attività del gruppo e di chiudere ancora di più la rete intorno agli ultimi sopravvissuti. La mattina del 21 ottobre 1981 Francesca Mambro, Alibrandi, Vale, Cavallini, Soderini e Sordi attendono ad Acilia, lungo la strada che collega il piccolo centro urbano laziale con la via Ostiense, l'automobile di Francesco Straullu (quel giorno guidata dall'agente Di Roma), uno degli uomini degli Digos maggiormente impegnati in quel periodo nelle indagini sul terrorismo di destra romano. "Più che un'esecuzione è un massacro. L'efferatezza del crimine è racchiusa nelle parole del medico-legale: `La morte di Straullu è stata causata dallo sfracellamento del capo e del massiccio facciale con spappolamento dell'encefalo, quella del Di Roma da ferita a carico del capo con frattura del cranio e lesione del cervello. [...] Francesca Mambro aveva il compito di prendere le armi dalla macchina della Digos, ma Sordi e Alibrandi la fermano prima che si avvicini alla Ritmo, `perché lo spettacolo che si era presentato dopo il colpo di grazia era davvero orribile'; Cavallini invece doveva infilare nel petto del capitano Straullu una lancia appositamente comprata in un negozio di Roma, per rendere ancor più emblematica l'esecuzione, ma gli fu impossibile perché il cadavere del poliziotto era finito sotto il sedile dell'auto."[67] Ossessivi rituali di morte e polverizzazione delle coscienze: sono questi i NAR che si avvicinano consapevolmente alla morte purificatrice che attende il soldato politico. "[...] non abbiamo né poteri da inseguire né masse da educare; per noi quello che conta è rispettare la nostra etica per la quale i Nemici si uccidono e i traditori si annientano. La volontà di lotta ci sostiene di giorno in giorno, il desiderio di vendetta ci nutre. Non temiamo né di morire né di finire i nostri giorni in carcere; l'unico timore è quello di non riuscire a far pulizia di tutto e di tutti, ma statene certi, finchè avremo fiato, non ci fermeremo."[68]
La china verso la sconfitta, amara e definitiva, è ripidissima. Nel dicembre 1981 cade in uno scontro a fuoco Alessandro Alibrandi, ritornato da pochi mesi a Roma, dopo un soggiorno di addestramento in Libano, allo scopo di rilanciare la lotta rivoluzionaria. Francesca Mambro viene ferita e catturata nel corso di una rapina in banca nel marzo dell' '82, durante la quale muore accidentalmente il passante Alessandro Caravillani, un ragazzo di appena sedici anni. Due mesi dopo Giorgio Vale si suicida, sparandosi un colpo alla tempia, per evitare la cattura; Walter Sordi cade nelle mani della Polizia nello stesso anno e nel settembre del 1983 viene arrestato Cavallini. Nonostante un tentativo degli esuli londinesi di TP per riassumere il controllo della situazione, fallito immediatamente, la tragica esperienza dei combattenti nazionalrivoluzionari poteva dirsi conclusa.
Eppure, l'ideologia di Terza Posizione sarebbe ampiamente sopravvissuta a se stessa, riattualizzando negli anni Novanta percorsi politici che appartengono ancora al nostro presente. Roberto Fiore, che abbiamo visto ricomparire nel piccolo schermo in occasione dell'ultima tornata elettorale del maggio del 2001, rivendica uno spazio delle idee che riporta direttamente agli anni in cui TP aveva assunto il ruolo di matrice ideologica non tanto dello spontaneismo armato, fenomeno come abbiamo visto dalle debolissime radici teoriche, quanto del filo nero che tiene legati assieme i capisaldi della dottrina fascista del dopoguerra.
"Mentre declinava il conflitto sociale, il sistema politico nel suo complesso si adattava a nuovi equilibri, in cui la sinistra assumeva una posizione più marcatamente difensiva rispetto a quella degli anni Settanta. Il PCI aveva perduto parte della sua forza elettorale (quattro punti percentuali fra il 1976 e il 1979, che sarebbero diventati quasi dieci nel 1987), il che aveva indebolito la sua richiesta di accesso al governo; il PSI prendeva sempre più le distanze dal PCI, e ne fu ricompensato, nel 1983, con l'accesso alla presidenza del Consiglio [governo Craxi, nda]. Il movimento operaio, stretto nelle morse dell'inflazione, delle ristrutturazioni tecnologiche e delle divisioni fra le principali confederazioni sindacali, fu costretto a moderare le sue rivendicazioni. Il riflusso si affermava come la cifra politica e sociale degli anni ottanta, rassicurando l'opinione pubblica conservatrice. [...]
Divenuta ormai superflua la strategia della tensione, i suoi protagonisti rientravano nell'ombra, da cui ci si guardava bene dal toglierli [...]."[69]

Futuro anteriore
23 dicembre 1984, poche minuti dopo le diciannove. "Due bombe contenute in altrettante valigie, collocate da uno sconosciuto nel corridoio della quintultima carrozza, di seconda classe, del rapido 904 Napoli-Milano, stipato di 602 viaggiatori, esplodono al sesto chilometro della galleria dell'Appennino, fra Firenze e Bologna. 16 morti e 180 feriti. Poteva essere una carneficina, potevano morire tutti. Il treno merci 52393 aveva appena incrociato in galleria il rapido 904. Qualche istante di anticipo nello scoppio e i morti sarebbero stati centinaia. Il cronista de La Nazione riferisce: 'E' stata una bomba piazzata in modo terribilmente esatto.'"[70] La strage del treno 904, che segna, a detta di numerosi commentatori, l'ultima tappa della strategia della tensione prima di un riflusso dell'eversione fascista verso tempi di relativa tranquillità, è soltanto il culmine di una serie di inquietanti episodi accaduti negli anni precedenti.
Quando gli atti relativi alla cosiddetta "strage di Natale" vengono trasmessi a Firenze, unendo assieme più inchieste giudiziarie sugli attentati ferroviari in Toscana dal 1974 al 1983, il quadro complessivo dell'intera vicenda finisce per delinearsi fin da subito con una certa chiarezza. E' lo stesso sostituto procuratore Vigna, che assieme al giudice Minna è titolare dell'indagine, a dirlo senza tanti preamboli: "`Basta leggere la relazione Anselmi per comprendere il rapporto fra attentati e P2' (]Il Messaggero del 29 dicembre '84). Fra documenti raccolti ve n'è uno di interesse decisivo da cui si apprende che un `vertice' di Ordine Nuovo, svoltosi in Toscana agli inzi del 1974, e di cui solamente adesso i giudici hanno avuto notizia, era uscita l'esplicita decisione di sferrare attacchi contro le linee ferroviarie."[71] In un manoscritto sequestrato ad un altro emblematico rappresentante della destra radicale italiana, Mario Tuti, di cui ampi stralci vengono pubblicati ne L'Espresso del gennaio 1985, si afferma infatti: "Ricapitolando quindi, per un'azione rivoluzionaria di guerriglia... Il territorio della nazione è percorso longitudinalmente da una ininterrotta catena di montagne...sarà facile provvedere alla interruzione delle comunicazioni ferroviarie attraverso i due versanti dell'Appennino, mediante opportuni sabotaggi di ponti, viadotti e gallerie, arrivando alla paralisi economica dello Stato [...]"[72]
Effettivamente, come è abbastanza facile dimostrare, gli attentati alle linee ferroviarie furono numerosi in quegli anni. [73] La cellula neofascista ]Fronte Nazionale Rivoluzionario era stata attiva nella seconda metà degli anni Settanta proprio nella zona dell'aretino: assieme a Luciano Franci, Pietro Malentacchi, Giovanni Gallastroni, Marino Morelli, Augusto Cauchi, l'insospettabile geometra di Empoli, Mario Tuti aveva organizzato un gruppo di agguerriti soldati politici pronti a dare la vita per la causa. Nel gennaio 1975 Franci e Malentacchi vengono intercettati mentre si apprestano a compiere un attentato ad Arezzo; in occasione dell'arresto la Polizia rinviene anche una sorta di proclama scritto: "Pronto! Parla il Fronte Nazionale Rivoluzionario! Questa notte il commando Carlo Martello ha fatto saltare con circa 11 kg. di cheddite il Palazzo del Commercio sito in viale Giotto Arezzo. Vi avvertiamo che non è il solo attentato alle istituzioni del regime demo-borghese. Altri sono stati fatti; in escalescion ne verranno consumati tanti altri..."[74] Il giorno successivo, 24 gennaio, il brigadiere Falco e gli appuntati Ceravolo e Rocca si recano in casa di Tuti per un controllo. Mario Tuti: fino a quel terribile giorno un grigio impiegato del comune con la passione delle armi e della arti marziali; un fascista con un forte senso del sociale che sembrava si accontentasse soltanto di chiaccherare molto. Ma quella sera il sospetto che la visita della Polizia fosse qualcosa di più che un semplice controllo alla sua costosa e cospicua collezione di pistole e fucili, spinge Tuti a far fuoco sui poliziotti, uccidendone due e ferendo gravemente il terzo. Fuggito in macchina verso Lucca, poi in Garfagnana, dove trova appoggi e protezioni, Tuti approda sulla Costa Azzurra dove rimane in libertà fino al luglio del 1975. Nel mese di maggio la magistratura italiana lo aveva condannato all'ergastolo per duplice omicidio e il 26 agosto il tribunale di Aix en Provence aveva concesso l'estradizione. Il 13 dicembre Tuti è di nuovo in Italia e la sua storia comincia ad essere minuziosamente ricostruita. Il 26 aprile 1976 la Corte d'Assise di Arezzo lo condanna a vent'anni di carcere per i reati connessi alla sua appartenenza al FNR; il 30 novembre viene confermato l'ergastolo per gli omicidi di Empoli. E la catena di episodi criminosi imputabili al fascista toscano sembra allungarsi sempre più: si tratta degli attentati commessi nel 1974 e nel 1975 sulla linea ferroviaria Firenze-Roma e della strage dell'Italicus dell'agosto 1974 che aveva causato 12 morti e quasi cinquanta feriti. Iniziato nel novembre del 1981 il processo Italicus si conclude in primo grado con l'assoluzione di Tuti per insufficienza di prova nell'estate del 1983; soltanto tre anni più tardi, il 18 dicembre 1986, sarà condannato in via definitiva all'ergastolo. Irriducibile nemico della democrazia borghese, Mario Tuti si è proclamato prigioniero politico e per molti anni ha continuato dal carcere la sua opera di indottrinamento nei confronti dei camerati che stavano fuori. Nel 1981, insieme a Pierluigi Concutelli, ha strangolato nel carcere di Novara Ermanno Buzzi, incarcerato per i fatti relativi alla strage di Brescia [75], e sul punto di fare importanti rivelazioni al magistrato anche sul conto dello stesso Tuti.
Il Fronte Nazionale Rivoluzionario è un'organizzazione fascista che ha alcuni interessanti legami con la loggia Propaganda 2 di Licio Gelli[76]. In particolare è Augusto Cauchi ad occuparsi dei rapporti diretti con il venerabile maestro massonico; nell'aprile del 1974, ad un mese dall'attentato di Piazza della Loggia e a quattro mesi da quello dell'Italicus, Cauchi aveva incontrato Gelli nella sua villa di Arezzo. Secondo la ricostruzione agli atti dell'inchiesta giudiziaria, al terrorista nero sarebbero stati consegnati 25 milioni in contanti per finanziare l'attività del FNR. Pochi giorni più tardi Cauchi ed altri camerati acquisteranno a Rimini armi e munizioni per la stessa cifra ricevuta ad Arezzo. Il carico viene fatto proseguire fino a Spoleto dove è ridistribuito fra diversi gruppi neofascisti.
Quest'altra linea genealogica conduce direttamente ai rapporti tra estrema destra e sistema occulto. Tutti i cruenti episodi dello stragismo che è stato definito anche "strategia della tensione" appaiono collegati ad una sorta di centrale eversiva - in alcuni casi è possibile ritenere fosse la stessa P2 per dotazione di mezzi ed efficienza - che ha utilizzato i neofascisti come longa manus di un potere deciso ad autorappresentarsi con il terrore. La vicenda del treno 904 chiude la stagione delle bombe anche se l'epoca dei nuovi, o rinnovati, fascisti sembra davvero non dover mai tramontare.
Gli anni Ottanta conoscono il declino della politica-movimento e dunque anche della politica-azione diretta; entro nemmeno la metà del decennio gli ultimi conti con l'eversione storica di destra si possono ritenere chiusi. Ma si tratta semplicemente della sconfitta di una generazione destinata a passare buona parte della giovinezza e della prima maturità in carcere.
L'eccessiva indulgenza di certi studiosi nostrani alla periodizzazione rigida per quanto concerne episodi, o insiemi di episodi, della recente storia d'Italia genera spesso malcelate incomprensioni di avvenimenti che andrebbero analizzati utilizzando altri registri di lettura. In realtà durante gli anni Ottanta la destra eversiva, nonostante l'intervento repressivo dello Stato avesse in qualche modo arrestato l'espandersi dei gruppi armati e le loro azioni terroristiche, trova modo di superare la propria momentanea crisi interna, riadattandosi a forme della politica compatibili con il cambiamento dei tempi. Dire che la stagione delle bombe finisce con il 1984 è certamente corretto sotto un certo punto di vista ma non corrisponde certo ad affermare che l'estrema destra fosse diventata meno pericolosa o, peggio ancora, fosse definitivamente scomparsa. Perché il soldato politico, di cui abbiamo parlato spesso nel corso di questo saggio, ha ereditato dai padri anche la capacità di sopravvivere in tempi di "carestia" ideologica. Gli anni Ottanta rappresentano sotto molti aspetti un decennio di grandi rivisitazioni politiche e di altrettanto grandi controriforme. Sono anni in cui la sfida tecnologica raccoglie enormi consensi e le economie nazionali europee sono cavalcate dalla peggior specie di conservatori che cercano, nell'appiattimento e nel contenimento di ogni conflitto sociale, la soluzione al problema della governabilità. Un periodo oscuro anche nella storia della Repubblica italiana, dominata da una parte dall'incipiente ed inarrestabile craxismo al potere e dall'altra da uno scontento giovanile di massa a partire dal quale alcuni vecchi camerati cominceranno ad esercitare, per l'ennesima volta, la loro perniciosa influenza.
Per parlare correttamente degli anni Ottanta dal punto di vista che ci interessa, utilizzerò uno studio, ricco ed approfondito, realizzato da Valerio Marchi nel 1993.[77] Proprio a metà decennio comincia in Italia la politicizzazione del vecchio movimento Skin, di origine anglosassone, fino ad allora orgoglioso del suo stile di vita rigorosamente improntato all'abbandono di qualsiasi ideologia. Ad introdurre l'aspetto più decisamente politico è un piccolo movimento di ribelli chiamati Boneheads; sono loro i protagonisti dell'aggregazione di stile nazista che attecchisce tra giovani e giovanissimi, ragazzi dai 14 ai 24-25 anni. Attraverso l'utilizzo massiccio, e talvolta spregiudicato, della comunicazione musicale, i Boneheads puntano al concerto come strumento essenziale dell'aggregazione sociale. E' a questo punto che si consuma la rottura definitiva della vecchia anima skin, di cui le teste rasate rappresentano l'espressione politica di estrema destra.
Nel 1984 Maurizio Boccacci, ex militante di Avanguardia Nazionale, dà vita al Movimento Politico Occidentale (MPO) sulle ceneri del DART, la cosiddetta Divisione Artistica fondata nello stesso periodo da alcuni accesi militanti nazionalrivoluzionari del Fronte della Gioventù. Unitamente al Veneto Fronte Skinhead, creato da Piero Puschiavo nel 1985, e al White Powers Skins di Milano, l'MPO di Boccacci confluirà successivamente in Azione Skinhead iniziando a lavorare per la nascita di un movimento politico collegato al circuito internazionale Blood and Honour. Tutta questa umanità che proviene dagli immensi quartieri dormitorio delle metropoli si annulla il sabato notte nell'orgia della musica metal e techno durante i concerti organizzati in numerose località della penisola, riempiendosi di acido, di cannabis e di quanto l'industria della chimica per poveri è in grado di produrre, polverizzando progressivamente la propria soggettività nel frastuono della massa. In attesa della domenica allo stadio, quando sarà possibile dare sfogo all'aggressività omicida del lumpen.
Estremamente semplice ed efficace il proselitismo, in un quadro d'ambiente del genere. Il Movimento Sociale Italiano tiene addirittura, nel 1992, un convegno sulla curva dello stadio come patria; il tentativo, peraltro riuscito in buona parte, è di strumentalizzare gruppi e gruppetti di violenti che la passione per il calcio aggrega spontaneamente, moltiplicando il loro fanatismo e trasformandolo in razzismo. In breve tempo è possibile rendere operative vere e proprie "squadracce" da utilizzare nel corso di azioni a carattere più specificamente politico. La deterrenza che è possibile esercitare in piazza è formidabile: formazioni paramilitari possono sostenere scontri ovunque, trascinando rapidamente alla violenza alcune decine, ma il numero sarà destinato ad aumentare, di scalmanati che nulla hanno da perdere se non una dignità che la società stessa ha da tempo loro sottratto. Orde che negli anni Ottanta, anche se le vediamo ancora oggi agitarsi nelle strade, occupano gli spazi della politica rimasti deserti alla fine di altre sanguinose battaglie; si possono facilmente far saltare i valori tradizionali di tolleranza e solidarietà facendo del conflitto sociale una costante irrinunciabile per mezzo della quale sarà quasi giocoforza indicare l'avversario da colpire. L'esercizio ed il controllo serrato e continuo di tale e tanta violenza sortiscono gli effetti desiderati nel melting pot che è la conseguenza delle ondate migratorie dalle quali anche l'Italia viene investita a partire dalla fine degli anni Ottanta. La gene di colore diventa uno dei bersagli privilegiati della nuova ideologia razzista: e la xenofobia si trasforma in pratica quotidiana di annullamento di ciò che è percepito come diversità assoluta. Questa sfera politica così apparentemente disadorna di riferimenti teorici, e tutta orientata al declino dell'ideologia a favore di azioni violente dettate più che altro da un'inarrestabile volontà di distruzione, in un certo senso segno dei tempi ripensando al decennio che secondo alcuni ha addirittura chiuso il secolo con il crollo dei paesi dell'Unione Sovietica, nasconde più insidie di quanto non possa sembrare ad una prima, superficiale occhiata. "Nello scorrere il rapporto della Commissione europarlamentare sul razzismo e la xenofobia sembrerebbe che in Italia la destra radicale si sia rarefatta, sopravvivendo soltanto nel MSI e, unica altra organizzazione citata, in uno sconosciuto Ordine Ariano, autore di un volantino antisemita diffuso a Milano nel Marzo del 1990. Nel breve paragrafo dedicato all'Italia ci si limita a sottolineare l'incremento degli atti di violenza razzista, senza peraltro indicare chi, o cosa, possa eventualmente celarsi dietro questo fenomeno. [...] anche in Italia, negli ultimi cinque anni, si sono manifestati segnali sempre più allarmanti di xenofobia, culminati nel 1992 con centinaia di atti di violenza razziale: nonostante tutto ciò, dopo essere stata per decenni al centro di analisi e dell'attenzione nazionale ed internazionale, l'estrema destra italiana sembra scomparsa nel nulla."[78]
Le matrici dell'ideologia fascista si sono ampiamente conservate nel clima di apparente smobilitazione immediatamente successivo agli ultimi arresti dei primi anni Ottanta. Un'organizzazione interessante, per la nostra indagine, resta la Comunità di Meridiano Zero, creata da Rainaldo Graziani, figlio dell'indiscusso leader di Ordine Nuovo, Clemente. La rivista ("Meridiano Zero") ed il gruppo lavorano tra gli studenti romani ed organizzano manifestazioni ed azioni dirette, ogniqualvolta ciò appaia necessario. MZ ritiene che il vero nemico da combattere consista nel potere tecnocratico che uccide l'uomo, sopprime ogni forma superiore di cultura e cancella qualsiasi senso di appartenenza e qualsiasi etnia. Dietro a MZ si cela il Centro Orientamenti e Ricerca, costituito nel 1986, che pubblica un suo opuscoletto ("Orientamenti e Ricerca") riproponendo in sostanza la vecchia linea di Terza Posizione, uguale distanza da capitalismo e comunismo, rifiuto totale dello straniero. "`Oggi più ancora di ieri', si legge su Orientamenti e Ricerca, `è tempo di una Terza Posizione. Fare l'Europa diversamente dai Delors, facendo perno sulle forze vitali dei nazionalismi storici, ed esprimendo la loro sintesi ideale e politica è l'unica possibilità di rinascita. E' l'unica possibilità di scardinare il blocco mondialista, di creare quell'alleanza tra l'Europa ed alcuni popoli del Terzo Mondo che sia al tempo stesso libertà dal capitalismo, garanzia di equilibrio mondiale e barriera all'invasione terzomondista.'"[79]
Si rinasce, tuttavia, solo con la liberazione di ogni singolo spirito individuale. Lo stesso modello di riferimento proposto da MZ, espressione diretta del Centro Orientamenti e Ricerca di cui altro non è che una piccola costola, è quello del ribelle di Ernest Junger: "il singolo, braccato da un ordine che esige innanzitutto un controllo capillare e al quale egli sfugge scegliendo di `passare al bosco'; rifiutando, pur vivendoci, una volta per sempre questa società [...] Non è un soldato, non conosce necessariamente le forme della vita militare né la sua disciplina: la sua vita può essere contemporaneamente più libera e più dura della vita militare. Per sapere cosa sia giusto non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito, le sua azioni non si conformano ad alcuna ideologia e in ogni ambito della vita, dal diritto alla proprietà, alle `armi' da usare per la sua battaglia, la decisione sovrana spetta solamente a lui." [80]
Massima, e lucida, espressione di una società senza più alcun riferimento e con orizzonti segnati appena da un ordine che esige soltanto controllo continuo ed ossessivo, al singolo, forse non più soldato politico, quanto probabilmente eterno fuggitivo alla macchia, non resta che stabilire da sé la propria legge, affidandosi all'unica certezza possibile, la certezza del disordine, dell'anomia. Sembra decisamente rivisitato il sistema di valori dell'estrema destra appena una decina d'anni dopo le dichiarazioni di guerra totale al sistema, anche se nulla appare modificato nella concezione dell'individuo "assoluto" in marcia verso un destino che il passare del tempo muta continuamente. L'unica cosa certa è che oltre i confini d'Europa, questo è forse l'unico orizzonte realmente travalicabile allo stato attuale, si stanno generando le condizioni che faranno sì che l'uscita dal bosco appaia una promessa possibile. L'appello alla lotta serrata contro il totalitarismo planetario, la tecnologia nella sua essenza di puro dominio, come sostengono i militanti di MZ, diventa parola d'ordine da diffondere ovunque e prima di tutto nella pratica quotidiana di lotta.
Coinvolta in una serie di numerose aggressioni ed incidenti che sono culminati nell'attentato alla sede del PDS nel quartiere romano di Montesacro, ad inizio anni Novanta, MZ ha annunciato il proprio autoscioglimento una settimana prima dell'intervento della Polizia, nell'Aprile del 1993. La scomparsa dalla scene della rivista e del gruppo non ha impedito ai militanti di riciclarsi tranquillamente in altre piccole organizzazioni dell'area, la cui estrema fluidità consente anche un'ampia fungibilità della stessa forza viva che di volta in volta si sposta qua o là a portare il suo attivo contributo politico.
Più interessante ancora di MZ resta il periodico milanese "Orion", fondato nel 1984 assieme all'omonimo centro studi da un gruppo guidato da Marco Battarra e Maurizio Murelli (già redattore di "Quex"[81] ed arrestato per l'assassinio di un agente di Polizia durante uno scontro di piazza a Milano nel 1972), entrambi vecchie conoscenze dell'area nazionalfascista lombarda. Alcuni anni più tardi viene costituito anche un nuovo gruppo con intenti dichiaratamente politici, denominato Nuova Azione.
"`Orion' e il suo supplemento monografico `Origini' fanno capo, insieme alla libreria la Bottega del Fantastico, alla Società editrice Barabrossa Srl. Nuova Azione, a livello internazionale, si muove infine sotto la sigla Fronte Europeo di Liberazione.
Ricco di una vasta rete di contatti sia in Italia che all'estero, il gruppo di `Orion' esprime una linea nazional-rivoluzionaria o, meglio ancora, `nazional-comunista', con forti richiami ai temi della Nuova Destra di Alain De Benoist, con cui è in stretti rapporti. I temi fondamentali del gruppo sono infatti la lotta al `mondialismo', inteso come dominio della finanza internazionale dominata dalla consueta cricca giudaico-massonica, a cui contrapporre non il modello dell'Europa `bianca e cristiana', ma un'unione di intenti con le forze nazional-comuniste, tradizionaliste ed integraliste dell'ex impero sovietico e della sfera islamica."[82] Si avverte già nel programma ideologico di "Orion" uno slittamento, di carattere strategico, verso temi ed aree del mondo presso cui recuperare nuova linfa vitale per rivitalizzare il vecchio spirito combattente. Quando la caduta del muro segna nel 1989 la fine dell'Europa della Guerra Fredda e la riterritorializzazione dei conflitti, a partire dalla stessa area balcanica, il gruppo Nuova Azione è già pronto a lanciarsi nella mischia. "I rapporti internazionali più significativi di Nuova Azione si rispecchiano nei partecipanti alla tavola rotonda sulle `Prospettive geopolitiche eurasiatiche' (Mosca, Ottobre 1992). Nella redazione di `Den', ex quindicinale dell'unione degli scrittori sovietici, divenuto dopo la svolta una delle più importanti testate dell'area del Fronte di Salvezza Nazionale, schierato su posizioni tradizionaliste e filoislamiche, si riuniscono Samil Sultanov di `Den', Sergej Baburin (capogruppo al Paralmento del gruppo Rossija e fondatore del partito ultra-patriottico Rinascita), Aleksandr Dughin (presidente della associazione storico-religiosa Arktogaia, traduttore russo di Guenon ed Evola), Nikolaj Klokotov (generale dell'esercito) e Alain De Benoist, leader storico della nuova destra, direttore di "Krisis" e di "Nouvelle Ecole".
In altre parole, nuova destra franco-belga in Europa occidentale, nazional-comunisti russi e filoislamici ad Oriente."[83] Una congerie micidiale di vecchi e più recenti fascismi che nasconde pericolose ideologie dell'intolleranza. Al di là della questione legata alla lotta al cosiddetto mondialismo, e all'Occidente cristiano nella sua versione di Leviatano che ingoia tutto ciò che è altro da sé, inquietanti culture politiche percorrono longitudinalmente queste recenti aggregazioni trans-nazionali; lo stesso Marchi le ha enucleate con precisione: antiebraismo mascherato da antisionismo, acceso interesse verso l'integralismo islamico, un montante revisionismo storico che chiuda i conti con il passato e possibilmente riscriva la storia stessa attribuendo finalmente ai vinti il posto che spetta loro, impegno preciso a favore della Croazia e dei musulmani di Bosnia in funzione anti-serba. Il fronte antimondialista di cui la rivista "Orion" si definisce organo, e il salto di qualità è davvero notevole, "è espressione `di persone, gruppi e popoli che lottano per una sovranità popolare (autodeterminazione), per il primato del politico sull'economico, per la salvaguardia delle specificità nazionali di ordine culturale, tradizionale e religioso, ovvero per la salvaguardia dei differenti usi, costumi e tradizioni che si riflettono in specifiche e originarie visioni del mondo'." [84] Nel 1993 Nuova Azione viene sciolta mentre si fanno strettissimi i contatti con un altro gruppo di nazionalrivoluzionari raccolti attorno al mensile "Aurora", fondato nel 1987 e diretto da Luigi Costa, con sede presso il Centro culturale Adriano Romualdi [85], in provincia di Ferrara. Il gruppo "Aurora" ritiene di fare organicamente parte di un più vasto movimento antagonista e rivoluzionario in permanente lotta contro il grande capitale finanziario e le oligarchie che lo rappresentano. Lo scivolamento su tematiche che appartengono alla stessa sinistra è abbastanza deciso: il rifiuto dei valori consumistici dell'ultima società industriale coincide con l'impegno a riconoscere nella propria scelta di giustizia sociale una battaglia aspra ed altrettanto irrinunciabile contro l'imperialismo e la sua economia di crescente devastazione di intere regioni del pianeta. Sono gli operai sottopagati dell'ultimo capitale ad interessare quelli di "Aurora": un ceto proletario che in Africa come in Europa vive ai limiti della sopravvivenza continuamente
sospinto verso i margini della povertà.
"Oltre che attraverso la stampa a prezzo politico di volantini, manifesti e riviste, `Aurora' tesse i propri rapporti con il resto dell'estrema destra attraverso una serie di redazioni regionali: a Bari, Firenze e Torino le redazioni coincidono con le abitazioni di singoli collaboratori della rivista, mentre in Calabria opera presso il centro culturale Comunità di Popolo di Conflenti (Catanzaro), in Romagna presso Comunità Politica (Modigliana, Forlì) e in Lombardia presso la Bottega del Fantastico, ove ha sede anche la redazione di `Orion'."[86]
Con il gruppo "Orion" i rapporti sono intensi, tanto che Battarra e Murelli intervengono spesso sul foglio ferrarese e partecipano ai convegni organizzati da "Aurora". Esplicitamente la rivista dichiara di supportare il ]Movimento Antagonista, qualunque cosa esso rappresenti a questo punto, svolgendo un ruolo di collegamento con quelle realtà politiche che intendono impegnarsi nel fronte antimondialista. Il riferimento a "Orion" è esplicito giacchè "Aurora" è direttamente collegata alla rivista milanese anche tramite la stessa sottoscrizione di abbonamento. Il Movimento Politico Antagonista si costituisce in sostanza "[...] intorno ad un foglio di `elaborazione ideologico-culturale' (`Orion'), ad una testata monotematica di approfondimento (`Origini'), ad un bollettino di `intervento politico' (`Aurora'), alle pubblicazioni della Editrice Barbarossa, alle attività della Bottega del Fantastico e di una serie di centri culturali: quello di `Orion', l'Adriano Romualdi in Emilia, Comunità di Popolo in Calabria, Comunità Politica in Romagna."[87]
Contemporaneamente a Sud, un altro progetto trova le sue radici nei primi, ormai lontani anni Ottanta. Si chiama ]Comunità Politica Nazionale di Avanguardia, un gruppo di lavoro raccolto intorno alla rivista trapanese "Avanguardia", costituita nel 1982. La teoria generale alla quale gli esponenti di "Avanguardia" si ispirano è la stessa di "Orion-Aurora": l'Islam rivoluzionario permette di tenere ancora aperta la partita contro il sistema occidentale. Un'ispirazione di carattere sia spirituale che culturale: la battaglia si combatte ancora e a partire dalla raccolta di tutte le forze antimondialiste disponibili. La Comunità Nazionale terrà insieme gli elementi migliori dell'estrema destra italiana, favorendone contatti ed utili scambi; la forma politica di comunità si strutturerà attraverso una serie ulteriore di "micro-comunità" che esprimeranno una sorta di aristocrazia politica di un futuro partito di massa. Un partito ovviamente rivoluzionario che porterà a definitivo compimento l'unità del fronte di popolo opposto all'avanzata del mondialismo. La proposta unitaria rivolta ad "Orion" non ha i riscontri che "Avanguardia" si era aspettata e i due gruppi, dopo una iniziale collaborazione, continuano ad un certo punto separati sulla strada che dovrà condurre alla vittoria nazionalrivoluzionaria.
"Nonostante i propositi grandiosi, il circuito di `Avanguardia' sembra modesto: qualche centinaia di abbonamenti, vendite in vistosa flessione, scarse filiazioni locali. In tutto l'organizzazione può contare sulla rivista `Avanguardia', sul centro librario trapanese Knut Hamsun, sulla redazione abruzzese di Popoli (Pescara) e sul centro studi di Marsala Cristianesimo e Islam, diretto da Gioacchino Grupposo. Con il 1993, si costituisce anche a Pescara un Circolo culturale di Avanguardia."[88]
Milano, settembre 1979. Mentre imperversa la guerra "politica" per bande viene fondata nel capoluogo lombardo una piccola casa editrice che stampa ogni tre mesi anche una modesta rivista a scarsa tiratura, utilizzando la stessa denominazione: si chiama "L'uomo Libero". A cavallo tra fine anni Ottanta ed inizio anni Novanta "L'Uomo Libero" rispunta nel circuito della "nuovissima" estrema destra italiana. Dirige il gruppo l'imprenditore Mario Consoli, attorniato da fedeli camerati: Piero Sella, Sergio Gozzoli, il dirigente missino Lello Ragni, leader di ]Comunità Militante, corrente, la definisce Marchi, nazionalrivoluzionaria del MSI di Caserta. E' Gozzoli ad assumersi abbastanza velocemente il ruolo di teorico di posizione. Secondo "L'Uomo Libero" l'idea centrale da cui partire è l'Europa; perché solo l'Europa, e meglio ancora le genti d'Europa, i popoli, possono e debbono rivendicare la loro egemonia culturale e sociale contro all'espropriazione mondialista e capitalista. L'identità europea va affermata a cominciare dalle sue quattro caratteristiche fondanti, pietre miliari per la definizione di un'intera geografia della tradizione: l'essere costitutivamente Terra, Sangue, Memoria storica e Civiltà. Un progetto politico ambizioso che abbia ben chiari questi punti irrinunciabili di partenza potrà essere realizzato contrapponendo in prima istanza l'Europa della etnie a quella del sionismo, identificato ovviamente con la finanza bancaria mondiale che espone ogni paese ad un sordido ricatto e a continue prevaricazioni. Ritorna prepotente la necessità, storica, di un Ordine nuovo che poggi su aree etnicamente omogenee, autosufficienti sul piano delle singole economie, nelle quali sia rispettata l'identità di cultura e di lingua. Radici comuni di sangue e civiltà, forze d'insieme che non avranno nessun desiderio di essere snaturate nella loro originaria unitarietà e compattezza. A garanzia di tale coesione lo Stato e i suoi invalicabili confini nazionali. Non manca proprio nulla.
"In questa Europa, prosegue Gozzoli, è necessario far sì che [...] si sviluppi `una cultura che protegga la famiglia, che combatta la denatalità e l'aborto, che sostenga la religione, che nobiliti il costume, che elevi il senso estetico, che imponga il rispetto fra concittadini. Che educhi al rigore, all'autodisciplina, all'orgoglio della virtù, e quindi al disprezzo per il vizioso, per il corruttore, per il degenere, per il parassita, per il vigliacco, per il disertore."[89] Ritornano prepotenti, nelle dichiarazioni dal sapore goebbelsiano di Gozzoli, alcune suggestioni che fanno fare un salto indietro nel tempo di una cinquantina d'anni. Il fervore prometeico del proclama lanciato dalle pagine de "L'Uomo Libero" alza i toni dello scontro e i clamori della battaglia sembrano davvero vicini. In un'epoca nella quale altro non si parla che d'Europa e dei suoi destini, la riappropriazione di nodi centrali della vita e della cultura di popolazioni, è il caso dei Balcani, frantumate e disperse nella follia di conflitti che hanno recato dolore e distruzione colloca l'analisi politica dell'estrema destra italiana a noi contemporanea - singolare, ma lo vedrete meglio nel prossimo saggio, la contiguità tra l'apparato ideologico sostenuto da Gozzoli e quello di Forza Nuova - sul versante del nazionalismo più spinto, conservatore ed autoritario. Fino alla violenza, naturalmente, quando questa dovesse rivelarsi l'unico modo per risolvere drammatiche contraddizioni.
Questa destra radicale, che affonda il suo passato nella riproduzione di un'ideologia per certi versi rimasta la stessa nonostante alcune significative variazioni che le circostanze della storia esigono, ha potuto negli anni Ottanta, per travasarsi poi nel decennio successivo, contare anche sul contributo di figure carismatiche dell'estremismo nero. "La `grande moratoria' degli anni '80 li ha restituiti al Paese un po' invecchiati, ma ancora abbastanza integri per riorganizzarsi e creare due nuove organizzazioni: il Fronte Nazionale e la Lega Nazionalpopolare.
Franco `Giorgio' Freda, padovano, 52 anni, 13 anni di carcere e 2 di latitanza (in Costarica), assolto e scarcerato il 22 dicembre 1986 dall'imputazione per la strage di Piazza Fontana vive attualmente a Brindisi ed ha ripreso a praticare la sua antica attività di editore (Edizioni di AR). Il 21 dicembre del 1991, a Milano, fonda il Fronte Nazionale, che si configura nello statuto come un `sodalizio politico che intende custodire i lineamenti essenziali che formano lo Stato-azione. Il sodalizio considera lo Stato come l'idea del bene della comunità nazionale e come l'istituzione-organizzazione di questa idea. Il sodalizio considera la nazione sia come figura perenne delle generazioni storiche insediate sul territorio italiano e contrassegnate da caratteri di solidarietà a loro trasmessi dalla comunione nel tempo di un omogeneo stile di vita; sia come movimento costante di unificazione tra i diversi aspetti della forma nazionale che congiungono le generazioni presenti a quelle passate e a quelle future.' [...]
Anch'egli assolto, nel 1989, da ogni accusa a sua carico (strage di Piazza Fontana, omicidio Occorsio, omicidio Leighton, strage di Bologna), per 17 anni `primula nera' dell'eversione fascista, fondatore del più violento e `stradaiolo' gruppo fascista degli anni '60, Avanguardia Nazionale, dotato di una vasta rete di collegamenti internazionali, Stefano Delle Chiaie è da sempre considerato uno dei capi storici dell'estrema destra romana. Nell'Ottobre del 1991 fonda, insieme all'ex missino Tommaso Staiti di Cuddia, la Lega Nazionalpopolare, tentativo di accorpamento di una serie di liste locali in vista delle elezioni. Il simbolo dell'organizzazione, un quadrifoglio verde, compare in un paio di tornate elettorali senza raccogliere il minimo successo, ma Delle Chiaie non sembra preoccuparsene."[90]
Il lavoro di Freda, in particolare, ricominciato proprio a metà anni Ottanta, consiste nella riproposizione di alcuni vecchie teorie ampiamente discusse per esempio in un noto saggio del 1969 intitolato ]La disintegrazione del sistema. Piuttosto famoso nell'area della destra estrema, lo scritto di Freda enuclea e discute i concetti-chiave di certo universo intellettuale fascista: l'unità organica del corpo sociale, garantita dall'esistenza di un sodalizio di uomini capaci di rimanere responsabilmente ad occupare il loro posto in coerenza e fedeltà con le prescrizioni naturali che così li rendono tali. La Comunità Organica descritta ne La disintegrazione è la stessa alla quale Freda si rivolge affinchè rimanga salda, oggi che i flussi di migrazione dal Terzo Mondo stanno sconvolgendo gli arcaici assetti comunitari, l'idea di omogeneità culturale e razziale come fondamento della civiltà europea ed italiana.
Il nazional-comunismo prende il posto, secondo Freda, del comunismo internazionalista, scomparso dalla storia quando il blocco dell'Est finisce di esistere, e si appresta a diventare l'unico, e ultimo, baluardo contro la corruzione dei tempi d'oggi, la delinquenza, l'incidere distruttivo dell'oligarchia finanziaria internazionale. Ogni popolo per la sua terra ed ogni terra per il suo popolo: alla guerra per le ideologie si sostituirà presto quella per il colore della pelle. In questo senso soltanto la Comunità è in grado di assolvere alla funzione di organismo "vivente" che mantiene inalterata la civiltà occidentale. E' chiaro che le evocazioni ortodosse di Freda hanno riempito l'orizzonte teorico dei numerosi gruppi che abbiamo visto occupare il panorama culturale dell'estrema destra dei nostri anni e che ne hanno in qualche modo alimentato speranze e progetti. Ad inizio anni Novanta, tuttavia, si è dimostrato necessario agganciare ancora una volta una base militante che, per quanto eterogenea e ancora assolutamente "grezza" nella sua totale assenza di riferimenti culturali, doveva rimpolpare le schiere, poco folte ormai, dei soldati politici. Un lavoro lungo e difficile certo, ma non per questo meno interessante per personaggi avvezzi al mestiere di "maestri d'ascia", abilissimi costruttori di vascelli destinati a navigare nel grande mare della lotta nazionalpopolare. E' così che i Boneheads si trasformano in ideale brodo di coltura dell'estrema destra che approda alle soglie del nuovo millennio. Infaticabile, Sergio Gozzoli ha dato vita nell'agosto del 1991 ad una rete di circoli culturali e gruppi nazionalrivoluzionari chiamata Base Autonoma, una sorta di federazione di associazioni di matrice schiettamente bonehead.
"'L'Uomo Libero' e, in modo più coperto e `critico', Franco Freda e Stefano Delle Chiaie sembrano essersi assunti il compito di trasformare il bonehead, giovane teppista metropolitano dalla pulsioni xenofobe e dagli atteggiamenti scomposti, nel tanto reclamato `soldato poltico'. Il tentativo, nemmeno troppo nascosto, è di far saltare il fosso che divide lo sciovinismo dal fascismo a settori sempre più vasti di quel proletariato giovanile un tempo legato alla sinistra per convinzione, moda o tradizione familiare, e che sembra rivolgersi oggi a destra in funzione protestataria e xenofoba."[91] Un'azione intrusiva, se ha ragione Marchi, che a distanza di qualche anno continua a destare preoccupazioni specie con la diffusione del movimento legato a Forza Nuova.
Ma cos'è stata Base Autonoma? "Quelli che i mass media italiani hanno pittorescamente definito `naziskin' appartengono nella quasi totalità dei casi al network di Base Autonoma. Questo non significa che ogni atto di violenza razziale o politica avvenuto negli ultimi anni in Italia sia ascrivibile alle forze, o ad alcune forze, che fanno parte del network, bensì che il modello bonehead trova una piena cittadinanza soltanto in questo raggruppamento."[92]
Se Meridiano Zero raccoglieva attorno a sé 2/300 giovani, è ragionevole pensare che Base Autonoma ne abbia avuti almeno dieci volte tanto. Nell'organizzazione riconfluiscono ultrà degli stadi, teorici come Gozzoli, lo stesso Movimento Politico e i Boneheads; una materia umana confusa, spesso in maggioranza qualunquista, ma pronta comunque a scendere in piazza ad urlare slogan xenofobi e razzisti. La capacità di avvalersi di un nucleo così folto di militanti, pronti a subire, proprio in quanto "base" proletaria e diseredata, "plebea" suggerisce Marchi, le strumentalizzazioni che li rendono in breve gruppo di sfondamento, è caratteristica peculiare della destra radicale nostrana che sapientemente compone assieme realtà eterogenee, affiancando a certo nucleo dottrinario una solida presenza di elementi disposti alle azioni dirette di piazza.
Base Autonoma, fino al 1993 anno dell'intervento del Governo che ne ha dichiarato l'illegalità, era essenzialmente composta dal gruppo Skinhead d'Italia, costituito nel 1990. A sua volta Skinhead d'Italia era il risultato della fusione, a scopo federativo diciamo così, del Veneto Fronte Skinhead, di cui abbiamo in parte accennato, di Azione Skinhead di Milano e del Movimento Politico romano. Il Veneto Front attivo nella zona di Vicenza ha avuto rapporti frequenti con il circuito internazionale nazi-rock, producendo alcune pubblicazioni d'area (le cosiddette skinzine, ad esempio Risveglio Europeo, Blitzkrieg. Altre ancora sono pubblicate a cura degli altri gruppi aderenti alla Base Autonoma: La mia Battaglia, Linea Gotica, Trionfo Bianco, Nuovi Orizzonti, tutte di matrice rigorosamente nazional-socialista) ed è rimasto in stretto contatto con il circuito europeo Blood and honour e con i neonazisti della Deutsche Alternative tedesca.
Azione Skinhead, fondata nel '90, raccoglieva, invece, i Boneheads di Duilio Canu, attualmente attivista acceso di Forza Nuova, con un'anima apertamente ultrà. Il Movimento Politico di Boccacci, la più vecchia tra le ciurme bonehead, ha subito una serie di trasformazioni nel corso degli anni: nato come Movimento Politico Occidentale, nel 1990 fonda con veneti e milanesi Skinhead d'Italia fino ad assumere nel 1991 la sigla definitiva di Movimento Politico per la Base Autonoma. Tutti i gruppi della composita arena skin si coordinano in Skinhead d'Italia che diviene un punto di riferimento politico e culturale, in special modo musicale, per i Bonheads sparsi in tutta la penisola. Non sembra affatto casuale questo uso esplicito della musica per aggregare uomini e donne rendendoli duttili alla penetrazione di messaggi dal "colore" ideologico forte. Un mondo in ebollizione, diffusosi rapidamente da Nord a Sud tra lo scontento del sottoproletariato urbano, deciso a ritagliarsi uno spazio in un contesto sociale che ne rifiuta da un lato l'esistenza ed ammicca dall'altro alle sue capacità di rottura degli schemi pre-confenzionati del compunto ceto medio. Eppure, nonostante le contiguità di carattere teorico e politico con la componente nazionalrivoluzionaria, certamente più colta e dalle origini lontane, si consuma ugualmente uno scontro deciso tra la due anime della recentissima estrema destra italiana. La frattura avviene sul terreno della posizione da assumere nei confronti degli immigrati musulmani che, sostiene la linea nazionalrivoluzionaria, sono necessariamente vicini alla destra in un progetto politico di ferma contrapposizione all'ultimo, grande nemico, il mondialismo. I Boneheads, dal canto loro, forti di un nucleo dottrinario che risente delle vicine contaminazioni naziste, pur essendo anti-mondialisti non possono dimenticare di essere anche profondamente razzisti e non intendono perdere i privilegi di sangue e suolo che l'Europa cattolica, fascista ed anti-comunista rivendica per ritrovare il proprio vigore nazionalista e xenofobo.
Possiamo distinguere due filoni precisi nel panorama della destra radicale italiana degli anni Novanta. Il primo fa capo alle riviste "Orion-Avanguardia", si rivolge ad Oriente, ipotizzando azioni ed intenti comuni con l'integralismo islamico, e guarda alla nascente destra russa. L'immigrato in questa prospettiva viene considerato un potenziale rivoluzionario. Il secondo filone, di cui Base Autonoma si rende interprete, abbraccia un'ipotesi radicalmente xenofoba e razzista. La lotta al mondialismo appare come uno snodo inevitabile della modernità ma va articolata a partire da un essenziale considerazione e cioè che soltanto etnie nazionali, manifestamente "pure", saranno capaci di impedire il realizzarsi del progetto mondialista e imperialista del capitale internazionale. In questo schieramento finiscono per confluire personaggi di rilievo della destra storica come Delle Chiaie e Freda, o gli stessi redattori de "L'Uomo Libero"; si stabilisce in tal modo un'ulteriore divisione anche all'interno dei nazionalrivoluzionari, impegnati in una contrapposta analisi sul significato da attribuire al fenomeno dell'immigrazione, una realtà con la quale è impossibile non fare i conti.
I naziskin sfuggono così ad una "colonizzazione" che poteva sembrare più semplice del previsto. Ciurme, secondo la definizione di Marchi, di ragazzi giovanissimi al centro di un'enorme sala piena di specchi deformanti: tutt'intorno decine di immagini riflesse che raccontano altrettante storie di violenza, povertà, sopraffazione, emarginazione. Questi "cattivi ragazzi" provengono da due "fasce del rancore", quella "lumpen", sottoproletariato che vive un'esistenza drammatica in un contesto urbano degradato, e quella costituita dai settori della classe operaia e della piccola borghesia che hanno visto lentamente erosi i diritti minimi di sopravvivenza garantiti dagli anni '80. La cultura cosiddetta "working class", sostiene Marchi - e vale la pena di riproporre qui la sua analisi facendola nostra - con una visione a tutto tondo di una realtà difficile da comprendere nel suo schema di funzionamento generale, permette l'assunzione di atteggiamenti e comportamenti che sono parte integrante degli stereotipi dei ceti da sempre subordinati: senso della comunità e del territorio; assoluta avversione per qualsiasi forma di diversità etnica e culturale. Scossi dal bombardamento dei mass-media questi giovani anelano ad una migliore condizione di vita; la società opulenta che li vorrebbe invisibili viene aggredita con dichiarazioni di aperta e violenta contestazione. L'idealità del gruppo si struttura attorno a precisi "nodi affettivi", per esempio le ansie, le frustrazioni o i rancori che ogni giorno si respirano per strada.
Il capro espiatorio diventa, paradossalmente, quel "diverso da me" che condivide la stessa, grigia quotidianità di privazioni, innescando un processo inarrestabile di esasperata aggressività. Per questo la domenica allo stadio la tensione è sempre altissima: la curva assume il ruolo sacrale di luogo fisico da difendere dall'offensiva nemica, è il centro gravitazionale della propria comunità, metafora di un gioco della guerra che travolge gli animi in un parossismo di violenza liberatoria. Le molte immagini riflesse nello specchio, il gruppo che diventa azione durante il pestaggio del marocchino, il clan di tifosi che urla allo stadio, i camerati che oscuramente, in piazza, divengono esecutori della volontà omicida di adulti impegnati a far rivivere una cultura sommersa più che scomparsa, non si identificano in un modello preciso, piuttosto in una magmatica schiera in eterno movimento, una pulsazione vitale dalla forza tremenda. L'impossibilità di definire con certezza il fenomeno che per comodità espositiva è stato chiamato naziskin sta nel suo situarsi a metà del guado: da una parte l'ordine sociale, dall'altro quello politico costringono i ragazzi delle ciurme a stare sempre nell'acqua, incapaci di raggiungere almeno una delle due sponde, facendo sì che loro soggettività esploda in frammenti indistinguibili che la sfera sociale fatica a ricomporre e quella politica a sedimentare anche solo ideologicamente.
Oggi la situazione non è molto diversa. Gli incubi del nuovo millennio si aggirano tra le periferie delle nostre metropoli, nel degrado che rimanda l'eco sopita di un rancore che non avrà mai fine, una voglia di riscatto da disatrose condizioni di vita. Si cerca il nemico, il capro espiatorio che non tarda a divenire visibile additato dagli speculatori di ideologie in agguato dietro ogni angolo della storia. Il momento della riscossa è vicino, la liberazione da angosce che sembrano millenarie, tanto provengono dal profondo di ciascuno, è a un passo. Il trionfo dei diseredati travolge gli immigrati di colore, i drogati, le prostitute nel loro aspetto di secrezioni tumorali dell'ordine nazionalista che regnerà su un'etnia purificata. Il vento dell'orgoglio patrio - se ne sono riaccese parecchie ultimamente - alimenta i fuochi della violenza distruttiva del gruppo.
L'infaticabile persuasione politica esercitata dall'estrema destra inietta dosi di ideologia autoritaria in questi individui senza pace, senza lavoro e senza speranze, e sposta impercettibilmente, passo dopo passo, il tiro verso obiettivi pre-determinati. La serietà dell'impegno richiesto aumenta nella ciurma l'attaccamento al dovere: la responsabilità è di nuovo esclusivamente politica, si agisce in vista di un fine superiore, per uno scopo che trascende la crudezza della quotidianità fatta di miserie e privazioni. In Italia l'operazione non riesce come in altri paesi d'Europa; trasformare la ciurma in soldati politici da lanciare all'assalto nella guerra razziale che presto dovrà venire risulta compito arduo. Tuttavia l'internazionale fascista e nazista è un pericolo reale: una fitta ragnatela che lega insieme Europa, Est europeo e continente americano nei quali a singoli gruppi e gruppetti si uniscono associazioni di reduci, centri culturali, società finanziarie, servizi segreti, massonerie. La guerra delle razze è forse più vicina del previsto. E volgendo lo sguardo verso i Balcani, possiamo certamente dire che non soltanto è cominciata ma che in certa misura è stata portata a compimento.
Poco prima della metà anni Novanta l'intervento di magistratura e Polizia scompagina le organizzazioni cosiddette naziskin che si apprestavano a raggiungere l'incerta fine secolo che avrebbe preluso al nuovo millennio. Ma la memoria del soldato politico continua, più volte tradita e più volte sacrificata ad interessi oscuri di gruppi di potere la cui consistenza sfugge a qualsiasi analisi, a ricomporsi in un caleidoscopio ideologico che muta continuamente aspetto. Nel 1995, sul finire della crisi politica inaugurata da Tangentopoli, Gianfranco Fini vara il progetto di Alleanza Nazionale con l'intento di trasformare in destra democratica il vecchio apparato del MSI. E' l'occasione per alcuni militanti dell'ala intransigente di segnare un'altra rottura radicale all'interno del partito. L'inossidabile Pino Rauti si mette immediatamente a capo del gruppo degli scissionisti dando vita al Movimento Sociale - Fiamma Tricolore, nuova formazione politica che conta sull'appoggio di circa 20.000 aderenti. La posizione di Rauti in tema di fascismo è nota: radicalmente antiborghese ed anticapitalista il movimento fascista può, oggi, addirittura pensare di sfondare a sinistra, raccogliendo i consensi di quella parte dell'elettorato deluso dall'assenza di cultura politica e di progetti dei propri partiti. Il MS-FT si definisce partito nazionalrivoluzionario che lotta intorno a tre grandi temi della politica italiana: difesa dello Stato sociale contro la feroce intrusione dei nuovi modelli di privatizzazione progressiva della stessa vita quotidiana - la sanità, le pensioni; antiamericanismo che si esprime prima di tutto nel rifiuto dell'appartenenza alla NATO e nel rilancio dell'Europa come terza via dopo il crollo del bipolarismo USA-URSS; rifiuto deciso dell'immigrazione, vero flagello dell'Europa bianca. Il ritorno a consolidati nodi teorici della destra radicale ha permesso a Rauti di riallineare i nostalgici del passato dentro ad un progetto politicamente forte, anche se gli scontri interni, l'anima eternamente belligerante degli inquieti camerati, hanno presto incrinato l'unità della nuova formazione. Lo scenario politico nazionale, in particolare a seguito della costituzione del Polo delle Libertà, ha costretto il MS-FT ad un confronto diretto anche con le posizioni, per certi versi seducenti, della destra berlusconiana reazionaria ed illiberale. Recentemente, l'ennesima fronda guidata da Nicola Silvestri ha dato vita ad una costituente dell'alternativa nazionalpopolare che ha raccolto l'adesione di altre frange dell'estrema destra ancora attivissima in Italia. La Fiamma Tricolore ha infine svolto un ruolo essenziale nell'ultimo passaggio storico che ci porta direttamente a Forza Nuova, poiché molti militanti rautiani, in alcuni casi intere sezioni locali del partito, sono riconfluiti nell'organizzazione fondata da Roberto Fiore.
Cercano identità forti i fascisti dei nostri giorni e una società nella quale penetrare per ridare spessore alla cultura della sopraffazione e soprattutto della conservazione. "La vera molla che ha proiettato il Fronte Nazionale nell'agone politico è la necessità di dare voce, forza e credibilità agli interessi nazionali e popolari schiacciati dallo strapotere delle lobbies economico-finanziarie antinazionali e antisociali. [...] Ci vuole un grosso impegno civico e civile che riporti gli italiani a riprendersi la guida del proprio destino, in campo nazionale scacciando i partiti venduti ad interessi economici multinazionali, in campo internazionale riconquistando la propria autonomia e sovranità dalle scelte strategiche statunitensi. Per fare questo è nato il Fronte Nazionale: il Fronte di tutti gli italiani, qualunque sia stato il loro passato politico, pronti a rimboccarsi le maniche per vincere le due grandi scommesse del prossimo secolo, il lavoro e l'identità nazionale." Così da "Tesi e programma del Fronte Nazionale"; una vecchia sigla utilizzata almeno in altri due casi "eccellenti": da Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas fascista e figura di riferimento in quegli anni per gli irriducibili di Salò, che tenta nel 1968 la costituzione di uno schieramento di destra contrapposto al lassismo politico dell'Italia preda di operai e studenti in rivolta; e da Franco Freda che fonda, come si è detto, a sua volta un altro Fronte nazionale sciolto negli anni Novanta dalla magistratura. Il Fronte Nazionale di cui ci occupiamo adesso esordisce nel 1997 ad opera di Adriano Tilgher, notissimo neofascista militante in Avanguardia Nazionale espulso dallo stesso MS-FT. Il FN è presente nel Centro-Sud della penisola ed ha ottenuto un discreto consenso a Roma (circa 18.000 preferenze) alle elezioni provinciali del 1998. I contatti con il Front National di Le Pen e con la destra radicale francese sono consistenti nonostante Tilgher rivendichi una posizione di assoluta indipendenza dai cugini d'oltralpe. Nel 1999 si consuma la scissione che porterà la componente nazional-comunitarista, rappresentata dalla rivista "Rosso è Nero", verso posizioni apertamente favorevoli ad idee di sinistra.[93 ]Altri militanti sono andati ad ingrossare le file di Forza Nuova.
Il FN di Tilgher, recentissima cassa di risonanza della linea nazionalrivoluzionaria, ritiene necessario: "Creare collegamenti forti con le vaste fasce del malessere ed organizzare in un partito antagonista quelle categorie che tendono a diventare sempre più povere e prive di rappresentanza. Senza collusioni occulte con il Partito unico liberaldemocratico, è però necessario trovare soluzioni pratiche per ottenere concessioni precise sui punti qualificanti del programma frontista. Nel vuoto politico che ci circonda possiamo e dobbiamo da una parte collegarci alla fasce del malessere [...] Il Fronte ha una chance davanti a sé ed è quella di rappresentare qualcosa di inedito nel panorama in putrefazione della politica italiana avviando sul serio la Nuova Sintesi nazionale e sociale, fuori dai retaggi novecenteschi, con una concezione ed una mentalità nuova della politica che oramai disgusta i tre quarti degli italiani e soprattutto i giovani [...]" Abilmente il FN rimpasta asssieme vecchie e nuove parole d'ordine di una cultura nazional-popolare, non c'è davvero altro modo per definirla, che si rivolge direttamente alle fasce del malessere, come si legge nelle "Tesi". "Per tali intendiamo il nuovo vasto neo-proletariato che si raccorda sempre più a quella che era 20 anni fa la piccola e media borghesia schiacciata dal neoliberismo che ne riduce il ruolo sociale costruito attorno al concetto di sicurezza minacciata oggi dalla disoccupazione e sottoccupazione, dai tagli allo stato sociale, alla sanità, alla scuola, alla previdenza, alla delinquenza più o meno organizzata, vera e propria valvola di sfogo sociale del turbocapitalismo." L'appello, a distanza di così tanti anni, è rivolto alla classe sociale che maggiormente, durante il Ventennio fascista e più tardi quando fu inaugurata l'epoca repubblicana dei partiti di massa, avrebbe incarnato l'attesa di giustizia e ordine sociale qualunque fosse l'apparato istituzionale al potere, senza identificarsi mai, per definizione, in alcuno schieramento. Il richiamo del Fronte Nazionale nei confronti dei cittadini meno garantiti alla stringente valutazione della propria condizione di ceto spinto sul versante del proletariato, e dunque verso i gradi inferiori della scala sociale, sposta l'asse ideologico di questa recentissima destra radicale verso il necessario, e non più rimandabile, riconoscimento del mutato tempo della rivoluzione. Tempo, questa volta come fu più di cinquant'anni fa, dell'appropriazione del disagio del ceto medio soffocato dalla prepotenza liberista e dall'inerzia della cultura liberale, impegnata malamente a rappresentarne le aspirazioni.
"[...] dobbiamo elaborare una nostra originale idea di Stato ed un'analisi rigorosa delle dinamiche sociali ed economiche che ci evitino di cadere in facili semplificazioni dei problemi, per capire qual'è il tipo di società che auspichiamo, la nostra concezione sulle privatizzazioni, il rapporto tra repressione e garanzie, il nostro atteggiamento rispetto all'immigrazione, la nostra visione geopolitica che oggi non può fare a meno di considerare il nuovo peso che stanno acquistando faticosamente la Russia e la Cina, come pure le idee anti-occidentali, comunitariste che provengono dalla Russia, dove il nuovo Partito Comunista di Ziyuganov sta elaborando fuori dall'ortodossia marxista, interessanti spunti validi per chi in Europa si oppone al Nuovo ordine Mondiale americanocentrico ed alle socialdemocrazie asservite." Un programma certamente ricco di spunti di riflessioni, quello di Tilgher, articolato in particolare su almeno tre "liberazioni" per le quali il Fronte intende battersi: la liberazione nazionale dal Sistema americano che ha asservito tutti i partiti italiani, dai DS ad Alleanza Nazionale, e che nella globalizzazione planetaria realizza il suo incontenibile neo-imperialismo; la liberazione sociale dai poteri forti del grande capitale e della finanza internazionale, cui opporre una diversa concezione del lavoro, che non sia precariato ma versatilità e varietà di apporti alla crescita sociale ed economica; la liberazione etno-culturale, terzo "pilastro fondamentale dell'azione politica del FN", per definire, o ridefinire, identità etnica e culturale riappropriandosi della propria storia, delle proprie radici, della propria lingua, della Tradizione in una parola, nel riconoscimento delle altre specificità nazionali attraverso la costituzione di una Confederazione Eurasiatica che sancisca la definitiva autodeterminazione dei popoli. Tilgher è perfettamente consapevole del fatto che la questione dell'immigrazione è elemento caratterizzante della politica dei piccoli gruppi che militano ai margini del blocco costituzionale racchiuso in Parlamento. Il no all'immigrazione clandestina è perciò deciso e decisivo per l'impronta ideologica da assegnare al FN, nonostante si tratti non soltanto di "un problema di ordine pubblico, che va affrontato comunque con risolutezza e senza infingimenti, ma è un fenomeno epocale generato dalle sciagurate politiche liberiste sovranazionali che hanno reso drammatiche le condizioni dei popoli disagiati." Più diretto l'approccio al tema del lavoro e dell'economia, per i quali la risposta sembra venire davvero da molto lontano, per l'esattezza dal Manifesto di Verona, così come era stato pensato dai soldati politici di Salò. "C'è un'idea molto più originale che ha come intuizione l'espropriazione degli espropriatori, attraverso modelli concreti di partecipazione e cogestione e che deve rappresentare il nostro cavallo di battaglia: la Socializzazione, che vuol dire, oggi, improntare tutta la costruzione societaria sul controllo (non burocratico, non sindacatocratico, ma efficace e propositivo!) dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori, e dei cittadini sugli enti che gestiscono servizi essenziali per la comunità, recuperando la funzione sociale della proprietà privata come sancito, peraltro, dalla Costituzione vigente." Accanto alla socializzazione, di cui si fa garante evidentemente lo Stato che tutela la proprietà privata e garantisce i servizi per la comunità intera, il comunitarismo diventa la soluzione privilegiata per impedire la disgregazione del patrimonio pubblico e della stessa sfera sociale. "Il comunitarismo coniugato ad un federalismo solidale, costruito intorno all'idea forza dell'Europa dei popoli, può rappresentare un passo in avanti significativo per avviare un percorso autentico di superamento di schemi precostituiti e di nuove sintesi politiche per il Terzo Millennio."
Lo scenario è abbastanza chiaro: l'Europa è pronta alla guerra contro le forze dell'imperialismo americano, e in generale del capitale globale, mentre guarda ad Est in attesa che dalla Russia ridotta ad una spettrale società esplosa in mille schegge dopo il 1989, e condannata a stagioni di povertà e miseria dalle nuove e temibili mafie al potere, arrivi un'ulteriore spinta alla resistenza ed al cambiamento. Come sappiamo bene, questi sono in realtà anni di feroce nazionalismo ad Oriente ed altrettanto preoccupante xenobia ad Occidente. La scelta "nazionale", chiamiamola così, di cui anche il FN è alla fine sostenitore, rimanda più all'idea di un'Europa bianca ed ariana che ad una sorta "mistica dei popoli", sovrani e federati, difficilmente credibile.
In realtà, ciò che veramente sopravvive nel programma politico-ideologico, e culuturale, dell'estrema destra italiana è lo "stare" di quello che più volte abbiamo chiamato il soldato politico, caro alla dottrina di Julius Evola. La rivoluzione, in questo senso, non è soltanto una prassi, ma anche uno stato d'animo; è la permanente situazione di conflitto, la dottrina dell' "eroico furore". Ha scritto Maurizio Murelli: "Noi di `Orion', quindi, per motivi politici, ideali, di stile, di coerenza, per il gusto della verità e per naturale trasporto ribelle verso l'ingiustizia, pur avendo conseguito da anni progettualità e sintesi politiche oltre le ortodossie di destra e di sinistra, per un modo d'essere nuovo e rivoluzionario, non possiamo restare indifferenti davanti allo scempio che si fa delle nostre radici. Non ci tiriamo dunque indietro. Mentre quelli di AN vanno a genuflettersi a Wall Street e a sbattere la testa sul Muro del Pianto (in attesa che l'ultimo reduce abbia reso l'anima a Dio in modo da poter sputare anche su Salò senza essere costretti ad intercettare lo sguardo di un combattente) e gli intellettuali della Nuova Destra pensano alla `cadrega' universitaria o massmediatica, noi ce ne stiamo qui a mettere a repentaglio la nostra maturazione col difendere le ragioni degli `indifendibili'."[94]E così sia.
Eppure c'è molto di più in queste riflessioni del militante Murelli di quanto non appaia. C'è quasi, e non vi sembri un'esagerazione, una specie di "spirito del tempo" che rende superflua la storia, da un certo punto di vista. E' la auto-riproducibilità costante della condizione del guerriero, un samurai pronto alla lotta perché la lotta è il suo destino. Questo rende veramente pericolosi i soldati politici, la loro inestinguibile propensione al combattimento, la loro sete di guerra. E soprattutto di eroismo, l'atto puro dell'affrontare il nemico. Nel 1962, sulle pagine di "Ordine Nuovo", Clemente Graziani aveva fissato per le generazioni a venire il concetto profondo della "rivolta permanente": "(...) Ma ciò che più turba e più disorienta gli uomini di politica e di cultura democratica è, più di ogni altra cosa, l'atteggiamento ribellistico delle nuove generazioni verso la società contemporanea. [...] Partendo dall'assunto che tutti dobbiamo essere felici e contenti nel paradiso creato dalla Weltanschauung democratico-bolscevica non si riesce ad inquadrare tali manifestazioni che nella sfera di anomalie da neurotici. Se si analizza, invece, la situazione da un altro angolo di sguardo, senza cioè paraocchi ideologici, niente di strano che particolarmente tra le nuove generazioni si manifesti, nell'attuale stato di prostrazione della nostra civiltà e nella presente condizione di caos democratico, più di un segno di rivolta, di odio rabbioso, di disprezzo metafisico verso l'ordine costituito; niente di strano che ci sia chi si senta sempre più avulso da un mondo che non può offrire nessun ideale, nessun impegno eroico e spirituale, nessuna visione della vita se non quella comune a tutti (...)." [95] Ed è appunto l'odio rabbioso, o forse il disprezzo metafisico, ad inaugurare negli anni che seguirono una stagione segnata dalle bombe, con vittime a decine; stragi pensate e portate a compimento per distruggere il sistema "democratico-bolscevico" con la complicità davvero odiosa di ampi settori degli apparati istituzionali. Anche questa è stata la storia greve della Repubblica.

Presente continu
Il "presente continuo" non è uno dei "tempi" che appartiene alla lingua italiana. Diversamente, ne troverete una definizione corretta in una buona grammatica inglese: "Il presente continuo è spesso usato per descrivere eventi che sono parte di un programma prestabilito per il futuro".
Nella ricostruzione storica proposta fin qui, con qualche pretesa di rivisitazione "genealogica", vale a dire relativa alla derivazione, alla discendenza ed alla ramificazione, del fascismo nostrano, l'ultimo tempo, il presente, è quello che ci deve preoccupare di più.
Sono stati recentemente censiti circa un'ottantina di siti Internet dedicati specificamente ai camerati ed al loro "ordine nuovo". A chiusura di questo saggio, ho scelto, fra i tanti, di parlarvi del NUCLEO C.Z. CODREANU, presente in rete all'indirizzo "http:/geocities.com/nucleoczcodreanu/".
"Noi vi doniamo la nostra sconfitta per un vincere più grande!" Si presenta con questo motto che fa da base ad una croce celtica di pietra su fondo nero, la prima pagina del sito del Nucleo Codreanu. C'è davvero un po' di tutto, scorrendo la lista degli argomenti proposta poco più in basso. Da un sintetico profilo biografico di Corneliu Zelea Codreanu, di cui abbiamo già parlato brevemente nel corso di queste pagine, a cui il gruppo si ispira, ad una galleria di manifesti di guerra o ad una sezione intitolata "I partigiani e la loro giustizia". Qui la revisione della storia è pervicacemente sostenuta e praticata come liberazione dall'inganno dei vincitori.
"Siamo sicuri che in queste righe molti lettori rivedranno la loro storia. Infatti la deframmentazione della nostra area, le scissioni, gli entusiasmi e le delusioni non sono mai mancate; il nucleo C. Z. Codreanu ha le sue radici nel Fronte della Gioventù, un'esperienza tutto sommato positiva e soprattutto formativa.
Ma come sappiamo tutti il nuovo 8 settembre era alle porte e, negli ultimi mesi del 1994, la situazione era già delineata e la `svolta' già programmata, dopo il tradimento alcuni confluirono nel MS-FT altri in a.n. [Alleanza Nazionale, nda] inquadrati in A.G. [Azione Giovani, movimento giovanile di Alleanza Nazionale, nda].
[...] Quello che cercavamo era un movimento attivo, vitale e soprattutto deciso, senza compromessi ed è per questo che entrammo subito in sintonia con Forza Nuova.
[...] In ogni caso la svolta la stiamo vivendo in queste febbrili giornate [estate 2000, nda] in cui intere sezioni del MS-FT e diversi camerati del Fronte Nazionale stanno aderendo a Forza Nuova confluendo così nel nostro Nucleo [...] Questo ci inorgoglisce perché premia tanto lavoro svolto per strada, fra la gente e per la gente." [96] Le ragioni che sottendono l'approntamento delle pagine in rete sono altrettanto chiaramente espresse. "Questo sito è dedicato ai combattenti della R.S.I., da Mussolini all'ultimo dei soldati perché ci identifichiemo in quel periodo e non accettiamo il mito resistenziale responsabile di omicidi di massa per i rei di essere fascisti e di credere in un ideale [...] Per questo ci battiamo e ci batteremo con coraggio, determinazione e decisione, nel rispetto della nostra storia, dei nostri ideali, della nostra tradizione e cercando di continuare quel cammino che l'oro e la vigliaccheria ci spezzarono. E' per questo che lanciamo la nostra sfida: Ricostruzione Nazionale. Ora! [...]
"NESSUNA NOTTE E' TALMENTE LUNGA DA IMPEDIRE AL SOLE DI RISORGERE." [97] Un passato oscuro, che diviene ben presto presente continuo, proprio perché, come suggerisce la lingua inglese, rimanda ad un futuro continuamente possibile, emerge prepotente dalla raffigurazione simbolica lanciata via Internet a ricordare una militanza tutt'altro che seppellita in qualche archivio dimenticato. La memoria di Salò, dalle cui vicende siamo partiti per ridisegnare una singolare geografia della ribellione e della violenza, consolida nuove speranze di riscatto e suggerisce fermenti di lotta incardinati in attesa quasi millenaristica dell'Idea - senza parola, ricordate? - che si fa Storia. Dalle rovine della civiltà all'Europa che risorge affrancata da ogni elemento spurio: il progetto di ricostruzione trova finalmente il suo completamento. Naturalmente, queste sono solo interpretazioni di un pensiero di cui difficilmente si riesce a cogliere l'intima specificità. L'analisi storica resta, al momento, il metodo più convincente, anche se non esaustivo, per affrontare il fenomeno dell'estrema destra italiana in tutte le sue numerose ed intricate pieghe.
Il presente continuo della destra radicale richiama tanto intensamente epoche tra loro distanti da consentirci di intravedere un tempo "uguale" a se stesso nello svolgersi di quegli eventi. Eventi disposti sul piano di un futuro continuamente richiamato perché diventi presto, subito, tempo dell'oggi.
"Una Destra salda nei principi, ma non persa in un empireo che la sottragga al diritto-dovere di organizzare la Città dell'uomo, dunque di amministrare e governare; una destra che sappia valorizzare, testimoniare e continuare la bimillenaria tradizione italiana, ivi compresa la riscoperta della `missione' specifica della nostra nazione e del nostro popolo; una Destra che sappia riconoscere i propri autentici Padri fondatori; una Destra che sappia abitare e attraversare l'evo moderno conscia della propria origine e della propria meta, senza cadere nei sofismi, nei paralogismi e nel debolismo della Modernità. Di questo hanno necessità l'Italia e l'intero Occidente. [...] E se `sinistro' vale tanto catastrofe quanto `individuo torvo, funesto e bieco', in molte lingue europee `destra', `diritto' (sia come termine giuridico, sia come senso del cammino) e `giusto' s'indicano con la medesima espressione. Per questo la vera Destra si scrive con la maiuscola." [98]

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