di Mario Coglitore
"Siamo stati travolti eppure qualcosa mi dice che non è finita, che la nostra idea, la nostra natura continuerà a sopravvivere. Perché i vincitori, i nuovi padroni presto avranno bisogno di me. Finchè l'uomo sarà fatto della stessa merda.
Conto su di voi."Carlo Castellaneta, Notti e nebbie.
Passato remoto
"L'unica cosa che promette la saldezza dell'avvenire è quel
retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue. Idee senza parole."
Così Osvald Spengler descriveva nel 1933 più che un sentimento
uno stile di vita. Anni decisivi, pubblicato in quello stesso periodo,
nella Germania ormai nazistificata, rappresenta uno snodo teorico ed intellettuale
di un certo rilievo per la già affermata cultura di destra europea
dell'epoca. Le idee senza parole, come ha rilevato Furio Jesi[1],
raccontano miti fondanti ed ideologie che hanno percorso l'intero Ventesimo
secolo e che, con buona approssimazione, rischiano di attraversare anche
il Ventunesimo. Nonostante sia certamente corretto rilevare che molte furono
le parole che Spengler ebbe occasione di sprecare nel corso della sua breve
ma intensa vita di filosofo e scrittore, tanto che non si capisce questo
elogio alle idee se poi anch'egli cedette alle inevitabili lusinghe delle
parole stesse, altrettanto vero è che tutta una generazione di intellettuali
volsero rapidamente lo sguardo verso un futuro preconizzato proprio da quelle
idee che venivano mescolate al sangue e che nel sangue sarebbero cresciute
a dismisura. Un sapere che sembrava indicibile e che al contrario fu detto
in centinaia di pagine diverse: "La grande missione dello studioso
di storia è quella di comprendere i fatti del suo tempo e da essi
presentire, additare, designare i futuri eventi che, vogliamo o no, stanno
per giungere."[2] Spengler aveva
ragione: di eventi ne sarebbero giunti molti e non soltanto in Germania.
Alcuni gesti rituali li resero possibili, forse quelle idee senza parole
che presero la forma dell'azione: "...i roghi di uomini, ma anche quelli
di libri che lodava Alfred Baeumler, l'iscrizione di Pirandello al partito
fascista all'indomani dell'uccisione di Matteotti, le ultime scelte (del
resto già precedute da altre meno drammatiche) di Giovanni Gentile
e cose del genere. Ciononostante non si può negare che, se magari
gli ufficiali delle SS ricorrevano poco alle parole, gli uomini di cultura
parlarono, eccome, oltre che compiere gesti. Essi possedevano un vero e
proprio linguaggio letterario adatto a `idee senza parole'...Questo linguaggio
non l'avevano inventato loro. Era un linguaggio creatosi all'interno della
cultura borghese, maturato durante le vicende dei rapporti con il passato
configurati da quella cultura e pronto all'uso."[3]
Passato e cultura saranno temi ricorrenti dell'estrema destra italiana nel
secondo dopoguerra. La fondazione del mito del guerriero o meglio ancora
del soldato politico rappresenta soltanto alcune delle parole privilegiate
di quel linguaggio che ritroveremo spesso nel corso della nostra ricostruzione
storica. Il nucleo dottrinario profondo di tutta l'esperienza del neofascismo,
così come è stata vissuta da militanti e simpatizzanti, attinge
a piene mani in un sostrato culturale rappresentato non soltanto dal fascismo
della prima ora, dal movimento rivoluzionario che accettò male la
progressiva istituzionalizzazione degli originari intenti, radicalmente
anti-statalisti e anti-borghesi, di un manipolo di eroi votati a ben più
nobili cause che quella di dar corpo ad un apparato di governo compromesso
in breve con il sistema di potere, ma anche dal linguaggio trasmesso nella
società da alcuni più o meno illuminati sacerdoti delle idee
senza parole. Sulla tradizione del sangue, inteso specificamente nella sua
qualità di riproduttore imprescindibile di tradizione - dei padri,
della stirpe e quindi della razza - essi lanciarono il loro appello al nazionalismo
in quanto occupazione permanente del suolo patrio, difesa ad oltranza di
valori che un'ideologia compatta ed inossidabile avrebbe reso eterni, cioè
destinati ad un futuro continuamente disvelato come promessa di un presente
diverso.
In realtà la sola ideologia veramente coinvolta in questa serie di
passaggi della storia che conduce sino ai nostri giorni resta quella incardinata
nelle prescrizioni della borghesia italiana (piccola e media, con qualche
punta nell'alta), l'unica sopravvissuta allo sconquasso successivo alla
caduta del regime e l'unica profondamente devota all'insieme di valori e
credenze di cui si è detto. Per questo è ancora utile la distinzione
tra neofascismo dalla faccia feroce e neofascismo in doppiopetto: due anime
singolarmente partecipi di uno stesso stile di vita. Meglio ancora tra neofascismo
sacro e profano, secondo il suggerimento di Jesi. Tuttavia: "...né
il neofascismo sacro o esoterico né quello profano o essoterico sono
l'esatto corrispettivo, nell'ambito dello stile ideologico, del neofascismo
dalla faccia feroce o di quello in doppiopetto, nell'ambito dello stile
di comportamento. Questa mancanza di omologia fra l'alternativa di comportamento
e l'alternativa ideologica lascia sospettare nel neofascismo, e forse in
tutto il fascismo, vecchio e nuovo, una frattura tra prassi politica e ideologia..."[4] In questa confusione di linguaggi, perché
tali sono le ideologie e le prassi politiche a ben guardare, sta il nocciolo
della vicenda dell'estrema destra in Italia, spesso in rotta di collisione
con la borghesia nostrana che per tanti anni ne ha pur coperto e ampiamente
sovvenzionato le organizzazioni, in una specie di misurata unità
di intenti quando quella stessa borghesia ha manifestato in più occasioni
propositi di sovvertimento dello Stato e della cosiddetta democrazia parlamentare
repubblicana. Ma nel gioco sottile e per certi versi raffinato del potere
politico, quale si è espresso nel nostro paese dal 1948 in poi, c'è
stato e c'è tuttora spazio per ampi margini d'azione lasciati alla
sopravvivenza delle idee senza parole e di una cultura dell'autoritarismo
e della violenza carica di terribili conseguenze per tutti noi.
Nello stesso 1933 durante il quale Spengler invocava la tradizione del sangue
dei padri, il sovversivo Georges Bataille, che univa al rifiuto radicale
per ogni forma di fascismo anche un anti-hegelismo poco gradito dall'intellettualità
di regime dell'epoca, scriveva un testo dall'importanza decisiva nell'analisi
delle strutture profonde del fascismo.[5]
Secondo Bataille il carattere peculiare della società moderna sta
nella sua omogeneità tendenziale. La base dell'omogeneità
è la produzione e la società omogenea è la società
produttiva, rigorosamente descrivibile perché trasposta in numeri,
attraverso un ordine che ammette soltanto quanto può accrescere la
quantità di ciò che si possiede. La società omogenea
è costituita dalla borghesia capitalista e da quelli classi intermedie
che vivono a ridosso di essa; la riproduzione continua dell'omogeneità
mette naturalmente la classe, o le classi, al potere in condizione di doversi
necessariamente qualificare come tali, salvo perdere i benefici che ne derivano.
Ma l'aspetto della divisione in classi, intese come centri di potere che
costruiscono una fitta rete di complicità e solidarietà reciproche
per detenere il comando, non esaurisce l'analisi dei rapporti di potere,
nè può pretendere di spiegarli completamente. L'omogeneità
appare il principio regolatore della società contemporanea, fondata
su una singolare commistione tra caratteri propriamente economici e culturali
in senso ampio.
Il fascismo, meglio sarebbe dire la rivoluzione fascista, prima che assumesse,
quasi necessariamente, i caratteri della stabilità istituzionale
incarnata dallo Stato, ha rappresentato ad un certo punto la costituzione
di un potere eterogeneo, dunque dirompente e lacerante nella sua contrapposizione
radicale all'omogeneità della società di allora, impregnando
completamente la visione del mondo di alcune generazioni.
"Il potere fascista è caratterizzato in primo luogo dal fatto
che la sua base è insieme religiosa e militare, senza che tali elementi
abitualmente distinti possano essere separati l'uno dall'altro: esso si
presenta così fin dalla base come una concentrazione compiuta."[6] Come sappiamo, prevalse ampiamente l'aspetto
militare anche se la figura del capo, del leader indiscusso che Mussolini
incarnò per molti anni, sarebbe presto diventata contraddittoria
all'interno dei consueti rapporti che si stabiliscono in una gerarchia militare.
"La persona imperativa del capo ha la portata di una negazione dell'aspetto
rivoluzionario fondamentale dell'effervescenza assorbita da lui: la rivoluzione
affermata come un fondamento è allo stesso tempo fondamentalmente
negata dalla dominazione interna esercitata militarmente sulle milizie."[7] In questo modo, prosegue Bataille, sono
implicate simultaneamente le qualità di due diverse dominazioni,
interna ed esterna, cioè militare e religiosa. L'omogeneità
introiettata attraverso il modello sociale dominante, proprio quello che
il fascismo-movimento vuole distruggere, spinge al dovere ed alla disciplina,
mentre l'eterogeneità rappresentata dalla comparsa della spinta rivoluzionaria
che trascende l'affettività collettiva nella persona fisica del condottiero
- dux a tutti gli effetti - rompe gli schemi anche, o soprattutto, con l'incitamento
alla violenza guerriera. Il valore religioso del capo è realmente
il valore essenziale del fascismo, che dà all'attività dei
miliziani la sua tonalità affettiva propria, distinta da quella del
soldato in generale. Il comandante in quanto tale è infatti l'emanazione
di un principio che altro non è se non l'esistenza gloriosa di una
patria innalzata al valore di forza divina, la quale, superiore ad ogni
altra considerazione concepibile, esige non solo la passione ma l'estasi
dei suoi partecipanti.
Sia condivisibile o meno, l'analisi di Bataille ci consente comunque di
enucleare alcuni caratteri peculiari della cultura fascista che sono stati
ampiamente tramandati ai figli del Ventennio, e che giungono sostanzialmente
inalterati sino ai nostri giorni. Il ]soldato politico ritto tra
le rovine[8] del mondo occidentale ormai
travolto da una modernità che ne ha prima eroso le fondamenta e poi
desertificato il tessuto sociale, annullando ogni speranza di riscatto,
si oppone al decadimento della civiltà; egli è sintesi estrema
della resistenza da contrapporre alla tragica realtà della vita quotidiana
dopo la scomparsa dello spirito della tradizione. Reagire per il superamento
e la restaurazione dell'ordine tradizionale e gerarchico diventa compito
millenario di coloro che credono.
Una religiosità che sconfina nella mistica sembra caratterizzare
il nucleo ideologico profondo del pensiero fascista. Nelle oscure pieghe
di un passato dei padri che torna continuamente, cova il disagio del soldato
politico, chiamato, anche contro lo stesso fluire della storia, alla
lotta per l'affermazione di ideali superiori. Nell'Italia dilaniata dalla
guerra e travolta dal conflitto civile molti corsero a combattere nell'ultimo
baluardo posto a difesa della nazione; la Repubblica sociale italiana chiamava
a sé i figli prediletti.
Il 12 settembre 1943, a distanza di otto giorni dalla dichiarazione di
armistizio tra Italia ed esercito alleato, annunciata in un famosa trasmissione
radio dal maresciallo Badoglio, Mussolini venne liberato dal maggiore della
Wermacht Hans Mors a Campo Imperatore sul Gran Sasso e trasportato in aereo
da Otto Skorzeny a Vienna, dove ebbe una lunga conversazione telefonica
con Hitler. Il colloquio con il führer e il contatto con alcuni ex
gerarchi rifugiati in Germania (tra i quali Farinacci e Pavolini che ebbero
un ruolo di rilievo nella Repubblica sociale) rivitalizzarono il duce. Mussolini
rientrò in Italia e, forte dell'appoggio tedesco, decise la rifondazione
del partito con il nome di Partito fascista repubblicano (Pfr). Il 23 settembre
venne annunciata la costituzione della Repubblica sociale italiana e del
governo fascista repubblicano; la capitale del nuovo stato divenne Salò,
piccola cittadina affacciata sul lago di Garda, mentre i vari dicasteri
furono dislocati in diverse località dell'Italia settentrionale.
La Rsi raccolse al suo interno alcuni dei rivoluzionari della prima e dell'ultima
ora, fascisti delusi e traditi, molti giovani volontari desiderosi di riscattare
la vergogna dell'armistizio firmato con gli Alleati. In realtà il
nuovo staterello consentì immediatamente alla Germania di assicurarsi
il controllo politico di una parte della penisola attraverso la proclamazione
di un governo nazionale con caratteristiche di legalità, in un periodo
di estrema confusione durante il quale si decideranno davvero le sorti d'Europa.
Mentre gli americani premevano a Sud e risalivano inesorabilmente lo stivale,
i republichini, come presto verranno chiamati, combattevano una strenua
battaglia contro le formazioni partigiane attivissime a Nord. Una vera e
propria guerra civile scatenatasi anche tra italiani e non soltanto tra
partigiani ed esercito tedesco.
Questa Repubblica di sapore vagamente social-nazionale, per così
dire, si fondava sui principi esposti alla prima assemblea nazionale del
Pfr che si tenne al Castelvecchio di Verona tra il 15 e il 16 novembre 1943.
Il Manifesto di Verona, redatto in quell'occasione, prevedeva la convocazione
di una costituente che avrebbe dovuto esprimere, nella sua qualità
di organo supremo, l'origine popolare del consenso alla Repubblica sociale;
in politica interna, infatti, era stata prevista l'immediata nazionalizzazione
dei beni di interesse collettivo, il diritto di tutti alla proprietà
dell'abitazione, l'istituzione di un sindacato obbligatorio per i lavoratori
e una Confederazione generale del lavoro. Per ciò che riguardava
la politica estera la Rsi riaffermò una salda alleanza con la Germania
nazista e la lotta aperta alle plutocrazie occidentali.
Il governo di recente formazione non perde occasione per saldare in fretta
qualche conto ancora sospeso. L'8 gennaio del '44 fu convocato in tutta
fretta sempre a Verona, anche su pressione dei tedeschi, un tribunale speciale
che pronunciò alcune condanne a morte. Furono dichiarati colpevoli
di tradimento quei gerarchi che nella storica seduta del Gran Consiglio
del fascismo del 24 luglio 1943 avevano votato l'ordine del giorno dell'ex
ministro degli Esteri Dino Grandi con il quale era stato di fatto esautorato
Mussolini e consegnato il paese nelle mani di Badoglio.
La Rsi divorò se stessa dall'interno fin dall'inizio, lacerata com'era
da una serie di contrasti ideologici che a partire dal Manifesto di Verona
rendevano incompatibili le molte anime dell'ultimo fascismo. Lo stesso Mussolini
aveva aspramente criticato il programma troppo socialista costruito in occasione
della proclamazione della nuova patria repubblicana e i presupposti stessi
della Rsi si accordavano male con il dominio che di fatto la Germania intendeva
esercitare sull'Italia.
Questioni che peseranno non poco nella successiva costruzione della memoria
dei reduci republichini. Memoria tradita per la prima volta - ci sarà
un altro tradimento ma bisognerà aspettare gli anni Settanta - non
soltanto dalla piega che avrebbero preso gli avvenimenti a livello internazionale,
e che tutti conosciamo, ma dallo stesso mancato riscatto di un'esperienza
di guerra e di combattimento eroico che trovava le sue ragioni d'essere
nella difesa in un certo senso del suolo patrio, anche contro gli stessi
alleati nazisti, e dell'ideale fascista nella sua purezza.
La storia è fatta di volti e di nomi, non soltanto di avvenimenti.
Per raccontare cosa fu la Repubblica sociale italiana possiamo ricordare
le emblematiche vicende di uno dei suoi fondatori e sostenitori più
accesi. Alessandro Pavolini era nato a Firenze nel 1903; figlio di un famoso
glottologo, si laureò a pieni voti a soli ventuno anni in legge e
scienze sociali.
L'ultima raffica di Salò, così sarà definito
con ironia da quanti tra i suoi nemici ne parleranno negli anni successivi
alla proclamazione della Repubblica italiana, partecipò giovanissimo
alla marcia su Roma ed aderì con entusiasmo alla squadrismo mussoliniano.
Nel 1934 fu eletto deputato e si trasferì a Roma con l'incarico di
inviato speciale del Corriere della Sera. Il legame ideologico e
d'amicizia con Galeazzo Ciano, genero di Mussolini passato per le armi proprio
a seguito del processo di Verona, si fa in quegli anni molto stretto; Pavolini
combattè nella guerra d'Africa a fianco del potente gerarca fascista,
sia come inviato del Corriere che come pilota della squadriglia La
Disperata (che porta lo stesso nome della squadraccia fiorentina di
cui nel 1919 Pavolini aveva fatto parte, appena sedicenne). Ciano, quando
si trasferì al dicastero degli Esteri nel 1939, ripagò la
fedeltà dell'indomito camerata cedendogli il prestigioso incarico
di ministro della Cultura popolare.
Pavolini si ritrovò così a disporre di eccezionali poteri,
che manterrà sino al rimpasto governativo del 1943, sui mezzi di
comunicazione. Potè ampiamente utilizzare a fini di propaganda radio,
giornali e cinema: mezzi che gli consentirono di mobilitare un vasto consenso
a favore del regime. Intelligente e di grande cultura, il nuovo ministro
del Minculpop seppe influenzare con appoggi, finanziamenti e promozioni
il mondo della cultura italiana, dal teatro alla carta stampata. L'Eiar,
ente radiofonico nazionale, produsse sotto il suo impulso alcune trasmissioni
di carattere popolare destinate a formare la coscienza fascista dei cittadini.
Dopo il 25 luglio del 1943 fuggì in Germania con Farinacci, Ricci,
Vittorio Mussolini e Preziosi per evitare di sottomettersi a Badoglio e
al re. La coerenza di Pavolini fu inossidabile come l'acciaio e ne conservò
inalterata la durezza. Subito dopo la liberazione di Mussolini ritornò
immediatamente a Roma con l'incarico di riaprire la sede del partito che
d'ora in avanti sarà il Partito fascista repubblicano, di cui diventerà
presto segretario.
Qualcuno lo definisce idealista e romantico; ma anche attivissimo nel cercare
di riportare agli antichi fasti la cultura fascista di cui fu ispiratore
e promotore. E' lui ad organizzare il primo congresso del Pfr ed è
lui ad imporre durante i lavori dell'assemblea i "18 punti" della
Carta di Verona che varano il nuovo programma sociale: i padroni dovranno
dividere il potere e la ricchezza con gli operai. Questa analisi piuttosto
perentoria ed ingenua nella sua formulazione così radicale rianima
il vecchio fascismo delle origini, nonostante la disapprovazione dello stesso
Mussolini. Ma i "18 punti" rappresentano davvero l'insanabile
contraddizione che cova nella Rsi e che separa inevitabilmente le ragioni
dell'ideologia da quelle della politica.
Fu una tensione dell'anima quella che sconvolse buona parte dei camerati
di Salò, un groviglio di sentimenti che trascorrevano dall'amore
all'odio con elementare semplicità. Ovunque la violenza della guerra
fratricida esplose inarrestabile; era il momento della resa dei conti definitiva:
l'amico del cuore Galeazzo Ciano si trasformò nel nemico da abbattere;
i partigiani ed i loro temibili attacchi nel cuore stesso dei centri industriali
del Nord piuttosto che tra valli e montagne non davano tregua. Pavolini
decise di militarizzare il partito e nel luglio del 1944 formò le
Brigate Nere. Esse sono, disse lo stesso Pavolini "una famiglia che
combatte una guerra di religione"[9].
Forti di 150.000 uomini bene armati, ed organizzate nel numero di 40, le
Brigate Nere lavorarono egregiamente in funzione anti-partigiana, seminando
morte e terrore. A novembre del 1944, quando la situazione stava precipitando
e la riorganizzazione della resistenza cancella le ultime speranze dei nazi-fascisti,
Pavolini mise in scena il suo ultimo, grande spettacolo, il ridotto in Valtellina,
per organizzare la resistenza finale: un manipolo di ardimentosi pronti
davvero a tutto. Dei 30.000 uomini previsti, al momento del raduno a Como
se ne presentarono appena 3.000 e la mattina del 26 aprile Pavolini raggiunse
il capoluogo lombardo convinto di incontrare il suo duce. Mussolini non
c'era già più perché si stava dirigendo verso Menaggio
e da lì cercava di raggiungere il confine. Braccato dai partigiani
e ferito in un primo scontro a fuoco, il toscano dalle mille risorse si
gettò nel lago ma venne raggiunto dai suoi inseguitori. I testimoni
raccontano che al momento della fucilazione sulla piazza di Dongo gridò
"Viva l'Italia". Appena prima dell'ultima raffica.
Si stagliano nella storia frantumata dell'Italia sconvolta dal secondo conflitto
mondiale, questi fascisti indomabili che hanno nella testa contemporaneamente
la socializzazione dei mezzi di produzione e del lavoro e l'idea di patria.
O di sangue e suolo, se preferite. Concetti chiave, questi ultimi, della
lunga memoria fascista che approda al dopoguerra forte di una tradizione
ideologica e di valori condivisi destinati dalla memoria dei vincitori ad
essere apparentemente confinati nell'oblìo. Le origini culturali
di ciò che per comodità espositiva è stato spesso definito
neofascismo stanno tutte lì, in quegli ultimi bagliori di eroismo
del soldato politico pronto a dare la vita perché soltanto
nel sacrificio trova appagamento il desiderio di essere utile alla causa.
Le menzogne della vita politica cosiddetta democratica, dacchè il
nuovo parlamento italiano divenne centro degli scambi di voti e favori della
Repubblica appena nata, avrebbero certamente nauseato e deluso Pavolini.
Eppure attraverso il loro sapiente utilizzo sarebbe stato possibile al Movimento
sociale italiano districarsi nelle insidie del bipolarismo che oppose per
alcuni decenni Democrazia Cristiana a Partito Comunista. Ma il nerbo dell'ideologia
non stava certo nel compromesso, piccolo o grande che fosse, di corridoio
o d'aula; piuttosto nel mai sopito richiamo alle gesta valorose del miliziano
che osa. Del guerriero che nella Repubblica sociale aveva trovato la sua,
o parte della sua, ragione di vita.
Alle origini del fascismo del secondo dopoguerra sta dunque la Rsi la cui
esperienza, memoria e vicende costituiscono capisaldi ideologici per le
nuove generazioni di combattenti di cui più avanti parleremo. Il
primo inaccettabile tradimento sarà proprio questo per i sopravvissuti
e per quanti verranno dopo: il mancato riconoscimento del ruolo dei "ragazzi
di Salò", anche se di ragazzi si trattava soltanto in parte
come abbiamo potuto constatare, nella difesa dell'Italia dalla furia nazista.
Dimenticando alcuni episodi significativi di quel periodo ed altrettanto
significativi, e terribili, personaggi, la banda Kock[10]
e gli omicidi e le torture da essa commessi, per dire dei più tristemente
noti, il mito e l'apologia di Salò prendono forma in opposizione
all'antifascismo, non tanto partigiano quanto schiettamente borghese, che
sacrifica gli ultimi, grandi combattenti dell'idea. Filippo Anfuso, diplomatico
di carriera protagonista del fascismo fino agli ultimi giorni, elabora con
una certa efficacia la teoria della Rsi come ultimo bastione che impedisce
all'Italia una sorta di "polonizzazione" hitleriana.
"Insomma, nell'interpretazione dell'ex ambasciatore, la Repubblica
sociale diveniva la subordinazione dell'ideologia all'interesse generale,
il supremo sacrifico di se stesso che l'ultimo fascismo - custode già
negli anni del regime di una visione religiosa della nazione - aveva offerto
all'Italia lo scudo con cui erano stati protetti gli italiani dalla furia
devastatrice nazista."[11] Osserva
ancora Germinario che con Anfuso nasce uno dei punti forti dell'immaginario
storiografico dei neofascisti: destra e sinistra, nazisti ed antifascisti,
- questi ultimi ancora più colpevoli perché pronti a sacrificare
gli interessi generali della democrazia a miserevoli strategie politiche
di fazione - pur partendo da opposti ma alla fine convergenti determinazioni,
avevano semplicemente annichilito i progetti di Mussolini, cancellandoli
dalla storia. "La conseguenza storiografica decisiva delle accuse di
Anfuso ai tedeschi e della rivendicazione del carattere afascista della
RSI consisteva nella sottrazione della RSI all'accusa infamante di collaborazionismo."[12]
Il "leit-motiv" di buona parte della storiografia fascista del
dopo-Salò diventa lo "Stato mancato". Il fascismo repubblicano
non raggiunge l'obiettivo e viene sconfitto; la Rsi si trasforma in nemico
della nuova democrazia borghese repubblicana che espropria la nazione e
la fà sua. Per questo i fascisti sopravvissuti grazie all'amnistia
del 1946 [13], e saranno in parecchi,
continuano ad agognare lo Stato perduto dichiarando una guerra permanente
al Parlamento degli "antifascisti" ed alle istituzioni della Repubblica
nata sui principi della Resistenza. Molti di costoro, in realtà,
rientreranno, dopo la parentesi guerriera, tra le file della borghesia nostrana
rimontando anno dopo anno la ripida china nella quale erano sprofondati
e mantenendo pressochè inalterato un nucleo dottrinario sincretico
e occulto che alimenta le nuove generazioni di militanti e "combattenti"
con il sacro fuoco della patria, dell'onore, del sangue e della razza.
Indispensabile volano di memoria e sopravvivenza sarà il Movimento
sociale italiano, più che tollerato partito dell'arco costituzionale
in ottimi rapporti con la Democrazia cristiana di De Gasperi. L'assemblea
dei cattolici conservatori, chiamiamola così, fortemente sbilanciata
a destra, sarà asse portante per oltre un cinquantennio della governabilità
del paese Italia, una nazione modellata sul Patto Atlantico; un popolo di
fascisti divenuti rapidamente antifascisti nel quale spicca il ceto medio
degli impiegati e dei professionisti che continua ad occupare stabilmente
gli apparati della burocrazia, vale a dire i gangli della vita civile stessa.
All'interno di questa piccola borghesia macilenta che non chiede altro se
non di mantenere inalterati alcuni piccoli privilegi che lo stesso Mussolini
aveva garantito, si nasconde e cresce il malessere dei nostalgici del regime.
Una nostalgia tutta italiana.
"Me ne frego del nazionalsocialismo e del signor Hitler, anche se lo
rispetto per la morte nibelungica, tra l'altro una beffa ai vincitori, che
arrivati al suo bunker, hanno trovato solo cenere. Ma noi italiani siamo
un'altra cosa. Mussolini è morto con la sua amante, come in un melodramma
di Verdi, la moglie a casa con i bambini."[14]
Bisogna volgere lo sguardo alla memoria "che manca" nel fascismo
approdato sulle sponde della nuova Repubblica italiana e che viene continuamente
sottratta ai suoi stessi militanti perché scivola via lungo le dimenticanze,
gli oblii e i desideri di quel ceto medio nel quale si nascose, per comprenderne
le radici profonde. La piccola borghesia impregnata di cultura del buon
senso, dopo l'esperimento del Ventennio e gli ultimi fuochi di Salò
si ritrovò ben presto allo sbando; non le restò che confluire
in fretta nell'ipocrisia del giovane, giovanissimo, apparato istituzionale
ritagliato al di qua della Cortina di Ferro, nella speranza che la democrazia
parlamentare potesse garantire perlomeno la sopravvivenza economica.
La società industriale, infatti, continuò la sua opera di
modernizzazione transitando da un'epoca all'altra senza subire troppi scossoni.
In questo modo potrebbe essere vero che l'unico problema davvero insoluto
per il neofascismo resta la rivoluzione non compiuta, assieme ad una rabbia
sorda che non lascia tregua all'anima nera covata dal ceto medio.
Passato prossimo
Il 26 dicembre del 1946, appena a ridosso della fine di uno dei più
sanguinosi conflitti del secolo, nello studio dell'ex vicefederale romano
Arturo Michelini, un gruppo di reduci della Repubblica di Salò fondò
il Movimento sociale italiano. La nostalgia dei Vinti per eccellenza, i
Vinti di Salò appunto, ha bisogno di un punto di riferimento forte.
Numerose riviste pubblicate in quel periodo crearono un clima favorevole
alla discussione sul futuro degli irriducibili soldati fascisti: "Rivolta
ideale", "Brancaleone", "Fracassa", "Il pensiero
nazionale", "Senso nuovo" cercano l'aggregazione spontanea
di quanti sono stati dispersi dalla vittoria della Resistenza e in certo
senso, dunque, del PCI.
Il piccolo partito raccolse le speranze e le forze di un insieme di vecchi
notabili e di giovani sopravvissuti ben decisi a vendere cara la pelle.
Fin da subito la questione dei rapporti con le organizzazioni clandestine
si pose come determinante per gli sviluppi delle future posizioni politiche
del Msi. Ai margini del partito gruppi illegali come i Fasci di azione
rivoluzionaria (Far) o la Legione Nera complottavano oscuramente
per ordire trame e provocazioni quando non addirittura veri e propri attentati
terroristici. Del resto i militanti che avevano scelto la clandestinità
non di rado risultavano iscritti al Movimento.
I due livelli dell'Msi, nonostante questa partizione sia stata negata più
volte nel corso degli anni, uno istituzionale e legalizzato, l'altro occulto,
convissero nella sostanziale complicità garantita dagli apparati
dello Stato. Nel 1948 l'assorbimento di uomini ed elettorato de "L'uomo
qualunque"[15] consentì al
Msi di ottenere persino la presenza di parlamentari nel primo governo della
Repubblica italiana. Quando nel 1956 il gruppo "evoliano" Ordine
Nuovo, guidato da Rauti, si staccò dal partito, cominciò
a radicalizzarsi lo scontro tra correnti interne, anche se fino al 1960
almeno la direzione del Msi controllava l'area della destra estrema. Dopo
il tentativo di insediarsi stabilmente al governo con Tambroni nel 1960,
a seguito della compatta reazione popolare e dello schieramento antifascista
che condusse a gravi scontri di piazza a Genova, Roma e Reggio Emilia, il
Movimento sociale non riuscì più ad arginare le pressioni
delle frange più combattive che dopo i fatti di quell'estate di violenza
civile rifiutarono la linea dell'inserimento graduale nelle istituzioni
e cominciarono ad elaborare precisi progetti politici alternativi a quelli
missini. Venne così mano l'azione moderatrice della dirigenza fascista
delle origini che si era riciclata nel partito sin dai giorni della sua
costituzione.
Nel 1968 i consensi calarono al 4,5% e l'originario tentativo di tenere
uniti differenti approcci ideologici fallì completamente. In quel
periodo fiorirono i gruppi di destra radicale destinati ad avere un ruolo
centrale negli anni successivi di storia repubblicana: Fronte Nazionale
guidato da Junio Valerio Borghese, ex comandante della formazione X Mas,
ben conosciuta ai tempi delle repressioni republichine, Rosa dei Venti,
Avanguardia Nazionale e ancora Ordine Nuovo. Ampi settori
della borghesia anticomunista chiesero che i conflitti sociali trovassero
una soluzione e la strategia della tensione venne per la prima volta teorizzata
in un famoso convegno tenuto a Roma nel 1965[16],
durante il quale si prepara lo scontro armato contro la sinistra e lo Stato.
L'anno seguente morì Michelini e la segreteria del partito passa
nelle mani di un altro fedelissimo camerata, Giorgio Almirante.
Il Movimento sociale, secondo la segreteria Almirante, doveva porsi come
centro propulsore delle richieste che l'intera compagine di destra presentava
alle altre forze politiche; è di quel periodo l'alleanza con la Democrazia
Cristiana e i monarchici e l'aggiunta del suffisso "destra nazionale"
all'acronimo del partito [17]. Per questo
si pensò ad una direzione centrale da cui ramificassero alcune strutture
secondarie capaci di raccogliere maggiori consensi, a cominciare dalle generazioni
meno mature. La manovra in parte riuscì: con la nascita del Fronte
della Gioventù, Almirante possedeva finalmente la sua organizzazione
giovanile. La linea del segretario è abbastanza chiara; si tratta
di giocare il ruolo di destra moderna, presentandosi all'elettorato e alla
società in generale con meno nostalgie per il passato. Se da un lato
questa politica mise ancor più in risalto la frattura con i gruppi
estremisti, dall'altro il Msi riuscì ad erodere, anche se in proporzione
minima, una parte della destra democristiana che guardava con favore alla
stabilizzazione istituzionale di un partito che occupasse a pieno titolo
la parte dell'arco costituzionale che stava a destra. Le vicende elettorali
del Msi tra inizio e metà degli anni Settanta mettono in evidenza
le ampie contraddizioni interne: revisione ideologica superficiale, incapacità
di controllo sulle frange dei militanti apertamente conniventi con i gruppi
armati. Nelle elezioni del 1972 si toccò la punta massima di consensi
con 8,7% dei voti, mentre il crollo elettorale giunse appena quattro anni
più tardi con una percentuale del 6,1% dei voti validi, inferiore
del 2,6 rispetto al `72. La Democrazia Cristiana aveva ampiamente contenuto
il deflusso di voti su cui Almirante credeva ormai di poter contare; lo
scontro tra la componente moderata e la segreteria condusse ben presto alla
fuoriuscita di metà del gruppo parlamentare che si presentò
al voto nel 1979 con il nome di Democrazia Nazionale, senza concludere molto:
l'esito elettorale non consentì nemmeno il raggiungimento della quota
dell'1% (0,6).
La ricomparsa di Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, nell'agone
politico dopo il suo rientro nel partito ad inizio anni Settanta, rimescolò
ulteriormente le carte in gioco. Rauti decise di occupare in qualche modo
lo spazio politico lasciato libero dalla scissione interna e diede vita
ad una corrente innovativa con progetti rivolti al futuro. Si trattava di
comprendere con chiarezza, sostenevano i rautiani, che il capitalismo, ridotto
a merce ogni rapporto, aveva distrutto la possibilità di vita comunitaria
autentica, spirituale: massificazione, consumismo, alienazione - non più
comunismo e disordine - sono i veri problemi irrisolti della società
contemporanea.
Durante l'XI congresso del partito, nel gennaio del 1977, Rauti impresse
la spinta definitiva al cambiamento della tradizione politica e culturale
missina, autoritaria e conservatrice. La componente vetero-fascista venne
emarginata a favore di un approccio anticapitalista e antioccidentale, più
orientato verso il "fascismo-movimento". In realtà la rivoluzione
rautiana, che avrebbe promosso una concezione manifestamente opposta a quella
che aveva imperato fino ad allora, militarista e gerarchica, produsse variazioni
significative nell'organizzazione interna ed esterna del Msi. Debitrice
alla "Novelle Droite" francese (il cui esponente di spicco è
Alain De Benoist) e rivolta a fornire nuove coordinate ideologiche che vadano
oltre lo stesso fascismo e radicalismo, la componente giovanile raccolta
attorno a Rauti creò un vero e proprio circuito alternativo: case
editrici, centri di diffusione libraria, gruppi musicali, cooperative di
lavoro. Nacque una corrente di pensiero che si impossessò, "ante-litteram",
di temi cari alla stessa sinistra degli anni Ottanta, quali per esempio
ambiente ed ecologia; riferimenti culturali diventano Tolkien, Lorenz, Konstler.
Si consumò, così, la rottura definitiva con i vecchi, intoccabili
totem, Evola e Romualdi per citare i più presenti nell'immaginario
collettivo del partito, e si affermò l'impostazione organica-comunitaria
(cruciale resta la definizione del rapporto individuo-comunità-Stato).
Sono almeno quattro i punti cardine di questo nuovissimo asse di interpretazione
del mondo: privilegio dei valori radicati nell'individuo e nei gruppi naturali,
con acquisizione di eredità culturali, genetiche e storiche espresse
dalla vita di comunità; visione spirituale della vita contraria al
mercantilismo e dunque contraria ad una concezione utilitaristica dei rapporti
interpersonali; riscoperta delle radici e privilegiamento delle specificità
culturali ed etniche - in tal senso la pluralità delle etnie e delle
culture distingue l'ideale organico dal livellamento totalitario delle democrazie
liberali; rifiuto totale del mito egualitario.
Si trattò in realtà di una intelligente opera di mascheramento
di teorie che stanno più sul versante del razzismo e della xenofobia
che del progresso civile, nonostante l'apparente, e comunque drastica per
l'epoca, rivisitazione del fascismo tradizionale. Un approccio critico alla
realtà in un mondo che sta cambiando a cavallo tra fine anni Settanta
ed inizio anni Ottanta. L'esperienza totalmente alternativa dei Campi Hobbit[18] (1977, 1978, 1980), infine, chiuse
le vicende della componente creativa del partito, poco prima della fase
buia dello "spontaneismo armato".
Negli anni Ottanta il Msi mantenne inalterato il suo dualismo interno. La
corrente nostalgica e la prospettiva dell' "altrimenti" dal fascismo
di Rauti coesistevano mentre si affermava come intellettuale organico al
partito Renzo De Felice che problematizzò, sul piano della ricerca
storica e storiografica, l'origine e lo sviluppo stesso della tradizione
fascista, sganciandola dalla classica interpretazione militante e resistenziale.
Nonostante il successo elettorale del 1983 (6,8% delle preferenze), si acuì
la frattura tra opposte fazioni e la fuoriuscita del gruppo di Marco Tarchi
indebolì ulteriormente l'ala rautiana. Si discusse molto sulla necessità
o meno di rinunciare in maniera definitiva all'identità fascista
classica, per la perpetuazione della quale, dopotutto, il Movimento sociale
era sorto. Con la morte di Almirante nel 1988 cominciò la lotta per
la successione; l'assenza improvvisa, per quanto prevedibile, di un capo
carismatico e di un leader storico dell'importanza del compianto camerata,
misero in subbuglio la segreteria del partito. Il giovane Fini, delfino
indicato da Almirante come legittimo continuatore della linea originaria,
si scontrò presto con un agguerrito Rauti, che nel 1990 soppiantò
per un breve periodo il futuro indiscusso segretario di Alleanza Nazionale.
Nel 1991 Rauti fu costretto a dimettersi definitivamente e Fini recuperò
presto l'identità appartenuta ai sostenitori del "fascismo-regime",
riproponendo l'Msi come forza conservatrice di destra e abbandonando le
velleità anticapitaliste e antiamericane di Rauti. Si cercarono consensi
anche nell'area moderata e cattolica.
Il crollo del regime partitico DC-PSI travolto dallo scandalo di Tangentopoli
spinse Fini e la nomenclatura del Msi all'ultima trasformazione. La linea
di Fini a tutto il 1993, anno del lancio dell'idea di una nuova casa per
i fascisti italiani, era stata caratterizzata dall'insistenza sulla fedeltà
alle origini, sul recupero degli ideali fascisti e allo stesso tempo dall'inserimento
nel sistema politico, ormai completamente mutato nelle sue figure e funzioni
caratterizzanti.
L'invenzione di AN sortisce buoni risultati: il vecchio progetto di Almirante
di aggregare forze nuove e diverse fra loro attorno al Msi trovò
terreno fertile nell'Italia scossa dallo scandalo delle tangenti. Il teorico-politologo
Fisichella propose un documento d'avvio d'intesa con chiunque si sentisse
capace di apprezzare una proposta politica di cambiamento, articolato in
punti chiari e piuttosto ovvii, interamente ed astutamente pensati in perfetta
sintonia con i tempi: modello presidenzialista con referendum propositivo,
rafforzamento del sentimento nazionale, mercato libero anche se più
solidale, Stato autorevole ed intransigente.
L'unico ad opporsi alla trasformazione fu l'intramontabile Pino Rauti che
ruppe definitivamente con il partito e si presentò alle elezioni
mantenendo il vecchio simbolo del Msi con l'aggiunta alla denominazione
di un "Fiamma tricolore" che rieccheggiava gli antichi fasti.
Per il resto del panorama politico nostrano, Alleanza Nazionale non soltanto
aveva ragione di esistere, ma in breve diventava "luogo" di incontro
di ampi settori del mondo finanziario, industriale e accademico. Nel 1993
ben 19 sindaci vengono eletti in tutt'Italia tra le fila del partito e durante
il ballottaggio per la poltrona di primo cittadino a Napoli e Roma, Alessandra
Mussolini e Gianfranco Fini perdono per una manciata di voti (44,9% di preferenze
la Mussolini, 46,9% Fini).
L'entrata in scena del Cavaliere televisivo Berlusconi e del suo movimento
Forza Italia rafforzano il Msi, legittimandone il ruolo nell'arena della
politica. Fini ed i suoi si presentano alle urne in liste congiunte con
FI adottando il nome di Alleanza Nazionale; il successo è garantito
e per la prima volta dal 1946 il Movimento sociale raggiunge il suo massimo
storico con il 13,5%. Fini, rafforzato dal grande successo personale, ha
mano libera nella gestione della segreteria e dei rapporti interni di potere;
con una sapiente opera di "maquillage" politico ed ideologico,
l'allievo prediletto di Almirante buca lo schermo televisivo con apparizioni
pacate all'insegna del buon senso e della ragionevolezza, riuscendo ad accreditare
un'immagine di rinnovamento democratico. In realtà le sconfessioni
a mezza voce di uno scomodo passato non saranno mai negli anni successivi
ritrattazioni del fascismo delle origini, un'eredità storica e personale
di cui il brillante segretario non può, né deve fare a meno.
Al congresso di Fiuggi del gennaio 1995 viene promossa la fase costituente
di Alleanza Nazionale: i settori moderati e conservatori della destra nostalgica
e di quella tecnocratica avranno il loro nuovo ed efficiente apparato istituzionale.
E' impossibile raccontare la storia dell'estrema destra italiana prescindendo
dalle principali organizzazioni più o meno legali che hanno composto
il magmatico intreccio della violenza fascista nel corso di cinquant'anni
di vita nazionale. Se è vero, da un lato, che il Msi è stato
per decenni il riferimento ufficiale di una composita galassia di gruppi
e gruppetti che ne hanno comunque utilizzato la copertura, è certamente
inoppugnabile, dall'altro, che queste stesse organizzazioni sono state punto
di riferimento non soltanto per i militanti più agguerriti e per
i soldati politici di evoliana memoria ma anche per interi settori
di governo occulto del paese, a cominciare dai servizi segreti. Ancora più
importante è sottolineare, inoltre, che grazie ad una evidente continuità
ideologica e personale, alcuni dei gruppi di cui ci occuperemo, in particolare
Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, nonostante il loro scioglimento
ope legis, hanno continuato a rappresentare un trait d'union
fra generazioni di militanti, collegando direttamente i reduci degli anni
'40 con i protagonisti della fase cosiddetta golpista ed infine con i terroristi
di Terza Posizione e dei Nar, a cavallo degli anni Settanta-Ottanta.
Non riusciremo qui a dar conto in maniera esaustiva dell'insieme delle organizzazioni,
data la loro varietà ed il loro numero; cercheremo piuttosto di enucleare
i tratti essenziali di quelle la cui presenza segnò le vicende dell'Italia
contemporanea senza mai dimenticare lo stretto rapporto che le ha legate
al Movimento sociale, di cui rappresentavano, in certo modo, parte delle
inconfessate speranze di riscatto dalla democrazia imposta dai vincitori
uniti nel patto resistenziale.
"La prima bomba esplose il 28 Ottobre 1950 (anniversario della marcia
su Roma) in un cinema della capitale. Il 16 novembre ordigni più
potenti colpirono le sedi di due partiti avversari. Il 12 marzo fu la volta
di Palazzo Chigi, dell'Ambasciata americana e del consolato jugoslavo."[19] Altri episodi di violenza sulle cose
seguirono da lì a poco. "I volantini lasciati sul luogo degli
attentati erano firmati FAR []Fasci di Azione Rivoluzionaria, nda]
e `Legione Nera'. La rivista Imperium [organo ufficiale dei due gruppi di
estremisti, nda] (che veniva stampata con gli stessi caratteri tipografici
dei volantini FAR-`Legione Nera') era diretta da Enzo Erra [a capo della
corrente spiritualista evoliana del Msi, nda] e Pino Rauti. Oltre a costoro,
furono incriminati Clemente Graziani (futuro leader di ON), Franco Petronio
(in seguito deputato del MSI) e molti altri. Secondo il rapporto del questore
"tutti gli arrestati sono iscritti, da vecchia data, al `Movimento
Sociale Italiano', e taluni dei componenti la `Legione nera' ricoprono o
hanno ricoperto cariche direttive in detto partito". Tre degli accusati
furono condannati a meno di due anni di carcere, altri a pene più
lievi, altri ancora furono assolti. Il Procuratore Generale, alla fine della
sua requisitoria, salutò nei giovani accusati, che giudicava mossi
da amor di patria, la speranza e l'avvenire d'Italia, incitandoli ad agire
anche in futuro con la stessa purezza d'animo e d'intenti.
L'imputato più illustre era Julius Evola, descritto dalla Polizia
come `maestro e padre spirituale di questa conventicola di esaltati'. In
materia sono leciti pochi dubbi: Erra, Rauti e Graziani erano i suoi discepoli
riconosciuti; `Imperium', oltre che dedicare largo spazio alla discussione
delle sue idee, fu il giornale su cui Evola pubblicò uno dei testi
sacri della Destra radicale, Orientamenti."[20]
Vale la pena di soffermarsi a riflettere su ciò che gli anni Cinquanta
rappresentarono per la giovanissima Repubblica italiana. Per nulla sopìto,
al contrario combattivo e sanguinario, il fascismo che aveva attraversato
il guado, sopravvivendo in grandissima parte ad un'epurazione che fu in
larga misura mancata, raccolse l'appoggio degli stessi funzionari incaricati
dal nuovo governo di far rispettare la legge. "Esaminerò essenzialmente
cinque punti: la mancata attuazione della Costituzione, l'aggravamento del
regime di Polizia, il disprezzo per le autonomie amministrative, l'atmosfera
di conformismo che sempre più si manifesta nel nostro paese ed infine
il fenomeno del fascismo agrario [...]" [21],
aveva detto Lelio Basso, parlamentare socialista, in un famoso discorso
alla Camera dei Deputati, proprio dell'ottobre 1950.
Secondo Basso, l'entrata in vigore della Costituzione venne consapevolmente
rallentata per impedire l'attuazione di una vera e propria legislazione
democratica; rimanevano più che attive norme in vigore nel vecchio
ordinamento fascista. L'atteggiamento del governo, e quindi in sostanza
della Democrazia Cristiana, uscita vincitrice nello scontro politico di
appena due anni prima, fu quello di impedire alla democrazia di rendersi
compiuta. "Io so per esperienza, per essere stato due anni circa membro
della Prima commissione legislativa, davanti alla quale alcune di queste
leggi sono ancora pendenti, so per esperienza che i nostri colleghi di parte
democristiana che dirigono i lavori di quella commissione lo fanno secondo
i precisi desideri del ministro degli Interni, per cui se la commissione
stessa non spinge innanzi il suo lavoro di preparazione e se queste leggi
non sono tuttora giunte dinanzi a noi, è proprio perché il
governo non lo vuole. Così il nostro paese procede con una Costituzione
zoppicante, con un ordinamento giuridico monco, ed il governo professa continuamente
il massimo rispetto per la Costituzione che invece direttamente ed attraverso
la sua maggioranza in parlamento viola ogni giorno." [22]
In questo clima, dunque, agivano liberamente le squadre fasciste di un tempo,
rimpiazzate da forze più giovani secondo quella linea di continuità
di memoria e azione di cui si è detto. Si parla molto poco di questi
anni Cinquanta nei testi di storia: eppure la repressione poliziesca e gli
scontri di piazza furono molto violenti, quasi si trattasse, data la vicinanza
in termini di cronologia alla proclamazione della Repubblica, del periodo
migliore della democrazia italiana, finalmente compiuta sul suolo patrio.
Ma non è stato così, come la stessa testimonianza di Basso
sottolinea. A partire dai fatti di Portella della Ginestra (1deg. Maggio
1947), quando il bandito Giuliano sparò sui contadini inermi convenuti
nella piana per festeggiare il giorno dei lavoratori, fino al 7 luglio 1960,
chiusura di decennio, quando a Reggio Emilia la questura proibì una
manifestazione contro l'allora Presidente del Consiglio Tambroni, dimissionario
alcuni giorni più tardi, che stava lasciando ampio spazio ai vecchi
fascisti riciclati nell'Msi e la Polizia fece fuoco ad altezza d'uomo per
reazione a presunte provocazioni da parte dei manifestanti uccidendo 5 operai,
una lunga, ininterrotta scia di sangue dimostra quanto e come l'Italia sia
stata ben lontana da una pacificazione nazionale smaniosamente dichiarata
e mai realmente raggiunta.
Nel frattempo continuava inarrestabile l'attività dei gruppi che
si ispirano all'ideologia fascista e che presidiano militarmente il territorio
con interventi squadristici in particolare ai danni della sinistra. "Perché
nasconderlo? - racconta il `ducetto' di Roma, un giovane picchiatore missino
degli anni cinquanta - Ho preso parte a tutte le spedizioni punitive dal
1949 al 1955. [...] Si contano a migliaia le azioni che noi del MSI e degli
altri gruppi abbiamo compiuto in quegli anni. Devastazioni di sedi di partiti,
distruzioni di lapidi di partigiani, violazione di cimiteri ebraici, incendi
di Camere del Lavoro, manifestazioni antisemite, attentati dinamitardi,
aggressioni, lancio di bombe carta. Perché stupirsene? Il rischio,
poi, non era così grande. Ci hanno pescato più di una volta,
ma non sono mai riusciti a mandarci a Regina Coeli. Prima che scadessero
i sette giorni, siamo sempre riusciti a cavarcela. Col centro-sinistra le
cose sono un po' cambiate [...] ma prima era una vera pacchia." [23]
Nel tempo inarrestabile della memoria tradita scorsero anni di continua
violenza. Sotto la guida di Michelini, che sostituisce De Marsanich nel
1954, il Msi cercò di uscire dalla secche del ribellismo incontrollabile
che mal si conciliava con la politica moderata di "penetrazione del
sistema" al fine di insediarvisi stabilmente. Tuttavia, per ragioni
legate anche alla pressione di oscuri gruppi di potere, il sistema occulto
potremmo dire se cercassimo una formula breve e riassuntiva, le organizzazioni
extra-parlamentari fasciste continuarono a fiorire indisturbate.
Fino alla metà almeno degli anni Settanta lo scenario è dominato
da ] Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, due raggruppamenti
destinati ad avere ruoli e funzioni determinanti nelle strategie dispiegate
in Italia per destabilizzare continuamente un già precario equilibrio
istituzionale. Alcune sigle minori in ambito studentesco ed universitario
sono comunque sempre riconducibili ad elementi che operano nell'una o nell'altra
delle due organizzazioni. Negli anni Sessanta la moltiplicazione dei gruppi
presenti sulla scena prelude ad una recrudescenza della violenza destinata
a culminare nella strategia della tensione, lungamente preparata, in connivenza
con interi settori dello Stato, proprio nel corso del decennio che vide
l'esplosione del '68 parigino e del rapido estendersi della protesta di
studenti e operai in tutta Europa. Spesso in correlazione tra loro e in
rapporti di avvicinamento/distacco con l'Msi volutamente resi ambigui per
confondere le acque, le formazioni dell'estrema destra finirono per dar
vita ad un crogiolo di inconfessabili intrecci e collegamenti che continuavano
a rafforzare senso di appartenenza ed identità alimentando senza
sosta l'ideologia fascista e perpetuandola nei giorni incerti della Repubblica.
Tra i gruppi attivi in quel periodo vanno ricordati il Movimento nazionale
romano, fondato nel 1963 da dissidenti missini; il Fronte Nazionale
costituito nel 1968 dal principe Junio Valerio Borghese, autore di un tentativo
di golpe fallito nel 1970; il Fronte Nazionale Europeo di Milano
(1967); la Costituente Nazionale Rivoluzionaria, nata nel 1964; la
Falange Tricolore; Nuova Caravella (1969), organizzazione
studentesca con sede a Roma, prodotto della scissione dal Fuan-Caravella,
che organizza corsi per sabotatori e dinamitardi diretti da Stefano Delle
Chiaie, figura storica dell'estremismo fascista e padre spirituale di Avanguardia
Nazionale; Giovane Europa (1963), presieduta da Claudio Orsi,
collaboratore di Franco Freda nelle edizioni AR; Gruppi attivisti di
movimento dell'opinione pubblica, fondati da Tedeschi e Bonanni, giornalisti
del "Borghese". L'organizzazione possedeva un fondo chiamato "Soccorso
tricolore" in difesa degli attivisti di destra arrestati dalla Polizia;
Partito Nazionale del Lavoro, che pubblicava la rivista "Conquista
dello Stato"; Ordine del Combattentismo Attivo legato al periodico
"Nuovo pensiero militare"; Comitato di Difesa Pubblica,
creato nel 1968 a Milano da Domenico Leccisi, ex deputato del Msi e notissimo
trafugatore del cadavere di Mussolini, il cui corpo straziato in Piazzale
Loreto il 29 aprile del 1945 era diventato il simbolo della mistica fascista
del dopoguerra[24]
Radici comuni di pensiero, tradizione storica legata al fascismo rivoluzionario,
memoria del combattentismo della Repubblica sociale italiana: sono questi
gli ingredienti di una pericolosa miscela politico-culturale che poteri
visibili ed invisibili hanno utilizzato in oltre trent'anni di vita nazionale
per mantenere costantemente alto, in taluni casi altissimo, il livello del
conflitto sociale in una sorta di destabilizzazione permanente nello Stato
repubblicano.
Ordine Nuovo, uno dei capisaldi dell'apparato strategico dell'estrema
destra, nasce nel 1956 come "Centro Studi Ordine Nuovo", in occasione
del quinto congresso a Milano del Movimento sociale, da cui si distacca
in nome di una dichiarata continuità di ideali con la Rsi. Sotto
la guida di Giuseppe (Pino) Rauti, che aveva già dato origine nel
1954 ad una formazione con lo stesso nome all'interno del partito, l'organizzazione
può contare su personaggi di spicco del neofascismo italiano: Clemente
Graziani, Elio Massagrande, Stefano Delle Chiaie. Successivamente la storia
del gruppo si divide in due periodi principali: fino al 1969, anno del riassorbimento
del Centro nel Msi, grazie al recupero di quasi tutti i dissidenti ad opera
di Giorgio Almirante; dal 1969 al 1973, periodo durante il quale l'aggregazione
originaria prosegue la sua attività grazie ad alcuni irriducibili,
che si erano rifiutati di cedere alle lusinghe di Almirante, con la sigla
MPON (Movimento Politico Ordine Nuovo).
Secondo Rauti, i sopravvenuti mutamenti nella situazione politica nazionale
della fine degli anni Settanta, dovevano necessariamente indurre ON a "una
revisione globale della sua posizione nel quadro delle contingenze globali
che indicano, senza alcun dubbio, una possibilità di rottura degli
equilibri, di estrema pericolosità. [...] Ne consegue che è
necessità vitale per la vita futura (prossimo futuro) di Ordine Nuovo
inserirsi dalla finestra nel sistema dal quale eravamo usciti dalla porta,
per poter usufruire delle difese che il sistema offre attraverso il parlamento,
con tutte le possibili voci propagandistiche che derivano. [...] Necessità
contingente, dunque, assoluta e drammatica..."[25]
In realtà le ragioni di Rauti e degli ordinovisti erano di tipo diverso:
si trattava di assicurarsi maggiori coperture politiche dopo l'inizio della
strategia della tensione, della quale, come si sarebbe saputo più
tardi, ON era parte integrante. Di diversa opinione Graziani e Massagrande
che ritennero assolutamente imprescindibile continuare la lotta politica
attraverso un "movimento rivoluzionario al di fuori degli schemi triti
e vincolanti dei partiti, una formazione agile, adeguata alle esigenze della
situazione politica attuale e strutturata secondo criteri propri delle minoranze
rivoluzionarie."[26]
MPON si autodefinisce come unico movimento politico in grado di realizzare
una strategia nazionalrivoluzionaria e si dà una prima organizzazione
nel dicembre 1969. Nel 1970 si tiene a Lucca il primo congresso del movimento
durante il quale viene studiata una struttura interna più complessa.
]Ordine Nuovo, si legge nella relazione Pellegrino, "era già
caratterizzato come movimento semiclandestino, fortemente gerarchizzato,
con una direzione politica centralizzata, orientato a muoversi in gruppi
di pochissime persone che dovevano essere in grado di volta in volta di
mobilitare un'area di simpatizzanti, ispirato ad una concezione elitaria
e mitica dello Stato, antidemocratica e antiborghese, in assoluta contrapposizione
con la democrazia parlamentare e l'organizzazione del consenso attraverso
i partiti, ma almeno in parte non antistituzionale."[27]
La concezione evoliana della vita, aristocratica ed eroica, antidemocratica
e soprattutto antisocialista non è necessariamente anche antagonista
rispetto allo Stato; la contraddizione, apparentemente irrisolvibile tra
la mitologia che invoca la rivoluzione come unica via di riscatto possibile,
come necessario rovesciamento dell'ordine costituito e la funzione antisovversiva
di difesa dello Stato utilizzando il manipolo di combattenti che aderiscono
al "movimento nazionale", porta in conclusione all'approntamento
di una "rete capillare intesa a fornire prontamente elementi di impiego
per fronteggiare dovunque l'emergenza"[28],
per impedire la paralisi delle istituzioni. ON è diffuso ampiamente
su quasi tutto il territorio nazionale, con punti di riferimento forti nel
Veneto, il nucleo più attivo e meglio organizzato, e a Roma. "I
documenti ideologici ribadiscono le concezioni di fondo già indicate
e evidenziano spiccati caratteri razzisti e antiebraici. Per quanto riguarda
la formazione dei militanti, un documento dell'epoca prevedeva la preparazione
dei quadri con lo svolgimento di due diversi corsi, uno di formazione ideologica
e l'altro di formazione politica. I temi dati ai corsi e i riferimenti bibliografici
indicati (Guenon, Evola, Giannettini con `la tecnica della guerra rivoluzionaria'
e il `Mein Kampf' di Hitler) esemplificano da una parte l'orizzonte ideologico
del movimento e richiamano dall'altro i temi che avevano già proposto
i convegni dell'Istituto Pollio negli anni precedenti."[29]
Le attività culturali fervono: pubblicazione e diffusione di materiali
ideologici e dottrinari del movimento; organizzazione di una fitta agenda
di incontri pubblici, conferenze, persino riunioni nelle scuole e nelle
università per fare proselitismo. "Un'ampia e diffusa rete di
pubblicazioni sosteneva l'azione del gruppo, a cominciare dal mensile di
Rauti, `Ordine Nuovo', seguito da `Noi Europa', oltre a una miriade di pubblicazioni
più irregolari (come `Bollettino Europa', Corrispondenza Europea',
`Europa Correspondenz) e altri materiali locali. Circoli e gruppi collegati
pubblicavano, a loro volta documenti e materiali, che venivano diffusi da
una fitta rete di case editrici. Complessivamente una serie impressionante
di pubblicazioni, alcune delle quali dalla vita breve, che testimonia l'ampiezza
e la vivacità del dibattito ideologico che circondava ON."[30]
Era inoltre indispensabile individuare, all'interno delle istituzioni,
i "corpi sani" da coinvolgere nel progetto di difesa dello Stato:
polizia, carabinieri, paracadutisti. Un progetto di profondo condizionamento
di quella democrazia proclamata nella carta costituzionale e drammaticamente
disattesa attraverso oscure manovre. L'estrema destra, schiacciata tra desiderio
di eversione e manipolazione da parte di quei "corpi sani" che
intesero servirsene per scopi tutt'altro che ideologicamente puri, ha svolto
in certo senso il ruolo di avanguardia militare per il dispiegamento di
una complessa macchina di potere che avrebbe fatto della strategia della
tensione, ma non solo, il vero centro della governabilità del paese.
Nel corso di anni di attivismo politico così spinto, ON mantenne
inalterata l'originaria impostazione che consentì al gruppo di intensificare
i rapporti con forze armate, Arma dei carabinieri in particolare e nuclei
più o meno deviati dei servizi di informazione (è facile constatare,
e lo vedremo meglio con ]Ordine Nero, quanto poco si trattasse di
deviazione e non piuttosto di scientifico utilizzo dell'eversione come strategia
dello stabilizzare destabilizzando da parte di uffici e funzionari in tutto
e per tutto inseriti nell'establishment istituzionale e da esso legittimati
a tali comportamenti), all'interno dei quali esisteva una rilevante presenza
di ex republichini fedeli ai principi dell'oltranzismo atlantico in piena
complicità con la classe politica al governo in quegli anni, tanto
da poter considerare il gruppo un'organizzazione paramilitare appartenente
ai dispositivi militari della Nato. La stessa inchiesta del giudice Salvini
sui fatti di Piazza Fontana del 1969 ha dimostrato che le rete informativa
degli Stati Uniti, operativa nel Triveneto con base al comando Ftase di
Verona, annoverava tra i suoi agenti nostalgici della Repubblica di Salò
del calibro di Sergio Minetto e ordinovisti quali Marcello Soffiati e Carlo
Digilio, quest'ultimo ampiamente coinvolto nell'indagine del magistrato
milanese per il suo ruolo di spicco nel periodo della preparazione e dell'esecuzione
del terribile massacro alla Banca dell'Agricoltura di Milano[31]
Ma la specificità di Ordine Nuovo, in ambito politico ed ideologico,
andava ben oltre gli stessi confini nazionali; il panorama europeo presentava
infatti interessanti elementi di contiguità con la dottrina della
nostalgia nazi-fascista. Un importante alleato di ON fu Jeune Europe,
organizzazione diretta da un reduce delle SS Wallonie, Jean Thiriart,
che sosteneva gli interessi dell'Africa Europea appoggiando le guerre coloniali
come unica risorsa per difendere la sopravvivenza della razza ariana. ON
era il corrispondente ufficiale per Giovane Europa in territorio
italiano; e non basta: gli ordinovisti italiani erano anche particolarmente
legati al Nouvel Ordre Européen, fondato a Zurigo nel 1951,
"con un programma in tre punti: difesa della razza europea, giustizia
sociale e Unità europea (`indispensabile alla difesa della razza')
[...] L'ottava assemblea del movimento (Milano, 1965) proclamava che `L'ultima
opera del Prof. Rassinier, Il dramma degli ebrei europei, stabilisce
definitivamente che la propaganda riguardo i sei milioni di ebrei che si
pretende siano stati uccisi nei campi di concentramento è una favola
insostenibile per gli storici seri' [...] Pino Rauti era un membro del NOE,
insieme a figure come Otto Skorzeny e Léon Degrelle. Il leader, Guy
Amaudurz, collaborava sia a Ordine Nuovo, sia a un altro periodico
vicino al gruppo come `La Legione'. Qui un esempio della sua prosa: `L'imperativo
supremo è la difesa della razza. Non di una razza protostorica e
problematica. Non della razza attuale, corrotta e degenerata. Ma della razza
di domani: quella che portiamo nel nostro cuore e che forgeremo con la lotta
(`La legione', gennaio 24, 1959)'."[32]
Questa, in sintesi, la visione che animava l'estrema destra d'Europa a cavallo
tra anni Cinquanta e Sessanta. ON dal canto suo contribuì in maniera
determinante al mantenimento della linea di memoria che rinnovava le tragedie
dei campi di sterminio e la soppressione delle libertà individuali
di chiunque non fosse biologicamente parte della stirpe bianca degli eletti
o di chi semplicemente si opponesse ad un progetto di tale scelleratezza.
Tuttavia una ricostruzione completa delle attività della formazione
fascista risulta difficile a causa della estrema complessità delle
iniziative legali ed illegali dei militanti che comprendevano "sia
la violenza di strada sia attività eversive e terroristiche. Sono
gli stessi militanti ad ammettere che, in diversi momenti, il movimento
fu organizzato su due diversi livelli: il primo attivo sul piano dell'ufficialità,
era culturale e politico e operava attraverso i circoli; l'altro era clandestino
e militarizzato." [33] Oggetto di
interesse crescente da parte degli organi di Polizia, Ordine Nuovo
fu messo sotto processo nel 1973 per ricostituzione del partito fascista
ai sensi della "legge Scelba", elaborata nel 1951 dalla corrente
meno subalterna alla Chiesa cattolica (De Gasperi e lo stesso Scelba), la
cui unica preoccupazione veniva dalla presenza in Parlamento dei comunisti,
per impedire un eccessivo rafforzamento delle forze politiche di destra
con la conseguente presumibile instabilità di quel centro che avrebbe
retto le sorti del paese per mezzo secolo. Eppure durante il dibattimento
processuale non emergono gli elementi che avrebbero reso davvero inquietante
la presenza nel panorama politico italiano di un gruppo dello spessore "militare"
di ON; ben poco si indagò in direzione dei cospicui aiuti di cui
l'organizzazione godeva e dei suoi legami con i servizi segreti di allora.
Altre, successive inchieste rivelarono episodi mai chiariti sul finanziamento
da parte di gruppi industriali o sul traffico internazionale d'armi che
costituì una probabile fonte di lauti guadagni. Né si ottennero
significative ricostruzioni delle azioni di squadrismo e di antisemitismo
che pure fecero di ON uno dei maggiori protagonisti della violenza politica
italiana del dopoguerra. Nel novembre del 1973 un decreto del governo dichiarò
Ordine Nuovo fuori legge; molti camerati trovarono rifugio all'estero.
Avanguardia Nazionale nasce invece nel 1960 ad opera di Stefano
Delle Chiaie, allontanatosi dallo stesso ON dopo essere stato tra i fautori
della separazione dal Msi. Una vita intensa quella di Delle Chiaie: entrato
giovanissimo nel Movimento sociale se ne distacca nel 1957 e fonda una piccola
organizzazione di stampo nazista che chiama Gruppi d'Azione Rivoluzionari,
trasformati nel 1959 in Avanguardia Nazionale Giovanile. Nel 1962
viene arrestato perché ritenuto responsabile di riorganizzazione
del partito fascista e condannato a un anno di reclusione e ad una multa
per apologia di fascismo. Un anno più tardi viene prosciolto in appello
per amnistia dei reati contestati. Nel 1965 AN si scioglie apparentemente
da sola e gli aderenti partecipano all'esperienza politica dell'estrema
destra aderendo ad altre sigle, ma senza mai perdere i contatti tra loro.
Parallelamente alle vicende del MPON, Avanguardia Nazionale si ricostituisce
nel 1970 sotto la direzione di Adriano Tilgher che aveva ereditato il comando
da Delle Chiaie, latitante da quell'anno per evitare un mandato di cattura
emesso in relazione alle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Il quartier
generale dell'organizzazione e la direzione nazionale si trovavano a Roma,
mentre altre basi operative erano distribuite in una trentina di città
sparse in tutta la penisola; un'indagine della Polizia del 1973, la stessa
che si occupò anche di ON, attribuiva ad Avanguardia Nazionale
più o meno 500 membri attivi, ma la cifra, data la diffusione del
gruppo, sembra eccessivamente ridotta; in prevalenza, a sentire gli inquirenti,
la composizione sociale degli appartenenti sarebbe stata prevalentemente
borghese e studentesca. AN propugna l'idea di una rivoluzione europea per
ripristinare le naturali differenze tra gli uomini e dar vita alla formazione
di una èlite rivoluzionaria che sia appunto "avanguardia",
organizzata in piccoli ma efficienti nuclei di intervento il cui operato
diventi davvero la fusione concreta tra gli ideali e la loro realizzazione.
Un compito storico drammatico: il movimento teorizza l'ipotesi golpista
classica che, richiamandosi al fascismo delle origini e alla Repubblica
sociale, si ricollega all'esperienza, attuale in quel periodo, dei regimi
militari europei (Spagna, Portogallo) e soprattutto dell'America Latina.
AN si prefigge lo scopo di realizzare, si legge nella relazione Pellegrino,
"...una definitiva divisione verticale nelle forze politiche in due
fronti contrapposti: il demo-marxista e il nazionale rivoluzionario."[34] Metodo privilegiato per ottenere gli
scopi prefissi sarà l'esasperazione del clima di tensione sociale
attraverso lo scontro diretto con l'avversario o attraverso azioni di provocazione;
ad un disegno strategico di questo genere non poteva che essere funzionale
il mantenimento di contatti con apparati dello Stato pronti ad intervenire
una volta che si fosse creata una lacerazione nel tessuto di potere tale
da compromettere l'ordine costituito. Come si dimostrerà tra breve,
furono davvero organici i rapporti tra AN e Ufficio Affari Riservati del
Viminale, tanto da far pensare che lo stesso Ordine Nero sia stato
il prodotto della fervida mente complottista di Federico Umberto D'Amato,
direttore per moltissimi anni del menzionato Ufficio.
Per quel che riguarda la "costituzione" intimamente politica,
nessuna rete di pubblicazioni "paragonabile a quella che sosteneva
ON è visibile nel caso di AN. Ciò corrispondeva a un livello
di discussione ideologico-culturale molto più rozzo e primitivo rispetto
a ON. Il principale documento `teorico' è steso in prosa sciatta
e scadente, infarcito di banalità altisonanti e argomentazioni contorte.
Il modello di Stato auspicato è totalitario, organico, corporativo;
tutti i fattori che ne minacciano la coesione - partiti, sindacati, lotta
di classe - devono essere eliminati senza pietà. Lo Stato deve essere
fondato sull'idea di nazione, concetto ovviamente non limitato alla sola
Italia, ma esteso all'Europa: `Per creare, nella devozione e nella difesa
dei Valori eterni della stirpe, una Nazione granitica che [...] sappia ridare
giovinezza al vecchio continente, proiettandosi audacemente alla conquista
del proprio Destino [...]' [Lotta Politica, 36]."[35]
Ciò che caratterizza AN, a differenza di Ordine Nuovo, sembra
proprio il suo carattere specificamente "militare" più
che ideologico. L'organizzazione si articolava su una ferrea disciplina
e una rigida gerarchia. Formazione e addestramento avvenivano in palestre
collegate al movimento; in aggiunta numerosi campi paramilitari permettevano
ai militanti di completare la loro conoscenza in fatto di armi, esplosivi,
difesa personale e combattimenti corpo a corpo, grazie al sostegno tecnico
di personale scelto direttamente nelle file dell'esercito e dei corpi speciali
(ufficiali dei paracadutisti, in particolare, svolsero certamente un ruolo
determinante). Un episodio significativo, in tal senso, accadde a Pian del
Rascino, nell'Appennino, a fine maggio 1974: durante uno scontro con i Carabinieri
venne ucciso un attivista di AN, Giancarlo Degli Esposti. Quel campo paramilitare
rappresentò uno degli episodi più confusi nella storia della
violenza politica in Italia nel corso degli anni Settanta. Secondo ricostruzioni
non ufficiali a partecipare all'azione furono anche membri dei servizi segreti
alle dirette dipendenze di colonnello Gian Adelio Maletti, a capo del reparto
D del SID (Servizio Informazioni Difesa), coinvolto in numerosi depistaggi
nelle indagini sulle frange armate della destra radicale se non addirittura
in fatti di strage. Per fermare un progettato colpo di Stato con base operativa
proprio a Pian del Rascino, Maletti avrebbe dato ordine di intervenire duramente
per bloccare i presunti golpisti.
Fu questa la fase finale dell'esistenza di AN, messa sotto processo e disciolta
nel 1976 per ricostituzione, ancora una volta, del partito fascista (nel
dicembre del '75 erano stati arrestati in un appartamento di Roma gli avanguardisti
Tilgher, Vinciguerra, Crescenzi e Di Luia e l'ordinovista Gubbini). Nemmeno
in quell'aula di tribunale furono messi in rilievo i rapporti tra l'organizzazione
e i pubblici poteri: sarebbe stato impossibile in quel momento. Ma se teniamo
conto che un altro grande esperto di trame occulte, il capitano del Sid
La Bruna, ammise che AN poteva essere considerata a tutti gli effetti a
completo servizio del Ministero degli Interni, il quadro generale che ne
risulta non è dei più confortanti. E' possibile ritenere,
insomma, che Avanguardia Nazionale abbia operato indisturbata fin
dai tempi degli scontri all'interno dell'Università di Roma, quando
si muoveva di concerto con il gruppo di ON e Nuova Caravella, fiancheggiando
non tanto l'eversione nera quanto quella promossa dallo stesso Ministero.
Lasciamo parlare di nuovo la relazione Pellegrino: "Dopo la prima stagione
dei processi per la ricostituzione del partito fascista e le condanne ai
vertici delle due organizzazioni, si è già ricordata la fase
nella quale aderenti di O.N. e A.N. riportarono condanne per reati associativi
e per episodi specifici che, al momento del loro accadimento, non erano
stati ricondotti alle predette organizzazioni. Ma le novità di maggior
rilievo per quanto concerne i profili di interesse e la competenza della
Commissione vengono da procedimenti in corso a Bologna (processo Italicus
bis) e a Milano (che dall'attività del gruppo La Fenice risalgono
fino alla strage di Piazza Fontana).
Le ricostruzioni istruttorie hanno confermato un disegno che nelle grandi
linee era già tracciato, e cioè quello di una sostanziale
contiguità tra O.N. e A.N., ma soprattutto della stabilità
dei rapporti di entrambe con settori dei servizi di informazione e alcuni
apparati militari, di un loro coinvolgimento già dalla fine degli
anni '60 (a livello operativo, cioè concretizzatosi attraverso fatti
delittuosi) nei progetti golpisti succedutisi fino al 1974. [...]
In particolare, l'inserimento a pieno titolo di O.N. nelle strutture dei
Nuclei di Difesa dello Stato, che sembrerebbe potersi affermare sulla base
delle risultanze degli accertamenti milanesi - induce a riconsiderare la
qualificazione dell'attività del gruppo mentre lo stesso numero degli
episodi di copertura e depistaggio accertati aggrava la qualità di
un collegamento con ambienti interni alle istituzioni che già nelle
istruttorie precedenti era risultato evidente. [...]
I rapporti di Avanguardia Nazionale con i servizi di informazione,
prima con l'Ufficio affari riservati, poi con il SID, hanno origini risalenti
agli anni '60, quando l'area di A.N., tramite il giornalista Mario Tedeschi,
fu coinvolta dall'Ufficio affari riservati del Ministero dell'Interno nell'attività
di affissione dei `manifesti cinesi', una campagna di attacco al partito
comunista apparentemente proveniente dalla sua sinistra. Tale attività
fu ammessa dallo stesso Delle Chiaie che la ricondusse ad una iniziativa
dell'Ufficio affari riservati, condivisa tatticamente da A.N. come valida
manifestazione di `guerra psicologica' nei confronti del partito comunista."[36]
A metà anni Settanta l'estrema destra italiana vive il periodo
di maggior difficoltà. Lo scioglimento di ON e AN con intervento
diretto di quello Stato che i neo-evoliani, chiamiamoli così, sentivano
in parte di dover difendere dall'assalto della modernità disgregatrice,
aveva rimesso in discussione in maniera forte alcune questioni di carattere
teorico. D'altra parte, nemmeno gli stessi rapporti con i settori deputati
al controllo, servizi segreti e uffici di informazione dell'esercito e dei
Carabinieri, sembravano improntati ad una felice collaborazione, fatto salvo
per la funzione di copertura che, comunque fosse andata, non sarebbe mai
stata fatta mancare da parte di quest'ultimi. La stessa sinistra extra-parlamentare
aveva cominciato ad abbracciare ipotesi di "attacco rivoluzionario"
allo Stato, a partire dalle prime azioni di sabotaggio in Pirelli, nel 1971,
a firma delle neonate Brigate Rosse. Bisognava insomma, in qualche modo,
salvare l'eredità ideale di ON, meglio ancora che di AN, organizzazione
creata, come abbiamo detto, più che altro per finalità di
carattere operativo. "In primo luogo furono costituiti numerosi `circoli
culturali' [vecchia abitudine, nda], `centri studi' e simili, allo scopo
di `tenere unito l'ambiente' e di garantire una copertura alle iniziative
dei militanti. Uno dei principali fu il `Circolo Drieu La Rochelle', fondato
a Tivoli da Paolo Signorelli, un veterano nelle file del MSI e fra i primi
ad aderire all'esperienza di ON, che svolse un ruolo di primo piano in questo
periodo e nella fase seguente. Vi era anche un bollettino `Anno Zero', di
cui cinque numeri furono pubblicati fra l'inverno e la primavera del 1974."
[37]
In un rapporto del 15 aprile 1996 consegnato alla Procura della Repubblica
di Brescia, nell'ambito del procedimento per la strage di Piazza della Loggia,
il ROS dei Carabinieri (Raggruppamento Operativo speciale - Reparto Eversione)
rispolvera un documento del Sid che mette in luce l'esistenza di un'organizzazione
denominata Ordine Nero. L'appunto dei servizi segreti contiene un'indicazione
precisa sulle origini del gruppo: Ordine Nero sarebbe stato costituito
direttamente dal Ministero dell'Interno per rendere precario l'equilibrio
politico nazionale, favorendo una rapida svolta a destra nel paese.
Il nuovo manipolo di sovversivi raccoglieva l'eredità delle formazioni
precedentemente sciolte, dunque Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale,
fondendole con gruppi minori. Per molto tempo poco o nulla si seppe di
Ordine Nero - data la quasi assoluta segretezza nella quale l'organizzazione
fu mantenuta - che, a distanza di anni, si spiegherebbe con l'intervento
autorevole dello stesso Ministero. "Il nucleo originario era a Milano,
dove poteva contare su un nocciolo duro di `evoliani' e di veterani di ON
e AN; si appurò poi che il gruppo consisteva di almeno sette unità
territoriali, fra cui la più attiva era probabilmente quella toscana.
Al gruppo sono stati attribuiti complessivamente, fra la fine del 1973 e
l'inizio del 1975, circa quarantacinque attentati. [...] A Ordine Nero
aderirono (o forse ne vennero assorbiti) altri gruppi minori, come le Squadre
d'Azione Mussolini (SAM, una sigla dal passato illustre) e La Fenice di
Milano, che, secondo recenti indagini, attiva dagli anni sessanta, sarebbe
stata nient'altro che la filiale milanese di ON, in stretti rapporti con
l'omologo gruppo veneto (Freda-Maggi) e con quello veronese (Massagrande-Spiazzi).
Vi erano poi legami operativi molto stretti con un'oscura organizzazione
attiva in Valtellina, il Movimento di Azione Rivoluzionaria (MAR) - legami
così stretti che anche alcuni militanti consideravano Ordine Nero
una sorta di braccio armato del MAR."[38]
Il MAR dell'ex partigiano Fumagalli, con contatti nei servizi segreti italiani
e statunitensi - per questi ultimi avrebbe lavorato addirittura nello Yemen,
era finanziato da industriali e uomini d'affari della Milano reazionaria
legata al movimento della Maggioranza Silenziosa [39].
Nel biennio 1970-'72 la formazione di estrema destra compì alcuni
attentati dinamitardi contro tralicci dell'alta tensione a cui seguirono
arresti e detenzione per gli organizzatori, quasi subito rilasciati per
prontamente ricominciare la loro infaticabile opera di sabotaggio ed eversione.
Si consuma negli anni Settanta il dramma di un paese lacerato da profondi
e insanabili contrasti politici e sociali. L'attivazione di Ordine Nero,
se prendiamo per buono il documento del Sid rinvenuto dai Carabinieri, doveva
creare proprio questo clima di costante instabilità e terrore che
avrebbe costretto qualsiasi governo in ginocchio. I poteri occulti che si
agitano in Italia in quel periodo, e che sarebbe troppo facile identificare
nella sola Democrazia Cristiana, controllano l'estrema destra per definire
meglio il loro statuto di dominio incontrastato. Il ruolo svolto dal Ministero
degli interni, i cui responsabili, tutti democristiani fino al 1994, erano
certo impegnati a soddisfare pienamente anche i desideri dell'alleato atlantico,
diventa cruciale proprio in quanto matrice di una sorta di impegno dello
Stato a servirsi di ogni mezzo necessario per mantenere inalterato il sistema
di potere, facendolo spesso oscillare tra un'ipotesi di rovesciamento definitivo
della costituzione democratica e una stabilizzazione interamente articolata
sul "centro" come perno insostituibile dell'equilibrio politico
nazionale.
Per ciò che concerne i militanti attivi e ben determinati al combattimento,
la loro percezione degli eventi e della prospettiva futura di lotta contro
il regime, le cose stavano in maniera leggermente diversa: "[...] siccome
noi vogliamo essere dei soldati politici e contribuire alla nostra causa
fino in fondo [...] ci prepariamo militarmente, in attesa che succeda qualche
cosa, cioè altre persone insieme a noi si muovono per instaurare
un nuovo governo militare di destra. [...] Ci preparavamo militarmente perché,
quando l'Italia fosse scesa in guerra civile, ci avrebbero trovati
pronti a difendere l'Italia, cioè le istituzioni della Repubblica."[40] Ancora più esplicito il giudizio
di Sergio Calore, camerata dell'ultima generazione trasformatosi in collaboratore
di giustizia, quando racconta dei progetti di Signorelli: "Fino a quando
non accadde l'episodio di Pian del Rascino [...] Signorelli disse sempre
che era possibile o addirittura imminente un golpe di destra durante il
quale avrebbero dovuto dare un contributo di fiancheggiamento...il progetto
politico di Signorelli...era questo: creare una situazione insurrezionale
in grado di provocare l'intervento di reparti militari regolari che di loro
iniziativa avrebbero effettuato il colpo di Stato, dentro il quale i nostri
gruppi avrebbero avuto la funzione di Guardie della Rivoluzione." [41]
E la rivoluzione tanto agognata sembrava alle porte. Ma dietro la speranza
ormai trentennale di un'ideologia lungamente covata tra le pieghe di una
presunta democrazia di popolo, si nascondevano le inquietudini di un sistema
di potere probabilmente sorpreso dalle decisioni incontrollabili della magistratura.
Lo scioglimento di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale
imposero la ricostituzione, in tutta fretta, di un nucleo di pressione che
potesse ancora rispondere alla vecchia strategia della guerra non ortodossa
proclamata contro i comunisti che stanno al di qua e al di là del
muro. Ordine Nero si inserisce perfettamente nel quadro che abbiamo
delineato fin qui; la sua funzione di contenitore clandestino dello scontento
e della rabbia di giovani desiderosi di imprese gloriose, imbevuti com'erano
di eroico furore, ottenne gli scopi desiderati, vale a dire il mantenimento
di una costante tensione sociale e l'inasprimento di quel senso di precarietà
e confusione che invase le strade e le piazze d'Italia, seminando incertezza
e sconforto nella maggioranza dei cittadini, massa inerme, e più
spesso inetta, da controllare e pilotare verso probabili soluzioni politiche
conservatrici. Tuttavia un sistema di potere si autoriproduce anche grazie
alle sue contraddizioni interne; e quello attivo nel nostro paese ne è
stato un buon esempio. Delocalizzando continuamente le loro funzioni di
comando, i centri occulti di potere in Italia, grazie al prolungato utilizzo
dell'eversione di destra come macchina per la produzione artificiale di
terrore, hanno governato indisturbati affidando alla politica "ufficiale",
quella del Parlamento e del governo per intenderci, il compito di garantire
la legalità delle istituzioni. Molti coloro che coprirono, dunque,
ed altrettanti quelli che non vollero vedere. "La sottovalutazione
della potenzialità eversiva dell'estremismo di destra ha fortemente
ritardato, al di là dello sforzo personale di alcuni singoli investigatori,
l'opera di ricostruzione organica delle sue articolazioni; e che tale sottovalutazione
possa essere attribuita a mera insipienza, appare fortemente opinabile nell'ambito
della generale valutazione di cui la Commissione è investita.
Che il fenomeno fosse irragionevolmente sottovalutato sia in sede investigativa
che in sede giudiziaria è comunque un dato di fatto, tragicamente
testimoniato dagli atti."[42]
A metà anni Settanta nell'ambito dell'estremismo nero comincia a
maturare la convinzione, subito divenuta certezza, che l'attacco allo Stato
costituisca l'unica maniera di portare a compimento una rivoluzione continuamente
differita, nel momento in cui i tempi apparivano maturi per realizzarla,
proprio dall'intervento proditorio di quegli apparati di governo con i quali
gli stessi soldati politici erano in stretto contatto. Un tradimento che
non poteva più essere tollerato. Una sigla dell'epoca, il FULAS (]Fronte
Unitario Lotta al Sistema) dà l'esatta dimensione del fenomeno
che andava maturando e che condurrà, come vedremo tra breve, alla
fase dello scontro armato. Il Fronte rivendicò numerosi attentati
compiuti tra Roma e la Sicilia nel 1975 e fu costituito essenzialmente per
ricompattare gli ordinovisti dispersi dallo scioglimento coatto dell'organizzazione,
a cui era seguito per i dirigenti il periodo buio della latitanza all'estero.
Comincia a farsi strada, come si legge nello stesso documento Pellegrino,
il progetto di ricercare un terreno comune a tutte le esperienze rivoluzionarie;
la lotta al sistema, infatti, è diventata la questione da dirimere
e chiarissima è ormai la scelta dell'opposizione violenta e risoluta
contro i poteri dello Stato.
Il 10 luglio del 1976 per mano di Pierluigi Concutelli ed Enzo Ferro viene
assassinato il giudice Occorsio, pubblico ministero al processo contro Ordine
Nuovo che continuava a condurre fitte indagini nell'area dell'estrema
destra. Il volantino di rivendicazione dell'omicidio rappresenta il nuovo
manifesto ideologico dell'eversione fascista: "La giustizia borghese
si ferma all'ergastolo, la giustizia rivoluzionaria va oltre. Il Tribunale
speciale del M.P.O.N. ha giudicato Vittorio Occorsio e lo ha ritenuto colpevole
di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica
perseguitando i militari di Ordine Nuovo e le idee di cui essi sono portatori."[43] La destra in armi passa drasticamente
all'azione mobilitando tutte le forze disponibili. Contemporaneamente all'esperienza
del circolo Drieu La Rochelle, di cui si è detto, vengono
attivati nuovi gruppi di militanti che gravitano attorno alle sezioni del
Msi. E' il caso, per esempio, del movimento Lotta popolare e di "Radio
contro" che a quel movimento doveva dare voce, la cui breve esperienza
si snoda in pochi mesi tra il 1975 e il 1976. Lotta popolare era
nato all'interno delle sedi del Msi nel quartiere romano del Prenestino;
espulsi quasi subito dal partito a causa del sostegno alla linea dura che
era emerso nel corso di numerose riunioni ed altrettante affissioni di manifesti
in città, i militanti della formazione nera cominciarono ad incontrarsi
nei locali di via Castelfidardo che in breve divenne punto d'incontro di
tutto l'ambiente della base giovanile oltranzista. Nel 1978 nei pressi della
sezione missina di Acca Larentia, nel quartiere Tuscolano, Francesco Ciavatta
e Franco Bigonzetti vengono uccisi dai sedicenti Nuclei armati per il
contropotere territoriale. Scoppia il caos: decine di attivisti e simpatizzanti
raggiungono via Acca Larentia assieme a giornalisti e televisione. Il clima
è tesissimo e i Carabinieri non riescono a contenere la rabbia dei
giovani presenti; nei tafferugli che seguono le forze dell'ordine perdono
completamente il controllo della situazione e si comincia a sparare da una
parte e dall'altra. Cade colpito a morte Stefano Recchioni, che di anni
ne ha appena diciannove, e la tragedia si consuma rapidamente. Il Movimento
sociale italiano fatica ad assumere una posizione politicamente definita
di fronte a fatti di tanta gravità, suscitando le ire di quanti già
avevano inasprito le critiche nei confronti del partito.
Per questo Lotta popolare potè coagulare da subito le insofferenze
della base, riattualizzando in fretta la matrice ordinovista della sua impostazione.
"Nell'ottica della ricostruzione delle dinamiche complessive della
destra eversiva di quegli anni giova mettere in luce che, anche secondo
la prospettazione di Signorelli [leader indiscusso del movimento assieme
a Guida, nda], Lotta popolare si muoveva (come osservò il pm nella
requisitoria del procedimento relativo alla ricostituzione di Ordine Nuovo)
lungo tre direttrici fondamentali: canalizzare ed aggregare i settori giovanili
più oltranzisti del mondo missino, fortemente critici dell'atteggiamento
morbido del partito; rivolgere un'attenzione più marcata al sociale
rispetto a tesi più propriamente politiche; proporre temi populisti
in funzione antiborghese e con l'intento di sollecitare le spinte ribellistiche
specie degli strati sociali territorialmente `ghettizzati'; superare i particolarismi
ideologici, con conseguente rifiuto di strutture rigidamente organizzate;
creare, infine, poli di dibattito intesi a ricongiungere elementi rivoluzionari
di diversa estrazione."[44]
E' necessario, in una parola, rivedere completamente l'intero assetto organizzativo
delle originarie strutture di ]Ordine Nuovo e la frammentata galassia
dell'estremismo fascista non cessa di ricomporre instancabilmente i suoi
quadri strategici. E' di quegli anni la costituzione dei GAO (Gruppi
di Azione Ordinovista), che sotto il controllo di Concutelli avrebbero
dovuto prolungare idealmente l'articolazione militare di ON. Si tratta di
strutture operative militarizzate composte da nuclei di tre persone al massimo
e caratterizzati da una rigidissima compartimentazione. I GAO, che raccoglievano
militanti di ON appartenuti alle formazioni romane, venete, perugine e toscane,
avevano compiti di tipo terroristico (attentati ai danni di funzionari di
Polizia, di magistrati o di esponenti del cosiddetto potere statale) e al
tempo stesso anche propagandistico (blocco di mezzi pubblici per effettuare
volantinaggi, assalto ad emittenti private) con scopi puramente dimostrativi.
Concutelli viene arrestato nel febbraio del 1977 e si interrompe così
bruscamente l'esperienza dei GAO. Assieme all'ordinovista, in via dei Foraggi
viene ferito ed arrestato anche Renato Vallanzasca che da tempo aveva stretto
rapporti con il gruppo di Concutelli; si constata in questa occasione l'esistenza
di un patto di alleanza siglato tra estrema destra e crimine locale. "L'esaltazione
della superiorità dell'individuo e della disuguaglianza come valore
in sé, unita al disprezzo dell'altro e della vita stessa, che costituisce
la valenza ideologica sottesa alla visione della realtà di tutto
l'estremismo di destra, non appaiono estranei al sistema di valori dei leaders
e degli appartenenti alle organizzazioni della criminalità comune,
specie romana."[45] Sintonia culturale
o intreccio di interessi che nasconde altre e innominabili attività?
L'affiancamento strategico, chiamiamolo così, tra estrema destra
e malavita - il caso della banda della Magliana resta esemplare [46] - suggerisce la presenza di una topografia
ancora in parte sconosciuta di poteri territoriali, e su scala maggiore
addirittura nazionali, che rappresentano la vera storia dell'Italia mai
raccontata.
Perduti gli originari punti di riferimento nelle organizzazioni un tempo
legali, quali erano state ON e AN, l'aggregazione interna all'estrema destra
si concentra nella costituzione di poli ideologici che attingono da una
o dall'altra esperienza. Le stesse persone possono appartenere a gruppi
diversi contemporaneamente, fermi restando alcuni riferimenti forti che
saldamente continuano a segnare il percorso, difficile e spesso pericoloso,
verso la rivoluzione, o comunque la si voglia chiamare. Signorelli, Delle
Chiaie, Fachini, Freda rimangono insostituibili fili d'Arianna nel labirinto
di una vita quotidiana percepita ormai come angosciosa ricerca di un punto
di fuga oltre il proprio stesso futuro. Cominciano in quel periodo ad emergere
nuove leve che presto manifestano tutto il loro fastidio nei confronti di
esperienze politiche consolidate e perciò stesso ritenute ormai improduttive.
Bisogna rompere con gli schemi del passato per delineare in maniera autonoma
una via concreta all'azione eversiva. E appunto "Costruiamo l'azione"
si intitolala testata giornalistica di cui uscirono 6 numeri pubblicati
tra fine '77 e tarda primavera del '79, su iniziativa di alcuni esponenti
storici del calibro di Signorelli e Semerari e di alcuni più giovani
allievi come Sergio Calore. Lo stesso Calore ha descritto le tre anime del
giornale che apparentavano modi di intendere la politica e il movimento
politico molto diversi tra loro: una componente classicamente ordinovista,
quella di Fabio De Felice, una componente riconducibile a Signorelli e Fachini
più attenta ai fermenti giovanili e una, quella dello stesso Calore
e del giovanissimo Paolo Aleandri, orientata al superamento definitivo dell'ideologia
fascista classica in favore di un ampliamento onnicomprensivo del disagio
e del sentimento di rivolta contro le istituzioni. "In realtà"
precisa Ferraresi nel suo puntiglioso lavoro di ricerca "era un gruppo
(un `movimento politico') guidato da veterani di Ordine Nuovo (De Felice,
Signorelli, Fachini) insieme con i membri della nuova generazione (Aleandri,
Calore). Sebbene i primi giocassero un ruolo cruciale nella nascita del
movimento e nel reclutamento dei militanti più giovani furono le
nuove esigenze che, almeno apparentemente, prevalsero, all'insegna della
`strategia dell'arcipelago'. Si rifiutò la soluzione `organizzativa'
a favore di una collaborazione `nei fatti' fondata sulla scelta di obiettivi
e azioni in cui numerosi gruppi potevano identificarsi. Il giornale dava
voce a questa ideologia contraria a ogni rigidità strutturale pretendendo
di essere non espressione di un'organizzazione politica, ma un `punto di
riferimento' di `area', un locus per il dibattito e la ricerca di
uno `spazio politico' che superasse gli angusti confini della destra tradizionale."[47]Li superasse talmente da poter pensare
alla costituzione di un unico, compatto fronte di lotta contro il sistema
assieme ai gruppi più radicali della sinistra, quelli di Autonomia
Operaia. Nella primavera del 1979 "Costruiamo l'azione" organizzò
addirittura, a Roma, un convegno sulla repressione al quale cercò
di invitare gli Autonomi, che ignorarono l'evento facendo così fallire,
in sostanza, il tentativo di accorpare due tensioni sociali e politiche
di grande rottura rispetto all'ordine composto della democratica Repubblica
dei partiti. Il tentativo di ricerca di consensi e di diffusione di idee
verso altri ambienti che non fossero quelli che la tradizione voleva praticati
rivela alcuni aspetti importanti nell'evoluzione della pratica politica
dell'estrema destra di quel periodo. "Organizzare ovunque è
possibile nuclei rivoluzionari di lotta al sistema." Era questa la
parola d'ordine per una generazione di disillusi ancora tenacemente aggrappati
alla convinzione, di evoliana memoria, che il soldato politico avrebbe
dovuto resistere comunque tra le macerie dell'Occidente al tramonto. L'esperienza
di "Costruiamo l'azione" si concluse a fine 1979, quando Calore
e De Felice furono arrestati ed in seguito condannati. Paolo Aleandri, che
era stato sequestrato da alcuni elementi più anziani del gruppo e
minacciato di morte a causa dei feroci dissidi interni sull'utilizzo dei
soldi provenienti da furti e rapine, finì in carcere poco dopo e
su pressione degli inquirenti acconsentì a collaborare fornendo un
importante contributo alla ricostruzione delle vicende dell'intera organizzazione.
Assieme a Calore, divenuto anch'egli collaboratore di giustizia, Aleandri
fornisce ai magistrati e alla Polizia una serie di inquietanti testimonianze
sulle attività di "Costruiamo l'azione". Da un lato, dunque,
come abbiamo già sottolineato, una costante tensione al "raggruppamento
ideologico" trasversale per mettere insieme forze anche di segno opposto
ma organicamente definibili nella loro tensione anti-sistema; dall'altro
una metodologia di autofinanziamento, principalmente rapine, che mise il
gruppo in condizione di avere frequenti contatti, fino alla commistione,
con la criminalità comune; queste due caratteristiche essenziali
di quello che sarebbe stato definito lo "spontaneismo armato"
in realtà non spiegano completamente l'atmosfera politica che si
respirava allora e la decisione di trasformare la propria vita in una sorta
di corsa continua contro la morte, mettendo a rischio l'incolumità
dei compagni di viaggio e di tutti coloro che si trovarono coinvolti loro
malgrado negli episodi di violenza metropolitana di quel periodo. L'ombra
della piramide, tanto per evocare un'immagine spesso utilizzata per rappresentare
almeno una parte del potere occulto che ha governato l'Italia a partire
dal 1948 in poi, riappare nelle mezze luci di anni che sembrano così
lontani.
"Aleandri (che all'epoca era poco più che adolescente) sostenne
che De Felice lo aveva incaricato di tenere i contatti con Licio Gelli,
aggiungendo di essersi più volte trovato nell'anticamera di Gelli,
all'Excelsior di Roma, a fianco di personaggi come il generale Miceli e
Ortolani, e di aver visto un ministro della Repubblica fare anticamera per
sottoporre al Venerabile le bozze di un decreto economico [...]. Più
tardi, `vi fu addirittura un diverbio molto duro tra me e De Felice [...]
In presenza di Semerari, di Fachini e Signorelli, chiese nuovamente di amministrare
i proventi delle rapine e disse a Calore che lui ed io eravamo dei ragazzini
irresponsabili e che era vero quanto gli contestava Calore e cioè
che loro [...] stavano tentando l'operazione di salvataggio del costruttore
Genghini, per riceverne riconoscenza dagli ambienti politici legati al costruttore.
Fu a questo punto che in me e Calore iniziò una riflessione seria
sui rapporti tra noi ed il gruppo di De Felice e tra questo e Gelli e su
una ipotesi di una nostra strumentalizzazione inconsapevole ad opera di
De Felice [e non come sempre assicurato da De Felice, una strumentalizzazione
di Gelli da parte nostra]"[48] Esponenti
dei servizi segreti (addirittura il generale Miceli direttore del Sid, Servzio
informazioni difesa, dall'ottobre 1970 al luglio 1974), finanzieri dalla
dubbia reputazione (Umberto Ortolani, attivo collaboratore di Gelli, a sentire
la rivista "Maquis" addirittura ex agente del controspionaggio
militare italiano [49], ha per lungo
tempo prestato la sua preziosa opera di consulente in Argentina, dove è
presto diventato anche proprietario del Banco Financiero Sudamericano),
ministri della Repubblica: è questo l'incredibile mondo dentro al
quale si muove il diciottenne Aleandri, tutto impregnato di sacro furore
rivoluzionario o, forse, di un più prosaico stato di incertezza e
malessere personale. Ma ciò che davvero scuote le certezze del ragazzino-guerriero,
che aveva perfettamente compreso i disegni poco limpidi e gli strumentali
interessi politici del tutto estranei a qualsiasi progetto di destra rivoluzionaria,
è la campagna di attentati che era stata minuziosamente preparata
per quell'anno. Il conflitto stava assumendo proporzioni inaspettate.
L'innalzamento del livello dell'attacco avvenne attraverso la costituzione
di una sorta di braccio armato di "Costruiamo l'Azione" cui appartenevano
gli elementi più decisi della rivista. Fu chiamato Movimento Rivoluzionario
Popolare (MRP) e realizzò due campagne principali di attentati,
una nel 1978 ed un'altra nel 1979. Secondo la testimonianza di Calore in
Corte d'Assise a Bologna, la prima campagna fu progettata di Massimiliano
Fachini con il preciso intento di verificare una certa disponibilità
generale da parte dei camerati più impazienti e certamente più
riottosi, a mettere in atto una strategia specificamente rivolta contro
i simboli del potere dello Stato. "Gli attentati non dovevano essere
rivendicati, al fine di `diffondere le nostre idee anche in circoli che
avrebbero potuto rifiutarli se ne avessero saputa la provenienza'. Ebbe
successo: `in un paio di mesi, noi come gruppo realizzammo direttamente
una quindicina di attentati al massimo, ma in realtà ne furono compiuti
da altri gruppi che si accodarono alla campagna [...] almeno una sessantina.
Quindi sostanzialmente verificammo la disponibilità di un certo tipo
di area di seguire delle direttive che arrivavano anche in maniera così
indiretta'."[50]
La seconda campagna partì all'inizio della primavera dell'anno successivo,
e questa volta con la rivendicazione MRP per ogni singolo attentato e l'utilizzo
nell'intestazione dei volantini del logo con mitra e vanga incrociati. Il
20 aprile una carica esplosiva deflagrò davanti al portone della
sala consigliare del Campidoglio; il 15 maggio circa 55 chili di potente
esplosivo vennero fatti brillare nelle vicinanze del carcere di Regina Coeli;
il 4 maggio davanti al Ministero degli Esteri un'altra carica esplode fortunatamente
senza recare danni a persone; il 20 maggio un'auto imbottita di dinamite
venne parcheggiata nei pressi del Consiglio Superiore della Magistratura
in occasione di un raduno internazionale degli Alpini organizzato nella
piazza antistante: si tratta dell'attentato più grave approntato
da questo piccolo gruppo di giovani terroristi e resta anche l'episodio
più controverso nella memoria dei testimoni. "L'esplosione era
stata originariamente progettata in ora notturna, quando la piazza sarebbe
stata deserta; non è chiaro chiaro chi e perché spostò
l'ora della deflagrazione. Uno degli attentori (M. Iannilli) affermò
di aver posto alcuni pezzi di cartoncino fra i contatti del timer, allo
scopo di impedirne il funzionamento. Ma nessun cartoncino fu trovato dagli
investigatori, e, in effetti, il ]timer scattò non appena
la polizia lo mise in funzione. Questo più l'enorme quantità
di esplosivo impiegato, convinsero la Corte che non si trattava di un semplice
gesto dimostrativo."[51] L'episodio
dello spostamento dell'ora dell'esplosione, che ci avrebbe fatto ricordare
oggi anche la strage del 20 maggio in aggiunta alle numerose altre che hanno
tragicamente segnato la storia del nostro paese, e il fatto stesso che l'operazione
sia poi in qualche modo rientrata evitando un vero e proprio spargimento
di sangue, spingono alcuni militanti, tra cui Aleandri, a ripensare lungamente
al significato del loro coinvolgimento politico ed ideologico in una battaglia
che appariva sempre più diretta dall'esterno, da forze oscure che
nulla avevano a che vedere con la missione, impossibile e per questo affascinante
nella sfida che lancia, del soldato politico pronto a battersi contro
il potere costituito.
"Costruiamo l'Azione" e il suo braccio armato, MRP, si mossero
dunque sul versante che conduce un'esperienza di movimento, con una base
intellettuale che si poteva presumere consistente, allo spontaneismo armato
di sapore rivoluzionario per il quale il gesto dimostrativo non aveva alcun
legame, e non poteva averlo per definizione del resto, con il disegno stragista.
Ma l'infiltrazione di occulte strategie di controllo, così come ampiamente
dimostrato dalla storia cinquantennale della Repubblica e da centinaia di
faldoni processuali, non smetteva di costruire e ricostruire la composizione
ambigua dei gruppi dell'estrema destra orientandoli ad azioni finalizzate
alla logica del colpo di Stato permanente. Una linea sottile di continua
destabilizzazione che condusse al terribile evento della bomba alla stazione
di Bologna e segnò irrimediabilmente quegli anni, convincendo molti
a radicalizzare ancora di più il rifiuto verso forme di organizzazione
che non implicassero una diretta ribellione autonoma, e marcatamente individuale,
una violenza liberatoria e autodistruttiva. E solo questa violenza sembrava
poter affrancare le coscienze, frammentandosi in decine di esperienze diversificate
ed incoerenti che traevano forza proprio dalla loro incapacità di
essere compiutamente definite.
"`Sono e mi chiamo Fioravanti Giuseppe Valerio, nato in data 28-3-1958
a Rovereto (TN), residente a Roma in via del Tritone nr. 94, celibe, diploma
di maturità scientifica, studente, già condannato'. Alle 16,45
del 7 febbraio 1981, nell'ospedale civile di Padova, comincia il primo interrogatorio
di Giusva Fioravanti davanti al procuratore di Padova Aldo Fais e al sostituto
procuratore Vittorio Borraccetti."[52]
Figura emblematica degli anni dello spontaneismo armato, Fioravanti rappresenta
l'anima tormentata, e nerissima, dell'ultimo neofascismo di marca guerrigliera.
Assieme al fratello Cristiano, a Francesca Mambro, inseparabile compagna
di vita ed altrettanto determinata ed aggressiva militante di trincea, ad
Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi ( che verrà ucciso durante la
rapina all'armeria Centofanti di Roma, nel marzo del 1978) Giorgio Vale,
Gilberto Cavallini, Giuseppe Valerio diede vita ai NAR (Nuclei Armati
Rivoluzionari), una sigla coniata dalla stessa Mambro con il dichiarato
intento di un suo ampio utilizzo da parte di chiunque avesse voluto riconoscersi
in una posizione rivoluzionaria ed anti-sistema. "E in effetti numerosi
gruppi, unità, o anche semplici aggregazioni estemporanee ne fecero
uso per rivendicare un'infinità di azioni in tutto il paese, pur
restando Roma l'epicentro del fenomeno. La loro escalation è impressionante:
vi furono 29 attentati rivendicati nel 1978, 43 nel 1979, 32 nei primi sei
mesi del 1980."[53]
Per raccontare coerentemente la storia del poco più che ventenne
Giusva e della banda di temibili profeti del terrore che gli stava attorno,
è utile riportare le dichiarazioni rilasciate da Fioravanti nel 1989
dinanzi alla seconda Corte d'assise d'appello di Bologna: "Le nostre
capacità militari erano molto cresciute, il nostro esempio era stato
seguito, e ci faceva piacere, era giusto che la ribellione fosse violenta
e il più diffusa possibile. Ma era sciocco e particolarmente brutto
che tutto questo si limitasse allo spararci tra ragazzi di 18, 19, 20 anni.
Si creò così il problema di come costringere l'ambiente ad
una inversione di tendenza, ma questo era difficile, perché noi ci
siamo sempre battuti per `degerarchizzare' i nostri gruppi: non volevamo
che i ragazzi della nostra età dipendessero dalle direttive di partito
o dai libri di filosofia, volevamo che ognuno ragionasse con la propria
testa. Ma occorreva perseguire l'obiettivo di finirla con gli scontri tra
opposti estremismi giovanili.
Questa esigenza che nasceva in me, Cristiano, Francesca e Alessandro, era
stata prospettata già da diversa gente (Franco Freda, Sergio Calore,
Paolo Signorelli), ma in noi derivava da una considerazione etica, umana,
affettiva, mentre per gli altri era un'esigenza tattica, di strategia, studiata
a tavolino. Noi avvertivamo sul piano umano e sentimentale l'incongruenza
del lottare fra giovani, ma c'era chi in altri gruppi prospettava la stessa
necessità su una piattaforma strumentale. [...]
Sembra contraddittorio, ma si riproponeva lo stesso schema del rapporto
fra me e mio fratello: dovevamo dimostrare che se volevamo il sangue altrui
eravamo capaci di sparare, che se si voleva continuare ad ammazzarci tra
noi, a livello di macellai, eravamo in grado di farlo. [...]
Il messaggio verso destra era che dovevano finire le sparatorie del sabato
sera, fatte da gente che faceva male al prossimo solo per poterlo raccontare
al bar, alle ragazze o in discoteca. Chi era in grado di impegnarsi più
seriamente ci avrebbe seguito, e si sarebbe così operata una `scrematura'.
A quel tempo l'obiettivo era la borghesia: i cialtroni avrebbero dovuto
essere spiazzati dal nostro salto di qualità, e si sarebbe così
emarginata la componente più teppistica dell'ambiente." [54]
Dunque, nei ricordi di Fioravanti che si andavano lentamente svolgendo davanti
ai magistrati, l'esperienza dei NAR appare il prodotto schietto di una ribellione
maturata per strada, di un malessere diffuso che aveva attecchito negli
strati sociali della media e alta borghesia romana, incline a riconoscere
come obiettivo addirittura il proprio stesso ceto. Frutto di un'esigenza
che maturò da considerazioni "etiche, umane, affettive",
la lotta armata contro il sistema - quasi mai si identifica nello Stato
il vero nemico, la conflittualità sembra potersi, e doversi, esprimere
nel rifiuto radicale addirittura di un'intera cultura e di un intero modo
di vivere - è espressione al tempo stesso della potenza individuale
che richiama il sangue come vincolo del rapporto, perverso ma necessario,
che stabilito con l'altro da sé in quanto avversario, e dell'impellenza
al ricorso ad una vera e propria linea di fuoco non tanto per imporre un
nuovo ordine sociale ma piuttosto per sradicare violentemente quello presente,
un mondo che non si capisce più; davvero le rovine fumanti dell'occidente
al tramonto sulle quali veglia il soldato politico evocato negli
scritti di Evola molti anni prima.
Tuttavia non andò esattamente così e lo stesso Fioravanti
ne è probabilmente ben consapevole. Cito testualmente da un lavoro
di Gianni Flamini che è la ricostruzione attenta e straordinaria,
per completezza di particolari, di un intero periodo della nostra storia
nazionale ancora pieno di ombre che oscurano la verità, nonostante
essa giaccia appena oltre la linea di visibilità tracciata davanti
al nostro sguardo per impedirci di conoscere: "Il movimento nazionalrivoluzionario
è in via di grande potenziamento organizzativo, quella dei NAR risulta
essere una delle sue molte sigle. Scriverà a suo tempo il pubblico
ministero di Roma Pietro Giordano: `Centro gravitazionale della complessa
attività politica eversiva è stata la sede del FUAN sita in
via Siena a Roma, intorno alla quale, nella medesima città e in altre
del territorio nazionale, gravitavano poli di sovversione diversi ma collegati...Un'organizzazione
articolata in gruppi i quali, pur mantenendo una formale autonomia strutturale
e operativa, agivano nel comune intento di porre in essere una capillare
azione di violenza e intimidazione ai fini di terrorismo ed eversione dell'ordinamento
politico. Tra tali gruppi si era instaurato un perenne contatto, non solo
sul piano ideologico e politico ma anche sul piano strettamente operativo,
essendo invalsa una ripetuta prassi di interscambio di uomini e mezzi, talora
spinta al punto di realizzare una convergenza con altri movimenti politici
- pur sempre omogenei sul piano ideologico - come ad esempio Terza Posizione
o Avanguardia Nazionale."[55]
Si trattava, insomma, di un'organizzazione vasta e articolata i cui centri
più attivi risultavano essere il Lazio e il Veneto, particolare quest'ultimo
che a distanza di oltre vent'anni è stato ampiamente confermato dall'inchiesta
del giudice Salvini sulla strage di Piazza Fontana. Una sorta di federazione
di gruppi, non tutti necessariamente armati, che hanno alle spalle un'unica
regia, la stessa che riportava in sé la memoria di un passato mai
scomparso, come abbiamo cercato di dimostrare in queste pagine. "I
`soldati politici' che ne fanno parte" continua Flamini "provengono
spesso, tralasciando la diffusa militanza nel MSI, da vecchi gruppi terroristici
come Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, che hanno di nuovo stabilito
un'alleanza operativa. Non a caso proprio in questo momento Ordine Nuovo
ripropone la propria firma in calce a documenti definiti `fogli d'ordini'."[56] Il primo foglio d'ordine è datato
marzo 1978 e può essere ritenuto, senza stabilire inutili quanto
gratuite analogie, una risoluzione strategica dell'estremismo nero dell'epoca.
Flamini utilizza, a tale proposito, gli "Atti del Tribunale penale
di Rovigo": "A oltre 4 anni dallo scioglimento, 4 anni densi di
persecuzioni e di lotte, il Movimento politico Ordine Nuovo ha dimostrato
di saper portare avanti, anche nelle condizioni difficili della clandestinità,
la rivoluzione culturale e politica iniziata 30 anni or sono...Il mito del
MPON è più forte che mai...[...] Gli spacciatori di droghe
ideologiche democratiche, e di marxismo in particolare, hanno il compito
di instupidire e castrare i nemici potenziali del sistema...Dobbiamo prendere
piena coscienza che siamo i portatori del seme prezioso da cui sorgerà,
sulle rovine del mondo borghese-marxista, la nuova civiltà. Ma, convinti
che la miglior difesa sia l'attacco, [corsivo mio, nda] dobbiamo chiamare
a raccolta tutte le forze disponibili per attaccare il sistema. Solamente
un nuovo blocco storico potrà essere capace di portare avanti la
rivoluzione culturale, politica, sociale, necessaria a contrastare il tentativo
trasformista di stabilizzazione e di conservazione del sistema posto in
essere con il compromesso storico...Si deve riconoscere negli autonomi una
potenziale forza antisistema...E' opportuno seguire con attenzione il fenomeno,
evitare lo scontro diretto, partecipare con sigle differenziate a iniziative
comuni...La lotta armata è la sola garanzia contro i campi di concentramento
di Dalla Chiesa e il confino di Cossiga."[57]
Questo ed altri documenti furono sequestrati dalla Polizia di Rovigo, durante
la perquisizione dell'appartamento di Gianluigi Napoli, neofascista dichiarato.
Al processo intentato a suo carico il camerata veneto verrà assolto
poiché "l'accertamento della provenienza tipicamente fascista
dei documenti sequestrati a Napoli non è sufficiente per poter affermare
che egli appartenga all'associazione...La semplice coincidenza delle proprie
idee con quelle di Ordine Nuovo non costituisce reato..."[58]
L'atmosfera di allora pare commentarsi da sola. Da una parte una direzione
strategica con un progetto militare di attacco frontale alle istituzioni
e dall'altra la sostanziale impunità riservata ai militanti della
destra radicale, di cui Napoli è l'esempio certo meno famoso: in
questo quadro politico e sociale si muove Giusva Fioravanti con i suoi.
E non è il solo.
Già in attività fin dal 1977, nella famosa sede di via Siena
8, l'originario gruppo FUAN (Fronte Universitario di Azione Nazionale)
da cui presto nasceranno i NAR, non è l'unica espressione del disagio
dei giovani fascisti del '77 e del più ampio schieramento che adombrava
una strategia di azione ben più allargata. Anche Terza Posizione
prende corpo come gruppo e come testata all'inizio del 1979, dopo alcuni
attentati rivendicati l'anno precedente con lo stesso simbolo. I leaders
di TP sono Roberto Fiore (fondatore ed animatore della formazione di
estrema destra Forza Nuova, di cui ampiamente dirà Claudia
Cernigoi nel suo saggio) e Gabriele Adinolfi. L'organizzazione che, come
si è detto, pubblicava con lo stesso nome un giornale, raccoglieva
l'eredità del gruppo Lotta Studentesca, in quel periodo ormai scomparso,
che aveva fatto riferimento a Paolo Signorelli, ideologo rappresentativo
della destra estrema. TP poteva contare sull'appoggio anche di Franco Freda
ed aveva sicuramente stretti rapporti con i vecchi militanti di Avanguardia
Nazionale; si sarebbe detta, infatti, una delle tante microstrutture
attivate per meglio servire la causa della rivoluzione nazionalpopolare.
"Né con Marx, né con la Coca Cola", potremmo riassumere
citando uno slogan che andava per la maggiore sui muri di alcune città
italiane. Terza Posizione rivendica l'assoluta estraneità
ideologica rispetto "al fronte rosso e alla reazione", per usare
la loro stessa terminologia, a favore di una guerra, o guerriglia che fosse,
serrata contro le strutture repressive dello Stato con particolare attenzione
all'interessante vivaio rappresentato dalla scuola, che fu in effetti terreno
propizio di reclutamento. In una prima fase della vita del gruppo, a seguito
di un serrato e difficile dibattito interno sull'alternativa organizzazione
o spontaneismo, prevalse l'idea per la quale lo scontro generalizzato proposto
ed attuato dai NAR non poteva risolvere nell'immediato uno scontro che soltanto
una scelta unitaria avrebbe potuto concludere vittoriosamente.
"Il livello complessivo del dibattito era abbastanza elementare, al
di là dei rituali e più o meno precisi riferimenti ad Evola,
come del resto ci si può aspettare da un'organizzazione in cui la
maggior parte dei membri erano poco più che adolescenti.
Terza Posizione si diffuse con straordinaria rapidità. Benchè
attivo soprattutto a Roma, il movimento ebbe un'organizzazione a livello
tendenzialmente nazionale, con basi nel Nord e nel Triveneto, nelle Marche,
Umbria, nel Sud e in Sicilia. La cellula elementare era il cuib (nido)
un termine che riprendeva il nome della struttura di base della Guardia
di Ferro."[59]
All'interno del gruppo "legale", quello che ufficialmente poteva
presentarsi alle iniziative pubbliche, partecipando a dibattiti o semplicemente
diffondendo idee e materiali, esisteva una struttura occulta, il nucleo
operativo, così era chiamato, completamente clandestino, che aveva
il compito di provvedere alla raccolta di armi e di sussidi finanziari utilizzando
la consueta tecnica delle rapine e dei furti. Ma non era tutto: "A
un più alto e segreto livello vi era la `Legione' (ancora Codreanu),
`l'aristocrazia dell'aristocrazia', che avrebbe dovuto diventare la classe
dirigente dopo la vittoria della rivoluzione. Il leader carismatico della
Legione, Peppe Di Mitri, personaggio con illustri trascorsi per furti e
rapine, era stato figura eminente in AN e stretto collaboratore di Delle
Chiaie, il che ha indotto molti osservatori a postulare uno stretto rapporto
fra le due organizzazioni (addirittura che TP fosse una mera filiazione
di AN)."[60] Per portare a compimento
la rivoluzione era necessario che i giovanissimi militanti fossero educati
alla ribellione ed alla illegalità diffusa: si sarebbe resa indispensabile,
a tal fine, una struttura di comando che fosse realmente capace di dare
voce all'ideologia dell'organizzazione e di selezionare gli elementi migliori
per costituire quel ristretto gruppo di "eletti" destinati a conquistare
il potere. Nel corso del 1979 si tenta davvero di raggiungere almeno una
parte degli obiettivi prefissi, ampliando ed aumentando i nuclei sul territorio
ed occupando, materialmente, i luoghi fisici dello spazio cittadino che
si intendeva conquistare - scuole, quartieri - senza alcun riguardo per
tutti coloro che potevano essere considerati nemici della causa. "Alla
fine degli anni settanta TP poteva contare su alcune migliaia di militanti
e simpatizzanti nella sola Roma, in particolare nelle scuole delle classi
medio-alte."[61]
Percorsa in senso verticale e trasversale da un'ideologia combattente che
non conosce soste, Terza Posizione esalta la centralità del
momento operativo, l'atto del combattere come dimensione appagante per il
legionario, la massima valorizzazione del guerriero e del capo in particolare
e la combinazione, necessaria quanto può essere l'acqua per placare
la sete, tra obbedienza ed azione individuale. La Commissione parlamentare
per il terrorismo ripropone alcuni brani significativi di un documento redatto
da TP che si intitola "Posizione teorica per un'azione legionaria":
"Tenere presente sempre, in ogni istante, che le gerarchie nascono
sul campo e non a tavolino, che un ordine è una cosa seria e non
un moto di presunzione. Che obbedire ad un ordine dato da un capo squalificato
è disonorevole e disdicevole per chiunque. Credere nella gerarchia,
degli uomini e dei valori, è cosa troppo seria ed importante per
dare via ad una scimmiottatura del concetto. Meglio l'anarchismo di destra
- secondo l'indicazione evoliana di cavalcare la tigre, in cui ognuno lotta
per se stesso, per qualificarsi esistenzialmente - che scimmiottare il fascismo
o il nazionalsocialismo senza capi degni di questo nome...L'azione non ha
da essere né lecita né illecita, semplicemente queste sono
categorie a noi estranee dalle quali bisogna prescindere. L'azione ha da
essere giusta, ha da essere qualificante e trascinante."[62]
Sollecitare il ribellismo movimentista, cercando di irregimentarlo in un'organizzazione
verticistica con fortissime connotazioni militari: sembra questo il punto
d'arrivo della strategia di TP. Il progetto è destinato a fallire
molto presto: a Roma, il pomeriggio del 14 dicembre 1979, Giuseppe Di Mitri,
detto Peppe, Roberto Nistri, rispettivamente leader carismatico indiscusso
della Legione e capo militare del "nucleo operativo", e Alessandro
Montani vengono intercettati e catturati dagli agenti della Digos mentre
stanno scaricando una cassa di cartone piena di bombe a mano davanti al
seminterrato del civico 130 di via Alessandria. "All'interno del seminterrato
gli agenti rinvengono parecchio materiale: divise da ufficiali dei carabinieri
e della finanza, fucili winchester, esplosivo al plastico e polvere nera,
carte d'identità, patenti rubate e volantini propagandistici."[63]
L'arresto dei due elementi di spicco di TP, attorno ai quali si raccoglievano
gli altri militanti, determina uno stato irreversibile di crisi. Fiore e
Adinolfi, tutt'altro che uomini d'azione, si vedono costretti ad affidare
il "nucleo operativo" al giovane Giorgio Vale che si è
distinto per capacità e determinazione in precedenti azioni al fianco
di Nistri. Vale si sostituisce rapidamente ed efficacemente al suo precedessore
all'interno del braccio armato di TP; sotto il suo comando l'attività
criminosa diventa metodo: rapine in banca e furti nelle abitazioni di facoltosi
professionisti fruttano in pochi mesi a TP più di settanta milioni.
"Giorgio Vale cura personalmente la preparazione degli altri componenti
del nucleo operativo - perfettamente a suo agio nel ruolo di capo legionario
- organizza campi paramilitari dove allena gli altri terroristi con lunghe
marce e con esercitazioni al tiro con le armi. Così per alcuni mesi,
dalla fine del '79 all'inizio dell'estate dell' '80, Terza Posizione
continua a far proseliti e l'attività illegale del nucleo operativo
si sviluppa e si estende riuscendo ad assicurare all'organizzazione abbondanti
mezzi finanziari: apparentemente le due anime del movimento, quella militarista
e quella movimentista, sembrano convivere indispensabili l'una all'altra."[64]
Ma è soltanto apparenza. Proprio in quell'estate romana si consuma
lo scontro definitivo tra opposte "visioni del mondo". Il nucleo
operativo di Vale abbandona TP e si fonde con i NAR di Fioravanti, dando
vita ad un sodalizio destinato a procurare altre violenze ed altri lutti.
La vittoria della prassi spontaneista, in realtà, non fa che accelerare
la decomposizione della lotta armata neofascista che si concluderà
appena qualche mese più tardi, siamo nei primi giorni del febbraio
'81, con l'arresto di Fioravanti nei pressi del canale Scaricatore alle
porte di Padova. Una stagione breve, intensa, costellata di sparatorie e
guerriglia metropolitana: i Nuclei Armati Rivoluzionari vivono intensamente
l'ultima epopea della rivoluzione mancata, anche se sanno che tutto sta
per finire e che Polizia e Carabinieri incalzano. Insieme a Giusva i NAR
avevano già ucciso due agenti di pubblica sicurezza, Arnesano ed
Evangelista (febbraio e maggio 1980) e il giudice Amato (giugno 1980), materialmente
colpito a morte da Cavallini con l'aiuto di Vale, che indagava sulle trame
dell'estrema destra. Nel frattempo erano cominciate le faide interne: accusati
di aver abbandonato gli altri camerati al loro destino ed alla repressione
degli apparati dello Stato, i dirigenti di TP, in particolare Fiore e Adinolfi
colpevoli di essere i principali responsabili della sconfitta e del tradimento
di ogni causa rivoluzionaria, diventano bersaglio dell'epurazione interna.
La prima vittima è Francesco Mangiameli, capo di TP in Sicilia assassinato
nel settembre del 1980 dai fratelli Fioravanti e da Giorgio Vale. La figura
di Mangiameli è particolarmente interessante perché ci conduce
direttamente al tragico episodio della strage di Bologna, della quale Fioravanti
fu accusato di essere l'esecutore materiale. "Poco dopo la strage [...]
il maggiore Amos Spiazzi dichiarò in un'intervista di essersi introdotto,
su incarico dei Servizi, negli ambienti della destra eversiva, incontrando
tale `Ciccio', descritto come l'uomo investito da Delle Chiaie del compito
di coordinare gli sparsi gruppi neofascisti a Roma; il loro progetto prevedeva
la realizzazione di un grande attentato terroristico. [...] `Ciccio' era
Mangiameli." [65] La Corte d'Assise
di Bologna, tuttavia, ritenne più plausibile il fatto che Fioravanti
avesse deciso l'eliminazione dello scomodo camerata per essersi appropriato
dei fondi del movimento, escludendo così il collegamento con la strage.
Come si apprenderà qualche anno dopo, i cospicui autofinanziamenti
dei NAR-Terza Posizione finirono nelle mani di Roberto Fiore che
riparò con la cassa in Inghilterra sul finire degli anni Ottanta,
investendo il denaro in attività imprenditoriali che lo fecero presto
diventare molto ricco. Talmente ricco da poter costituire e sostenere negli
anni Novanta l'organizzazione nota con la sigla Forza Nuova.
L'omicidio di Mangiameli poteva anche avere altre ragioni. "Secondo
Cristiano Fioravanti, Mangiameli fu ucciso anche perché aveva partecipato
all'incontro in cui si era concordato l'omicidio di Piersanti Mattarella,
l'uomo politico sicilaino che si era scontrato con gli interessi della mafia
e degli ambienti politici a essa vicini."[66]
Oscuri personaggi ed oscuri avvenimenti si addensano nel nuovo decennio
che avrebbe preluso alla drastica sconfitta dell'estremismo nero nella sua
versione di falange combattente. Resta da chiarire veramente se l'ultima
esplosione in mille schegge impazzite dello spontaneismo armato abbia servito
in realtà gli interessi di lobbies di potere che proprio in
quel contesto storico andavano sfidandosi.
Dopo Mangiameli fu la volta di Luca Perucci, considerato un infame delatore,
"giustiziato" nel gennaio del 1981. In Aprile, a due mesi dall'imprigionamento
di Giusva, Cristiano Fioravanti venne catturato e decise di collaborare,
consentendo agli investigatori di ricostruire l'attività del gruppo
e di chiudere ancora di più la rete intorno agli ultimi sopravvissuti.
La mattina del 21 ottobre 1981 Francesca Mambro, Alibrandi, Vale, Cavallini,
Soderini e Sordi attendono ad Acilia, lungo la strada che collega il piccolo
centro urbano laziale con la via Ostiense, l'automobile di Francesco Straullu
(quel giorno guidata dall'agente Di Roma), uno degli uomini degli Digos
maggiormente impegnati in quel periodo nelle indagini sul terrorismo di
destra romano. "Più che un'esecuzione è un massacro.
L'efferatezza del crimine è racchiusa nelle parole del medico-legale:
`La morte di Straullu è stata causata dallo sfracellamento del capo
e del massiccio facciale con spappolamento dell'encefalo, quella del Di
Roma da ferita a carico del capo con frattura del cranio e lesione del cervello.
[...] Francesca Mambro aveva il compito di prendere le armi dalla macchina
della Digos, ma Sordi e Alibrandi la fermano prima che si avvicini alla
Ritmo, `perché lo spettacolo che si era presentato dopo il colpo
di grazia era davvero orribile'; Cavallini invece doveva infilare nel petto
del capitano Straullu una lancia appositamente comprata in un negozio di
Roma, per rendere ancor più emblematica l'esecuzione, ma gli fu impossibile
perché il cadavere del poliziotto era finito sotto il sedile dell'auto."[67] Ossessivi rituali di morte e polverizzazione
delle coscienze: sono questi i NAR che si avvicinano consapevolmente alla
morte purificatrice che attende il soldato politico. "[...] non abbiamo
né poteri da inseguire né masse da educare; per noi quello
che conta è rispettare la nostra etica per la quale i Nemici si uccidono
e i traditori si annientano. La volontà di lotta ci sostiene di giorno
in giorno, il desiderio di vendetta ci nutre. Non temiamo né di morire
né di finire i nostri giorni in carcere; l'unico timore è
quello di non riuscire a far pulizia di tutto e di tutti, ma statene certi,
finchè avremo fiato, non ci fermeremo."[68]
La china verso la sconfitta, amara e definitiva, è ripidissima. Nel
dicembre 1981 cade in uno scontro a fuoco Alessandro Alibrandi, ritornato
da pochi mesi a Roma, dopo un soggiorno di addestramento in Libano, allo
scopo di rilanciare la lotta rivoluzionaria. Francesca Mambro viene ferita
e catturata nel corso di una rapina in banca nel marzo dell' '82, durante
la quale muore accidentalmente il passante Alessandro Caravillani, un ragazzo
di appena sedici anni. Due mesi dopo Giorgio Vale si suicida, sparandosi
un colpo alla tempia, per evitare la cattura; Walter Sordi cade nelle mani
della Polizia nello stesso anno e nel settembre del 1983 viene arrestato
Cavallini. Nonostante un tentativo degli esuli londinesi di TP per riassumere
il controllo della situazione, fallito immediatamente, la tragica esperienza
dei combattenti nazionalrivoluzionari poteva dirsi conclusa.
Eppure, l'ideologia di Terza Posizione sarebbe ampiamente sopravvissuta
a se stessa, riattualizzando negli anni Novanta percorsi politici che appartengono
ancora al nostro presente. Roberto Fiore, che abbiamo visto ricomparire
nel piccolo schermo in occasione dell'ultima tornata elettorale del maggio
del 2001, rivendica uno spazio delle idee che riporta direttamente agli
anni in cui TP aveva assunto il ruolo di matrice ideologica non tanto dello
spontaneismo armato, fenomeno come abbiamo visto dalle debolissime radici
teoriche, quanto del filo nero che tiene legati assieme i capisaldi della
dottrina fascista del dopoguerra.
"Mentre declinava il conflitto sociale, il sistema politico nel suo
complesso si adattava a nuovi equilibri, in cui la sinistra assumeva una
posizione più marcatamente difensiva rispetto a quella degli anni
Settanta. Il PCI aveva perduto parte della sua forza elettorale (quattro
punti percentuali fra il 1976 e il 1979, che sarebbero diventati quasi dieci
nel 1987), il che aveva indebolito la sua richiesta di accesso al governo;
il PSI prendeva sempre più le distanze dal PCI, e ne fu ricompensato,
nel 1983, con l'accesso alla presidenza del Consiglio [governo Craxi, nda].
Il movimento operaio, stretto nelle morse dell'inflazione, delle ristrutturazioni
tecnologiche e delle divisioni fra le principali confederazioni sindacali,
fu costretto a moderare le sue rivendicazioni. Il riflusso si affermava
come la cifra politica e sociale degli anni ottanta, rassicurando l'opinione
pubblica conservatrice. [...]
Divenuta ormai superflua la strategia della tensione, i suoi protagonisti
rientravano nell'ombra, da cui ci si guardava bene dal toglierli [...]."[69]
Futuro anteriore
23 dicembre 1984, poche minuti dopo le diciannove. "Due bombe contenute
in altrettante valigie, collocate da uno sconosciuto nel corridoio della
quintultima carrozza, di seconda classe, del rapido 904 Napoli-Milano, stipato
di 602 viaggiatori, esplodono al sesto chilometro della galleria dell'Appennino,
fra Firenze e Bologna. 16 morti e 180 feriti. Poteva essere una carneficina,
potevano morire tutti. Il treno merci 52393 aveva appena incrociato in galleria
il rapido 904. Qualche istante di anticipo nello scoppio e i morti sarebbero
stati centinaia. Il cronista de La Nazione riferisce: 'E' stata una
bomba piazzata in modo terribilmente esatto.'"[70]
La strage del treno 904, che segna, a detta di numerosi commentatori, l'ultima
tappa della strategia della tensione prima di un riflusso dell'eversione
fascista verso tempi di relativa tranquillità, è soltanto
il culmine di una serie di inquietanti episodi accaduti negli anni precedenti.
Quando gli atti relativi alla cosiddetta "strage di Natale" vengono
trasmessi a Firenze, unendo assieme più inchieste giudiziarie sugli
attentati ferroviari in Toscana dal 1974 al 1983, il quadro complessivo
dell'intera vicenda finisce per delinearsi fin da subito con una certa chiarezza.
E' lo stesso sostituto procuratore Vigna, che assieme al giudice Minna è
titolare dell'indagine, a dirlo senza tanti preamboli: "`Basta leggere
la relazione Anselmi per comprendere il rapporto fra attentati e P2' (]Il
Messaggero del 29 dicembre '84). Fra documenti raccolti ve n'è
uno di interesse decisivo da cui si apprende che un `vertice' di Ordine
Nuovo, svoltosi in Toscana agli inzi del 1974, e di cui solamente adesso
i giudici hanno avuto notizia, era uscita l'esplicita decisione di sferrare
attacchi contro le linee ferroviarie."[71]
In un manoscritto sequestrato ad un altro emblematico rappresentante della
destra radicale italiana, Mario Tuti, di cui ampi stralci vengono pubblicati
ne L'Espresso del gennaio 1985, si afferma infatti: "Ricapitolando
quindi, per un'azione rivoluzionaria di guerriglia... Il territorio della
nazione è percorso longitudinalmente da una ininterrotta catena di
montagne...sarà facile provvedere alla interruzione delle comunicazioni
ferroviarie attraverso i due versanti dell'Appennino, mediante opportuni
sabotaggi di ponti, viadotti e gallerie, arrivando alla paralisi economica
dello Stato [...]"[72]
Effettivamente, come è abbastanza facile dimostrare, gli attentati
alle linee ferroviarie furono numerosi in quegli anni. [73]
La cellula neofascista ]Fronte Nazionale Rivoluzionario era stata
attiva nella seconda metà degli anni Settanta proprio nella zona
dell'aretino: assieme a Luciano Franci, Pietro Malentacchi, Giovanni Gallastroni,
Marino Morelli, Augusto Cauchi, l'insospettabile geometra di Empoli, Mario
Tuti aveva organizzato un gruppo di agguerriti soldati politici pronti a
dare la vita per la causa. Nel gennaio 1975 Franci e Malentacchi vengono
intercettati mentre si apprestano a compiere un attentato ad Arezzo; in
occasione dell'arresto la Polizia rinviene anche una sorta di proclama scritto:
"Pronto! Parla il Fronte Nazionale Rivoluzionario! Questa notte il
commando Carlo Martello ha fatto saltare con circa 11 kg. di cheddite il
Palazzo del Commercio sito in viale Giotto Arezzo. Vi avvertiamo che non
è il solo attentato alle istituzioni del regime demo-borghese. Altri
sono stati fatti; in escalescion ne verranno consumati tanti altri..."[74] Il giorno successivo, 24 gennaio, il
brigadiere Falco e gli appuntati Ceravolo e Rocca si recano in casa di Tuti
per un controllo. Mario Tuti: fino a quel terribile giorno un grigio impiegato
del comune con la passione delle armi e della arti marziali; un fascista
con un forte senso del sociale che sembrava si accontentasse soltanto di
chiaccherare molto. Ma quella sera il sospetto che la visita della Polizia
fosse qualcosa di più che un semplice controllo alla sua costosa
e cospicua collezione di pistole e fucili, spinge Tuti a far fuoco sui poliziotti,
uccidendone due e ferendo gravemente il terzo. Fuggito in macchina verso
Lucca, poi in Garfagnana, dove trova appoggi e protezioni, Tuti approda
sulla Costa Azzurra dove rimane in libertà fino al luglio del 1975.
Nel mese di maggio la magistratura italiana lo aveva condannato all'ergastolo
per duplice omicidio e il 26 agosto il tribunale di Aix en Provence aveva
concesso l'estradizione. Il 13 dicembre Tuti è di nuovo in Italia
e la sua storia comincia ad essere minuziosamente ricostruita. Il 26 aprile
1976 la Corte d'Assise di Arezzo lo condanna a vent'anni di carcere per
i reati connessi alla sua appartenenza al FNR; il 30 novembre viene confermato
l'ergastolo per gli omicidi di Empoli. E la catena di episodi criminosi
imputabili al fascista toscano sembra allungarsi sempre più: si tratta
degli attentati commessi nel 1974 e nel 1975 sulla linea ferroviaria Firenze-Roma
e della strage dell'Italicus dell'agosto 1974 che aveva causato 12 morti
e quasi cinquanta feriti. Iniziato nel novembre del 1981 il processo Italicus
si conclude in primo grado con l'assoluzione di Tuti per insufficienza di
prova nell'estate del 1983; soltanto tre anni più tardi, il 18 dicembre
1986, sarà condannato in via definitiva all'ergastolo. Irriducibile
nemico della democrazia borghese, Mario Tuti si è proclamato prigioniero
politico e per molti anni ha continuato dal carcere la sua opera di indottrinamento
nei confronti dei camerati che stavano fuori. Nel 1981, insieme a Pierluigi
Concutelli, ha strangolato nel carcere di Novara Ermanno Buzzi, incarcerato
per i fatti relativi alla strage di Brescia
[75], e sul punto di fare importanti rivelazioni al magistrato anche
sul conto dello stesso Tuti.
Il Fronte Nazionale Rivoluzionario è un'organizzazione fascista
che ha alcuni interessanti legami con la loggia Propaganda 2 di Licio Gelli[76]. In particolare è Augusto Cauchi
ad occuparsi dei rapporti diretti con il venerabile maestro massonico; nell'aprile
del 1974, ad un mese dall'attentato di Piazza della Loggia e a quattro mesi
da quello dell'Italicus, Cauchi aveva incontrato Gelli nella sua villa di
Arezzo. Secondo la ricostruzione agli atti dell'inchiesta giudiziaria, al
terrorista nero sarebbero stati consegnati 25 milioni in contanti per finanziare
l'attività del FNR. Pochi giorni più tardi Cauchi ed altri
camerati acquisteranno a Rimini armi e munizioni per la stessa cifra ricevuta
ad Arezzo. Il carico viene fatto proseguire fino a Spoleto dove è
ridistribuito fra diversi gruppi neofascisti.
Quest'altra linea genealogica conduce direttamente ai rapporti tra estrema
destra e sistema occulto. Tutti i cruenti episodi dello stragismo che è
stato definito anche "strategia della tensione" appaiono collegati
ad una sorta di centrale eversiva - in alcuni casi è possibile ritenere
fosse la stessa P2 per dotazione di mezzi ed efficienza - che ha utilizzato
i neofascisti come longa manus di un potere deciso ad autorappresentarsi
con il terrore. La vicenda del treno 904 chiude la stagione delle bombe
anche se l'epoca dei nuovi, o rinnovati, fascisti sembra davvero non dover
mai tramontare.
Gli anni Ottanta conoscono il declino della politica-movimento e dunque
anche della politica-azione diretta; entro nemmeno la metà del decennio
gli ultimi conti con l'eversione storica di destra si possono ritenere chiusi.
Ma si tratta semplicemente della sconfitta di una generazione destinata
a passare buona parte della giovinezza e della prima maturità in
carcere.
L'eccessiva indulgenza di certi studiosi nostrani alla periodizzazione rigida
per quanto concerne episodi, o insiemi di episodi, della recente storia
d'Italia genera spesso malcelate incomprensioni di avvenimenti che andrebbero
analizzati utilizzando altri registri di lettura. In realtà durante
gli anni Ottanta la destra eversiva, nonostante l'intervento repressivo
dello Stato avesse in qualche modo arrestato l'espandersi dei gruppi armati
e le loro azioni terroristiche, trova modo di superare la propria momentanea
crisi interna, riadattandosi a forme della politica compatibili con il cambiamento
dei tempi. Dire che la stagione delle bombe finisce con il 1984 è
certamente corretto sotto un certo punto di vista ma non corrisponde certo
ad affermare che l'estrema destra fosse diventata meno pericolosa o, peggio
ancora, fosse definitivamente scomparsa. Perché il soldato politico,
di cui abbiamo parlato spesso nel corso di questo saggio, ha ereditato dai
padri anche la capacità di sopravvivere in tempi di "carestia"
ideologica. Gli anni Ottanta rappresentano sotto molti aspetti un decennio
di grandi rivisitazioni politiche e di altrettanto grandi controriforme.
Sono anni in cui la sfida tecnologica raccoglie enormi consensi e le economie
nazionali europee sono cavalcate dalla peggior specie di conservatori che
cercano, nell'appiattimento e nel contenimento di ogni conflitto sociale,
la soluzione al problema della governabilità. Un periodo oscuro anche
nella storia della Repubblica italiana, dominata da una parte dall'incipiente
ed inarrestabile craxismo al potere e dall'altra da uno scontento giovanile
di massa a partire dal quale alcuni vecchi camerati cominceranno ad esercitare,
per l'ennesima volta, la loro perniciosa influenza.
Per parlare correttamente degli anni Ottanta dal punto di vista che ci interessa,
utilizzerò uno studio, ricco ed approfondito, realizzato da Valerio
Marchi nel 1993.[77] Proprio a metà
decennio comincia in Italia la politicizzazione del vecchio movimento Skin,
di origine anglosassone, fino ad allora orgoglioso del suo stile di vita
rigorosamente improntato all'abbandono di qualsiasi ideologia. Ad introdurre
l'aspetto più decisamente politico è un piccolo movimento
di ribelli chiamati Boneheads; sono loro i protagonisti dell'aggregazione
di stile nazista che attecchisce tra giovani e giovanissimi, ragazzi dai
14 ai 24-25 anni. Attraverso l'utilizzo massiccio, e talvolta spregiudicato,
della comunicazione musicale, i Boneheads puntano al concerto come
strumento essenziale dell'aggregazione sociale. E' a questo punto che si
consuma la rottura definitiva della vecchia anima skin, di cui le teste
rasate rappresentano l'espressione politica di estrema destra.
Nel 1984 Maurizio Boccacci, ex militante di Avanguardia Nazionale,
dà vita al Movimento Politico Occidentale (MPO) sulle ceneri
del DART, la cosiddetta Divisione Artistica fondata nello stesso
periodo da alcuni accesi militanti nazionalrivoluzionari del Fronte della
Gioventù. Unitamente al Veneto Fronte Skinhead, creato
da Piero Puschiavo nel 1985, e al White Powers Skins di Milano, l'MPO
di Boccacci confluirà successivamente in Azione Skinhead iniziando
a lavorare per la nascita di un movimento politico collegato al circuito
internazionale Blood and Honour. Tutta questa umanità che
proviene dagli immensi quartieri dormitorio delle metropoli si annulla il
sabato notte nell'orgia della musica metal e techno durante
i concerti organizzati in numerose località della penisola, riempiendosi
di acido, di cannabis e di quanto l'industria della chimica per poveri è
in grado di produrre, polverizzando progressivamente la propria soggettività
nel frastuono della massa. In attesa della domenica allo stadio, quando
sarà possibile dare sfogo all'aggressività omicida del lumpen.
Estremamente semplice ed efficace il proselitismo, in un quadro d'ambiente
del genere. Il Movimento Sociale Italiano tiene addirittura, nel
1992, un convegno sulla curva dello stadio come patria; il tentativo, peraltro
riuscito in buona parte, è di strumentalizzare gruppi e gruppetti
di violenti che la passione per il calcio aggrega spontaneamente, moltiplicando
il loro fanatismo e trasformandolo in razzismo. In breve tempo è
possibile rendere operative vere e proprie "squadracce" da utilizzare
nel corso di azioni a carattere più specificamente politico. La deterrenza
che è possibile esercitare in piazza è formidabile: formazioni
paramilitari possono sostenere scontri ovunque, trascinando rapidamente
alla violenza alcune decine, ma il numero sarà destinato ad aumentare,
di scalmanati che nulla hanno da perdere se non una dignità che la
società stessa ha da tempo loro sottratto. Orde che negli anni Ottanta,
anche se le vediamo ancora oggi agitarsi nelle strade, occupano gli spazi
della politica rimasti deserti alla fine di altre sanguinose battaglie;
si possono facilmente far saltare i valori tradizionali di tolleranza e
solidarietà facendo del conflitto sociale una costante irrinunciabile
per mezzo della quale sarà quasi giocoforza indicare l'avversario
da colpire. L'esercizio ed il controllo serrato e continuo di tale e tanta
violenza sortiscono gli effetti desiderati nel melting pot che è
la conseguenza delle ondate migratorie dalle quali anche l'Italia viene
investita a partire dalla fine degli anni Ottanta. La gene di colore diventa
uno dei bersagli privilegiati della nuova ideologia razzista: e la xenofobia
si trasforma in pratica quotidiana di annullamento di ciò che è
percepito come diversità assoluta. Questa sfera politica così
apparentemente disadorna di riferimenti teorici, e tutta orientata al declino
dell'ideologia a favore di azioni violente dettate più che altro
da un'inarrestabile volontà di distruzione, in un certo senso segno
dei tempi ripensando al decennio che secondo alcuni ha addirittura chiuso
il secolo con il crollo dei paesi dell'Unione Sovietica, nasconde più
insidie di quanto non possa sembrare ad una prima, superficiale occhiata.
"Nello scorrere il rapporto della Commissione europarlamentare sul
razzismo e la xenofobia sembrerebbe che in Italia la destra radicale si
sia rarefatta, sopravvivendo soltanto nel MSI e, unica altra organizzazione
citata, in uno sconosciuto Ordine Ariano, autore di un volantino
antisemita diffuso a Milano nel Marzo del 1990. Nel breve paragrafo dedicato
all'Italia ci si limita a sottolineare l'incremento degli atti di violenza
razzista, senza peraltro indicare chi, o cosa, possa eventualmente celarsi
dietro questo fenomeno. [...] anche in Italia, negli ultimi cinque anni,
si sono manifestati segnali sempre più allarmanti di xenofobia, culminati
nel 1992 con centinaia di atti di violenza razziale: nonostante tutto ciò,
dopo essere stata per decenni al centro di analisi e dell'attenzione nazionale
ed internazionale, l'estrema destra italiana sembra scomparsa nel nulla."[78]
Le matrici dell'ideologia fascista si sono ampiamente conservate nel clima
di apparente smobilitazione immediatamente successivo agli ultimi arresti
dei primi anni Ottanta. Un'organizzazione interessante, per la nostra indagine,
resta la Comunità di Meridiano Zero, creata da Rainaldo Graziani,
figlio dell'indiscusso leader di Ordine Nuovo, Clemente. La rivista
("Meridiano Zero") ed il gruppo lavorano tra gli studenti romani
ed organizzano manifestazioni ed azioni dirette, ogniqualvolta ciò
appaia necessario. MZ ritiene che il vero nemico da combattere consista
nel potere tecnocratico che uccide l'uomo, sopprime ogni forma superiore
di cultura e cancella qualsiasi senso di appartenenza e qualsiasi etnia.
Dietro a MZ si cela il Centro Orientamenti e Ricerca, costituito
nel 1986, che pubblica un suo opuscoletto ("Orientamenti e Ricerca")
riproponendo in sostanza la vecchia linea di Terza Posizione, uguale
distanza da capitalismo e comunismo, rifiuto totale dello straniero. "`Oggi
più ancora di ieri', si legge su Orientamenti e Ricerca, `è
tempo di una Terza Posizione. Fare l'Europa diversamente dai Delors,
facendo perno sulle forze vitali dei nazionalismi storici, ed esprimendo
la loro sintesi ideale e politica è l'unica possibilità di
rinascita. E' l'unica possibilità di scardinare il blocco mondialista,
di creare quell'alleanza tra l'Europa ed alcuni popoli del Terzo Mondo che
sia al tempo stesso libertà dal capitalismo, garanzia di equilibrio
mondiale e barriera all'invasione terzomondista.'"[79]
Si rinasce, tuttavia, solo con la liberazione di ogni singolo spirito individuale.
Lo stesso modello di riferimento proposto da MZ, espressione diretta del
Centro Orientamenti e Ricerca di cui altro non è che una piccola
costola, è quello del ribelle di Ernest Junger: "il singolo,
braccato da un ordine che esige innanzitutto un controllo capillare e al
quale egli sfugge scegliendo di `passare al bosco'; rifiutando, pur vivendoci,
una volta per sempre questa società [...] Non è un soldato,
non conosce necessariamente le forme della vita militare né la sua
disciplina: la sua vita può essere contemporaneamente più
libera e più dura della vita militare. Per sapere cosa sia giusto
non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di
partito, le sua azioni non si conformano ad alcuna ideologia e in ogni ambito
della vita, dal diritto alla proprietà, alle `armi' da usare per
la sua battaglia, la decisione sovrana spetta solamente a lui." [80]
Massima, e lucida, espressione di una società senza più alcun
riferimento e con orizzonti segnati appena da un ordine che esige soltanto
controllo continuo ed ossessivo, al singolo, forse non più soldato
politico, quanto probabilmente eterno fuggitivo alla macchia, non resta
che stabilire da sé la propria legge, affidandosi all'unica certezza
possibile, la certezza del disordine, dell'anomia. Sembra decisamente rivisitato
il sistema di valori dell'estrema destra appena una decina d'anni dopo le
dichiarazioni di guerra totale al sistema, anche se nulla appare modificato
nella concezione dell'individuo "assoluto" in marcia verso un
destino che il passare del tempo muta continuamente. L'unica cosa certa
è che oltre i confini d'Europa, questo è forse l'unico orizzonte
realmente travalicabile allo stato attuale, si stanno generando le condizioni
che faranno sì che l'uscita dal bosco appaia una promessa possibile.
L'appello alla lotta serrata contro il totalitarismo planetario, la tecnologia
nella sua essenza di puro dominio, come sostengono i militanti di MZ, diventa
parola d'ordine da diffondere ovunque e prima di tutto nella pratica quotidiana
di lotta.
Coinvolta in una serie di numerose aggressioni ed incidenti che sono culminati
nell'attentato alla sede del PDS nel quartiere romano di Montesacro, ad
inizio anni Novanta, MZ ha annunciato il proprio autoscioglimento una settimana
prima dell'intervento della Polizia, nell'Aprile del 1993. La scomparsa
dalla scene della rivista e del gruppo non ha impedito ai militanti di riciclarsi
tranquillamente in altre piccole organizzazioni dell'area, la cui estrema
fluidità consente anche un'ampia fungibilità della stessa
forza viva che di volta in volta si sposta qua o là a portare il
suo attivo contributo politico.
Più interessante ancora di MZ resta il periodico milanese "Orion",
fondato nel 1984 assieme all'omonimo centro studi da un gruppo guidato da
Marco Battarra e Maurizio Murelli (già redattore di "Quex"[81] ed arrestato per l'assassinio di un
agente di Polizia durante uno scontro di piazza a Milano nel 1972), entrambi
vecchie conoscenze dell'area nazionalfascista lombarda. Alcuni anni più
tardi viene costituito anche un nuovo gruppo con intenti dichiaratamente
politici, denominato Nuova Azione.
"`Orion' e il suo supplemento monografico `Origini' fanno capo, insieme
alla libreria la Bottega del Fantastico, alla Società editrice
Barabrossa Srl. Nuova Azione, a livello internazionale, si muove
infine sotto la sigla Fronte Europeo di Liberazione.
Ricco di una vasta rete di contatti sia in Italia che all'estero, il gruppo
di `Orion' esprime una linea nazional-rivoluzionaria o, meglio ancora, `nazional-comunista',
con forti richiami ai temi della Nuova Destra di Alain De Benoist,
con cui è in stretti rapporti. I temi fondamentali del gruppo sono
infatti la lotta al `mondialismo', inteso come dominio della finanza internazionale
dominata dalla consueta cricca giudaico-massonica, a cui contrapporre non
il modello dell'Europa `bianca e cristiana', ma un'unione di intenti con
le forze nazional-comuniste, tradizionaliste ed integraliste dell'ex impero
sovietico e della sfera islamica."[82]
Si avverte già nel programma ideologico di "Orion" uno
slittamento, di carattere strategico, verso temi ed aree del mondo presso
cui recuperare nuova linfa vitale per rivitalizzare il vecchio spirito combattente.
Quando la caduta del muro segna nel 1989 la fine dell'Europa della Guerra
Fredda e la riterritorializzazione dei conflitti, a partire dalla stessa
area balcanica, il gruppo Nuova Azione è già pronto
a lanciarsi nella mischia. "I rapporti internazionali più significativi
di Nuova Azione si rispecchiano nei partecipanti alla tavola rotonda
sulle `Prospettive geopolitiche eurasiatiche' (Mosca, Ottobre 1992). Nella
redazione di `Den', ex quindicinale dell'unione degli scrittori sovietici,
divenuto dopo la svolta una delle più importanti testate dell'area
del Fronte di Salvezza Nazionale, schierato su posizioni tradizionaliste
e filoislamiche, si riuniscono Samil Sultanov di `Den', Sergej Baburin (capogruppo
al Paralmento del gruppo Rossija e fondatore del partito ultra-patriottico
Rinascita), Aleksandr Dughin (presidente della associazione storico-religiosa
Arktogaia, traduttore russo di Guenon ed Evola), Nikolaj Klokotov
(generale dell'esercito) e Alain De Benoist, leader storico della nuova
destra, direttore di "Krisis" e di "Nouvelle Ecole".
In altre parole, nuova destra franco-belga in Europa occidentale, nazional-comunisti
russi e filoislamici ad Oriente."[83]
Una congerie micidiale di vecchi e più recenti fascismi che nasconde
pericolose ideologie dell'intolleranza. Al di là della questione
legata alla lotta al cosiddetto mondialismo, e all'Occidente cristiano nella
sua versione di Leviatano che ingoia tutto ciò che è altro
da sé, inquietanti culture politiche percorrono longitudinalmente
queste recenti aggregazioni trans-nazionali; lo stesso Marchi le ha enucleate
con precisione: antiebraismo mascherato da antisionismo, acceso interesse
verso l'integralismo islamico, un montante revisionismo storico che chiuda
i conti con il passato e possibilmente riscriva la storia stessa attribuendo
finalmente ai vinti il posto che spetta loro, impegno preciso a favore della
Croazia e dei musulmani di Bosnia in funzione anti-serba. Il fronte antimondialista
di cui la rivista "Orion" si definisce organo, e il salto
di qualità è davvero notevole, "è espressione
`di persone, gruppi e popoli che lottano per una sovranità popolare
(autodeterminazione), per il primato del politico sull'economico, per la
salvaguardia delle specificità nazionali di ordine culturale, tradizionale
e religioso, ovvero per la salvaguardia dei differenti usi, costumi e tradizioni
che si riflettono in specifiche e originarie visioni del mondo'." [84] Nel 1993 Nuova Azione viene
sciolta mentre si fanno strettissimi i contatti con un altro gruppo di nazionalrivoluzionari
raccolti attorno al mensile "Aurora", fondato nel 1987 e diretto
da Luigi Costa, con sede presso il Centro culturale Adriano Romualdi
[85], in provincia di Ferrara. Il gruppo
"Aurora" ritiene di fare organicamente parte di un più
vasto movimento antagonista e rivoluzionario in permanente lotta contro
il grande capitale finanziario e le oligarchie che lo rappresentano. Lo
scivolamento su tematiche che appartengono alla stessa sinistra è
abbastanza deciso: il rifiuto dei valori consumistici dell'ultima società
industriale coincide con l'impegno a riconoscere nella propria scelta di
giustizia sociale una battaglia aspra ed altrettanto irrinunciabile contro
l'imperialismo e la sua economia di crescente devastazione di intere regioni
del pianeta. Sono gli operai sottopagati dell'ultimo capitale ad interessare
quelli di "Aurora": un ceto proletario che in Africa come in Europa
vive ai limiti della sopravvivenza continuamente
sospinto verso i margini della povertà.
"Oltre che attraverso la stampa a prezzo politico di volantini, manifesti
e riviste, `Aurora' tesse i propri rapporti con il resto dell'estrema destra
attraverso una serie di redazioni regionali: a Bari, Firenze e Torino le
redazioni coincidono con le abitazioni di singoli collaboratori della rivista,
mentre in Calabria opera presso il centro culturale Comunità di
Popolo di Conflenti (Catanzaro), in Romagna presso Comunità
Politica (Modigliana, Forlì) e in Lombardia presso la Bottega
del Fantastico, ove ha sede anche la redazione di `Orion'."[86]
Con il gruppo "Orion" i rapporti sono intensi, tanto che Battarra
e Murelli intervengono spesso sul foglio ferrarese e partecipano ai convegni
organizzati da "Aurora". Esplicitamente la rivista dichiara di
supportare il ]Movimento Antagonista, qualunque cosa esso rappresenti
a questo punto, svolgendo un ruolo di collegamento con quelle realtà
politiche che intendono impegnarsi nel fronte antimondialista. Il riferimento
a "Orion" è esplicito giacchè "Aurora"
è direttamente collegata alla rivista milanese anche tramite la stessa
sottoscrizione di abbonamento. Il Movimento Politico Antagonista si
costituisce in sostanza "[...] intorno ad un foglio di `elaborazione
ideologico-culturale' (`Orion'), ad una testata monotematica di approfondimento
(`Origini'), ad un bollettino di `intervento politico' (`Aurora'), alle
pubblicazioni della Editrice Barbarossa, alle attività della
Bottega del Fantastico e di una serie di centri culturali: quello
di `Orion', l'Adriano Romualdi in Emilia, Comunità di Popolo
in Calabria, Comunità Politica in Romagna."[87]
Contemporaneamente a Sud, un altro progetto trova le sue radici nei primi,
ormai lontani anni Ottanta. Si chiama ]Comunità Politica Nazionale
di Avanguardia, un gruppo di lavoro raccolto intorno alla rivista trapanese
"Avanguardia", costituita nel 1982. La teoria generale alla quale
gli esponenti di "Avanguardia" si ispirano è la stessa
di "Orion-Aurora": l'Islam rivoluzionario permette di tenere ancora
aperta la partita contro il sistema occidentale. Un'ispirazione di carattere
sia spirituale che culturale: la battaglia si combatte ancora e a partire
dalla raccolta di tutte le forze antimondialiste disponibili. La Comunità
Nazionale terrà insieme gli elementi migliori dell'estrema destra
italiana, favorendone contatti ed utili scambi; la forma politica di comunità
si strutturerà attraverso una serie ulteriore di "micro-comunità"
che esprimeranno una sorta di aristocrazia politica di un futuro partito
di massa. Un partito ovviamente rivoluzionario che porterà a definitivo
compimento l'unità del fronte di popolo opposto all'avanzata del
mondialismo. La proposta unitaria rivolta ad "Orion" non ha i
riscontri che "Avanguardia" si era aspettata e i due gruppi, dopo
una iniziale collaborazione, continuano ad un certo punto separati sulla
strada che dovrà condurre alla vittoria nazionalrivoluzionaria.
"Nonostante i propositi grandiosi, il circuito di `Avanguardia' sembra
modesto: qualche centinaia di abbonamenti, vendite in vistosa flessione,
scarse filiazioni locali. In tutto l'organizzazione può contare sulla
rivista `Avanguardia', sul centro librario trapanese Knut Hamsun,
sulla redazione abruzzese di Popoli (Pescara) e sul centro studi di Marsala
Cristianesimo e Islam, diretto da Gioacchino Grupposo. Con il 1993,
si costituisce anche a Pescara un Circolo culturale di Avanguardia."[88]
Milano, settembre 1979. Mentre imperversa la guerra "politica"
per bande viene fondata nel capoluogo lombardo una piccola casa editrice
che stampa ogni tre mesi anche una modesta rivista a scarsa tiratura, utilizzando
la stessa denominazione: si chiama "L'uomo Libero". A cavallo
tra fine anni Ottanta ed inizio anni Novanta "L'Uomo Libero" rispunta
nel circuito della "nuovissima" estrema destra italiana. Dirige
il gruppo l'imprenditore Mario Consoli, attorniato da fedeli camerati: Piero
Sella, Sergio Gozzoli, il dirigente missino Lello Ragni, leader di ]Comunità
Militante, corrente, la definisce Marchi, nazionalrivoluzionaria del
MSI di Caserta. E' Gozzoli ad assumersi abbastanza velocemente il ruolo
di teorico di posizione. Secondo "L'Uomo Libero" l'idea centrale
da cui partire è l'Europa; perché solo l'Europa, e meglio
ancora le genti d'Europa, i popoli, possono e debbono rivendicare la loro
egemonia culturale e sociale contro all'espropriazione mondialista e capitalista.
L'identità europea va affermata a cominciare dalle sue quattro caratteristiche
fondanti, pietre miliari per la definizione di un'intera geografia della
tradizione: l'essere costitutivamente Terra, Sangue, Memoria storica e Civiltà.
Un progetto politico ambizioso che abbia ben chiari questi punti irrinunciabili
di partenza potrà essere realizzato contrapponendo in prima istanza
l'Europa della etnie a quella del sionismo, identificato ovviamente con
la finanza bancaria mondiale che espone ogni paese ad un sordido ricatto
e a continue prevaricazioni. Ritorna prepotente la necessità, storica,
di un Ordine nuovo che poggi su aree etnicamente omogenee, autosufficienti
sul piano delle singole economie, nelle quali sia rispettata l'identità
di cultura e di lingua. Radici comuni di sangue e civiltà, forze
d'insieme che non avranno nessun desiderio di essere snaturate nella loro
originaria unitarietà e compattezza. A garanzia di tale coesione
lo Stato e i suoi invalicabili confini nazionali. Non manca proprio nulla.
"In questa Europa, prosegue Gozzoli, è necessario far sì
che [...] si sviluppi `una cultura che protegga la famiglia, che combatta
la denatalità e l'aborto, che sostenga la religione, che nobiliti
il costume, che elevi il senso estetico, che imponga il rispetto fra concittadini.
Che educhi al rigore, all'autodisciplina, all'orgoglio della virtù,
e quindi al disprezzo per il vizioso, per il corruttore, per il degenere,
per il parassita, per il vigliacco, per il disertore."[89]
Ritornano prepotenti, nelle dichiarazioni dal sapore goebbelsiano di Gozzoli,
alcune suggestioni che fanno fare un salto indietro nel tempo di una cinquantina
d'anni. Il fervore prometeico del proclama lanciato dalle pagine de "L'Uomo
Libero" alza i toni dello scontro e i clamori della battaglia sembrano
davvero vicini. In un'epoca nella quale altro non si parla che d'Europa
e dei suoi destini, la riappropriazione di nodi centrali della vita e della
cultura di popolazioni, è il caso dei Balcani, frantumate e disperse
nella follia di conflitti che hanno recato dolore e distruzione colloca
l'analisi politica dell'estrema destra italiana a noi contemporanea - singolare,
ma lo vedrete meglio nel prossimo saggio, la contiguità tra l'apparato
ideologico sostenuto da Gozzoli e quello di Forza Nuova - sul versante del
nazionalismo più spinto, conservatore ed autoritario. Fino alla violenza,
naturalmente, quando questa dovesse rivelarsi l'unico modo per risolvere
drammatiche contraddizioni.
Questa destra radicale, che affonda il suo passato nella riproduzione di
un'ideologia per certi versi rimasta la stessa nonostante alcune significative
variazioni che le circostanze della storia esigono, ha potuto negli anni
Ottanta, per travasarsi poi nel decennio successivo, contare anche sul contributo
di figure carismatiche dell'estremismo nero. "La `grande moratoria'
degli anni '80 li ha restituiti al Paese un po' invecchiati, ma ancora abbastanza
integri per riorganizzarsi e creare due nuove organizzazioni: il Fronte
Nazionale e la Lega Nazionalpopolare.
Franco `Giorgio' Freda, padovano, 52 anni, 13 anni di carcere e 2 di latitanza
(in Costarica), assolto e scarcerato il 22 dicembre 1986 dall'imputazione
per la strage di Piazza Fontana vive attualmente a Brindisi ed ha ripreso
a praticare la sua antica attività di editore (Edizioni di AR).
Il 21 dicembre del 1991, a Milano, fonda il Fronte Nazionale, che
si configura nello statuto come un `sodalizio politico che intende custodire
i lineamenti essenziali che formano lo Stato-azione. Il sodalizio considera
lo Stato come l'idea del bene della comunità nazionale e come l'istituzione-organizzazione
di questa idea. Il sodalizio considera la nazione sia come figura perenne
delle generazioni storiche insediate sul territorio italiano e contrassegnate
da caratteri di solidarietà a loro trasmessi dalla comunione nel
tempo di un omogeneo stile di vita; sia come movimento costante di unificazione
tra i diversi aspetti della forma nazionale che congiungono le generazioni
presenti a quelle passate e a quelle future.' [...]
Anch'egli assolto, nel 1989, da ogni accusa a sua carico (strage di Piazza
Fontana, omicidio Occorsio, omicidio Leighton, strage di Bologna), per 17
anni `primula nera' dell'eversione fascista, fondatore del più violento
e `stradaiolo' gruppo fascista degli anni '60, Avanguardia Nazionale,
dotato di una vasta rete di collegamenti internazionali, Stefano Delle Chiaie
è da sempre considerato uno dei capi storici dell'estrema destra
romana. Nell'Ottobre del 1991 fonda, insieme all'ex missino Tommaso Staiti
di Cuddia, la Lega Nazionalpopolare, tentativo di accorpamento di
una serie di liste locali in vista delle elezioni. Il simbolo dell'organizzazione,
un quadrifoglio verde, compare in un paio di tornate elettorali senza raccogliere
il minimo successo, ma Delle Chiaie non sembra preoccuparsene."[90]
Il lavoro di Freda, in particolare, ricominciato proprio a metà anni
Ottanta, consiste nella riproposizione di alcuni vecchie teorie ampiamente
discusse per esempio in un noto saggio del 1969 intitolato ]La disintegrazione
del sistema. Piuttosto famoso nell'area della destra estrema, lo scritto
di Freda enuclea e discute i concetti-chiave di certo universo intellettuale
fascista: l'unità organica del corpo sociale, garantita dall'esistenza
di un sodalizio di uomini capaci di rimanere responsabilmente ad occupare
il loro posto in coerenza e fedeltà con le prescrizioni naturali
che così li rendono tali. La Comunità Organica descritta ne
La disintegrazione è la stessa alla quale Freda si rivolge
affinchè rimanga salda, oggi che i flussi di migrazione dal Terzo
Mondo stanno sconvolgendo gli arcaici assetti comunitari, l'idea di omogeneità
culturale e razziale come fondamento della civiltà europea ed italiana.
Il nazional-comunismo prende il posto, secondo Freda, del comunismo internazionalista,
scomparso dalla storia quando il blocco dell'Est finisce di esistere, e
si appresta a diventare l'unico, e ultimo, baluardo contro la corruzione
dei tempi d'oggi, la delinquenza, l'incidere distruttivo dell'oligarchia
finanziaria internazionale. Ogni popolo per la sua terra ed ogni terra per
il suo popolo: alla guerra per le ideologie si sostituirà presto
quella per il colore della pelle. In questo senso soltanto la Comunità
è in grado di assolvere alla funzione di organismo "vivente"
che mantiene inalterata la civiltà occidentale. E' chiaro che le
evocazioni ortodosse di Freda hanno riempito l'orizzonte teorico dei numerosi
gruppi che abbiamo visto occupare il panorama culturale dell'estrema destra
dei nostri anni e che ne hanno in qualche modo alimentato speranze e progetti.
Ad inizio anni Novanta, tuttavia, si è dimostrato necessario agganciare
ancora una volta una base militante che, per quanto eterogenea e ancora
assolutamente "grezza" nella sua totale assenza di riferimenti
culturali, doveva rimpolpare le schiere, poco folte ormai, dei soldati politici.
Un lavoro lungo e difficile certo, ma non per questo meno interessante per
personaggi avvezzi al mestiere di "maestri d'ascia", abilissimi
costruttori di vascelli destinati a navigare nel grande mare della lotta
nazionalpopolare. E' così che i Boneheads si trasformano in
ideale brodo di coltura dell'estrema destra che approda alle soglie del
nuovo millennio. Infaticabile, Sergio Gozzoli ha dato vita nell'agosto del
1991 ad una rete di circoli culturali e gruppi nazionalrivoluzionari chiamata
Base Autonoma, una sorta di federazione di associazioni di matrice
schiettamente bonehead.
"'L'Uomo Libero' e, in modo più coperto e `critico', Franco
Freda e Stefano Delle Chiaie sembrano essersi assunti il compito di trasformare
il bonehead, giovane teppista metropolitano dalla pulsioni xenofobe e dagli
atteggiamenti scomposti, nel tanto reclamato `soldato poltico'. Il tentativo,
nemmeno troppo nascosto, è di far saltare il fosso che divide
lo sciovinismo dal fascismo a settori sempre più vasti di quel proletariato
giovanile un tempo legato alla sinistra per convinzione, moda o tradizione
familiare, e che sembra rivolgersi oggi a destra in funzione protestataria
e xenofoba."[91] Un'azione
intrusiva, se ha ragione Marchi, che a distanza di qualche anno continua
a destare preoccupazioni specie con la diffusione del movimento legato a
Forza Nuova.
Ma cos'è stata Base Autonoma? "Quelli che i mass media
italiani hanno pittorescamente definito `naziskin' appartengono nella quasi
totalità dei casi al network di Base Autonoma. Questo
non significa che ogni atto di violenza razziale o politica avvenuto negli
ultimi anni in Italia sia ascrivibile alle forze, o ad alcune forze, che
fanno parte del network, bensì che il modello bonehead
trova una piena cittadinanza soltanto in questo raggruppamento."[92]
Se Meridiano Zero raccoglieva attorno a sé 2/300 giovani,
è ragionevole pensare che Base Autonoma ne abbia avuti almeno
dieci volte tanto. Nell'organizzazione riconfluiscono ultrà degli
stadi, teorici come Gozzoli, lo stesso Movimento Politico e i Boneheads;
una materia umana confusa, spesso in maggioranza qualunquista, ma pronta
comunque a scendere in piazza ad urlare slogan xenofobi e razzisti. La capacità
di avvalersi di un nucleo così folto di militanti, pronti a subire,
proprio in quanto "base" proletaria e diseredata, "plebea"
suggerisce Marchi, le strumentalizzazioni che li rendono in breve gruppo
di sfondamento, è caratteristica peculiare della destra radicale
nostrana che sapientemente compone assieme realtà eterogenee, affiancando
a certo nucleo dottrinario una solida presenza di elementi disposti alle
azioni dirette di piazza.
Base Autonoma, fino al 1993 anno dell'intervento del Governo che
ne ha dichiarato l'illegalità, era essenzialmente composta dal gruppo
Skinhead d'Italia, costituito nel 1990. A sua volta Skinhead d'Italia
era il risultato della fusione, a scopo federativo diciamo così,
del Veneto Fronte Skinhead, di cui abbiamo in parte accennato, di
Azione Skinhead di Milano e del Movimento Politico romano.
Il Veneto Front attivo nella zona di Vicenza ha avuto rapporti frequenti
con il circuito internazionale nazi-rock, producendo alcune pubblicazioni
d'area (le cosiddette skinzine, ad esempio Risveglio Europeo,
Blitzkrieg. Altre ancora sono pubblicate a cura degli altri gruppi
aderenti alla Base Autonoma: La mia Battaglia, Linea Gotica,
Trionfo Bianco, Nuovi Orizzonti, tutte di matrice rigorosamente
nazional-socialista) ed è rimasto in stretto contatto con il circuito
europeo Blood and honour e con i neonazisti della Deutsche Alternative
tedesca.
Azione Skinhead, fondata nel '90, raccoglieva, invece, i Boneheads
di Duilio Canu, attualmente attivista acceso di Forza Nuova, con
un'anima apertamente ultrà. Il Movimento Politico di Boccacci,
la più vecchia tra le ciurme bonehead, ha subito una serie di trasformazioni
nel corso degli anni: nato come Movimento Politico Occidentale, nel
1990 fonda con veneti e milanesi Skinhead d'Italia fino ad assumere
nel 1991 la sigla definitiva di Movimento Politico per la Base Autonoma.
Tutti i gruppi della composita arena skin si coordinano in Skinhead d'Italia
che diviene un punto di riferimento politico e culturale, in special modo
musicale, per i Bonheads sparsi in tutta la penisola. Non sembra
affatto casuale questo uso esplicito della musica per aggregare uomini e
donne rendendoli duttili alla penetrazione di messaggi dal "colore"
ideologico forte. Un mondo in ebollizione, diffusosi rapidamente da Nord
a Sud tra lo scontento del sottoproletariato urbano, deciso a ritagliarsi
uno spazio in un contesto sociale che ne rifiuta da un lato l'esistenza
ed ammicca dall'altro alle sue capacità di rottura degli schemi pre-confenzionati
del compunto ceto medio. Eppure, nonostante le contiguità di carattere
teorico e politico con la componente nazionalrivoluzionaria, certamente
più colta e dalle origini lontane, si consuma ugualmente uno scontro
deciso tra la due anime della recentissima estrema destra italiana. La frattura
avviene sul terreno della posizione da assumere nei confronti degli immigrati
musulmani che, sostiene la linea nazionalrivoluzionaria, sono necessariamente
vicini alla destra in un progetto politico di ferma contrapposizione all'ultimo,
grande nemico, il mondialismo. I Boneheads, dal canto loro, forti
di un nucleo dottrinario che risente delle vicine contaminazioni naziste,
pur essendo anti-mondialisti non possono dimenticare di essere anche profondamente
razzisti e non intendono perdere i privilegi di sangue e suolo che l'Europa
cattolica, fascista ed anti-comunista rivendica per ritrovare il proprio
vigore nazionalista e xenofobo.
Possiamo distinguere due filoni precisi nel panorama della destra radicale
italiana degli anni Novanta. Il primo fa capo alle riviste "Orion-Avanguardia",
si rivolge ad Oriente, ipotizzando azioni ed intenti comuni con l'integralismo
islamico, e guarda alla nascente destra russa. L'immigrato in questa prospettiva
viene considerato un potenziale rivoluzionario. Il secondo filone, di cui
Base Autonoma si rende interprete, abbraccia un'ipotesi radicalmente
xenofoba e razzista. La lotta al mondialismo appare come uno snodo inevitabile
della modernità ma va articolata a partire da un essenziale considerazione
e cioè che soltanto etnie nazionali, manifestamente "pure",
saranno capaci di impedire il realizzarsi del progetto mondialista e imperialista
del capitale internazionale. In questo schieramento finiscono per confluire
personaggi di rilievo della destra storica come Delle Chiaie e Freda, o
gli stessi redattori de "L'Uomo Libero"; si stabilisce in tal
modo un'ulteriore divisione anche all'interno dei nazionalrivoluzionari,
impegnati in una contrapposta analisi sul significato da attribuire al fenomeno
dell'immigrazione, una realtà con la quale è impossibile non
fare i conti.
I naziskin sfuggono così ad una "colonizzazione" che poteva
sembrare più semplice del previsto. Ciurme, secondo la definizione
di Marchi, di ragazzi giovanissimi al centro di un'enorme sala piena di
specchi deformanti: tutt'intorno decine di immagini riflesse che raccontano
altrettante storie di violenza, povertà, sopraffazione, emarginazione.
Questi "cattivi ragazzi" provengono da due "fasce del rancore",
quella "lumpen", sottoproletariato che vive un'esistenza drammatica
in un contesto urbano degradato, e quella costituita dai settori della classe
operaia e della piccola borghesia che hanno visto lentamente erosi i diritti
minimi di sopravvivenza garantiti dagli anni '80. La cultura cosiddetta
"working class", sostiene Marchi - e vale la pena di riproporre
qui la sua analisi facendola nostra - con una visione a tutto tondo di una
realtà difficile da comprendere nel suo schema di funzionamento generale,
permette l'assunzione di atteggiamenti e comportamenti che sono parte integrante
degli stereotipi dei ceti da sempre subordinati: senso della comunità
e del territorio; assoluta avversione per qualsiasi forma di diversità
etnica e culturale. Scossi dal bombardamento dei mass-media questi giovani
anelano ad una migliore condizione di vita; la società opulenta che
li vorrebbe invisibili viene aggredita con dichiarazioni di aperta e violenta
contestazione. L'idealità del gruppo si struttura attorno a precisi
"nodi affettivi", per esempio le ansie, le frustrazioni o i rancori
che ogni giorno si respirano per strada.
Il capro espiatorio diventa, paradossalmente, quel "diverso da me"
che condivide la stessa, grigia quotidianità di privazioni, innescando
un processo inarrestabile di esasperata aggressività. Per questo
la domenica allo stadio la tensione è sempre altissima: la curva
assume il ruolo sacrale di luogo fisico da difendere dall'offensiva nemica,
è il centro gravitazionale della propria comunità, metafora
di un gioco della guerra che travolge gli animi in un parossismo di violenza
liberatoria. Le molte immagini riflesse nello specchio, il gruppo che diventa
azione durante il pestaggio del marocchino, il clan di tifosi che urla allo
stadio, i camerati che oscuramente, in piazza, divengono esecutori della
volontà omicida di adulti impegnati a far rivivere una cultura sommersa
più che scomparsa, non si identificano in un modello preciso, piuttosto
in una magmatica schiera in eterno movimento, una pulsazione vitale dalla
forza tremenda. L'impossibilità di definire con certezza il fenomeno
che per comodità espositiva è stato chiamato naziskin sta
nel suo situarsi a metà del guado: da una parte l'ordine sociale,
dall'altro quello politico costringono i ragazzi delle ciurme a stare sempre
nell'acqua, incapaci di raggiungere almeno una delle due sponde, facendo
sì che loro soggettività esploda in frammenti indistinguibili
che la sfera sociale fatica a ricomporre e quella politica a sedimentare
anche solo ideologicamente.
Oggi la situazione non è molto diversa. Gli incubi del nuovo millennio
si aggirano tra le periferie delle nostre metropoli, nel degrado che rimanda
l'eco sopita di un rancore che non avrà mai fine, una voglia di riscatto
da disatrose condizioni di vita. Si cerca il nemico, il capro espiatorio
che non tarda a divenire visibile additato dagli speculatori di ideologie
in agguato dietro ogni angolo della storia. Il momento della riscossa è
vicino, la liberazione da angosce che sembrano millenarie, tanto provengono
dal profondo di ciascuno, è a un passo. Il trionfo dei diseredati
travolge gli immigrati di colore, i drogati, le prostitute nel loro aspetto
di secrezioni tumorali dell'ordine nazionalista che regnerà su un'etnia
purificata. Il vento dell'orgoglio patrio - se ne sono riaccese parecchie
ultimamente - alimenta i fuochi della violenza distruttiva del gruppo.
L'infaticabile persuasione politica esercitata dall'estrema destra inietta
dosi di ideologia autoritaria in questi individui senza pace, senza lavoro
e senza speranze, e sposta impercettibilmente, passo dopo passo, il tiro
verso obiettivi pre-determinati. La serietà dell'impegno richiesto
aumenta nella ciurma l'attaccamento al dovere: la responsabilità
è di nuovo esclusivamente politica, si agisce in vista di un fine
superiore, per uno scopo che trascende la crudezza della quotidianità
fatta di miserie e privazioni. In Italia l'operazione non riesce come in
altri paesi d'Europa; trasformare la ciurma in soldati politici da lanciare
all'assalto nella guerra razziale che presto dovrà venire risulta
compito arduo. Tuttavia l'internazionale fascista e nazista è un
pericolo reale: una fitta ragnatela che lega insieme Europa, Est europeo
e continente americano nei quali a singoli gruppi e gruppetti si uniscono
associazioni di reduci, centri culturali, società finanziarie, servizi
segreti, massonerie. La guerra delle razze è forse più vicina
del previsto. E volgendo lo sguardo verso i Balcani, possiamo certamente
dire che non soltanto è cominciata ma che in certa misura è
stata portata a compimento.
Poco prima della metà anni Novanta l'intervento di magistratura e
Polizia scompagina le organizzazioni cosiddette naziskin che si apprestavano
a raggiungere l'incerta fine secolo che avrebbe preluso al nuovo millennio.
Ma la memoria del soldato politico continua, più volte tradita
e più volte sacrificata ad interessi oscuri di gruppi di potere la
cui consistenza sfugge a qualsiasi analisi, a ricomporsi in un caleidoscopio
ideologico che muta continuamente aspetto. Nel 1995, sul finire della crisi
politica inaugurata da Tangentopoli, Gianfranco Fini vara il progetto di
Alleanza Nazionale con l'intento di trasformare in destra democratica il
vecchio apparato del MSI. E' l'occasione per alcuni militanti dell'ala intransigente
di segnare un'altra rottura radicale all'interno del partito. L'inossidabile
Pino Rauti si mette immediatamente a capo del gruppo degli scissionisti
dando vita al Movimento Sociale - Fiamma Tricolore, nuova formazione
politica che conta sull'appoggio di circa 20.000 aderenti. La posizione
di Rauti in tema di fascismo è nota: radicalmente antiborghese ed
anticapitalista il movimento fascista può, oggi, addirittura pensare
di sfondare a sinistra, raccogliendo i consensi di quella parte dell'elettorato
deluso dall'assenza di cultura politica e di progetti dei propri partiti.
Il MS-FT si definisce partito nazionalrivoluzionario che lotta intorno a
tre grandi temi della politica italiana: difesa dello Stato sociale contro
la feroce intrusione dei nuovi modelli di privatizzazione progressiva della
stessa vita quotidiana - la sanità, le pensioni; antiamericanismo
che si esprime prima di tutto nel rifiuto dell'appartenenza alla NATO e
nel rilancio dell'Europa come terza via dopo il crollo del bipolarismo USA-URSS;
rifiuto deciso dell'immigrazione, vero flagello dell'Europa bianca. Il ritorno
a consolidati nodi teorici della destra radicale ha permesso a Rauti di
riallineare i nostalgici del passato dentro ad un progetto politicamente
forte, anche se gli scontri interni, l'anima eternamente belligerante degli
inquieti camerati, hanno presto incrinato l'unità della nuova formazione.
Lo scenario politico nazionale, in particolare a seguito della costituzione
del Polo delle Libertà, ha costretto il MS-FT ad un confronto diretto
anche con le posizioni, per certi versi seducenti, della destra berlusconiana
reazionaria ed illiberale. Recentemente, l'ennesima fronda guidata da Nicola
Silvestri ha dato vita ad una costituente dell'alternativa nazionalpopolare
che ha raccolto l'adesione di altre frange dell'estrema destra ancora attivissima
in Italia. La Fiamma Tricolore ha infine svolto un ruolo essenziale nell'ultimo
passaggio storico che ci porta direttamente a Forza Nuova, poiché
molti militanti rautiani, in alcuni casi intere sezioni locali del partito,
sono riconfluiti nell'organizzazione fondata da Roberto Fiore.
Cercano identità forti i fascisti dei nostri giorni e una società
nella quale penetrare per ridare spessore alla cultura della sopraffazione
e soprattutto della conservazione. "La vera molla che ha proiettato
il Fronte Nazionale nell'agone politico è la necessità di
dare voce, forza e credibilità agli interessi nazionali e popolari
schiacciati dallo strapotere delle lobbies economico-finanziarie antinazionali
e antisociali. [...] Ci vuole un grosso impegno civico e civile che riporti
gli italiani a riprendersi la guida del proprio destino, in campo nazionale
scacciando i partiti venduti ad interessi economici multinazionali, in campo
internazionale riconquistando la propria autonomia e sovranità dalle
scelte strategiche statunitensi. Per fare questo è nato il Fronte
Nazionale: il Fronte di tutti gli italiani, qualunque sia stato il loro
passato politico, pronti a rimboccarsi le maniche per vincere le due grandi
scommesse del prossimo secolo, il lavoro e l'identità nazionale."
Così da "Tesi e programma del Fronte Nazionale"; una vecchia
sigla utilizzata almeno in altri due casi "eccellenti": da Junio
Valerio Borghese, ex comandante della X Mas fascista e figura di riferimento
in quegli anni per gli irriducibili di Salò, che tenta nel 1968 la
costituzione di uno schieramento di destra contrapposto al lassismo politico
dell'Italia preda di operai e studenti in rivolta; e da Franco Freda che
fonda, come si è detto, a sua volta un altro Fronte nazionale sciolto
negli anni Novanta dalla magistratura. Il Fronte Nazionale di cui ci occupiamo
adesso esordisce nel 1997 ad opera di Adriano Tilgher, notissimo neofascista
militante in Avanguardia Nazionale espulso dallo stesso MS-FT. Il
FN è presente nel Centro-Sud della penisola ed ha ottenuto un discreto
consenso a Roma (circa 18.000 preferenze) alle elezioni provinciali del
1998. I contatti con il Front National di Le Pen e con la destra radicale
francese sono consistenti nonostante Tilgher rivendichi una posizione di
assoluta indipendenza dai cugini d'oltralpe. Nel 1999 si consuma la scissione
che porterà la componente nazional-comunitarista, rappresentata dalla
rivista "Rosso è Nero", verso posizioni apertamente favorevoli
ad idee di sinistra.[93 ]Altri militanti
sono andati ad ingrossare le file di Forza Nuova.
Il FN di Tilgher, recentissima cassa di risonanza della linea nazionalrivoluzionaria,
ritiene necessario: "Creare collegamenti forti con le vaste fasce del
malessere ed organizzare in un partito antagonista quelle categorie che
tendono a diventare sempre più povere e prive di rappresentanza.
Senza collusioni occulte con il Partito unico liberaldemocratico, è
però necessario trovare soluzioni pratiche per ottenere concessioni
precise sui punti qualificanti del programma frontista. Nel vuoto politico
che ci circonda possiamo e dobbiamo da una parte collegarci alla fasce del
malessere [...] Il Fronte ha una chance davanti a sé ed è
quella di rappresentare qualcosa di inedito nel panorama in putrefazione
della politica italiana avviando sul serio la Nuova Sintesi nazionale e
sociale, fuori dai retaggi novecenteschi, con una concezione ed una mentalità
nuova della politica che oramai disgusta i tre quarti degli italiani e soprattutto
i giovani [...]" Abilmente il FN rimpasta asssieme vecchie e nuove
parole d'ordine di una cultura nazional-popolare, non c'è davvero
altro modo per definirla, che si rivolge direttamente alle fasce del malessere,
come si legge nelle "Tesi". "Per tali intendiamo il nuovo
vasto neo-proletariato che si raccorda sempre più a quella
che era 20 anni fa la piccola e media borghesia schiacciata dal neoliberismo
che ne riduce il ruolo sociale costruito attorno al concetto di sicurezza
minacciata oggi dalla disoccupazione e sottoccupazione, dai tagli allo stato
sociale, alla sanità, alla scuola, alla previdenza, alla delinquenza
più o meno organizzata, vera e propria valvola di sfogo sociale del
turbocapitalismo." L'appello, a distanza di così tanti anni,
è rivolto alla classe sociale che maggiormente, durante il Ventennio
fascista e più tardi quando fu inaugurata l'epoca repubblicana dei
partiti di massa, avrebbe incarnato l'attesa di giustizia e ordine sociale
qualunque fosse l'apparato istituzionale al potere, senza identificarsi
mai, per definizione, in alcuno schieramento. Il richiamo del Fronte Nazionale
nei confronti dei cittadini meno garantiti alla stringente valutazione della
propria condizione di ceto spinto sul versante del proletariato, e dunque
verso i gradi inferiori della scala sociale, sposta l'asse ideologico di
questa recentissima destra radicale verso il necessario, e non più
rimandabile, riconoscimento del mutato tempo della rivoluzione. Tempo, questa
volta come fu più di cinquant'anni fa, dell'appropriazione del disagio
del ceto medio soffocato dalla prepotenza liberista e dall'inerzia della
cultura liberale, impegnata malamente a rappresentarne le aspirazioni.
"[...] dobbiamo elaborare una nostra originale idea di Stato ed
un'analisi rigorosa delle dinamiche sociali ed economiche che ci evitino
di cadere in facili semplificazioni dei problemi, per capire qual'è
il tipo di società che auspichiamo, la nostra concezione sulle privatizzazioni,
il rapporto tra repressione e garanzie, il nostro atteggiamento rispetto
all'immigrazione, la nostra visione geopolitica che oggi non
può fare a meno di considerare il nuovo peso che stanno acquistando
faticosamente la Russia e la Cina, come pure le idee anti-occidentali, comunitariste
che provengono dalla Russia, dove il nuovo Partito Comunista di Ziyuganov
sta elaborando fuori dall'ortodossia marxista, interessanti spunti validi
per chi in Europa si oppone al Nuovo ordine Mondiale americanocentrico ed
alle socialdemocrazie asservite." Un programma certamente ricco di
spunti di riflessioni, quello di Tilgher, articolato in particolare su almeno
tre "liberazioni" per le quali il Fronte intende battersi: la
liberazione nazionale dal Sistema americano che ha asservito tutti i partiti
italiani, dai DS ad Alleanza Nazionale, e che nella globalizzazione planetaria
realizza il suo incontenibile neo-imperialismo; la liberazione sociale dai
poteri forti del grande capitale e della finanza internazionale, cui opporre
una diversa concezione del lavoro, che non sia precariato ma versatilità
e varietà di apporti alla crescita sociale ed economica; la liberazione
etno-culturale, terzo "pilastro fondamentale dell'azione politica del
FN", per definire, o ridefinire, identità etnica e culturale
riappropriandosi della propria storia, delle proprie radici, della propria
lingua, della Tradizione in una parola, nel riconoscimento delle altre specificità
nazionali attraverso la costituzione di una Confederazione Eurasiatica che
sancisca la definitiva autodeterminazione dei popoli. Tilgher è perfettamente
consapevole del fatto che la questione dell'immigrazione è elemento
caratterizzante della politica dei piccoli gruppi che militano ai margini
del blocco costituzionale racchiuso in Parlamento. Il no all'immigrazione
clandestina è perciò deciso e decisivo per l'impronta ideologica
da assegnare al FN, nonostante si tratti non soltanto di "un problema
di ordine pubblico, che va affrontato comunque con risolutezza e senza infingimenti,
ma è un fenomeno epocale generato dalle sciagurate politiche liberiste
sovranazionali che hanno reso drammatiche le condizioni dei popoli disagiati."
Più diretto l'approccio al tema del lavoro e dell'economia, per i
quali la risposta sembra venire davvero da molto lontano, per l'esattezza
dal Manifesto di Verona, così come era stato pensato dai soldati
politici di Salò. "C'è un'idea molto più originale
che ha come intuizione l'espropriazione degli espropriatori, attraverso
modelli concreti di partecipazione e cogestione e che deve rappresentare
il nostro cavallo di battaglia: la Socializzazione, che vuol dire,
oggi, improntare tutta la costruzione societaria sul controllo (non burocratico,
non sindacatocratico, ma efficace e propositivo!) dei mezzi di produzione
da parte dei lavoratori, e dei cittadini sugli enti che gestiscono servizi
essenziali per la comunità, recuperando la funzione sociale della
proprietà privata come sancito, peraltro, dalla Costituzione vigente."
Accanto alla socializzazione, di cui si fa garante evidentemente lo Stato
che tutela la proprietà privata e garantisce i servizi per la comunità
intera, il comunitarismo diventa la soluzione privilegiata per impedire
la disgregazione del patrimonio pubblico e della stessa sfera sociale. "Il
comunitarismo coniugato ad un federalismo solidale, costruito intorno
all'idea forza dell'Europa dei popoli, può rappresentare un
passo in avanti significativo per avviare un percorso autentico di superamento
di schemi precostituiti e di nuove sintesi politiche per il Terzo Millennio."
Lo scenario è abbastanza chiaro: l'Europa è pronta alla guerra
contro le forze dell'imperialismo americano, e in generale del capitale
globale, mentre guarda ad Est in attesa che dalla Russia ridotta ad una
spettrale società esplosa in mille schegge dopo il 1989, e condannata
a stagioni di povertà e miseria dalle nuove e temibili mafie al potere,
arrivi un'ulteriore spinta alla resistenza ed al cambiamento. Come sappiamo
bene, questi sono in realtà anni di feroce nazionalismo ad Oriente
ed altrettanto preoccupante xenobia ad Occidente. La scelta "nazionale",
chiamiamola così, di cui anche il FN è alla fine sostenitore,
rimanda più all'idea di un'Europa bianca ed ariana che ad una sorta
"mistica dei popoli", sovrani e federati, difficilmente credibile.
In realtà, ciò che veramente sopravvive nel programma politico-ideologico,
e culuturale, dell'estrema destra italiana è lo "stare"
di quello che più volte abbiamo chiamato il soldato politico,
caro alla dottrina di Julius Evola. La rivoluzione, in questo senso, non
è soltanto una prassi, ma anche uno stato d'animo; è la permanente
situazione di conflitto, la dottrina dell' "eroico furore". Ha
scritto Maurizio Murelli: "Noi di `Orion', quindi, per motivi politici,
ideali, di stile, di coerenza, per il gusto della verità e per naturale
trasporto ribelle verso l'ingiustizia, pur avendo conseguito da anni progettualità
e sintesi politiche oltre le ortodossie di destra e di sinistra, per un
modo d'essere nuovo e rivoluzionario, non possiamo restare indifferenti
davanti allo scempio che si fa delle nostre radici. Non ci tiriamo dunque
indietro. Mentre quelli di AN vanno a genuflettersi a Wall Street e a sbattere
la testa sul Muro del Pianto (in attesa che l'ultimo reduce abbia reso l'anima
a Dio in modo da poter sputare anche su Salò senza essere costretti
ad intercettare lo sguardo di un combattente) e gli intellettuali della
Nuova Destra pensano alla `cadrega' universitaria o massmediatica, noi ce
ne stiamo qui a mettere a repentaglio la nostra maturazione col difendere
le ragioni degli `indifendibili'."[94]E
così sia.
Eppure c'è molto di più in queste riflessioni del militante
Murelli di quanto non appaia. C'è quasi, e non vi sembri un'esagerazione,
una specie di "spirito del tempo" che rende superflua la storia,
da un certo punto di vista. E' la auto-riproducibilità costante della
condizione del guerriero, un samurai pronto alla lotta perché la
lotta è il suo destino. Questo rende veramente pericolosi i soldati
politici, la loro inestinguibile propensione al combattimento, la loro
sete di guerra. E soprattutto di eroismo, l'atto puro dell'affrontare il
nemico. Nel 1962, sulle pagine di "Ordine Nuovo", Clemente Graziani
aveva fissato per le generazioni a venire il concetto profondo della "rivolta
permanente": "(...) Ma ciò che più turba e più
disorienta gli uomini di politica e di cultura democratica è, più
di ogni altra cosa, l'atteggiamento ribellistico delle nuove generazioni
verso la società contemporanea. [...] Partendo dall'assunto che tutti
dobbiamo essere felici e contenti nel paradiso creato dalla Weltanschauung
democratico-bolscevica non si riesce ad inquadrare tali manifestazioni che
nella sfera di anomalie da neurotici. Se si analizza, invece, la situazione
da un altro angolo di sguardo, senza cioè paraocchi ideologici, niente
di strano che particolarmente tra le nuove generazioni si manifesti, nell'attuale
stato di prostrazione della nostra civiltà e nella presente condizione
di caos democratico, più di un segno di rivolta, di odio rabbioso,
di disprezzo metafisico verso l'ordine costituito; niente di strano che
ci sia chi si senta sempre più avulso da un mondo che non può
offrire nessun ideale, nessun impegno eroico e spirituale, nessuna visione
della vita se non quella comune a tutti (...)." [95]
Ed è appunto l'odio rabbioso, o forse il disprezzo metafisico,
ad inaugurare negli anni che seguirono una stagione segnata dalle bombe,
con vittime a decine; stragi pensate e portate a compimento per distruggere
il sistema "democratico-bolscevico" con la complicità davvero
odiosa di ampi settori degli apparati istituzionali. Anche questa è
stata la storia greve della Repubblica.
Presente continu
Il "presente continuo" non è uno dei "tempi"
che appartiene alla lingua italiana. Diversamente, ne troverete una definizione
corretta in una buona grammatica inglese: "Il presente continuo è
spesso usato per descrivere eventi che sono parte di un programma prestabilito
per il futuro".
Nella ricostruzione storica proposta fin qui, con qualche pretesa di rivisitazione
"genealogica", vale a dire relativa alla derivazione, alla discendenza
ed alla ramificazione, del fascismo nostrano, l'ultimo tempo, il presente,
è quello che ci deve preoccupare di più.
Sono stati recentemente censiti circa un'ottantina di siti Internet dedicati
specificamente ai camerati ed al loro "ordine nuovo". A chiusura
di questo saggio, ho scelto, fra i tanti, di parlarvi del NUCLEO C.Z.
CODREANU, presente in rete all'indirizzo "http:/geocities.com/nucleoczcodreanu/".
"Noi vi doniamo la nostra sconfitta per un vincere più grande!"
Si presenta con questo motto che fa da base ad una croce celtica di pietra
su fondo nero, la prima pagina del sito del Nucleo Codreanu.
C'è davvero un po' di tutto, scorrendo la lista degli argomenti proposta
poco più in basso. Da un sintetico profilo biografico di Corneliu
Zelea Codreanu, di cui abbiamo già parlato brevemente nel corso di
queste pagine, a cui il gruppo si ispira, ad una galleria di manifesti di
guerra o ad una sezione intitolata "I partigiani e la loro giustizia".
Qui la revisione della storia è pervicacemente sostenuta e praticata
come liberazione dall'inganno dei vincitori.
"Siamo sicuri che in queste righe molti lettori rivedranno la loro
storia. Infatti la deframmentazione della nostra area, le scissioni, gli
entusiasmi e le delusioni non sono mai mancate; il nucleo C. Z. Codreanu
ha le sue radici nel Fronte della Gioventù, un'esperienza tutto sommato
positiva e soprattutto formativa.
Ma come sappiamo tutti il nuovo 8 settembre era alle porte e, negli ultimi
mesi del 1994, la situazione era già delineata e la `svolta' già
programmata, dopo il tradimento alcuni confluirono nel MS-FT altri in a.n.
[Alleanza Nazionale, nda] inquadrati in A.G. [Azione Giovani, movimento
giovanile di Alleanza Nazionale, nda].
[...] Quello che cercavamo era un movimento attivo, vitale e soprattutto
deciso, senza compromessi ed è per questo che entrammo subito in
sintonia con Forza Nuova.
[...] In ogni caso la svolta la stiamo vivendo in queste febbrili giornate
[estate 2000, nda] in cui intere sezioni del MS-FT e diversi camerati del
Fronte Nazionale stanno aderendo a Forza Nuova confluendo così nel
nostro Nucleo [...] Questo ci inorgoglisce perché premia tanto lavoro
svolto per strada, fra la gente e per la gente." [96]
Le ragioni che sottendono l'approntamento delle pagine in rete sono altrettanto
chiaramente espresse. "Questo sito è dedicato ai combattenti
della R.S.I., da Mussolini all'ultimo dei soldati perché ci identifichiemo
in quel periodo e non accettiamo il mito resistenziale responsabile di omicidi
di massa per i rei di essere fascisti e di credere in un ideale [...] Per
questo ci battiamo e ci batteremo con coraggio, determinazione e decisione,
nel rispetto della nostra storia, dei nostri ideali, della nostra tradizione
e cercando di continuare quel cammino che l'oro e la vigliaccheria ci spezzarono.
E' per questo che lanciamo la nostra sfida: Ricostruzione Nazionale. Ora!
[...]
"NESSUNA NOTTE E' TALMENTE LUNGA DA IMPEDIRE AL SOLE DI RISORGERE."
[97] Un passato oscuro, che diviene ben
presto presente continuo, proprio perché, come suggerisce la lingua
inglese, rimanda ad un futuro continuamente possibile, emerge prepotente
dalla raffigurazione simbolica lanciata via Internet a ricordare una militanza
tutt'altro che seppellita in qualche archivio dimenticato. La memoria di
Salò, dalle cui vicende siamo partiti per ridisegnare una singolare
geografia della ribellione e della violenza, consolida nuove speranze di
riscatto e suggerisce fermenti di lotta incardinati in attesa quasi millenaristica
dell'Idea - senza parola, ricordate? - che si fa Storia. Dalle rovine della
civiltà all'Europa che risorge affrancata da ogni elemento spurio:
il progetto di ricostruzione trova finalmente il suo completamento. Naturalmente,
queste sono solo interpretazioni di un pensiero di cui difficilmente si
riesce a cogliere l'intima specificità. L'analisi storica resta,
al momento, il metodo più convincente, anche se non esaustivo, per
affrontare il fenomeno dell'estrema destra italiana in tutte le sue numerose
ed intricate pieghe.
Il presente continuo della destra radicale richiama tanto intensamente epoche
tra loro distanti da consentirci di intravedere un tempo "uguale"
a se stesso nello svolgersi di quegli eventi. Eventi disposti sul piano
di un futuro continuamente richiamato perché diventi presto, subito,
tempo dell'oggi.
"Una Destra salda nei principi, ma non persa in un empireo che la sottragga
al diritto-dovere di organizzare la Città dell'uomo, dunque di amministrare
e governare; una destra che sappia valorizzare, testimoniare e continuare
la bimillenaria tradizione italiana, ivi compresa la riscoperta della `missione'
specifica della nostra nazione e del nostro popolo; una Destra che sappia
riconoscere i propri autentici Padri fondatori; una Destra che sappia abitare
e attraversare l'evo moderno conscia della propria origine e della propria
meta, senza cadere nei sofismi, nei paralogismi e nel debolismo della Modernità.
Di questo hanno necessità l'Italia e l'intero Occidente. [...] E
se `sinistro' vale tanto catastrofe quanto `individuo torvo, funesto e bieco',
in molte lingue europee `destra', `diritto' (sia come termine giuridico,
sia come senso del cammino) e `giusto' s'indicano con la medesima espressione.
Per questo la vera Destra si scrive con la maiuscola." [98]
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