di Mario Coglitore
"Siamo stati travolti eppure qualcosa mi dice che non è finita, che la nostra idea, la nostra natura continuerà a sopravvivere. Perché i vincitori, i nuovi padroni presto avranno bisogno di me. Finchè l'uomo sarà fatto della stessa merda.
Conto su di voi."Carlo Castellaneta, Notti e nebbie.
Passato remoto
"L'unica cosa che promette la saldezza dell'avvenire è quel
retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue. Idee senza parole."
Così Osvald Spengler descriveva nel 1933 più che un sentimento
uno stile di vita. Anni decisivi, pubblicato in quello stesso periodo,
nella Germania ormai nazistificata, rappresenta uno snodo teorico ed intellettuale
di un certo rilievo per la già affermata cultura di destra europea
dell'epoca. Le idee senza parole, come ha rilevato Furio Jesi[1],
raccontano miti fondanti ed ideologie che hanno percorso l'intero Ventesimo
secolo e che, con buona approssimazione, rischiano di attraversare anche
il Ventunesimo. Nonostante sia certamente corretto rilevare che molte furono
le parole che Spengler ebbe occasione di sprecare nel corso della sua breve
ma intensa vita di filosofo e scrittore, tanto che non si capisce questo
elogio alle idee se poi anch'egli cedette alle inevitabili lusinghe delle
parole stesse, altrettanto vero è che tutta una generazione di intellettuali
volsero rapidamente lo sguardo verso un futuro preconizzato proprio da quelle
idee che venivano mescolate al sangue e che nel sangue sarebbero cresciute
a dismisura. Un sapere che sembrava indicibile e che al contrario fu detto
in centinaia di pagine diverse: "La grande missione dello studioso
di storia è quella di comprendere i fatti del suo tempo e da essi
presentire, additare, designare i futuri eventi che, vogliamo o no, stanno
per giungere."[2] Spengler aveva
ragione: di eventi ne sarebbero giunti molti e non soltanto in Germania.
Alcuni gesti rituali li resero possibili, forse quelle idee senza parole
che presero la forma dell'azione: "...i roghi di uomini, ma anche quelli
di libri che lodava Alfred Baeumler, l'iscrizione di Pirandello al partito
fascista all'indomani dell'uccisione di Matteotti, le ultime scelte (del
resto già precedute da altre meno drammatiche) di Giovanni Gentile
e cose del genere. Ciononostante non si può negare che, se magari
gli ufficiali delle SS ricorrevano poco alle parole, gli uomini di cultura
parlarono, eccome, oltre che compiere gesti. Essi possedevano un vero e
proprio linguaggio letterario adatto a `idee senza parole'...Questo linguaggio
non l'avevano inventato loro. Era un linguaggio creatosi all'interno della
cultura borghese, maturato durante le vicende dei rapporti con il passato
configurati da quella cultura e pronto all'uso."[3]
Passato e cultura saranno temi ricorrenti dell'estrema destra italiana nel
secondo dopoguerra. La fondazione del mito del guerriero o meglio ancora
del soldato politico rappresenta soltanto alcune delle parole privilegiate
di quel linguaggio che ritroveremo spesso nel corso della nostra ricostruzione
storica. Il nucleo dottrinario profondo di tutta l'esperienza del neofascismo,
così come è stata vissuta da militanti e simpatizzanti, attinge
a piene mani in un sostrato culturale rappresentato non soltanto dal fascismo
della prima ora, dal movimento rivoluzionario che accettò male la
progressiva istituzionalizzazione degli originari intenti, radicalmente
anti-statalisti e anti-borghesi, di un manipolo di eroi votati a ben più
nobili cause che quella di dar corpo ad un apparato di governo compromesso
in breve con il sistema di potere, ma anche dal linguaggio trasmesso nella
società da alcuni più o meno illuminati sacerdoti delle idee
senza parole. Sulla tradizione del sangue, inteso specificamente nella sua
qualità di riproduttore imprescindibile di tradizione - dei padri,
della stirpe e quindi della razza - essi lanciarono il loro appello al nazionalismo
in quanto occupazione permanente del suolo patrio, difesa ad oltranza di
valori che un'ideologia compatta ed inossidabile avrebbe reso eterni, cioè
destinati ad un futuro continuamente disvelato come promessa di un presente
diverso.
In realtà la sola ideologia veramente coinvolta in questa serie di
passaggi della storia che conduce sino ai nostri giorni resta quella incardinata
nelle prescrizioni della borghesia italiana (piccola e media, con qualche
punta nell'alta), l'unica sopravvissuta allo sconquasso successivo alla
caduta del regime e l'unica profondamente devota all'insieme di valori e
credenze di cui si è detto. Per questo è ancora utile la distinzione
tra neofascismo dalla faccia feroce e neofascismo in doppiopetto: due anime
singolarmente partecipi di uno stesso stile di vita. Meglio ancora tra neofascismo
sacro e profano, secondo il suggerimento di Jesi. Tuttavia: "...né
il neofascismo sacro o esoterico né quello profano o essoterico sono
l'esatto corrispettivo, nell'ambito dello stile ideologico, del neofascismo
dalla faccia feroce o di quello in doppiopetto, nell'ambito dello stile
di comportamento. Questa mancanza di omologia fra l'alternativa di comportamento
e l'alternativa ideologica lascia sospettare nel neofascismo, e forse in
tutto il fascismo, vecchio e nuovo, una frattura tra prassi politica e ideologia..."[4] In questa confusione di linguaggi, perché
tali sono le ideologie e le prassi politiche a ben guardare, sta il nocciolo
della vicenda dell'estrema destra in Italia, spesso in rotta di collisione
con la borghesia nostrana che per tanti anni ne ha pur coperto e ampiamente
sovvenzionato le organizzazioni, in una specie di misurata unità
di intenti quando quella stessa borghesia ha manifestato in più occasioni
propositi di sovvertimento dello Stato e della cosiddetta democrazia parlamentare
repubblicana. Ma nel gioco sottile e per certi versi raffinato del potere
politico, quale si è espresso nel nostro paese dal 1948 in poi, c'è
stato e c'è tuttora spazio per ampi margini d'azione lasciati alla
sopravvivenza delle idee senza parole e di una cultura dell'autoritarismo
e della violenza carica di terribili conseguenze per tutti noi.
Nello stesso 1933 durante il quale Spengler invocava la tradizione del sangue
dei padri, il sovversivo Georges Bataille, che univa al rifiuto radicale
per ogni forma di fascismo anche un anti-hegelismo poco gradito dall'intellettualità
di regime dell'epoca, scriveva un testo dall'importanza decisiva nell'analisi
delle strutture profonde del fascismo.[5]
Secondo Bataille il carattere peculiare della società moderna sta
nella sua omogeneità tendenziale. La base dell'omogeneità
è la produzione e la società omogenea è la società
produttiva, rigorosamente descrivibile perché trasposta in numeri,
attraverso un ordine che ammette soltanto quanto può accrescere la
quantità di ciò che si possiede. La società omogenea
è costituita dalla borghesia capitalista e da quelli classi intermedie
che vivono a ridosso di essa; la riproduzione continua dell'omogeneità
mette naturalmente la classe, o le classi, al potere in condizione di doversi
necessariamente qualificare come tali, salvo perdere i benefici che ne derivano.
Ma l'aspetto della divisione in classi, intese come centri di potere che
costruiscono una fitta rete di complicità e solidarietà reciproche
per detenere il comando, non esaurisce l'analisi dei rapporti di potere,
nè può pretendere di spiegarli completamente. L'omogeneità
appare il principio regolatore della società contemporanea, fondata
su una singolare commistione tra caratteri propriamente economici e culturali
in senso ampio.
Il fascismo, meglio sarebbe dire la rivoluzione fascista, prima che assumesse,
quasi necessariamente, i caratteri della stabilità istituzionale
incarnata dallo Stato, ha rappresentato ad un certo punto la costituzione
di un potere eterogeneo, dunque dirompente e lacerante nella sua contrapposizione
radicale all'omogeneità della società di allora, impregnando
completamente la visione del mondo di alcune generazioni.
"Il potere fascista è caratterizzato in primo luogo dal fatto
che la sua base è insieme religiosa e militare, senza che tali elementi
abitualmente distinti possano essere separati l'uno dall'altro: esso si
presenta così fin dalla base come una concentrazione compiuta."[6] Come sappiamo, prevalse ampiamente l'aspetto
militare anche se la figura del capo, del leader indiscusso che Mussolini
incarnò per molti anni, sarebbe presto diventata contraddittoria
all'interno dei consueti rapporti che si stabiliscono in una gerarchia militare.
"La persona imperativa del capo ha la portata di una negazione dell'aspetto
rivoluzionario fondamentale dell'effervescenza assorbita da lui: la rivoluzione
affermata come un fondamento è allo stesso tempo fondamentalmente
negata dalla dominazione interna esercitata militarmente sulle milizie."[7] In questo modo, prosegue Bataille, sono
implicate simultaneamente le qualità di due diverse dominazioni,
interna ed esterna, cioè militare e religiosa. L'omogeneità
introiettata attraverso il modello sociale dominante, proprio quello che
il fascismo-movimento vuole distruggere, spinge al dovere ed alla disciplina,
mentre l'eterogeneità rappresentata dalla comparsa della spinta rivoluzionaria
che trascende l'affettività collettiva nella persona fisica del condottiero
- dux a tutti gli effetti - rompe gli schemi anche, o soprattutto, con l'incitamento
alla violenza guerriera. Il valore religioso del capo è realmente
il valore essenziale del fascismo, che dà all'attività dei
miliziani la sua tonalità affettiva propria, distinta da quella del
soldato in generale. Il comandante in quanto tale è infatti l'emanazione
di un principio che altro non è se non l'esistenza gloriosa di una
patria innalzata al valore di forza divina, la quale, superiore ad ogni
altra considerazione concepibile, esige non solo la passione ma l'estasi
dei suoi partecipanti.
Sia condivisibile o meno, l'analisi di Bataille ci consente comunque di
enucleare alcuni caratteri peculiari della cultura fascista che sono stati
ampiamente tramandati ai figli del Ventennio, e che giungono sostanzialmente
inalterati sino ai nostri giorni. Il ]soldato politico ritto tra
le rovine[8] del mondo occidentale ormai
travolto da una modernità che ne ha prima eroso le fondamenta e poi
desertificato il tessuto sociale, annullando ogni speranza di riscatto,
si oppone al decadimento della civiltà; egli è sintesi estrema
della resistenza da contrapporre alla tragica realtà della vita quotidiana
dopo la scomparsa dello spirito della tradizione. Reagire per il superamento
e la restaurazione dell'ordine tradizionale e gerarchico diventa compito
millenario di coloro che credono.
Una religiosità che sconfina nella mistica sembra caratterizzare
il nucleo ideologico profondo del pensiero fascista. Nelle oscure pieghe
di un passato dei padri che torna continuamente, cova il disagio del soldato
politico, chiamato, anche contro lo stesso fluire della storia, alla
lotta per l'affermazione di ideali superiori. Nell'Italia dilaniata dalla
guerra e travolta dal conflitto civile molti corsero a combattere nell'ultimo
baluardo posto a difesa della nazione; la Repubblica sociale italiana chiamava
a sé i figli prediletti.
Il 12 settembre 1943, a distanza di otto giorni dalla dichiarazione di
armistizio tra Italia ed esercito alleato, annunciata in un famosa trasmissione
radio dal maresciallo Badoglio, Mussolini venne liberato dal maggiore della
Wermacht Hans Mors a Campo Imperatore sul Gran Sasso e trasportato in aereo
da Otto Skorzeny a Vienna, dove ebbe una lunga conversazione telefonica
con Hitler. Il colloquio con il führer e il contatto con alcuni ex
gerarchi rifugiati in Germania (tra i quali Farinacci e Pavolini che ebbero
un ruolo di rilievo nella Repubblica sociale) rivitalizzarono il duce. Mussolini
rientrò in Italia e, forte dell'appoggio tedesco, decise la rifondazione
del partito con il nome di Partito fascista repubblicano (Pfr). Il 23 settembre
venne annunciata la costituzione della Repubblica sociale italiana e del
governo fascista repubblicano; la capitale del nuovo stato divenne Salò,
piccola cittadina affacciata sul lago di Garda, mentre i vari dicasteri
furono dislocati in diverse località dell'Italia settentrionale.
La Rsi raccolse al suo interno alcuni dei rivoluzionari della prima e dell'ultima
ora, fascisti delusi e traditi, molti giovani volontari desiderosi di riscattare
la vergogna dell'armistizio firmato con gli Alleati. In realtà il
nuovo staterello consentì immediatamente alla Germania di assicurarsi
il controllo politico di una parte della penisola attraverso la proclamazione
di un governo nazionale con caratteristiche di legalità, in un periodo
di estrema confusione durante il quale si decideranno davvero le sorti d'Europa.
Mentre gli americani premevano a Sud e risalivano inesorabilmente lo stivale,
i republichini, come presto verranno chiamati, combattevano una strenua
battaglia contro le formazioni partigiane attivissime a Nord. Una vera e
propria guerra civile scatenatasi anche tra italiani e non soltanto tra
partigiani ed esercito tedesco.
Questa Repubblica di sapore vagamente social-nazionale, per così
dire, si fondava sui principi esposti alla prima assemblea nazionale del
Pfr che si tenne al Castelvecchio di Verona tra il 15 e il 16 novembre 1943.
Il Manifesto di Verona, redatto in quell'occasione, prevedeva la convocazione
di una costituente che avrebbe dovuto esprimere, nella sua qualità
di organo supremo, l'origine popolare del consenso alla Repubblica sociale;
in politica interna, infatti, era stata prevista l'immediata nazionalizzazione
dei beni di interesse collettivo, il diritto di tutti alla proprietà
dell'abitazione, l'istituzione di un sindacato obbligatorio per i lavoratori
e una Confederazione generale del lavoro. Per ciò che riguardava
la politica estera la Rsi riaffermò una salda alleanza con la Germania
nazista e la lotta aperta alle plutocrazie occidentali.
Il governo di recente formazione non perde occasione per saldare in fretta
qualche conto ancora sospeso. L'8 gennaio del '44 fu convocato in tutta
fretta sempre a Verona, anche su pressione dei tedeschi, un tribunale speciale
che pronunciò alcune condanne a morte. Furono dichiarati colpevoli
di tradimento quei gerarchi che nella storica seduta del Gran Consiglio
del fascismo del 24 luglio 1943 avevano votato l'ordine del giorno dell'ex
ministro degli Esteri Dino Grandi con il quale era stato di fatto esautorato
Mussolini e consegnato il paese nelle mani di Badoglio.
La Rsi divorò se stessa dall'interno fin dall'inizio, lacerata com'era
da una serie di contrasti ideologici che a partire dal Manifesto di Verona
rendevano incompatibili le molte anime dell'ultimo fascismo. Lo stesso Mussolini
aveva aspramente criticato il programma troppo socialista costruito in occasione
della proclamazione della nuova patria repubblicana e i presupposti stessi
della Rsi si accordavano male con il dominio che di fatto la Germania intendeva
esercitare sull'Italia.
Questioni che peseranno non poco nella successiva costruzione della memoria
dei reduci republichini. Memoria tradita per la prima volta - ci sarà
un altro tradimento ma bisognerà aspettare gli anni Settanta - non
soltanto dalla piega che avrebbero preso gli avvenimenti a livello internazionale,
e che tutti conosciamo, ma dallo stesso mancato riscatto di un'esperienza
di guerra e di combattimento eroico che trovava le sue ragioni d'essere
nella difesa in un certo senso del suolo patrio, anche contro gli stessi
alleati nazisti, e dell'ideale fascista nella sua purezza.
La storia è fatta di volti e di nomi, non soltanto di avvenimenti.
Per raccontare cosa fu la Repubblica sociale italiana possiamo ricordare
le emblematiche vicende di uno dei suoi fondatori e sostenitori più
accesi. Alessandro Pavolini era nato a Firenze nel 1903; figlio di un famoso
glottologo, si laureò a pieni voti a soli ventuno anni in legge e
scienze sociali.
L'ultima raffica di Salò, così sarà definito
con ironia da quanti tra i suoi nemici ne parleranno negli anni successivi
alla proclamazione della Repubblica italiana, partecipò giovanissimo
alla marcia su Roma ed aderì con entusiasmo alla squadrismo mussoliniano.
Nel 1934 fu eletto deputato e si trasferì a Roma con l'incarico di
inviato speciale del Corriere della Sera. Il legame ideologico e
d'amicizia con Galeazzo Ciano, genero di Mussolini passato per le armi proprio
a seguito del processo di Verona, si fa in quegli anni molto stretto; Pavolini
combattè nella guerra d'Africa a fianco del potente gerarca fascista,
sia come inviato del Corriere che come pilota della squadriglia La
Disperata (che porta lo stesso nome della squadraccia fiorentina di
cui nel 1919 Pavolini aveva fatto parte, appena sedicenne). Ciano, quando
si trasferì al dicastero degli Esteri nel 1939, ripagò la
fedeltà dell'indomito camerata cedendogli il prestigioso incarico
di ministro della Cultura popolare.
Pavolini si ritrovò così a disporre di eccezionali poteri,
che manterrà sino al rimpasto governativo del 1943, sui mezzi di
comunicazione. Potè ampiamente utilizzare a fini di propaganda radio,
giornali e cinema: mezzi che gli consentirono di mobilitare un vasto consenso
a favore del regime. Intelligente e di grande cultura, il nuovo ministro
del Minculpop seppe influenzare con appoggi, finanziamenti e promozioni
il mondo della cultura italiana, dal teatro alla carta stampata. L'Eiar,
ente radiofonico nazionale, produsse sotto il suo impulso alcune trasmissioni
di carattere popolare destinate a formare la coscienza fascista dei cittadini.
Dopo il 25 luglio del 1943 fuggì in Germania con Farinacci, Ricci,
Vittorio Mussolini e Preziosi per evitare di sottomettersi a Badoglio e
al re. La coerenza di Pavolini fu inossidabile come l'acciaio e ne conservò
inalterata la durezza. Subito dopo la liberazione di Mussolini ritornò
immediatamente a Roma con l'incarico di riaprire la sede del partito che
d'ora in avanti sarà il Partito fascista repubblicano, di cui diventerà
presto segretario.
Qualcuno lo definisce idealista e romantico; ma anche attivissimo nel cercare
di riportare agli antichi fasti la cultura fascista di cui fu ispiratore
e promotore. E' lui ad organizzare il primo congresso del Pfr ed è
lui ad imporre durante i lavori dell'assemblea i "18 punti" della
Carta di Verona che varano il nuovo programma sociale: i padroni dovranno
dividere il potere e la ricchezza con gli operai. Questa analisi piuttosto
perentoria ed ingenua nella sua formulazione così radicale rianima
il vecchio fascismo delle origini, nonostante la disapprovazione dello stesso
Mussolini. Ma i "18 punti" rappresentano davvero l'insanabile
contraddizione che cova nella Rsi e che separa inevitabilmente le ragioni
dell'ideologia da quelle della politica.
Fu una tensione dell'anima quella che sconvolse buona parte dei camerati
di Salò, un groviglio di sentimenti che trascorrevano dall'amore
all'odio con elementare semplicità. Ovunque la violenza della guerra
fratricida esplose inarrestabile; era il momento della resa dei conti definitiva:
l'amico del cuore Galeazzo Ciano si trasformò nel nemico da abbattere;
i partigiani ed i loro temibili attacchi nel cuore stesso dei centri industriali
del Nord piuttosto che tra valli e montagne non davano tregua. Pavolini
decise di militarizzare il partito e nel luglio del 1944 formò le
Brigate Nere. Esse sono, disse lo stesso Pavolini "una famiglia che
combatte una guerra di religione"[9].
Forti di 150.000 uomini bene armati, ed organizzate nel numero di 40, le
Brigate Nere lavorarono egregiamente in funzione anti-partigiana, seminando
morte e terrore. A novembre del 1944, quando la situazione stava precipitando
e la riorganizzazione della resistenza cancella le ultime speranze dei nazi-fascisti,
Pavolini mise in scena il suo ultimo, grande spettacolo, il ridotto in Valtellina,
per organizzare la resistenza finale: un manipolo di ardimentosi pronti
davvero a tutto. Dei 30.000 uomini previsti, al momento del raduno a Como
se ne presentarono appena 3.000 e la mattina del 26 aprile Pavolini raggiunse
il capoluogo lombardo convinto di incontrare il suo duce. Mussolini non
c'era già più perché si stava dirigendo verso Menaggio
e da lì cercava di raggiungere il confine. Braccato dai partigiani
e ferito in un primo scontro a fuoco, il toscano dalle mille risorse si
gettò nel lago ma venne raggiunto dai suoi inseguitori. I testimoni
raccontano che al momento della fucilazione sulla piazza di Dongo gridò
"Viva l'Italia". Appena prima dell'ultima raffica.
Si stagliano nella storia frantumata dell'Italia sconvolta dal secondo conflitto
mondiale, questi fascisti indomabili che hanno nella testa contemporaneamente
la socializzazione dei mezzi di produzione e del lavoro e l'idea di patria.
O di sangue e suolo, se preferite. Concetti chiave, questi ultimi, della
lunga memoria fascista che approda al dopoguerra forte di una tradizione
ideologica e di valori condivisi destinati dalla memoria dei vincitori ad
essere apparentemente confinati nell'oblìo. Le origini culturali
di ciò che per comodità espositiva è stato spesso definito
neofascismo stanno tutte lì, in quegli ultimi bagliori di eroismo
del soldato politico pronto a dare la vita perché soltanto
nel sacrificio trova appagamento il desiderio di essere utile alla causa.
Le menzogne della vita politica cosiddetta democratica, dacchè il
nuovo parlamento italiano divenne centro degli scambi di voti e favori della
Repubblica appena nata, avrebbero certamente nauseato e deluso Pavolini.
Eppure attraverso il loro sapiente utilizzo sarebbe stato possibile al Movimento
sociale italiano districarsi nelle insidie del bipolarismo che oppose per
alcuni decenni Democrazia Cristiana a Partito Comunista. Ma il nerbo dell'ideologia
non stava certo nel compromesso, piccolo o grande che fosse, di corridoio
o d'aula; piuttosto nel mai sopito richiamo alle gesta valorose del miliziano
che osa. Del guerriero che nella Repubblica sociale aveva trovato la sua,
o parte della sua, ragione di vita.
Alle origini del fascismo del secondo dopoguerra sta dunque la Rsi la cui
esperienza, memoria e vicende costituiscono capisaldi ideologici per le
nuove generazioni di combattenti di cui più avanti parleremo. Il
primo inaccettabile tradimento sarà proprio questo per i sopravvissuti
e per quanti verranno dopo: il mancato riconoscimento del ruolo dei "ragazzi
di Salò", anche se di ragazzi si trattava soltanto in parte
come abbiamo potuto constatare, nella difesa dell'Italia dalla furia nazista.
Dimenticando alcuni episodi significativi di quel periodo ed altrettanto
significativi, e terribili, personaggi, la banda Kock[10]
e gli omicidi e le torture da essa commessi, per dire dei più tristemente
noti, il mito e l'apologia di Salò prendono forma in opposizione
all'antifascismo, non tanto partigiano quanto schiettamente borghese, che
sacrifica gli ultimi, grandi combattenti dell'idea. Filippo Anfuso, diplomatico
di carriera protagonista del fascismo fino agli ultimi giorni, elabora con
una certa efficacia la teoria della Rsi come ultimo bastione che impedisce
all'Italia una sorta di "polonizzazione" hitleriana.
"Insomma, nell'interpretazione dell'ex ambasciatore, la Repubblica
sociale diveniva la subordinazione dell'ideologia all'interesse generale,
il supremo sacrifico di se stesso che l'ultimo fascismo - custode già
negli anni del regime di una visione religiosa della nazione - aveva offerto
all'Italia lo scudo con cui erano stati protetti gli italiani dalla furia
devastatrice nazista."[11] Osserva
ancora Germinario che con Anfuso nasce uno dei punti forti dell'immaginario
storiografico dei neofascisti: destra e sinistra, nazisti ed antifascisti,
- questi ultimi ancora più colpevoli perché pronti a sacrificare
gli interessi generali della democrazia a miserevoli strategie politiche
di fazione - pur partendo da opposti ma alla fine convergenti determinazioni,
avevano semplicemente annichilito i progetti di Mussolini, cancellandoli
dalla storia. "La conseguenza storiografica decisiva delle accuse di
Anfuso ai tedeschi e della rivendicazione del carattere afascista della
RSI consisteva nella sottrazione della RSI all'accusa infamante di collaborazionismo."[12]
Il "leit-motiv" di buona parte della storiografia fascista del
dopo-Salò diventa lo "Stato mancato". Il fascismo repubblicano
non raggiunge l'obiettivo e viene sconfitto; la Rsi si trasforma in nemico
della nuova democrazia borghese repubblicana che espropria la nazione e
la fà sua. Per questo i fascisti sopravvissuti grazie all'amnistia
del 1946 [13], e saranno in parecchi,
continuano ad agognare lo Stato perduto dichiarando una guerra permanente
al Parlamento degli "antifascisti" ed alle istituzioni della Repubblica
nata sui principi della Resistenza. Molti di costoro, in realtà,
rientreranno, dopo la parentesi guerriera, tra le file della borghesia nostrana
rimontando anno dopo anno la ripida china nella quale erano sprofondati
e mantenendo pressochè inalterato un nucleo dottrinario sincretico
e occulto che alimenta le nuove generazioni di militanti e "combattenti"
con il sacro fuoco della patria, dell'onore, del sangue e della razza.
Indispensabile volano di memoria e sopravvivenza sarà il Movimento
sociale italiano, più che tollerato partito dell'arco costituzionale
in ottimi rapporti con la Democrazia cristiana di De Gasperi. L'assemblea
dei cattolici conservatori, chiamiamola così, fortemente sbilanciata
a destra, sarà asse portante per oltre un cinquantennio della governabilità
del paese Italia, una nazione modellata sul Patto Atlantico; un popolo di
fascisti divenuti rapidamente antifascisti nel quale spicca il ceto medio
degli impiegati e dei professionisti che continua ad occupare stabilmente
gli apparati della burocrazia, vale a dire i gangli della vita civile stessa.
All'interno di questa piccola borghesia macilenta che non chiede altro se
non di mantenere inalterati alcuni piccoli privilegi che lo stesso Mussolini
aveva garantito, si nasconde e cresce il malessere dei nostalgici del regime.
Una nostalgia tutta italiana.
"Me ne frego del nazionalsocialismo e del signor Hitler, anche se lo
rispetto per la morte nibelungica, tra l'altro una beffa ai vincitori, che
arrivati al suo bunker, hanno trovato solo cenere. Ma noi italiani siamo
un'altra cosa. Mussolini è morto con la sua amante, come in un melodramma
di Verdi, la moglie a casa con i bambini."[14]
Bisogna volgere lo sguardo alla memoria "che manca" nel fascismo
approdato sulle sponde della nuova Repubblica italiana e che viene continuamente
sottratta ai suoi stessi militanti perché scivola via lungo le dimenticanze,
gli oblii e i desideri di quel ceto medio nel quale si nascose, per comprenderne
le radici profonde. La piccola borghesia impregnata di cultura del buon
senso, dopo l'esperimento del Ventennio e gli ultimi fuochi di Salò
si ritrovò ben presto allo sbando; non le restò che confluire
in fretta nell'ipocrisia del giovane, giovanissimo, apparato istituzionale
ritagliato al di qua della Cortina di Ferro, nella speranza che la democrazia
parlamentare potesse garantire perlomeno la sopravvivenza economica.
La società industriale, infatti, continuò la sua opera di
modernizzazione transitando da un'epoca all'altra senza subire troppi scossoni.
In questo modo potrebbe essere vero che l'unico problema davvero insoluto
per il neofascismo resta la rivoluzione non compiuta, assieme ad una rabbia
sorda che non lascia tregua all'anima nera covata dal ceto medio.
Passato prossimo
Il 26 dicembre del 1946, appena a ridosso della fine di uno dei più
sanguinosi conflitti del secolo, nello studio dell'ex vicefederale romano
Arturo Michelini, un gruppo di reduci della Repubblica di Salò fondò
il Movimento sociale italiano. La nostalgia dei Vinti per eccellenza, i
Vinti di Salò appunto, ha bisogno di un punto di riferimento forte.
Numerose riviste pubblicate in quel periodo crearono un clima favorevole
alla discussione sul futuro degli irriducibili soldati fascisti: "Rivolta
ideale", "Brancaleone", "Fracassa", "Il pensiero
nazionale", "Senso nuovo" cercano l'aggregazione spontanea
di quanti sono stati dispersi dalla vittoria della Resistenza e in certo
senso, dunque, del PCI.
Il piccolo partito raccolse le speranze e le forze di un insieme di vecchi
notabili e di giovani sopravvissuti ben decisi a vendere cara la pelle.
Fin da subito la questione dei rapporti con le organizzazioni clandestine
si pose come determinante per gli sviluppi delle future posizioni politiche
del Msi. Ai margini del partito gruppi illegali come i Fasci di azione
rivoluzionaria (Far) o la Legione Nera complottavano oscuramente
per ordire trame e provocazioni quando non addirittura veri e propri attentati
terroristici. Del resto i militanti che avevano scelto la clandestinità
non di rado risultavano iscritti al Movimento.
I due livelli dell'Msi, nonostante questa partizione sia stata negata più
volte nel corso degli anni, uno istituzionale e legalizzato, l'altro occulto,
convissero nella sostanziale complicità garantita dagli apparati
dello Stato. Nel 1948 l'assorbimento di uomini ed elettorato de "L'uomo
qualunque"[15] consentì al
Msi di ottenere persino la presenza di parlamentari nel primo governo della
Repubblica italiana. Quando nel 1956 il gruppo "evoliano" Ordine
Nuovo, guidato da Rauti, si staccò dal partito, cominciò
a radicalizzarsi lo scontro tra correnti interne, anche se fino al 1960
almeno la direzione del Msi controllava l'area della destra estrema. Dopo
il tentativo di insediarsi stabilmente al governo con Tambroni nel 1960,
a seguito della compatta reazione popolare e dello schieramento antifascista
che condusse a gravi scontri di piazza a Genova, Roma e Reggio Emilia, il
Movimento sociale non riuscì più ad arginare le pressioni
delle frange più combattive che dopo i fatti di quell'estate di violenza
civile rifiutarono la linea dell'inserimento graduale nelle istituzioni
e cominciarono ad elaborare precisi progetti politici alternativi a quelli
missini. Venne così mano l'azione moderatrice della dirigenza fascista
delle origini che si era riciclata nel partito sin dai giorni della sua
costituzione.
Nel 1968 i consensi calarono al 4,5% e l'originario tentativo di tenere
uniti differenti approcci ideologici fallì completamente. In quel
periodo fiorirono i gruppi di destra radicale destinati ad avere un ruolo
centrale negli anni successivi di storia repubblicana: Fronte Nazionale
guidato da Junio Valerio Borghese, ex comandante della formazione X Mas,
ben conosciuta ai tempi delle repressioni republichine, Rosa dei Venti,
Avanguardia Nazionale e ancora Ordine Nuovo. Ampi settori
della borghesia anticomunista chiesero che i conflitti sociali trovassero
una soluzione e la strategia della tensione venne per la prima volta teorizzata
in un famoso convegno tenuto a Roma nel 1965[16],
durante il quale si prepara lo scontro armato contro la sinistra e lo Stato.
L'anno seguente morì Michelini e la segreteria del partito passa
nelle mani di un altro fedelissimo camerata, Giorgio Almirante.
Il Movimento sociale, secondo la segreteria Almirante, doveva porsi come
centro propulsore delle richieste che l'intera compagine di destra presentava
alle altre forze politiche; è di quel periodo l'alleanza con la Democrazia
Cristiana e i monarchici e l'aggiunta del suffisso "destra nazionale"
all'acronimo del partito [17]. Per questo
si pensò ad una direzione centrale da cui ramificassero alcune strutture
secondarie capaci di raccogliere maggiori consensi, a cominciare dalle generazioni
meno mature. La manovra in parte riuscì: con la nascita del Fronte
della Gioventù, Almirante possedeva finalmente la sua organizzazione
giovanile. La linea del segretario è abbastanza chiara; si tratta
di giocare il ruolo di destra moderna, presentandosi all'elettorato e alla
società in generale con meno nostalgie per il passato. Se da un lato
questa politica mise ancor più in risalto la frattura con i gruppi
estremisti, dall'altro il Msi riuscì ad erodere, anche se in proporzione
minima, una parte della destra democristiana che guardava con favore alla
stabilizzazione istituzionale di un partito che occupasse a pieno titolo
la parte dell'arco costituzionale che stava a destra. Le vicende elettorali
del Msi tra inizio e metà degli anni Settanta mettono in evidenza
le ampie contraddizioni interne: revisione ideologica superficiale, incapacità
di controllo sulle frange dei militanti apertamente conniventi con i gruppi
armati. Nelle elezioni del 1972 si toccò la punta massima di consensi
con 8,7% dei voti, mentre il crollo elettorale giunse appena quattro anni
più tardi con una percentuale del 6,1% dei voti validi, inferiore
del 2,6 rispetto al `72. La Democrazia Cristiana aveva ampiamente contenuto
il deflusso di voti su cui Almirante credeva ormai di poter contare; lo
scontro tra la componente moderata e la segreteria condusse ben presto alla
fuoriuscita di metà del gruppo parlamentare che si presentò
al voto nel 1979 con il nome di Democrazia Nazionale, senza concludere molto:
l'esito elettorale non consentì nemmeno il raggiungimento della quota
dell'1% (0,6).
La ricomparsa di Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, nell'agone
politico dopo il suo rientro nel partito ad inizio anni Settanta, rimescolò
ulteriormente le carte in gioco. Rauti decise di occupare in qualche modo
lo spazio politico lasciato libero dalla scissione interna e diede vita
ad una corrente innovativa con progetti rivolti al futuro. Si trattava di
comprendere con chiarezza, sostenevano i rautiani, che il capitalismo, ridotto
a merce ogni rapporto, aveva distrutto la possibilità di vita comunitaria
autentica, spirituale: massificazione, consumismo, alienazione - non più
comunismo e disordine - sono i veri problemi irrisolti della società
contemporanea.
Durante l'XI congresso del partito, nel gennaio del 1977, Rauti impresse
la spinta definitiva al cambiamento della tradizione politica e culturale
missina, autoritaria e conservatrice. La componente vetero-fascista venne
emarginata a favore di un approccio anticapitalista e antioccidentale, più
orientato verso il "fascismo-movimento". In realtà la rivoluzione
rautiana, che avrebbe promosso una concezione manifestamente opposta a quella
che aveva imperato fino ad allora, militarista e gerarchica, produsse variazioni
significative nell'organizzazione interna ed esterna del Msi. Debitrice
alla "Novelle Droite" francese (il cui esponente di spicco è
Alain De Benoist) e rivolta a fornire nuove coordinate ideologiche che vadano
oltre lo stesso fascismo e radicalismo, la componente giovanile raccolta
attorno a Rauti creò un vero e proprio circuito alternativo: case
editrici, centri di diffusione libraria, gruppi musicali, cooperative di
lavoro. Nacque una corrente di pensiero che si impossessò, "ante-litteram",
di temi cari alla stessa sinistra degli anni Ottanta, quali per esempio
ambiente ed ecologia; riferimenti culturali diventano Tolkien, Lorenz, Konstler.
Si consumò, così, la rottura definitiva con i vecchi, intoccabili
totem, Evola e Romualdi per citare i più presenti nell'immaginario
collettivo del partito, e si affermò l'impostazione organica-comunitaria
(cruciale resta la definizione del rapporto individuo-comunità-Stato).
Sono almeno quattro i punti cardine di questo nuovissimo asse di interpretazione
del mondo: privilegio dei valori radicati nell'individuo e nei gruppi naturali,
con acquisizione di eredità culturali, genetiche e storiche espresse
dalla vita di comunità; visione spirituale della vita contraria al
mercantilismo e dunque contraria ad una concezione utilitaristica dei rapporti
interpersonali; riscoperta delle radici e privilegiamento delle specificità
culturali ed etniche - in tal senso la pluralità delle etnie e delle
culture distingue l'ideale organico dal livellamento totalitario delle democrazie
liberali; rifiuto totale del mito egualitario.
Si trattò in realtà di una intelligente opera di mascheramento
di teorie che stanno più sul versante del razzismo e della xenofobia
che del progresso civile, nonostante l'apparente, e comunque drastica per
l'epoca, rivisitazione del fascismo tradizionale. Un approccio critico alla
realtà in un mondo che sta cambiando a cavallo tra fine anni Settanta
ed inizio anni Ottanta. L'esperienza totalmente alternativa dei Campi Hobbit[18] (1977, 1978, 1980), infine, chiuse
le vicende della componente creativa del partito, poco prima della fase
buia dello "spontaneismo armato".
Negli anni Ottanta il Msi mantenne inalterato il suo dualismo interno. La
corrente nostalgica e la prospettiva dell' "altrimenti" dal fascismo
di Rauti coesistevano mentre si affermava come intellettuale organico al
partito Renzo De Felice che problematizzò, sul piano della ricerca
storica e storiografica, l'origine e lo sviluppo stesso della tradizione
fascista, sganciandola dalla classica interpretazione militante e resistenziale.
Nonostante il successo elettorale del 1983 (6,8% delle preferenze), si acuì
la frattura tra opposte fazioni e la fuoriuscita del gruppo di Marco Tarchi
indebolì ulteriormente l'ala rautiana. Si discusse molto sulla necessità
o meno di rinunciare in maniera definitiva all'identità fascista
classica, per la perpetuazione della quale, dopotutto, il Movimento sociale
era sorto. Con la morte di Almirante nel 1988 cominciò la lotta per
la successione; l'assenza improvvisa, per quanto prevedibile, di un capo
carismatico e di un leader storico dell'importanza del compianto camerata,
misero in subbuglio la segreteria del partito. Il giovane Fini, delfino
indicato da Almirante come legittimo continuatore della linea originaria,
si scontrò presto con un agguerrito Rauti, che nel 1990 soppiantò
per un breve periodo il futuro indiscusso segretario di Alleanza Nazionale.
Nel 1991 Rauti fu costretto a dimettersi definitivamente e Fini recuperò
presto l'identità appartenuta ai sostenitori del "fascismo-regime",
riproponendo l'Msi come forza conservatrice di destra e abbandonando le
velleità anticapitaliste e antiamericane di Rauti. Si cercarono consensi
anche nell'area moderata e cattolica.
Il crollo del regime partitico DC-PSI travolto dallo scandalo di Tangentopoli
spinse Fini e la nomenclatura del Msi all'ultima trasformazione. La linea
di Fini a tutto il 1993, anno del lancio dell'idea di una nuova casa per
i fascisti italiani, era stata caratterizzata dall'insistenza sulla fedeltà
alle origini, sul recupero degli ideali fascisti e allo stesso tempo dall'inserimento
nel sistema politico, ormai completamente mutato nelle sue figure e funzioni
caratterizzanti.
L'invenzione di AN sortisce buoni risultati: il vecchio progetto di Almirante
di aggregare forze nuove e diverse fra loro attorno al Msi trovò
terreno fertile nell'Italia scossa dallo scandalo delle tangenti. Il teorico-politologo
Fisichella propose un documento d'avvio d'intesa con chiunque si sentisse
capace di apprezzare una proposta politica di cambiamento, articolato in
punti chiari e piuttosto ovvii, interamente ed astutamente pensati in perfetta
sintonia con i tempi: modello presidenzialista con referendum propositivo,
rafforzamento del sentimento nazionale, mercato libero anche se più
solidale, Stato autorevole ed intransigente.
L'unico ad opporsi alla trasformazione fu l'intramontabile Pino Rauti che
ruppe definitivamente con il partito e si presentò alle elezioni
mantenendo il vecchio simbolo del Msi con l'aggiunta alla denominazione
di un "Fiamma tricolore" che rieccheggiava gli antichi fasti.
Per il resto del panorama politico nostrano, Alleanza Nazionale non soltanto
aveva ragione di esistere, ma in breve diventava "luogo" di incontro
di ampi settori del mondo finanziario, industriale e accademico. Nel 1993
ben 19 sindaci vengono eletti in tutt'Italia tra le fila del partito e durante
il ballottaggio per la poltrona di primo cittadino a Napoli e Roma, Alessandra
Mussolini e Gianfranco Fini perdono per una manciata di voti (44,9% di preferenze
la Mussolini, 46,9% Fini).
L'entrata in scena del Cavaliere televisivo Berlusconi e del suo movimento
Forza Italia rafforzano il Msi, legittimandone il ruolo nell'arena della
politica. Fini ed i suoi si presentano alle urne in liste congiunte con
FI adottando il nome di Alleanza Nazionale; il successo è garantito
e per la prima volta dal 1946 il Movimento sociale raggiunge il suo massimo
storico con il 13,5%. Fini, rafforzato dal grande successo personale, ha
mano libera nella gestione della segreteria e dei rapporti interni di potere;
con una sapiente opera di "maquillage" politico ed ideologico,
l'allievo prediletto di Almirante buca lo schermo televisivo con apparizioni
pacate all'insegna del buon senso e della ragionevolezza, riuscendo ad accreditare
un'immagine di rinnovamento democratico. In realtà le sconfessioni
a mezza voce di uno scomodo passato non saranno mai negli anni successivi
ritrattazioni del fascismo delle origini, un'eredità storica e personale
di cui il brillante segretario non può, né deve fare a meno.
Al congresso di Fiuggi del gennaio 1995 viene promossa la fase costituente
di Alleanza Nazionale: i settori moderati e conservatori della destra nostalgica
e di quella tecnocratica avranno il loro nuovo ed efficiente apparato istituzionale.
E' impossibile raccontare la storia dell'estrema destra italiana prescindendo
dalle principali organizzazioni più o meno legali che hanno composto
il magmatico intreccio della violenza fascista nel corso di cinquant'anni
di vita nazionale. Se è vero, da un lato, che il Msi è stato
per decenni il riferimento ufficiale di una composita galassia di gruppi
e gruppetti che ne hanno comunque utilizzato la copertura, è certamente
inoppugnabile, dall'altro, che queste stesse organizzazioni sono state punto
di riferimento non soltanto per i militanti più agguerriti e per
i soldati politici di evoliana memoria ma anche per interi settori
di governo occulto del paese, a cominciare dai servizi segreti. Ancora più
importante è sottolineare, inoltre, che grazie ad una evidente continuità
ideologica e personale, alcuni dei gruppi di cui ci occuperemo, in particolare
Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, nonostante il loro scioglimento
ope legis, hanno continuato a rappresentare un trait d'union
fra generazioni di militanti, collegando direttamente i reduci degli anni
'40 con i protagonisti della fase cosiddetta golpista ed infine con i terroristi
di Terza Posizione e dei Nar, a cavallo degli anni Settanta-Ottanta.
Non riusciremo qui a dar conto in maniera esaustiva dell'insieme delle organizzazioni,
data la loro varietà ed il loro numero; cercheremo piuttosto di enucleare
i tratti essenziali di quelle la cui presenza segnò le vicende dell'Italia
contemporanea senza mai dimenticare lo stretto rapporto che le ha legate
al Movimento sociale, di cui rappresentavano, in certo modo, parte delle
inconfessate speranze di riscatto dalla democrazia imposta dai vincitori
uniti nel patto resistenziale.
"La prima bomba esplose il 28 Ottobre 1950 (anniversario della marcia
su Roma) in un cinema della capitale. Il 16 novembre ordigni più
potenti colpirono le sedi di due partiti avversari. Il 12 marzo fu la volta
di Palazzo Chigi, dell'Ambasciata americana e del consolato jugoslavo."[19] Altri episodi di violenza sulle cose
seguirono da lì a poco. "I volantini lasciati sul luogo degli
attentati erano firmati FAR []Fasci di Azione Rivoluzionaria, nda]
e `Legione Nera'. La rivista Imperium [organo ufficiale dei due gruppi di
estremisti, nda] (che veniva stampata con gli stessi caratteri tipografici
dei volantini FAR-`Legione Nera') era diretta da Enzo Erra [a capo della
corrente spiritualista evoliana del Msi, nda] e Pino Rauti. Oltre a costoro,
furono incriminati Clemente Graziani (futuro leader di ON), Franco Petronio
(in seguito deputato del MSI) e molti altri. Secondo il rapporto del questore
"tutti gli arrestati sono iscritti, da vecchia data, al `Movimento
Sociale Italiano', e taluni dei componenti la `Legione nera' ricoprono o
hanno ricoperto cariche direttive in detto partito". Tre degli accusati
furono condannati a meno di due anni di carcere, altri a pene più
lievi, altri ancora furono assolti. Il Procuratore Generale, alla fine della
sua requisitoria, salutò nei giovani accusati, che giudicava mossi
da amor di patria, la speranza e l'avvenire d'Italia, incitandoli ad agire
anche in futuro con la stessa purezza d'animo e d'intenti.
L'imputato più illustre era Julius Evola, descritto dalla Polizia
come `maestro e padre spirituale di questa conventicola di esaltati'. In
materia sono leciti pochi dubbi: Erra, Rauti e Graziani erano i suoi discepoli
riconosciuti; `Imperium', oltre che dedicare largo spazio alla discussione
delle sue idee, fu il giornale su cui Evola pubblicò uno dei testi
sacri della Destra radicale, Orientamenti."[20]
Vale la pena di soffermarsi a riflettere su ciò che gli anni Cinquanta
rappresentarono per la giovanissima Repubblica italiana. Per nulla sopìto,
al contrario combattivo e sanguinario, il fascismo che aveva attraversato
il guado, sopravvivendo in grandissima parte ad un'epurazione che fu in
larga misura mancata, raccolse l'appoggio degli stessi funzionari incaricati
dal nuovo governo di far rispettare la legge. "Esaminerò essenzialmente
cinque punti: la mancata attuazione della Costituzione, l'aggravamento del
regime di Polizia, il disprezzo per le autonomie amministrative, l'atmosfera
di conformismo che sempre più si manifesta nel nostro paese ed infine
il fenomeno del fascismo agrario [...]" [21],
aveva detto Lelio Basso, parlamentare socialista, in un famoso discorso
alla Camera dei Deputati, proprio dell'ottobre 1950.
Secondo Basso, l'entrata in vigore della Costituzione venne consapevolmente
rallentata per impedire l'attuazione di una vera e propria legislazione
democratica; rimanevano più che attive norme in vigore nel vecchio
ordinamento fascista. L'atteggiamento del governo, e quindi in sostanza
della Democrazia Cristiana, uscita vincitrice nello scontro politico di
appena due anni prima, fu quello di impedire alla democrazia di rendersi
compiuta. "Io so per esperienza, per essere stato due anni circa membro
della Prima commissione legislativa, davanti alla quale alcune di queste
leggi sono ancora pendenti, so per esperienza che i nostri colleghi di parte
democristiana che dirigono i lavori di quella commissione lo fanno secondo
i precisi desideri del ministro degli Interni, per cui se la commissione
stessa non spinge innanzi il suo lavoro di preparazione e se queste leggi
non sono tuttora giunte dinanzi a noi, è proprio perché il
governo non lo vuole. Così il nostro paese procede con una Costituzione
zoppicante, con un ordinamento giuridico monco, ed il governo professa continuamente
il massimo rispetto per la Costituzione che invece direttamente ed attraverso
la sua maggioranza in parlamento viola ogni giorno." [22]
In questo clima, dunque, agivano liberamente le squadre fasciste di un tempo,
rimpiazzate da forze più giovani secondo quella linea di continuità
di memoria e azione di cui si è detto. Si parla molto poco di questi
anni Cinquanta nei testi di storia: eppure la repressione poliziesca e gli
scontri di piazza furono molto violenti, quasi si trattasse, data la vicinanza
in termini di cronologia alla proclamazione della Repubblica, del periodo
migliore della democrazia italiana, finalmente compiuta sul suolo patrio.
Ma non è stato così, come la stessa testimonianza di Basso
sottolinea. A partire dai fatti di Portella della Ginestra (1deg. Maggio
1947), quando il bandito Giuliano sparò sui contadini inermi convenuti
nella piana per festeggiare il giorno dei lavoratori, fino al 7 luglio 1960,
chiusura di decennio, quando a Reggio Emilia la questura proibì una
manifestazione contro l'allora Presidente del Consiglio Tambroni, dimissionario
alcuni giorni più tardi, che stava lasciando ampio spazio ai vecchi
fascisti riciclati nell'Msi e la Polizia fece fuoco ad altezza d'uomo per
reazione a presunte provocazioni da parte dei manifestanti uccidendo 5 operai,
una lunga, ininterrotta scia di sangue dimostra quanto e come l'Italia sia
stata ben lontana da una pacificazione nazionale smaniosamente dichiarata
e mai realmente raggiunta.
Nel frattempo continuava inarrestabile l'attività dei gruppi che
si ispirano all'ideologia fascista e che presidiano militarmente il territorio
con interventi squadristici in particolare ai danni della sinistra. "Perché
nasconderlo? - racconta il `ducetto' di Roma, un giovane picchiatore missino
degli anni cinquanta - Ho preso parte a tutte le spedizioni punitive dal
1949 al 1955. [...] Si contano a migliaia le azioni che noi del MSI e degli
altri gruppi abbiamo compiuto in quegli anni. Devastazioni di sedi di partiti,
distruzioni di lapidi di partigiani, violazione di cimiteri ebraici, incendi
di Camere del Lavoro, manifestazioni antisemite, attentati dinamitardi,
aggressioni, lancio di bombe carta. Perché stupirsene? Il rischio,
poi, non era così grande. Ci hanno pescato più di una volta,
ma non sono mai riusciti a mandarci a Regina Coeli. Prima che scadessero
i sette giorni, siamo sempre riusciti a cavarcela. Col centro-sinistra le
cose sono un po' cambiate [...] ma prima era una vera pacchia." [23]
Nel tempo inarrestabile della memoria tradita scorsero anni di continua
violenza. Sotto la guida di Michelini, che sostituisce De Marsanich nel
1954, il Msi cercò di uscire dalla secche del ribellismo incontrollabile
che mal si conciliava con la politica moderata di "penetrazione del
sistema" al fine di insediarvisi stabilmente. Tuttavia, per ragioni
legate anche alla pressione di oscuri gruppi di potere, il sistema occulto
potremmo dire se cercassimo una formula breve e riassuntiva, le organizzazioni
extra-parlamentari fasciste continuarono a fiorire indisturbate.
Fino alla metà almeno degli anni Settanta lo scenario è dominato
da ] Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, due raggruppamenti
destinati ad avere ruoli e funzioni determinanti nelle strategie dispiegate
in Italia per destabilizzare continuamente un già precario equilibrio
istituzionale. Alcune sigle minori in ambito studentesco ed universitario
sono comunque sempre riconducibili ad elementi che operano nell'una o nell'altra
delle due organizzazioni. Negli anni Sessanta la moltiplicazione dei gruppi
presenti sulla scena prelude ad una recrudescenza della violenza destinata
a culminare nella strategia della tensione, lungamente preparata, in connivenza
con interi settori dello Stato, proprio nel corso del decennio che vide
l'esplosione del '68 parigino e del rapido estendersi della protesta di
studenti e operai in tutta Europa. Spesso in correlazione tra loro e in
rapporti di avvicinamento/distacco con l'Msi volutamente resi ambigui per
confondere le acque, le formazioni dell'estrema destra finirono per dar
vita ad un crogiolo di inconfessabili intrecci e collegamenti che continuavano
a rafforzare senso di appartenenza ed identità alimentando senza
sosta l'ideologia fascista e perpetuandola nei giorni incerti della Repubblica.
Tra i gruppi attivi in quel periodo vanno ricordati il Movimento nazionale
romano, fondato nel 1963 da dissidenti missini; il Fronte Nazionale
costituito nel 1968 dal principe Junio Valerio Borghese, autore di un tentativo
di golpe fallito nel 1970; il Fronte Nazionale Europeo di Milano
(1967); la Costituente Nazionale Rivoluzionaria, nata nel 1964; la
Falange Tricolore; Nuova Caravella (1969), organizzazione
studentesca con sede a Roma, prodotto della scissione dal Fuan-Caravella,
che organizza corsi per sabotatori e dinamitardi diretti da Stefano Delle
Chiaie, figura storica dell'estremismo fascista e padre spirituale di Avanguardia
Nazionale; Giovane Europa (1963), presieduta da Claudio Orsi,
collaboratore di Franco Freda nelle edizioni AR; Gruppi attivisti di
movimento dell'opinione pubblica, fondati da Tedeschi e Bonanni, giornalisti
del "Borghese". L'organizzazione possedeva un fondo chiamato "Soccorso
tricolore" in difesa degli attivisti di destra arrestati dalla Polizia;
Partito Nazionale del Lavoro, che pubblicava la rivista "Conquista
dello Stato"; Ordine del Combattentismo Attivo legato al periodico
"Nuovo pensiero militare"; Comitato di Difesa Pubblica,
creato nel 1968 a Milano da Domenico Leccisi, ex deputato del Msi e notissimo
trafugatore del cadavere di Mussolini, il cui corpo straziato in Piazzale
Loreto il 29 aprile del 1945 era diventato il simbolo della mistica fascista
del dopoguerra[24]
Radici comuni di pensiero, tradizione storica legata al fascismo rivoluzionario,
memoria del combattentismo della Repubblica sociale italiana: sono questi
gli ingredienti di una pericolosa miscela politico-culturale che poteri
visibili ed invisibili hanno utilizzato in oltre trent'anni di vita nazionale
per mantenere costantemente alto, in taluni casi altissimo, il livello del
conflitto sociale in una sorta di destabilizzazione permanente nello Stato
repubblicano.
Ordine Nuovo, uno dei capisaldi dell'apparato strategico dell'estrema
destra, nasce nel 1956 come "Centro Studi Ordine Nuovo", in occasione
del quinto congresso a Milano del Movimento sociale, da cui si distacca
in nome di una dichiarata continuità di ideali con la Rsi. Sotto
la guida di Giuseppe (Pino) Rauti, che aveva già dato origine nel
1954 ad una formazione con lo stesso nome all'interno del partito, l'organizzazione
può contare su personaggi di spicco del neofascismo italiano: Clemente
Graziani, Elio Massagrande, Stefano Delle Chiaie. Successivamente la storia
del gruppo si divide in due periodi principali: fino al 1969, anno del riassorbimento
del Centro nel Msi, grazie al recupero di quasi tutti i dissidenti ad opera
di Giorgio Almirante; dal 1969 al 1973, periodo durante il quale l'aggregazione
originaria prosegue la sua attività grazie ad alcuni irriducibili,
che si erano rifiutati di cedere alle lusinghe di Almirante, con la sigla
MPON (Movimento Politico Ordine Nuovo).
Secondo Rauti, i sopravvenuti mutamenti nella situazione politica nazionale
della fine degli anni Settanta, dovevano necessariamente indurre ON a "una
revisione globale della sua posizione nel quadro delle contingenze globali
che indicano, senza alcun dubbio, una possibilità di rottura degli
equilibri, di estrema pericolosità. [...] Ne consegue che è
necessità vitale per la vita futura (prossimo futuro) di Ordine Nuovo
inserirsi dalla finestra nel sistema dal quale eravamo usciti dalla porta,
per poter usufruire delle difese che il sistema offre attraverso il parlamento,
con tutte le possibili voci propagandistiche che derivano. [...] Necessità
contingente, dunque, assoluta e drammatica..."[25]
In realtà le ragioni di Rauti e degli ordinovisti erano di tipo diverso:
si trattava di assicurarsi maggiori coperture politiche dopo l'inizio della
strategia della tensione, della quale, come si sarebbe saputo più
tardi, ON era parte integrante. Di diversa opinione Graziani e Massagrande
che ritennero assolutamente imprescindibile continuare la lotta politica
attraverso un "movimento rivoluzionario al di fuori degli schemi triti
e vincolanti dei partiti, una formazione agile, adeguata alle esigenze della
situazione politica attuale e strutturata secondo criteri propri delle minoranze
rivoluzionarie."[26]
MPON si autodefinisce come unico movimento politico in grado di realizzare
una strategia nazionalrivoluzionaria e si dà una prima organizzazione
nel dicembre 1969. Nel 1970 si tiene a Lucca il primo congresso del movimento
durante il quale viene studiata una struttura interna più complessa.
]Ordine Nuovo, si legge nella relazione Pellegrino, "era già
caratterizzato come movimento semiclandestino, fortemente gerarchizzato,
con una direzione politica centralizzata, orientato a muoversi in gruppi
di pochissime persone che dovevano essere in grado di volta in volta di
mobilitare un'area di simpatizzanti, ispirato ad una concezione elitaria
e mitica dello Stato, antidemocratica e antiborghese, in assoluta contrapposizione
con la democrazia parlamentare e l'organizzazione del consenso attraverso
i partiti, ma almeno in parte non antistituzionale."[27]
La concezione evoliana della vita, aristocratica ed eroica, antidemocratica
e soprattutto antisocialista non è necessariamente anche antagonista
rispetto allo Stato; la contraddizione, apparentemente irrisolvibile tra
la mitologia che invoca la rivoluzione come unica via di riscatto possibile,
come necessario rovesciamento dell'ordine costituito e la funzione antisovversiva
di difesa dello Stato utilizzando il manipolo di combattenti che aderiscono
al "movimento nazionale", porta in conclusione all'approntamento
di una "rete capillare intesa a fornire prontamente elementi di impiego
per fronteggiare dovunque l'emergenza"[28],
per impedire la paralisi delle istituzioni. ON è diffuso ampiamente
su quasi tutto il territorio nazionale, con punti di riferimento forti nel
Veneto, il nucleo più attivo e meglio organizzato, e a Roma. "I
documenti ideologici ribadiscono le concezioni di fondo già indicate
e evidenziano spiccati caratteri razzisti e antiebraici. Per quanto riguarda
la formazione dei militanti, un documento dell'epoca prevedeva la preparazione
dei quadri con lo svolgimento di due diversi corsi, uno di formazione ideologica
e l'altro di formazione politica. I temi dati ai corsi e i riferimenti bibliografici
indicati (Guenon, Evola, Giannettini con `la tecnica della guerra rivoluzionaria'
e il `Mein Kampf' di Hitler) esemplificano da una parte l'orizzonte ideologico
del movimento e richiamano dall'altro i temi che avevano già proposto
i convegni dell'Istituto Pollio negli anni precedenti."[29]
Le attività culturali fervono: pubblicazione e diffusione di materiali
ideologici e dottrinari del movimento; organizzazione di una fitta agenda
di incontri pubblici, conferenze, persino riunioni nelle scuole e nelle
università per fare proselitismo. "Un'ampia e diffusa rete di
pubblicazioni sosteneva l'azione del gruppo, a cominciare dal mensile di
Rauti, `Ordine Nuovo', seguito da `Noi Europa', oltre a una miriade di pubblicazioni
più irregolari (come `Bollettino Europa', Corrispondenza Europea',
`Europa Correspondenz) e altri materiali locali. Circoli e gruppi collegati
pubblicavano, a loro volta documenti e materiali, che venivano diffusi da
una fitta rete di case editrici. Complessivamente una serie impressionante
di pubblicazioni, alcune delle quali dalla vita breve, che testimonia l'ampiezza
e la vivacità del dibattito ideologico che circondava ON."[30]
Era inoltre indispensabile individuare, all'interno delle istituzioni,
i "corpi sani" da coinvolgere nel progetto di difesa dello Stato:
polizia, carabinieri, paracadutisti. Un progetto di profondo condizionamento
di quella democrazia proclamata nella carta costituzionale e drammaticamente
disattesa attraverso oscure manovre. L'estrema destra, schiacciata tra desiderio
di eversione e manipolazione da parte di quei "corpi sani" che
intesero servirsene per scopi tutt'altro che ideologicamente puri, ha svolto
in certo senso il ruolo di avanguardia militare per il dispiegamento di
una complessa macchina di potere che avrebbe fatto della strategia della
tensione, ma non solo, il vero centro della governabilità del paese.
Nel corso di anni di attivismo politico così spinto, ON mantenne
inalterata l'originaria impostazione che consentì al gruppo di intensificare
i rapporti con forze armate, Arma dei carabinieri in particolare e nuclei
più o meno deviati dei servizi di informazione (è facile constatare,
e lo vedremo meglio con ]Ordine Nero, quanto poco si trattasse di
deviazione e non piuttosto di scientifico utilizzo dell'eversione come strategia
dello stabilizzare destabilizzando da parte di uffici e funzionari in tutto
e per tutto inseriti nell'establishment istituzionale e da esso legittimati
a tali comportamenti), all'interno dei quali esisteva una rilevante presenza
di ex republichini fedeli ai principi dell'oltranzismo atlantico in piena
complicità con la classe politica al governo in quegli anni, tanto
da poter considerare il gruppo un'organizzazione paramilitare appartenente
ai dispositivi militari della Nato. La stessa inchiesta del giudice Salvini
sui fatti di Piazza Fontana del 1969 ha dimostrato che le rete informativa
degli Stati Uniti, operativa nel Triveneto con base al comando Ftase di
Verona, annoverava tra i suoi agenti nostalgici della Repubblica di Salò
del calibro di Sergio Minetto e ordinovisti quali Marcello Soffiati e Carlo
Digilio, quest'ultimo ampiamente coinvolto nell'indagine del magistrato
milanese per il suo ruolo di spicco nel periodo della preparazione e dell'esecuzione
del terribile massacro alla Banca dell'Agricoltura di Milano[31]
Ma la specificità di Ordine Nuovo, in ambito politico ed ideologico,
andava ben oltre gli stessi confini nazionali; il panorama europeo presentava
infatti interessanti elementi di contiguità con la dottrina della
nostalgia nazi-fascista. Un importante alleato di ON fu Jeune Europe,
organizzazione diretta da un reduce delle SS Wallonie, Jean Thiriart,
che sosteneva gli interessi dell'Africa Europea appoggiando le guerre coloniali
come unica risorsa per difendere la sopravvivenza della razza ariana. ON
era il corrispondente ufficiale per Giovane Europa in territorio
italiano; e non basta: gli ordinovisti italiani erano anche particolarmente
legati al Nouvel Ordre Européen, fondato a Zurigo nel 1951,
"con un programma in tre punti: difesa della razza europea, giustizia
sociale e Unità europea (`indispensabile alla difesa della razza')
[...] L'ottava assemblea del movimento (Milano, 1965) proclamava che `L'ultima
opera del Prof. Rassinier, Il dramma degli ebrei europei, stabilisce
definitivamente che la propaganda riguardo i sei milioni di ebrei che si
pretende siano stati uccisi nei campi di concentramento è una favola
insostenibile per gli storici seri' [...] Pino Rauti era un membro del NOE,
insieme a figure come Otto Skorzeny e Léon Degrelle. Il leader, Guy
Amaudurz, collaborava sia a Ordine Nuovo, sia a un altro periodico
vicino al gruppo come `La Legione'. Qui un esempio della sua prosa: `L'imperativo
supremo è la difesa della razza. Non di una razza protostorica e
problematica. Non della razza attuale, corrotta e degenerata. Ma della razza
di domani: quella che portiamo nel nostro cuore e che forgeremo con la lotta
(`La legione', gennaio 24, 1959)'."[32]
Questa, in sintesi, la visione che animava l'estrema destra d'Europa a cavallo
tra anni Cinquanta e Sessanta. ON dal canto suo contribuì in maniera
determinante al mantenimento della linea di memoria che rinnovava le tragedie
dei campi di sterminio e la soppressione delle libertà individuali
di chiunque non fosse biologicamente parte della stirpe bianca degli eletti
o di chi semplicemente si opponesse ad un progetto di tale scelleratezza.
Tuttavia una ricostruzione completa delle attività della formazione
fascista risulta difficile a causa della estrema complessità delle
iniziative legali ed illegali dei militanti che comprendevano "sia
la violenza di strada sia attività eversive e terroristiche. Sono
gli stessi militanti ad ammettere che, in diversi momenti, il movimento
fu organizzato su due diversi livelli: il primo attivo sul piano dell'ufficialità,
era culturale e politico e operava attraverso i circoli; l'altro era clandestino
e militarizzato." [33] Oggetto di
interesse crescente da parte degli organi di Polizia, Ordine Nuovo
fu messo sotto processo nel 1973 per ricostituzione del partito fascista
ai sensi della "legge Scelba", elaborata nel 1951 dalla corrente
meno subalterna alla Chiesa cattolica (De Gasperi e lo stesso Scelba), la
cui unica preoccupazione veniva dalla presenza in Parlamento dei comunisti,
per impedire un eccessivo rafforzamento delle forze politiche di destra
con la conseguente presumibile instabilità di quel centro che avrebbe
retto le sorti del paese per mezzo secolo. Eppure durante il dibattimento
processuale non emergono gli elementi che avrebbero reso davvero inquietante
la presenza nel panorama politico italiano di un gruppo dello spessore "militare"
di ON; ben poco si indagò in direzione dei cospicui aiuti di cui
l'organizzazione godeva e dei suoi legami con i servizi segreti di allora.
Altre, successive inchieste rivelarono episodi mai chiariti sul finanziamento
da parte di gruppi industriali o sul traffico internazionale d'armi che
costituì una probabile fonte di lauti guadagni. Né si ottennero
significative ricostruzioni delle azioni di squadrismo e di antisemitismo
che pure fecero di ON uno dei maggiori protagonisti della violenza politica
italiana del dopoguerra. Nel novembre del 1973 un decreto del governo dichiarò
Ordine Nuovo fuori legge; molti camerati trovarono rifugio all'estero.
Avanguardia Nazionale nasce invece nel 1960 ad opera di Stefano
Delle Chiaie, allontanatosi dallo stesso ON dopo essere stato tra i fautori
della separazione dal Msi. Una vita intensa quella di Delle Chiaie: entrato
giovanissimo nel Movimento sociale se ne distacca nel 1957 e fonda una piccola
organizzazione di stampo nazista che chiama Gruppi d'Azione Rivoluzionari,
trasformati nel 1959 in Avanguardia Nazionale Giovanile. Nel 1962
viene arrestato perché ritenuto responsabile di riorganizzazione
del partito fascista e condannato a un anno di reclusione e ad una multa
per apologia di fascismo. Un anno più tardi viene prosciolto in appello
per amnistia dei reati contestati. Nel 1965 AN si scioglie apparentemente
da sola e gli aderenti partecipano all'esperienza politica dell'estrema
destra aderendo ad altre sigle, ma senza mai perdere i contatti tra loro.
Parallelamente alle vicende del MPON, Avanguardia Nazionale si ricostituisce
nel 1970 sotto la direzione di Adriano Tilgher che aveva ereditato il comando
da Delle Chiaie, latitante da quell'anno per evitare un mandato di cattura
emesso in relazione alle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Il quartier
generale dell'organizzazione e la direzione nazionale si trovavano a Roma,
mentre altre basi operative erano distribuite in una trentina di città
sparse in tutta la penisola; un'indagine della Polizia del 1973, la stessa
che si occupò anche di ON, attribuiva ad Avanguardia Nazionale
più o meno 500 membri attivi, ma la cifra, data la diffusione del
gruppo, sembra eccessivamente ridotta; in prevalenza, a sentire gli inquirenti,
la composizione sociale degli appartenenti sarebbe stata prevalentemente
borghese e studentesca. AN propugna l'idea di una rivoluzione europea per
ripristinare le naturali differenze tra gli uomini e dar vita alla formazione
di una èlite rivoluzionaria che sia appunto "avanguardia",
organizzata in piccoli ma efficienti nuclei di intervento il cui operato
diventi davvero la fusione concreta tra gli ideali e la loro realizzazione.
Un compito storico drammatico: il movimento teorizza l'ipotesi golpista
classica che, richiamandosi al fascismo delle origini e alla Repubblica
sociale, si ricollega all'esperienza, attuale in quel periodo, dei regimi
militari europei (Spagna, Portogallo) e soprattutto dell'America Latina.
AN si prefigge lo scopo di realizzare, si legge nella relazione Pellegrino,
"...una definitiva divisione verticale nelle forze politiche in due
fronti contrapposti: il demo-marxista e il nazionale rivoluzionario."[34] Metodo privilegiato per ottenere gli
scopi prefissi sarà l'esasperazione del clima di tensione sociale
attraverso lo scontro diretto con l'avversario o attraverso azioni di provocazione;
ad un disegno strategico di questo genere non poteva che essere funzionale
il mantenimento di contatti con apparati dello Stato pronti ad intervenire
una volta che si fosse creata una lacerazione nel tessuto di potere tale
da compromettere l'ordine costituito. Come si dimostrerà tra breve,
furono davvero organici i rapporti tra AN e Ufficio Affari Riservati del
Viminale, tanto da far pensare che lo stesso Ordine Nero sia stato
il prodotto della fervida mente complottista di Federico Umberto D'Amato,
direttore per moltissimi anni del menzionato Ufficio.
Per quel che riguarda la "costituzione" intimamente politica,
nessuna rete di pubblicazioni "paragonabile a quella che sosteneva
ON è visibile nel caso di AN. Ciò corrispondeva a un livello
di discussione ideologico-culturale molto più rozzo e primitivo rispetto
a ON. Il principale documento `teorico' è steso in prosa sciatta
e scadente, infarcito di banalità altisonanti e argomentazioni contorte.
Il modello di Stato auspicato è totalitario, organico, corporativo;
tutti i fattori che ne minacciano la coesione - partiti, sindacati, lotta
di classe - devono essere eliminati senza pietà. Lo Stato deve essere
fondato sull'idea di nazione, concetto ovviamente non limitato alla sola
Italia, ma esteso all'Europa: `Per creare, nella devozione e nella difesa
dei Valori eterni della stirpe, una Nazione granitica che [...] sappia ridare
giovinezza al vecchio continente, proiettandosi audacemente alla conquista
del proprio Destino [...]' [Lotta Politica, 36]."[35]
Ciò che caratterizza AN, a differenza di Ordine Nuovo, sembra
proprio il suo carattere specificamente "militare" più
che ideologico. L'organizzazione si articolava su una ferrea disciplina
e una rigida gerarchia. Formazione e addestramento avvenivano in palestre
collegate al movimento; in aggiunta numerosi campi paramilitari permettevano
ai militanti di completare la loro conoscenza in fatto di armi, esplosivi,
difesa personale e combattimenti corpo a corpo, grazie al sostegno tecnico
di personale scelto direttamente nelle file dell'esercito e dei corpi speciali
(ufficiali dei paracadutisti, in particolare, svolsero certamente un ruolo
determinante). Un episodio significativo, in tal senso, accadde a Pian del
Rascino, nell'Appennino, a fine maggio 1974: durante uno scontro con i Carabinieri
venne ucciso un attivista di AN, Giancarlo Degli Esposti. Quel campo paramilitare
rappresentò uno degli episodi più confusi nella storia della
violenza politica in Italia nel corso degli anni Settanta. Secondo ricostruzioni
non ufficiali a partecipare all'azione furono anche membri dei servizi segreti
alle dirette dipendenze di colonnello Gian Adelio Maletti, a capo del reparto
D del SID (Servizio Informazioni Difesa), coinvolto in numerosi depistaggi
nelle indagini sulle frange armate della destra radicale se non addirittura
in fatti di strage. Per fermare un progettato colpo di Stato con base operativa
proprio a Pian del Rascino, Maletti avrebbe dato ordine di intervenire duramente
per bloccare i presunti golpisti.
Fu questa la fase finale dell'esistenza di AN, messa sotto processo e disciolta
nel 1976 per ricostituzione, ancora una volta, del partito fascista (nel
dicembre del '75 erano stati arrestati in un appartamento di Roma gli avanguardisti
Tilgher, Vinciguerra, Crescenzi e Di Luia e l'ordinovista Gubbini). Nemmeno
in quell'aula di tribunale furono messi in rilievo i rapporti tra l'organizzazione
e i pubblici poteri: sarebbe stato impossibile in quel momento. Ma se teniamo
conto che un altro grande esperto di trame occulte, il capitano del Sid
La Bruna, ammise che AN poteva essere considerata a tutti gli effetti a
completo servizio del Ministero degli Interni, il quadro generale che ne
risulta non è dei più confortanti. E' possibile ritenere,
insomma, che Avanguardia Nazionale abbia operato indisturbata fin
dai tempi degli scontri all'interno dell'Università di Roma, quando
si muoveva di concerto con il gruppo di ON e Nuova Caravella, fiancheggiando
non tanto l'eversione nera quanto quella promossa dallo stesso Ministero.
Lasciamo parlare di nuovo la relazione Pellegrino: "Dopo la prima stagione
dei processi per la ricostituzione del partito fascista e le condanne ai
vertici delle due organizzazioni, si è già ricordata la fase
nella quale aderenti di O.N. e A.N. riportarono condanne per reati associativi
e per episodi specifici che, al momento del loro accadimento, non erano
stati ricondotti alle predette organizzazioni. Ma le novità di maggior
rilievo per quanto concerne i profili di interesse e la competenza della
Commissione vengono da procedimenti in corso a Bologna (processo Italicus
bis) e a Milano (che dall'attività del gruppo La Fenice risalgono
fino alla strage di Piazza Fontana).
Le ricostruzioni istruttorie hanno confermato un disegno che nelle grandi
linee era già tracciato, e cioè quello di una sostanziale
contiguità tra O.N. e A.N., ma soprattutto della stabilità
dei rapporti di entrambe con settori dei servizi di informazione e alcuni
apparati militari, di un loro coinvolgimento già dalla fine degli
anni '60 (a livello operativo, cioè concretizzatosi attraverso fatti
delittuosi) nei progetti golpisti succedutisi fino al 1974. [...]
In particolare, l'inserimento a pieno titolo di O.N. nelle strutture dei
Nuclei di Difesa dello Stato, che sembrerebbe potersi affermare sulla base
delle risultanze degli accertamenti milanesi - induce a riconsiderare la
qualificazione dell'attività del gruppo mentre lo stesso numero degli
episodi di copertura e depistaggio accertati aggrava la qualità di
un collegamento con ambienti interni alle istituzioni che già nelle
istruttorie precedenti era risultato evidente. [...]
I rapporti di Avanguardia Nazionale con i servizi di informazione,
prima con l'Ufficio affari riservati, poi con il SID, hanno origini risalenti
agli anni '60, quando l'area di A.N., tramite il giornalista Mario Tedeschi,
fu coinvolta dall'Ufficio affari riservati del Ministero dell'Interno nell'attività
di affissione dei `manifesti cinesi', una campagna di attacco al partito
comunista apparentemente proveniente dalla sua sinistra. Tale attività
fu ammessa dallo stesso Delle Chiaie che la ricondusse ad una iniziativa
dell'Ufficio affari riservati, condivisa tatticamente da A.N. come valida
manifestazione di `guerra psicologica' nei confronti del partito comunista."[36]
A metà anni Settanta l'estrema destra italiana vive il periodo
di maggior difficoltà. Lo scioglimento di ON e AN con intervento
diretto di quello Stato che i neo-evoliani, chiamiamoli così, sentivano
in parte di dover difendere dall'assalto della modernità disgregatrice,
aveva rimesso in discussione in maniera forte alcune questioni di carattere
teorico. D'altra parte, nemmeno gli stessi rapporti con i settori deputati
al controllo, servizi segreti e uffici di informazione dell'esercito e dei
Carabinieri, sembravano improntati ad una felice collaborazione, fatto salvo
per la funzione di copertura che, comunque fosse andata, non sarebbe mai
stata fatta mancare da parte di quest'ultimi. La stessa sinistra extra-parlamentare
aveva cominciato ad abbracciare ipotesi di "attacco rivoluzionario"
allo Stato, a partire dalle prime azioni di sabotaggio in Pirelli, nel 1971,
a firma delle neonate Brigate Rosse. Bisognava insomma, in qualche modo,
salvare l'eredità ideale di ON, meglio ancora che di AN, organizzazione
creata, come abbiamo detto, più che altro per finalità di
carattere operativo. "In primo luogo furono costituiti numerosi `circoli
culturali' [vecchia abitudine, nda], `centri studi' e simili, allo scopo
di `tenere unito l'ambiente' e di garantire una copertura alle iniziative
dei militanti. Uno dei principali fu il `Circolo Drieu La Rochelle', fondato
a Tivoli da Paolo Signorelli, un veterano nelle file del MSI e fra i primi
ad aderire all'esperienza di ON, che svolse un ruolo di primo piano in questo
periodo e nella fase seguente. Vi era anche un bollettino `Anno Zero', di
cui cinque numeri furono pubblicati fra l'inverno e la primavera del 1974."
[37]
In un rapporto del 15 aprile 1996 consegnato alla Procura della Repubblica
di Brescia, nell'ambito del procedimento per la strage di Piazza della Loggia,
il ROS dei Carabinieri (Raggruppamento Operativo speciale - Reparto Eversione)
rispolvera un documento del Sid che mette in luce l'esistenza di un'organizzazione
denominata Ordine Nero. L'appunto dei servizi segreti contiene un'indicazione
precisa sulle origini del gruppo: Ordine Nero sarebbe stato costituito
direttamente dal Ministero dell'Interno per rendere precario l'equilibrio
politico nazionale, favorendo una rapida svolta a destra nel paese.
Il nuovo manipolo di sovversivi raccoglieva l'eredità delle formazioni
precedentemente sciolte, dunque Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale,
fondendole con gruppi minori. Per molto tempo poco o nulla si seppe di
Ordine Nero - data la quasi assoluta segretezza nella quale l'organizzazione
fu mantenuta - che, a distanza di anni, si spiegherebbe con l'intervento
autorevole dello stesso Ministero. "Il nucleo originario era a Milano,
dove poteva contare su un nocciolo duro di `evoliani' e di veterani di ON
e AN; si appurò poi che il gruppo consisteva di almeno sette unità
territoriali, fra cui la più attiva era probabilmente quella toscana.
Al gruppo sono stati attribuiti complessivamente, fra la fine del 1973 e
l'inizio del 1975, circa quarantacinque attentati. [...] A Ordine Nero
aderirono (o forse ne vennero assorbiti) altri gruppi minori, come le Squadre
d'Azione Mussolini (SAM, una sigla dal passato illustre) e La Fenice di
Milano, che, secondo recenti indagini, attiva dagli anni sessanta, sarebbe
stata nient'altro che la filiale milanese di ON, in stretti rapporti con
l'omologo gruppo veneto (Freda-Maggi) e con quello veronese (Massagrande-Spiazzi).
Vi erano poi legami operativi molto stretti con un'oscura organizzazione
attiva in Valtellina, il Movimento di Azione Rivoluzionaria (MAR) - legami
così stretti che anche alcuni militanti consideravano Ordine Nero
una sorta di braccio armato del MAR."[38]
Il MAR dell'ex partigiano Fumagalli, con contatti nei servizi segreti italiani
e statunitensi - per questi ultimi avrebbe lavorato addirittura nello Yemen,
era finanziato da industriali e uomini d'affari della Milano reazionaria
legata al movimento della Maggioranza Silenziosa [39].
Nel biennio 1970-'72 la formazione di estrema destra compì alcuni
attentati dinamitardi contro tralicci dell'alta tensione a cui seguirono
arresti e detenzione per gli organizzatori, quasi subito rilasciati per
prontamente ricominciare la loro infaticabile opera di sabotaggio ed eversione.
Si consuma negli anni Settanta il dramma di un paese lacerato da profondi
e insanabili contrasti politici e sociali. L'attivazione di Ordine Nero,
se prendiamo per buono il documento del Sid rinvenuto dai Carabinieri, doveva
creare proprio questo clima di costante instabilità e terrore che
avrebbe costretto qualsiasi governo in ginocchio. I poteri occulti che si
agitano in Italia in quel periodo, e che sarebbe troppo facile identificare
nella sola Democrazia Cristiana, controllano l'estrema destra per definire
meglio il loro statuto di dominio incontrastato. Il ruolo svolto dal Ministero
degli interni, i cui responsabili, tutti democristiani fino al 1994, erano
certo impegnati a soddisfare pienamente anche i desideri dell'alleato atlantico,
diventa cruciale proprio in quanto matrice di una sorta di impegno dello
Stato a servirsi di ogni mezzo necessario per mantenere inalterato il sistema
di potere, facendolo spesso oscillare tra un'ipotesi di rovesciamento definitivo
della costituzione democratica e una stabilizzazione interamente articolata
sul "centro" come perno insostituibile dell'equilibrio politico
nazionale.
Per ciò che concerne i militanti attivi e ben determinati al combattimento,
la loro percezione degli eventi e della prospettiva futura di lotta contro
il regime, le cose stavano in maniera leggermente diversa: "[...] siccome
noi vogliamo essere dei soldati politici e contribuire alla nostra causa
fino in fondo [...] ci prepariamo militarmente, in attesa che succeda qualche
cosa, cioè altre persone insieme a noi si muovono per instaurare
un nuovo governo militare di destra. [...] Ci preparavamo militarmente perché,
quando l'Italia fosse scesa in guerra civile, ci avrebbero trovati
pronti a difendere l'Italia, cioè le istituzioni della Repubblica."[40] Ancora più esplicito il giudizio
di Sergio Calore, camerata dell'ultima generazione trasformatosi in collaboratore
di giustizia, quando racconta dei progetti di Signorelli: "Fino a quando
non accadde l'episodio di Pian del Rascino [...] Signorelli disse sempre
che era possibile o addirittura imminente un golpe di destra durante il
quale avrebbero dovuto dare un contributo di fiancheggiamento...il progetto
politico di Signorelli...era questo: creare una situazione insurrezionale
in grado di provocare l'intervento di reparti militari regolari che di loro
iniziativa avrebbero effettuato il colpo di Stato, dentro il quale i nostri
gruppi avrebbero avuto la funzione di Guardie della Rivoluzione." [41]
E la rivoluzione tanto agognata sembrava alle porte. Ma dietro la speranza
ormai trentennale di un'ideologia lungamente covata tra le pieghe di una
presunta democrazia di popolo, si nascondevano le inquietudini di un sistema
di potere probabilmente sorpreso dalle decisioni incontrollabili della magistratura.
Lo scioglimento di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale
imposero la ricostituzione, in tutta fretta, di un nucleo di pressione che
potesse ancora rispondere alla vecchia strategia della guerra non ortodossa
proclamata contro i comunisti che stanno al di qua e al di là del
muro. Ordine Nero si inserisce perfettamente nel quadro che abbiamo
delineato fin qui; la sua funzione di contenitore clandestino dello scontento
e della rabbia di giovani desiderosi di imprese gloriose, imbevuti com'erano
di eroico furore, ottenne gli scopi desiderati, vale a dire il mantenimento
di una costante tensione sociale e l'inasprimento di quel senso di precarietà
e confusione che invase le strade e le piazze d'Italia, seminando incertezza
e sconforto nella maggioranza dei cittadini, massa inerme, e più
spesso inetta, da controllare e pilotare verso probabili soluzioni politiche
conservatrici. Tuttavia un sistema di potere si autoriproduce anche grazie
alle sue contraddizioni interne; e quello attivo nel nostro paese ne è
stato un buon esempio. Delocalizzando continuamente le loro funzioni di
comando, i centri occulti di potere in Italia, grazie al prolungato utilizzo
dell'eversione di destra come macchina per la produzione artificiale di
terrore, hanno governato indisturbati affidando alla politica "ufficiale",
quella del Parlamento e del governo per intenderci, il compito di garantire
la legalità delle istituzioni. Molti coloro che coprirono, dunque,
ed altrettanti quelli che non vollero vedere. "La sottovalutazione
della potenzialità eversiva dell'estremismo di destra ha fortemente
ritardato, al di là dello sforzo personale di alcuni singoli investigatori,
l'opera di ricostruzione organica delle sue articolazioni; e che tale sottovalutazione
possa essere attribuita a mera insipienza, appare fortemente opinabile nell'ambito
della generale valutazione di cui la Commissione è investita.
Che il fenomeno fosse irragionevolmente sottovalutato sia in sede investigativa
che in sede giudiziaria è comunque un dato di fatto, tragicamente
testimoniato dagli atti."[42]
A metà anni Settanta nell'ambito dell'estremismo nero comincia a
maturare la convinzione, subito divenuta certezza, che l'attacco allo Stato
costituisca l'unica maniera di portare a compimento una rivoluzione continuamente
differita, nel momento in cui i tempi apparivano maturi per realizzarla,
proprio dall'intervento proditorio di quegli apparati di governo con i quali
gli stessi soldati politici erano in stretto contatto. Un tradimento che
non poteva più essere tollerato. Una sigla dell'epoca, il FULAS (]Fronte
Unitario Lotta al Sistema) dà l'esatta dimensione del fenomeno
che andava maturando e che condurrà, come vedremo tra breve, alla
fase dello scontro armato. Il Fronte rivendicò numerosi attentati
compiuti tra Roma e la Sicilia nel 1975 e fu costituito essenzialmente per
ricompattare gli ordinovisti dispersi dallo scioglimento coatto dell'organizzazione,
a cui era seguito per i dirigenti il periodo buio della latitanza all'estero.
Comincia a farsi strada, come si legge nello stesso documento Pellegrino,
il progetto di ricercare un terreno comune a tutte le esperienze rivoluzionarie;
la lotta al sistema, infatti, è diventata la questione da dirimere
e chiarissima è ormai la scelta dell'opposizione violenta e risoluta
contro i poteri dello Stato.
Il 10 luglio del 1976 per mano di Pierluigi Concutelli ed Enzo Ferro viene
assassinato il giudice Occorsio, pubblico ministero al processo contro Ordine
Nuovo che continuava a condurre fitte indagini nell'area dell'estrema
destra. Il volantino di rivendicazione dell'omicidio rappresenta il nuovo
manifesto ideologico dell'eversione fascista: "La giustizia borghese
si ferma all'ergastolo, la giustizia rivoluzionaria va oltre. Il Tribunale
speciale del M.P.O.N. ha giudicato Vittorio Occorsio e lo ha ritenuto colpevole
di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica
perseguitando i militari di Ordine Nuovo e le idee di cui essi sono portatori."[43] La destra in armi passa drasticamente
all'azione mobilitando tutte le forze disponibili. Contemporaneamente all'esperienza
del circolo Drieu La Rochelle, di cui si è detto, vengono
attivati nuovi gruppi di militanti che gravitano attorno alle sezioni del
Msi. E' il caso, per esempio, del movimento Lotta popolare e di "Radio
contro" che a quel movimento doveva dare voce, la cui breve esperienza
si snoda in pochi mesi tra il 1975 e il 1976. Lotta popolare era
nato all'interno delle sedi del Msi nel quartiere romano del Prenestino;
espulsi quasi subito dal partito a causa del sostegno alla linea dura che
era emerso nel corso di numerose riunioni ed altrettante affissioni di manifesti
in città, i militanti della formazione nera cominciarono ad incontrarsi
nei locali di via Castelfidardo che in breve divenne punto d'incontro di
tutto l'ambiente della base giovanile oltranzista. Nel 1978 nei pressi della
sezione missina di Acca Larentia, nel quartiere Tuscolano, Francesco Ciavatta
e Franco Bigonzetti vengono uccisi dai sedicenti Nuclei armati per il
contropotere territoriale. Scoppia il caos: decine di attivisti e simpatizzanti
raggiungono via Acca Larentia assieme a giornalisti e televisione. Il clima
è tesissimo e i Carabinieri non riescono a contenere la rabbia dei
giovani presenti; nei tafferugli che seguono le forze dell'ordine perdono
completamente il controllo della situazione e si comincia a sparare da una
parte e dall'altra. Cade colpito a morte Stefano Recchioni, che di anni
ne ha appena diciannove, e la tragedia si consuma rapidamente. Il Movimento
sociale italiano fatica ad assumere una posizione politicamente definita
di fronte a fatti di tanta gravità, suscitando le ire di quanti già
avevano inasprito le critiche nei confronti del partito.
Per questo Lotta popolare potè coagulare da subito le insofferenze
della base, riattualizzando in fretta la matrice ordinovista della sua impostazione.
"Nell'ottica della ricostruzione delle dinamiche complessive della
destra eversiva di quegli anni giova mettere in luce che, anche secondo
la prospettazione di Signorelli [leader indiscusso del movimento assieme
a Guida, nda], Lotta popolare si muoveva (come osservò il pm nella
requisitoria del procedimento relativo alla ricostituzione di Ordine Nuovo)
lungo tre direttrici fondamentali: canalizzare ed aggregare i settori giovanili
più oltranzisti del mondo missino, fortemente critici dell'atteggiamento
morbido del partito; rivolgere un'attenzione più marcata al sociale
rispetto a tesi più propriamente politiche; proporre temi populisti
in funzione antiborghese e con l'intento di sollecitare le spinte ribellistiche
specie degli strati sociali territorialmente `ghettizzati'; superare i particolarismi
ideologici, con conseguente rifiuto di strutture rigidamente organizzate;
creare, infine, poli di dibattito intesi a ricongiungere elementi rivoluzionari
di diversa estrazione."[44]
E' necessario, in una parola, rivedere completamente l'intero assetto organizzativo
delle originarie strutture di ]Ordine Nuovo e la frammentata galassia
dell'estremismo fascista non cessa di ricomporre instancabilmente i suoi
quadri strategici. E' di quegli anni la costituzione dei GAO (Gruppi
di Azione Ordinovista), che sotto il controllo di Concutelli avrebbero
dovuto prolungare idealmente l'articolazione militare di ON. Si tratta di
strutture operative militarizzate composte da nuclei di tre persone al massimo
e caratterizzati da una rigidissima compartimentazione. I GAO, che raccoglievano
militanti di ON appartenuti alle formazioni romane, venete, perugine e toscane,
avevano compiti di tipo terroristico (attentati ai danni di funzionari di
Polizia, di magistrati o di esponenti del cosiddetto potere statale) e al
tempo stesso anche propagandistico (blocco di mezzi pubblici per effettuare
volantinaggi, assalto ad emittenti private) con scopi puramente dimostrativi.
Concutelli viene arrestato nel febbraio del 1977 e si interrompe così
bruscamente l'esperienza dei GAO. Assieme all'ordinovista, in via dei Foraggi
viene ferito ed arrestato anche Renato Vallanzasca che da tempo aveva stretto
rapporti con il gruppo di Concutelli; si constata in questa occasione l'esistenza
di un patto di alleanza siglato tra estrema destra e crimine locale. "L'esaltazione
della superiorità dell'individuo e della disuguaglianza come valore
in sé, unita al disprezzo dell'altro e della vita stessa, che costituisce
la valenza ideologica sottesa alla visione della realtà di tutto
l'estremismo di destra, non appaiono estranei al sistema di valori dei leaders
e degli appartenenti alle organizzazioni della criminalità comune,
specie romana."[45] Sintonia culturale
o intreccio di interessi che nasconde altre e innominabili attività?
L'affiancamento strategico, chiamiamolo così, tra estrema destra
e malavita - il caso della banda della Magliana resta esemplare [46] - suggerisce la presenza di una topografia
ancora in parte sconosciuta di poteri territoriali, e su scala maggiore
addirittura nazionali, che rappresentano la vera storia dell'Italia mai
raccontata.
Perduti gli originari punti di riferimento nelle organizzazioni un tempo
legali, quali erano state ON e AN, l'aggregazione interna all'estrema destra
si concentra nella costituzione di poli ideologici che attingono da una
o dall'altra esperienza. Le stesse persone possono appartenere a gruppi
diversi contemporaneamente, fermi restando alcuni riferimenti forti che
saldamente continuano a segnare il percorso, difficile e spesso pericoloso,
verso la rivoluzione, o comunque la si voglia chiamare. Signorelli, Delle
Chiaie, Fachini, Freda rimangono insostituibili fili d'Arianna nel labirinto
di una vita quotidiana percepita ormai come angosciosa ricerca di un punto
di fuga oltre il proprio stesso futuro. Cominciano in quel periodo ad emergere
nuove leve che presto manifestano tutto il loro fastidio nei confronti di
esperienze politiche consolidate e perciò stesso ritenute ormai improduttive.
Bisogna rompere con gli schemi del passato per delineare in maniera autonoma
una via concreta all'azione eversiva. E appunto "Costruiamo l'azione"
si intitolala testata giornalistica di cui uscirono 6 numeri pubblicati
tra fine '77 e tarda primavera del '79, su iniziativa di alcuni esponenti
storici del calibro di Signorelli e Semerari e di alcuni più giovani
allievi come Sergio Calore. Lo stesso Calore ha descritto le tre anime del
giornale che apparentavano modi di intendere la politica e il movimento
politico molto diversi tra loro: una componente classicamente ordinovista,
quella di Fabio De Felice, una componente riconducibile a Signorelli e Fachini
più attenta ai fermenti giovanili e una, quella dello stesso Calore
e del giovanissimo Paolo Aleandri, orientata al superamento definitivo dell'ideologia
fascista classica in favore di un ampliamento onnicomprensivo del disagio
e del sentimento di rivolta contro le istituzioni. "In realtà"
precisa Ferraresi nel suo puntiglioso lavoro di ricerca "era un gruppo
(un `movimento politico') guidato da veterani di Ordine Nuovo (De Felice,
Signorelli, Fachini) insieme con i membri della nuova generazione (Aleandri,
Calore). Sebbene i primi giocassero un ruolo cruciale nella nascita del
movimento e nel reclutamento dei militanti più giovani furono le
nuove esigenze che, almeno apparentemente, prevalsero, all'insegna della
`strategia dell'arcipelago'. Si rifiutò la soluzione `organizzativa'
a favore di una collaborazione `nei fatti' fondata sulla scelta di obiettivi
e azioni in cui numerosi gruppi potevano identificarsi. Il giornale dava
voce a questa ideologia contraria a ogni rigidità strutturale pretendendo
di essere non espressione di un'organizzazione politica, ma un `punto di
riferimento' di `area', un locus per il dibattito e la ricerca di
uno `spazio politico' che superasse gli angusti confini della destra tradizionale."[47]Li superasse talmente da poter pensare
alla costituzione di un unico, compatto fronte di lotta contro il sistema
assieme ai gruppi più radicali della sinistra, quelli di Autonomia
Operaia. Nella primavera del 1979 "Costruiamo l'azione" organizzò
addirittura, a Roma, un convegno sulla repressione al quale cercò
di invitare gli Autonomi, che ignorarono l'evento facendo così fallire,
in sostanza, il tentativo di accorpare due tensioni sociali e politiche
di grande rottura rispetto all'ordine composto della democratica Repubblica
dei partiti. Il tentativo di ricerca di consensi e di diffusione di idee
verso altri ambienti che non fossero quelli che la tradizione voleva praticati
rivela alcuni aspetti importanti nell'evoluzione della pratica politica
dell'estrema destra di quel periodo. "Organizzare ovunque è
possibile nuclei rivoluzionari di lotta al sistema." Era questa la
parola d'ordine per una generazione di disillusi ancora tenacemente aggrappati
alla convinzione, di evoliana memoria, che il soldato politico avrebbe
dovuto resistere comunque tra le macerie dell'Occidente al tramonto. L'esperienza
di "Costruiamo l'azione" si concluse a fine 1979, quando Calore
e De Felice furono arrestati ed in seguito condannati. Paolo Aleandri, che
era stato sequestrato da alcuni elementi più anziani del gruppo e
minacciato di morte a causa dei feroci dissidi interni sull'utilizzo dei
soldi provenienti da furti e rapine, finì in carcere poco dopo e
su pressione degli inquirenti acconsentì a collaborare fornendo un
importante contributo alla ricostruzione delle vicende dell'intera organizzazione.
Assieme a Calore, divenuto anch'egli collaboratore di giustizia, Aleandri
fornisce ai magistrati e alla Polizia una serie di inquietanti testimonianze
sulle attività di "Costruiamo l'azione". Da un lato, dunque,
come abbiamo già sottolineato, una costante tensione al "raggruppamento
ideologico" trasversale per mettere insieme forze anche di segno opposto
ma organicamente definibili nella loro tensione anti-sistema; dall'altro
una metodologia di autofinanziamento, principalmente rapine, che mise il
gruppo in condizione di avere frequenti contatti, fino alla commistione,
con la criminalità comune; queste due caratteristiche essenziali
di quello che sarebbe stato definito lo "spontaneismo armato"
in realtà non spiegano completamente l'atmosfera politica che si
respirava allora e la decisione di trasformare la propria vita in una sorta
di corsa continua contro la morte, mettendo a rischio l'incolumità
dei compagni di viaggio e di tutti coloro che si trovarono coinvolti loro
malgrado negli episodi di violenza metropolitana di quel periodo. L'ombra
della piramide, tanto per evocare un'immagine spesso utilizzata per rappresentare
almeno una parte del potere occulto che ha governato l'Italia a partire
dal 1948 in poi, riappare nelle mezze luci di anni che sembrano così
lontani.
"Aleandri (che all'epoca era poco più che adolescente) sostenne
che De Felice lo aveva incaricato di tenere i contatti con Licio Gelli,
aggiungendo di essersi più volte trovato nell'anticamera di Gelli,
all'Excelsior di Roma, a fianco di personaggi come il generale Miceli e
Ortolani, e di aver visto un ministro della Repubblica fare anticamera per
sottoporre al Venerabile le bozze di un decreto economico [...]. Più
tardi, `vi fu addirittura un diverbio molto duro tra me e De Felice [...]
In presenza di Semerari, di Fachini e Signorelli, chiese nuovamente di amministrare
i proventi delle rapine e disse a Calore che lui ed io eravamo dei ragazzini
irresponsabili e che era vero quanto gli contestava Calore e cioè
che loro [...] stavano tentando l'operazione di salvataggio del costruttore
Genghini, per riceverne riconoscenza dagli ambienti politici legati al costruttore.
Fu a questo punto che in me e Calore iniziò una riflessione seria
sui rapporti tra noi ed il gruppo di De Felice e tra questo e Gelli e su
una ipotesi di una nostra strumentalizzazione inconsapevole ad opera di
De Felice [e non come sempre assicurato da De Felice, una strumentalizzazione
di Gelli da parte nostra]"[48] Esponenti
dei servizi segreti (addirittura il generale Miceli direttore del Sid, Servzio
informazioni difesa, dall'ottobre 1970 al luglio 1974), finanzieri dalla
dubbia reputazione (Umberto Ortolani, attivo collaboratore di Gelli, a sentire
la rivista "Maquis" addirittura ex agente del controspionaggio
militare italiano [49], ha per lungo
tempo prestato la sua preziosa opera di consulente in Argentina, dove è
presto diventato anche proprietario del Banco Financiero Sudamericano),
ministri della Repubblica: è questo l'incredibile mondo dentro al
quale si muove il diciottenne Aleandri, tutto impregnato di sacro furore
rivoluzionario o, forse, di un più prosaico stato di incertezza e
malessere personale. Ma ciò che davvero scuote le certezze del ragazzino-guerriero,
che aveva perfettamente compreso i disegni poco limpidi e gli strumentali
interessi politici del tutto estranei a qualsiasi progetto di destra rivoluzionaria,
è la campagna di attentati che era stata minuziosamente preparata
per quell'anno. Il conflitto stava assumendo proporzioni inaspettate.
L'innalzamento del livello dell'attacco avvenne attraverso la costituzione
di una sorta di braccio armato di "Costruiamo l'Azione" cui appartenevano
gli elementi più decisi della rivista. Fu chiamato Movimento Rivoluzionario
Popolare (MRP) e realizzò due campagne principali di attentati,
una nel 1978 ed un'altra nel 1979. Secondo la testimonianza di Calore in
Corte d'Assise a Bologna, la prima campagna fu progettata di Massimiliano
Fachini con il preciso intento di verificare una certa disponibilità
generale da parte dei camerati più impazienti e certamente più
riottosi, a mettere in atto una strategia specificamente rivolta contro
i simboli del potere dello Stato. "Gli attentati non dovevano essere
rivendicati, al fine di `diffondere le nostre idee anche in circoli che
avrebbero potuto rifiutarli se ne avessero saputa la provenienza'. Ebbe
successo: `in un paio di mesi, noi come gruppo realizzammo direttamente
una quindicina di attentati al massimo, ma in realtà ne furono compiuti
da altri gruppi che si accodarono alla campagna [...] almeno una sessantina.
Quindi sostanzialmente verificammo la disponibilità di un certo tipo
di area di seguire delle direttive che arrivavano anche in maniera così
indiretta'."[50]
La seconda campagna partì all'inizio della primavera dell'anno successivo,
e questa volta con la rivendicazione MRP per ogni singolo attentato e l'utilizzo
nell'intestazione dei volantini del logo con mitra e vanga incrociati. Il
20 aprile una carica esplosiva deflagrò davanti al portone della
sala consigliare del Campidoglio; il 15 maggio circa 55 chili di potente
esplosivo vennero fatti brillare nelle vicinanze del carcere di Regina Coeli;
il 4 maggio davanti al Ministero degli Esteri un'altra carica esplode fortunatamente
senza recare danni a persone; il 20 maggio un'auto imbottita di dinamite
venne parcheggiata nei pressi del Consiglio Superiore della Magistratura
in occasione di un raduno internazionale degli Alpini organizzato nella
piazza antistante: si tratta dell'attentato più grave approntato
da questo piccolo gruppo di giovani terroristi e resta anche l'episodio
più controverso nella memoria dei testimoni. "L'esplosione era
stata originariamente progettata in ora notturna, quando la piazza sarebbe
stata deserta; non è chiaro chiaro chi e perché spostò
l'ora della deflagrazione. Uno degli attentori (M. Iannilli) affermò
di aver posto alcuni pezzi di cartoncino fra i contatti del timer, allo
scopo di impedirne il funzionamento. Ma nessun cartoncino fu trovato dagli
investigatori, e, in effetti, il ]timer scattò non appena
la polizia lo mise in funzione. Questo più l'enorme quantità
di esplosivo impiegato, convinsero la Corte che non si trattava di un semplice
gesto dimostrativo."[51] L'episodio
dello spostamento dell'ora dell'esplosione, che ci avrebbe fatto ricordare
oggi anche la strage del 20 maggio in aggiunta alle numerose altre che hanno
tragicamente segnato la storia del nostro paese, e il fatto stesso che l'operazione
sia poi in qualche modo rientrata evitando un vero e proprio spargimento
di sangue, spingono alcuni militanti, tra cui Aleandri, a ripensare lungamente
al significato del loro coinvolgimento politico ed ideologico in una battaglia
che appariva sempre più diretta dall'esterno, da forze oscure che
nulla avevano a che vedere con la missione, impossibile e per questo affascinante
nella sfida che lancia, del soldato politico pronto a battersi contro
il potere costituito.
"Costruiamo l'Azione" e il suo braccio armato, MRP, si mossero
dunque sul versante che conduce un'esperienza di movimento, con una base
intellettuale che si poteva presumere consistente, allo spontaneismo armato
di sapore rivoluzionario per il quale il gesto dimostrativo non aveva alcun
legame, e non poteva averlo per definizione del resto, con il disegno stragista.
Ma l'infiltrazione di occulte strategie di controllo, così come ampiamente
dimostrato dalla storia cinquantennale della Repubblica e da centinaia di
faldoni processuali, non smetteva di costruire e ricostruire la composizione
ambigua dei gruppi dell'estrema destra orientandoli ad azioni finalizzate
alla logica del colpo di Stato permanente. Una linea sottile di continua
destabilizzazione che condusse al terribile evento della bomba alla stazione
di Bologna e segnò irrimediabilmente quegli anni, convincendo molti
a radicalizzare ancora di più il rifiuto verso forme di organizzazione
che non implicassero una diretta ribellione autonoma, e marcatamente individuale,
una violenza liberatoria e autodistruttiva. E solo questa violenza sembrava
poter affrancare le coscienze, frammentandosi in decine di esperienze diversificate
ed incoerenti che traevano forza proprio dalla loro incapacità di
essere compiutamente definite.
"`Sono e mi chiamo Fioravanti Giuseppe Valerio, nato in data 28-3-1958
a Rovereto (TN), residente a Roma in via del Tritone nr. 94, celibe, diploma
di maturità scientifica, studente, già condannato'. Alle 16,45
del 7 febbraio 1981, nell'ospedale civile di Padova, comincia il primo interrogatorio
di Giusva Fioravanti davanti al procuratore di Padova Aldo Fais e al sostituto
procuratore Vittorio Borraccetti."[52]
Figura emblematica degli anni dello spontaneismo armato, Fioravanti rappresenta
l'anima tormentata, e nerissima, dell'ultimo neofascismo di marca guerrigliera.
Assieme al fratello Cristiano, a Francesca Mambro, inseparabile compagna
di vita ed altrettanto determinata ed aggressiva militante di trincea, ad
Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi ( che verrà ucciso durante la
rapina all'armeria Centofanti di Roma, nel marzo del 1978) Giorgio Vale,
Gilberto Cavallini, Giuseppe Valerio diede vita ai NAR (Nuclei Armati
Rivoluzionari), una sigla coniata dalla stessa Mambro con il dichiarato
intento di un suo ampio utilizzo da parte di chiunque avesse voluto riconoscersi
in una posizione rivoluzionaria ed anti-sistema. "E in effetti numerosi
gruppi, unità, o anche semplici aggregazioni estemporanee ne fecero
uso per rivendicare un'infinità di azioni in tutto il paese, pur
restando Roma l'epicentro del fenomeno. La loro escalation è impressionante:
vi furono 29 attentati rivendicati nel 1978, 43 nel 1979, 32 nei primi sei
mesi del 1980."[53]
Per raccontare coerentemente la storia del poco più che ventenne
Giusva e della banda di temibili profeti del terrore che gli stava attorno,
è utile riportare le dichiarazioni rilasciate da Fioravanti nel 1989
dinanzi alla seconda Corte d'assise d'appello di Bologna: "Le nostre
capacità militari erano molto cresciute, il nostro esempio era stato
seguito, e ci faceva piacere, era giusto che la ribellione fosse violenta
e il più diffusa possibile. Ma era sciocco e particolarmente brutto
che tutto questo si limitasse allo spararci tra ragazzi di 18, 19, 20 anni.
Si creò così il problema di come costringere l'ambiente ad
una inversione di tendenza, ma questo era difficile, perché noi ci
siamo sempre battuti per `degerarchizzare' i nostri gruppi: non volevamo
che i ragazzi della nostra età dipendessero dalle direttive di partito
o dai libri di filosofia, volevamo che ognuno ragionasse con la propria
testa. Ma occorreva perseguire l'obiettivo di finirla con gli scontri tra
opposti estremismi giovanili.
Questa esigenza che nasceva in me, Cristiano, Francesca e Alessandro, era
stata prospettata già da diversa gente (Franco Freda, Sergio Calore,
Paolo Signorelli), ma in noi derivava da una considerazione etica, umana,
affettiva, mentre per gli altri era un'esigenza tattica, di strategia, studiata
a tavolino. Noi avvertivamo sul piano umano e sentimentale l'incongruenza
del lottare fra giovani, ma c'era chi in altri gruppi prospettava la stessa
necessità su una piattaforma strumentale. [...]
Sembra contraddittorio, ma si riproponeva lo stesso schema del rapporto
fra me e mio fratello: dovevamo dimostrare che se volevamo il sangue altrui
eravamo capaci di sparare, che se si voleva continuare ad ammazzarci tra
noi, a livello di macellai, eravamo in grado di farlo. [...]
Il messaggio verso destra era che dovevano finire le sparatorie del sabato
sera, fatte da gente che faceva male al prossimo solo per poterlo raccontare
al bar, alle ragazze o in discoteca. Chi era in grado di impegnarsi più
seriamente ci avrebbe seguito, e si sarebbe così operata una `scrematura'.
A quel tempo l'obiettivo era la borghesia: i cialtroni avrebbero dovuto
essere spiazzati dal nostro salto di qualità, e si sarebbe così
emarginata la componente più teppistica dell'ambiente." [54]
Dunque, nei ricordi di Fioravanti che si andavano lentamente svolgendo davanti
ai magistrati, l'esperienza dei NAR appare il prodotto schietto di una ribellione
maturata per strada, di un malessere diffuso che aveva attecchito negli
strati sociali della media e alta borghesia romana, incline a riconoscere
come obiettivo addirittura il proprio stesso ceto. Frutto di un'esigenza
che maturò da considerazioni "etiche, umane, affettive",
la lotta armata contro il sistema - quasi mai si identifica nello Stato
il vero nemico, la conflittualità sembra potersi, e doversi, esprimere
nel rifiuto radicale addirittura di un'intera cultura e di un intero modo
di vivere - è espressione al tempo stesso della potenza individuale
che richiama il sangue come vincolo del rapporto, perverso ma necessario,
che stabilito con l'altro da sé in quanto avversario, e dell'impellenza
al ricorso ad una vera e propria linea di fuoco non tanto per imporre un
nuovo ordine sociale ma piuttosto per sradicare violentemente quello presente,
un mondo che non si capisce più; davvero le rovine fumanti dell'occidente
al tramonto sulle quali veglia il soldato politico evocato negli
scritti di Evola molti anni prima.
Tuttavia non andò esattamente così e lo stesso Fioravanti
ne è probabilmente ben consapevole. Cito testualmente da un lavoro
di Gianni Flamini che è la ricostruzione attenta e straordinaria,
per completezza di particolari, di un intero periodo della nostra storia
nazionale ancora pieno di ombre che oscurano la verità, nonostante
essa giaccia appena oltre la linea di visibilità tracciata davanti
al nostro sguardo per impedirci di conoscere: "Il movimento nazionalrivoluzionario
è in via di grande potenziamento organizzativo, quella dei NAR risulta
essere una delle sue molte sigle. Scriverà a suo tempo il pubblico
ministero di Roma Pietro Giordano: `Centro gravitazionale della complessa
attività politica eversiva è stata la sede del FUAN sita in
via Siena a Roma, intorno alla quale, nella medesima città e in altre
del territorio nazionale, gravitavano poli di sovversione diversi ma collegati...Un'organizzazione
articolata in gruppi i quali, pur mantenendo una formale autonomia strutturale
e operativa, agivano nel comune intento di porre in essere una capillare
azione di violenza e intimidazione ai fini di terrorismo ed eversione dell'ordinamento
politico. Tra tali gruppi si era instaurato un perenne contatto, non solo
sul piano ideologico e politico ma anche sul piano strettamente operativo,
essendo invalsa una ripetuta prassi di interscambio di uomini e mezzi, talora
spinta al punto di realizzare una convergenza con altri movimenti politici
- pur sempre omogenei sul piano ideologico - come ad esempio Terza Posizione
o Avanguardia Nazionale."[55]
Si trattava, insomma, di un'organizzazione vasta e articolata i cui centri
più attivi risultavano essere il Lazio e il Veneto, particolare quest'ultimo
che a distanza di oltre vent'anni è stato ampiamente confermato dall'inchiesta
del giudice Salvini sulla strage di Piazza Fontana. Una sorta di federazione
di gruppi, non tutti necessariamente armati, che hanno alle spalle un'unica
regia, la stessa che riportava in sé la memoria di un passato mai
scomparso, come abbiamo cercato di dimostrare in queste pagine. "I
`soldati politici' che ne fanno parte" continua Flamini "provengono
spesso, tralasciando la diffusa militanza nel MSI, da vecchi gruppi terroristici
come Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, che hanno di nuovo stabilito
un'alleanza operativa. Non a caso proprio in questo momento Ordine Nuovo
ripropone la propria firma in calce a documenti definiti `fogli d'ordini'."[56] Il primo foglio d'ordine è datato
marzo 1978 e può essere ritenuto, senza stabilire inutili quanto
gratuite analogie, una risoluzione strategica dell'estremismo nero dell'epoca.
Flamini utilizza, a tale proposito, gli "Atti del Tribunale penale
di Rovigo": "A oltre 4 anni dallo scioglimento, 4 anni densi di
persecuzioni e di lotte, il Movimento politico Ordine Nuovo ha dimostrato
di saper portare avanti, anche nelle condizioni difficili della clandestinità,
la rivoluzione culturale e politica iniziata 30 anni or sono...Il mito del
MPON è più forte che mai...[...] Gli spacciatori di droghe
ideologiche democratiche, e di marxismo in particolare, hanno il compito
di instupidire e castrare i nemici potenziali del sistema...Dobbiamo prendere
piena coscienza che siamo i portatori del seme prezioso da cui sorgerà,
sulle rovine del mondo borghese-marxista, la nuova civiltà. Ma, convinti
che la miglior difesa sia l'attacco, [corsivo mio, nda] dobbiamo chiamare
a raccolta tutte le forze disponibili per attaccare il sistema. Solamente
un nuovo blocco storico potrà essere capace di portare avanti la
rivoluzione culturale, politica, sociale, necessaria a contrastare il tentativo
trasformista di stabilizzazione e di conservazione del sistema posto in
essere con il compromesso storico...Si deve riconoscere negli autonomi una
potenziale forza antisistema...E' opportuno seguire con attenzione il fenomeno,
evitare lo scontro diretto, partecipare con sigle differenziate a iniziative
comuni...La lotta armata è la sola garanzia contro i campi di concentramento
di Dalla Chiesa e il confino di Cossiga."[57]
Questo ed altri documenti furono sequestrati dalla Polizia di Rovigo, durante
la perquisizione dell'appartamento di Gianluigi Napoli, neofascista dichiarato.
Al processo intentato a suo carico il camerata veneto verrà assolto
poiché "l'accertamento della provenienza tipicamente fascista
dei documenti sequestrati a Napoli non è sufficiente per poter affermare
che egli appartenga all'associazione...La semplice coincidenza delle proprie
idee con quelle di Ordine Nuovo non costituisce reato..."[58]
L'atmosfera di allora pare commentarsi da sola. Da una parte una direzione
strategica con un progetto militare di attacco frontale alle istituzioni
e dall'altra la sostanziale impunità riservata ai militanti della
destra radicale, di cui Napoli è l'esempio certo meno famoso: in
questo quadro politico e sociale si muove Giusva Fioravanti con i suoi.
E non è il solo.
Già in attività fin dal 1977, nella famosa sede di via Siena
8, l'originario gruppo FUAN (Fronte Universitario di Azione Nazionale)
da cui presto nasceranno i NAR, non è l'unica espressione del disagio
dei giovani fascisti del '77 e del più ampio schieramento che adombrava
una strategia di azione ben più allargata. Anche Terza Posizione
prende corpo come gruppo e come testata all'inizio del 1979, dopo alcuni
attentati rivendicati l'anno precedente con lo stesso simbolo. I leaders
di TP sono Roberto Fiore (fondatore ed animatore della formazione di
estrema destra Forza Nuova, di cui ampiamente dirà Claudia
Cernigoi nel suo saggio) e Gabriele Adinolfi. L'organizzazione che, come
si è detto, pubblicava con lo stesso nome un giornale, raccoglieva
l'eredità del gruppo Lotta Studentesca, in quel periodo ormai scomparso,
che aveva fatto riferimento a Paolo Signorelli, ideologo rappresentativo
della destra estrema. TP poteva contare sull'appoggio anche di Franco Freda
ed aveva sicuramente stretti rapporti con i vecchi militanti di Avanguardia
Nazionale; si sarebbe detta, infatti, una delle tante microstrutture
attivate per meglio servire la causa della rivoluzione nazionalpopolare.
"Né con Marx, né con la Coca Cola", potremmo riassumere
citando uno slogan che andava per la maggiore sui muri di alcune città
italiane. Terza Posizione rivendica l'assoluta estraneità
ideologica rispetto "al fronte rosso e alla reazione", per usare
la loro stessa terminologia, a favore di una guerra, o guerriglia che fosse,
serrata contro le strutture repressive dello Stato con particolare attenzione
all'interessante vivaio rappresentato dalla scuola, che fu in effetti terreno
propizio di reclutamento. In una prima fase della vita del gruppo, a seguito
di un serrato e difficile dibattito interno sull'alternativa organizzazione
o spontaneismo, prevalse l'idea per la quale lo scontro generalizzato proposto
ed attuato dai NAR non poteva risolvere nell'immediato uno scontro che soltanto
una scelta unitaria avrebbe potuto concludere vittoriosamente.
"Il livello complessivo del dibattito era abbastanza elementare, al
di là dei rituali e più o meno precisi riferimenti ad Evola,
come del resto ci si può aspettare da un'organizzazione in cui la
maggior parte dei membri erano poco più che adolescenti.
Terza Posizione si diffuse con straordinaria rapidità. Benchè
attivo soprattutto a Roma, il movimento ebbe un'organizzazione a livello
tendenzialmente nazionale, con basi nel Nord e nel Triveneto, nelle Marche,
Umbria, nel Sud e in Sicilia. La cellula elementare era il cuib (nido)
un termine che riprendeva il nome della struttura di base della Guardia
di Ferro."[59]
All'interno del gruppo "legale", quello che ufficialmente poteva
presentarsi alle iniziative pubbliche, partecipando a dibattiti o semplicemente
diffondendo idee e materiali, esisteva una struttura occulta, il nucleo
operativo, così era chiamato, completamente clandestino, che aveva
il compito di provvedere alla raccolta di armi e di sussidi finanziari utilizzando
la consueta tecnica delle rapine e dei furti. Ma non era tutto: "A
un più alto e segreto livello vi era la `Legione' (ancora Codreanu),
`l'aristocrazia dell'aristocrazia', che avrebbe dovuto diventare la classe
dirigente dopo la vittoria della rivoluzione. Il leader carismatico della
Legione, Peppe Di Mitri, personaggio con illustri trascorsi per furti e
rapine, era stato figura eminente in AN e stretto collaboratore di Delle
Chiaie, il che ha indotto molti osservatori a postulare uno stretto rapporto
fra le due organizzazioni (addirittura che TP fosse una mera filiazione
di AN)."[60] Per portare a compimento
la rivoluzione era necessario che i giovanissimi militanti fossero educati
alla ribellione ed alla illegalità diffusa: si sarebbe resa indispensabile,
a tal fine, una struttura di comando che fosse realmente capace di dare
voce all'ideologia dell'organizzazione e di selezionare gli elementi migliori
per costituire quel ristretto gruppo di "eletti" destinati a conquistare
il potere. Nel corso del 1979 si tenta davvero di raggiungere almeno una
parte degli obiettivi prefissi, ampliando ed aumentando i nuclei sul territorio
ed occupando, materialmente, i luoghi fisici dello spazio cittadino che
si intendeva conquistare - scuole, quartieri - senza alcun riguardo per
tutti coloro che potevano essere considerati nemici della causa. "Alla
fine degli anni settanta TP poteva contare su alcune migliaia di militanti
e simpatizzanti nella sola Roma, in particolare nelle scuole delle classi
medio-alte."[61]
Percorsa in senso verticale e trasversale da un'ideologia combattente che
non conosce soste, Terza Posizione esalta la centralità del
momento operativo, l'atto del combattere come dimensione appagante per il
legionario, la massima valorizzazione del guerriero e del capo in particolare
e la combinazione, necessaria quanto può essere l'acqua per placare
la sete, tra obbedienza ed azione individuale. La Commissione parlamentare
per il terrorismo ripropone alcuni brani significativi di un documento redatto
da TP che si intitola "Posizione teorica per un'azione legionaria":
"Tenere presente sempre, in ogni istante, che le gerarchie nascono
sul campo e non a tavolino, che un ordine è una cosa seria e non
un moto di presunzione. Che obbedire ad un ordine dato da un capo squalificato
è disonorevole e disdicevole per chiunque. Credere nella gerarchia,
degli uomini e dei valori, è cosa troppo seria ed importante per
dare via ad una scimmiottatura del concetto. Meglio l'anarchismo di destra
- secondo l'indicazione evoliana di cavalcare la tigre, in cui ognuno lotta
per se stesso, per qualificarsi esistenzialmente - che scimmiottare il fascismo
o il nazionalsocialismo senza capi degni di questo nome...L'azione non ha
da essere né lecita né illecita, semplicemente queste sono
categorie a noi estranee dalle quali bisogna prescindere. L'azione ha da
essere giusta, ha da essere qualificante e trascinante."[62]
Sollecitare il ribellismo movimentista, cercando di irregimentarlo in un'organizzazione
verticistica con fortissime connotazioni militari: sembra questo il punto
d'arrivo della strategia di TP. Il progetto è destinato a fallire
molto presto: a Roma, il pomeriggio del 14 dicembre 1979, Giuseppe Di Mitri,
detto Peppe, Roberto Nistri, rispettivamente leader carismatico indiscusso
della Legione e capo militare del "nucleo operativo", e Alessandro
Montani vengono intercettati e catturati dagli agenti della Digos mentre
stanno scaricando una cassa di cartone piena di bombe a mano davanti al
seminterrato del civico 130 di via Alessandria. "All'interno del seminterrato
gli agenti rinvengono parecchio materiale: divise da ufficiali dei carabinieri
e della finanza, fucili winchester, esplosivo al plastico e polvere nera,
carte d'identità, patenti rubate e volantini propagandistici."[63]
L'arresto dei due elementi di spicco di TP, attorno ai quali si raccoglievano
gli altri militanti, determina uno stato irreversibile di crisi. Fiore e
Adinolfi, tutt'altro che uomini d'azione, si vedono costretti ad affidare
il "nucleo operativo" al giovane Giorgio Vale che si è
distinto per capacità e determinazione in precedenti azioni al fianco
di Nistri. Vale si sostituisce rapidamente ed efficacemente al suo precedessore
all'interno del braccio armato di TP; sotto il suo comando l'attività
criminosa diventa metodo: rapine in banca e furti nelle abitazioni di facoltosi
professionisti fruttano in pochi mesi a TP più di settanta milioni.
"Giorgio Vale cura personalmente la preparazione degli alt