Epurazione e continuità delle classi dirigenti dal 1943 al 1953

a cura di Matteo Dominioni

1. Oggi si hanno sufficienti fonti che dimostrano come la punizione dei reati fascisti si sia conclusa con un nulla di fatto. Nonostante i processi e le condanne fossero all'ordine del giorno nel periodo tra il 1943 e il 1947, lo spostamento dei poteri giudicanti alla magistratura ordinaria, che avvenne il primo gennaio 1948, fu sufficiente a rendere inutile il lavoro svolto fino a quel punto. Gli unici risultati significativi si devono alle commissioni alleate, che operarono fino a tre mesi dall'avvenuta liberazione, e alle Corti d'Assise straordinarie previste dal decreto legislativo luogotenenziale numero 142 del 22 aprile 1945. Gli altri istituti creati per applicare le Sanzioni contro il fascismo si dimostrarono poco laboriosi per varie ragioni: alle commissioni provinciali talvolta prendevano parte elementi in continuità col vecchio regime; il boicottaggio era tale per cui non c'erano carta e penna con cui trascrivere gli atti, e mancava la "Gazzetta ufficiale" che recava gli aggiornamenti della legislazione; i contrasti politici allontanavano gli esponenti meno pragmatici, e di conseguenza spesso le commissioni si scioglievano.
L'azione epurativa degli alleati non deve sorprendere né essere sottovalutata. Il Poletti si dimostrò più decisionista di quasi tutti gli italiani, eccezion fatta per Scoccimarro, non per cattiveria personale, o per rancore verso i traditori del suo paese d'origine, ma perchè una efficace epurazione veniva chiesta dai suoi superiori. L'Italia infatti sarebbe stata il banco di prova per le successive misure da prendere verso i nazifascisti in Francia e Germania. Anche se con la Liberazione l'atteggiamento degli angloamericani cambiò e, soprattutto in relazione all'epurazione nelle imprese private, divenne gradualmente difensivo della vecchia classe dirigente, non è possibile attribuire a loro responsabilità che sono italiane. Ha ragione Alessandro Galante Garrone nel dire che "se non si imboccò la strada di un'autentica epurazione, dobbiamo incolpare soprattutto noi stessi. Riconosciamolo, senza veli pudibondi"[1].
Le Corti d'Assise straordinarie si pronunciarono per un numero di casi presumibilmente tra i 20.000 e i 30.000[2]. I procedimenti penali pertanto si tennero e se ne sentì l'eco sull'opinione pubblica. Le Corti erano composte da presidenti coinvolti il meno possibile col regime fascista e da una giuria popolare scelta da una lista fornita dal Comitato di Liberazione Nazionale. Non erano veri e propri tribunali popolari ma la presenza del popolo era significativa nei processi per più ragioni: i fatti di cui erano chiamati a rispondere gli imputati erano quelli più efferati e che maggiormente avevano formato l'antagonismo della gente verso il regime nazifascista; le aule dei tribunali molto spesso erano colme di persone che "animavano" i processi; il giudizio veniva espresso da una giuria antifascista. Nei tre anni di vita delle Corti, che operarono dal 1945 al 1947, intervennero alcune modificazioni, prima per farle diventare a-fasciste, in seguito per eliminarle ed includerle nella magistratura ordinaria e non speciale. Una volta scippati della partecipazione popolare, e di conseguenza competenza della sola magisratura ordinaria, i procedimenti verso i fascisti non furono più seguiti e si ridussero ad innumerevoli ed indiscriminate concessioni di amnistia, di attenuanti e di formule dubitative. La magistratura, in quanto organo non defascistizzato, divenne uno strumento per assolvere il fascismo.
Se l'esempio degli angloamericani si è prestato per porre una prima discriminante tra le responsabilità italiane e non italiane, l'esempio delle CAS permette di rilevare un'ulteriore differenziazione tra italiani antifascisti e italiani post-fascisti. Gli italiani post-fascisti sono i funzionari ministeriali, i magistrati e tutti coloro i quali ebbero la possibilità di intervenire nell'aiutare i giudicandi. La continuità della classe dirigente in Italia si desume anche da questi personaggi di minore caratura ma con influenze all'interno degli organi dello Stato, persino quelli che avrebbero dovuto punire i colpevoli.
La continuità della magistratura durò almeno fino alla fine degli anni '60. La repressione che si scatenò contro il movimento operaio, che nel 1969 ottenne significativi risultati, è palesemente visibile nelle decine di migliaia di denunce contro le lotte. I magistrati erano, per ovvie ragioni anagrafiche, proprio quelli che fecero carriera da giovani durante il fascismo e che recepirono il regime in quel modo che contraddistingue molti dei giovani cresciuti durante il ventennio.

2. Il periodo dell'epurazione potrebbe essere comparato, in maniera provocatoria, con il Risorgimento. Dopo l'Unità d'Italia i garibaldini non furono accettati nell'esercito, al contrario i militi del disciolto esercito dei Borbone entrarono a pieno titolo nelle forze armate perchè ritenuti più affidabili degli scavezzacollo dalla camicia rossa. Lo stesso avvenne l'indomani della Liberazione. I partigiani entrarono nelle istituzioni del controllo sociale e della repressione in numero insignificante. La maggior parte tornò "a vita privata" ed ebbe insignificanti riconoscimenti. Nelle istituzioni dello Stato verso cui non c'era stata un'opposizione armata l'ingresso degli antifascisti divenne ancora più difficile. L'amministrazione, dal corpo diplomatico ai ministeri alle prefetture, rimase impregnata di funzionari che avevano fatto carriera durante il regime fascista.
La continuità durante il periodo post-unitario era rappresentata dalla piemontesizzazione, nel secondo dopoguerra viene impersonificata, oltre che dalla geopolitica filoamericana di De Gasperi, dalla miriade di italitaristi che aiutarono gli ex fascisti, i quali non erano diversi da loro se non per il fatto ch'erano stati più sfortunati. Una buona parte del boicottaggio verso l'epurazione venne perseguito da anonimi che potevano affondare la loro longa manus negli archivi.

3. Nella ricostruzione capitalistica la continuità dei soggetti detentori di capitale privato è stata assoluta e maggiore di quanto sia avvenuto nelle istituzioni pubbliche. Non si giudicarono i profittatori del capitalismo monopolistico di stato e dellí imperialismo. La classe dirigente antifascista accettò una ripresa economica in continuità con il fordismo, anzi si perfezionò l'organizzazione scientifica del lavoro affidandosi alla eterodirezione capitalistica. Gli unici che si contraddistinsero per la fermezza espressa nel difendere l'operato dei Comitati di Liberazione d'Azienda furono gli azionisti.
Il miracolo economico ampliò in Italia, come ragionevole riflesso dello sviluppo neo-capitalista mondiale che portò all'alto fordismo, la caratterizzazione dei rapporti di produzione che avevano preso forma durante il ventennio fascista. Questo fu dovuto all'avere preso le distanze solamente, ed in modo parziale, dai fatti più criminosi della gestione in regime di occupazione. La conseguenza di questa condanna parziale fu l'assoluzione del cosiddetto "coorporativismo fascista" che divenne la legittima base di partenza per riprendere a produrre. L'allegoria narrata da Antonio Gramsci in "Americanismo e fordismo" non servì a far comprendere "la degradazione del lavoro" realizzata da Ford ed in seguito esportata.

4. Nel periodo post-insurrezionale le repressioni verso i partigiani furono all'ordine del giorno. L'amnistia, pensata per tutelare oltre i molti fascisti anche molti ex-combattenti, venne disattesa poichè i partigiani vennero chiamati a rispondere di reati comuni e non politici. Nonostante manchi uno studio completo su questo fenomeno, l'epurazione alla rovescia parrebbe essere stata una pratica diffusa. Si tenga presente che gli archivi di polizia erano i medesimi arricchiti durante il fascismo. Non si trattava di un apposito Casellario Speciale, come un tempo, ma vennero fatte schedature di massa.
Le carceri erano piene di partigiani e operai che furono chiamati a rispondere di furti fatti durante la clandestinità. Purtroppo gli studi sulla questione sono assai incompleti e difficili da compiere data la mole della ricerca da svolgere[3]. E' comunque fuori discussione che l'azione della magistratura si risolse nellíequiparazione di resistenza e fascismo su di un medesimo terreno di criminalità comune per degradare e rendere poco credibili gli uni e riabilitare parzialmente gli altri.

5. Per giungere a una critica globale sull'epurazione, si deve ampliare l'arco temporale dell'azione degli istituti speciali sorti prima della Liberazione, e volgere lo sguardo fino a tutto il decennio degli anni '50[4]. Grazie ad amnistie e riabilitazioni quasi tutti i fascisti si ripulirono, di fronte alla legge, dei crimini accertati. Si potrebbe accettare la critica secondo cui prima o poi si sarebbe comunque dovuto porre termine ad una situazione temporanea, ma è più difficile accettare il fatto che molti criminali e toruratori tornarono a piede libero. Molti scontarono la pena che era stata loro inflitta ma molti di più non scontarono neanche un giorno. La riabilitazione dei criminali per mezzo del sistema carcerario, ammesso che vi possa essere qualche cosa di positivo nella detenzione, non fu una via perseguita. Se le condanne per i crimini più efferati non furono scontate, il paragone con le disposizioni minori, quali potevano essere i licenziamenti, è ancora più netto nell'evidenziare come tutti i dipendenti pubblici siano stati reinseriti nell'amministrazione.
La riabilitazione non è sempre stata sinonimo di ritorno dei soggetti presso i precedenti incarichi ricoperti durante il regime. Molti rimasero esclusi dalla vita pubblica e furono soddisfatti della semplice rivincita morale di fronte all'antifascismo. La condanna popolare del fascismo fu l'unico deterrente che realizzÚ un piccolo ricambio della classe dirigente. L'autoeclusione sociale degli ex fascisti divenne l'unica reale condanna che essi scontarono per tutto il dopoguerra.
Se si guarda al dato empirico, l'autoeclusione sociale ridusse la condanna ad essere contro i fascisti e non contro il fascismo. Questo risultato fu accentuato dalla norma che condannò il collaborazionismo repubblichino e non quello precedente.
Non si cada nell'errore di considerare tutti i fascisti marginalizzati dalle vicende politiche della penisola. Molti tornarono, in poco tempo, a fare politica pulita nei partiti di massa, ovvero si "riciclarono", mentre una non piccola parte prese parte attivamente alla formazione di un partito neo-fascista (Movimento Sociale Italiano) che sarà presente, direttamente o per mezzo di membri del partito, nelle vicende di sangue e di eversione dell'Italia repubblicana.
Il luglio del 1960 sta a dimostrare da un lato quanto fosse presente nella popolazione, almeno al Nord, il sentimento antifascista, dallíaltro quanto fosse forte la continuità della classe dirigente che a solo quindici anni dalla Liberazione non aveva problemi a farsi sostenere dai neofascisti del M.S.I. L'antifascismo l'ebbe vinta un'altra volta, però si comprese la continuità delle istituzioni che andavano dalla polizia che reprimeva in piazza alla magistratura che condannava l'antifascismo, dal Presidente della repubblica eletto con voti neo-fascisti all'esecutivo nettamente orientato a destra.

6. Il risultato, oggi sotto gli occhi di tutti, della mancata epurazione, consiste nell'avere, in molte amministrazioni locali nel Nord e nel Sud Italia, una classe dirigente post-fascista di seconda generazione. Benché la discendenza nell'occupazione del potere abbia subito uníinterruzione, ad anni di distanza i nomi ed i cognomi di molti amministratori risultano essere di famiglie legate al regime fascista. La causa principale di questo ritorno è da imputare alla mancata requisizione dei profitti di regime che, se fosse stata portata a termine nell'immediato dopoguerra, avrebbe rotto un'accumulazione illecita che oggi mette a disposizione capitali non più in potenza ma in atto, capaci cioè di riprodursi anche socialmente.
La Lombardia, che fu uno dei luoghi della Resistenza, si ritrova oggi ad avere amministratori nipoti di brigatisti neri, rastrellatori e quant'altro.