1. Oggi si hanno sufficienti fonti che dimostrano come la punizione
dei reati fascisti si sia conclusa con un nulla di fatto. Nonostante i processi
e le condanne fossero all'ordine del giorno nel periodo tra il 1943 e il
1947, lo spostamento dei poteri giudicanti alla magistratura ordinaria,
che avvenne il primo gennaio 1948, fu sufficiente a rendere inutile il lavoro
svolto fino a quel punto. Gli unici risultati significativi si devono alle
commissioni alleate, che operarono fino a tre mesi dall'avvenuta liberazione,
e alle Corti d'Assise straordinarie previste dal decreto legislativo luogotenenziale
numero 142 del 22 aprile 1945. Gli altri istituti creati per applicare le
Sanzioni contro il fascismo si dimostrarono poco laboriosi per varie
ragioni: alle commissioni provinciali talvolta prendevano parte elementi
in continuità col vecchio regime; il boicottaggio era tale per cui
non c'erano carta e penna con cui trascrivere gli atti, e mancava la "Gazzetta
ufficiale" che recava gli aggiornamenti della legislazione; i contrasti
politici allontanavano gli esponenti meno pragmatici, e di conseguenza spesso
le commissioni si scioglievano.
L'azione epurativa degli alleati non deve sorprendere né essere sottovalutata.
Il Poletti si dimostrò più decisionista di quasi tutti gli
italiani, eccezion fatta per Scoccimarro, non per cattiveria personale,
o per rancore verso i traditori del suo paese d'origine, ma perchè
una efficace epurazione veniva chiesta dai suoi superiori. L'Italia infatti
sarebbe stata il banco di prova per le successive misure da prendere verso
i nazifascisti in Francia e Germania. Anche se con la Liberazione l'atteggiamento
degli angloamericani cambiò e, soprattutto in relazione all'epurazione
nelle imprese private, divenne gradualmente difensivo della vecchia classe
dirigente, non è possibile attribuire a loro responsabilità
che sono italiane. Ha ragione Alessandro Galante Garrone nel dire che "se
non si imboccò la strada di un'autentica epurazione, dobbiamo incolpare
soprattutto noi stessi. Riconosciamolo, senza veli pudibondi"[1].
Le Corti d'Assise straordinarie si pronunciarono per un numero di casi presumibilmente
tra i 20.000 e i 30.000[2]. I procedimenti
penali pertanto si tennero e se ne sentì l'eco sull'opinione pubblica.
Le Corti erano composte da presidenti coinvolti il meno possibile col regime
fascista e da una giuria popolare scelta da una lista fornita dal Comitato
di Liberazione Nazionale. Non erano veri e propri tribunali popolari ma
la presenza del popolo era significativa nei processi per più ragioni:
i fatti di cui erano chiamati a rispondere gli imputati erano quelli più
efferati e che maggiormente avevano formato l'antagonismo della gente verso
il regime nazifascista; le aule dei tribunali molto spesso erano colme di
persone che "animavano" i processi; il giudizio veniva espresso
da una giuria antifascista. Nei tre anni di vita delle Corti, che operarono
dal 1945 al 1947, intervennero alcune modificazioni, prima per farle diventare
a-fasciste, in seguito per eliminarle ed includerle nella magistratura ordinaria
e non speciale. Una volta scippati della partecipazione popolare, e di conseguenza
competenza della sola magisratura ordinaria, i procedimenti verso i fascisti
non furono più seguiti e si ridussero ad innumerevoli ed indiscriminate
concessioni di amnistia, di attenuanti e di formule dubitative. La magistratura,
in quanto organo non defascistizzato, divenne uno strumento per assolvere
il fascismo.
Se l'esempio degli angloamericani si è prestato per porre una prima
discriminante tra le responsabilità italiane e non italiane, l'esempio
delle CAS permette di rilevare un'ulteriore differenziazione tra italiani
antifascisti e italiani post-fascisti. Gli italiani post-fascisti sono i
funzionari ministeriali, i magistrati e tutti coloro i quali ebbero la possibilità
di intervenire nell'aiutare i giudicandi. La continuità della classe
dirigente in Italia si desume anche da questi personaggi di minore caratura
ma con influenze all'interno degli organi dello Stato, persino quelli che
avrebbero dovuto punire i colpevoli.
La continuità della magistratura durò almeno fino alla fine
degli anni '60. La repressione che si scatenò contro il movimento
operaio, che nel 1969 ottenne significativi risultati, è palesemente
visibile nelle decine di migliaia di denunce contro le lotte. I magistrati
erano, per ovvie ragioni anagrafiche, proprio quelli che fecero carriera
da giovani durante il fascismo e che recepirono il regime in quel modo che
contraddistingue molti dei giovani cresciuti durante il ventennio.
2. Il periodo dell'epurazione potrebbe essere comparato, in maniera
provocatoria, con il Risorgimento. Dopo l'Unità d'Italia i garibaldini
non furono accettati nell'esercito, al contrario i militi del disciolto
esercito dei Borbone entrarono a pieno titolo nelle forze armate perchè
ritenuti più affidabili degli scavezzacollo dalla camicia rossa.
Lo stesso avvenne l'indomani della Liberazione. I partigiani entrarono nelle
istituzioni del controllo sociale e della repressione in numero insignificante.
La maggior parte tornò "a vita privata" ed ebbe insignificanti
riconoscimenti. Nelle istituzioni dello Stato verso cui non c'era stata
un'opposizione armata l'ingresso degli antifascisti divenne ancora più
difficile. L'amministrazione, dal corpo diplomatico ai ministeri alle prefetture,
rimase impregnata di funzionari che avevano fatto carriera durante il regime
fascista.
La continuità durante il periodo post-unitario era rappresentata
dalla piemontesizzazione, nel secondo dopoguerra viene impersonificata,
oltre che dalla geopolitica filoamericana di De Gasperi, dalla miriade di
italitaristi che aiutarono gli ex fascisti, i quali non erano diversi
da loro se non per il fatto ch'erano stati più sfortunati. Una buona
parte del boicottaggio verso l'epurazione venne perseguito da anonimi che
potevano affondare la loro longa manus negli archivi.
3. Nella ricostruzione capitalistica la continuità dei
soggetti detentori di capitale privato è stata assoluta e maggiore
di quanto sia avvenuto nelle istituzioni pubbliche. Non si giudicarono i
profittatori del capitalismo monopolistico di stato e dellí imperialismo.
La classe dirigente antifascista accettò una ripresa economica in
continuità con il fordismo, anzi si perfezionò l'organizzazione
scientifica del lavoro affidandosi alla eterodirezione capitalistica. Gli
unici che si contraddistinsero per la fermezza espressa nel difendere l'operato
dei Comitati di Liberazione d'Azienda furono gli azionisti.
Il miracolo economico ampliò in Italia, come ragionevole riflesso
dello sviluppo neo-capitalista mondiale che portò all'alto fordismo,
la caratterizzazione dei rapporti di produzione che avevano preso forma
durante il ventennio fascista. Questo fu dovuto all'avere preso le distanze
solamente, ed in modo parziale, dai fatti più criminosi della gestione
in regime di occupazione. La conseguenza di questa condanna parziale fu
l'assoluzione del cosiddetto "coorporativismo fascista" che divenne
la legittima base di partenza per riprendere a produrre. L'allegoria narrata
da Antonio Gramsci in "Americanismo e fordismo" non servì
a far comprendere "la degradazione del lavoro" realizzata da Ford
ed in seguito esportata.
4. Nel periodo post-insurrezionale le repressioni verso i partigiani
furono all'ordine del giorno. L'amnistia, pensata per tutelare oltre i molti
fascisti anche molti ex-combattenti, venne disattesa poichè i partigiani
vennero chiamati a rispondere di reati comuni e non politici. Nonostante
manchi uno studio completo su questo fenomeno, l'epurazione alla rovescia
parrebbe essere stata una pratica diffusa. Si tenga presente che gli archivi
di polizia erano i medesimi arricchiti durante il fascismo. Non si trattava
di un apposito Casellario Speciale, come un tempo, ma vennero fatte schedature
di massa.
Le carceri erano piene di partigiani e operai che furono chiamati a rispondere
di furti fatti durante la clandestinità. Purtroppo gli studi sulla
questione sono assai incompleti e difficili da compiere data la mole della
ricerca da svolgere[3]. E' comunque fuori
discussione che l'azione della magistratura si risolse nellíequiparazione
di resistenza e fascismo su di un medesimo terreno di criminalità
comune per degradare e rendere poco credibili gli uni e riabilitare parzialmente
gli altri.
5. Per giungere a una critica globale sull'epurazione, si deve
ampliare l'arco temporale dell'azione degli istituti speciali sorti prima
della Liberazione, e volgere lo sguardo fino a tutto il decennio degli anni
'50[4]. Grazie ad amnistie e riabilitazioni
quasi tutti i fascisti si ripulirono, di fronte alla legge, dei crimini
accertati. Si potrebbe accettare la critica secondo cui prima o poi si sarebbe
comunque dovuto porre termine ad una situazione temporanea, ma è
più difficile accettare il fatto che molti criminali e toruratori
tornarono a piede libero. Molti scontarono la pena che era stata loro inflitta
ma molti di più non scontarono neanche un giorno. La riabilitazione
dei criminali per mezzo del sistema carcerario, ammesso che vi possa essere
qualche cosa di positivo nella detenzione, non fu una via perseguita. Se
le condanne per i crimini più efferati non furono scontate, il paragone
con le disposizioni minori, quali potevano essere i licenziamenti, è
ancora più netto nell'evidenziare come tutti i dipendenti pubblici
siano stati reinseriti nell'amministrazione.
La riabilitazione non è sempre stata sinonimo di ritorno dei soggetti
presso i precedenti incarichi ricoperti durante il regime. Molti rimasero
esclusi dalla vita pubblica e furono soddisfatti della semplice rivincita
morale di fronte all'antifascismo. La condanna popolare del fascismo fu
l'unico deterrente che realizzÚ un piccolo ricambio della classe
dirigente. L'autoeclusione sociale degli ex fascisti divenne l'unica reale
condanna che essi scontarono per tutto il dopoguerra.
Se si guarda al dato empirico, l'autoeclusione sociale ridusse la condanna
ad essere contro i fascisti e non contro il fascismo. Questo risultato fu
accentuato dalla norma che condannò il collaborazionismo repubblichino
e non quello precedente.
Non si cada nell'errore di considerare tutti i fascisti marginalizzati dalle
vicende politiche della penisola. Molti tornarono, in poco tempo, a fare
politica pulita nei partiti di massa, ovvero si "riciclarono",
mentre una non piccola parte prese parte attivamente alla formazione di
un partito neo-fascista (Movimento Sociale Italiano) che sarà presente,
direttamente o per mezzo di membri del partito, nelle vicende di sangue
e di eversione dell'Italia repubblicana.
Il luglio del 1960 sta a dimostrare da un lato quanto fosse presente nella
popolazione, almeno al Nord, il sentimento antifascista, dallíaltro
quanto fosse forte la continuità della classe dirigente che a solo
quindici anni dalla Liberazione non aveva problemi a farsi sostenere dai
neofascisti del M.S.I. L'antifascismo l'ebbe vinta un'altra volta, però
si comprese la continuità delle istituzioni che andavano dalla polizia
che reprimeva in piazza alla magistratura che condannava l'antifascismo,
dal Presidente della repubblica eletto con voti neo-fascisti all'esecutivo
nettamente orientato a destra.
6. Il risultato, oggi sotto gli occhi di tutti, della mancata
epurazione, consiste nell'avere, in molte amministrazioni locali nel Nord
e nel Sud Italia, una classe dirigente post-fascista di seconda generazione.
Benché la discendenza nell'occupazione del potere abbia subito uníinterruzione,
ad anni di distanza i nomi ed i cognomi di molti amministratori risultano
essere di famiglie legate al regime fascista. La causa principale di questo
ritorno è da imputare alla mancata requisizione dei profitti di regime
che, se fosse stata portata a termine nell'immediato dopoguerra, avrebbe
rotto un'accumulazione illecita che oggi mette a disposizione capitali non
più in potenza ma in atto, capaci cioè di riprodursi anche
socialmente.
La Lombardia, che fu uno dei luoghi della Resistenza, si ritrova oggi ad
avere amministratori nipoti di brigatisti neri, rastrellatori e quant'altro.