Questa relazione verte su quella parte di nazionalismo populista che
si è affermata con successo in diversi paesi collocati sull'arco
alpino negli ultimi anni:
- dall'Austria, e soprattutto dalla Carinzia (uno delle otto regioni-stato
della federazione austriaca), dove Jörg Haider è diventato in
pratica il leader del primo partito del paese;
- alla Baviera del nazionalista regionale Edmund Stoiber, presidente del
Länder;
- dalla Confederazione elvetica, dove nel corso degli anni '90 l'Unione
democratica di Centro di Christoph Blocher ha mietuto continui successi;
- all'Italia del Nord, soprattutto la Lombardia settentrionale e il Nord-Est,
dove le Leghe (la Lega Nord di Bossi, anzitutto) hanno origine e ancora
oggi possiedono i loro principali bastioni elettorali.
Questa "nuova destra alpina" sembra rappresentare un nuovo modello
per l'estrema destra nell'Europa occidentale. Soprattutto dopo che il Fronte
nazionale di Le Pen ha subito la scissione di Bruno Mégret, perdendo
l'aura internazionale che lo accompagnava negli anni '90. Va tuttavia ricordato
che le regioni prealpine dell'Est della Francia (Rodano-Alpi, Provenza,
Alsazia) il Fronte nazionale mantiene alcuni dei suoi principali bastioni
elettorali.
Quali sono le caratteristiche dei territori prealpini o subalpini che hanno
favorito il successo politico dei populismi nazionalisti dell'arco alpino
negli ultimi anni? Quali sono i tratti salienti di questi movimenti e partiti?
Qual è la loro base sociale? Quali sono le conseguenze politiche
e i pericoli legati al loro successo?
1. Caratteri comuni e mutamenti strutturali recenti dell'arco alpino
Per capire quali sono le condizioni che sono alla base dell'emergere di
questi movimenti e partiti, occorre anzitutto rilevare alcuni aspetti comuni
delle società e dei territori dove sono sorti. Malgrado la loro eterogeneità,
i territori delle prealpi condividono in generale, almeno fino agli anni
'60, una condizione economica, sociale e politica "di periferia".
Ossia:
- forme di industrializzazione atipiche rispetto al modello fordista (dominio
della piccola azienda, limitata concentrazione operaia);
- di conseguenza, la persistenza di sacche di "vecchia" piccola
e media borghesia, che in zone più industrializzate hanno invece
lasciato il posto all'espansione di un proletariato urbano di fabbrica;
- la persistenza di caratteri di autonomia culturale e politica locale e/o
regionale più o meno vasta o comunque un'integrazione limitata nello
Stato nazionale (sia che si tratti delle regioni periferiche francesi come
l'Alsazia, sia che si tratti dei cantoni federati elvetici e delle regioni
anch'esse federate austriache, sia che si tratti di regioni che beneficiano
di forme di decentramento amministrativo);
- una più facile persistenza di tradizioni e miti popolari che tessono
le lodi delle rispettive regioni (compreso l'orgoglio dell'uomo alpino),
la persistenza o il lento declino di lingue o dialetti regionali, e, contemporaneamente,
la percezione sociale di forme di discriminazione storicamente subite da
parte dei centri urbani, dei centri economici, dei centri politici;
A queste condizioni strutturali, si aggiungono attori politici e sindacali
che hanno contribuito allo sviluppo graduale, senza le lacerazioni sociali
e culturali vissute dalle grandi metropoli:
- dei movimenti sindacali deboli e con forti tendenze corporative (visto
anche il dominio del modello sindacale tedesco che in queste regioni si
è imposto ad inizio secolo, nella separazione netta tra partiti socialisti
e strutture sindacali);
- dei partiti socialisti o socialdemocratici integrati fortemente nelle
istituzioni e nella spartizione delle risorse;
- un forte radicamento storico della Chiesa, sia nella sua forma protestante,
ma soprattutto cattolica;
Dalle varie ondate di modernizzazione culturale (consumi di massa, ecc.),
di secolarizzazione, mobilità geografica e professionale, ecc. queste
regioni sono rimaste, non dico immuni, ma certo protette almeno fino agli
anni '70, mentre certamente dal punto di vista economico, il benessere si
è espanso in modo evidente. Malgrado forti sviluppi industriali "endogeni",
l'accesso al benessere si è reso possibile per almeno tre ragioni
fra loro collegate:
- lo sviluppo o il consolidamento di fenomeni corporativi locali o regionali,
favoriti dalle piccole dimensioni morfologiche, da processi di industrializzazione
e di mobilità geografica limitata;
- il forte radicamento di partiti di ispirazione cristiana, e soprattutto
cattolica, con funzione di stabilizzazione del sistema politico e di gestione
consociativa e clientelare del potere;
- la possibilità di beneficiare dei frutti delle ricchezze distribuite
dal Welfare State, quindi di risorse finanziarie che queste regioni potevano
drenare dai principali centri produttivi nazionali
Tra gli anni '70 e '90 sono invece mutate profondamente le condizioni strutturali:
- la crisi del compromesso fordista e socialdemocratico ha rimesso in discussione
in parte anche i patti corporativi regionali e locali (perdita di potere
dei già deboli interlocutori sindacali);
- la rimessa in discussione del Welfare State, che ha significato la perdita
di una rendite di posizione e una ridistribuzione della torta verso gli
agglomerati meglio capaci di attirare ricchezza;
- l'emergere di una crisi occupazionale endemica che non più tamponata
a sufficienza dai meccanismi redistributivi, che comporta nuovi fenomeni
di proletarizzazione;
- l'accelerarsi del processi di modernizzazione e di stress cui sono sottoposte
le culture e le tradizioni locali, che si presentano sempre più feticcio
mercantile e di consumo;
- l'approfondirsi di fenomeni di secolarizzazione e di erosione dei bacini
tradizionali dove i partiti cattolici raccoglievano il proprio consenso.
2. Aspetti comuni dell'ideologia e della forma organizzativa dei partiti nazionalisti emergenti sull'arco alpino
Gli aspetti ideologici e organizzativi comuni sono almeno 6:
- l'opposizione all'integrazione europea;
- neoregionalismo nazionalista;
- il federalismo etnico e lotta all'immigrazione;
- neoliberismo temperato (contro la globalizzazione culturale e per un sostegno
misurato di quella economica);
- la critica antipartitocratica;
- l'esistenza di un forte leader carismatico, capace di catalizzare la protesta.
Gli aspetti ideologici si tramutano in una serie di capi espiatori, attorno
ai quali si costruisce il mito dei "bei tempi andati", del "come
si stava bene prima". Anzitutto:
- gli stranieri (sfruttando le paure indotte dall'emergere di una società
multiculturale e nell'arrivo di manodopera poco o per nulla qualificata);
- i sindacati, le sinistre e il movimento operaio in generale;
- le burocrazie (gli eurocrati) e lo Stato sociale (sfruttando l'egemonia
liberal-liberista in voga negli
anni '90);
- l'establishment politico (sfruttando la crisi di rappresentanza e di governabilità
dei processi economici dei sistemi politici nazionali, gli scandali finanziari,
la corruzione);
3. I contenuti della formula vincente: tradizione e modernità come clivage tra nazionalismo-globalismo
Questi aspetti comuni (caratteristiche ideologiche e del modello organizzativo)
sono anche quelli che ne assicurano il successo politico ed elettorale.
Essi infatti tendono a coniugare in una miscela apparentemente contraddittoria
contenuti tradizionali (nazionalismo, comunità etniche, connotati
popolari del leader carismatico), e contenuti moderni o post-moderni (neo-liberismo
economico, uso spregiudicato dei mass media, critica antipartitocratica).
In questo modo all'ambivalenza tra tradizionale e moderno sui piano dei
contenuti risponde, con una capacità di sintesi, sul piano organizzativo,
il leader carismatico.
L'emergere e il perdurare nel corso degli anni '90 e nel nuovo decennio
che si è ancora aperto di un nazionalpopulismo di estrema destra
sull'arco prealpino può essere letto come l'esplodere di un nuovo
conflitto tra centro e periferia che tende a prendere la forma di un clivage
tra nazionalismo e globalismo, dove la periferia ricca ma impaurita, per
un verso tende alla rassegnazione, per altro, quando un leader e un partito
politico ne raccoglie e ne usa le frustrazioni, cerca nuove strade per diventare
protagonista all'interno di un processo di modernizzazione che non ha probabilmente
eguali per radicalità nel corso del Novecento, in conseguenze dei
cambiamenti scatenati sia dall'integrazione europea, sia dalla crisi del
fordismo, sia dalla globalizzazione finanziaria. La rimessa in discussione
di un benessere fragile da un lato, la contemporanea erosione di tradizioni
e miti popolari che però sono ancora presenti nella memoria collettiva,
la crisi dell'immaginario nazionale e della centralità della nazione
come riferimento culturale, politico e finanziario, l'incapacità
crescente dei partiti tradizionali di gestire il cambiamento, hanno creato
le migliori condizioni di possibilità perché possano nascere
e radicarsi dei movimenti populisti nazionalisti (a base regionale o nazionale),
che capitalizzano il proprio successo dosando elementi moderni e tradizionali.
4. Composizione territoriale e sociale del populismo nazionalista dell'arco alpino
La convivenza di aspetti contrastanti, tradizionali e moderni, come fonte
di successo politico, si ritrova anche sul piano della geografia elettorale,
ossia nell'alleanza tra dimensione periferica e subalpina e dimensione urbana.
Il "populismo alpino" o meglio prealpino può ambire ad
un successo nazionale se riesce ad allacciare un'alleanza verso le zone
metropolitane.
Il loro successo sul piano nazionale rispettivo può venire inoltre
solo da un'alleanza tra periferie e centro. Il caso della Lega è
evidente: il suo successo elettorale dipende dalla capacità di penetrare
la capitale lombarda o, perlomeno, alcuni centri urbani minori della Lombardia
e del Veneto. L'alleanza può realizzarsi all'interno del movimento
stesso (vedi Lega Nord), oppure essere tutta politica, come nell'alleanza
attuale con Forza Italia e la casa della libertà. In altre parole,
la formula è vincente se l'attore politico riesce a mobilitare per
un verso una piccola e media borghesia impaurita e frange importanti di
operai semi o poco qualificati colpiti dai processi di restrutturazione
capitalista. L'arco alpino come "periferia" arricchita in perdita
di velocità non va comunque intesa come "montagna" o "valle".
Non è nelle zone più discoste delle valli e dei monti alpini
che ritroviamo i bastioni dei movimenti populisti e nazionalisti più
forti. Nelle valli e nei monti più discosti, la modernizzazione ha
assunto caratteri meno aggressivi e maggiormente mediati da una bassa mobilità
geografica, da forme di resistenza al cambiamento connaturato al tessuto
sociale e politico di quei luoghi. E' invece in zone prealpine, mediamente
urbanizzate, in città di media dimensione e nelle sue periferie economicamente
e socialmente impoverite, che troviamo i più incisivi e durevoli
bacini elettorali di questi movimenti.
Dal punto di vista della composizione sociale, questi partiti raccolgono
i propri consensi per un verso in seno alla piccola borghesia commerciale
e contadina arricchita ma in declino, per un verso da una parte significativa
di classe operaia semi o poco qualificata colpita dai processi di ristrutturazione
e della precarizzazione in corso: Il Fronte nazionale di Le Pen era il primo
partito operaio francese, almeno fino alla scissione con Mégret,
così come lo è il partito liberale di Haider (forte nell'agricola
Carinzia e nella Vienna industriale), l'Udc di Blocher a Zurigo (centro
finanziario e industriale elvetico); lo stesso discorso possiamo farlo per
la Lega lombarda, Veneta e ticinese.
L'adesione di larghe fasce popolari al neoliberismo (che in una certa misura
è promosso dal nazionalismo populista alpino), si può spiegare
con il fatto che la globalizzazione dell'economia tende a bloccare le politiche
di attenuazione delle disuguaglianze promosse dallo Stato sociale (che anzi
si trasforma sempre più in Stato disciplinare per i "non integrati").
In un'epoca di egemonia neoliberale, che si presenta come strumento nuovo
ed efficace, la fascia più modesta dell'elettorato è indotta
a credere che la giustizia sociale si possa raggiungere riducendo lo stato
ai minimi termini e lasciando agire il libero gioco del mercato (che secondo
i populisti e gli ultraliberisti favorirebbe l'ascesa sociale liberando
le energie creative e l'iniziativa individuale, in opposizione ai vincoli
imposti dai privilegiati burocrati e dipendenti dello Stato). Quest'analisi
può anche spiegare in parte la componente xenofoba del voto populista.
In effetti, chi si sente minacciato dalla concorrenza degli stranieri sul
mercato del lavoro accetta il programma liberale dei partiti populisti soltanto
nella misura in cui vi si postula l'esclusione degli immigrati dai benefici
delle prestazioni sociali, e persino dai posti di lavoro. In termini di
analisi costi/benefici, il neoliberismo appare allora sopportabile, se temperato
dalla preferenza nazionale.
Il successo elettorale e politico di questi movimenti si è tradotto
in parziale integrazione nel sistema politico. Se per un verso, ciò
ne attutisce in la radicalità, nel contempo ne è favorito:
- lo sviluppo di un humus favorevole alle idee nazionaliste e populiste
nell'opinione pubblica (uso politico delle paure legate alla criminalità,
ecc.);
- un recupero delle ideologie xenofobe da parte delle altre forze politiche
del centro e del centro-destra, che cercano di recuperare parte degli elettorati
persi;
- un ulteriore restringimento delle misure repressive dello stato contro
l'immigrazione non immediatamente produttiva, con il sostegno delle forze
della sinistra istituzionale;
- un rafforzamento delle tendenze elitarie e "modernizzanti" delle
sinistre socialdemocratiche (Blair, Schöder), che nella tendenza "operaia"
(o dei "perdenti" in generale) a votare per le destre populiste
vedono una conferma della loro strategia;
- un aumento di legittimità (e di banalizzazione) per le forze dell'estrema
destra extraparlamentare e più in generale della destra sociale.
Appendice: il nazionalismo populista dell'arco alpino può definirsi come "fascismo"?
Secondo me, parlare di "fascismo alpino" per definire questi
movimenti e partiti non è appropriato per una serie di ragioni:
- anzitutto perché le alpi non condividono condizioni e strutture
nazionali comuni. Al limite si dovrebbe parlare di fascismi;
- perché i movimenti politici sorti o impostisi nell'arco alpino
negli ultimi 10-15 anni non hanno, in comune, né origini storiche
fasciste (ad eccezione di Haider e dell'Austria), né hanno lingue
e riferimenti culturali omogenei (l'area germanofona è dominante,
ma non esclusiva), né hanno costituito delle vere e proprie alleanze
con forze di origine fascista (l'alleanza elettorale italiana attuale tra
la Lega e Alleanza nazionale è tutt'altro che organica);
- soprattutto, non possono essere catalogati come fascisti, perché
sarebbe riconoscere loro un carattere arcaico, come se fossero una risposta
di altri tempi alle sfide della modernizzazione. Al contrario, si tratta
di forze che hanno potenzialmente un futuro importante davanti a sé,
anche se la loro tenuta nel tempo è tutt'altro che assicurata.
Non si può comunque sottovalutare il fatto che il successo di questi
movimenti e partiti giunge in una fase storica di crisi della memoria storica
dell'antifascismo e dalla lotta contro il nazismo in Europa, e come detto,
il loro successo tende a legittimare le forze più estreme della destra.