Qui si convien lasciare ogni sospetto
Ogni viltà convien che qui sia morta[1]
I. Non c'è più il fatto sostanziale né ricerca
magistralmente svelatrice. Il fatto esiste solo in relazione allo storico
che lo descrive. La storia come "scienza del movimento"[2] che analizza le fonti, scritte e orali, e studia
le ideologie che hanno elaborato le idee dominanti, il tutto in un'incessante
rielaborazione. Una scienza che ha come oggetto gli uomini nel tempo e non
al di fuori di esso.
"La conoscenza del passato è una cosa in fieri che si
trasforma e si perfeziona incessantemente"[3],
la revisione è centrale nel perpetuo perfezionamento della teoria;
ripudiare questo compito significa eludere la ricerca storica.La nota espressione
dello storicismo,"proprio come è stato davvero"[4], denota la fantasia di poter conoscere
il passato nella sua totalità, scisso dal tempo e dall'opera del
ricercatore.
II. Per molti storici è tuttora attuale una massima di
Pascal: "Tutti si credono Dio, giudicando: questo è buono o
cattivo". Giudici zelanti, dall'alto della loro posizione, decretano
la sentenza di condanna o assoluzione. Non ci si stanca mai di giudicare,
ma ci si stanca di capire.
Nel "processo alla storia" si instaura l'uso strumentale della
stessa, il passato é impiegato per spiegare il presente con l'intenzione
di giustificarlo o condannarlo meglio. In ogni epoca la storia è
storia del potere.
Quando la teoria è succube della prassi, la storiografia procede
dalla chiusura del giudizio, morale o politico, e non dall'apertura della
ricerca che permette di capire per giungere all'intendimento del momento
che viene posto ad analisi.
Questo uso della storia è un utilizzo ideologico, proiettato com'è
in una visione totalizzante e univoca degli avvenimenti, appiattito e funzionale
alla prassi politica. Esempi di questa consuetudine, che si è fatta
metodo, ce ne sono molti. Ad esempio l'uso che si è fatto, e tutt'ora
portano avanti parte degli intellettuali israeliani, dello status di "vittima"[5]. Non che la storia del popolo ebraico sia
esente da persecuzioni di ogni tipo: culminate nello sterminio di massa
ad opera del regime del Terzo Reich [6],
le persecuzioni, del passato e del presente, non sono però utilizzabili
per giustificare, o legittimare, la politica di uno Stato, come è
stato fatto e si continua a fare con l'uso strumentale dell'olocausto nazista.
Chi si fa operatore di vendita della memoria, eliminato quel che risulta
contraddittorio e non considerata la funzione di rimozione nel discorso
dell'esperienza, trasforma la memoria in ricordo. Metamorfosi che induce
ad una lettura univoca e plastica del passato, che meglio permette la diffusione,
ad opera degli apologeti della storia, delle volgarizzazioni del passato
impedendo il movimento della teoria e favorendo la fossilizzazione della
stessa.
III. Se si analizza l'ideologia di questo tempo, l'aggettivo revisionista
è attribuito a quelle persone che non rispettano l'ortodossia e che
ne pongono in revisione le fondamenta.
Questo atteggiamento politico e ideologico, che non ha nulla a che vedere
con la ricerca, riguarda l'egemonia culturale.
Il termine re-visione è portatore di un principio sostitutivo
e vuole cambiare una visione con un'altra: lo scambio è finalizzato
all'egemonia culturale. Visione come plasticità, muro contro l'invenzione,
staticità contro il movimento.
La validità di una teoria non è attribuibile in base alla
conformità ad una linea genealogica che stabilisce l'ortodossia e
l'eterodossia, il figlio buono e quello cattivo.
La novità non è mai accolta positivamente, chi se ne fa portatore
è sempre considerato uno strampalato o peggio ancora un pazzo in
ogni caso, l'innovazione non porta in se la validità di ciò
che si teorizza.
IV. Si mette in "revisione" l'interpretazione del passato,
oltre che per causa di verità, anche per scopi egemonici.
In questi anni, in Italia e non solo, si sta assistendo ad una quotidiana
campagna di "ristrutturazione del pensiero storico politico"[7], capeggiata dai principali personaggi della
nuova classe dirigente della cosiddetta "Seconda Repubblica"[8].
Risulta difficile seguire il battage giornalistico, sorretto da certa
storiografia, in materia di nuova revisione.
Se si considerano i neorevisionismi come un tutto, un'unica corrente,
non omogenea e in sé contraddittoria e spesso senza capo ne coda,
in una equazione complessa ma allo stesso tempo semplice dove le incognite
non mancano mai, il risultato è dato ad initio. Un procedere
determinato, che sfocia nell'apologia del presente, che condivide le sue
logiche e i suoi assiomi.[9]
Questa corrente sente l'esigenza di sostituire i vecchi intellettuali di
sinistra che hanno egemonizzato le accademie per mezzo secolo. Questa cultura,
ormai scomoda, è considerata come la vecchia visione del passato
e si vuole rimpiazzarla.
Ogni cultura dominante è influenzata, e in parte determinata, dai
rapporti di forza presenti nella società e dalla struttura della
stessa; la cultura è in sé collante sociale e strumento
egemonico. L'apparato ideologico-culturale è in costante opera di
ristrutturazione in base al mutare delle tendenze politiche.
Queste trasformazioni vanno analizzate da tutti quegli storici che vogliono
analizzare le nuove e le vecchie ideologie e che ambiscono ad uno statuto
scientifico. Un movimento, in sé senza fine, che esamina i pre-concetti
e i pre-giudizi, i quali, se non messi in discussione, accecano gli storici[10]
V. Col passare del tempo si possono intravedere le prime lettere
di un nuovo alfabeto ]revisionista: con la lettura delle pagine culturali
dei vari quotidiani, vengono riprese "dalla soffitta della storiografia"
avvenimenti elaborati e utilizzati in maniera univoca per fini politici.
La corrente storiografica neorevisionista da anni si è impegnata
anima e corpo sul fronte dell'anti-comunismo, con la riconsiderazione del
Nazismo e del Fascismo e la conseguente demonizzazione del "comunismo
sovietico"[11]. Questa opera di revisione,
in cui è difficile non intravedere scopi politici, può intraprendere
un'altra battaglia su un altro piano. È noto che con l'entrata in
vigore della "moneta unica" europea la sfida americana è
stata colta: una sfida in primo luogo finanziaria che, negli intenti, vuole
mettersi in competizione con gli USA[12].
Per giungere a questo fine, ogni politico che si rispetti sa bene che la
componente culturale e ideologica è fondamentale per giungere all'unità
politica.
Mi sembra logico proporre un azzardo: prevedere una nuova evoluzione della
cultura e del campo di revisione della storiografia. Il recente giornalismo
ha già iniziato un'opera di recupero di accadimenti, che hanno poco
a che vedere con l'inedito e che sembrano mettere in questione la storia
degli Stati Uniti D'America in Europa.
Per esempio, un recente articolo pubblicato sul "Corriere della Sera"
mette in discussione lo "status positivo" della politica attuata
dagli USA nel secondo conflitto mondiale, nello specifico il bombardamento
di Dresda [13]. La scelta della rasa al
suolo di Dresda, come soggetto di particolare interesse giornalistico, non
è stata fatta per caso o per la maggiore gravità della questione.
Nolenti o volenti, emerge quel che mai emerse in questo mezzo secolo: la
volontà di spostare l'attenzione da Hitler, che non viene comunque
riconsiderato [14], e dallo status di carnefici
attribuito ai tedeschi in toto al fine, sembrerebbe, di voler trasferire
il male "al di fuori" e salvare il "dentro". Condannando
il fuori di turno, si innalza la "nuova" idea d'Europa che viene
posta a fondamento di una nuova identità.