"Quando dall'armadio i cadaveri cominciarono a puzzare,
allora Jacob comprò un'azalea."
B. Brecht
Quando mi sono occupato per la prima volta della struttura clandestina
Gladio, Giulio Andreotti aveva appena informato il Parlamento e l'intera
opinione pubblica della sua esistenza. A distanza di otto anni, molta acqua
è passata sotto i ponti, fino al ritorno dello stesso Cossiga nella
compagine di governo e per di più sotto l'egida socialdemocratica
di Massimo D'Alema. L'Italia che non ricorda, tra due salti in discoteca,
una partita di pallone e un paio di telefonate al cellulare, non sembra
nemmeno sfiorata dagli avvenimenti che l'hanno travolta praticamente l'altroieri.
L'assenza di memoria, e dunque di valori condivisi, ci rende estremamente
duttili alle lusinghe del potere. Il significato storico e politico dell'organizzazione
Gladio, che affonda le sue radici direttamente negli anni successivi alla
lotta di Liberazione ed alla proclamazione della Repubblica, non è
mai stato compreso a fondo. Una commissione d'inchiesta parlamentare appositamente
costituita ha lasciato in compenso alcune indiscutibili certezze sul ruolo
degli oscuri personaggi ed altrettanto oscuri avvenimenti che hanno segnato
gran parte della vita meno conosciuta del paese Italia. Ma neanche questo
è sufficiente se è così facile dimenticare.
Breve storia dell'affare Gladio
Tutto cominciò con una trasmissione del tg1 del luglio 1990, durante
la quale Ennio Remondino (giornalista rigorosamente di Stato, oggi inviato
Rai all'estero; lo ricorderete di certo mentre sottoponeva alcuni anni fa
Curcio, Moretti e Faranda ad una serie di frastornate e retoriche domande
sul brigatismo rosso) intervista un agente della CIA americana (Central
Intelligence Agency), il servizio segreto più famoso del mondo, ben
disposto a fare una serie di rivelazioni sconcertanti sui rapporti tra l'Agenzia,
la destra italiana, la P2 e la massoneria. Una minuscola falda del complesso
edificio istituzionale italiano si sgretola, ma senza dare troppo nell'occhio:
l'allora Presidente della Repubblica Cossiga si rivolge direttamente al
direttore generale della Rai e chiede la testa di Remondino e del direttore
del tg1 Nuccio Fava, effettivamente destituito dall'incarico a favore del
ben più andreottianamente fedele Bruno Vespa.
Il 3 agosto, ben conscio del fatto che l'indagine del giudice veneziano
Casson (che si occupava in quel momento della strage di Peteano e che aveva
avuto accesso agli archivi dell'ex SIFAR di Forte Braschi) sta comunque
approdando a qualche significativo risultato, Giulio Andreotti dichiara
davanti alla Commissioni Stragi che è esistita fino al 1972 una struttura
segreta all'interno degli stessi servizi i cui scopi e la cui organizzazione
sarebbero stati successivamente definiti in un apposito documento.
Questo fascicolo di dodici pagine viene in effetti inviato alla Commissione
il 18 ottobre dallo stesso Andreotti e sparisce il giorno dopo con ogni
probabilità per quella tipica caratteristica dei dossier riservati,
che tutti conoscete e che consiste nel loro essere dei veri e propri giochi
di prestigio. Il rapporto ricompare quattro giorni più tardi debitamente
ripulito dallo scrupoloso Presidente del Consiglio, che afferma di aver
riconsegnato le carte a Casson su sua esplicita richiesta, circostanza smentita
dallo stesso giudice. Come si può facilmente capire dalla comparazione
tra i due documenti proposta dal settimanale Avvenimenti che possiede anche
la versione originale, il lavoro di ritocco, con cancellazione di interi
periodi, rimodella il complesso delle dichiarazioni e ne fornisce una versione
largamente edulcorata. Gli omissis sono parecchi: nell'originale
si parla del controllo esplicito da parte dei servizi segreti sull'intero
gruppo Gladio, nel secondo rapporto non si fa accenno ad alcun controllo;
nella prima versione si sostiene che la pianificazione geografica ed operativa
era concordata con il servizio informazioni americano, nella seconda versione
la riga salta interamente. Lo stravolgimento completo tocca il suo punto
più alto quando nel documento rivisto scompare ogni accenno agli
stanziamenti previsti per l'organizzazione che costituiscono un apposito
capitolo di bilancio. Assenza totale, infine, delle notizie precedentemente
fornite su modalità operative del gruppo, addestramento presso la
scuola dei servizi americani, materiali in dotazione e, particolare interessante,
neanche una parola sui depositi di armi ed esplosivo che nella versione
del giorno 18 si dicevano smantellati e ricostituiti altrove.
Dopo un avvio così folgorante il caso non poteva non montare ed esplodere
come effettivamente è successo. Da questo momento in poi si assiste
ad un susseguirsi di dichiarazioni, controdichiarazioni e invettive, tra
cui spiccano sicuramente le affermazioni di Cossiga (le prime di una incredibile
serie) rilasciate in Gran Bretagna, attraverso le quali l'ex ministro degli
Interni di anni terribili di repressione poliziesca si compiace pubblicamente
dinanzi ad un uditorio internazionale non soltanto di aver ricevuto personalmente
alla metà degli anni sessanta, in qualità di sottosegretario
alla difesa, l'incarico di ricostituire Gladio ma anche del fatto che il
segreto sia stato mantenuto per quasi quarant'anni.
E non è finita. In visita a Torino, siamo arrivati a Novembre, Cossiga
ha il piacere e l'onore di avere tra i suoi illustri ospiti Edgardo Sogno,
figura di spicco degli anni '60 e '70 e molto noto per i suoi rapporti col
Sid (servizio informazioni difesa, istituito nel 1965) e con tutti i personaggi
che gravitavano attorno ai servizi segreti, e non esita a definirlo partigiano
indomito e combattente per la libertà, eroe della patria insomma.
Qualche tempo dopo Vito Miceli, direttore del Sid dalla fine del 1970 al
1974, nel periodo caldo della strategia della tensione, muore di infarto.
Cossiga ne onora la salma e lo definisce un fedele servitore dello Stato.
Sempre nel mese di Novembre il giudice Casson chiede al Presidente della
Repubblica di dichiarare la sua disponibilità ad una testimonianza
sui fatti della strage di Peteano e sul gruppo Gladio. Cossiga non ha dubbi,
non testimonierà perchè questo offenderebbe la dignità
della carica che sta attualmente rivestendo. Non ancora soddisfatto delle
cose che può dire e fare, il presidente, sulla scia delle polemiche
tra il ministro di Grazia e Giustizia Vassalli, feroce critico dell'operato
di Casson, ed i magistrati del Consiglio superiore che si apprestano ad
esaminare la richiesta del giudice, invia al massimo organo della magistratura
una lettera nella quale senza mezzi termini dispone che della faccenda non
si debba più parlare, nè che si affronti qualsiasi discussione
sulla stessa ammissibilità del dibattito.
Si inaugura in questo modo una pratica pericolosa che prevede per il primo
cittadino della Repubblica acquisizione di poteri e decisionalità
non previsti nemmeno dall'ordinamento borghese di questo Stato. Cossiga,
intenzionalmente o meno, sembra voler anticipare l'avvento di una forma
costituzionale che inaugurerà la venuta della cosiddetta Seconda
Repubblica.
Servizi segreti e capitalismo
Il ruolo dei servizi segreti nei paesi a sviluppo capitalista come il
nostro è evidentemente quello di conservare inalterata la struttura
di potere di cui sono una creazione. Nella configurazione dello Stato moderno
essi infatti compaiono molto presto. In Italia il primo servizio informativo,
di matrice esclusivamente militare, risale al 1863. Con le trasformazioni
dell'età industriale cambiano completamente i riferimenti e le strategie
del sistema di potere in Occidente e non è strano che si cerchi di
potenziare l'attività di uno strumento di coercizione destinato ad
assumere un'importanza sempre maggiore.
Ciò che risulta abbastanza chiaro, e che emerge con notevole forza
anche dalla lettura di documenti d'epoca, è che quasi da subito i
servizi di informazione diventano la metafora oscura di un potere che non
ha niente a che vedere con quello, per così dire ufficiale, del governo
o dello Stato in quanto istituzione, pur trovando costantemente la copertura
di molti dei vertici dell'apparato statale stesso. La costituzione del meccanismo
di potere nelle società industriali, che ha nella borghesia il suo
massimo rappresentante, crea un apparato burocratico formale e visibile
da una parte e una struttura di controllo altamente sofisticata e nascosta
dall'altra, giustificando sulla carta l'esistenza di questa struttura come
necessità inderogabile per la difesa dai nemici esterni. E non è
difficile comprendere quanto una presunta pacificazione interna delle contrapposizioni
serva a mantenere costante, al contrario, la sorveglianza su una popolazione
ed un territorio.
L'economia del capitale, proprio per le spaventose lacerazioni interne che
appartengono alla sua stessa evoluzione, si fonda su dinamiche di sviluppo
dei conflitti sociali. In una parola, la massa va tenuta d'occhio, soprattutto
quando si è consapevoli che i ritmi dell'avanzare della macchina
industriale impongono dei livelli complessi di dominio. La guerra è
dentro al sistema, alle singole economie, ai singoli territori: i frequenti
scambi tra servizi segreti e la sostanziale identità di vedute anche
tra Paesi che fino ad un momento prima spedivano sui campi di battaglia
quella stessa manodopera che sfruttavano nelle fabbriche, sono singolarmente
esemplificativi di un progetto internazionale mirato alla conservazione
di determinati rapporti di forze.
La guerra, quindi, non appartiene soltanto formalmente all'idea del conflitto
tra eserciti schierati ma diventa in realtà l'idea-chiave per interpretare
il sistema di potere nell'Europa contemporanea (e naturalmente nel blocco
statunitense, non a caso territorio a fortissimo sviluppo industriale).
Lo tattica dello scontro permanente che, inutile nasconderselo, ha individuato
il nemico interno per eccellenza nell'opposizione comunista (e comunque
in tutti quei gruppi che rivendicano l'emancipazione da un sistema oppressivo)
ha la inderogabile necessità di servirsi di ogni mezzo possibile
per irregimentare la popolazione che vive, o meglio sopravvive, dentro ad
un territorio sul quale, mentendo clamorosamente, si assicura la completa
sovranità dell'insieme dei cittadini. Nel linguaggio dello Stato
moderno che si sostituisce alle vecchie monarchie assolute compare per la
prima volta la figura giuridica del cittadino, e non più del suddito,
al quale vengono garantiti dalle nascenti costituzioni diritti che raramente
trovano riscontro sul piano sostanziale. L'idea di democrazia, la cui origine
quasi mitologica viene ampiamente sostenuta dall'intellettualità
borghese che la colloca, non senza spreco di retorica altisonante, nelle
affollate piazze della Grecia antica (mistificando ed imbrogliando le carte
sulla realtà di ciò che fu la civiltà greca, improntata
al maschilismo guerriero e con una struttura sociale rigidamente gerarchizzata),
si fa strada proprio in questo contesto storico, economico e culturale per
creare la convinzione dell'esistenza di un mondo libero abitato da persone
libere.
Ci illumina, a questo proposito, l'analisi di Marx sul processo economico-sociale
introdotto dal capitalismo. La meccanica capitalista, muovendo dalla necessità
di un eterno movimento dei flussi di produzione e dovendo comunque regolare
costantemente lo scambio ineguale della forza-lavoro con il salario, deve
assolutamente possedere nell'ambito sociale che essa racchiude e disciplina
una caratteristica fondamentale senza la quale non sarebbe consentito all'apparato
burocratico (la forma Stato indispensabile per governare) di funzionare,
vale a dire la proclamazione dell'uguaglianza giuridica. Questo originariamente
con il duplice scopo di eliminare i privilegi nobiliari e di liberare la
forza-lavoro da qualsiasi legame di natura feudale, rendendola disponibile
ad una contrattazione del suo prezzo, imbrigliando in tal modo il lavoro
e trasformandolo in fonte originaria di profitto e, nello stesso momento,
di controllo pressochè totale. Democrazia e libertà, perciò,
sono create dal capitalismo per regolare lo scambio ineguale, così
ben espresso nella formula, che ognuno di noi ha sentito almeno una volta
nella vita, della pari dignità sociale.
A tutto questo corrisponde, sul piano giuridico, l'affermazione di un sistema
complesso di leggi e di una struttura verticistica che le gestisca, lo Stato.
Ed è senz'altro la coscienza di questa menzogna di fondo, su cui
si articola la società industriale, che giustifica l'approntamento
di una rete di sorveglianza capillare che più è celata ed
articolata e meglio è. I collegamenti tra questa rete ed i potentati
industriali sono sicuramente la dimostrazione di quanto stiamo dicendo.
Il colonnello Rocca, direttore dell'ufficio del Sifar denominato Rei (Ricerche
economiche e industriali), che ufficialmente, dal 1949, avrebbe dovuto tutelare
la sicurezza dei brevetti industriali italiani e sorvegliare i commerci
di armi tra le industrie del nostro paese e quelle straniere, raccoglieva
tranquillamente finanziamenti anticomunisti da questa o quella lobby economica
(inutile dire che frequenti furono i rapporti con la Fiat) per poi distribuirli
a partiti politici, gruppi e gruppetti il cui scopo era quello di fermare
ad ogni costo l'avanzata di ogni e qualsiasi movimento che si opponesse
alla logica del sistema.
Uno stato di agitazione permanente, in un apparente contesto di pace, è
il quadro generale che risulta da queste analisi. La guerra diventa in sostanza
il mezzo privilegiato con cui sono stati condotti gli anni di un oscuro
e tanto declamato cinquantennio di democrazia, durante il quale si sono
combattute feroci battaglie per il mantenimento e la progressiva evoluzione,
con qualunque mezzo, del sistema economico depotenziando qualsiasi spinta
sociale al cambiamento. Rileggendo la storia degli anni che hanno seguito
la proclamazione della Repubblica nata dalla resistenza (di partigiani coraggiosamente
e rabbiosamente antifascisti) è abbastanza semplice seguire il filo
sottilissimo, ma ben visibile, che segna lo svolgersi lento ed inarrestabile
di un potere che risucchia in sè ogni spinta antagonista e che continuamente
intorbida le acque di una palude abitata da creature incredibili, dissimulando
le origini dello scontro e autoriproducendosi costantemente.
I servizi segreti, in questo senso, sono la punta di diamante del modello
disciplinare di controllo che si afferma, ovunque, nelle società
industriali e che socializza l'individuo alla violenza sin dai primi anni
di vita, inducendo senza sosta suggestioni di aggressività e competizione.
La pretesa democrazia a cui sottoporre un'intera cultura cela un progetto
radicalmente diverso, la riproduzione coatta del sistema economico capitalista
e dei rapporti di forza che esso genera nell'intera struttura. Non esiste
infatti un luogo, od un momento, nel quale la paziente opera di allarmanti
e sfuggevoli personaggi non abbia influenzato il procedere degli avvenimenti
più importanti della nostra storia nazionale del dopoguerra.
La stessa organizzazione gerarchica degli apparati dello Stato moderno rimanda
ad un modello verticale tipico delle disposizioni di potere in Occidente.
Il comando e la coercizione sono gli elementi base per ottenere l'efficienza
ed il correlato ideologico di tutto questo è certamente rappresentato
dalla cultura di destra (che non corrisponde sempre a quella fascista in
senso stretto). In una pubblicazione di molti anni fa, era il 1972, intitolata
Il libretto della destra[1]
e stampata dalle famose Edizioni del Borghese, Armando Plebe si esercita
volentieri ad identificare i caratteri peculiari del vero uomo di destra.
Fra le tante incredibili tesi sostenute nel libro, ce n'è una che
merita in particolare la nostra attenzione, lì dove si sostiene che
diventare uomini di destra significa prima di tutto conoscere gli uomini
di sinistra per poterli combattere. L'affermazione di Plebe sintetizza un'epoca
intera: la lotta va sostenuta contro il solo nemico possibile, il comunista
destabilizzatore che nega valore alle istituzioni, quali che siano, prodotte
dal Capitale. E' incredibile pensare come si siano potute sostenere tali
e tante menzogne nel mentre scoppiavano le bombe nelle banche e si tentava
di porre in atto colpi di Stato, ma anche quel linguaggio era plasmato nell'intento
di creare un clima favorevole al passaggio ad una cultura dell'autorità.
I cardini intorno a cui ruota il pensiero occidentale hanno mantenuto le
caratteristiche essenziali di riproduttori del dominio e della violenza
che fa tacere le minoranze anche se tra il '60 e il '70 questa situazione
sembrava dover essere rovesciata. Così di fronte all'inasprirsi delle
resistenze al sistema, non c'era che la vecchia soluzione di dare origine
da se stessi al proprio conflitto per poi avere tutte le carte in regola
per intervenire a mettere ordine. Il Doppio Stato, se così lo possiamo
chiamare, entra in scena esattamente a questo punto, rendendo operativa
l'organizzazione reticolare che da tempo era stesa in tutto il territorio.
Questo territorio non ha gli stessi contorni geografici dei singoli paesi,
trattandosi di un'area politico-economica definita da funzionalità
diverse; nel nostro caso l'intera Europa.
I famosi Stati Uniti d'Europa che sono oggi ormai una realtà, perlomeno
dopo Maastricht, rappresentano il concretizzarsi di un progetto di controllo
che ci porterà dritti, dritti nel composto mondo del Grande Fratello.
La funzione dei gruppi di difesa nazionale che hanno lavorato nell'ombra,
nonostante le bugie su un immaginario pericolo di invasione dall'Est, è
stata anche quella, perciò, di coordinare su un piano evidentemente
internazionale le concentrazioni di resistenze pericolose alla diffusione
del modello capitalista.
I collegamenti con la nota Agenzia di spionaggio statunitense vanno letti
sicuramente nel senso del pieno appoggio dato alle strutture informative
europee e non tanto nella prospettiva, piuttosto generalizzata, che gli
Stati Uniti volessero trasformare il vecchio continente in una colonia americana.
Non ce n'è mai stato bisogno, dato che la stessa matrice economica
(l'America è un prodotto schiettamente europeo dal punto di vista
della logica industriale) nei rapporti di produzione garantisce la sopravvivenza
del blocco capitalista.
Nel quadro generale che abbiamo delineato fino a qui, i servizi segreti
sono a tutti gli effetti una promanazione diretta del potere economico e
politico, inserita strutturalmente nell'apparato statale da cui formalmente
dipendono. Ma se questo apparato, come abbiamo cercato di dimostrare, nulla
ha a che vedere con la forma di coercizione che viene chiamata, a vario
titolo, democrazia, non esiste nemmeno la possibilità di parlare
di deviazioni o di attività illegali per ciò che concerne
i servizi. Anche in questo caso si confondono pericolosamente le rappresentazioni
linguistiche di un certo fenomeno. Rispetto a che cosa sono deviati i gruppi
di spionaggio e controspionaggio? E la loro eventuale illegalità
a che cosa viene riferita? Certamente ad un concetto di Stato legale che
appartiene alla miglior tradizione liberale con tutto il suo patrimonio
storico e culturale. L'insieme stesso delle leggi che regolano i nostri
codici e la nostra vita giuridica provengono da quella stessa fonte che
adotta l'uso di servizi segreti per proteggere se stessa.
In Italia, per venire a questioni meglio conosciute, i servizi non hanno
deviato assolutamente di una virgola rispetto alle funzioni per le quali
erano stati costituiti. Continuare a celare questa parte così scomoda
della storia del paese, non può che apparire come un'operazione destinata
a coprire la realtà dei fatti. Purtroppo questo modo di pensare è
sedimentato da tempo nella nostra visione dei complessi e tragici problemi
che ci accadono intorno. Abbandonate, non senza sollievo da parte delle
stesse forze della sinistra istituzionale, che ancora non riescono ad ammettere,
anche se ne hanno piena coscienza, di aver servito la causa del potere,
le contrapposizioni radicali al sistema dominante e disarticolate le istanze
rivoluzionarie di coloro che avevano ben compreso quale sarebbe stato il
pericolo da affrontare, ci si rifugia in un riformismo dannoso e privo di
soluzioni politiche immediate dietro al quale si nasconde la paura di affrontare
i problemi nel loro effettivo spessore.
Le stragi sono servite appunto a determinare questo tipo di reazioni, mute
ed angosciate, dinanzi ad una società attraversata dall'incubo del
sangue e della violenza. Inutile sottolineare, per l'ennesima volta, che
il disordine creato doveva servire proprio ad attivare il desiderio del
ritorno alla normalità, normalità del sistema s'intende.
Che l'insieme di queste vicende sia adesso nel circuito dell'informazione
pubblica, quella che si può sentire e comprendere senza alcuna mediazione
e che è stata immessa nei canali dell'ascolto nazionale, non aiuta
minimamente a risolvere il problema. Se è vero quello che sostiene
Debord in un libro ormai famoso, La società dello spettacolo[2], quando i fatti raggiungono il livello
della rappresentazione spettacolare, e diventano notizia, sono già
automaticamente merce e si svuotano di ogni potenzialità di rottura.
Non disvelano più l'occultamento al quale sono stati sottoposti,
e tantomeno sollecitano la rivolta (forse purtroppo neanche più l'indignazione).
Concrezione autorizzata di potere, i servizi segreti ritornano silenziosamente
nell'ombra ancora una volta, nella miglior tradizione cinematografica, perchè
tracciarne definitivamente la composizione condurrebbe a delle inevitabili
domande sul significato e la pertinenza dello Stato così come lo
conosciamo adesso, delle ragioni del suo stesso esistere.
Il gruppo Gladio
Nel febbraio 1972 ad Aurisina, vicino a Trieste, i carabinieri della
stazione locale scoprono per caso un deposito sotterrato di armi, esplosivo
in grossa quantità e materiale bellico vario. Orgogliosamente un
giovane capitano dell'Arma si vanta di essere riuscito a mettere le mani
su un arsenale di chissà quale banda di delinquenti organizzati e
di aver inflitto una pesante sconfitta al crimine dilagante.
Quello che il povero capitano non sa, nè saprà mai se non
a distanza di anni, è che in realtà lui ed i suoi uomini avevano
involontariamente riportato alla luce uno dei 139 depositi a disposizione
del gruppo Gladio, variamente distribuiti ed occultati in punti strategici
delle zone per così dire a rischio del territorio italiano.
Secondo quanto lo stesso Andreotti confermerà quasi vent'anni dopo,
il ritrovamento getta per un momento nello scompiglio i quadri dell'organizzazione,
e si decide di rimuovere dalla loro originaria sede tutti i depositi per
spostarli in luoghi più sicuri (cioè dentro alle stesse caserme
dei carabinieri). C'è da osservare, in aggiunta, che l'esplosivo
al plastico ritrovato ad Aurisina è dello stesso tipo di quello usato
a Peteano (forse proviene da uno dei 139 depositi sparsi in tutta la penisola)
per far saltare la fiat 500 che uccise tre militi dell'Arma nello stesso
anno.
Nessuno all'epoca avrebbe mai potuto immaginare quanto, per un istante,
ci si fosse avvicinati ad una verità che sarebbe stata tenuta nascosta
per molto tempo ancora.
La storia di Gladio era iniziata più di vent'anni prima, quando in
un'Italia appena uscita dalla seconda guerra mondiale ed ancora divisa da
aspri conflitti politici (i comunisti continuavano a rappresentare un potenziale
pericolo per le sorti della nascente repubblica democristiana), si stavano
approntando delle strutture operative di controllo in grado di far fronte
ad un'eventuale guerra civile. Il passaggio dal modello politico e culturale
fascista alla nuova democrazia era stato gestito con grande abilità,
reinserendo a poco, a poco gli stessi elementi delle milizie e degli uffici
di polizia del vecchio regime in quelli di recente costituzione. Questi
stessi funzionari, di cui stiamo raccontando, li ritroveremo poi in tutte
le vicende più scabrose degli anni successivi (il questore Guida,
ad esempio, a Milano negli anni delle bombe e dell'omicidio Pinelli, era
stato il direttore del confino politico fascista di Ventotene).
Nel panorama generale complessivo, inoltre, non sono da dimenticare i rapporti
che si andavano costruendo con gli Stati Uniti ed i loro servizi segreti
e il Patto Atlantico da poco costituito a difesa del blocco occidentale.
Contemporaneamente alla nascita delle strutture ufficiali dei vari servizi
e reparti di informazione, militari e civili, si dava corpo ad un organico
ufficioso con compiti ben determinati che andavano dal sabotaggio, alla
provocazione, all'azione di guerriglia vera e propria, al mantenimento di
stretti rapporti di collaborazione con i settori dell'esercito, della stampa,
dei partiti politici e di tutte le istituzioni favorevoli ad una svolta
autoritaria verso destra.
Fin dal 1951 il Sifar aveva studiato la possibilità di realizzare
una rete clandestina che collegasse in modo omogeneo le strutture militari
italiane e quelle degli altri paesi aderenti alla Nato, tenuto conto che
nel frattempo erano addirittura note agli stessi servizi attività
di questo tipo nell'Italia settentrionale ad opera degli americani. Nel
1956 viene concluso un accordo con il servizio statunitense di difesa militare
per organizzare la rete denominata Stay Behind (Stare Dietro). Sono
gli anni della direzione Sifar del generale De Lorenzo, attivissimo fino
a quasi tutto il decennio successivo culminato nel fallito tentativo di
golpe del 1964. Il gruppo Gladio è organizzato in una struttura cellulare
rigorosa - fatta apposta per chi deve agire nella completa clandestinità
- pensata in maniera tale da impedire agli aderenti di conoscersi tutti
tra di loro e nello stesso tempo coordinata da una base operativa unica.
Agli atti della Commissione Stragi esistono documenti[3]
che indicano già per il 1956 un totale di 40 nuclei (di sabotaggio,
propaganda, evasione e fuga, guerriglia) e la presenza di quasi un migliaio
di persone pronte a mobilitarsi in situazioni considerate di emergenza.
Tuttavia non lasciamoci ingannare dalle deposizioni ufficiali, che finiscono
per dare l'impressione di un gruppo clandestino fin che si vuole, ma comunque
nei limiti di una specie di mal intesa legalità; Gladio è
rimasto attivo per un trentennio ed è stato probabilmente presente
anche in situazioni insospettabili, se così possiamo dire, a cominciare
dalle provocazioni durante scioperi o cortei. L'ufficio Rei, di cui abbiamo
parlato, testimonia il colonnello del Sifar Falde alla Commissione parlamentare
sulla P2, aveva svolto numerose attività di carattere politico mobilitando
gli uomini di Gladio ad esempio - ed è quanto emerge anche dalle
indagini di Casson - durante gli scioperi degli edili a Roma, nel 1963.
I gladiatori si affiancarono alla polizia indossando tute mimetiche
o divise da poliziotto durante il sanguinoso pestaggio dei manifestanti
(duecento feriti e la città nel caos).
Ma molte altre ancora devono essere state le occasioni di infiltrazione
nei cortei di protesta con lo scopo di alzare il livello dello scontro con
le forze dell'ordine democratico. Se a questo vogliamo aggiungere
il paziente lavoro di vivacizzazione delle associazioni di destra e delle
stesse forze armate, con la parola d'ordine della lotta al comunismo dilagante,
il quadro si amplia ulteriormente e ci consente di allargare lo sguardo
su una incredibile opera di attivazione di conflitti estesa a tutto il tessuto
sociale.
Due anni prima, nel '61, con la Notte dei fuochi, erano cominciati gli attentati
attribuiti al terrorismo altoatesino del gruppo Stella Alpina, formazione
neo-nazista che operava localmente per creare disordini. Sono gli anni che
preparano il progetto di De Lorenzo, passato alla storia come piano Solo,
per destabilizzare il governo ed imporre una giunta militare. Il potere
del capo del Sifar era all'epoca incredibilmente consolidato, se si pensa
che De Lorenzo ed i suoi accoliti occupavano i vertici dell'Arma dei carabinieri
e del Sifar; per l'esattezza, comandante generale dell'arma, capo del servizio
segreto, capo dell'ufficio D, capo del raggruppamento Centri di controspionaggio
di Roma, amministratore del Sifar, capo dell'ufficio Bilancio dell'arma.
Nessuna meraviglia, dunque, che in quegli anche il gruppo Gladio funzioni
splendidamente ed anzi venga potenziato come struttura più segreta
degli stessi servizi.
Il 18 novembre 1965 viene istituito il Servizio informazioni difesa (Sid),
che porta per ironia del destino lo stesso nome del servizio segreto della
repubblica di Salò, mai entrato in funzione. Il Sid non è
oggetto di alcun dibattito parlamentare, nè si decide minimamente
quale genere di controlli esercitare su di esso, particolare questo che
ci dà un'idea piuttosto chiara di quale fosse l'atmosfera che si
respirava in Italia a quei tempi. E' durante la gestione Sid dell'ammiraglio
Henke che inizia ciò che è passato alla storia come strategia
della tensione, fenomeno che, in realtà, appartiene da sempre
alle vicende italiane del dopoguerra, ma che si inasprisce dal '68 in poi,
sull'onda della rivolta degli studenti e degli operai. Il 12 dicembre del
1969 scoppia la bomba di Piazza Fontana che devasta i locali della Banca
dell'Agricoltura provocando 17 morti e 90 feriti. Comincia a farsi strada
l'idea, negli ambienti conservatori, che sia più che mai utile trovare
un rimedio ad una situazione di totale anarchia e si invoca un intervento
deciso per ristabilire l'ordine.
Si moltiplicano, nel frattempo, mentre la magistratura, la polizia e lo
stesso Parlamento mistificano clamorosamente quello che sta avvenendo e
coprono tutto quanto è possibile, i campi di addestramento paramilitari
voluti dagli stessi servizi con il finanziamento del ministero della Difesa.
Era già attivo il centro di capo Marrargiu, in Sardegna, che sotto
la guida di tecnici americani addestra personale civile e militare (i gladiatori
sono preparati ed indottrinati laggiù). Nel dicembre 1970 Junio Valerio
Borghese dà il suo personale contributo alla storia patria e tenta
un altro un colpo di Stato rapidamente fatto rientrare; dieci anni più
tardi l'istruttoria sarà archiviata definitivamente.
E' il Sid, alla cui guida dal '70 arriva Vito Miceli, che trama con notevole
perizia in quegli anni e conduce la sua battaglia contro la sinistra extraparlamentare.
Sarebbe un errore, però, considerare l'attività dell'organizzazione
Gladio esclusivamente di carattere operativo. I contatti intrattenuti con
l'alta finanza italiana, la delinquenza mafiosa e gli ambienti della cultura
borghese favorevole ad un atto di forza definitivo per eliminare il comunismo
(De Lorenzo aveva fatto schedare qualcosa come 157.000 persone, aderenti
al PCI, semplici simpatizzanti, parlamentari, sindacalisti, militanti di
gruppi di estrema sinistra) suggeriscono complicità rintracciabili
in molti luoghi noti dell'Italia che si dichiarava democratica e antifascista.
La loggia P2, che Gelli crea nel 1971, ne è la controprova: radunare
gli esponenti della classe dominante e unire gli sforzi per dichiarare legittimo
il potere autoritario del Capitale.
Le azioni stragiste proseguono a ritmo incalzante: nel 1972 Peteano, nel
'73 l'attentato davanti alla questura di Roma, dove si sta commemorando
la scomparsa del commissario Calabresi, ad opera di Gianfranco Bertoli;
nel maggio '74 strage di Brescia, in agosto, sempre a Brescia, attentato
al treno Italicus; le bombe, infine, sconvolgono la stazione di Bologna,
il 2 agosto 1980, con 85 vittime.
Lungo tutto il decennio non siamo in grado di contare le provocazioni ed
i morti lasciati sulle strade dal Movimento degli studenti, dagli operai
e da tutti coloro che si opponevano alla violenza di Stato. Secondo i dati
del libro L'orda d'oro[4] sono
più di quarantamila i denunciati, di cui quindicimila passati dalle
carceri e quattromila i condannati della vasta amalgama di quanti si schierarono
contro la violenza fascista.
La teoria degli opposti estremismi, che i conservatori italiani fanno propria
dall'inizio degli anni '70, circolò proprio per colpire la sinistra.
Si redassero, a questo scopo, documenti dettagliati che confermavano, nel
mentre accennavano fuggevolmente all'eversione nera, l'esistenza di una
solida matrice comunista del disordine che complottava per rovesciare il
governo. Il prefetto di Milano Mazza o il questore Allitta, ad esempio,
furono, su questo argomento, dei veri campionari di menzogne.
Di falsità in falsità, Andreotti in testa quando dichiara
nel 1977 alla Procura della repubblica di Roma nell'inchiesta sul golpe
Borghese, che nessuna organizzazione di militari o civili può avere
compiti istituzionali di carattere politico, si arriva al 1990: il governo
comunica alle Camere che il gruppo, o meglio i gruppi clandestini Gladio
sono ancora operanti. Bontà sua.
La verità, naturalmente, sta solo nei fatti. E i fatti ci sono
e ci sono sempre stati. Ma c'è chi pensa ancora che Gladio sia il
nome di una pizzeria del centro o un'antica spada romana. Su tutti costoro
un sistema di potere fonda la propria esistenza.
C'è anche chi, come il vecchio Partito Comunista, ha ritenuto di
non dover demandare i compiti di un'inchiesta su Gladio alla Commissione
Stragi, perchè non necessariamente è dimostrato il collegamento
tra l'organizzazione e gli avvenimenti sanguinosi di cui abbiamo parlato.
E' singolarmente chiaro che nella cultura della disillusione e del silenzio
sono alcune precise versioni le uniche ad essere ritenute plausibili. Tutto
ciò che fa pensare o alimenta il dubbio di vivere immersi in circostanze
storiche e sociali completamente diverse da quelle proposte in continuazione
dai mass-media, dai persuasori occulti di un sistema di potere inglobante
e totale, viene allontanato perchè fonte di angoscia. Il recupero
delle vicende di quest'ultimo ventennio, prima che sia definitivamente strappato
dalla memoria collettiva, è una delle strade possibili per ritracciare
un percorso deviato più volte. La storia delle lotte degli anni che
ci hanno preceduto, e che miravano ad una riappropriazione complessiva di
un intero sapere orribilmente trasformato nelle mani di pochi vanno, nei
limiti di quanto sarà possibile, raccontate ancora a tutti quelli
che vorranno ascoltare.
L'esistenza del gruppo Gladio non è estranea alle prove di forza
che un po' ovunque molti hanno dovuto subire, nonostante la sedicente democrazia.
Gli uomini arruolati svolgevano e svolgono forse ancora la funzione di vigilare
con attenzione su ogni presunta devianza, intervenendo a normalizzare e
ad uccidere.
E' importante comprendere bene questo aspetto dell'intera vicenda: i perseguitati
erano e saranno sempre le minoranze che si oppongono al processo capitalista
nei suoi mille aspetti e al potere che esso esercita ormai senza limiti
sulla e nella società. La teoria delle deviazioni dei servizi mette
in risalto la sua vena schiettamente riformista quando si fa promotrice
di grandi campagne democratiche per la trasparenza delle istituzioni.
Ma non ci sono più fremiti nel sociale, soltanto cupa attesa di un
processo di rinnovamento inesistente nelle condizioni attuali. Le dinamiche
della produzione totale assorbono in se stesse anche la quotidianità,
l'onda di riflusso diventa marea.
L'affare Gladio, la fitta rete di terrore e di violenza che corre lungo
il filo di così tanti anni, entra all'improvviso nella visibilità
del mezzo televisivo, nella cronaca dei giornali. E' Andreotti in persona
a darne le prime notizie. A questo punto si apre una serie di interrogativi
che costituisce, indubbiamente, uno degli elementi più importanti
per mettere a fuoco i diagrammi indecifrabili delle attuali relazioni di
potere in Italia e nell'intera Europa. Cos'è successo di tanto importante,
o di tanto grave, da consentire di bruciare (per usare il gergo dei servizi)
la banda Gladio e di scatenare feroci polemiche dentro e fuori la compagine
governativa?
Qualcuno, e può essere la risposta più plausibile, ha avanzato
l'ipotesi di una transizione a nuove forme costituzionali. La repubblica
presidenziale diventa la risposta al complessivo riassetto degli equilibri
internazionali, in particolar modo dinanzi a quanto è accaduto all'Est
e soprattutto in Germania. I governi intendono rafforzare ancora la loro
posizione di controllo mentre in concreto si assiste alla scomparsa di ogni
voce contraria al grande capitale. Si riaffaccia l'ideologia dello Stato
forte, questa volta pubblicamente incline ad una composizione delle strategie
con l'area del privato, dalla multinazionale alle aziende che comunque producono
servizi integrabili con quelli statali. La forma Stato si riduce progressivamente
ad un'espressione pura e semplice del Capitale totale ed è abbastanza
logico che la funzione di governo scompaia rapidamente accentrando tutto
nelle mani di una sola figura esecutiva, il presidente appunto.
Naturalmente, proprio come negli Stati Uniti, esiste, in una repubblica
presidenziale, un gioco dei poteri che va oltre la figura pura e semplice
del primo cittadino incaricato di assumere la guida del paese, ed è
indiscutibile che una verticalizzazione del genere risolve infiniti problemi.
I gruppi di pressione più o meno occulti, di carattere finanziario
e decisionale o schiettamente operativi dal punto di vista politico, hanno
in questo contesto vita facile.
Alla repubblica presidenziale non siamo ancora arrivati; ma è giocoforza
ammettere che, una volta tramontato il decennio craxiano, sulla scia della
frattura aperta da Tangentopoli nelle classi dirigenti, abbiamo assistito
a radicali mutamenti degli assetti costituzionali. Dalla discesa nell'agone
politico di Berlusconi fino alla recente presa del potere ad opera di Massimo
D'Alema, non si può negare che le trasformazioni radicali della politica
abbiano segnato il passo all'Europa di Maastricht. Per arrivare dove non
è oggetto di queste riflessioni. La storia di Gladio declina semplicemente
il racconto di uno dei tanti misteri del Sistema Occulto.
Resta certo, o abbastanza certo se preferite, che tutto sembra cambiare
perchè nulla cambi veramente e l'invasione progressiva della realtà
da parte dell'intrusiva, ultima economia di mercato non lascia spazio che
alla celebrazione del profitto.
Si è stabilita una drammatica spaccatura tra la massa ed i pochi
che la controllano, tra i lavoratori e quelli che usano del loro lavoro,
in una situazione di sfruttamento non più delimitata dalla fabbrica
come contesto fisico degli abusi del Capitale, ma allargata capillarmente
ovunque; anche dove non era stato possibile arrivare fino a qualche tempo
prima, a dimostrazione del fatto che i muri - quello di Berlino ne è
esemplificazione drammatica e allo stesso tempo evidenza assoluta - cadono
soltanto quando è arrivato il momento di farli cadere.