Alessandra Kersevan, Porzûs, Dialoghi sopra un processo da rifare, Edizioni Kappa Vu, 1995
"E quando dall'armadio i cadaveri puzzarono,
allora Jacob comprò un'azalea."
B. Brecht
Comincia secondo alcuni nel 1917 con la Rivoluzione russa il secolo breve
e finisce nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino. Il secolo corto,
invece, secondo altri, inizia la sua storia nel 1945 e, probabilmente, non
riesce ancora a portarla a compimento in questi ultimi anni che ci trascinano
verso il terzo millennio.
Il 7 febbraio del 1945 un centinaio di partigiani delle formazioni garibaldine
friulane, gappisti per la precisione (i GAP erano i gruppi di azione partigiana)
si avvia alle malghe di Porzûs, dove la Brigata Osoppo aveva stabilito
il suo quartier generale. I partigiani dei GAP uccidono sul posto il comandante
della Brigata, Francesco De Gregori (Bolla), il delegato politico Gastone
Valente del Partito d'Azione (Enea), Elda Turchetti che la stessa Radio
Londra aveva qualche tempo prima denunciato come spia e il giovane Giovanni
Comin (Gruaro). Gli altri osovani presenti vennero fatti prigionieri e nei
giorni successivi, dopo essere stati interrogati, uccisi nella zona del
Bosco Romagno. Sopravvissero soltanto Leo Patussi (Tin), Gaetano Valente
(Cassino) che, così si disse, furono risparmiati perché conoscevano
due dei gappisti, Aldo Bricco (Centina) Bricco riuscì miracolosamente
a fuggire sottraendosi ad alcuni partigiani che lo avevano già fatto
prigioniero e altri tre giovani Leo, Gianni e Pescara che, distanti
dalle malghe ma abbastanza vicini da sentire gli spari, fuggirono immediatamente.
La storia dei vincitori, attraverso i processi celebrati successivamente
alla fine del conflitto mondiale, narra che i gappisti di Giacca, comandante
della formazione responsabile dell'eccidio, portarono a compimento l'eliminazione
della Brigata Osoppo per ordine della Federazione PCI di Udine, intenzionata
a favorire addirittura l'annessione di buona parte del Friuli alla Iugoslavia
del Maresciallo Tito. Nel 1997, a distanza di più di cinquant'anni,
Renzo Martinelli scrive e produce il film Porzûs, mistificante semplificazione
dei fatti di allora. Eppure, se a distanza di mezzo secolo c'è ancora
bisogno di rimettere in scena la strage alle malghe utilizzando una cinematografia
orribilmente compiacente, è evidente che quegli avvenimenti continuano
a meritare l'attenzione distorta di tutti coloro, e sono tanti, che intendono
dimenticarsi di ricordare.
Attorno alla vicenda di Porzûs ruota in realtà una molteplice
serie di intricati dispositivi politici e culturali che si sarebbero proiettati
negli anni seguenti fino a determinare una consistente parte della storia
della nuova Repubblica democratica e dei suoi discussi confini orientali.
La ricostruzione dei fatti che ci propone Alessandra Kersevan ha dignità
di ricerca storica accuratissima che non si lascia tentare da facili interpretazioni
di parte.
La questione dei confini ad Est resta un intricato nodo ancora tutto da
sciogliere nella rivisitazione delle dolorose vicende occorse in quegli
anni in terra slovena e friulana. Del resto è la politica che traccia
i confini geografici e mai le comunità che su quelle terre hanno
vissuto drammi personali e collettivi che diventano memoria negata ed identità
smarrita. Le valli del Natisone che si spingono fino all'attuale Slovenia
sono state per secoli tradizionalmente abitate da popolazioni ben poco legate
al ceppo nazionale italiano, posto che realmente ce ne sia mai stato uno.
La forzata de-slavizzazione, imposta dal regime di Mussolini con la violenza
dei suoi squadroni della morte, forte anche della complicità della
Chiesa Cattolica, segnò per lunghi anni la politica di pressione
etnica che volle trasformare quella regione in una parte dell'italica penisola.
Si trattò di un processo lento e meticoloso, segnato da brutali episodi
di vera e propria epurazione contro quanti non si sottomettevano, che arrivò
a togliere persino le radici della memoria. Fu abbastanza semplice, dunque,
in un contesto sociale già minato in profondità paventare,
come si fece per tutto il corso del conflitto che vide contrapposti i gruppi
della Resistenza ai nazi-fascisti da una parte e dall'altra del confine
italiani e milizie iugoslave , l'invasione da parte dei partigiani
di Tito e l'occupazione di una buona fetta del territorio italiano.
Le vicende delle valli del Natisone e dei suoi abitanti sono il punto d'incontro
di una storia ancora in ombra, quella della Resistenza mai raccontata, molto
distante dalle accorate celebrazioni nazionali che rivivificano continuamente
l'unitarietà della lotta contro l'esercito nazista e ne disvelano
la precarietà ideologica. Il termine omesso, oggetto di una rimozione
totale che è poi semplicemente, per usare un'espressione cara al
filosofo tedesco Habermas, passato che non passa, è guerra civile.
Una guerra combattuta in montagna e in città, sordidamente controllata
dai servizi di sicurezza americani giunti dall'altra parte dell'oceano,
come è stato ampiamente dimostrato, con il compito di piazzare le
pedine giuste nel complesso e delicatissimo scacchiere d'Europa.
In questo senso la storia del Friuli e delle organizzazioni che a fine conflitto
segneranno le tappe dell'azione anti-comunista (Gladio, il Terzo Corpo Volontari
della Libertà, l'organizzazione "O", come ricorda molto
bene la Kersevan) rappresenta uno dei primi esperimenti, di cui pochissimi
hanno parlato, di ciò che da lì a qualche tempo sarebbe diventata
la Guerra Fredda. Storia annunciata si potrebbe dire. Agenti inglesi, uomini
della X Mas di Junio Valerio Borghese (il famoso principe nero che all'inizio
degli anni Settanta, dopo una sostanziale impunità garantita a fine
conflitto dagli stessi Americani e dal compiacente establishment democristiano,
emergerà alla ribalta delle cronache per un tentativo di golpe contro
quello stesso potere costituito che lo aveva voluto salvo), doppio e triplogiochisti
spuntati dal nulla, spie, Partito Comunista, Partito d'Azione, gruppi armati
clandestini danno vita ad una incredibile miscela di posizioni politiche
disparate, nazionalismi feroci, ideologie frammentate e contraddittorie
in una situazione generale di grande confusione nella quale tutto fu veramente
possibile.
Anche confondere la memoria di alcune generazioni: Porzûs è
una piccola località di mezza montagna a qualche chilometro da Attimis.
Non è il luogo in cui stazionava il comando della Brigata Osoppo;
le sventurate malghe dalle quali prendono le mosse avvenimenti che plasmano
la storia stessa della Prima Repubblica sono in realtà quelle di
Topli Uork. La memoria popolare ha voluto che l'azione dei gappisti si svolgesse
a Porzûs. Nemmeno il luogo fisico della vicenda rivissuta dai protagonisti
del libro, un dialogo serrato tra la giovane Francesca, eterodossa laureanda
in storia, e il pignolo Blasig, profondo conoscitore dei fatti poco incline
agli studi accademici ed alla conoscenza che essi contrabbandano come verità,
è quello giusto. Una torsione del ricordo che attraversa l'intero
susseguirsi delle pagine del libro, fitte di informazioni e note, di nomi
e di date. Ma è la memoria che costruisce l'identità e ricompone
i pezzi espropriati della narrazione collettiva di un popolo, di qualunque
popolo, a cui siano state sottratte le origini. Porzûs diventa allo
stesso tempo il crocevia della rappresentazione tragica del conflitto interno
alle formazioni partigiane, e delle loro insanabili contrapposizioni ideologiche,
e del conflitto esterno che aveva messo italiani contro italiani, italiani
contro sloveni, presunte maggioranze etniche contro minoranze.
Con arguzia gli Americani, e il Comando Alleato, predisposero le strategie
di un vicino futuro di dominio in cui tutta la regione nord-orientale d'Italia
avrebbe svolto un ruolo fondamentale di spartiacque tra cosiddetto Occidente
libero e Paesi d'oltre cortina. E' per questo che è stato necessario
diffondere il temibile germe della disinformazione fino a trasformarlo in
storia, portando a compimento una delle prime, vere guerre psicologiche
dell'Europa post-fascista. Il secolo corto trova le sue origini nel periodo
oscuro della guerra di Resistenza, in episodi circoscritti ed ampiamente
dimenticati che compongono il quadro d'insieme di una società nazionale
lacerata da tensioni irrimediabilmente inaccessibili allo sguardo di una
storiografia intontita da un potere/sapere capillarmente diffuso ad impoverire
la profondità dell'analisi ed a mettere a dura prova il coraggio
di ricerche d'archivio destinate a sollevare una quantità esorbitante
di interrogativi in parte ancora senza risposta.
Mario Coglitore