"Un passato che non passa"
(da M. Coglitore, L'identità assente, Calusca edizioni, Padova 1997,
pp. 39-57)
Questo articolo è stato pubblicato nel n. 9 (febbraio 1999) di Alternative Europa, che dedica la rubrica "primo piano" al tema "Le menzogne storiografiche del revisionismo" (le schede bibliografiche sono state curate dall'Osservatorio Storico di InterMarx)
"Nei singoli la follia è una rarità:
ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli,
nelle epoche è la regola."
F. Nietzsche
La polemica su quello che sarebbe stato definito da Habermas un orientamento
storiografico revisionista risale ad una decina di anni fa.
Sul Frankfurter Allgemeine Zeitung del 6 Giugno 1986 lo storico tedesco
Ernst Nolte pubblica un intervento dal titolo Il passato che non vuole
passare. Il riferimento ai trascorsi nazionalsocialisti della Germania
è evidente. "E' una singolare lacuna delle letteratura sul nazionalsocialismo,"
scrive Nolte "quella di non sapere o di non voler prendere atto della
misura in cui tutto ciò che i nazionalsocialisti fecero in seguito,
con la sola eccezione della tecnica delle camere a gas, era già descritto
in una vasta letteratura dei primi anni venti: deportazioni e fucilazioni
in massa, torture, campi di concentramento, eliminazione di interi gruppi
secondo criteri oggettivi, ordini di sterminio di milioni di uomini innocenti,
ma ritenuti 'nemici'. [...] Tuttavia deve essere lecito, anzi è inevitabile,
porre il seguente interrogativo: non compì Hitler, non compirono
i nazionalsocialisti un'azione 'asiatica' forse soltanto perchè consideravano
se stessi e i propri simili vittime potenziali o effettive di un'azione
'asiatica'? L'arcipelago Gulag non precedette Auschwitz? Non fu lo 'sterminio
di classe' dei bolscevichi il prius logico e fattuale dello 'sterminio di
razza' dei nazionalsocialisti?" (1)
Un mese più tardi la replica di Jürgen Habermas è piuttosto
perentoria. Dalle pagine di Die Zeit del 11 Luglio, con un articolo
intitolato Una sorta di risarcimento danni, Le tendenze apologetiche
nella storiografia contemporanea tedesca, Habermas senza mezzi termini
accusa un intero gruppo di storici (Stürmer, Hillgruber, Hildebrand)
di neorevisionismo. La pretesa di costoro sarebbe quella di rifondare
una sorta di identità nazionale, dopo aver evidentemente smarrito
la propria storia, relativizzando le atrocità commesse dai nazisti
con un risarcimento di danni del passato tedesco possibile attraverso la
sua equiparazione ai crimini di Stalin. Si tratta, sostiene Habermas, di
una inaccettabile apologia storiografica, il cui scopo ultimo appare quello
di adescare l'opinione pubblica ad un ripensamento generale del nazionalsocialismo
in favore di una ridefinizione di quei tragici fatti orientata in senso
conservatore. I conti con un passato opprimente risulterebbero così
saldati una volta per tutte. "I pianificatori di ideologie vogliono
trovare consenso attraverso una rivivificazione della coscienza nazionale
[...] i crimini nazisti perdono la loro singolarità grazie al fatto
che divengono comprensibili se non altro come risposta alle minacce di sterminio
bolsceviche (oggi perduranti). Auschwitz si riduce alle dimensioni di un'innovazione
tecnica e si spiega attraverso la minaccia 'asiatica' di un nemico che continua
a stare davanti alla nostra porta." (2)
L'apertura manifestata dalla Republica federale al sistema politico occidentale,
conclude Habermas, è il vero grande apporto culturale del dopoguerra
tedesco. Quella apertura è stata possibile grazie al superamento
dell'ideologia del centro che i revisionisti intendono invece riproporre
come caposaldo di una nuova e pericolosa dottrina. La centralità
dei tedeschi in Europa e la ricostruzione di quel centro perduto fanno perdere
memoria di un Occidente riconquistato a prezzo di un conflitto mondiale
e dello sterminio di intere popolazioni.
"L'unico patriottismo che non ci allontana dall'Occidente è
un patriottismo della Costituzione. Una convinta adesione ai principi universalistici
della Costituzione si è purtroppo potuta formare nella nazione civile
dei tedeschi dopo e attraverso Auschwitz. Chi vuole impedire di arrossire
di vergogna per questo fatto con un'espressione vuota come 'ossessione della
colpa' (Stürmer e Oppemheimer) chi vuol richiamare i tedeschi a una
forma convenzionale della loro identità nazionale, distrugge l'unica
base attendibile del nostro legame con l'Occidente."(3)
Nonostante Habermas attribuisca forse un'eccedenza di valore a ciò
che in realtà la cultura occidentale ha rappresentato in quasi due
millenni di storia, bisogna riconoscere che per la Germania, e specialmente
per le generazioni immediatamente successive alla caduta del Reich, l'uso
corretto di una Costituzione che avesse anche soltanto la parvenza di una
democrazia creava comunque un circuito dialettico, chiamiamolo così,
tale da consentire almeno una riflessione critica intorno ad avvenimenti
e scelte ideologiche che avevano aperto profonde ferite nell'Europa del
Novecento. Il revisionismo, al contrario, accentua una torsione del ricordo
e quindi una rielaborazione del proprio passato in chiave di de-colpevolizzazione
assoluta. Liberarsi del senso di colpa, instillato, come si è spesso
sostenuto, da una intellettualità di sinistra che tende a coprire
i misfatti della propria cultura di appartenenza, diventa la parola d'ordine
alla quale anteporre qualsiasi analisi critica. La mancanza di chiarezza
diffusa, e sostenuta, dalle stesse democrazie del dopoguerra prodotto, secondo
quanto discuterò a grandi linee nel capitolo che chiude questo volume,
nella loro forma essenziale di evidenti effetti di potere, rende ancora
più complesso il tentativo di segnare dei percorsi duraturi della
memoria. Ma anche degli appunti di storiografia che rispettino un minimo
di regole. Il criterio della scientificità nell'analisi è
per gli studiosi occidentali una specie di nevrosi, una sorta di ossessione
sottile che rende spesso poco dinamico il ragionamento, scarsa la capacità
di accettare visioni a tutto tondo della realtà.
Tuttavia, nel caso che stiamo prendendo in esame, se per criterio scientifico
vogliamo assumere quello relativo alla disamina dei puri e semplici fatti,
o di certi fatti, è giocoforza ammettere che tra Nazismo e Stalinismo
le differenze si fanno piuttosto marcate. In aggiunta a questo la larga
sopravvivenza della cultura millenaristica appartenuta ai mentori del Terzo
Reich dimostra se non altro una capacità di sopravvivenza e trasformazione
che nemmeno l'Unione Sovietica governata nel regime di terrore progettato
da Stalin ha saputo lontanamente mantenere.
Le origini culturali del Terzo Reich, del resto, affondano le loro radici
nel fertile terreno di un Occidente sconosciuto ai più. Ciò
che l'apparato militare e politico di Hitler fu, rappresenta soltanto la
parte visibile di un iceberg che galleggia nel grande oceano delle culture
sommerse e sarebbe un errore imperdonabile considerare il nazismo semplicemente
come l'espressione di una dittatura pronta a difendere con ogni mezzo la
propria sopravvivenza, ma destinata all'inevitabile sconfitta da parte delle
forze della democrazia.
L'appoggio che Hitler trovò presso la Casa Reale inglese e presso
lo stesso Churchill, perlomeno nella prima fase della sua ascesa al potere,
dimostrano abbastanza chiaramente che, al pari del regime franchista, il
nazionalsocialismo metteva d'accordo più di un interesse nell'Europa
continentale. La solidità dei rapporti con il grande capitale, inoltre,
dava ulteriore spessore ad una dottrina dello Stato, oltreché ad
un sistema di controllo sociale schiettamente improntato ad eccessi nazionalisti
che nascondevano una profonda condivisione di valori e sentimenti in quel
periodo della storia europea necessari a controbilanciare il famoso pericolo
rosso insediatosi stabilmente in Russia e le rivendicazioni pressanti di
una larga schiera di affamati che all'Ovest erano stati il prodotto del
crollo dei sistemi costituzionali travolti dal primo conflitto mondiale
(4).
Ma c'è di più. Il nazismo è stato anche una visione
del mondo, una cultura per dirla con una parola sola, ben radicata nel gruppo
dirigente e destinata a diffondersi rapidamente nella società tedesca.
Non bisogna stupirsi, dunque, che a distanza di molti anni uno storico come
Nolte ne sia ancora profondamente impregnato.
La verità è che, secondo coloro che per comodità espositiva
chiamiamo revisionisti, colpa non c'è mai stata e dopo il processo
di Norimberga (5), durante il quale una esigua parte della gerarchia nazista
fu sacrificata alla storia per proteggere gli altri camerati nel frattempo
rifugiatisi negli Stati Uniti e nell'America del Sud oppure semplicemente
scomparsi nella stessa Germania con una nuova identità (quando non
addirittura con la stessa) e con il supporto tecnico-logistico degli Alleati,
la sopravvivenza di quell'ideologia fu ampiamente resa possibile da una
rete di complicità che va ben oltre la nostra immaginazione.
Il dramma dell'Olocausto si inserisce bene in questa fitta trama ideologica.
Non casualmente, come sottolinea Habermas stesso, Nolte riduce Auschwitz
ad una banale questione tecnica: perchè quello fu l'errore, vale
a dire rendere sistematico, scientifico, lo sterminio. La comunità
internazionale era al corrente dell'esistenza dei campi di concentramento
fin dalla loro originaria costituzione e Hitler divenne semplicemente facile
preda del parossismo della sua esaltazione fanatica, e con ciò intendo
l'esasperazione di una posizione culturale portata ai limiti estremi, quando
autorizzò le deportazioni di massa. Tutto ciò, sia chiaro,
non ebbe a che fare con alcuna pretesa follia ma con una fantasia paranoica
sull'enorme potere della comunità ebraica nel mondo ampiamente condivisa.
Il giudaismo è già di per sé una minaccia temibile
per chi si considera figlio della cultura nordica popolata da molti Dei
e dai molti strani simboli della società crepuscolare messa al bando
dal Cristianesimo e costretta a rifugiarsi nei residui pagani di una serie
di sottoculture (nel senso di culture frammentate) che hanno oscuramente
lavorato negli ultimi duemila anni per riconquistare quella sottratta egemonia.
Oggi la revisione della storia disvela il tentativo di ritornare
agli indimenticati splendori.
Abbiamo constatato come le caratteristiche essenziali della rivisitazione
del passato che non passa siano almeno tre: negazione della pratica dello
sterminio come unicamente attribuibile al nazismo; rifiuto di una colpa
non imputabile in particolare a qualcuno; pacificazione nazionale, il caso
della lotta partigiana in Italia è un ottimo esempio, attraverso
la normalizzazione dei conflitti interni e la loro riscrittura nei termini
più blandi di un'opposizione storicamente non determinata da radicali
diversità ideologiche. Il fenomeno assume proporzioni a volte inaspettate,
uscendo per così dire dagli ambiti dell'intellettualità accademica.
C'è una tendenza insopprimibile da parte di certo giornalismo, per
esempio, anche quello più articolato e riflessivo, ad impadronirsi
di alcuni luoghi comuni della storiografia più o meno ufficiale.
Quando si parla di neo-nazisti, di naziskin e quant'altro, è facile
l'accostamento ad una improbabile teoria dell'eterno ritorno, quasi che
per qualche imperscrutabile ragione la storia si debba fermare e riproporre
le stesse angoscianti figure di un tempo. La questione è naturalmente
molto più complessa e, come si cercherà di evidenziare più
avanti con brevi riferimenti alle operazioni dell'OSS statunitense, di origine
precisa. Se vogliamo a questo punto chiamarle strategie del capitale, o
del sistema imperialista, non facciamo altro che scoprire una faccia della
stessa medaglia. Ideologicamente legittimati dagli storici del revisionismo
di cui abbiamo parlato poc'anzi, Nolte, Fest, Hillgruber, Irving, che hanno
sostenuto a chiare lettere la legittimità del genocidio nazista come
una "risposta dovuta" al bolscevismo, "la più grande
infamia di questo secolo", e supportati da apparati istituzionali organizzati
e presenti capillarmente nel territorio, tra i più noti la DVU (Unione
popolare tedesca) e la Npd (Partito nazionaldemocratico), le bande naziskin,
al pari di quelle italiane anche senza le teste rasate che hanno sempre
trovato caritatevole sostegno da parte del Movimento sociale, imperversano
in Germania raccogliendo l'approvazione di molte più persone di quanto
non possa sembrare. "Vediamo di chiarire un dettaglio: dove sono i
neonazisti?", ha detto a Dresda il poliziotto al cronista che lo intervistava
mentre alle sue spalle venivano scanditi slogans inneggianti ad Hitler (6).
La gravità di una simile dichiarazione dà la misura esatta
dello stato attuale delle cose dopo il crollo dei regimi dell'Est. Se si
muove un'intera intellighenzia, se la frattura consente a degli storici
di sentirsi finalmente liberi di dire ciò che da tempo pensavano,
è evidente che un intero sistema di valori culturali e politici si
sta rinnovando dentro non soltanto ad una nuova fase dei rapporti di produzione
ma anche di quelli di potere. Esiste una particolare funzione, per l'ennesima
volta non riattivata, quanto piuttosto all'apice della sua evoluzione, che
spiega molto bene il processo che stiamo cercando di cogliere nei suoi tratti
specifici: questa funzione è il razzismo. Considerandola dal
punto di vista strettamente sociologico essa è paragonabile ad una
variabile dipendente in un sistema aperto. In termini più comprensibili,
ciò equivale a dire che il razzismo appare e si trasforma secondo
la presenza ed i cambiamenti delle altre variabili in un circuito sociale
che si evolve continuamente (aperto).
Nella società di massa minuziose tecniche disciplinari hanno circondato
l'individuo e ne hanno circoscritto perfino i ritmi biologici. Si concretizzano
processi d'insieme che hanno a che fare con la vita, la morte, la nascita
e la malattia: una bio-politica che si occupa strenuamente delle popolazioni
e dei territori in cui esse vivono. Lo Stato moderno risulta infatti dalla
combinazione di questi due fattori, popolazione e territorio appunto, che
dagli albori della società industriale diventano oggetto di intervento
minuzioso come mai era accaduto prima. In una struttura economica profondamente
mutata (e dinanzi ad una esplosione demografica che è conseguenza
di quel mutamento) la bio-politica ha il compito di governare i fenomeni
sociali nella loro generalità, attivando il controllo su un individuo-corpo
che è statisticamente numerabile.
Ma bio-politica significa innanzitutto variazione fondamentale nei rapporti
di forze; il bio-potere che ne diventa l'immediata applicazione si ramifica
ovunque stabilendo, adesso che il suo termine di riferimento è la
mortalità come parametro essenziale della vita, il diritto di far
vivere o di lasciar morire. Eppure come può il potere della regolazione
costante che allunga la vita e la preserva dalla morte diventare potere
politico che uccide e fa uccidere, qualora si rendesse indispensabile, non
soltanto il nemico esterno contro cui scaglia i suoi eserciti ma anche il
nemico interno, fosse pure un cittadino tra gli altri? Come riuscirà
a scatenare la xenofobia contro l'immigrato che da anni vive in quel territorio,
parla la stessa lingua degli autoctoni, ne accetta i costumi? E' il razzismo
il fiammifero che dà fuoco alle polveri. Sarebbe ovviamente ingenuo
pensare che esso sia una produzione specifica dell'ultimo cinquantennio,
perchè in quanto fenomeno esisteva già da molto tempo nell'Occidente
cristiano. Il bio-potere ne facilita l'apparizione in questo contesto.
Il razzismo sancisce, all'interno della vita di cui il potere ha assunto
il controllo, la regola definitiva per stabilire ciò che deve vivere
e ciò che deve morire. Una cesura biologica divide noi dagli Altri,
gruppo, razza inferiore, nemico politico e così via; lo scontro non
è più militare, guerriero, ma razziale, legato alla specie
che si deve conservare inalterata. Il diritto di uccidere sopravvive, alla
fine, anche nella nuova società.
Un potere sovrano che voglia mantenersi tale in complesse dinamiche politiche
e sociali, nella costante tensione alla normalizzazione, all'appiattimento
del controllo totale, usa il razzismo per decretare continuamente la messa
a morte. Non sempre messa a morte fisica; talvolta anche espulsione, allontanamento,
ghettizzazione del diverso, del deviante.
La società dello scontro diffuso, in una pacificazione apparente
dichiarata perlomeno dalla fine della seconda guerra mondiale, rinnova in
Europa una violenza sorda con cui quotidianamente abbiamo a che fare. In
tutti questi anni ciò che è stato preservato è lo sviluppo
delle dinamiche produttive del Capitale, qualunque forma esse assumessero
e qualunque sacrificio si dovesse chiedere per la loro conservazione-trasformazione.
Il razzismo diventa ben presto razzismo di Stato, gestito com'è dagli
apparati burocratici ed istituzionali oggi in una situazione di evidente
disfacimento, ed articola un'economia della morte che assicura, o tenta
di assicurare, la riproducibilità degli apparati stessi nella tecnologia
del potere sulla vita.
In sostanza, per tornare a noi, è un problema di governabilità
quello che assilla la forma-Stato occidentale. Con la scomparsa, perlomeno
formale, di ciò che un tempo è stato l'Impero sovietico, le
difficoltà si accentuano. Per almeno due ragioni: la prima consiste
nel fatto che, adesso, la questione della violenza neo-nazista appare in
tutta la sua crudezza e si dà come reale frattura all'interno di
una democrazia di cui per lungo tempo si è cercato di celebrare il
successo, in una fase storica dentro alla quale non è più
possibile dirottare l'opinione pubblica su difficoltà di carattere
internazionale determinate dall'eterna contrapposizione dei grandi blocchi
politici del passato; la seconda nel fatto che proprio questa visibilità
travolgente dei gruppi di estrema destra pone all'Occidente capitalista
interrogativi di ordine culturale difficilmente ineludibili.
Il revisionismo tenta in parte di rispondere a questa impellente necessità
di fare i conti con un fenomeno che certo non si può disconoscere,
attivando un sistema di produzione intellettuale dispiegato a coprire e
minimizzare avvenimenti la cui genealogia ci conduce lontano, alle radici
di una storia che non si vuole raccontare.
Crisi della democrazia, o delle democrazie meglio, e crisi dei più
generali sistemi di rappresentanza declinano un Occidente europeo e d'oltre
oceano (non dimentichiamo le Milizie Ariane statunitensi che sono molto
più che un fatto isolato e sporadico) scosso da una mondializzazione
progressiva dell'economia e delle strutture di dominio che lo sta lentamente
stritolando. In questo senso una lettura plausibile degli accordi di Maastricht
potrebbe essere quella di interpretare un progetto così articolato
come la ri-territorializzazione possibile di strategie di controllo che
stavano perdendo forza e che ora necessitano di una globalizzazione a livello
europeo tale da consentire di stare al passo con le trasformazioni provocate
a livello planetario.
L'intellettuale di destra svolge un ruolo fondamentale in questo assetto
socio-culturale e, se volete, in una posizione di forza precisamente delineata
oggi. Come osserva Mark Terkessidis "La Nuova destra, come in genere
tutta la destra del XX secolo, per cultura intende una sfera chiusa, sostanziata,
che domina le altre [...] Nonostante tutte le teorie sul pluralismo della
società civile e sulle complicate lotte egemoniche al suo interno,
i teorici della Nuova Destra credono che la cultura possa esercitare una
monolitica funzione di 'comando e diramazione degli ordini'. Grazie ad una
'guerra intellettuale' sarebbe possibile assumerne il controllo, per ristabilire
finalmente rapporti 'eterni', perlomeno nella misura in cui una 'immagine
realistica dell'uomo' permette di parlare di eternità." (7)
Rileggere la storia dei crimini nazisti e fascisti, appiattendone la terribile
evidenza con un'operazione di relativizzazione destinata a sottrarre dalla
memoria delle nuove generazioni l'esatto significato che essa deve continuare
a mantenere, è proprio rendere impermeabile quella sfera di cui parla
Terkessidis ad un'analisi, difficile e spesso dolorosa, che ne disvelerebbe
il senso profondo. In questo modo è certamente anche possibile lasciare
intatto, come sembra dimostrare l'ultimo mezzo secolo trascorso, un patrimonio
ideologico che ha messo radici profonde nel sostrato stesso della cultura
europea.
(1) Ernst Nolte, "Il passato che non vuole passare", in Germania: un passato che non passa, a cura di G. E. Rusconi, Einaudi, 1987, p. 8.
(2)Jürgen Habermas, "Una storia di risarcimento danni, Le tendenze apologetiche nella storiografia contemporanea tedesca", in Germania: un passato che non passa, cit., p. 20.
(3) Ibidem, p. 24.
(4) A tale proposito si può consultare un testo interessante per ricostruire quel periodo. Si tratta di Daniel Guérin, Fascismo e gran capitale, Erre emme edizioni, 1994 (originariamente pubblicato nel 1945).
(5) Nell'ottobre 1946 furono impiccati nella palestra del carcere di Norimberga Ribbentropp, Keitel, Kaltenbrunner, Rosenberg, Frank, Frick, Streicher, Sauckel, jodl e Seyss-Inquart. Goering e Bormann riuscirono a sottrarsi alla condanna: il primo si era avvelenato mentre il secondo era contumace. Funk e Raeder furono condannati a vita, Alfred Speer a vent'anni di reclusione, von Neurath a quindici, Doenitz a dieci. Schacht, von Papen e Fritzsche vennero assolti. Recentemente, per quanti volessero approfondire l'argomento, è stato dato alle stampe il libro di Giuseppe Mayda, Norimberga, processo al Terzo Reich, Mursia, che rievoca quegli avvenimenti raccogliendo fatti e testimonianze dimenticati.
(6) Cfr. Michael Schmidt, Neonazisti, Rizzoli, 1993.
(7) Mark Terkessidis, Kulturkampf, L'Occidente e la nuova Destra, Marco Tropea Editore, 1986, pp. 37-38.