Ricerca storica contro revisionismo.
Il caso di Codevigo

di Marco Rossi

 

Indice:

Prima parte
Smontare il revisionismo
La questione della violenza
L'epurazione negata

Seconda parte
Morte a Codevigo
Chi erano le vittime
La GNR
Da Ravenna a Verona
I partigiani di "Bulow"
La "Divisione" Cremona

Senza conclusioni

Appendice documentaria

Spaventati spaventosi
è l'ora di contarli
il loro regno è alla fine
Ci hanno vantato i carnefici
ci hanno venduto il male
nulla hanno detto senza colpa
Belle parole di consenso
vi hanno velato di putredine
la loro bocca si apre sulla morte
Ma l'ora ecco è venuta
di amarsi e di raccogliersi
per vincerli e punirli.
(P. Eluard)

 

SMONTARE IL REVISIONISMO

Ricordo di aver giocato con i miei compagni delle Elementari -si era negli anni '60- a "tedeschi e partigiani" proprio cosìcome si sarebbe potuto giocare a "indiani e cow-boys": non c'erano particolari regole ma quelli di noi che facevano i partigiani non potevano ricorrere a certi colpi "bassi" riservati solo ai "tedeschi".
La storiografia resistenziale e di sinistra per troppo tempo ha cercato di arginare il dilagare dei vari "revisionismi" orchestrati dalla destra, cercando di negare il fatto che nella guerra partigiana non sempre le cose andarono come ingenuamente potevano credere dei bambini oppure sottolineando il valore morale di quella violenza; in altre parole, al revisionismo storico si è voluto dare delle risposte etiche invece che storiche.
La mitizzazione della Resistenza era peraltro iniziata mentre ancora divampava il conflitto, quando per un complesso di ragioni politiche e propagandistiche da più parti questa venne definita come un "secondo Risorgimento" e presentata quale continuazione ideale della guerra '15-'18 contro gli Imperi Centrali [1]. In questa rappresentazione convergevano infatti diversi interessi e preoccupazioni politiche: gli antifascisti cattolici e liberali temevano che la guerra di liberazione nazionale si sviluppasse in senso sociale divenendo guerra di classe, i monarchici da parte loro speravano in questo modo di non veder messo in discussione il loro potere dinastico, dato che i Savoia erano stati protagonisti dell'Unità d'Italia, mentre il Partito Comunista di Togliatti che intitolò a Garibaldi le sue formazioni partigiane [2], preferiva ricollegarsi alla retorica staliniana della "guerra patriottica" avendo ben presente che, dopo la storica conferenza di Yalta, i comunisti italiani avrebbero dovuto rinunciare alla rivoluzione socialista.
Emblematiche di questo indirizzo politico rimangono le disposizioni impartite il 3 agosto '44 dal Comando generale dei Distaccamenti e delle Brigate d'assalto Garibaldi a tutte le proprie formazioni:

Simboli e saluto
Il simbolo delle Brigate "Garibaldi" è la stella a cinque punte, tricolore. La nostra bandiera è il tricolore italiano. Il saluto in vigore è il saluto militare in vigore nell'esercito italiano. Si eviti il saluto col pugno chiuso, si evitino i distintivi o le bandiere di partito (niente stelle rosse, niente falci e martello, niente bandiere rosse), questo non perchè quei segni siano simboli ostili, ma perchè deve essere chiaro anche esteriormente che la lotta che combattiamo è la lotta di tutti i patrioti uniti, indipendentemente dalle loro particolari tendenze politiche. Si controlli che anche nei confronti della popolazione questo appaia chiaro. Si facciano cantare canti patriottici, che non diano spiccato carattere di partito alle nostre manifestazioni, particolarmente in occasione delle occupazioni di centri abitati.
Nomi dei distaccamenti
Oltre ai nomi dei nostri eroi del Risorgimento, si scelgano nomi di caduti delle Brigate e dei martiri di ogni partito. Segnaliamo che già si sono dati i nomi di Gramsci, Lavagnini, Matteotti, dei fratelli Rosselli, di Paolo Braccini, del Generale Perrotti, di don Pascquino. Si curi particolarmente di ricordare figure popolari nella zona dove operano le nostre formazioni. Anche nei nomi appaia l'unità che anima tutto il popolo in lotta[3].

Di conseguenza ogni altra visione della Resistenza, quali quelle contrastanti di guerra sociale o di guerra civile, fu puntualmente negata o minimizzata e tutta l'articolata e diversificata esperienza della lotta armata partigiana fu ammantata dal tricolore e amputata delle sue radici storiche che affondavano nell'antifascismo proletario e sovversivo del Biennio Rosso, degli Arditi del Popolo e della guerra di Spagna[4].
Anche i primi G.A.P. (Gruppi d'Azione Partigiana), nati nella clandestinità per colpire i nazi-fascisti e sabotare le strutture belliche, furono ben presto ribattezzati come Gruppi d'Azione Patriottica.
In sintonia con tale raffigurazione la guerra partigiana è stata quindi "purificata" di tutti quegli aspetti contraddittori e conflittuali che potevano in qualche modo appannare la sua immagine patriottica oppure svelarne le caratteristiche meno rassicuranti di movimento rivoluzionario e anticapitalistico rivendicate da quelle componenti "estremiste" che parlavano già di Resistenza tradita. Questo costante lavoro di manipolazione e svuotamento, svolto nei confronti di quel fenomeno politico e sociale che era stato la guerra partigiana, non solo permise ai vari governi democratici succedutisi nel dopoguerra di riabilitare e reinserire nelle istituzioni considerevoli settori fascisti già pesantemente compromessi con il regime del Ventennio e la Repubblica Sociale Italiana, ma disarmò la storiografia nei confronti di quanti, da destra, avevano iniziato una lunghissima e sistematica opera di denigrazione della Resistenza andando a "pescare nel torbido" di fatti di sangue ed episodi di violenza rimossi e nascosti dagli stessi protagonisti della lotta partigiana, criminalizzati sul piano giudiziario e indotti al senso di colpa[5].
"Anche se ancora non indagate a sufficienza -ha scritto Francesco Germinaro- per cinquant'anni una ricca memorialistica di reduci della RSI e una consistente pubblicistica neofascista hanno letto dal loro punto di vista il fenomeno della Resistenza rielaborando il lutto della sconfitta del 1945. Schematizzando molto, si può osservare che in questa pubblicistica la Resistenza è presentata come una scelta imposta dai comunisti a danno degli interessi della nazione. Non sono rari, in queste ricostruzioni, fenomeni di despecificazione o, il che può essere peggio, di secca criminalizzazione del nemico, con i partigiani -gappisti in primo luogo- presentati come criminali. Questa è l'immagine della Resistenza che per mezzo secolo è stata fornita dalla cultura politica del neofascismo, da Enzo Erra e Pisanò a Rauti e Romualdi (...) Quanto alla RSI, il neofascismo l'ha immediatamente depoliticizzata, presentandola come una scelta per l'onore della nazione"[6], facendo proprie le parole del comandante della X Mas, Junio Valerio Borghese, "Io servivo non fazioni, ma la Patria".
Questa depoliticizzazione per lungo tempo -almeno fino a quando Pavone non ha correttamente affrontato tale aspetto (Vedi Documento n. 1 in Appendice)- è stata fatta filtrare attraverso la formula della "guerra civile tra italiani" con cui, furbescamente, la destra fascista voleva eludere il fatto, innegabile, che i repubblichini erano stati dei collaborazionisti, fino all'ultimo complici dell'occupazione nazista.
Dall'altra parte, invece, attorno al concetto di "guerra civile" si è andato negli ultimi anni producendo quello che lo storico Claudio Del Bello ha definito un autentico paradosso così sintetizzabile "Si nega la guerra civile affermandola, si afferma la guerra civile negandola" [7]. Infatti dopo aver per quarantennio negato dogmaticamente tale concetto, di colpo si è cominciato a parlare di "riconciliazione nazionale"; cosa questa quantomeno illogica dopo che per tanto tempo era stata sostenuta l'inesistenza di una guerra civile in Italia e dichiarato che la democrazia aveva definitivamente superato e chiuso il capitolo fascista, anche se quel conflitto era continuato ben oltre la presunta Liberazione tra aggressioni squadristiche, trame occulte e stragi di Stato.
Sicuramente, come ogni rivoluzione, neanche la lotta di liberazione fu "un pranzo di gala" e sarebbe assurdo negare gli eccessi che furono compiuti sia collettivamente che individualmente; ma invece di consegnare all'oblio o alla celebrazione strumentale quegli avvenimenti, sarebbe stato necessario avviare un effettivo processo di ricerca storica che aiutasse a comprendere il peso del passato, le condizioni di vita, l'ambiente, le culture, le dinamiche sociali e i fattori psicologici che misero in moto comportamenti violenti che non potevano fermarsi, come per incanto, nel momento in cui il potere politico decise che l'insurrezione era da ritenersi terminata e che tutti, buoni o cattivi, dovevano tornare a casa facendo finta che non fosse successo niente.
Molto opportunamente Claudio Pavone ci ricorda che "La guerra civile fra fascisti e antifascisti può (...) essere vista come la ricapitolazione e lo svolgimento finale, sotto la cappa di piombo dell'occupazione tedesca, di un conflitto apertosi nel 1919-22"[8]; ma oltre a questa ininterrotta lotta, durata sordamente per oltre un ventennio, nella lotta partigiana si andarono coagulando e mescolando mai sopiti conflitti rurali, nuove rivendicazioni operaie, criminalità comune, rancori interfamiliari, questioni personali, contrasti ideologici e manovre politiche che sarebbe antistorico definire estranei alla Resistenza.
Non volendo o non potendo impegnarsi in questa necessaria "rielaborazione", la sinistra e l'antifascismo si sono trovati quindi a subire il dilagare del "revisionismo storico" nostrano, attraverso cui le destre hanno processato la Resistenza per condannare il "comunismo"[9]. Se questa offensiva per alcuni decenni è stata limitata e spesso dissimulata, negli ultimi anni è andata facendosi spavalda quanto sguaiata, forte anche di un sistema di informazione e di un cultura dominante che non solo distruggono la memoria storica ma rendono praticamente impossibile il formarsi di una memoria collettiva anche nel presente.
Il caso più emblematico è senz'altro rappresentato dal "Libro nero del comunismo" [10], stampato dalla casa editrice legata a quello che è stato definito il Partito della Televisione, che induce il lettore a minimizzare la gravità dell'Olocausto con i 6 milioni di ebrei sterminati dai nazisti, rivelandogli gli orrori del comunismo con i suoi 100 milioni di presunte vittime; ma il successo commerciale -che comunque non significa di lettura- di questo testo in vendita nei supermercati è molto meno preoccupante della sistematica rilettura filofascista che storici, veri o sedicenti tali, hanno avviato di una serie di eventi e personaggi legati alla storia del fascismo italiano e dell'utilizzo in ambito politico che di questa si sta facendo.
Lasciando perdere la tentata riabilitazione di personaggi come Bottai, Ciano, Gentile, Evola e dello stesso Mussolini o della monarchia, magari contrabbandata come rivalutazione umana o culturale ed affidata all'ambigua penna di personaggi non-fascisti[11], e non approfondendo le polemiche sul consenso di massa verso il regime o sulle leggi razziali del '38; sicuramente il terreno prediletto dal revisionismo più aggressivo è stato quello delle "stragi rosse", attraverso la riesumazione spettacolare dei morti per mano partigiana, la loro decontestualizzazione storica e la richiesta per essi del riconoscimento di eguale dignità politica in quanto anch'essi "italiani caduti per la Patria, combattendo l'invasore".
Così di volta in volta, si assiste ad un rovesciamento delle parti, in cui i fascisti finiscono per avere tutte le giustificazioni possibili per le loro scelte più nefande, mentre a chi li combattè non è concessa neanche un'attenuante generica: ecco quindi il "Triangolo della morte" in Emilia cancellare il ricordo dell'assassinio dei 7 fratelli Cervi, le Foibe quello della Risiera di San Saba, Via Rasella quello delle Fosse Ardeatine, Piazzale Loreto quello di quanto avvenuto nella stessa piazza il 10 agosto del '44.
"A chi si propone una omologazione delle parti -ha intelligentemente osservato Santo Peli- non è difficile reperire episodi apparentemente rivelatori di una logica identica per entrambi i contendenti, caratteristici di una guerra senza prigionieri. Simili rivisitazioni hanno come presupposto e come effetto l'azzeramento del tempo storico, la rimozione o l'occultamento della sostanza di un approccio alla realtà che si pretenda storico, cioè almeno una corretta sistemazione dei fatti lungo un asse cronologico -stabilire il prima, il durante e il dopo-; e, di conseguenza, anche l'azzeramento dei molteplici nessi causali che solo la storicizzazione rende possibili"[12].
Contro questa strategia, da tempo perseguita anche in Italia, che sistematicamente si prefigge di smantellare la memoria dell'antifascismo, qualcosa comincia a muoversi anche in campo accademico e tra gli intellettuali (vedi Documenti nn. 2 e 3 in Appendice); ma si tratta di una difesa quasi sempre "statica", legata ad una visione che ritiene l'antifascismo soprattutto un valore. Invece è necessario sviluppare una puntuale critica del revisionismo che, attraverso l'indagine storica, ne smascheri le mistificazioni e smonti pezzo per pezzo il meccanismo, senza aver paura di scendere sul suo terreno, a partire da situazioni locali o fatti volutamente dimenticati, come quelli accaduti a Codevigo.

LA QUESTIONE DELLA VIOLENZA

Per introdurre questa questione mi piace ricorrere alle parole di Calvino:

"... a poco più d'un anno dalla Liberazione già la "rispettabilità ben pensante" era in piena riscossa, e approfittava d'ogni aspetto contingente di quell'epoca -gli sbandamenti della gioventù postbellica, la recrudescenza della delinquenza, la difficoltà di stabilire una nuova legalità- per esclamare: "Ecco, noi l'avevamo sempre detto, questi partigiani, tutti così, non ci vengano a parlare di Resistenza, sappiamo bene che razza d'ideali..." [13].

Oggi quell'ipocrita "rispettabilità", alimentata da ben precisi settori politici, si è rafforzata al punto da essere in grado di elaborare una sua storia che è la negazione stessa della storia in quanto non rappresenta un altro punto di vista, anche discutibile, quale può essere stato quello di uno studioso come De Felice [14]; ma pretende il monopolio della verità pur avendo come presupposti autentiche falsificazioni e più che ambigui moralismi.
La lotta partigiana fu, a tutti gli effetti, una guerra nella guerra per cui appare chiaro il carattere pretestuoso di una certa storiografia che, dopo oltre mezzo secolo, continua a speculare sul carattere violento della medesima; il problema però è, ancora una volta, che tale violenza rimane illeggibile senza un'analisi e un inquadramento storici, prestandosi quindi alle interpretazioni strumentali che hanno per scopo non tanto quello di dimostrare che i partigiani fecero ricorso alla violenza, quanto quello di pervenire all'equazione per cui la "sinistra" è portatrice di violenza, tanto più inumana in quanto commessa contro dei "fratelli" e quindi esecrabile come fu quella di Caino.
A tale argomentazione, si potrebbe semplicemente obbiettare che Abele non indossava la divisa delle Brigate Nere o delle SS, oppure trincerarsi dietro la "diversa scala di valori" che stava dietro l'agire dei partigiani e quello dei fascisti; ma purtroppo la forza di una simile mistificazione è il risultato di una costruzione basata su una serie di micidiali semplificazioni: i partigiani erano assassini - i partigiani erano comunisti, quindi i comunisti sono degli assassini; analogamente, la resistenza ha praticato il terrorismo - la resistenza è stata anche lotta di classe, quindi la lotta di classe produce il terrorismo.
Certo, la violenza degli antifascisti -più o meno organizzati- ha assunto tavolta aspetti criticabili perchè, ad esempio, la durezza dello scontro in atto e una certa visione ideologica di stampo nazional-patriottico tendevano a vedere un nazista da liquidare in ogni soldato tedesco piuttosto che un proletario in divisa o un potenziale disertore[15]; ma è altrettanto fuori discussione che l'esercizio della violenza e il progressivo dilagare di forme di crudeltà inusuali e irrazionali fu stabilito in primo luogo da scelte strategiche e dalla prassi adottata dalle truppe di occupazione germaniche e dei loro alleati repubblichini, venendo quindi a predeterminare il livello di violenza dello scontro, si pensi soltanto all'infame rapporto di 1 a 10 applicato per le rappresaglie, ma anche all'analoga logica d'annientamento applicata dai nazisti in tutta l'Europa occupata[16].
A questa doverosa annotazione di storia militare, va inoltre aggiunto che quella violenza affondava le sue radici nel prolungato e sanguinoso scontro sociale del primo dopoguerra durante cui fascisti e "sovversivi" avevano iniziato a combattersi senza esclusione di colpi, andando ben oltre l'ambito della lotta politica e rasentando le dimensioni -sia per numero di morti che per estensione geografica- di una guerra civile che si sarebbe sviluppata e generalizzata appunto tra il '43 e il '45.
Riprendendo le considerazioni di Claudio Pavone, si può perciò affermare che "La violenza esercitata dai fascisti della Repubblica sociale fu davvero un ritorno alle origini o, meglio, fu una sovrapposizion della violenza della prima ora alla violenza che si era fatta Stato"[17].
Altro dato, da tenere presente, è che il maggior numero di uccisioni di fascisti avvenute nei giorni dell'insurrezione e nelle settimane seguenti si registrarono, non casualmente, in città o zone più duramente sottoposte negli anni precedenti al terrore nazi-fascista: è il caso di Milano, di Torino, di Reggio Emilia, della Liguria. Dopo questa prima fase esauritasi in poche settimane, una seconda ondata di esecuzioni sommarie sarebbe stata registrata successivamente quando numerosi fascisti, detenuti in carcere o internati dagli Alleati, furono rimessi in libertà e talvolta anche reintegrati nei loro incarichi statali.
Sulla tematica della violenza, non sembra inoltre infondata la tesi di alcuni storici che, rovesciando talune accuse revisioniste, ritengono i partigiani fattori di "riduzione" piuttosto che di "moltiplicazione" della violenza, facendo osservare che certe, seppur brutali, punizioni inflitte ai fascisti avessero un carattere più simbolico che cruento, quali il taglio dei capelli imposto alle collaborazioniste, il denudamento o la temporanea reclusione nei porcili di industriali o proprietari agrari iscritti al Fascio, cosìcome è stato ricostruito nel film "Novecento"; punizioni queste impensabili per i "sospetti banditi" caduti nelle mani dei nazisti o delle varie polizie fasciste.
Purtroppo però la persistente opera di criminalizzazione dell'antifascismo armato, portata avanti dalle destre, è stata in qualche modo favorita da certi silenzi; come afferma Sandro Portelli "i partigiani e la sinistra hanno parlato a lungo, non senza giustezza e non senza retorica, del sacrificio dei partigiani che hanno dato la vita per la libertà, ma molto meno del fatto che i partigiani a loro volta hanno sparato, hanno ucciso, hanno, insomma, fatto la guerra, e che in guerra ci sono le vittime anche dall'altra parte. Non solo: ma che in guerra la morale sfuma, che errori e ambiguità ci possono essere anche dalla parte di chi ha ragione. Siccome noi abbiamo negato tutto questo, adesso a ogni ambiguità, a ogni ombra, il senso comune revisionista nega tutta la Resistenza"[18].

L' EPURAZIONE NEGATA

Nei giorni della Liberazione e nelle settimane immediatamente successive, funzionarono una giustizia semiufficiale gestita dai Tribunali formati ed ispirati dai C.L.N. [19] e una giustizia sommaria e generalmente spontanea attuata sia dalla popolazione, che da gruppi di antifascisti e da singoli che davanti ai loro compagni uccisi avevano giurato "Pietà l'è morta".
Riguardo gli indirizzi generali e le norme di funzionamento di tali Corti si può citare un documento ufficiale del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia del '45:

Uno dei più importanti compiti che spettano ai CLN provinciali è quello di organizzare con la necessaria rapidità l'opera di eliminazione e punizione dei fascisti repubblicani e loro complici attraverso i necessari provvedimenti di polizia e gli opportuni procedimenti giudiziari, al fine, da un lato, di impedire agli avversari di svolgere ulteriormente l'opera nociva, e dall'altro di dare esempi di severa ed inflessibile giustizia punitiva, che valgano a restaurare l'ordine morale, impedendo altresìeccessi e giudizi sommari.[20]

Furono momenti tremendi in cui ogni fascista e ogni repubblichino che fosse uomo o donna, militare o civile, gerarca o milite quindicenne, rischiò d'essere, più o meno legalmente, fucilato. [21] In questa "resa dei conti" sicuramente si inserirono vendette personali ed episodi in cui non era ravvisabile un movente politico, altresìmolti innocenti o quasi-innocenti pagarono con la vita il sospetto d'essere stati dalla parte del torto.
"Essere vincitori, è anche una cosa terribile", ci ricorda giustamente Heinrich Boll [22]; ma si trattò di una violenza, prevista ed inevitabile, che assunse dimensioni anche inferiori rispetto a quanto si sarebbe potuto preventivare: "nella classifica di severità compilate dagli studiosi stranieri, al primo posto viene il Belgio, all'ultimo l'Italia. L'epurazione italiana fu, relativamente, più mite di quella del Lussemburgo" [23].
Sull'entità numerica del fenomeno epurativo, nel corso degli anni, si sono sommate le polemiche più accese e le stime più incredibili. Se nel '52 l'infausto Ministro degli Interni Scelba cercò di rassicurare la cosiddetta opinione pubblica parlando di 1.732 morti, la più recente storiografia repubblichina conta "circa 45.000" [24] caduti fascisti nei giorni della Liberazione; ma -pur volendo considerare credibile simile cifra- bisognerebbe capire quanti di questi rimasero uccisi nei combattimenti durante l'insurrezione, quanti morirono sotto i bombardamenti o in azione contro le truppe anglo-americane, quanti furono eliminati dall'esercito di liberazione jugoslavo, quanti in esecuzioni sommarie compiute dai partigiani e quanti dopo sentenza di morte emessa dalle Corti Straordinarie d'Assise [25].
Una cifra più veritiera potrebbe essere quella risultante dalla documentazione scoperta di recente dall'ex-partigiano Nazario Sauro Onofri tra le carte del Viminale depositate presso l'Archivio di Stato; secondo tale rapporto, rimasto riservato per volere di De Gasperi, il numero dei fascisti giustiziati sarebbe stato di 9.364 [26].
Però a questo punto converrà fare un passo indietro, per meglio comprendere come nella società italiana non solo non fu possibile punire la maggioranza dei criminali fascisti, ma neppure allontanarli dalle posizioni di potere.
Avvenuta la liberazione di Roma il 5 giugno del '44, il re Vittorio Emanuele trasferìi poteri costituzionali al figlio Umberto, nominato luogotenente, e Badoglio presentò le dimissioni da capo del governo provvisorio sorto al Sud. A sostituirlo, alla presidenza del Consiglio, venne chiamato Ivanoe Bonomi, personaggio che aveva avuto non poche responsabilità nell'avvento del fascismo ma ben visto per la sua moderazione dagli anglo-americani. Nella formazione del nuovo governo, fu bocciata la candidatura, sostenuta dal C.L.N., a Ministro degli Esteri di Carlo Sforza, l'unico ambasciatore che a suo tempo si era dimesso per non essere complice del regime fascista.
Questo primo governo Bonomi rimase in carica quattro mesi, durante i quali i contrasti fra il fronte dei partiti di sinistra (comunisti, socialisti e "azionisti") e lo schieramento di centro-destra (democristiani, liberali, demolaburisti) resero problematica ogni decisione sulle prospettive politiche ed economiche da attuarsi nei territori via via liberati della penisola, sull'atteggiamento nei confronti degli Anglo-americani e sulla partecipazione alla guerra contro i nazi-fascisti. Tali divergenze in sostanza riguardavano però la profondità e l'estensione delle misure antifasciste da prendere, non esclusa la verifica dell'identità antifascista delle personalità politiche che pretendevano di guidare l'Italia post-Mussolini.
Le questioni centrali erano due: la prima riguardava le misure di epurazione contro i fascisti, e la seconda la funzione e i poteri che dovevano esercitare i Comitati di Liberazione Nazionale. Per il primo punto, a parole ogni forza politica andava affermando che si doveva procedere in modo rapido ed energico all'epurazione ma forti erano le resistenze ad attuare quanto previsto già dalla "Dichiarazione sull'Italia" formulata a Mosca nell'ottobre '43 da una conferenza interalleata che aveva affermato la necessità che "tutti gli elementi fascisti o filofascisti fossero rimossi dall'amministrazione e dalle istituzioni di carattere pubblico", come specificato dal Decreto Legislativo "Sforza" del 27 luglio '44 che stabiliva le seguenti "sanzioni contro il fascismo":

Art. 1. Sono abrogate tutte le disposizioni penali emanate a tutela delle istituzioni e degli organi politici creati dal fascismo. Le sentenze già pronunciate in base a tali disposizioni sono annullate;

Art. 2. I membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo, colpevoli di aver annullate le garanzie costituzionali, distrutte le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesse e tradite le sorti del Paese condotto alla attuale catastrofe, sono puniti con l'ergastolo e, nei casi di più grave responsabilità, con la morte (...);

Art. 3. Coloro che hanno organizzato squadre fasciste, le quali hanno compiuto atti di violenza o di devastazione, e coloro che hanno promosso o diretto l'insurrezione del 28 ottobre 1922 sono puniti secondo l'art. 120 del Codice penale del 1889. Coloro che hanno promosso o diretto il colpo di Stato del 3 gennaio 1925 e coloro che hanno in seguito contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore il regime fascista sono puniti secondo l'art. 118 del Codice Stesso. Chiunque ha commesso altri delitti per motivi fascisti o valendosi della situazione politica creata dal fascismo è punito secondo le leggi del tempo;

Art. 5. Chiunque, posteriormente all'8 settembre 1943, abbia commesso o commetta delitti contro la fedeltà e la difesa militare dello Stato, con qualunque forma di intelligenza o corrispondenza o collaborazione col tedesco invasore, di aiuto o di assistenza ad esso prestata, è punito a norma delle disposizioni del Codice penale militare di guerra. Le pene stabilite per i militari sono applicate anche ai non militari (...);

Art. 8. Chi, per motivi fascisti o avvalendosi della situazione politica creata dal fascismo, abbia compiuto fatti di particolare gravità che, pur integrando gli estremi di reato, siano contrari a norme di rettitudine o di probità politica, è soggetto alla interdizione temporanea dai pubblici uffici ovvero alla privazione dei diritti politici per una durata non superiore a dieci anni. Qualora l'agente risulti socialmente pericoloso può esserne disposta l'assegnazione ad una colonia agricola o ad una casa di lavoro per un tempo non inferiore ad un anno n, superiore a dieci (...);

Art. 9 Senza pregiudizio dell'azione penale, i beni dei cittadini i quali hanno tradito la patria ponendosi spontaneamente ed attivamente al servizio degli invasori tedeschi sono confiscati a vantaggio dello Stato (...)

Il secondo, altrettanto nodale, punto di disaccordo riguardava i poteri, le funzioni e la durata dei Comitati di Liberazione e, nel dopoguerra, sarà proprio sull'esistenza o sulla scomparsa di queste strutture che si giocherà la carta principale della ristrutturazione sociale fra destra e sinistra politica. Intanto già con Bonomi liberali e democristiani si opposero ai C.L.N., vedendoli come l'embrione di una repubblica dei Soviet e ravvisandovi il pericolo maggiore per la continuità del sistema capitalistico; i liberali, in primo luogo, insistevano perchè i Comitati non proliferassero nelle aziende, nei quartieri, nei paesi, ecc. e che, dopo la lotta partigiana, si ritornasse alle strutture prefasciste, temendo che questa seppur limitata esperienza di autorganizzazione andasse oltre l'obiettivo della liberazione nazionale, trasformandosi in movimento anticapitalistico e di sovversione sociale. Analoga posizione avrebbero assunto anche i democristiani che, per bocca del più fidato portavoce di De Gasperi, tale Giulio Andreotti, individuavano nei C.L.N. "un pericolo grave per la rinascita democratica dell'Italia e un mezzo che può essere sfruttato per tentativi rivoluzionari".
Sui due punti delineati le posizioni all'interno del governo divennero sempre meno compatibili, tanto da determinare la rottura e le dimissioni di Bonomi; la classica "goccia che fece traboccare il vaso" fu la richiesta avanzata da Scoccimarro, membro comunista dell'Alto Commissariato per l'epurazione, che aveva chiesto l'allontanamento di alcuni funzionari dei ministeri del Tesoro e della Marina, denunciandone i trascorsi fascisti.
Bonomi successe quindi a s, stesso, con un governo appoggiato dal P.C.I. ma senza socialisti e Partito d'Azione che erano stati i più intransigenti sostenitori dell'epurazione e della centralità dei C.L.N.; soltanto dopo la completa Liberazione, il 12 giugno '45, Bonomi fu costretto dalla spinta insurrezionale a dimettersi e venne soppiantato da un governo "d'ispirazione resistenziale", presieduto da Ferruccio Parri, uomo del Partito d'Azione e candidato del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, con il socialista Nenni alla vicepresidenza, il democristiano De Gasperi agli Esteri e Togliatti alla Giustizia.
Nonostante però che i Comitati di Liberazione Nazionale avessero fin da subito diramato rigide disposizioni contro la pratica delle esecuzioni sommarie [27]e che l'effimero governo Parri avesse avviato l'epurazione nella massima legalità, le forze alleate -USA in prima luogo- d'intesa con la maggioranza dei partiti antifascisti (D.C., Liberali ma anche P.C.I.) chiusero il capitolo della appena avviata de-fascistizzazione della società italiana e in questo modo un gran numero di alti gradi militari, magistrati, funzionari di polizia, giornalisti, docenti universitari, fucilatori, spie, aguzzini e collaborazionisti della Repubblica Sociale Italiana poterono impunemente 'riciclarsi" nelle istituzioni e nei partiti della neonata Repubblica "nata dalla Resistenza", grazie anche al sacrificio di quei "camerati" che, nei giorni nell'ira popolare, avevano espiato con la vita crimini non solo loro e ben più vaste responsabilità.
Lo stesso Ferruccio Parri, dimettendosi, avrebbe asserito che "la quinta colonna all'interno del governo, dopo avere sistematicamente minato la sua posizione, si accingeva, ora che aveva ottenuto il proprio scopo, a restituire il potere a quelle forze politiche e sociali che avevano formato la base del regime fascista" [28]; ma è pur vero che lo stesso Parri non fu estraneo alla cosiddetta politica di pacificazione che come primo atto vide l'ordine di disarmo dei partigiani secondo le direttive delle autorità politico-militari anglo-americane; tale co-responsabilità è attestata da alcuni passi di un suo discorso ai prefetti riuniti a Milano il 29 luglio '45, discorso in cui non manca un'allusione ai fatti accaduti nel padovano:

La direttiva è questa: che il disarmo va perseguito soprattutto nei casi che possono essere più gravi e pericolosi, va perseguito come direttiva generale, non importa se per perseguire questo risultato si parlerà di metodi persecutori e vessatori. Questo deve farsi in questo primo periodo. Deve essere raggiunta questa smobilitazione degli animi e questo disarmo. Voi sapete quanto danno ci hanno fatto certi incidenti avvenuti nell'Italia settentrionale, come quelli di Schio, di Padova, di Verona e altri di questo genere. Il danno sul piano internazionale è stato molto grave e occorre che non si ripetano. Occorre che voi prestiate la vostra opera a impedire che si ripetano e a reprimerli. [29]
Così in nome della legalità e della civiltà si fermò la giustizia popolare e quindi, dopo averli processati e anche condannati, la giustizia di Stato rimise in libertà i fascisti repubblichini in nome della riconciliazione nazionale; Togliatti, nella sua veste di Ministro di Grazia e Giustizia del governo Parri aveva firmato il Decreto Presidenziale di amnistia e indulto del 22 giugno '46 rimettendo in libertà migliaia di assassini fascisti e torturatori repubblichini, tanto da sollevare appena un mese dopo la protesta all'interno dell'Assemblea costituente del socialista Sandro Pertini:

Attraverso queste maglie del decreto di amnistia noi abbiamo visto uscire non soltanto coloro che dell'amnistia erano meritevoli, cioè coloro che avevano commesso reati politici di lieve importanza, ma anche gerarchi: Sansonelli, Suvich, Pala; abbiamo visto uscire propagandisti e giornalisti che si chiamano Giovanni Ansaldo, Spampanato, Amicucci, Concetto Pettinato, Gray. Costoro, per noi, sono più responsabili di quei giovani che, cresciuti e nati nel clima politico pestifero creato da questi propagandisti, si sono arruolati nelle brigate nere ed in lotta aperta hanno affrontato i partigiani e ne hanno anche uccisi (...) Attraverso queste maglie abbiamo visto uscire coloro che hanno incendiato villaggi con i tedeschi, che hanno violentato donne colpevoli solo di aver assistito i partigiani (...) Abbiamo visto uscire una parte della banda Kock, la Marchi, la Rivera, Bernasconi (...) Ricordiamo che l'epurazione è mancata: si disse che si doveva colpire in alto e non in basso, ma praticamente non si è colpito n, in alto n, in basso. Vediamo ora lo spetacolo di questa amnistia che raggiunge lo scopo contrario a quello per cui era stata emanata: pensiamo, quindi, che verrà giorno in cui dovremo vergognarci di aver combattuto contro il fascismo e costituirà colpa essere stati in carcere ed al confino per questo. [30]

La protesta antifascista contro la mancata epurazione e la non concessione di provvedimenti legislativi ed economici in favore degli ex-internati nei campi di concentramento giunse anche trasformarsi in rivolta armata. Il 27 agosto a Milano, presso una sede della Federazione Libertaria Italiana, si riunirono i comandanti di 77 formazioni partigiane per prendere posizione in favore dei gruppi di loro compagni tornati sui monti e negare fiducia alla politica dell'A.N.P.I., costituendo su proposta dei militanti della F.L.I. un autonomo Movimento di Resistenza Partigiana. Il punto più alto della ribellione fu toccato, con grave proccupazione del governo, quando 28 formazioni partigiane presero posizione sulle Prealpi, informando carabinieri ed autorità civili che se attaccati non avrebbero esitato ad usare le armi, mentre persino la Federazione Nazionale Combattenti e Reduci dei campi di sterminio solidarizzava pubblicamente con il neonato Movimento. [31]
De Gasperi da parte sua, appena succeduto a Parri nella guida del governo, provvide a seppellire definitivamente l'epurazione e consentìanche che gli "epurati" potessero appellarsi contro le sentenze emesse nei loro confronti facendo ricorso proprio a quel Consiglio di Stato e a quella Corte di Cassazione che non erano stati neppure sfiorati dall'epurazione e per questo capaci di assolvere dei carabinieri che avevano fucilato dei partigiani "perchè prostrati nell'animo e fiaccati nella volontà" [32].
Contemporaneamente nella società, erano invece i sindacati e il PCI a rendersi garanti della "riconciliazione" permettendo, ad esempio, il reinserimento alla Fiat di 1.200 capireparto filofascisti già allontanati dagli operai.
A completare il quadro, nel dicembre del '53 sarebbe intervenuto un indulto presidenziale "per i reati politici e quelli ad essi connessi, e per i reati inerenti a fatti bellici commessi da chi avesse appartenuto a formazioni armate dall'8 settembre 1943 al 18 giugno 1946" [33].
Ma "la legge non è pacificazione -ha scritto Michel Foucault [34]- perchè dietro la legge la guerra continua a infuriare e difatti infuria all'interno di tutti i meccanismi di potere, anche dei più regolari": cosìfu e continua ad essere

MORTE A CODEVIGO

L'immobilità, afosa d'estate e nebbiosa d'inverno, di questo piccolo paese lungo la Provinciale tra Padova e Chioggia non fa certo pensare a grandi eventi storici, eppure da queste parti la guerra è passata pesantemente lasciando la sua scia di morte, di odii, di sospetti come peraltro in tante altre misconosciute contrade d'Europa [35].
Oltre ai "si dice" e ai ricordi talvolta reticenti degli anziani, a testimoniare gli eventi di quel lontano maggio del '45 rimangono un Ossario nel cimitero del paese, un fascicolo penale ancora aperto presso la Procura della Repubblica di Padova [36] e molte mezze verità.
Fino ad oggi gli unici tentativi di ricostruzione storica e di rivendicazione politica appartengono a quella Destra che ha le sue radici nella R.S.I., la cosiddetta Repubblica di Salò. Sull'argomento sono apparsi negli ultimi anni diversi articoli sia sulla stampa quotidiana locale che in varie pubblicazioni legate al neofascismo e ai reduci di guerra repubblichini, ma i due testi più importanti -anche se spesso in contraddizione tra loro- sono senz'altro il libro di Gianfranco Stella, "1945. Ravennati contro", e un capitolo specifico in un altro libro lugubremente di parte, "I giorni di Caino" di Antonio Serena.
La prima cosa che, fin dai titoli, colpisce di queste denunce è la tendenza ad riunire in un unico evento (La strage di Codevigo; L'eccidio di Codevigo; Codevigo: un mattatoio per "Bulow"; Codevigo, una strage ignorata; etc.) una serie di fatti distinti avvenuti in un presunto arco di tempo di circa due settimane e in località diverse.
Vediamo comunque, affidandoci proprio alle ricostruzioni menzionate, di fornire un quadro seppur approssimativo di quegli eventi.
Dal più volte citato diario parrocchiale redatto in quei giorni da don Umberto Zavattiero, si apprende che dal 30 aprile e nella prima quindicina di maggio avvengono nella zona "previo giudizio sommario" una serie di uccisioni di fascisti da parte di "partigiani inquadrati nella divisione Cremona". Le principali esecuzioni -forse tre- sarebbero avvenute di notte a colpi di mitra, lungo gli argini del Bacchiglione e del Brenta e molti corpi sarebbero finiti per sempre nelle acque dei due corsi d'acqua [37]; altre esecuzioni sommarie sarebbero state compiute presso ville e cascinali di quel territorio.
L'aspetto più inquietante e atipico è che la maggioranza delle vittime sarebbero state prelevate da tre presidii della Guardia Nazionale Repubblicana e quindi condotte con camion a Codevigo da partigiani armati; dei tre presidii uno, quello di Candiana (PD), era distante una ventina di Km. da Codevigo mentre due erano dislocati in provincia di Verona, a Pescantina e a Bussolengo.
Altra circostanza particolare è che questi presidii risultavano essere costituiti dagli effettivi del Battaglione "Ravenna" della G.N.R., ripiegato al Nord fin dalla seconda metà del '44 in seguito all'avanzata militare Alleata.

CHI ERANO LE VITTIME

Prima di cercare di capire chi fossero le vittime delle esecuzioni sommarie avvenute nei dintorni di Codevigo, bisogna dire che ci sono pochissime certezze sul loro numero. Secondo quanto afferma Antonio Serena "nel dopoguerra si parlerà di 365 persone uccise in una decina di giorni", ma lui stesso fornisce un elenco di solo 98 nomi -spesso con dati anagrafici incerti o del tutto incompleti- a cui vanno sommati 16 salme di ignoti, riprendendo quanto riportato sulla lapide dell'Ossario eretto all'interno del Cimitero di Codevigo, ove sono raccolti i resti delle salme riesumate tra il 1961 e il 1962 da diverse fosse comuni a Codevigo, Santa Margherita, Brenta d'Abba.
Sull'identità delle vittime Serena non sembra invece avere dubbi, ma davvero come egli sostiene "la stragrande maggioranza degli uccisi sono operai e braccianti agricoli ravennati colpevoli unicamente di aver aderito alla R.S.I."?
Non sembra essere cosìo comunque Serena racconta solo una parte di verità, ossia quella che più torna utile per avvalorare la tesi dei morti "innocenti", negando tra l'altro anche le scelte individuali di fascisti che per oltre vent'anni avevano coerentemente vissuto da fascisti.
Grazie infatti ad un raffronto nominativo tra la lista citata e quanto si apprende dall'Elenco definitivo degli Squadristi della Provincia di Ravenna, datato Ravenna 19 Agosto 1939 e firmato da Luciano Rambelli, Segretario Federale della Federazione dei Fasci di Combattimento Ravennati, si può affermare che una buona percentuale dei fucilati di Codevigo aveva un passato fascista di tutto rispetto (vedi Documento n. 4 in Appendice).
Questo è sicuramente il caso di almeno 13 repubblichini ravennati uccisi che, in quanto ufficialmente riconosciuti come Squadristi, avevano in qualche modo partecipato al movimento fascista fin dal suo sorgere e che si erano mantenuti fedeli a tale causa durante gli anni del regime sino a tutto il '39.
Per altri 4 ravennati sepolti a Codevigo c'è la possibilità che avessero analoghi precedenti, ma gli scarsi dati anagrafici in possesso potrebbero indurre in errori di omonimia.
Anche Guido Corbelli, brigadiere della GNR di Candiana sopravvissuto alle esecuzioni di Codevigo e fratello di Mario che invece vi lasciò la vita, aveva un passato di Squadrista come peraltro il congiunto; la circostanza va sottolineata perchè Gianfranco Stella nella sua ricostruzione dei fatti accredita e utilizza ampiamente la testimonianza olografa di Guido Corbelli guardandosi bene di menzionare il suo percorso politico, dagli anni del manganello a quelli di Salò.
Altro dato di una certa rilevanza è che almeno 8 non erano semplici militi della G.N.R. ma rivestivano un grado di Ufficiale e svolgevano ruoli di comando, per cui erano da considerarsi passibili di pena di morte [38].
Di non secondaria importanza è anche soffermarsi sulla provenienza geografica degli uccisi, più articolata della versione avvalorata dall'autore di "Ravennati contro"; infatti, sicuramente residenti in provincia di Ravenna se ne contano poco più che la metà (64), 15 sono di Codevigo o della provincia di Padova, mentre degli altri non è dato sapere niente a riguardo oppure risultano residenti in altre zone del Centro-Nord Italia (10).
Questa tragica "contabilità" non è puramente statistica, ma serve a comprendere che le esecuzioni sommarie a Codevigo e dintorni non furono esclusivamente un fatto riguardante ravennati schierati su opposti fronti, ma furono il risultato anche di fattori, storie e soggetti estranei al contesto ravennate; tre sembrano essere i principali, distinti, gruppi di eliminati: uno "locale" composto da fascisti, militi della GNR e della Brigata Nera assieme a collaborazionisti e sospette spie della zona che si erano arresi agli antifascisti di Codevigo; un secondo comprendente i militi -sia della GNR che delle Brigata Nera [39]- del presidio di Candiana (PD); un terzo, quello più numeroso, consistente nei repubblichini appartenenti ai presidii della G.N.R. di Pescantina e Bussolengo.

LA G.N.R.

Tra i primi ordini finalizzati alla rinascita dello Stato fascista al Nord emanati da Mussolini, appena "liberato" dai paracadutisti tedeschi nel tormentato settembre '43, uno riguardava "la ricostituzione di tutti i reparti e le formazioni speciali della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN)", subito affidata al luogotenente generale Renato Ricci [40].
Renato Ricci, già bersagliere durante la Grande Guerra e volontario durante l'Impresa di Fiume, aveva alle spalle una carriera senz'altro significativa all'interno del regime che, da squadrista della prima ora, gli aveva permesso di giungere alla carica di Ministro delle Corporazioni, nonostante il suo coinvolgimento in una serie di scandali finanziari. Considerato un "amico sicuro" dai nazisti [41], fin dagli anni in cui aveva rivestito l'incarico di luogotenente generale della MVSN aveva stabilito cordiali rapporti con il capo delle SS, Himmler.
La ricostituzione della Milizia venne però osteggiata dal neo-Ministro della Difesa Nazionale, generale Graziani, sia per motivi di personale rivalità politica nei confronti di Ricci che per supposte ragioni di opportunità derivanti dalla diffusa avversione popolare contro la Milizia; Graziani, infatti, rimaneva prima di tutto un militare -anche se tutt'altro che brillante- e, in contrapposizione a Ricci, Pavolini e Farinacci, voleva un esercito regolare "apolitico", gerarchicamente dipendente dal suo Ministero, e diffidava di ogni organizzazione militare "di partito".
L'aperta divergenza fu risolta da Mussolini con un classico compromesso "all'italiana": Ricci avrebbe capeggiato la sua Milizia volontaria, denominata Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) e definita "forza armata dello Stato", pur conservando una relativa autonomia organizzativa e decisionale; mentre Graziani avrebbe avuto il comando delle principali Forze Armate (Esercito, Marina ed Aereonautica) [42] e Pavolini, con Decreto firmato il 30 luglio '44, sarebbe stato autorizzato alla "costituzione del corpo ausiliario delle squadre d'azione di Camicie Nere" come "milizia civile al servizio della Repubblica Sociale Italiana", ossia delle tristemente note Brigate Nere [43].
Istituita con decreto-legge dell'8 dicembre '43, la GNR -non potendo contare sui coscritti provenienti dai bandi di arruolamento [44]- risultò formata dai reparti di Carabinieri ancora in servizio (circa 45.000 sui 75.000 che risultavano incorporati al gennaio del '44) [45], dagli "avanzi" della Polizia dell'Africa Italiana (circa 1.500/2.000 uomini) e dalle ex-"Camicie Nere" della Milizia fascista, tra cui un centinaio di internati in Germania e gli inquadrati nelle Milizie Speciali (Stradale, Ferroviaria, Portuale, Postelegrafonica, Forestale).
Il risultato complessivo fu numericamente scarso [46], ma ancor più negativo fu sul piano qualitativo e morale delle truppe messe insieme, specie in considerazione del principale e difficile compito di "polizia interna e militare" assegnato alla GNR che, in altre parole, significava controllo del territorio e repressione antipartigiana.
Presto anche nelle file della GNR, già assottigliate dalle renitenze, cominciò a dilagare il fenomeno della diserzione, inutilmente contrastato dalle rappresaglie e dalle fucilazioni, talvolta con passaggio alle "bande dei ribelli" che avevano lanciato l'ultimatum "Arrendersi o perire".
Un quadro della desolante situazione complessiva riguardante gli arruolamenti ci viene fornito dal Notiziario della GNR veronese datato 26.01.44: "... la maggior parte dei giovani è stata fatta presentare ai depositi con mezzi coercitivi" [47].
"Tradito" dalle giovani leve, l'Esercito repubblichino richiamò alle armi anche le classi più anziane, con risultati altrettanto deludenti come testimonia un rapporto della GNR di Ravenna del 9 maggio '44: "Il richiamo delle classi 1914-1917-1918 ha sostituito alla tendenza già invalsa di darsi alla macchia, quella di imboscarsi legalmente nei vari servizi di lavoro" [48], e fu anche in considerazione di tali gravi problemi che a metà agosto del '44 venne disposto il passaggio della GNR nell'esercito repubblicano, mentre Ricci veniva allontanato dal suo incarico, ma fin dal giugno precedente con il sorgere delle Brigate Nere era iniziato il passaggio in massa dalla GNR a quest'ultime, dove tra l'altro il soldo mensile era cinque volte superiore a quello percepito nell'esercito.
Assai interessante appare un profilo sociologico del milite della GNR, delineato dallo storico Tiziano Merlin, che seppure riferito ai repubblichini della Bassa padovana si può ritenere generalmente valido: "I repubblichini della Bassa sono sostanzialmente di due tipi: il proletario e il piccolo borghese.
Il proletario è molto spesso un giovane non ancora ventenne, entrato per necessità o per fanatismo nella Guardia Nazionale Repubblicana o nelle Brigate Nere. Figlio di povera gente e dotato di una cultura molto scarsa, nella gerarchia occupa regolarmente la posizione più bassa. Questa gli consente tuttavia di esercitare, assaporandola, una qualche forma di potere sulla popolazione e di risolvere -cosa di rilevante importanza- il problema del vivere quotidiano.
Lo incontriamo nelle perquisizioni alle case dei sospetti partigiani, prepotente e un po' ladro se dentro ad un cassetto scopre qualche prezioso o qualche banconota; lo incontriamo in perlustrazione per le strade di campagna, piuttosto timoroso e subito pronto ad abbandonare il suo moschetto al partigiano di turno; nei plotoni di esecuzione (...); nei combattimenti dove porta la morte e dove molto spesso lascia la vita.
Gli affidano i compiti più ingrati e più pericolosi, dei quali spesso non coglie appieno il significato. Carne da macello anche lui, destinato molte volte a morire in una terra che lo odia e che in molti casi neppure conosce.
Perchè i ramarri della bassa, i giovani diciassettenni in divisa repubblichina, solo in parte provengono dai nostri paesi. E quelli delle altre regioni -mandati qui allo sbaraglio- rappresentano una percentuale consistente.
Il piccolo borghese è un fascista per convinzione e solo in misura minima per necessità. Appartenente ad una famiglia non ricca, ma considerata agiata nella cerchia in cui opera, ha frequentato le scuole superiori conseguendo quasi sempre un diploma. In molti casi, mentre svolge il servizio militare, ha al suo attivo qualche esame universitario e spera di arrivare quanto prima alla laurea.
Vive di solito in famiglia, che non incontra particolari difficoltà nel mantenerlo fino al conseguimento del titolo di studio, oppure fa l'impiegato, o vive della sua professione o guadagna qualcosa grazie alla carica politica ricoperta in paese." [49]
Da considerare comunque che nelle forze armate, irregolari e non, della RSI -e quindi anche nella GNR- si assistette alla tendenza per cui, accanto a giovani e persino ragazzi minorenni, tornarono in servizio attivo elementi fascisti di una certa età, con precedenti squadristici; si trattava di "fedelissimi" che fecero questa scelta sia perchè ormai pericolosamente compromessi con il passato regime, sia perchè nelle Brigate Nere o nella GNR ritrovavano il "clima" della loro giovinezza.
In tale "avventura" spesso questi fascisti della vecchia guardia trascinarono i figli o i fratelli, dividendo con essi il loro destino ormai segnato, proprio come ci mostrano i Taviani nel film "La notte di San Lorenzo"; basti un esempio: tra i morti di Codevigo c'è il figlio diciottenne di Silvio Fontana; suo padre gli aveva imposto il nome di Farinacci (sic) e lo aveva arruolato nella Brigata Nera di cui era vicecomandante.

DA RAVENNA A VERONA

Certamente l'aspetto prevalente che connota l'intera vicenda è il fatto sopraccennato che buona parte dei suoi protagonisti (GNR, 28^Garibaldi, Gruppo Cremona) risultano essere originari della provincia di Ravenna, tanto da far facilmente parlare di fratricida "resa dei conti" anche se il preciso movente rimane per molti versi oscuro.
L'impressione che se ne ricava è che tutt'ora rimanga nascosta una "verità", evidentemente scomoda per tutte le parti in causa, in grado di dare un senso a questo ultimo cruento atto di una storia ancora in larga parte in ombra.
Perchè dei partigiani ravennati avrebbero dovuto accanirsi in una simile caccia ai repubblichini ravennati della GNR?
Perchè mirare proprio agli ufficiali e ai militi della GNR e non, ad esempio, ai ravennati volontari della Brigate Nere o della Decima Mas, altrettanto responsabili della feroce repressione attuata in Romagna?
Perchè, volendo giustiziare sbrigativamente fascisti e repubblichini per i loro crimini, i partigiani fermatisi a Codevigo sarebbero andati fino nel veronese a prelevare i loro conterranei arruolatisi nella GNR, quando sarebbe bastato recarsi a Padova o Venezia per "trovare" gerarchi, boia e torturatori di ogni risma?
A queste e ad altre domande non c'è, al momento, una risposta definitiva.
Se esiste, però di certo va cercata in quanto accaduto nel ravennate nei mesi e negli anni precedenti. Per questo, possiamo solo rifarci alle poche tracce trovate in quel passato [50].
Fin da prima della Marcia su Roma, negli anni '21 e '22, Ravenna era stata teatro di gravi scontri tra gli antifascisti e gli Arditi del Popolo da una parte e gli squadristi in camicia nera e le forze dell'ordine dall'altra [51]; di certo, come sappiamo, almeno una quindicina di repubblichini uccisi a Codevigo erano stati partecipi delle imprese squadristiche di quel periodo e non è escludibile che loro, sulle rive del Brenta, abbiano saldato un conto aperto oltre vent'anni prima [52].
Ma forse le responsabilità più gravi, tali da determinare la loro condanna a morte, attribuite ai "soldati politici" della GNR, ravennati e non, che avevano operato a Ravenna erano quelle relative alla feroce attività "antiribelli" attuata in questa provincia sotto il regime di Salò; riprendendo le informazioni desunte da alcune ricerche sulla Resistenza nel ravennate, emerge infatti un quadro di spietate e sistematiche violenze perpetrate proprio da uomini della GNR, normalmente impiegati per rastrellamenti e anche nei plotoni d'esecuzione [53](vedi Documento n. 5 in Appendice).
In questi territori infatti, fin dal sorgere della Repubblica Sociale Italiana, "l'azione repressiva si faceva gradatamente sempre più pesante e grave e il terrorismo andava diffondendosi in tutte le zone della provincia, ad opera delle truppe tedesche e degli elementi della guardia nazionale repubblicana" [54].
Come è risaputo, sotto l'incalzare dell'avanzata alleata, nella seconda metà del '44 il Comando generale della GNR ordinò l'arretramento più a Nord dei suoi reparti, tra cui il neo-costituito battaglione "Ravenna" che andò a formare i presidii di Pescantina e Bussolengo, in provincia di Verona, e quello minore di Candiana (PD) [55]; per cui, durante l'ultima fase del conflitto nel territorio ravennate furono soprattutto le Brigate Nere a fiancheggiare le truppe tedesche nell'opera di repressione [56].
Il Battaglione "Ravenna" della GNR risultava costituito dal disciolto 81ø battaglione della Milizia fascista, ma secondo il magistrato Paolo Scalini anche "Elementi della brigata nera di Ravenna e parecchi iscritti al partito fascista lasciarono la città nell'autunno del '44 e si ritrovarono a Pescantina, nel Veneto, insieme ad altri elementi delle brigate nere romagnole" [57].
Nelle zone del veronese -relativamente più tranquille- assegnate loro, l'attività dei presidi "ravennati" della GNR fu quella di "normale" contrasto nei confronti del cosiddetto banditismo antinazionale; non mancarono però episodi di inaudita violenza come, ad esempio, quello accaduto a Pescantina il 24 agosto del '44 quando militi della GNR, nel tentativo di arrestare Angelo Bassi, assieme al padre sospettato di "connivenza coi banditi", uccisero con raffiche di mitra la madre e la sorella del ricercato [58].
Secondo l'interpretazione "innocentista" di Stella, l'arresto e la condanna a morte dei repubblichini ravennati di stanza nel veronese sarebbero stati del tutto immotivati in quanto questi si erano già consegnati ai locali Comitati di Liberazione che, in taluni casi, avevano persino rilasciato degli "attestati" in cui si dichiarava che i suddetti militi della GNR non avevano "mai partecipato a rastrellamenti nè collaborato coi tedeschi" [59]; inoltre è stato sottolineato che si trattava di persone ormai disarmate. Tale tesi appare quantomeno discutibile in base ad alcune semplici considerazioni; in primo luogo anche se fosse stato vero -cosa di cui è doveroso dubitare- che la GNR di Pescantina e Bussolengo non avevano in quelle zone partecipato a rastrellamenti -quando questo era uno dei compiti specifici assegnati alla GNR- nè collaborato coi tedeschi -cosa ancor più incredibile-, bisogna però considerare che i repubblichini ravennati avevano al loro attivo almeno un anno di feroce attività "antiribelli" in Romagna [60], per cui la "competenza" delle autorità del luogo che rappresentavano il C.L.N. non poteva certo "coprire" quel periodo.
Inoltre, va tenuto presente che -lo apprendiamo dalla memoria di un appartenente alla GNR di Bussolengo, Paolo Maccesi [61]- che le suddette "autorità" erano sovente non tanto i partigiani ma i Carabinieri, cosìcome erano ex-carabinieri molti degli arruolati nella GNR. Nella citata testimonianza, il reduce repubblichino sopravvissuto alle fucilazioni di Codevigo, ricorda che "I Carabinieri furono gentilissimi. Ci consigliarono di distruggere tutti i documenti relativi al nostro servizio e accesero addirittura il fuoco per bruciarli" (sic).
E' invece incontestabile il fatto che, fino all'ultimo, questi individui avevano fedelmente prestato servizio nella Guardia Nazionale Repubblicana, per di più in reparti lontani dal fronte e impiegati soltanto per la repressione antipartigiana [62]; sul fatto poi che non fossero più in condizioni di nuocere in quanto avevano consegnato le armi in dotazione, a mettere in dubbio tale affermazione c'è la lettera di un ex-milite del presidio di Pescantina, Ugo Steri di Faenza, di cui Stella ne ha pubblicato uno stralcio: ".... il padrone di casa venne (ad) avvertirmi che erano giunti i partigiani dalla Romagna e che ci avrebbero portati a Ravenna (...) andai in solaio in un sicuro nascondiglio e ben armato rimasi fino a quando non fu passato il pericolo".

I PARTIGIANI DI "BULOW"

Anche se nella zona in questione erano presenti diverse formazioni partigiane locali [63], i principali indiziati per le eliminazioni di fascisti e repubblichini avvenute nei dintorni di Codevigo sono da ricercarsi, secondo la pubblicistica fascista, tra i partigiani della 28^ Brigata Garibaldi "Mario Gordini", comandata da Arrigo Boldrini (Bulow) [64]. Non si può non osservare come tale accusa si prestasse e si presti molto bene ad accreditare la tesi della "strage rossa"; infatti la 28^ "Garibaldi" era composta soprattutto da comunisti ravennati e il loro superdecorato comandante è tutt'ora presidente dell'ANPI, dopo essere stato anche deputato alla Costituente.
In considerazione del fatto che le "prove a carico" sono state già largamente fornite da quanti addossano senza incertezze l'esclusiva responsabilità dell'accaduto a questa formazione partigiana, compito del ricercatore in questo caso è quello di fare "l'avvocato del diavolo", formulando solo alcune considerazioni.
Innanzittutto, va tenuto presente che nell'aprile del '45 la 28^ "Garibaldi" era da oltre un mese regolarmente inquadrata nella VIII Armata britannica, operante a fianco del Gruppo di Combattimento "Cremona"; anche esteriormente, se si eccettua il fazzoletto rosso al collo e la scritta "Partisan" sulla divisa, i "garibaldini" apparivano ed erano armati come i soldati inglesi. Questo aspetto, assieme alle garanzie di disciplina fornite dal Partito Comunista [65], contrasta alquanto con la ricostruzione che vuole la 28^ decidere autonomamente e compiere una indiscriminata carneficina durata due settimane.
Altro dubbio è necessario sollevare sulla paternità dell'esecuzione dei primi cinque fascisti locali avvenuta, secondo il diario parrocchiale, il 30 aprile. Se si crede a quanto scritto dal parroco e in particolare a questa data, appare strano che possano essere stati i partigiani di Bulow, giunti trafelati a Codevigo appena la notte precedente e con numerosi prigionieri catturati nei combattimenti e nei rastrellamenti del giorno prima [66], come confermato dalla Relazione sull'attività svolta dalla Brigata garibaldina.
Riguardo questa Relazione, lo "storico" Stella contesta il fatto che la 28^ Garibaldi potesse, in quei giorni, considerarsi in Zona d'Operazioni e che "se la strage di Codevigo fosse avvenuta prima del 25 aprile" non avrebbe scritto il suo libro; tali considerazioni appaiono però del tutto gratuite dato che il presidio militare tedesco abbandonò Codevigo solo il 28 e la liberazione di Padova e Venezia avvenne nei giorni 29 e 30, mentre in tutto il Veneto per molti giorni continuarono a verificarsi scontri con le retroguardie nazi-fasciste che "imperversano contro popolazioni" [67], rendendosi colpevoli anche di gravi rappresaglie contro i civili come quelle avvenute a Saonara, Pedescala e Castello di Godego [68].
Nel suo Diario, Boldrini alla data del 30 aprile scriveva infatti "Informo Primieri (il comandante del Cremona. NdR) della non facile situazione determinata dalla presenza in zona di reparti della RSI sbandati" e nei giorni seguenti segnalava l'incontrollabilità di un momento in cui "un po' tutti, diversi militari del Cremona, esponenti del CNL, partigiani di altre zone, i nostri (...) danno caccia spietata ai fascisti" soprattutto delle Brigate Nere e della GNR.

LA "DIVISIONE" CREMONA

Quello che venne impropriamente venne chiamato "Divisione Cremona" era uno dei Gruppi di Combattimento del Corpo Italiano di Liberazione, armato dall'esercito inglese ed in questo operativamente inserito con un organico di 9.500 uomini. Entrato in linea il 12 gennaio '45 nel settore ravennate dove ebbe circa 200 caduti il Gruppo "Cremona", sotto il comando del generale Clemente Primieri, era stato protagonista di numerose azioni di guerra contro i nazi-fascisti. Dopo aver conquistato le posizioni di Torre di Primaro (2 e 3 marzo '45) e lo sfondamento ad Argenta della linea sul Senio (18 aprile), i "cremonini" avevano attraversato il Po nella zona di Ariano nel Polesine, quindi liberato Adria e, dopo duri combattimenti, il caposaldo tedesco di Cavarzere [69]; poi attraversato l'Adige, presero Codevigo e si diressero, con alcune avanguardie motorizzate, su Dolo, Mira, Mestre e Venezia, la cui completa liberazione ebbe a compiersi tra il 29 e 30 aprile [70].
Oltre che a Codevigo, dove fecero base anche i partigiani della 28^ "Garibaldi" a cui erano collegati, gli uomini del "Cremona" si stabilirono nella vicina Piove di Sacco (PD) prendendo parte anch'essi ai rastrellamenti della zona, soprattutto nel cavarzerano, e compiendo alcune esecuzioni di fascisti; in particolare a loro è attribuita la fucilazione di 12 militi della X Mas a Cavarzere e un sergente del "Cremona", originario di Sulmona, nel dopoguerra sarebbe stato processato e condannato per aver partecipato al linciaggio di un capitano delle Brigate Nere e di un tenente repubblichino, avvenuto in piazza a Chioggia il 22 maggio [71].
Detto questo, bisogna precisare che, nonostante l'inquadramento e le uniformi, il Gruppo "Cremona" risultava essere più una formazione partigiana che un reparto regolare e, tantomeno, i suoi uomini erano definibili come "badogliani". Infatti nel "Cremona", accanto ad un circa 50% di soldati già in forza al reparto prima dell'8 settembre '43, era affluito un elevato numero di volontari provenienti in gran parte da gruppi partigiani smobilitati, talvolta arruolati al completo. Si trattava soprattutto di antifascisti toscani (dei distretti dei distretti di Pisa e Massa-Carrara), umbri, marchigiani ma anche ravennati come si apprende dallo storico Paolo Scalini che ha scritto: "Molti giovani di Ravenna, dei quali alcuni giovanissimi, chiesero ed ottennero di arruolarsi nei reparti del Gruppo di combattimento Cremona, partecipando con le forze regolari dell'esercito alle azioni di guerra effettuate dal Cremona sul fronte Adriatico (Chioggia, Cavarzere, Brenta, ecc.)" [72].
Quest'ultima circostanza -va rilevato- sulla presenza di ravennati all'interno del "Cremona", viene totalmente taciuta sia da Stella che da Serena, forse troppo preoccupati di non farsi depistare nella loro accusatoria contro i ravennati della "Garibaldi".
Sull'identità politica dei volontari del Cremona si sa inoltre che si trattava in larga parte di ex-partigiani appartenenti a formazioni comuniste e che c'era persino qualche reduce della Spagna; il giornalista Manlio Mariani, allora ufficiale del "Cremona", accenna anche ad "elementi estremisti, anarco-sindacalisti assai numerosi specialmente tra i toscani".Certo è che si trattava comunque di un reparto politicizzato e con una chiara connotazione di sinistra, come è attestato dalla minacciosa contestazione antimonarchica a cui dettero vita i "cremonini" in occasione della visita ai reparti compiuta -in veste di luogotenente del Regno del Sud- da Umberto di Savoia, proprio a Piove di Sacco e a Codevigo il 16 maggio '45 [73]; per questo episodio di insubordinazione un gruppo di 15 militari umbri del "Cremona" scontò 18 mesi di carcere duro a Gaeta.

SENZA CONCLUSIONI

L'unica vera conclusione è che niente è concluso; niente è concluso di quel conflitto sociale aperto dalla guerra al nazifascismo, niente è concluso sul piano della ricerca storica, ora più che mai chiamata ad essere sabbia e non olio negli ingranaggi di quel revisionismo che, come sostiene Cesare Bermani, "penetra per ogni dove nel senso comune degli individui, aspirando a diventare la memoria degli alienati di domani, un senso comune con la stessa forza dell'ingeneria genetica".
Difficile dire se l'avremo vinta, ma almeno bisogna provarci.

APPENDICE DOCUMENTARIA

DOCUMENTO N. 1

LA GUERRA CIVILE NELLA STORIA E NELLA MEMORIA
Stralci della relazione di Claudio Pavone presentata a La Roche-sur-Yon, ottobre 1994.
(Pubblicata su Rivista di Storia Contemporanea, n. 4, ottobre 1996)

(...) L'Italia ha il triste primato di avere inventato e sperimentato il primo regime reazionario di massa della storia del Novecento. Questo regime si affermò per forza propria nel 1922, dopo un triennio di gravi conflitti sociali che giunsero a sfiorare la guerra civile e governò il paese per il ventennio successivo. Il problema della natura e dei limiti del consenso dato lungo questo periodo dal popolo italiano al regime fascista è molto dibattuto nella storiografia italiana, e non è possibile riassumerlo in questa sede. Va però ricordato che il ventennio fascista ha profondamente influito sulla memoria che l'Italia del secondo dopoguerra ha elaborato del biennio resistenziale 1943-1945. Il ricordo del fascismo cosiddetto "normale" del 1922-43 da una parte è stato edulcorato dal confronto con il fascismo della Repubblica sociale italiana che imperversò sotto l'occupazione tedesca, dall'altra ha invece mirato a ritrovare un nesso fra le due fasi del fascismo, considerando questo un fenomeno unitario da valutare globalmente dalle origini fino alla catastrofe finale dell'aprile 1945. (...)
Per quanto sopra detto, appare evidente il peso che ha nell'elaborazione della memoria collettiva l'esperienza della Repubblica sociale italiana, che dal settembre 1943 all'aprile 1945 governò la parte più ricca, più popolata, e più socialmente evoluta del paese. Si tratta certo di un'esperienza di collaborazionismo, ma con tratti specifici che vanno al di là dell'ambito proprio di quella categoria. Collaborazionismo di Stato e collaborazionismo politico-ideologico -secondo la distinzione formulata da Stanley Hoffmann per la Francia- ebbero in Italia radici autoctone, come ultima manifestazione di un movimento che, se ora tornava al potere solo in virtù delle baionette tedesche, aveva governato il paese, per forza propria, per un ventennio.
La guerra civile fra fascisti e antifascisti nel 1943-45 assunse perciò in Italia il carattere di una resa di conti in una partita apertasi nel 1919-22. La rimozione della sua memoria si inquadra quindi nel rifiuto, o almeno nella reticenza, a fare i conti con tutto intero il periodo fascista .(...)
Ma è tutto il neofascismo italiano che si è impossessato della formula "guerra civile", nella falsa convinzione che ciò comporti una equiparazione delle due parti in lotta, e quindi una propria legittimazione. Il contraccolpo è stato che le varie correnti dell'antifascismo e della storiografia da esse ispirate hanno respinto con sdegno ogni idea di guerra civile, considerandola un cedimento alle posizioni fasciste. (...)
Ma veniamo all'atteggiamento verso la guerra civile tenuto nel campo delle forze resistenziali e dei loro eredi. Va subito detto che nelle fonti coeve le inibizioni verso l'espressione "guerra civile" sono assai minori di quelle manifestatesi poi. (...)
Nella Resistenza italiana, come del resto in quella di altri paesi, convivono in vario modo e variamente intrecciati tre aspetti: uno patriottico, rivolto contro il tedesco invasore; uno rivolto contro i fascisti e i collaborazionisti di casa propria; uno rivolto, da parte di ampi settori della classe operaia, contro il padronato. E' il secondo aspetto (di cui il terzo, da questo punto di vista, può essere considerato una sottospecie) che autorizza a parlare di guerra civile, la quale appare dunque soltanto come una delle componenti della lotta resistenziale.
In Italia l'ideologia ufficiale della Resistenza fu fortemente unitaria, più che in altri paesi. La formula "guerra (o movimento) di liberazione nazionale" ne fu l'espressione (...) Ma la formula non precisava da chi e da che cosa ci si dovesse liberare. La conseguenza fu che le differenze, spesso cariche di tensione, fra le varie componenti resistenziali vennero, fin dove possibile, poste in sordina, tranne poi ricomparire con maggiore evidenza a lotta conclusa. Per cementare la visione unitaria l'aspetto patriottico fu nettamente privilegiato a danno non solo di quello di clAsse, ma anche di quello "civile". (...)
Quando, con l'estromissione dei comunisti e dei socialisti dal governo (aprile 1947), sanzionata poi dalla schiacciante vittoria democristiana nelle elezioni del 18 aprile 1948, vennero in chiaro le diverse e talvolta contrastanti interpretazioni alle quali si prestava la formula unitaria, nessuna delle posizioni che entrarono in lizza ebbe interesse a rivendicare alla Resistenza il carattere di guerra civile. Non lo ebbero i partiti del centro e della destra antifascista, divenuti stabili partiti di governo. (...)
Ma neanche le sinistre ebbero interesse a parlare di guerra civile. Soprattutto i comunisti, da una parte rigettavano implacabilmente sulla Democrazia Cristiana la responsabilità della rottura dell'unità resistenziale, dall'altra miravano a farsi legittimare come partito nazionale e non sovversivo proprio in nome dell'unità della Resistenza, alla quale avevano dato un contributo essenziale. (...)
Questo groviglio di interessi e di motivazioni alimentava una controversia pienamente congrua al clima della guerra fredda, ma poco utile sia all'elaborazione della memoria che al progresso della storiografia. Chi avesse parlato di guerra civile si sarebbe visto ritorcere contro l'argomento come grave capo d'accusa.
A sinistra esistette anche una forza politica, il Partito d'azione, molto più propensa a parlare di guerra civile (...) Ma, benchè avesse dato alla Resistenza il maggior contributo dopo quello dei comunisti, ebbe scarsa forza numerica e si dissolse poco dopo la liberazione, anche se conservò una forte influenza culturale.
Non vanno infine dimenticate le frange estreme della sinistra resistenziale, le quali avevano sperato che la resistenza culminasse nella lotta per l'instaurazione del socialismo. Nella formula della Resistenza tradita, o almeno delusa, che queste forze hanno a lungo coltivato, era implicita l'assunzione di una guerra civile necessariamente contigua a una guerra di classe non ancora conclusa. (...)

DOCUMENTO N. 2

CONTRO IL REVISIONISMO PER LA VERITA'
Documento firmato da oltre un centinaio di storici, studiosi, docenti, intellettuali.
(Pubblicato in Liberazione, 19 marzo 1998)

I firmatari di questo appello vogliono dichiarare il proprio netto dissenso dall'iniziativa pubblica di Trieste con la quale l'on. Luciano Violante ha inteso spendere la propria autorità istituzionale a sostegno dell'ambigua campagna di "pacificazione" che lo vede impegnato sin dalla sua elezione alla presidenza della camera dei deputati. In quanto studiosi e cittadini della Repubblica non intendiamo entrare nel merito del senso politico di proposte del genere; ci sta a cuore invece sottolineare l'infondatezza storica dell'argomentazione e l'inconsistenza delle richieste avanzate.
Le foibe, come l'espulsione delle minoranze di lingua italiana da vaste zone dell'Istria e della Dalmazia, rappresentano certamente un dramma storico di vaste dimensioni, uno dei frutti avvelenati della Seconda guerra mondiale. E' giusto quindi che esse vengano studiate e che in proposito si apra una seria discussione; tuttavia è tanto semplicistico quanto unilaterale far ricadere la responsabilità delle foibe, secondo quanto l'on. Violante ritiene, soltanto sui partigiani dell'esercito popolare di liberazione jugoslavo.
Non si può dumenticare, infatti, che la responsabilità della trasformazione di frizioni e conflitti interetnici, consueti e scontati in zone di confine, in contrapposizioni politiche irriducibili e risolvibili solo con la violenza ricade prima di tutto sul regime monarchico-fascista che resse l'Italia dal 1922 in poi. Un regime caratterizzato da un violento spirito antislavo, che per un ventennio fece di tutto per snazionalizzare le minoranze slovene e croate con deportazioni in massa, con i deferimenti al tribunale speciale e con numerose condanne a morte di irridentisti slavi. E che poi, nel 1941, aggredìla Jugoslavia per smembrarla e ne invase significative porzioni annettendosi la provincia di Lubiana e instaurando un regime d'occupazione durissimo che ben poco ebbe da invidiare a quello che l'Italia avrebbe subito dopo l'8 settembre 1943. Trentamila sloveni furono deportati in campi di concentramento non dissimili da quelli nazisti di Dachau e Mauthausen (tristemente famoso quello dell'isola di Rab).
Regio esercito e camicie nere si resero responsabili di veri e propri crimini di guerra: fucilazioni in massa, incendi di villaggi, rappresaglie analoghe alle Fosse Ardeatine; a ciò va aggiunto il tentativo degli Alti Comandi di strumentalizzare le tensioni interetniche tra i diversi popoli jugoslavi, per esempio in Bosnia, armando milizie locali reciprocamente ostili. In questo senso, delle foibe e delle espulsioni di massa deve essere considerato almeno corresponsabile il fascismo mussoliniano con la sua politica imperiale ed aggressiva. Se c'è una questione di cui la Repubblica deve farsi carico è, semmai, il non avere mai fatto entrare nella propria memoria collettiva i crimini di guerra di cui l'Italia monarchico-fascista si è macchiata in jugoslavia e non solo (anche in Etiopia e in Grecia, per esempio), e il non aver mai processato alti ufficiali e gerarchi del regime che emanarono ordini criminali di rappresaglia contro la popolazione civile.
La storia d'Italia è unitaria. Le sole divisioni dipendono dal rifiuto degli eredi politici del fascismo di riconoscere le enormi responsabilità di un regime reazionario, imperialista e razzista che tolse al paese libertà e dignità per poi gettarlo in una guerra praticamente ininterrotta che culminò nell'intervento al fianco di Hitler. Iniziative come quella di Trieste sono incompatibili con la verità storica e con i valori fondamentali della Costituzione, e suonano offesa alla memoria di quanti hanno pagato con la vita la costruzione della democrazia in questo paese e nel resto dell'Europa. Non dimentichiamo che il discrimine vero tra antifascisti e fascisti sta nel fatto che i secondi difendevano - di fatto - il sistema che aveva prodotto le camere a gas e i forni crematori di Auschwitz, che i primi invece volevano cancellare dalla faccia della terra.
Questa verità storica e questa memoria intendiamo difendere senza cedimenti, e perciò faremo di tutto per impedire che delle mistificazioni diventino il fondamento della nuova memoria collettiva degli Italiani.

DOCUMENTO N. 3

NOI, VIOLANTE E L'USO PUBBLICO DELLA STORIA
Intervento critico degli storici Tommaso Detti e Marcello Flores.
(Pubblicato su Il Diario della Settimana)

L'aspetto grave dell'uscita di Violante non è certo l'aver parlato delle foibe; e neppure di aver mostrato un disinvolto equilibrio nel contrapporle alla risiera di San Sabba. Questo è un giudizio storico da cui si può e a nostro avviso si deve dissentire, ma che non deve scandalizzare. La gravità consiste nel voler fare di quel confronto uno dei perni di una storia "unica", "unitaria", "condivisa" e quindi "ufficiale". Per il presidente della camera vi è ovviamente un'equivalenza tra il sentirsi cittadini appartenenti alla stessa patria e avere medesima identità storica, visione del passato, memoria collettiva. Non potremmo sentirci più lontani da una simile impostazione: come storici e insegnanti di storia pensiamo che la ricerca della verità, cui tende ogni ricostruzione storica, non può che avvenire sollecitando una pluralità di interpretazioni e accogliendo in esse memorie diverse e contrapposte. Proprio per questo non ci convince neppure l'appello degli storici. E non già perchè non dica cose pienamente condivisibili sul ruolo della guerra e del fascismo nell'aver preparato il clima di terrore entro cui si manifestò anche la violenza delle foibe (benchè dimrentica di ricordare i responsabili immediati e diretti di quegli eccidi; che ci sono, cosìcome per la Risiera); ma perchè postula anch'esso una "storia unitaria", anche se diversa da quella di Violante. Riducendo cosìa "verità" storica un'interpretazione. Ciò che contrappone Violante e i firmatari dell'appello è il giudizio sulle foibe e sulla violenza della guerra e del dopoguerra, non i fatti di cui è composta. Ciò che li unisce è il desiderio di una verità sola e di una storia unitaria, che in un caso deve essere totalmente condivisa e nell'altro deve invece restare di parte.
Ritetiamo sconveniente questo desiderio: per le ragioni della verità e per quelle della storia. siamo più propensi a giustificarlo in chi ambisce a rappresentare politicamente tutta la nazione; meno in chi dimentica che il mestiere di storico si basa innanzittutto sulla separazione tra verità e giudizio, tra interpretazione e suo uso pubblico.

DOCUMENTO N. 4

ELENCO VITTIME PRESUNTE O ACCERTATE A CODEVIGO E DINTORNI
Compilato sulla base dei vari elenchi già pubblicati e con riscontro dalla Lapide dell'Ossario

ALBONI Almo -

ALESSANDRONI Goffredo di Alessandro, anni 30 (classe 1915, residente in Ravenna, impiegato). GNR Candiana

ALLEGRI Alessandro fratello di Alvaro, 29 o 20? (res. Bagnocavallo, agricoltore) GNR Pescantina

ALLEGRI Teodoro (detto Dorino?) di Giuseppe, 51 (res. Bagnocavallo, impiegato). GNR Bussolengo

ALLEGRI Teodoro di Matteo

ALLEGRI Teodosio di Innocente, 48 (camionista). GNR Bussolengo

BADESSI Jader, 38 (res. Ravenna, tipografo). GNR Bussolengo

BAGNOLI Armando di Domenico, 41 (nato a Forlç, 1904; res. Ravenna). GNR Candiana

BARALDI Osvaldo, 40 (res. Concordia sul Secchia - MO). Capitano, ufficiale d'amministrazione GNR Bussolengo

BARUZZI Carlo, 42 (res. Cotignola, muratore). Già aderente Fascio di Combattimento.

BARUZZI Giambattista -

BARUZZI Giuseppe di Luigi, 30 (nato a Cotignola, 1905; res. Faenza). GNR Candiana

BELLENGHI ? GNR Bussolengo. Già aderente?

BELLONZI Ippolito di Ugo, 35 (nato a Ravenna, 1910; inabile al lavoro). GNR Candiana

BERTUZZI Cesare -

BEZZI Giuseppe di Romeo, 41 (nato a Castiglione di Ravenna, 1904; res. Ravenna). GNR Candiana

BIANCOLI Gioacchino, 47 (res. Ravenna). GNR Bussolengo. Già aderente Fascio di Combattimento.

BISULLI ?

BORESI Raffaele di Giuseppe, 50 (nato e res. a Ravenna, 1905; agricoltore). GNR Candiana

BROCCADELLO Edoardo detto Fiore, 32 (res. Codevigo, guardiano idraulico). Presidio in Codevigo (Brigata Nera)

BUBOLA Mario (o Ludovico?), 31 (res. Codevigo, agricoltore). Brigata Nera rastrellato nella zona di Codevigo

CACCHI Icilio, 46. Già aderente Fascio di Combattimento.

CACCHI Sergio di Icilio, 25 (nato e res. a Ravenna, 1913). GNR Candiana

CALDERONI Luigi, 50 (res. Ravenna)

CANUTI Ugo, 40 (res. Faenza; capomastro)

CAPPELLATO Antonietta sorella di Giovanni, 41 (res. Codevigo; impiegata, sospetta spia ai danni di prigioneri inglesi)

CAPPELLATO Giovanni, 35 (res. Codevigo, esercente). Brigata Nera rastrellato nella zona di Codevigo

CASADIO in SOLAROLI Maria, ravennate Ausiliaria GNR

CASADIO Oberdan

CASADIO Raimondo

CASADIO Walter di Nino, 32 (nato e res. a Ravenna, 1913). GNR Candiana (NB. il comandante del distaccamento era il cap. CASADIO Achille. Parentela?)

CAVASSI Pietro di Mezzano, 35 (res. Bagnocavallo; bracciante). GNR Bussolengo

CAVINA Domenica ch. Pierina, 31 (res. S.Stefano di Ravenna). Ausiliaria GNR (sorella di Guerrina, anch'essa ausiliaria GNR, sopravvissuta)

CAVINI Otello -

CAVINI Salvatore -

CIVENNI Ugo, 39 (res. Ravenna; agricoltore)

CONTI Sante, 20 o 21 (res. Terni). Sottotenente della GNR Candiana

CONTRI Silvio, 32 (res. Codevigo). Brigata Nera rastrellato nella zona di Codevigo

CORBELLI Mario (Fratello di Guido) brigadiere GNR Candiana. Già aderente Fascio di Combattimento.

COSTA ? Già aderente ?

COTTIGNOLI Luigi Carlo di Enrico, 36 (nato a Parma e res. Ravenna, 1909). GNR Candiana

CRIVELLARO Ernesto, 32 (res. Correzzola)

D'ANZI (o DANZI?) Giorgio di Michele, 19 (nato e res. a Ravenna, 1926). GNR Candiana

D'ANZI Od(d)one di Michele, 22 (nato e res. a Ravenna, 1923). GNR Candiana

DEL GRECO Umberto, 43 (res. Firenze). Ufficiale d'amministrazione GNR

DILETTI Giuseppe (res. S.Leo-Pesaro) - tenente GNR Pescantina, addetto all'autoparco

DOARDO Corinna, 39 (Originaria di Tognana di Piove di Sacco). Fascista, maestra del paese (figlia del Podestà? Stesso dicasi per BUBOLA)

FABBRI Terzo di Agostino, 40 (1905; res. a Ravenna, bracciante). GNR Candiana

FARNE' Enrico, 32 (res. Bologna; operaio). GNR Bussolengo

FENATI Domenico di Policarpo, 44 (nato a S.Alberto e res. Ravenna, 1901). GNR Candiana

FERRANTI Mario, 32 (res. Bussolengo). GNR Bussolengo

FIUMANA Ernesta, 19 (res. a Ravenna, operaia). Ausiliaria GNR

FOCACCIA Leonida (res. Ravenna) - Già aderente Fascio di Combattimento.

FOCACCIA Vincenzo di Paolo, 42 (res. Ravenna; 1903). GNR Candiana

FONTANA Farinacci, 18 (res. Codevigo, studente; figlio di Silvio FONTANA, vicecomandante della Brigata Nera). Brigata Nera rastrellato nella zona di Codevigo

FORTI Massimo, 47 (res. Carpi). Capitano GNR Bussolengo

FRANCIA Gino -

GASPARE Pio -

GAVELLI Vincenzo, 35 (res. Faenza; lattoniere). GNR Pescantina

GIUNCHI Elviro di Francesco, 53 (res. a Ravenna, 1902). GNR Candiana

GOLFARELLI Guerrino, 27 (res. a Villa d'Albero)

GRAZIANI Giovanni - Già aderente Fascio di Combattimento.

GRECO Giuseppe, 54 di Porto Corsini (res. a Ravenna), vice-brigadiere (o impiegato civile "addetto ai profughi"?) a Pescantina

GRECO Rinaldo congiunto di Giuseppe, di Marina di Ravenna (res. a Ravenna), 50 (1895). GNR (Pescantina?)

GUIDETTI Eugenio, 57 (res. Porto Corsini)

LAMI Giuseppe -

LANZONI Federico di Sebastiano, 53 (res. a Ravenna; 1892). GNR Candiana

LOMBARDI Samuele, 22 (res. Cireggio d'Omegna-Novara)

LORENZONI Giulio -

LUNARDI Giacomo, 32 (res. Piove di Sacco) Brigata Nera rastrellato nella zona di Codevigo

MANEO Angelo, 27 (res. Piove di Sacco)

MANFRIN Primo, 30 (res. Codevigo, sarto). Presidio in Codevigo (Brigata Nera)

MANOLI Gerardo, 55 (res. Codevigo, agricoltore). Presidio in Codevigo (GNR)

MARCHETTI Giuseppe -

MARESCOTTI Agostino, 42 (res. Alfonsine di Ravenna)

MARONCELLI Marino, 46 (res. a Ravenna; operaio)

MARTINI Antonio -

MASETTI Loris Pasqualino, 29 (res. a Mesola-Ferrara). Tenente GNR Candiana

MAZZETTI Agostino, 42 (res. a Ravenna). Ufficiale GNR Candiana. Già aderente Fascio di Combattimento.

MERENDI ?

MERENDI Francesco, 45 (res. a Ravenna)

MERENDI Giovanni, 40 (res. a Ravenna)

MILANDRI Sergio, 28 (res. a Ravenna)

MINORELLO Gino di Antonio, 23 (res. a Codevigo, organista). Presidio in Codevigo (Brigata Nera)

MONTANARI Piera - nata a S.Alberto di Ravenna. Ausiliaria GNR

ORSINI Nello, 43 (res. a Ravenna). Maresciallo GNR Pescantina. Già aderente Fascio di Combattimento.

PARLANTI ? - GNR Bussolengo. Già aderente ?

PASI Cesare -

PASI Francesco, 45 (res. a Ravenna). Già aderente Fascio di Combattimento.

PICELLO Giuseppe -

POLATO Torcisio (o Tarcisio), 31 (res. Piove di Sacco; agricoltore)

POZZI Amleto fu Giulio, 35 (res. a Ravenna, impiegato; 1910). GNR Candiana

PRETOLANI Antonio, 38 (res. a Ravenna)

RANZATO Giuseppe (res. Pontelongo PD)

RICEPUTI ?

RIGHI Crescentino, 36 (res. res. Urbania-PS). GNR (Candiana?)

ROSSI Augusto di Giuseppe, 45 (res. Ravenna, facchino, 1900). GNR Candiana. Già aderente Fascio di Combattimento.

RICCI Antonio, 35 (res. a Ravenna, tipografo). Già aderente ?

SAVIOTTI Amedeo, 31 (res. a Ravenna; muratore)

SCARABELLO Anacleto -

SCARABELLO Ernesto -

SPAZZOLI Ferdinando, 43 (res. a Ravenna) -

TAMPELLINI Alfredo, 52 (res. a Ravenna, bracciante). GNR Bussolengo. Già aderente Fascio di Combattimento.

TARTAUL Danilo -

TEDALDI Primo -

TEDIOLI Saturno, 42 (res. a Brisighella - RA). Già aderente Fascio di Combattimento.

TONI Attilio, 42 (res. a Ravenna, fratello di Emilio, bracciante). GNR Bussolengo

TONI Emilio, 53 (res. a Ravenna, bracciante). GNR Bussolengo

TURA ?

TURCI ?

VALENTI Aldo, 23 (res. a Ravenna, operaio) -

VALENTI Sesto (res. a Ravenna)-

VALZANIA ?

VESTRI Valeriano, 31(res. a Ravenna, bracciante)

VILLA Alfredo, 30 (res. a Ravenna)

VILLA Nazario, 20 (res. a Ravenna)

VILLA Vincenzo, 22 (res. a Ravenna)

VIRGILI Carlo Emilio di Cosimo e fratello di Giulio, 36 (res. a Ravenna, insegnante; 1905). capitano GNR Pescantina (ex-funzionario della Prov. di Ravenna). Già aderente Fascio di Combattimento

ZAMPIGHI Luigi di Attilio, 46 (nato a Filetto, res. a Ravenna, 1899). GNR Candiana

ZARA Claudio, 27 (res. a Ravenna, 1918). GNR Candiana

DOCUMENTO N. 5

LA REPRESSIONE ANTIPARTIGIANA NEL RAVENNATE
E NELLE ZONE LIMITROFE
Elenco sommario delle vittime dei fascisti - GNR e Brigate Nere in primo luogo- in provincia di Ravenna (sono esclusi le uccisioni attribuite alle sole truppe tedesce e mancano i nominativi di altri eccidi compiuti dai nazifascisti):

- 4 novembre '43: a Faenza, viene ucciso, presumibilmente dalla GNR, il comunista Ermenegildo Fagnocchi.

- 12 novembre: a Ravenna, viene ferito mortalmente da militi della GNR Dino Sintoni.

- 24 novembre: a Faenza, viene catturato Marx Emiliani e, dopo condanna del Tribunale militare, è fucilato a Ravenna da un plotone della GNR.

- 12 dicembre: a Ravenna, dopo torture negli uffici della Federazione fascista, viene ucciso Celso Strocchi, comunista.

- 4 gennaio '44: a Forlç, viene arrestato Mario Gordini, capo politico e militare della Resistenza, e fucilato assieme a Settimio Garavini, presumilmente dalla GNR.

- 8 febbraio: a Ravenna, agenti in borghese della GNR uccidono in strada Menotti Cortesi.

- 9 febbraio: a Faenza, agenti della GNR sequestrano e uccidono Pietro Violani.

- 11 febbraio: a Faenza, vengono fucilati per rappresaglia, dopo condanna del Tribunale militare, Armando Marangoni, Livio Rossi, Romolo Cani; nello stesso periodo a Ravenna viene processato e fucilato Dino Ravaioli per aver aiutato un aviatore americano.

- 16 marzo: nella zona di Brisighella, militi della GNR uccidono in combattimento il partigiano Sauro Babini.

- 20 marzo: a Cervia, durante una spedizione punitiva della GNR vengono uccisi in un bar Attilio Valentini, Giovanni Venturi, Aldo Evangelisti; nel lughese viene ucciso Duilio Savioli per possesso di una pistola.

- 23 marzo: a Cervia, una pattuglia della GNR uccide gli antifascisti Lino e Armando Fantini; a Lugo viene rapito e assassinato il tipografo antifascista Alfiero Isola; a Goro, fucilazione di 4 antifascisti e un sacerdote.

- 24 marzo: a Forlç, fucilazione di 5 renitenti.

- 25 marzo: a Ravenna, vengono condannati a morte tre giovani accusati di diserzione (Francesco Baldisserri, Amleto Zauli, Alvaro Tasselli), dopo che i soldati del plotone avevano sparato in aria, militi fascisti eseguirono la sentenza.

- 5 aprile: a Fusignano, militi della GNR uccidono Giovanni Dragoni, perchè sorpreso in strada durante il coprifuoco.

- 23 aprile: nella zona di Fusignano, 200 tra militi della GNR, delle Brigate Nere e soldati tedeschi uccidono 8 partigiani (Giuseppe Ballardini, Giulio Argelli, Severino Faccani, Giovanni Faccani, Giovanni Ferri, Francesco Martelli, Fiorentini Bruno, Alfredo Ballotta) e fucilano Ettore Zalambani per sospetto fiancheggiamento.

- 23 aprile: a Ravenna, dopo torture viene ucciso nella notte, assieme allo slavo Janez Reper, Aurelio Tarroni catturato durante il precedente rastrellamento; altri rastrellamenti vengono compiuti nello stesso mese con un numero imprecisato di caduti (tra cui Renato Emaldi), feriti e deportati.

- 27 aprile: a Bagnile di Cesena, fucilazione di 3 giovani.

- 28 aprile: a Martorano di Cesena, fucilazione di 4 civili.

- 30 aprile: a Cervia, durante un pattugliamento viene ucciso da fascisti Secondo Fusignani per non essersi fermato all'alt.

- 5 maggio: a Fusignano, viene fucilato Adriano Zoli per renitenza.

- 7 maggio: a Bagnocavallo, durante un rastrellamento della GNR rimane ucciso Giuseppe Foschini.

- 19 maggio: a Massalombarda, per rappresaglia vengono uccisi da militi fascisti Arturo Chiarini, Ettore e Leo Dalle Vacche; sempre in maggio, nella zona di Lugo, vengono uccise altre 2 persone non identificate durante operazioni di rastrellamento.

- 2 giugno: a Voltana, militi della GNR uccidono Mario Marescotti per detenzione di arma e, a Giovecca, Adriano Arnoffi per tentata fuga durante un rastrellamento repubblichino.

- 10 giugno: a Giovecca, durante un rastrellamento, la GNR uccide per possesso di armi quattro presunti partigiani ( Gino Picci, Gustavo Filippi, Mario Pratesi, Gaspare Crescimanno).

- 16 giugno: a Solarolo, per rappresaglia militi della Brigata Nera uccidono Leonilda Montanari.

- 17 giugno: a Villanova di Bagnocavallo, fucilazione di 3 antifascisti.

- 21 giugno, a Ravenna, elementi della GNR, qualificati agenti di PS, sequestrano tre sospetti "ribelli" e gli sparano a freddo, uccidendo Leonardo Zirardini.

- 22/29 giugno: a Forlç, fucilazione di 13 antifascisti ravennati.

- 23 giugno: a Gambellara, militi della Brigata Nera uccidono durante un rastrellamento Aldo Montanari.

- 28 giugno: nella zona di Casola Valsenio, brigatisti neri uccidono Vittorio Toschi.

- 8 luglio: a Casola Valsenio, reparti delle SS guidati da militi della GNR uccidono, durante un rastrellamento, il contadino Giacomo Morara.

- 12 luglio: a Ravenna, dopo essere stati catturati durante un rastrellamento vengono fucilati i partigiani Guido Buscaroli, Libero Martelli, Antonio Gardenghi.

- 13 luglio: a Ravenna, militi della GNR fucilano l'operaio Jader Giunchi per propaganda antifascista.

- 17 luglio: a Ravenna, dopo torture e sevizie compiute dalle Brigate Nere, viene ucciso il partigiano Walter Suzzi.

- 19 luglio: a Villanova, le Brigate Nere uccidono Gustavo De Laurentis, Guglielmo Guerrini, Apollinare Zoli.

- 20 luglio: a Bagnile di Cesena, impiccagione di 4 antifascisti.

- 22 luglio: a Conselice, viene fucilato -probabilmente dalle Brigate Nere- Sebastiano Camanzi; nell'alto forlivese strage di 64 civili.

- 26 luglio: a Pievequinta di Forlç, fucilazione di 10 ostaggi.

- 28 luglio: a Roncofreddo di Forlç, fucilazione di 3 giovani.

- 31 luglio: a Ravenna, vengono trovati i corpi di Francesco Zoli, Ildo Melandri, Lionello Corniola, fucilati per rappresaglia da militi fascisti.

- 5 agosto: a Casale di Fognano, vengono fucilati 5 ostaggi.

- 10 agosto: a Conselice, fucilazione di 5 antifascisti.

- 13 agosto: a Rivalta: per rappresaglia, vengono fucilati Carlo Casalini, Emilio Nanni, Luigi e Giuseppe Sangiorgi; a Voltana uccisione di 5 partigiani.

- 17 agosto: a S.Stefano nel forlivese, uccisione di 3 contadini.

- 17/18 agosto: a Castrocaro e poi Forlç, impiccagione dei partigiani Silvio Corbari, Adriano Casadei, Arturo Spazzoli e Iris Versari di 21 anni.

- 21 Agosto: a ponte Ruffio di Cesena, uccisione di 8 marinai.

- 25 agosto: a Ravenna, per rappresaglia, Brigate Nere e GNR uccidono, mediante fucilazione o impiccagione, 12 antifascisti (Domenico Di Ianni, Augusto Graziani, Michele Pascoli, Raniero Ranieri, Aristodemo Sangiorgi, Balsamo Sirilli, Edmondo Toschi, Giordano Vallicelli, Pietro Zotti, Mario Montanari, Umberto Ricci, Natalina Vecchi). A Gambellara: viene catturato e ucciso Mario Zoli.

- 26 agosto: nelle frazioni di Camerlona e Savarna, le Brigate Nere consegnano ai tedeschi 11 persone rastrellate da fucilare o impiccare per rappresaglia (Vincenzo Zanzi, Emilio Salvatore, Lino Mascanzoni, Stefano Miccoli, Lolli Giulio, Lucci Pietro, Ivo Calderoni, Fiammenghi Giuseppe, Nello e Aristide e Luciano Orsini). A Ravenna: vengono fucilati Nello Sternini, Giovanni Venieri, Luigi Mordenti accusati di sabotaggio, dopo essere stati consegnati ai tedeschi dalle Brigate Nere.

- 27 agosto: a Prati della Minarda di Forlç, fucilazione di 3 partigiani.

- 29 agosto: a Forlç, impiccagione di 3 operai partigiani.

- 2 settembre: a Mezzano, le Brigate Nere arrestano e uccidono Nino Zattoni. A Ponte Felisio, i tedeschi impiccano per rappresaglia 9 persone rastrellate dalla Brigata Nera (Luigi Alessandrini, Giovanni Caroli, Giuliano Banzola, Ferruccio Fiumi, Primo Tampieri, Antonio e Angelo Linguerri, Dionisio Mazzara, Giuseppe Buffardeci), già rastrellati e seviziati dalle Brigate Nere.

- 4 settembre: a Cesena, uccisione nella Rocca di 6 antifascisti.

- 5 settembre: a Forlç, il partigiano repubblicano Vincenzo Lega viene fucilato, assieme ad altri ostaggi, dalle SS dopo essere stato consegnato loro dalle Brigate Nere (Dal 5 al 29 settembre, presso l'aereoporto di Forlìvengono fucilate 77 persone, tra ostaggi, antifascisti ed ebrei); a Russi: per una rappresaglia voluta dalla GNR, vengono fucilati dai tedeschi Artidoro Bulgarelli, Menotti Casadio, Amedeo Grassi, Giuseppe Morelli, Giuseppe Patrignani.

- 8 settembre: a Casemurate, impiccagione di 7 partigiani.

- 9 settembre: a S.Tomè di Forlç, impiccagione di 6 partigiani.

- 10 settembre: in frazione Moronico, durante un rastrellamento compiuto dalla GNR vengono uccisi Lorenzo Poggi e Teodosio Ferri.

- 15 settembre: a Ca' di Lugo, impiccagione sul ponte di 9 antifascisti, di cui 4 appartenenti alla famiglia Bartolotti (Adolfo, Nino, Olindo, Silvio) dopo essere stati catturati e torturati dalla Brgata Nera.

- 25 settembre, in località S.Stefano, Brigate Nere e SS catturano e fucilano 5 persone (Domenico Zauli, Paolo Conti, Dmenico Bellini, Silvio Mondini, Mario Gonnelli). Sempre nella seconda metà di settembre, a Castel Raniero, dopo sentenza di Tribunale vengono fucilati 6 partigiani.

- 26 settembre: a Casemurate, impiccagione di 7 civili.

- 29 settembre: a S.Tommaso di Cesena, uccisione con colpi di mazza alla nuca di 6 antifascisti.

- 5 ottobre: a Tebano, le Brigate Nere uccidono il comunista, già arrestato, Bruno Bandini.

- 6 ottobre: nella zona di Pergola di Faenza, durante un rastrellamento per rappresaglia Brigate Nere e soldati tedeschi uccidono 5 persone (Anselmo Santandrea, Pietro Gaddoni, Lorenzo e Luigi Alboni, Maria Alpi).

- 9 ottobre: a Bagnile di Cesena, fucilazione di 3 civili.

- 17 ottobre: a Massalombarda, per rappresaglia truppe tedesche e Brigate Nere uccidono 22 persone (Alfonso, Giuseppe, Angelo, Domenico, Federico, Lodovico, Pio, Vincenza, Osvaldo, Maria Baffè; Angelo, Adamo, Antonio, Giuseppe Foletti; Severino Gallo, Giuseppe Cassani, Giulio e Germano Baldini, Augusto Meregatti, Giuseppe Cavallazzi, Antonio e Leo Landi ).

- 20 ottobre: a Ravenna, militi fascisti fucilano Mario Casadei. Pochi giorni prima, a Faenza le Brigate Nere avevano assassinato Pasquale Astoriti.

- 25 ottobre: a Lugo, durante un rastrellamento compiuto da GNR e Brigate Nere viene prelevato dalla propria abitazione e ucciso Carlo Landi. Durante la stessa operazione vengono consegnati ai nazisti 7 persone (Floriano e Giovanni Montanari, Dalmonte Giovanni, Giorgio Folicaldi, Renzo Berdondini, Facciani Domenico, Luigi Ballardini) e da questi fucilate sul ponte sul Senio e gettate nel fiume.

- 26 ottobre: a Lugo, fucilazione di 7 partigiani e 8 giovani sull'argine del Senio.

- 3 novembre: a Ravenna, le Brigate Nere fucilano Mario Montanari.

- 8 novembre: Vecchiazzano di Forlç, uccisione di 9 civili (famiglie Benedetti e Verità).

- 27 novembre: a Villa dell'Albero, uccisione di 55 antifascisti o sospetti tali.

- 30 dicembre, a Codigoro, fucilazione di è partigiani;

- 29 gennaio 1945: a Comacchio, fucilazione di 3 partigiani.

- 12 aprile: a Imola, uccisione di 16 partigiani nel Pozzo Becca

- 22 aprile: a Codigoro, fucilazione di 2 partigiani..