CATEGORIE A CONFRONTO (della necessità del lungo periodo)
Un bilancio su acquisizioni storiografiche e risultati conseguiti in
questi ultimi decenni, sullo stato attuale degli studi in materia di partiti
e movimenti politici, ci induce al tempo stesso moderato ottimismo, inconfessabili
inquietudini. Il Novecento, "secolo breve" assunto a paradigma
di ogni totalitarismo, ci ha lasciato pesanti contraddittorie eredità.
Insieme alla consapevolezza delle straordinarie potenzialità per
una ricerca più `libera', o comunque meno condizionata dai poteri
forti che nel passato, ritornano gli spettri della manipolazione e della
rimozione della memoria. Il rischio in questi casi è ambivalente.
Oltre al pericolo gravissimo in termini di minaccia autoritaria ai diritti
di cittadinanza, alle libertà civili, vi è la concreta possibilità
che le risposte -anche quelle della comunità scientifica e degli
studiosi più attenti e sensibili- siano riduttive e tutte naturalmente
relegate alla sola dimensione militante, l'unica ritenuta consona in questi
casi.
Dagli anni settanta in poi un approccio scientifico più multidisciplinare
fra storici, sociologi, scienziati della politica ha consentito -certo nella
mole, diversificata per valore, degli studi- una riflessione sempre meno
ideologica e predeterminata sulle vicende sociali di quello stesso secolo.
Ad esempio, la ridefinizione delle categorie < rivoluzione > e <
reazione >, fuori dalla rigida dicotomia imposta nei contesti gergali
dell'universo politichese, ha aperto notevoli opportunità di comprensione.
Il risultato più importante è stato lo `sdoganamento' a destra
del primo fra i due termini, ossia il riconoscimento di una valenza senz'altro
ambigua, ma comunque duplice dei fenomeni autoritari / totalitari nelle
loro diverse fasi, dall'insorgenza alla stabilizzazione, da movimento a
istituzione. Nel caso l'esigenza prioritaria di possedere un valido strumento
di analisi storica ha giustamente prevalso sulle semplificazioni più
grossolane.
L'irruzione nello scenario novecentesco delle grandi masse popolari e la
nuova dialettica che si instaura fra potere e contesto sociale comportano
un'inusuale dinamica bifase interna movimenti-partiti e partiti-Stato. Da
ciò può derivare integrazione e complementarietà oppure
conflitto. Il movimento è, mutuando dalla sociologia, lo "stato
nascente" ossia il momento dell'invenzione sociale e del conflitto
permanente, della tensione creativa più fertile e della forte contestazione
antisistema. Il fenomeno, così inquadrato, ha in genere un esito
previsto e prevedibile non appena si avvertono i primi segnali di fisiologico
esaurimento, di imminente passaggio dalla stagione degli `ideali' a quella
del pragmatismo.
"I movimenti finiscono per trasmettere a istituzioni rinnovate o
nuove i loro ideali; delegano, cioè, agli organismi politici la tutela
e la realizzazione del patrimonio di esperienze maturate nel periodo di
massima lotta" (Simona Colarizi).
Ovvio che ogni processo di istituzionalizzazione lasci cadaveri sul campo,
insieme alle incomprensioni e ai disadattamenti, agli strascichi e ai malcontenti
di vario genere, tutto da accettare nel nome della ragion di stato.
Questo schema può avere un'applicazione universale. Tuttavia, circoscrivendo
l'ambito alle vicende istituzionali del Regno d'Italia, esso ci interessa
in particolare come chiave interpretativa sul fascismo, con l'importante
precedente ottocentesco dei governi della Sinistra Storica. A quest'ultimo
proposito, sebbene non si voglia rinverdire le antiche esercitazioni accademiche
sui parallelismi fra Crispi e Mussolini, di certo superati, tuttavia vale
solo la pena rammentare come i nuovi ceti dirigenti che succedono alla Destra
Storica (dopo che questa ha esaurito il suo compito di fondazione e salvaguardia
del nuovo Stato sabaudo) provengano in massima parte dall'esperienza rivoluzionaria
risorgimentale. Si tratta, per l'appunto, dell'approdo istituzionale che
conclude una lunga fase movimentista. Fra l'altro la Sinistra storica ottocentesca
ci interessa moltissimo per la sua funzione modernizzante e anticipatrice,
di primogenitura su fenomeni di successiva rilevanza come nazionalismo,
imperialismo e colonialismo in versione italica.
Fu proprio Renzo De Felice, con la sua famigerata "Intervista sul
fascismo" del 1975, a introdurre una prima traccia su questa dinamica
movimento-partito. La tesi è nota: nelle radici del fascismo si ravvisano
istanze innovative e rivoluzionarie, ma anche nel successivo percorso da
regime stabilizzato esse riescono a sopravvivere, senza farsi riassorbire
del tutto, alimentando così una sorta di scambio dialettico fecondo
fra conservazione e modernizzazione. Naturalmente tutto questo non poteva
essere accettato da chi, in sede politica e storiografica, aveva oramai
ossificato i concetti e le categorie di rivoluzione-reazione oltre che di
sinistra-destra. Perché in effetti ogni approccio che privilegi innanzi
tutto la dimensione ideologica predeterminata, tende di fatto alla semplificazione,
a trascurare insomma le "zone grigie" e ambigue che corrono sui
confini. Contro l'opera dello storico reatino, realizzatore di quello che
sembra un vero e proprio monumento a Mussolini, depongono poi certi passaggi
davvero poco `oggettivi' che emergono specie negli interventi di ambito
pubblicistico giornalistico. Comunque sia il sasso tirato nella piccionaia
sonnacchiosa e conformista degli storici, a prescindere dalla condivisione
o meno di tutto l'impianto interpretativo defeliciano proposto, ottiene
come conseguenza indiretta esiti paradossali. Crescono infatti l'interesse
ed il livello della discussione su questi argomenti, insieme alla voglia
di tutto ridiscutere. E ciò sembra creare le condizioni per la liberazione
di nuove energie, fino a quel momento compresse, da convogliare su studi
e ricerche di grande valore sperimentale.
Il primo segnale di svolta ci viene da un timido e graduale ripensamento
delle cesure nella storia dell'Italia contemporanea, dalla verifica più
attenta degli elementi di rottura e continuità compresenti nei passaggi
istituzionali dal vecchio stato liberale al regime fascista, da quest'ultimo
alla democrazia repubblicana. L'adozione sempre più convinta del
lungo periodo come parametro valido, quale conseguenza del superamento di
una periodizzazione ingessata sulle date del 1922-1945, ha fornito strumenti
validissimi di analisi a tutt'oggi ancora da acquisire completamente nella
cassetta degli attrezzi in dotazione agli studiosi. Si attenua così
quella visione storiografica `parentetica', tesa cioè a circoscrivere
il fascismo come fenomeno autonomo, quasi avulso dal resto della vicenda
politica italiana, insomma una "parentesi" o un'escrescenza tumorale
che si innesta in un corpo più o meno sano. Ma il fascismo non può
essere ridotto alla sua caricatura, al mussolinismo. Su questi aspetti -e
in generale sulla necessità di una periodizzazione lunga- basti rammentare
almeno due fenomeni che, in diversa misura, hanno acquisito (o stanno acquisendo)
maggiori elementi di comprensione proprio in virtù di queste riconsiderazioni
metodologiche. Si tratta del Nazionalismo, inteso come idee e movimento
e non solo come associazione politica; ma si tratta anche delle vicende
complessive del Sindacalismo italiano.
Il movimento nazionalista si affaccia sullo scenario politico assumendo
la rappresentanza della borghesia produttiva e del proletariato produttivo,
unificati finalmente in fabbrica ed in trincea. La sua incidenza non può
essere ridotta a petite histoire proto-fascista, secondo i canoni
opposti ma eguali della storiografia marxista e di quella legata al regime
mussoliniano. Si tratta piuttosto di una storia di lungo periodo che attraversa
le vicende italiane, politiche ed economiche, dall'epoca dei governi della
Sinistra storica ottocentesca al ventennio fascista e forse anche oltre.
"In questo secondo dopoguerra il dibattito non è andato molto
avanti: la storiografia etico - politica ha ripreso lo studio delle ideologie
nazionaliste per cercare di sottolineare gli elementi di antitesi con la
tradizione liberale, la storiografia marxista in parte è stata influenzata
dalla storiografia etico - politica ed in parte ha concentrato la sua attenzione
sul problema dell'avvento del fascismo al potere. La scuola storiografica
che si richiama al biografo di Mussolini Renzo De Felice, raccolto l'elemento
più caduco della tesi del Salvatorelli e cioè quello che vede
nel nazionalfascismo un movimento rivoluzionario piccolo-borghese, ha proposto
una rivalutazione del fenomeno fascista che esclude a priori la possibilità
di una corretta impostazione del nesso nazionalismo-fascismo. Va comunque
ribadito che è soprattutto l'ottica da cui prevalentemente gli storici
si pongono ciò che ostacola maggiormente la comprensione del nazionalismo:
se si sceglie il regime fascista come osservatorio privilegiato il nazionalismo
non può che apparire un piccolo episodio, ma se si sceglie l'intera
fase storica che va dai governi della Sinistra [nell'800] alla seconda
guerra mondiale, allora il nazionalismo diventa un momento chiave che collega
ed illumina l'intera vicenda politica ed economica italiana" (Bruno
Bongiovanni).
Anche per gli studi sul sindacalismo si deve lamentare (a parte il mancato
riconoscimento della peculiarità del fenomeno sindacale fascista
e, di conseguenza, il suo declassamento come specifico oggetto di studio)
una periodizzazione assolutamente non soddisfacente e troppo legata alle
cesure classiche della storia politica.
Il tema è stato eccessivamente sottovalutato e messo sempre in subordine
rispetto al P.N.F., rimandando solo a questo il ruolo di forza mobilitante
nonché di rappresentanza del lavoro. Nel solco di intuizioni di storici
come Adolfo Pepe si devono ora rivedere tutte le vecchie questioni interpretative
minimaliste e soprattutto occorre inserire la vicenda del sindacato fascista
in un arco cronologico più vasto, che si estenda dagli anni dieci
addirittura fino ai primissimi anni settanta. Si tratta di considerare tutta
la fase evolutiva trascorsa nella realizzazione del modello sindacale industriale,
fino alla sua crisi. All'affermarsi della centralità della fabbrica
corrisponde infatti un contestuale affievolimento della "confederalità",
ovvero del luogo della mediazione (politico-sociale non sindacale professionale)
tra Stato e interessi delle classi subalterne. All'epoca della Mobilitazione
Industriale, ossia nell'organizzazione coatta del lavoro militarizzato durante
la prima guerra mondiale, si realizza un interessante esempio di scambio
fra istanze mediate e regime liberale. E' questa la prova generale di un
modello che avrà grandi fortune: un sindacato industriale collaborativo,
portatore di una nuova cultura produttivistica, avviato verso la `nazionalizzazione',
basato sulla depoliticizzazione e sull'assenza di rappresentanze confederali
e di fabbrica, funzionale al paternalismo aziendale e all'atomizzazione
del rapporto di lavoro, all'integrazione del lavoratore nel sistema a conflittualità
zero. Ed è quindi la relazione diretta Sindacato-Stato che sovrasta.
Su quest'ultimo aspetto è lo stesso Pepe a mettere in risalto il
duraturo rapporto di scambio instauratosi fra queste due istituzioni che
attraversa, senza quasi soluzioni di continuità, l'Italia giolittiana,
il ventennio fascista e la lunga stagione democristiana.
LA SOCIETA' ORGANICA (fascisti di sinistra versus destra liberale)
La prima guerra mondiale costituisce il sicuro quadro cronologico di
riferimento -consolidato storiograficamente - per le origini del fascismo.
Dopo il fallimento dell'ipotesi insurrezionale sperimentata nella "Settimana
Rossa" del 1914, una parte non insignificante del ceto dirigente nelle
correnti estreme del movimento operaio troverà il suo sbocco `naturale'
nell'interventismo. Così un drappello di ex-antimilitaristi, repubblicani,
sindacalisti rivoluzionari, socialisti mussoliniani, anarco-interventisti,
va ad infittire le schiere eterogenee (già composte da liberali,
cattolici, nazionalisti, democratici...) dei movimenti favorevoli alla guerra.
Però la spinta `sovversiva' di quelle componenti - ora saldate anche
ad altre di ispirazione contestativa, tutte espressione irrequieta del coacervo
culturale e del fecondo laboratorio degli anni dieci - non si esaurisce
in breve. Anzi, essa avrà tempi di metabolizzazione lunghi almeno
un decennio, salvo addirittura riemergere anche in seguito sotto altre forme.
Il percorso che si interpone tra la mobilitazione socialnazionale del periodo
bellico (vera prova generale per l'integrazione obbligata delle forze sociali
e produttive nello Stato) e la trasformazione del movimento fascista in
regime vede il naufragio di ogni velleità rivoluzionaria già
espressa nell'ambito dell'interventismo di sinistra. Le tappe fondamentali
sono costituite dalla fase `diciannovista', con la nascita dei Fasci di
combattimento che si ispirano ad un programma di impronta socialistica,
e dalle commistioni del movimento di D'Annunzio con i sindacalisti rivoluzionari
nel corso dell'impresa di Fiume del 1920. Ma anche nella formazione dei
così detti Sindacati Economici, nei ranghi del primo sindacalismo
fascista, sono ben presenti questi elementi di conflittualità e di
resistenza dall'interno al processo di normalizzazione.
La storiografia marxista di impronta togliattiana ha condiviso in pieno
l'impostazione di quella fascista (Gioacchino Volpe) sulla sostanziale sovrapposizione
fra i fenomeni interventismo e fascismo. La realtà è ben diversa.
E non solo perché dalla confluenza di queste forze si deve scorporare
l'interventismo democratico o le future dissidenze fasciste. Infatti non
tutto l'interventismo entra nel movimento dei fasci. Ma neppure la totalità
di quest'ultimo aderirà al PNF (basti per tutti citare l'esempio
di Pietro Nenni, fondatore del fascio di Bologna). Il decennio che trascorre
come vigenza della fase movimentista, fino alla normalizzazione del 1925-'26,
vede nel frattempo la `cattura' del fascismo da parte del vecchio ceto dirigente
nazionalista liberale, defilato fino a quel momento (in tal senso risulta
interessante la biografia politica del leader nazionalista Enrico Corradini).
Soccombono i rivoluzionari in camicia nera che pure avevano dato un contributo
fondamentale nel farsi carico del lavoro più sporco e ingrato, nell'acquisire
meriti durante la repressione sanguinosa del movimento operaio.
Il 23 marzo 1919, alla costituente di piazza San Sepolcro, è rappresentato
l'interventismo rivoluzionario in tutte le sue componenti: dai futuristi
come elemento culturale agli arditi di guerra come forza paramilitare, ai
sindacalisti. Vero è però che all'interno di ciascuno di questi
filoni si sono già realizzati indirizzi contraddittori. Il futurismo
non è tutto marinettismo (si pensi all'antimilitarismo di un Lucini);
lo stesso nell'associazionismo combattentistico è presente anche
una forte componente classista che sarà alla base della formazione
degli Arditi del Popolo.
La sinistra fascista attraverserà in modo sotterraneo il ventennio
con una presenza discreta ma con una buona influenza nel sistema corporativo
e sindacale. Nei primi anni Trenta si registra in tutta Europa una grande
attenzione fra intellettuali ed economisti, anche antifascisti, sulla proposta
tecnocratica avanzata in Italia da Ugo Spirito. Questi, teorico e fautore
della corporazione integrale, massimo esponente della così detta
"ala bolscevica del fascismo", capeggia un movimento di fronda
sindacalista al regime sviluppatosi intorno alla Scuola superiore di scienze
corporative di Pisa e a partire dal 2deg. convegno di studi sindacali corporativi
di Ferrara del 1932.
Del resto il noto "Appello ai fratelli in camicia nera", pubblicato
sul togliattiano "Stato Operaio" nel 1938, con il suo richiamo
esplicito al programma socialistico mai realizzato di piazza San Sepolcro,
ci fornisce la cartina di tornasole per comprendere l'effettiva sussistenza
della spinta contestativa interna al regime. Di contro anche il modello
sovietico, realizzazione di una vera integrazione organica del mondo del
lavoro nello Stato, viene visto con un certo interesse. L'asse del dibattito
si sposta. Ora il `socialismo' si potrà realizzare addirittura dentro
la società organica, sempre nel solco della prospettiva di identità
fra proletariato e nazione.
L'esperienza della Repubblica Sociale Italiana sarà il momento topico
per la riemersione di tutte queste istanze sansepolcriste, socialistiche.
Nove dei 18 punti del Manifesto di Verona sviluppano esplicitamente questa
linea. Lo sforzo della classe politica della nuova RSI è quello di
ottenere un riconoscimento dalla classe operaia attraverso concessioni salariali
e proposte di un modello sindacale partecipativo e "costruito dal basso".
Ma la stessa proposta di socializzazione delle imprese, con il relativo
passaggio della gestione (non della proprietà) ad apposite strutture
consiliari di rappresentanza fallisce. Ugualmente non funzionano: ne' la
liquidazione di fatto del sistema corporativo con la costituzione di una
Confederazione generale del lavoro, della tecnica e delle arti nel maggio
1944; ne' la successiva soppressione, addirittura, della Confederazione
degli industriali. L'occupante tedesco scavalca governo e sindacalisti avocando
a sé la conduzione delle relazioni industriali. L'apertura concepita
come merce di scambio per la partecipazione della classe lavoratrice alla
guerra fascista non ottiene gli scopi prefissati. Le `buone' intenzioni
sono dunque vanificate su due fronti: dal rifiuto operaio, che si manifesta
con gli scioperi nelle grandi fabbriche del nord; ma anche dall'ostilità
tedesca verso quei progetti di trasformazione dell'economia emersi con il
nuovo corso.
L'esperienza breve della RSI non può certo rimanere ristretta su
di un mero giudizio liquidatorio, come semplice coda anomala del ventennio.
Anch'essa racchiude robusti elementi di continuità e di cerniera
con la fase che precede e quella che segue. Claudio Pavone ne ha ad esempio
individuato uno, abbastanza verosimile, con l'Italia democratica. A parte
le istanze di rottura su base antimonarchica, si riscontra un paradossale
canale di continuità amministrativa dell'apparato burocratico e ministeriale
dello Stato. Il personale statale (impiegati e funzionari), nella stragrande
maggioranza, continua ad assolvere alle sue funzioni, ad essere ligio ai
doveri di ufficio, anche sotto Salò. Lo stesso ruolo attivo e partecipativo
viene trasferito all'Italia democratica "senza sconvolgimenti che
ne intacchino a fondo l'ideologia, la struttura e la concezione culturale".
Ma anche sotto l'aspetto dell'economia si individuano robuste continuità.
La potente tecnostruttura che risulta dalla compenetrazione fra sviluppo
monopolistico e apparato statale, prodotto originale della trasformazione
della crisi degli anni trenta, attraversa indenne la RSI, senza essere scalfita
dalle velleità di socializzazione.
Da ultimo resterà anche l'eredità politica di quel "fascismo
di sinistra", sansepolcrista antiborghese, riemerso a Salò.
Rivivrà nelle istanze rivoluzionarie ed eversive delle nuove formazioni
estremiste della destra cresciute nel secondo dopoguerra all'ombra degli
apparati del nuovo stato democratico nato dalla resistenza.
L'IMBECILLE DI TIPO NUOVO (dimensione psicologica e fascismo eterno)
Siamo ora in una fase di maggiore approfondimento e di studi comparativi.
Da anni il discorso si è spostato, infatti, dalle antiche disquisizioni
sulle origini alle analisi sull'estrema destra europea. E' da sempre la
Francia ad esprimere oltre al necessario modello di riferimento per gli
studiosi, i laboratori di ricerca più fecondi sull'argomento. A riprova
della consistenza di un'area di interesse che si sta dimostrando così
in crescita, e che certo si colloca fuori dalla tradizionale messe pubblicistico
giornalistica, basti rammentare l'uscita in questi ultimi anni di numerosi
saggi scientifici sull'argomento. Il ghiaccio fu rotto a suo tempo dalle
traduzioni italiane di due studi monografici di valore: "La destra
rivoluzionaria" di Zeev Sternhell (ed. Corbaccio), e "L'avvenire
di un passato. L'estrema destra in Europa" di Alain Bihr (BFS /Jaca
Book). Per quest'ultimo l'analisi sulla genesi di movimenti politici della
specie, riferiti allo scorcio finale del Novecento, attiene più alla
categoria di una "estrema destra postindustriale" piuttosto che
a quella di un neofascismo rifondato sul "mito palingenetico".
Il modello di riferimento è il Front National di Le Pen e
dunque, ancora una volta - in sintonia con le tesi sternhelliane sulla destra
rivoluzionaria dell'Ottocento - si rivela un fascismo con paternità
e maternità francesi. Così, bisognerà risalire agli
esiti della guerra franco-prussiana, al crollo del secondo impero e alla
nascita della terza repubblica, per comprendere come dalla critica antidemocratica
e anti-positivistica si sia propagata dalla Francia al resto dell'Europa
quella cultura protofascista che nel tempo ha prodotto, sostituendo la classe
con la nazione nel motore della storia, i frutti velenosi dell'antisemitismo
e del collaborazionismo pro-nazista (da Dreyfus a Vichy). La tesi dello
sbocco fascista dei delusi della sinistra viene però rigettata da
alcuni storici italiani. In particolare da Enzo Collotti che la considera
eccessivamente `ideologistica'.
In parallelo invece sarà necessario porre attenzione alla crisi del
fordismo per interpretare gli omologhi movimenti del nostro tempo.
Le paure di fine secolo indotte dagli irreversibili processi di mondializzazione
dell'economia in atto, dall'insicurezza generalizzata e dallo smarrimento
di quel senso di appartenenza prima "garantito" dalla partecipazione
disciplinata al ciclo produzione/consumo, hanno costituito la principale
spinta emozionale per le più vaste adesioni alla destra antidemocratica
di oggi. Il sostrato culturale del fenomeno è costituito da quelle
condizioni psicologiche e sociali che si sono create proprio a causa del
così detto `compromesso fordista'. Fra queste: l'integrazione del
movimento operaio occidentale nelle strutture del potere capitalistico,
Stato e impresa; la grigia burocratizzazione e l'esercizio clientelare negli
apparati politico-amministrativi e sindacali; il culto del capo e degli
`specialisti'; tutti elementi che hanno consolidato lo spirito di sottomissione,
attitudine questa indispensabile in ogni progetto di società a tendenza
organica. Alla definizione dell'immaginario nazional-frontista, da cui poi
prende forma concreta "l'uomo del risentimento", contribuiscono
stati d'animo come angoscia, aggressività, crisi di senso, odio,
rancore e rifiuto dell'altro. Una conferma della validità di questo
filone interpretativo ci viene da Alain Bihr quando sintetizza i modi d'essere
e la psicologia (appunto) di quei "declassati", con l'efficace
trilogia concettuale: odio per il presente; paura dell'avvenire; nostalgia
di un passato mitizzato.
Elementi di questo tipo sono presenti in un filone storiografico libertario
che però non ha avuto modo di svilupparsi compiutamente, e che anzi
poi è rimasto ammutolito nei confronti delle impostazioni sia di
matrice marxista che etico-politica. La prima edizione italiana del "Mussolini
in camicia" di Armando Borghi si guadagnò, fra le altre, una
lunga ed ammirata recensione su "Il Mondo" (14 novembre 1961)
a cura di Enzo Tagliacozzo. In essa si sottolineava la sua funzione dissacratoria,
documentariamente fondata, sulla personalità del duce. "Mussolini
Red and Black", titolo originario, era stato uno dei pochi libri
attraverso i quali l'altra Italia, quella di minoranza, aveva potuto farsi
conoscere negli Stati Uniti. Era stato un modo per aprire gli occhi ad una
comunità che ormai sembrava avere totalmente rimosso o stravolto
i significati e la memoria stessa della vicenda Sacco e Vanzetti. Allora
molti italo-americani, incolti e politicamente immaturi, erano divenuti
facile preda di un'incessante propaganda di stampo nazionalistico, svolta
attraverso i giornali e le stazioni radio in lingua italiana, le cerimonie,
i cortei ed i comizi. Le condizioni ambientali erano dunque avverse. Così,
mentre circolavano biografie addomesticate e mitologiche sull'ex-sovversivo
di Predappio, qualcuno che l'aveva ben conosciuto dava il suo contributo
controcorrente, di verità scomoda per il potere.
"A molti accadeva quel che accade a chi arriva in teatro a recita
inoltrata, che è costretto ad immaginare a proprio talento la parte
della tragedia non vista".
Così Borghi, cogliendo in pieno nel segno, raffigura lo stato d'animo
del "popolo deportato", ossia degli italiani post-fascisti. Heri
dicebamus: ma per molti non si poteva più riprendere il discorso
dal punto nel quale era rimasto interrotto solo vent'anni prima. Passione
civile e impegno militante animano l'autore di questo pamphlet, anzi di
queste - come lui stesso le definisce, con modestia eccessiva - "povere
pagine". Armando Borghi è un protagonista schivo, testimone
eccellente del periodo delle convulsioni pre-fasciste. Romagnolo sanguigno,
egli rifugge senz'altro il "romagnolismo", categoria psico-politica
affibbiata dalla storiografia gramsciana all'estremismo irrequieto volubile
e di frontiera dei conterranei Pietro Nenni e Benito Mussolini. Amico fraterno
di Salvemini e di Ernesto Rossi, anch'egli si pone il problema etico di
riscattare l'Italia denigrata dal regime. L'opera, pubblicata nel 1961 dalle
Edizioni Scientifiche Italiane di Napoli, raccoglie scritti sparsi risalenti
a un periodo - quello dell'esilio in America - nel quale "bisognava
parlare al mondo: dove non arrivavano (o arrivavano a gran fatica) le museruole
insanguinate del fascismo".
Ingiusto e limitativo sarebbe qualificare lavori pionieristici di questo
tipo come genere memorialistico. Lo spessore dell'analisi che vi è
contenuta invece ci richiama indubbiamente un livello di critica alta. Casomai
ci sarebbe da cogliere l'occasione della lettura / rilettura per una riflessione
attualizzata, analoga a quella che si potrebbe operare su un altro saggio
uscito di recente, autore Pier Carlo Masini (Mussolini. La maschera del
dittatore, Biblioteca Franco Serantini 1999). Vi è oggi un'obiettiva
difficoltà storiografica, e quindi anche di approccio allo studio,
nell'affrontare temi, e ritagliarsi spazi autonomi, su ambiti come questo.
Qui gravano oggi impronte interpretative ingombranti (impronte da cui comunque
- pro o contra - non si può più prescindere). La ponderosa
opera defeliciana, con le sue intuizioni e le indicazioni metodologiche
discutibili e discusse anche dai non addetti ai lavori, e il chiasso dei
suoi detrattori politici hanno messo la sordina ad un altro filone di studi
su Mussolini, quello libertario. Eppure non sarebbero mancati illustri precedenti
quali Camillo Berneri, lo stesso Borghi e poi anche Masini, studiosi militanti
e testimoni eccellenti della loro epoca. Le loro analisi si possono accomunare
per l'originale approccio multidisciplinare, per un tentativo di comprendere
la personalità del dittatore fuori dagli schemi angusti ed esclusivi
delle categorie ideologiche (l'intuizione `psicologica' berneriana non è
certo assente in queste pagine). Siamo dunque sulle tracce di una corrente
storiografica di minoranza peraltro apprezzatissima, e in parte ripresa,
dalla scuola di Salvemini. Ma c'è un rammarico piuttosto, quello
della mancata formazione di una `scuola' e di un filone di studi più
robusto su questi argomenti. Destinati all'oblio: sembra questo un po' l'esito
di tutte quelle istanze interpretative e culturali nate negli ambiti della
variegata sinistra eretica europea. Ad esempio l'opera di Daniel Guérin,
uno dei pensatori più lucidi e creativi della sinistra comunista-libertaria,
ha in sostanza subito la stessa sorte. Eppure anch'essa si era presentata
con forti connotati innovativi, svecchiando notevolmente l'armamentario
interpretativo `terzinternazionalista' che, ciò nonostante, sarà
a lungo inseparabile utensileria per gli storiografi del movimento operaio.
La spiegazione tutta socioeconomica del fenomeno, del resto in piena aderenza
all'ideologia marxista, rimarrà preponderante. A margine di tutto
questo si possono riscontrare solo labili tracce delle intuizioni che Wilhelm
Reich aveva divulgato con la sua <<Die Massenpsychologie des Faschismus>>,
del fascismo cioè inteso anche come mentalità e stato d'animo
del "piccolo uomo comune represso". Ritornano così, per
l'oggi, gli elementi identificativi del Fascismo Eterno (felice definizione
coniata da Umberto Eco) su cui fa leva il cinismo apparentemente contrastante
dei falsi sovversivi: tradizione come culto, rifiuto di ogni modernismo,
sospetto / disprezzo verso tutto ciò che si ritiene appartenga al
mondo degli intellettuali, intolleranza nei confronti del dissenso ("il
disaccordo è tradimento"), fobia delle differenze, paranoia
del complotto; ed ancora, venendo ai tempi attuali: la neolingua da talk-shaw,
il populismo massmediatico, ecc.., ecc.. Insomma è l'Ur-Fascismo
che sarebbe ancora presente fra noi, talvolta latente sotto le spoglie più
innocenti ed impensate, forma espressiva di una specie antropologica emersa
nel Novecento: l'imbecille di tipo nuovo. E' l'esercito di riserva della
`rivoluzione plebea' che perennemente predispone la cassetta degli attrezzi
ideologici atti alla presa del potere per conto terzi, ma anche per conto
proprio.
La conclusione sembra paradossale: il regime di Mussolini altro non era
stato se non il frutto tragico della insufficienza del socialismo (e dei
suoi uomini). Ciò perché - per dirla con le parole di Guerin
- "dietro il fascismo, l'ombra del socialismo è presente
a ogni istante". Più esattamente questa analisi speculare
di scuola, a partire anche dalla denunciata inadeguatezza antifascista,
verrà reiterata e si tramuterà in speranza per quelli che
saranno poi gli appuntamenti mancati per la sinistra europea del secondo
dopoguerra.
"L'atteggiamento di Mussolini nel 1919 / 20 - ha scritto Tagliacozzo
- fu quello di un uomo che fiutò il vento, e si mostrò
più sovversivo dei sovversivi, mentre faceva contemporaneamente l'ultranazionalista
fino a quando la partita tra destra e sinistra rimase aperta. Ma non appena
ebbe la percezione che i rossi sarebbero stati sconfitti, si accostò
rapidamente ai gruppi di estrema destra e si mise a fare l'uomo d'ordine.
Chiunque abbia vissuto gli avvenimenti del quadriennio 1919 / 22, o abbia
studiato la storia di quegli anni sa come andarono le cose. Ma spesso, i
neofascisti rivelano di possedere nozioni scarsissime e assai confuse circa
la parte avuta da Mussolini in quei fatti. E se alcuni di loro leggeranno
con mente aperta le pagine di <<Mussolini in Camicia>> di
Armando Borghi testé pubblicate a Napoli presso le Edizioni Scientifiche
Italiane e presentate da Ernesto Rossi, riceveranno più di una sgradita
sorpresa.
Dagli articoli firmati dal direttore del Popolo d'Italia, risulta che questi
approvò e appoggiò i tumulti per il caroviveri del `19, e
l'occupazione delle fabbriche del `20; e che, dopo essere stato solidale
coll'impresa fiumana di D'Annunzio abbandonò il poeta al suo destino
non appena seppe che Giolitti aveva deciso di farlo sloggiare con la forza
dalla città. Questi atteggiamenti del futuro duce dovrebbero impressionare
i nostalgici ancora più sfavorevolmente degli atti del Mussolini
sovversivo nell'anteguerra, quando fece uso di un passaporto falsificato
in Svizzera, partecipò alle dimostrazioni contro la guerra di Libia
ed esaltò le violenze della settimana rossa del `14".
La maschera del patriottismo quale ultimo disperato rifugio degli irrequieti e dei piccoli uomini è il punto di partenza di tutto il ragionamento. Il nazionalismo poi, forma cieca ed esasperata di patriottismo, è la dottrina politica che fa maggiore presa sulle menti ignare. E' il complesso di inferiorità che si trasforma in complesso di superiorità, disprezzo della ragione, della cultura e della meditazione, che si risolve infine nell'illusione della retorica e di parole d'ordine avulse dalla cruda realtà dei fatti. Il parallelo tra Crispi e Mussolini, molto insistito in sede storiografica, è stato oggi accantonato e certo con buone motivazioni. Tuttavia non potremmo non riflettere sulla esemplarità dei due percorsi, identici almeno in un passaggio: da sovversivi smaniosi di seconda fila a primi poliziotti d'Italia.
REVISIONISMI E IDEOLOGISMI (dimensione europea)
Il fascismo ha inciso profondamente nella fisionomia della società
europea del Novecento, su questo non sembrano esserci dubbi. Ma la storiografia
internazionale, per parte sua, si muove oggi in modo contraddittorio rispetto
a questo assioma. Così si alternano studi e ricerche di notevole
impianto innovativo ad altri incentrati più sulla comparazione con
il bolscevismo, fino a spostare l'obiettivo esclusivamente su quest'ultimo.
Tutto ciò è legittimo. Certo resterà difficile negare
la centralità della questione dei fascismi in Europa nel periodo
fra le due guerre mondiali. Le vicende dei singoli paesi assumono indubbiamente
la loro specificità per cui sarà anche giusto affrontarne
le problematiche a dimensione nazionale. Fatto questo però non è
concepibile ricondurre tutto alla normalità di un percorso storico
peculiare. Si devono riconoscere come autonomi soggetti di studio i vari
fascismi, oppure i totalitarismi di diverso colore, accettando magari anche
l'esercizio della comparazione. Tuttavia ciò non potrà significare
confusione e appiattimento finalizzato alla fornitura di argomenti ad uso
di un ceto politico spesso poco acculturato. E intanto un primo risultato
degli studi comparati è quello di "considerare il fascismo
una forza politica e una forma di organizzazione politico-sociale di dimensione
europea" (Enzo Collotti). E questo valga soprattutto per i regimi
riconducibili alla categoria classica, il fascismo italiano e il nazionalsocialismo
tedesco. Mentre è stato appurato il ruolo di traino e modello rappresentato
dall'esperienza mussoliniana specie in Europa orientale, ma anche altrove.
In Italia come in Germania i prodromi nazionalisti e la mobilitazione sociale
durante la guerra del 1914-'18 costituiscono una comune base di incubazione.
A seguire, sulla scorta anche degli studi di George Mosse sulla nazionalizzazione
delle masse, sono da considerare ulteriori elementi di similitudine fra
i due regimi: la mistica giovanilistica, una visione organicistica della
società, il rifiuto del pluralismo, la militarizzazione della politica.
Ernst Nolte, studioso della fenomenologia dei totalitarismi, ci fornisce
invece tesi assai discutibili ma che hanno però ottenuto un'audience
eccezionalmente vasta. Fra queste si distingue per originalità quella
sulla derivazione del nazionalsocialismo dal bolscevismo.
"...se si accettassero i punti di vista di Nolte il peso della tradizione
dell'antisemitismo tedesco nel successo del nazionalsocialismo e nello stesso
genocidio degli ebrei risulterebbe enormemente ridimensionato se non totalmente
cancellato" (Enzo Collotti).
Un altro fronte della discussione storiografica e politica è quello
sulla minore virulenza del fascismo italiano rispetto al nazismo. Su questo
assioma si sviluppano così i virus della banalizzazione e il cavallo
di battaglia diventa il presunto razzismo innocuo del regime mussoliniano.
Si mescolano così le carte della storia falsificando i numeri ed
ignorando gli studi scientifici che certificano in modo inoppugnabile del
razzismo fascista messo sanguinosamente in atto nelle guerre coloniali d'Africa,
contro le popolazioni balcaniche e non solo con l'apparato legislativo antisemita
del 1938. De Felice non accettò mai la dimensione internazionale
del fascismo concentrandosi invece sulle sue peculiarità autoctone.
Ora, se questo ci può aver aiutato nella conoscenza specifica del
fenomeno italiano, non si capisce più il motivo per il quale il metodo
comparativo debba valere solo fra nazismo e comunismo. Allora la rappresentazione
`revisionistica' ci pare del tutto inadeguata, persino nei confronti dei
risultati stessi raggiunti dalla ricerca, incommensurabile, condotta dal
biografo di Mussolini. Si deve però ammettere che la contraddittorietà
delle dottrine fasciste rende assai difficile la definizione del modello.
Anche perché le eventuali somiglianze istituzionali non costituiscono
di per sé un elemento probante per ascrivere diversi sistemi politici
dentro l'unicum della famiglia totalitaria.
In via preliminare, sia pure per la sola lettura dei fenomeni e delle relative
conseguenze, si ravvisa come necessaria la definizione del modello totalitario
quale categoria interpretativa autonoma. A tale scopo la manualistica di
Scienza della Politica ci fornisce gli elementi identificativi minimi, utili
per questa messa a punto: una concezione "organicistica" della
società; il terrore come "principio politico"; i criteri
di nemico oggettivo e di delitto possibile; l'uso della polizia segreta
e del sistema detto "universo concentrazionista"; le forme del
consenso e della propaganda, della mobilitazione di massa e della "rivoluzione
permanente".
L'ultimo decennio si è caratterizzato per un'aspra contrapposizione,
sia in ambiti politici che storiografici, sul così detto "revisionismo",
concetto peraltro contraddittorio e variamente utilizzato. In particolare
si è registrato un punto di grave attrito sull'uso del metodo comparativo
fra regimi totalitari, fra sistemi nazionalsocialista tedesco e comunista
sovietico in particolare. Una svolta di rilievo si è di recente avuta
nella storiografia di sinistra con l'accettazione di quella metodologia
d'indagine:
"...Guardare, dunque, con occhio sereno, e il più possibile
distaccato, a quel che è successo, ai protagonisti e agli attori
di quella storia, ai problemi che sono stati messi in luce dal susseguirsi
terribile di massacri e genocidi legati, sia pure con modalità differenti,
ai fascismi (in particolare misura al nazionalsocialismo tedesco) come ai
comunismi (e prima di tutto a quello sovietico e a quello cinese). E' necessario
intraprendere un'opera profonda di revisione di quello che si è scritto
negli scorsi decenni senza perdere la consapevolezza profonda dei caratteri
comuni, ma anche di alcune differenze, dei più importanti sistemi
totalitari che si sono affermati nel mondo dopo la prima guerra mondiale.
...una responsabilità indiretta di questa specie di revisionismo
sta anche nella chiusura di una parte non piccola della storiografia comunista
e di sinistra rispetto all'uso di espressioni come `regime totalitario'
che, a mio avviso, si può e si deve utilmente applicare al regime
nazista e a quello staliniano sovietico" (Nicola Tranfaglia).
Una soluzione plausibile a questo enigma metodologico, di approccio nella ricerca scientifica comparativa, ci viene dallo storico francese Philippe Burrin. Fascismo italiano e nazismo tedesco sono riconducibili ad una famiglia politica autonoma più ristretta rispetto alla parentela allargata dei totalitarismi. Ma nel medesimo contesto, sia pure operando i necessari distinguo, si dovranno collocare i regimi di Franco e Salazar, l'esperienza collaborazionista nella Francia di Vichy, ritenuti a torto marginali rispetto all'area dell'autoritarismo tradizionale.
Riferimenti bibliografici
- L. DE ROSA (a cura di), La storiografia italiana degli ultimi vent'anni. III. Età contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1989;
- R. DE FELICE, Intervista sul fascismo, a cura di M. Ledeen, Roma-Bari, Laterza, 1975;
- D. FISICHELLA, Analisi del totalitarismo, Messina-Firenze, Casa editrice D'Anna, 1976;
- E. COLLOTTI, Fascismo, fascismi, Firenze, Sansoni, 1992;
- N. TRANFAGLIA, Labirinto italiano. Il fascismo, l'antifascismo, gli storici, Firenze, La Nuova Italia, 1989;
- A. DEL BOCA, M. LEGNANI, M. G. ROSSI (a cura di), Il regime fascista, Roma-Bari, Laterza, 1995.