Senza alzare lo specchio sull'Italia

di Ferruccio Gambino

Questo articolo è stato pubblicato su Altreragioni n. 3, 1994. La redazione di Intermarx lo ripropone come punto di vista sul preteso "rinnovamento" politico degli anni Novanta, tutt'altro che datato.

Un quaderno di doglianze venuto da lontano
Grande è il pericolo di smarrirsi nella descrizione minuta delle crisi politiche che in varie parti del mondo sono seguite alla caduta del muro di Berlino. Si perde nel labirinto chi cede alla tentazione di limitarsi a descrivere le secessioni territoriali o i rovesci elettorali avvenuti negli anni recenti da Lisbona a Vladivostok. Una volta che il compattamento antisovietico è venuto meno, la lotta politica ha assunto una fantasmagoria di forme insolite, se non sconosciute [1]. Questa novità vale anche per l'italia del primo biennio di Tangentopoli, ma con l'aggiunta di qualche non trascurabile tratto specifico.
Dopo i primi avvisi di garanzia, i politici responsabili di governo sono sfuggiti al dibattito sulla gestione del potere pubblico nell'ultimo decennio. La generalità dei nuovi giustizialisti ha così avuto buon gioco a sottrarre il dibattito al terreno proprio - e cioè al terreno dei rapporti sociali sottesi a quella gestione - facendolo slittare nella palude recintata delle tangenti. Lo slittamento è grave perché elude l'analisi delle condizioni di governabilità dell'Italia nei passati decenni e di fatto minimizza il problema della sfiducia endemica nei partiti. Non possiamo ridurre la crisi italiana a un tira e molla dei fruitori delle tangenti con la sfera giudiziaria. In questa vicenda vi è un diffuso rifiuto di autoriflessione e vi è pure una rimozione psicologica a proposito dei rampanti anni Ottanta che rasenta l'ipnosi. Si tratta di tendenze che possono preparare esiti autoritari, perché oggi il "rinnovamento" non discende dal dibattito sul terreno delle garanzie politiche, civili ed economiche, ma dagli areopagiti della giustizia e dagli alchimisti della legge elettorale in un clima di stravolgimento costituzionale. E' questa dunque un'ennesima occasione in cui la società italiana non riesce ad alzare lo specchio su se stessa. Senza riandare agli esami di coscienza purtroppo mancati dopo la seconda guerra mondiale, basterà ricordare la rimozione avvenuta alla fine degli anni Settanta e nel decennio seguente, quando una larga parte dei politici attualmente inquisiti tentarono di ridurre i movimenti sociali dal Sessantotto in poi a meri fatti criminali, schierando dalla loro parte la compagine soverchiante dei mezzi d'informazione.
Anche se i contorni dello scandalo di Tangentopoli non sono ancora definiti, è sostenibile la tesi che il motore primo dello scandalo non è in Italia. Le inchieste giudiziarie su episodi minori di corruzione degli anni Ottanta vennero soffocate per lo più da politici allora appollaiati sui pinnacoli del potere in un sistema bloccato. L'incrinatura dei pinnacoli si è prodotta all'estero e il tam tam contro di loro si è propagato dalla stampa estera a quella italiana, finendo per coinvolgere tutti i mezzi di comunicazione e concentrando l'attenzione generale sugli esiti giudiziari dei rivoli minori della spesa pubblica. La forma che tale attacco ha assunto è quella della censura nei confronti dell'"azienda Italia". Generalmente si è considerata tale forma come se fosse scontata, ma essa non lo è affatto, e anzi rimane ancora tutta da studiare. Qui non possiamo che tentarne una prima ricognizione, sperando che si approfondisca il dibattito nel prossimo futuro.
All'inizio degli anni Novanta, l'attacco al sistema politico italiano si presentava come un lungo elenco apparentemente confuso delle doglianze, al quale negli ultimi anni sono venute aggiungendosi sempre nuove pagine: corruzione e costi crescenti dei partiti politici, statalismo e massicci privilegi scambiati con il voto, incapacità pubblica di assicurare servizi essenziali, criminalità organizzata, sua collusione con gli organi di stato e - dopo il voto del 5 aprile 1992 - crisi del rapporto tra elettori e istituzioni. E' bene mettere ordine nel quaderno delle doglianze.

La fine dell'indulgenza atlantica
La dissoluzione dell'Unione Sovietica ha spiazzato la collocazione conservatrice dei governi italiani nei rapporti internazionali più di qualsiasi avvenimento successivo all'8 settembre 1943. Sono questioni note, che è qui possibile richiamare solo a grandi linee. Per gli alleati occidentali, l'adesione degasperiana al Patto atlantico aveva fatto dell'Italia un avamposto nella Guerra fredda, non soltanto per la sua collocazione geografica, ma anche perché dimostrava al mondo che il maggiore blocco di sinistra dell'Occidente poteva essere tenuto a bada. Una volta assegnato questo compito prioritario alle coalizioni centriste nel 1947, gli alleati avevano reinserito il capitalismo italiano nel circuito occidentale con una certa indulgenza verso i rapporti italiani con alcune aree geografiche e alcuni settori produttivi dai quali si sarebbe potuto facilmente estromettere l'Italia, non ultimi gli scambi relativamente autonomi con il blocco sovietico e con i paesi petroliferi mediorientali. Gli Stati Uniti avevano tollerato le intese cordiali derivanti da questi scambi seguendole a distanza. Inoltre rimaneva una presenza italiana nel Corno d'Africa, un lascito dovuto più che altro al disinteresse alleato di allora per tale zona. Era il cosiddetto "filo lungo" lasciato all'Italia. Dopo quarant'anni e nel breve arco del biennio 1990-91, la dissoluzione dell'Unione Sovietica, la riunificazione tedesca e la spedizione antirachena nel Golfo Persico spezzavano un equilibrio favorevole alla politica centrista dei governi italiani, i quali si lasciavano cogliere non soltanto impreparati ma addirittura renitenti ai mutamenti in atto: a disagio di fronte alla fine dell'Unione Sovietica, riottosi alla riunificazione della Germania, demotivati (e intrappolati) nella spedizione del Golfo [2].
A suo tempo i governi italiani erano stati parte organica dell'alleanza occidentale nel contenimento del sovietismo, ma adesso le grandi decisioni passavano sulle loro teste non soltanto a proposito della fine dell'Unione Sovietica e della riunificazione tedesca, ma anche di questioni ancora più vicine ai loro interessi, per esempio la secessione slovena e croata dalla Jugoslavia. Un ex-ministro degli esteri francesi ha affermato che "le responsabilità della Germania e del Vaticano nell'accelerazione della crisi" sono state "evidentemente schiaccianti" [3]. Pure in questa occasione, il governo italiano si è ritrovato ai margini.
Quanto alla spedizione nel Golfo, l'Italia non era certamente l'unico paese a farsi piccolo di fronte agli obblighi dell'alleanza occidentale: lo sfrangiamento della Nato nel momento cruciale della spedizione era assai ampio; e addirittura con la Germania e il Giappone gli Stati Uniti ricorrevano al "braccio di ferro" per costringerli a pagare una parte del conto; ma che fare di un Tesoro come quello italiano che aveva mantenuto tutti i suoi impegni finanziari con l'Irak nonostante lo scandalo della Bnl di Atlanta, dichiarandosi poi insolvente nei confronti degli alleati occidentali per i debiti dell'Efim? Conseguenza trascurata della spedizione del Golfo è stato il trattamento a cui Washington ha sottoposto il contingente italiano durante la guerra civile somala. L'Italia aveva in certa misura contribuito a gettare il paese nel caos di una dittatura sanguinaria e poi della conseguente guerra civile, scoppiata nel gennaio del 1991, proprio all'inizio della fase cruciale della spedizione del Golfo e a poca distanza dal teatro delle operazioni. Poco tempo dopo, riferendosi al passaggio posto all'estremità meridionale del Mar Rosso, il generale Schwarzkopf aveva commentato severamente: "Il Mar Rosso e le sue strettoie sono il centro degli interessi statunitensi dove convergono Africa e Asia [...] Qualsiasi conflitto in questa regione instabile può traboccare dai confini nazionali..." [4]. Anche senza la scoperta dei minerali e del petrolio somalo, ci sarebbero state le convenienze sufficienti per togliere di mezzo tanto la dittatura di Siad Barre quanto la complice presenza italiana nel Corno d'Africa [5].
L'accelerazione del processo di integrazione della Cee appariva uno dei non molti cavalli di battaglia rimasti alla politica italiana. Infatti, nel secondo semestre della presidenza Cee (luglio-dicembre 1990), Andreotti aveva guidato il fronte contro la ricalcitrante Thatcher fino alle sue dimmissioni nell'ottobre del 1990; ma nel 1992 l'Italia si trovava impreparata all'appuntamento di quel Trattato di Maastricht che proprio i suoi governi avevano propugnato. L'incapacità dell'Italia di perseguire la convergenza monetaria imposta da Maastricht è questione già affrontata esaurientemente su Altreragioni [6]. Basterà qui ricordare che essa costituisce un capitolo essenziale della generale svalutazione dell'Italia sul piano internazionale perché è il nodo di una gestione che aveva puntato sulla conservazione dello status quo non solo all'estero ma anche all'interno.
I finanziamenti ai redditi elevati e alle imprese attraverso la spesa pubblica per gli alti interessi sui titoli di stato, in particolare nella prima metà degli anni Ottanta, sono all'origine dell'elevato deficit pubblico. Evidentemente i governi di quegli anni consideravano necessaria tale spesa ai fini della loro stabilità e non esitavano ad aprire una voragine nella quale essi stessi hanno poi finito per cadere. Negli anni Ottanta, il massimo del "decisionismo" era in realtà il massimo dell'indecisione nell'affrontare la spesa pubblica, e questo in nome della governabilità, una governabilità ottenuta al prezzo della conservazione sociale. La distribuzione capillare e mirata andava di pari passo con l'abbandono calcolato di interi strati sociali, giudicati inessenziali ai fini di quel modo di governare e perciò gettati nel laminatoio di un'economia predatoria se non addirittura mafiosa.
Fin dai tempi degli scandali delle mine della Valsella (gruppo Fiat, 1987) e della Bnl di Atlanta (1989), si poteva osservare che la bacchettata sulle dita all'Italia doveva servire da monito generale. In particolare, lo scandalo Bnl di Atlanta dell'agosto 1989 cadeva ormai in un momento nel quale la stessa Confindustria e i grandi investitori stranieri prendevano una certa distanza dalle posizioni di rendita generate dai titoli di stato. Si trattava di segnali che avrebbero dovuto mettere all'erta i maggiori responsabili della politica italiana degli anni Ottanta, ma che non sortirono effetti sostanziali.
Sempre all'inizio degli anni Novanta, le compagnie armate non-dominanti (la mafia siciliana in particolare, ma anche la camorra e la 'ndrangheta), già sorrette da Washington durante la seconda guerra mondiale e poi dai partiti di governo italiani, traevano minori vantaggi che in passato dal potere politico centrale e se ne cautelavano. In passato mafia e potere politico si erano divisi il lavoro: la mafia garantiva voti e controllo del territorio, mentre il potere politico intascava i voti e garantiva l'impunità ai vertici mafiosi. Quando tale garanzia ha cominciato a venir meno a causa delle pressioni internazionali sui governi italiani, le organizzazioni mafiose hanno cercato sempre più di rendersi autonome dai poteri politici e di internazionalizzarsi. Finché l'internazionalizzazione colpiva l'Europa orientale, i nuovi spiriti animali del mercato potevano forse tollerare la penetrazione del "business con mitra". Ma quando i governi della Germania riunificata si sono uniti all'ampio coro delle lamentele, in Italia è stato giocoforza cominciare a colpire qualche vertice mafioso.
Tuttavia, agli occhi degli altri governi occidentali, le prime serie misure del debole pentapartito contro la mafia erano dei palliativi, ben lontane dal soddisfarli. Occorreva adesso ben altro. Se il governo italiano era stato il Lancillotto di un Sistema monetario europeo a Dodici, mentre non riusciva a mettere ordine nel proprio debito pubblico, allora gli andava impartita una lezione, tanto più sonora in quanto lo Sme a Dodici avrebbe comportato una perdita secca di potere delle banche centrali. In questa congiuntura, il Fondo Monetario Internazionale, nella sua qualità di tribunale internazionale del capitale, decideva che era giunto il momento di agire per declassare l'Italia che si scopriva solo adesso essere "vissuta al di sopra delle sue possibilità".
Per qualche mese il ceto politico del pentapartito al governo cercava di guadagnare tempo. Nell'estate del 1992, attraverso la manovra finanziaria da novantamila miliardi del governo Amato, la sua frazione più accorta provava addirittura a correre ai ripari, colpendo ancora una volta il lavoro salariato e tentando così di riguadagnare credibilità sul piano internazionale. Ma a quel punto, per un vasto schieramento dell'industria italiana e degli investitori esteri, non solo al pentapartito ma addirittura all'assetto istituzionale italiano mancava sufficiente credibilità sia in politica estera sia in politica interna. Le speculazioni della primavera-estate del 1992, che avrebbero provocato la svalutazione della lira del settembre 1992, erano una manovra congiunta di tale schieramento, deciso alla resa dei conti con i politici da cui esso aveva pur tratto grandi vantaggi negli anni Ottanta e che adesso non servivano più.
A fronte della successiva campagna dei mezzi di informazione e della valanga degli avvisi di garanzia per le tangenti, subentrava uno sfaldamento pressoché generale nei partiti di governo. A che cosa attribuirlo? Al venir meno del principio secondo cui i partiti istituzionali vanno posti al di sopra della legge perché essi sarebbero i supremi garanti della democrazia? E' difficile dire. In ogni caso, non crediamo che a motivarli in passato fosse stata la paura dell'Urss, perché in generale era un personale politico pronto ad accomodarsi con nuovi padroni. E si dovrà prima o poi trarre qualche conclusione dalla constatazione che i tutori, i faccendieri e i grandi commessi inquisiti di questa democrazia appaiono essi stessi in generale profondamente demotivati da questa democrazia.

Uno spauracchio non più esportabile
E' certamente vero che la campagna di delegittimazione del sistema politico italiano ha fatto leva sul malcontento endemico e sulla diffusa animosità contro il sistema dei partiti. Ma tale campagna è partita sulla grande stampa occidentale e anche in Italia prima dell'operazione "Mani Pulite" del febbraio 1992 e prima delle elezioni del 5 aprile 1992. Ad esempio, mentre all'inizio degli anni Ottanta il Wall Street Journal si era limitato all'aggettivo "privo di scrupoli" per qualcuno di questi politici, attorno al 1990, agli occhi di una parte importante della grande stampa occidentale essi diventavano un aggregato di dubbia moralità e di dubbia affidabilità, oltre che essere impegnati a rendere incontrollabili i labirinti della politica dei partiti italiani. In breve, occorreva esemplificare. I segnali d'avvio giungevano dall'estero sin dalla fine degli anni Ottanta sotto forma di pesanti critiche all'"azienda industriale e finanziaria Italia" e al suo sistema di partiti.
Il sistema dei partiti era stato fondato sul potere di contrattazione democristiano e moderato con Washington in nume dell'anticomunismo nonché sulle intese di fondo, più sovente implicite che esplicite, dei partiti di governo e dell'opposizione di Sua Maestà. Quanto più i governi italiani agitavano lo spauracchio della sovversione, tanto più erano loro concessi margini di manovra all'interno e all'estero. Queste condizioni non si davano più a seguito della desertificazione sociale operata a ridosso del compromesso storico, ossia ben prima delle crisi dei regimi dell'Est, o della caduta del muro di Berlino, o dello sfrangiamento della Nato al tempo della spedizione contro Saddam Hussein. A questo proposito la periodizzazione è essenziale. Il teatrino italiano è durato un decennio più a lungo di quanto fosse comodo alle maggiori capitali occidentali. Sotto i colpi delle stragi di stato, della repressione e del terrorismo, il "pericolo extraparlamentare" interno era venuto meno già all'inizio degli anni Ottanta, dieci anni prima che cominciasse la campagna di delegittimazione nei confronti del pentapartito. La campagna è stata avviata soltanto dopo l'interrregno dello yuppismo predatorio generato sul terreno della linea dura dello stato contro gli extraparlamentari. A voler rintracciare i primi segni di tale campagna, occorre probabilmente cominciare dalla rilettura della grande stampa britannica degli ultimi anni dell'era thatcheriana.
Stranamente i medesimi uomini politici che hanno tentato - senza riuscirci - il rituale della degradazione nei confronti del movimento extraparlamentare dopo il movimento del '77 sono caduti adesso sotto i colpi di quello stesso rituale [7]. Allora essi intendevano presentare l'insieme del movimento come criminogeno e criminale, ricostruendone a loro uso e consumo la storia fin dalle origini. Nel rituale della degradazione, la "vera natura" dei sovversivi doveva venire finalmente acclarata: da sempre si era trattato di criminali, anche questi avevano le parvenze di studenti imberbi e vogliosi di democrazia. Nel 1968 essi avevano organizzato "la cagnara" (termine usato da uno dei veterani politici, inquisito per fatti di mafia e altro), poi erano diventati sempre più pericolosi. Infine erano stati repressi, con il contributo del Pci alla "fermezza democratica", fino al compromesso storico e oltre. In sostanza, i fatti dimostravano che la partitocrazia era vincente e che non era possibile interrompere la sua onnipotenza. Chi faceva politica parlamentare era svincolato dalle leggi e poteva anche gettare le mazzette lasciandole nell'apposito scatolone, di fronte ai clienti cointeressati. Era il premio alla resistenza forsennata opposta dai partiti al movimento di rinnovamento del 1968 e del decennio seguente. La repubblica diventava premiale.
La campagna di delegittimazione dei partiti è sorta e si è estesa in una temperie di apparente pacificazione sociale, quando ormai il sistema dei partiti aveva represso quella base conflittuale su cui aveva costruito il suo potere contrattuale con Washington e con le maggiori capitali europee. Qui stava la differenza tra questo ceto politico pentapartitico e la Democrazia cristiana di De Gasperi; il quale aveva saputo usare tutto il prestigio della sua vittoria elettorale nel 1948 contro i funzionari di Washington che gli suggerivano di rispedire la sinistra nell'illegalità del ventennio fascista. De Gasperi aveva chiari i vantaggi economico-politici che sarebbero derivati all'Italia da una sua futura integrazione nell'area occidentale; ma gli era altrettanto chiaro che tali vantaggi sarebbero venuti ai suoi governi centristi soltanto a condizione che il fantasma della sovversione italiana mantenesse costantemente agitati i sonni degli alleati occidentali. Era questa la chiave del consociativismo italiano. Quanto poi all'amministrazione quotidiana dell'interno, non c'erano seri motivi di allarme. Gli apparati dei partiti di sinistra erano giudicati sufficienti a mantenere la base nei limiti della semplice "vivacità". Per fortuna il ciclo di scioperi attorno al 1962 smentì le previsioni moderate.
Quando l'ordine conservatori fu minacciato dall'opposizione extraparlamentare degli anni Sessanta e Settanta, il consociativismo scoprì che nella sua pratica essa aveva ben poco a che spartire con la sinistra istituzionale. Era la "sovversione", da battere con qualsiasi mezzo. Liquidata l'opposizione extraparlamentare verso la fine degli anni Settanta, il blocco pentapartitico visse un decennio nell'euforia della pacificazione. I tribunali internazionali della finanza si erano ben guardati dal lanciare una campagna di stampa contro l'"azienda Italia" finché in Italia c'era da sconfiggere la "sovversione" extraparlamentare. Sconfitta quest'ultima, venne ancora mantenuto il filo lungo per l'Italia, ma alla fine degli anni Ottanta non c'era debito pubblico che potesse prolungare l'indulgenza degli alleati occidentali. I supertattici figli di De Gasperi non avevano imparato la più importante lezione del padre: non avevano tollerato l'esistenza di un "pericolo" di sinistra anomalo nel panorama politico occidentale, da agitare quando gli alleati avessero voluto dare loro il filo corto. "Il pericolo" sarebbe tornato loro molto comodo come strumento di contrattazione con l'Occidente; ma essi l'avevano represso e ritenevano così di dormire a lungo sugli allori della "pacificazione". Il risveglio si sarebbe poi rivelato brusco.
Non si vedeva chi avrebbe potuto protestare contro la retrocessione: non certamente il pentapartito, né la grande industria, o la finanza che con esso aveva interagito. Al pentapartito mancava ormai uno spettro interno da esportare: era questo il boomerang della desertificazione sociale che i governi avevano compiuto negli anni Ottanta. Non era soltanto la lira che andava svalutata, era il sistema produttivo italiano che poteva essere ridimensionato per lunghi anni a venire. Lasciati comodamente impuniti gli stragisti,la Giustizia si occupava prioritariamente dei faccendieri di partito. Tuttavia stentava ancora a mettersi da parte il ceto politico che per quarant'anni aveva negoziato vendendo a Washington e alle altre capitali occidentali i suoi fantasmi, senza accorgersi che il disinteresse dei governi atlantici per i bizantinismi delle vicende pentapartitiche italiane era ormai uniforme; altrettanto uniforme presso tali governi era il credito raccolto dal Pds come forza politica omologata, dopo la rottura con Rifondazione comunista del 1990, rottura che aveva mostrato come il socialismo reale avesse costituito la suprema fonte della coesione del Pci fino al crollo dei regimi dell'Est.
Nel biennio seguente, la scissione tra il pentapartito e il malcontento del mondo produttivo in senso lato appariva crescente e difficilmente ricucibile. Si cominciavano a raccogliere i frutti dello scollamento dell'opinione pubblica dai partiti. Il più vistoso era l'ascesa alla carica di primo ministro nel 1993 di un non-eletto dal popolo, il banchiere centrale che assumeva "l'azienda Italia" in amministrazione controllata. Neppure la triplice sindacale riusciva a mantenere la sua credibilità agli occhi della controparte, nonostante l'eliminazione dei principali strumenti di democrazia interna. Si può oggi affermare che nell'ultimo decennio coloro che hanno organizzato e condotto le lotte cruciali nel mondo produttivo e della formazione lo hanno fatto non tanto senza guida sindacale, bensì contro di questa.
Alla luce della pioggia degli avvisi di garanzia ai faccendieri per Tangentopoli dal febbraio del 1992, appariva tragicomico che i vertici dei due maggiori partiti al governo tentassero disperatamente la corsa alla presidenza della repubblica, quando già andavano affilandosi le armi giudiziarie contro di loro. Era poi la volta delle prime incriminazioni agli uomini della grande industria e della finanza, mentre si addensavano le nubi sui maggiori politici del pentapartito. Non bastavano gliavvertimenti, non bastava che qualche giornale annunciasse che le inchieste giudiziarie al Nord erano uno scherzo rispetto a quello che sarebbe potuto accadere nel Sud; occorreva che il New York Times attaccasse direttamente il democristiano politicamente più longevo chiamandolo per nome e cognome affinché si avviasse un'inchiesta giudiziaria nei suoi confronti [8]. Con la progressione delle indagini sui traffici politici e l'estensione delle indagini a miriadi di amministratori locali, rovinavano i partiti del vecchio centro. Sono note le difficoltà non tanto di produrre l'incandescenza politica necessaria a raggiungere il punto di fusione dei conservatori autoproclamatisi centristi, ma anche più modestamente di convogliare su obbiettivi di coalizione le loro campagne politiche. Certo, se la destra fosse riuscita a ridurre il voto politico a una scelta per tutti del migliore portafoglio di titoli in banca, il suo compito sarebbe adesso enormemente facilitato. Poiché continuiamo a vivere nel mondo reale, le capacità del capitalismo di offrire "le condizioni più vantaggiose" a tutti rimangono piuttosto limitate.
Paradossalmente, per delegittimare la parte della classe dirigente da sacrificare, oggi i giustizialisti di Mani Pulite si trovano in una situazione contraddittoria: devono condurre in porto la stessa operazione che invano la classe dirigente ha tentato nei confronti dei movimenti del '68 in Italia, e cioè deve dimostrare che l'"altro" è da sempre abietto per natura e quindi moralmente detestabile; ma nello stesso tempo, i delegittimatori non possono osare tanto. Essi si guardano bene dall'attribuirsi poteri giudiziari che vadano a scavare orizzontalmente nelle associazioni partitiche per delinquere e verticalmente nella storia della repubblica. Diceva un pubblico ministero: "Se avessimo contestato il reato associativo avremmo dovuto chiudere le sedi dei partiti. Il reato associativo è permanente, è flagranza continua: cosa avremmo dovuto fare di tutti i politici, parlamentari compresi?" [9]. A coloro che hanno seguito l'iter giudiziario di tanti imputati di reati associativi e di "concorso morale" negli anni Settanta e Ottanta non occorrevano certamente queste affermazioni per farsi una loro opinione di certa giustizia italiana. Il reato associativo di parecchi politici è sotto gli occhi di tutti, ma pochi sembrano ricordare che se la vita pubblica soffre di carenza di mezzi economici legali, tale carenza è dovuta in primo luogo al disinteresse diffuso per la forma partito. Semplificando, si può affermare che il disinteresse derivi dall'incapacità dei partiti attuali di rappresentare interessi collettivi di una società discriminante a più livelli, per il carico di lavoro, reddito, genere, età, colore, tra le altre voci. I grandi commessi dell'industria e della finanza come i faccendieri e i portaborse hanno compreso invece che nel partito i loro interessi privati sono più che mai rappresentabili.
All'inizio del 1994, i politici italiani raggiunti da provvedimenti giudiziari erano circa mille, di cui 158 parlamentari, colpiti da 846 autorizzazioni a procedere; i provvedimenti di custodia cautelare spiccati contro imprenditori, dirigenti di azienda e faccendieri erano circa 4.500. Possiamo domandarci: quante volte una frazione così consistente del ceto politico e industriale di governo è stata posta sotto inchiesta giudiziaria [10] ? Salvo errore, nel mondo contemporaneo, nessuna; i precedenti non offrono analogie. A un estremo, nei casi più drammatici dell'America Latina, il regolamento di conti avveniva con un colpo di stato consigliato dal Fondo Monetario Internazionale, poiché l'indebitamento pubblico era prevalentemente sull'estero; anche nei paesi africani dove il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno ripetutamente imposto i loro autoritari salvatori della patria fin dagli anni Sessanta, gli enti creditori erano lontani, arroccati nelle capitali occidentali. All'altro estremo, in Europa, nel 1958 i "balletti rosa" avevano agevolato il passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica francese, mentre in Germania nel 1974 un cancellierato - quello di Willy Brandt - era sì caduto per uno scandalo, ma si trattava di Ostpolitik e di agenti segreti, né erano seguiti strascichi giudiziari per i politici.
E' un'ovvietà che lo scandalo costituisca da sempre un momento della lotta politica istituzionale al fine di eliminare alleati e concorrenti scomodi e di proclamare poi la riconquistata pulizia di casa propria; ma sono eccezionali le dimensioni italiane dello scandalo. Nonostante i passati e interessati riconoscimenti degli alleati, è il giudizio attuale di inadeguatezza della struttura statale e industriale del paese che giustifica e dà la misura della scala di Tangentopoli. Le analogie con altre situazioni di corruzione politica, per esempio con il Giappone, non reggono. Il Giappone possiede una struttura industriale e finanziaria seconda soltanto agli Stati Uniti e non ha problemi di debito pubblico. I suoi scandali politici del 1991 sono stati soffocati in breve. Certo, una volta coinvolto negli scandali, il Partito liberal-democratico, la maggiore formazione politica, ha reagito diversamente dai tra grandi partiti turchi i quali hanno fatto muro, un po' com'è successo in diverse e importanti città italiane. Mentre il sistema dei partiti turchi ha ricordato semplicemente che le bustarelle sono una consuetudine consolidata, in Giappone la risposta dei politici agli scandali è stata più flessibile: una doppia scissione nel Partito liberal-democratico e un certo brusio intorno alle riforme, su cui è presto calata la coltre di silenzio della grande stampa, piegata alle direttive del centro dominante, la burocrazia dei ministeri. Le campagne di stampa su cui puntavano tanti osservatori occidentali per "rinnovare" il Giappone non sono neppure cominciate, perché la stampa era refrattaria. Grazie a una superficiale cosmesi istituzionale, il grosso dei politici liberal-democratici giapponesi si è riciclato, e si è ripresentato così al passo con i tempi, di nuovo pronto a preservare il sistema tradizionale [11].
Dopo che Tangentopoli ha imprevedibilmente toccato troppi centri di potere industriale e finanziario, anche in Italia, seppure in misura minore che in Giappone, vengono adesso prevalendo la cautela e la moderazione. Così vogliono quei suggeritori che si mostrano preoccupati perché l'industriale Carlo De Benedetti ha chiamato "pseudocapitalismo" il sistema economico italiano: "Alcuni importanti uomini d'affari s'inquietano perché tali critiche, mosse [allo "pseudocapitalismo" italiano] da parte di capi di grandi aziende, fa il gioco dei teorici comunisti" [12]. Dimostrare che la partitocrazia va punita perché essa si è retta storicamente su intese raggiunte nei corridoi più bui della democrazia e in ultima istanza sul diritto assoluto dei partiti istituzionali è impresa che va oltre gli sforzi - pur erculei - di qualche magistrato. Ecco allora profilarsi una soluzione rassegnata: occorre acconciarsi ad abbassare i costi della gestione politica della partitocrazia che in termini di sfoggio se non addirittura di percentuali tangentizie erano andati oltre la normale "oliatura" prevalente nei paesi occidentali. Sono state così lambite dalle indagini giudiziarie persino le burocrazie di alcuni ministeri. Quanto al debito pubblico, piuttosto che allineare il fisco italiano ai modelli dell'Europa centrale, si cercherà di far pagare ancora una volta direttamente al lavoro salariato, magari con la minaccia di una rivolta fiscale. Intanto il governo svende, lasciando poi agli esperti la disputa tra la public company e la conservazione di un sindacato di controllo delle ex-aziende di stato; è un nuovo terreno di scontro per vecchi gruppi di potere consigliati dalle varie merchant banks di elezione [13].

Declassamento della nazione o svalutazione della forza-lavoro?
La limitazione degli orizzonti dei delegittimatori e la loro rassegnazione a modesti obbiettivi sembrano fare apposta per rinfocolare l'attuale malcontento italiano. Esso va ben oltre il giustizialismo, probabilmente placabile con qualche sentenza giudiziaria al malcapitato di turno, fatta salva poi una eventuale indulgenza spicciola. Un evidente esito dell malcontento è generalmente rimasto fuori dalla discussione. E' l'inquietudine provocata dalla sensazione oscura di una crisi senza sbocco, che in alcuni strati del ceto politico sopravvissuto e degli intellettuali conservatori e liberali ha assunto la forma dell'incertezza a proposito dei fondamenti costitutivi della repubblica e che si rappresenta sempre più sotto la spoglie del disagio territoriale [14].
Quali sono i motivi salienti del disagio? Si può soltanto avanzare qualche ipotesi in proposito. Intanto, le sortite del capitale industriale e finanziario italiano all'estero negli ultimi dieci anni sono risultate per lo più disastrose. E' inutile elencare le operazioni tentate e fallite. Anche stendendo un velo su alcuni capitomboli all'estero ai limiti della legalità o senz'altro illegali, un tempo tollerati dagli alleati e da qualche anno non più, sta di fatto che il capitale italiano ha dovuto ripiegare sempre più sull'Italia per sentirsi sicuro e ha organizzato le sue difese grazie a un capillare sistema di esportazioni di cui per un certo periodo il pentapartito ha fatto il suo fiore all'occhiello. Sono noti gli alti costi sociali di questo atteggiamento difensivo, fortemente legato al sostegno statale e al sostanziale, duro blocco salariale, oltre che alle periodiche svalutazioni. Così nel 1992 i successori dei governi italiani che avevano puntato molto sullo Sme dei Dodici della Cee si sono trovati a fronteggiare la vendetta dei banchieri centrali e a dovere svalutare la lira del circa il trenta per cento. Qui la sensazione di aver perso gli anni Ottanta si è ingigantita, proprio mentre ad altri - e in particolare al capitale tedesco - si sono aperte nuove prospettive di penetrazione all'Est. All'industria italiana media e piccola toccavano nicchie di mercato sempre più insidiate dalle esportazioni asiatiche. Se l'unica risorsa territoriale sicura era la base regionale e se l'importazione strategica che era sfociata nelle fallite operazioni di acquisizione era attribuita - forse troppo severamente - alla struttura statale centralizzatrice, come modificare questa dimensione statuale? Nell'Italia settentrionale le compagini minori quali le varie leghe cominciavano a crescere grazie alle crescenti difficoltà economiche, alla sensazione di perdere terreno rispetto alla concorrenza europea e mondiale, ma anche all'intensificazione delle campagne di opinione pubblica dirette contro la partitocrazia. La loro espansione e la loro unificazione nella Lega Nord sono in larga misura la risultante di tali campagne. Quando l'orchestrazione comincerà a declinare, è probabile che anche le leghe finiranno per ridimensionarsi e riprendere i loro connotati locali, a meno che la rivolta fiscale non sia loro nuovo ossigeno. A quel punto i molti delusi delle leghe potrebbero diventare una componente ancor più minacciosa di un blocco autoritario.
Più in generale, la rinuncia nei decenni passati al tentativo di riforma dello stato da parte dell'industria e della finanza italiana si somma adesso alla polemica contro lo stato accentratore e converge nella cosiddetta crisi dei partiti di centro, un fenomeno sul quale riflettere. La riforma elettorale che doveva ricostruire un fronte conservatore sta in realtà generando formazioni frazionate. Tuttavia le frustrazioni e l'inconcludenza possono purtroppo saldarsi, dando vita a un'evasione fiscale che prepari uno sbocco autoritario attraverso il ricorso alla figura del cancelliere eletto con il metodo diretto: un destino che sembra oggi attanagliare molti paesi che hanno subito una retrocessione sul piano internazionale.
In altri tempi la risposta sarebbe stata territorialmente evasiva: l'esecutivo avrebbe risposto al disagio con una guerra di conquista coloniale in Africa, organizzando uno di quei cicli dell'aggressività maschile in cui si crogiolava di tanto in tanto "la nazione": da Adua all'impresa libica, all'invasione dell'Etiopia. Nell'attuale temperie italiana, essa sta assumendo i connotati della rivolta fiscale e, in subordine, della ridefinizione territoriale. Va ribadito che non è soltanto un problema di ripartizione territoriale entro i confini dati, e quindi non è soltanto un problema di relativo successo delle leghe nordiste. E' tutto un ceto di rappresentanti politici e di operatori culturali che si sente spaesato, che non riesce più a proiettare sul proprio schermo di interessi e di ideologie un'adesione generale alla stantia e ripetitiva "operosità del paese". Di qui la sua pericolosa inquietudine. Ecco allora che esso si affida variamente alla minaccia latente di una rivolta fiscale in tempo reale, o all'evasione dalle proprie responsabilità: trasformandosi in una cartocrazia, provando cioè a ridisegnare le carte geografiche della "nazione", oppure ancora scoprendo una particolare tematica della geopolitica, quella della dimensione ottimale dello stato [15]. Tuttavia il terreno principale su cui conservatori e liberali intendono dare battaglia rimane la loro vecchia arma, ovvero l'esasperazione di questa crisi: se quello che essi chiamano "il centro" è in difficoltà, allora tutta l'Italia non può schiodarsi da quel centro. L'evasione fiscale è solo strumentale; essa deve servire a una mobilitazione che riesca a legare alla grande industria e alle banche alcuni strati di piccola e media industria già colpiti dalla crisi, in vista di eventuali conati autoritari. Da questa visuale, salta agli occhi il genere d'instabilità che si profila all'orizzonte.
La svalutazione dell'Italia è ovviamente ben più significativa della svalutazione della lira o della sua classe dirigente. E' pur vero che vi sono consolazioni, ma sono di breve momento. La svalutazione della lira permette di gonfiare temporaneamente le esportazioni a costo di allontanarsi dal Sistema monetario europeo, ma a un prezzo pesante. Infatti per i capitali stranieri diventa agevole comprare aziende italiane, mentre il reciproco diventa sempre più difficile. E' patetico (o è un diversivo) voler reintegrare una "sovranità mutilata", magari con il recupero di qualche terra "irredenta" grazie alle opportunità derivanti dalle euroregioni, mentre le acquisizioni di imprese italiane da parte di gruppi stranieri stanno fagocitando frazioni crescenti di interi comparti produttivi [16]. La svalutazione dell'Italia comporta pure il suo declassamento produttivo e finanziario; esso avrebbe ben scarso significato se si trattasse soltanto dell'accantonamento di compagnie di governanti che in larga misura non sono riusciti a produrre un ricambio generazionale; o se si trattasse soltanto della rissa che sta scatenandosi fra la frazione di ceto politico che si acconcia al declassamento come a un pedaggio da pagare pur di venire finalmente cooptata dalla maggiore potenza occidentale e la frazione che la rifiuta perché si sente tradita dal vecchio alleato un tempo indulgente: una rissa degna di clienti del Basso Impero. Non saremo noi a piangere togliattescamente sulla "catastrofe della classe dirigente italiana" o sui nuovi 8 settembre, come pure ha fatto qualche mese fa un primo ministro; né sul declassamento economico dell'Italia operato a più riprese dall'agenzia Moody's, né sulla retrocessione strategica della "portaerei italiana" nel Mediterraneo, né tantomeno sul suo progressivo abbandono del Corno d'Africa.
Sono ben diverse le questioni essenziali. Ci preme qui ribadire che oggi i mezzi di comunicazione evitano accuratamente di chiedere conto non tanto ai politici bensì a un'intera classe dirigente di un ben diverso declassamento: dell'occultamento sociale di lavoratrici e lavoratori nell'ultimo decennio; della spesa pubblica puntata come un'arma in difesa della conservazione sociale; dell'umiliazione della formazione e della ricerca; della tentata liquidazione di larga parte del tessuto di solidarietà che strideva con l'ideologia del mercato e del rampantismo; della svendita di interi settori industriali in cambio di innominati favori che solo una paziente ricerca dei prossimi decenni potrà, per ben che vada, sondare; dell'aggravamento della forbice dei redditi e del divario tra Nord e Sud; di una delle più inique politiche fiscali occidentali; della rinuncia alla gestione dell'immigrazine, diventata, dopo la breve stagione della legge Martelli, un polpettone di ordine pubblico, carità e violenza privata, adattamento italiano all'insana politica dello stato tedesco di cogestione a mezzadria con l'estremismo di destra; dello svuotamento del dibattito politico di un centro che è incapace di riconsiderare il suo passato per produrre un programma politico; del black out concordato sull'inquinamento; dell'esportazione di armi ad alcuni dei più sanguinari dittatori del mondo e a tanti plebiscitati tirannelli. In breve, la nostra condizione morale va letta non solo alla luce dei dieci milioni di mine della Valsella vendute dai nostri governanti all'Irak e poi disseminate da Saddam Hussein, ma anche della fibra di un paese dove, ad esempio, i gusci delle mine adornano a mo' di vasi i balconi delle tranquille case del decantato e moralissimo "profondo Nord" [17].
Le ricette attorno alle quali plasmare una nuova classe dirigente si sprecano. Andando per le spicce, da New York, per esempio, Business Week ha provato a fornire il suo elenco di banalità conservatrici: bisogna imporre moderazione salariale, tagliare i sussidi di disoccupazione, i permessi di maternità, i sussidi agli handicappati, privatizzare all'osso, ridurre i sussidi all'agricoltura e alle aziende in crisi, ridimensionare la ricerca di base e renderla più rispondente al mercato [18]. E non è neppure mancato un attacco del Washington Post e del New Yorker a uno dei pochi centri di ricerca scientifica, per asserito terzomondismo nucleare [19].
L'adozione della ricetta di Business Week comporterebbe un regime autoritario; non altrimenti sono raggiungibili gli obbiettivi di un ulteriore abbassamento del livello di vita rispetto ad altri paesi della Cee, dell'aggravamento dell'iniquità fiscale in nome del risanamento del debito pubblico, dell'ostracismo endemico nei confronti del conflitto sociale, della discriminazione nei confronti degli immigrati, dell'aumento della disoccupazione, soprattutto femminile, dell'esaurimento di promettenti filoni di ricerca, oltre che della riassegnazione di vaste zone del Meridione alle compagnie armate non-dominanti. Queste governerebbero con metodi ancora più feroci di quelli in uso fino ad oggi perché il loro consenso sociale è attualmente incrinato e quindi dovrebbero parzialmente riconquistarselo non solo con l'offerta di reddito malavitoso, ma fors'anche con un rinnovato terrore.
Le valutazioni al ribasso dell'Italia sarebbero ben poca cosa se non fossero il riflesso di progetti autoritari rivolti contro milioni di persone: non contro un ceto politico camaleontico, declassato ma dalle unghie retrattili e anzi pronto a tentare la rivincita, bensì contro decine di milioni di individui a cui è stata attivamente sottratta la possibilità di dibattito e di scelte significative e su cui graveranno le spese del cosiddetto rinnovamento. Il "rinnovamento" dovrebbe forse permettere ai nuovi padroni di arrossire un po' meno quando andranno a prendere il benservito a Washington e nelle altre maggiori capitali, ma costringerebbe chi è intrappolato nel rapporto salariale al silenzio politico grazie alle nuove alchimie costituzionali che si vanno preparando.
Non è detto che tutte le riforme costituzionali, pur congegnate in modo da rendere irrapresentabile il lavoro salariato, riescano a ricompattare un fronte padronale che appare tuttora politicamente disgregato. Il "rinnovamento" non sta prefigurando il ricambio della classe dirigente nel suo insieme, bensì soltanto un pallido avvicendamento nel cielo della politica. Per rimanere all'interno della storia italiana di questo dopoguerra, se si confronta l'agevole sicurezza di De Gasperi nel proclamare i suoi programmi ("noi vi daremo la meccanizzazione") con l'assenza di proposte civili ed economiche dei "rinnovatori", c'è da rimanere trasecolati. In questo ripiegamento produttivo, i gruppi "rinnovatori" si mostrano tutti penosamente e trasversalmente tanto simili quanto poveri di progetti e d'iniziative. Va da sé che questo ceto politico ritiene che si possa far scorrere il declassamento della classe dirigente fino a scaricarlo sui milioni di persone che dovrebbero assistervi disorientate o, peggio ancora, "teleguidate". Comincia qui il problema della costruzione di un'opposizione sociale.