Un quaderno di doglianze venuto da lontano
Grande è il pericolo di smarrirsi nella descrizione minuta delle
crisi politiche che in varie parti del mondo sono seguite alla caduta del
muro di Berlino. Si perde nel labirinto chi cede alla tentazione di limitarsi
a descrivere le secessioni territoriali o i rovesci elettorali avvenuti
negli anni recenti da Lisbona a Vladivostok. Una volta che il compattamento
antisovietico è venuto meno, la lotta politica ha assunto una fantasmagoria
di forme insolite, se non sconosciute [1].
Questa novità vale anche per l'italia del primo biennio di Tangentopoli,
ma con l'aggiunta di qualche non trascurabile tratto specifico.
Dopo i primi avvisi di garanzia, i politici responsabili di governo sono
sfuggiti al dibattito sulla gestione del potere pubblico nell'ultimo decennio.
La generalità dei nuovi giustizialisti ha così avuto buon
gioco a sottrarre il dibattito al terreno proprio - e cioè al terreno
dei rapporti sociali sottesi a quella gestione - facendolo slittare
nella palude recintata delle tangenti. Lo slittamento è grave perché
elude l'analisi delle condizioni di governabilità dell'Italia nei
passati decenni e di fatto minimizza il problema della sfiducia endemica
nei partiti. Non possiamo ridurre la crisi italiana a un tira e molla dei
fruitori delle tangenti con la sfera giudiziaria. In questa vicenda vi è
un diffuso rifiuto di autoriflessione e vi è pure una rimozione psicologica
a proposito dei rampanti anni Ottanta che rasenta l'ipnosi. Si tratta di
tendenze che possono preparare esiti autoritari, perché oggi il "rinnovamento"
non discende dal dibattito sul terreno delle garanzie politiche, civili
ed economiche, ma dagli areopagiti della giustizia e dagli alchimisti della
legge elettorale in un clima di stravolgimento costituzionale. E' questa
dunque un'ennesima occasione in cui la società italiana non riesce
ad alzare lo specchio su se stessa. Senza riandare agli esami di coscienza
purtroppo mancati dopo la seconda guerra mondiale, basterà ricordare
la rimozione avvenuta alla fine degli anni Settanta e nel decennio seguente,
quando una larga parte dei politici attualmente inquisiti tentarono di ridurre
i movimenti sociali dal Sessantotto in poi a meri fatti criminali, schierando
dalla loro parte la compagine soverchiante dei mezzi d'informazione.
Anche se i contorni dello scandalo di Tangentopoli non sono ancora definiti,
è sostenibile la tesi che il motore primo dello scandalo non è
in Italia. Le inchieste giudiziarie su episodi minori di corruzione degli
anni Ottanta vennero soffocate per lo più da politici allora appollaiati
sui pinnacoli del potere in un sistema bloccato. L'incrinatura dei pinnacoli
si è prodotta all'estero e il tam tam contro di loro si è
propagato dalla stampa estera a quella italiana, finendo per coinvolgere
tutti i mezzi di comunicazione e concentrando l'attenzione generale sugli
esiti giudiziari dei rivoli minori della spesa pubblica. La forma
che tale attacco ha assunto è quella della censura nei confronti
dell'"azienda Italia". Generalmente si è considerata tale
forma come se fosse scontata, ma essa non lo è affatto, e anzi rimane
ancora tutta da studiare. Qui non possiamo che tentarne una prima ricognizione,
sperando che si approfondisca il dibattito nel prossimo futuro.
All'inizio degli anni Novanta, l'attacco al sistema politico italiano si
presentava come un lungo elenco apparentemente confuso delle doglianze,
al quale negli ultimi anni sono venute aggiungendosi sempre nuove pagine:
corruzione e costi crescenti dei partiti politici, statalismo e massicci
privilegi scambiati con il voto, incapacità pubblica di assicurare
servizi essenziali, criminalità organizzata, sua collusione con gli
organi di stato e - dopo il voto del 5 aprile 1992 - crisi del rapporto
tra elettori e istituzioni. E' bene mettere ordine nel quaderno delle doglianze.
La fine dell'indulgenza atlantica
La dissoluzione dell'Unione Sovietica ha spiazzato la collocazione conservatrice
dei governi italiani nei rapporti internazionali più di qualsiasi
avvenimento successivo all'8 settembre 1943. Sono questioni note, che è
qui possibile richiamare solo a grandi linee. Per gli alleati occidentali,
l'adesione degasperiana al Patto atlantico aveva fatto dell'Italia un avamposto
nella Guerra fredda, non soltanto per la sua collocazione geografica, ma
anche perché dimostrava al mondo che il maggiore blocco di sinistra
dell'Occidente poteva essere tenuto a bada. Una volta assegnato questo compito
prioritario alle coalizioni centriste nel 1947, gli alleati avevano reinserito
il capitalismo italiano nel circuito occidentale con una certa indulgenza
verso i rapporti italiani con alcune aree geografiche e alcuni settori produttivi
dai quali si sarebbe potuto facilmente estromettere l'Italia, non ultimi
gli scambi relativamente autonomi con il blocco sovietico e con i paesi
petroliferi mediorientali. Gli Stati Uniti avevano tollerato le intese cordiali
derivanti da questi scambi seguendole a distanza. Inoltre rimaneva una presenza
italiana nel Corno d'Africa, un lascito dovuto più che altro al disinteresse
alleato di allora per tale zona. Era il cosiddetto "filo lungo"
lasciato all'Italia. Dopo quarant'anni e nel breve arco del biennio 1990-91,
la dissoluzione dell'Unione Sovietica, la riunificazione tedesca e la spedizione
antirachena nel Golfo Persico spezzavano un equilibrio favorevole alla politica
centrista dei governi italiani, i quali si lasciavano cogliere non soltanto
impreparati ma addirittura renitenti ai mutamenti in atto: a disagio di
fronte alla fine dell'Unione Sovietica, riottosi alla riunificazione della
Germania, demotivati (e intrappolati) nella spedizione del Golfo [2].
A suo tempo i governi italiani erano stati parte organica dell'alleanza
occidentale nel contenimento del sovietismo, ma adesso le grandi decisioni
passavano sulle loro teste non soltanto a proposito della fine dell'Unione
Sovietica e della riunificazione tedesca, ma anche di questioni ancora più
vicine ai loro interessi, per esempio la secessione slovena e croata dalla
Jugoslavia. Un ex-ministro degli esteri francesi ha affermato che "le
responsabilità della Germania e del Vaticano nell'accelerazione della
crisi" sono state "evidentemente schiaccianti" [3].
Pure in questa occasione, il governo italiano si è ritrovato ai margini.
Quanto alla spedizione nel Golfo, l'Italia non era certamente l'unico paese
a farsi piccolo di fronte agli obblighi dell'alleanza occidentale: lo sfrangiamento
della Nato nel momento cruciale della spedizione era assai ampio; e addirittura
con la Germania e il Giappone gli Stati Uniti ricorrevano al "braccio
di ferro" per costringerli a pagare una parte del conto; ma che fare
di un Tesoro come quello italiano che aveva mantenuto tutti i suoi impegni
finanziari con l'Irak nonostante lo scandalo della Bnl di Atlanta, dichiarandosi
poi insolvente nei confronti degli alleati occidentali per i debiti dell'Efim?
Conseguenza trascurata della spedizione del Golfo è stato il trattamento
a cui Washington ha sottoposto il contingente italiano durante la guerra
civile somala. L'Italia aveva in certa misura contribuito a gettare il paese
nel caos di una dittatura sanguinaria e poi della conseguente guerra civile,
scoppiata nel gennaio del 1991, proprio all'inizio della fase cruciale della
spedizione del Golfo e a poca distanza dal teatro delle operazioni. Poco
tempo dopo, riferendosi al passaggio posto all'estremità meridionale
del Mar Rosso, il generale Schwarzkopf aveva commentato severamente: "Il
Mar Rosso e le sue strettoie sono il centro degli interessi statunitensi
dove convergono Africa e Asia [...] Qualsiasi conflitto in questa regione
instabile può traboccare dai confini nazionali..." [4]. Anche senza la scoperta dei minerali
e del petrolio somalo, ci sarebbero state le convenienze sufficienti per
togliere di mezzo tanto la dittatura di Siad Barre quanto la complice presenza
italiana nel Corno d'Africa [5].
L'accelerazione del processo di integrazione della Cee appariva uno dei
non molti cavalli di battaglia rimasti alla politica italiana. Infatti,
nel secondo semestre della presidenza Cee (luglio-dicembre 1990), Andreotti
aveva guidato il fronte contro la ricalcitrante Thatcher fino alle sue dimmissioni
nell'ottobre del 1990; ma nel 1992 l'Italia si trovava impreparata all'appuntamento
di quel Trattato di Maastricht che proprio i suoi governi avevano propugnato.
L'incapacità dell'Italia di perseguire la convergenza monetaria imposta
da Maastricht è questione già affrontata esaurientemente su
Altreragioni [6]. Basterà
qui ricordare che essa costituisce un capitolo essenziale della generale
svalutazione dell'Italia sul piano internazionale perché è
il nodo di una gestione che aveva puntato sulla conservazione dello status
quo non solo all'estero ma anche all'interno.
I finanziamenti ai redditi elevati e alle imprese attraverso la spesa pubblica
per gli alti interessi sui titoli di stato, in particolare nella prima metà
degli anni Ottanta, sono all'origine dell'elevato deficit pubblico. Evidentemente
i governi di quegli anni consideravano necessaria tale spesa ai fini della
loro stabilità e non esitavano ad aprire una voragine nella quale
essi stessi hanno poi finito per cadere. Negli anni Ottanta, il massimo
del "decisionismo" era in realtà il massimo dell'indecisione
nell'affrontare la spesa pubblica, e questo in nome della governabilità,
una governabilità ottenuta al prezzo della conservazione sociale.
La distribuzione capillare e mirata andava di pari passo con l'abbandono
calcolato di interi strati sociali, giudicati inessenziali ai fini di quel
modo di governare e perciò gettati nel laminatoio di un'economia
predatoria se non addirittura mafiosa.
Fin dai tempi degli scandali delle mine della Valsella (gruppo Fiat, 1987)
e della Bnl di Atlanta (1989), si poteva osservare che la bacchettata sulle
dita all'Italia doveva servire da monito generale. In particolare, lo scandalo
Bnl di Atlanta dell'agosto 1989 cadeva ormai in un momento nel quale la
stessa Confindustria e i grandi investitori stranieri prendevano una certa
distanza dalle posizioni di rendita generate dai titoli di stato. Si trattava
di segnali che avrebbero dovuto mettere all'erta i maggiori responsabili
della politica italiana degli anni Ottanta, ma che non sortirono effetti
sostanziali.
Sempre all'inizio degli anni Novanta, le compagnie armate non-dominanti
(la mafia siciliana in particolare, ma anche la camorra e la 'ndrangheta),
già sorrette da Washington durante la seconda guerra mondiale e poi
dai partiti di governo italiani, traevano minori vantaggi che in passato
dal potere politico centrale e se ne cautelavano. In passato mafia e potere
politico si erano divisi il lavoro: la mafia garantiva voti e controllo
del territorio, mentre il potere politico intascava i voti e garantiva l'impunità
ai vertici mafiosi. Quando tale garanzia ha cominciato a venir meno a causa
delle pressioni internazionali sui governi italiani, le organizzazioni mafiose
hanno cercato sempre più di rendersi autonome dai poteri politici
e di internazionalizzarsi. Finché l'internazionalizzazione colpiva
l'Europa orientale, i nuovi spiriti animali del mercato potevano forse tollerare
la penetrazione del "business con mitra". Ma quando i governi
della Germania riunificata si sono uniti all'ampio coro delle lamentele,
in Italia è stato giocoforza cominciare a colpire qualche vertice
mafioso.
Tuttavia, agli occhi degli altri governi occidentali, le prime serie misure
del debole pentapartito contro la mafia erano dei palliativi, ben lontane
dal soddisfarli. Occorreva adesso ben altro. Se il governo italiano era
stato il Lancillotto di un Sistema monetario europeo a Dodici, mentre non
riusciva a mettere ordine nel proprio debito pubblico, allora gli andava
impartita una lezione, tanto più sonora in quanto lo Sme a Dodici
avrebbe comportato una perdita secca di potere delle banche centrali. In
questa congiuntura, il Fondo Monetario Internazionale, nella sua qualità
di tribunale internazionale del capitale, decideva che era giunto il momento
di agire per declassare l'Italia che si scopriva solo adesso essere "vissuta
al di sopra delle sue possibilità".
Per qualche mese il ceto politico del pentapartito al governo cercava di
guadagnare tempo. Nell'estate del 1992, attraverso la manovra finanziaria
da novantamila miliardi del governo Amato, la sua frazione più accorta
provava addirittura a correre ai ripari, colpendo ancora una volta il lavoro
salariato e tentando così di riguadagnare credibilità sul
piano internazionale. Ma a quel punto, per un vasto schieramento dell'industria
italiana e degli investitori esteri, non solo al pentapartito ma addirittura
all'assetto istituzionale italiano mancava sufficiente credibilità
sia in politica estera sia in politica interna. Le speculazioni della primavera-estate
del 1992, che avrebbero provocato la svalutazione della lira del settembre
1992, erano una manovra congiunta di tale schieramento, deciso alla resa
dei conti con i politici da cui esso aveva pur tratto grandi vantaggi negli
anni Ottanta e che adesso non servivano più.
A fronte della successiva campagna dei mezzi di informazione e della valanga
degli avvisi di garanzia per le tangenti, subentrava uno sfaldamento pressoché
generale nei partiti di governo. A che cosa attribuirlo? Al venir meno del
principio secondo cui i partiti istituzionali vanno posti al di sopra della
legge perché essi sarebbero i supremi garanti della democrazia? E'
difficile dire. In ogni caso, non crediamo che a motivarli in passato fosse
stata la paura dell'Urss, perché in generale era un personale politico
pronto ad accomodarsi con nuovi padroni. E si dovrà prima o poi trarre
qualche conclusione dalla constatazione che i tutori, i faccendieri e i
grandi commessi inquisiti di questa democrazia appaiono essi stessi in generale
profondamente demotivati da questa democrazia.
Uno spauracchio non più esportabile
E' certamente vero che la campagna di delegittimazione del sistema politico
italiano ha fatto leva sul malcontento endemico e sulla diffusa animosità
contro il sistema dei partiti. Ma tale campagna è partita sulla grande
stampa occidentale e anche in Italia prima dell'operazione "Mani Pulite"
del febbraio 1992 e prima delle elezioni del 5 aprile 1992. Ad esempio,
mentre all'inizio degli anni Ottanta il Wall Street Journal si era
limitato all'aggettivo "privo di scrupoli" per qualcuno di questi
politici, attorno al 1990, agli occhi di una parte importante della grande
stampa occidentale essi diventavano un aggregato di dubbia moralità
e di dubbia affidabilità, oltre che essere impegnati a rendere incontrollabili
i labirinti della politica dei partiti italiani. In breve, occorreva esemplificare.
I segnali d'avvio giungevano dall'estero sin dalla fine degli anni Ottanta
sotto forma di pesanti critiche all'"azienda industriale e finanziaria
Italia" e al suo sistema di partiti.
Il sistema dei partiti era stato fondato sul potere di contrattazione democristiano
e moderato con Washington in nume dell'anticomunismo nonché sulle
intese di fondo, più sovente implicite che esplicite, dei partiti
di governo e dell'opposizione di Sua Maestà. Quanto più i
governi italiani agitavano lo spauracchio della sovversione, tanto più
erano loro concessi margini di manovra all'interno e all'estero. Queste
condizioni non si davano più a seguito della desertificazione sociale
operata a ridosso del compromesso storico, ossia ben prima delle crisi dei
regimi dell'Est, o della caduta del muro di Berlino, o dello sfrangiamento
della Nato al tempo della spedizione contro Saddam Hussein. A questo proposito
la periodizzazione è essenziale. Il teatrino italiano è durato
un decennio più a lungo di quanto fosse comodo alle maggiori capitali
occidentali. Sotto i colpi delle stragi di stato, della repressione e del
terrorismo, il "pericolo extraparlamentare" interno era venuto
meno già all'inizio degli anni Ottanta, dieci anni prima che cominciasse
la campagna di delegittimazione nei confronti del pentapartito. La campagna
è stata avviata soltanto dopo l'interrregno dello yuppismo predatorio
generato sul terreno della linea dura dello stato contro gli extraparlamentari.
A voler rintracciare i primi segni di tale campagna, occorre probabilmente
cominciare dalla rilettura della grande stampa britannica degli ultimi anni
dell'era thatcheriana.
Stranamente i medesimi uomini politici che hanno tentato - senza riuscirci
- il rituale della degradazione nei confronti del movimento extraparlamentare
dopo il movimento del '77 sono caduti adesso sotto i colpi di quello stesso
rituale [7]. Allora essi intendevano
presentare l'insieme del movimento come criminogeno e criminale,
ricostruendone a loro uso e consumo la storia fin dalle origini. Nel rituale
della degradazione, la "vera natura" dei sovversivi doveva venire
finalmente acclarata: da sempre si era trattato di criminali, anche
questi avevano le parvenze di studenti imberbi e vogliosi di democrazia.
Nel 1968 essi avevano organizzato "la cagnara" (termine usato
da uno dei veterani politici, inquisito per fatti di mafia e altro), poi
erano diventati sempre più pericolosi. Infine erano stati repressi,
con il contributo del Pci alla "fermezza democratica", fino al
compromesso storico e oltre. In sostanza, i fatti dimostravano che la partitocrazia
era vincente e che non era possibile interrompere la sua onnipotenza. Chi
faceva politica parlamentare era svincolato dalle leggi e poteva anche gettare
le mazzette lasciandole nell'apposito scatolone, di fronte ai clienti cointeressati.
Era il premio alla resistenza forsennata opposta dai partiti al movimento
di rinnovamento del 1968 e del decennio seguente. La repubblica diventava
premiale.
La campagna di delegittimazione dei partiti è sorta e si è
estesa in una temperie di apparente pacificazione sociale, quando ormai
il sistema dei partiti aveva represso quella base conflittuale su
cui aveva costruito il suo potere contrattuale con Washington e con le maggiori
capitali europee. Qui stava la differenza tra questo ceto politico pentapartitico
e la Democrazia cristiana di De Gasperi; il quale aveva saputo usare tutto
il prestigio della sua vittoria elettorale nel 1948 contro i funzionari
di Washington che gli suggerivano di rispedire la sinistra nell'illegalità
del ventennio fascista. De Gasperi aveva chiari i vantaggi economico-politici
che sarebbero derivati all'Italia da una sua futura integrazione nell'area
occidentale; ma gli era altrettanto chiaro che tali vantaggi sarebbero venuti
ai suoi governi centristi soltanto a condizione che il fantasma della sovversione
italiana mantenesse costantemente agitati i sonni degli alleati occidentali.
Era questa la chiave del consociativismo italiano. Quanto poi all'amministrazione
quotidiana dell'interno, non c'erano seri motivi di allarme. Gli apparati
dei partiti di sinistra erano giudicati sufficienti a mantenere la base
nei limiti della semplice "vivacità". Per fortuna il ciclo
di scioperi attorno al 1962 smentì le previsioni moderate.
Quando l'ordine conservatori fu minacciato dall'opposizione extraparlamentare
degli anni Sessanta e Settanta, il consociativismo scoprì che nella
sua pratica essa aveva ben poco a che spartire con la sinistra istituzionale.
Era la "sovversione", da battere con qualsiasi mezzo. Liquidata
l'opposizione extraparlamentare verso la fine degli anni Settanta, il blocco
pentapartitico visse un decennio nell'euforia della pacificazione. I tribunali
internazionali della finanza si erano ben guardati dal lanciare una campagna
di stampa contro l'"azienda Italia" finché in Italia c'era
da sconfiggere la "sovversione" extraparlamentare. Sconfitta quest'ultima,
venne ancora mantenuto il filo lungo per l'Italia, ma alla fine degli anni
Ottanta non c'era debito pubblico che potesse prolungare l'indulgenza degli
alleati occidentali. I supertattici figli di De Gasperi non avevano imparato
la più importante lezione del padre: non avevano tollerato l'esistenza
di un "pericolo" di sinistra anomalo nel panorama politico occidentale,
da agitare quando gli alleati avessero voluto dare loro il filo corto. "Il
pericolo" sarebbe tornato loro molto comodo come strumento di contrattazione
con l'Occidente; ma essi l'avevano represso e ritenevano così di
dormire a lungo sugli allori della "pacificazione". Il risveglio
si sarebbe poi rivelato brusco.
Non si vedeva chi avrebbe potuto protestare contro la retrocessione: non
certamente il pentapartito, né la grande industria, o la finanza
che con esso aveva interagito. Al pentapartito mancava ormai uno spettro
interno da esportare: era questo il boomerang della desertificazione
sociale che i governi avevano compiuto negli anni Ottanta. Non era soltanto
la lira che andava svalutata, era il sistema produttivo italiano che poteva
essere ridimensionato per lunghi anni a venire. Lasciati comodamente impuniti
gli stragisti,la Giustizia si occupava prioritariamente dei faccendieri
di partito. Tuttavia stentava ancora a mettersi da parte il ceto politico
che per quarant'anni aveva negoziato vendendo a Washington e alle altre
capitali occidentali i suoi fantasmi, senza accorgersi che il disinteresse
dei governi atlantici per i bizantinismi delle vicende pentapartitiche italiane
era ormai uniforme; altrettanto uniforme presso tali governi era il credito
raccolto dal Pds come forza politica omologata, dopo la rottura con Rifondazione
comunista del 1990, rottura che aveva mostrato come il socialismo reale
avesse costituito la suprema fonte della coesione del Pci fino al crollo
dei regimi dell'Est.
Nel biennio seguente, la scissione tra il pentapartito e il malcontento
del mondo produttivo in senso lato appariva crescente e difficilmente ricucibile.
Si cominciavano a raccogliere i frutti dello scollamento dell'opinione pubblica
dai partiti. Il più vistoso era l'ascesa alla carica di primo ministro
nel 1993 di un non-eletto dal popolo, il banchiere centrale che assumeva
"l'azienda Italia" in amministrazione controllata. Neppure la
triplice sindacale riusciva a mantenere la sua credibilità agli occhi
della controparte, nonostante l'eliminazione dei principali strumenti di
democrazia interna. Si può oggi affermare che nell'ultimo decennio
coloro che hanno organizzato e condotto le lotte cruciali nel mondo produttivo
e della formazione lo hanno fatto non tanto senza guida sindacale,
bensì contro di questa.
Alla luce della pioggia degli avvisi di garanzia ai faccendieri per Tangentopoli
dal febbraio del 1992, appariva tragicomico che i vertici dei due maggiori
partiti al governo tentassero disperatamente la corsa alla presidenza della
repubblica, quando già andavano affilandosi le armi giudiziarie contro
di loro. Era poi la volta delle prime incriminazioni agli uomini della grande
industria e della finanza, mentre si addensavano le nubi sui maggiori politici
del pentapartito. Non bastavano gliavvertimenti, non bastava che qualche
giornale annunciasse che le inchieste giudiziarie al Nord erano uno scherzo
rispetto a quello che sarebbe potuto accadere nel Sud; occorreva che il
New York Times attaccasse direttamente il democristiano politicamente
più longevo chiamandolo per nome e cognome affinché si avviasse
un'inchiesta giudiziaria nei suoi confronti [8].
Con la progressione delle indagini sui traffici politici e l'estensione
delle indagini a miriadi di amministratori locali, rovinavano i partiti
del vecchio centro. Sono note le difficoltà non tanto di produrre
l'incandescenza politica necessaria a raggiungere il punto di fusione dei
conservatori autoproclamatisi centristi, ma anche più modestamente
di convogliare su obbiettivi di coalizione le loro campagne politiche. Certo,
se la destra fosse riuscita a ridurre il voto politico a una scelta per
tutti del migliore portafoglio di titoli in banca, il suo compito sarebbe
adesso enormemente facilitato. Poiché continuiamo a vivere nel mondo
reale, le capacità del capitalismo di offrire "le condizioni
più vantaggiose" a tutti rimangono piuttosto limitate.
Paradossalmente, per delegittimare la parte della classe dirigente da sacrificare,
oggi i giustizialisti di Mani Pulite si trovano in una situazione contraddittoria:
devono condurre in porto la stessa operazione che invano la classe dirigente
ha tentato nei confronti dei movimenti del '68 in Italia, e cioè
deve dimostrare che l'"altro" è da sempre abietto
per natura e quindi moralmente detestabile; ma nello stesso tempo, i delegittimatori
non possono osare tanto. Essi si guardano bene dall'attribuirsi poteri giudiziari
che vadano a scavare orizzontalmente nelle associazioni partitiche per delinquere
e verticalmente nella storia della repubblica. Diceva un pubblico ministero:
"Se avessimo contestato il reato associativo avremmo dovuto chiudere
le sedi dei partiti. Il reato associativo è permanente, è
flagranza continua: cosa avremmo dovuto fare di tutti i politici, parlamentari
compresi?" [9]. A coloro
che hanno seguito l'iter giudiziario di tanti imputati di reati associativi
e di "concorso morale" negli anni Settanta e Ottanta non occorrevano
certamente queste affermazioni per farsi una loro opinione di certa giustizia
italiana. Il reato associativo di parecchi politici è sotto gli occhi
di tutti, ma pochi sembrano ricordare che se la vita pubblica soffre di
carenza di mezzi economici legali, tale carenza è dovuta in primo
luogo al disinteresse diffuso per la forma partito. Semplificando, si può
affermare che il disinteresse derivi dall'incapacità dei partiti
attuali di rappresentare interessi collettivi di una società discriminante
a più livelli, per il carico di lavoro, reddito, genere, età,
colore, tra le altre voci. I grandi commessi dell'industria e della finanza
come i faccendieri e i portaborse hanno compreso invece che nel partito
i loro interessi privati sono più che mai rappresentabili.
All'inizio del 1994, i politici italiani raggiunti da provvedimenti giudiziari
erano circa mille, di cui 158 parlamentari, colpiti da 846 autorizzazioni
a procedere; i provvedimenti di custodia cautelare spiccati contro imprenditori,
dirigenti di azienda e faccendieri erano circa 4.500. Possiamo domandarci:
quante volte una frazione così consistente del ceto politico e industriale
di governo è stata posta sotto inchiesta giudiziaria [10]
? Salvo errore, nel mondo contemporaneo, nessuna; i precedenti non offrono
analogie. A un estremo, nei casi più drammatici dell'America Latina,
il regolamento di conti avveniva con un colpo di stato consigliato dal Fondo
Monetario Internazionale, poiché l'indebitamento pubblico era prevalentemente
sull'estero; anche nei paesi africani dove il Fondo Monetario Internazionale
e la Banca Mondiale hanno ripetutamente imposto i loro autoritari salvatori
della patria fin dagli anni Sessanta, gli enti creditori erano lontani,
arroccati nelle capitali occidentali. All'altro estremo, in Europa, nel
1958 i "balletti rosa" avevano agevolato il passaggio dalla Quarta
alla Quinta Repubblica francese, mentre in Germania nel 1974 un cancellierato
- quello di Willy Brandt - era sì caduto per uno scandalo, ma si
trattava di Ostpolitik e di agenti segreti, né erano seguiti
strascichi giudiziari per i politici.
E' un'ovvietà che lo scandalo costituisca da sempre un momento della
lotta politica istituzionale al fine di eliminare alleati e concorrenti
scomodi e di proclamare poi la riconquistata pulizia di casa propria; ma
sono eccezionali le dimensioni italiane dello scandalo. Nonostante i passati
e interessati riconoscimenti degli alleati, è il giudizio attuale
di inadeguatezza della struttura statale e industriale del paese che giustifica
e dà la misura della scala di Tangentopoli. Le analogie con altre
situazioni di corruzione politica, per esempio con il Giappone, non reggono.
Il Giappone possiede una struttura industriale e finanziaria seconda soltanto
agli Stati Uniti e non ha problemi di debito pubblico. I suoi scandali politici
del 1991 sono stati soffocati in breve. Certo, una volta coinvolto negli
scandali, il Partito liberal-democratico, la maggiore formazione politica,
ha reagito diversamente dai tra grandi partiti turchi i quali hanno fatto
muro, un po' com'è successo in diverse e importanti città
italiane. Mentre il sistema dei partiti turchi ha ricordato semplicemente
che le bustarelle sono una consuetudine consolidata, in Giappone la risposta
dei politici agli scandali è stata più flessibile: una doppia
scissione nel Partito liberal-democratico e un certo brusio intorno alle
riforme, su cui è presto calata la coltre di silenzio della grande
stampa, piegata alle direttive del centro dominante, la burocrazia dei ministeri.
Le campagne di stampa su cui puntavano tanti osservatori occidentali per
"rinnovare" il Giappone non sono neppure cominciate, perché
la stampa era refrattaria. Grazie a una superficiale cosmesi istituzionale,
il grosso dei politici liberal-democratici giapponesi si è riciclato,
e si è ripresentato così al passo con i tempi, di nuovo pronto
a preservare il sistema tradizionale [11].
Dopo che Tangentopoli ha imprevedibilmente toccato troppi centri di potere
industriale e finanziario, anche in Italia, seppure in misura minore che
in Giappone, vengono adesso prevalendo la cautela e la moderazione. Così
vogliono quei suggeritori che si mostrano preoccupati perché l'industriale
Carlo De Benedetti ha chiamato "pseudocapitalismo" il sistema
economico italiano: "Alcuni importanti uomini d'affari s'inquietano
perché tali critiche, mosse [allo "pseudocapitalismo" italiano]
da parte di capi di grandi aziende, fa il gioco dei teorici comunisti"
[12]. Dimostrare che la partitocrazia
va punita perché essa si è retta storicamente su intese raggiunte
nei corridoi più bui della democrazia e in ultima istanza sul diritto
assoluto dei partiti istituzionali è impresa che va oltre gli sforzi
- pur erculei - di qualche magistrato. Ecco allora profilarsi una soluzione
rassegnata: occorre acconciarsi ad abbassare i costi della gestione politica
della partitocrazia che in termini di sfoggio se non addirittura di percentuali
tangentizie erano andati oltre la normale "oliatura" prevalente
nei paesi occidentali. Sono state così lambite dalle indagini giudiziarie
persino le burocrazie di alcuni ministeri. Quanto al debito pubblico, piuttosto
che allineare il fisco italiano ai modelli dell'Europa centrale, si cercherà
di far pagare ancora una volta direttamente al lavoro salariato, magari
con la minaccia di una rivolta fiscale. Intanto il governo svende, lasciando
poi agli esperti la disputa tra la public company e la conservazione
di un sindacato di controllo delle ex-aziende di stato; è un nuovo
terreno di scontro per vecchi gruppi di potere consigliati dalle
varie merchant banks di elezione [13].
Declassamento della nazione o svalutazione della forza-lavoro?
La limitazione degli orizzonti dei delegittimatori e la loro rassegnazione
a modesti obbiettivi sembrano fare apposta per rinfocolare l'attuale malcontento
italiano. Esso va ben oltre il giustizialismo, probabilmente placabile con
qualche sentenza giudiziaria al malcapitato di turno, fatta salva poi una
eventuale indulgenza spicciola. Un evidente esito dell malcontento è
generalmente rimasto fuori dalla discussione. E' l'inquietudine provocata
dalla sensazione oscura di una crisi senza sbocco, che in alcuni strati
del ceto politico sopravvissuto e degli intellettuali conservatori e liberali
ha assunto la forma dell'incertezza a proposito dei fondamenti
costitutivi della repubblica e che si rappresenta sempre più
sotto la spoglie del disagio territoriale [14].
Quali sono i motivi salienti del disagio? Si può soltanto avanzare
qualche ipotesi in proposito. Intanto, le sortite del capitale industriale
e finanziario italiano all'estero negli ultimi dieci anni sono risultate
per lo più disastrose. E' inutile elencare le operazioni tentate
e fallite. Anche stendendo un velo su alcuni capitomboli all'estero ai limiti
della legalità o senz'altro illegali, un tempo tollerati dagli alleati
e da qualche anno non più, sta di fatto che il capitale italiano
ha dovuto ripiegare sempre più sull'Italia per sentirsi sicuro e
ha organizzato le sue difese grazie a un capillare sistema di esportazioni
di cui per un certo periodo il pentapartito ha fatto il suo fiore all'occhiello.
Sono noti gli alti costi sociali di questo atteggiamento difensivo, fortemente
legato al sostegno statale e al sostanziale, duro blocco salariale, oltre
che alle periodiche svalutazioni. Così nel 1992 i successori dei
governi italiani che avevano puntato molto sullo Sme dei Dodici della Cee
si sono trovati a fronteggiare la vendetta dei banchieri centrali e a dovere
svalutare la lira del circa il trenta per cento. Qui la sensazione di aver
perso gli anni Ottanta si è ingigantita, proprio mentre ad altri
- e in particolare al capitale tedesco - si sono aperte nuove prospettive
di penetrazione all'Est. All'industria italiana media e piccola toccavano
nicchie di mercato sempre più insidiate dalle esportazioni asiatiche.
Se l'unica risorsa territoriale sicura era la base regionale e se l'importazione
strategica che era sfociata nelle fallite operazioni di acquisizione era
attribuita - forse troppo severamente - alla struttura statale centralizzatrice,
come modificare questa dimensione statuale? Nell'Italia settentrionale
le compagini minori quali le varie leghe cominciavano a crescere grazie
alle crescenti difficoltà economiche, alla sensazione di perdere
terreno rispetto alla concorrenza europea e mondiale, ma anche all'intensificazione
delle campagne di opinione pubblica dirette contro la partitocrazia. La
loro espansione e la loro unificazione nella Lega Nord sono in larga misura
la risultante di tali campagne. Quando l'orchestrazione comincerà
a declinare, è probabile che anche le leghe finiranno per ridimensionarsi
e riprendere i loro connotati locali, a meno che la rivolta fiscale non
sia loro nuovo ossigeno. A quel punto i molti delusi delle leghe potrebbero
diventare una componente ancor più minacciosa di un blocco autoritario.
Più in generale, la rinuncia nei decenni passati al tentativo di
riforma dello stato da parte dell'industria e della finanza italiana si
somma adesso alla polemica contro lo stato accentratore e converge nella
cosiddetta crisi dei partiti di centro, un fenomeno sul quale riflettere.
La riforma elettorale che doveva ricostruire un fronte conservatore sta
in realtà generando formazioni frazionate. Tuttavia le frustrazioni
e l'inconcludenza possono purtroppo saldarsi, dando vita a un'evasione fiscale
che prepari uno sbocco autoritario attraverso il ricorso alla figura del
cancelliere eletto con il metodo diretto: un destino che sembra oggi attanagliare
molti paesi che hanno subito una retrocessione sul piano internazionale.
In altri tempi la risposta sarebbe stata territorialmente evasiva: l'esecutivo
avrebbe risposto al disagio con una guerra di conquista coloniale in Africa,
organizzando uno di quei cicli dell'aggressività maschile in cui
si crogiolava di tanto in tanto "la nazione": da Adua all'impresa
libica, all'invasione dell'Etiopia. Nell'attuale temperie italiana, essa
sta assumendo i connotati della rivolta fiscale e, in subordine, della ridefinizione
territoriale. Va ribadito che non è soltanto un problema di ripartizione
territoriale entro i confini dati, e quindi non è soltanto un problema
di relativo successo delle leghe nordiste. E' tutto un ceto di rappresentanti
politici e di operatori culturali che si sente spaesato, che non riesce
più a proiettare sul proprio schermo di interessi e di ideologie
un'adesione generale alla stantia e ripetitiva "operosità del
paese". Di qui la sua pericolosa inquietudine. Ecco allora che esso
si affida variamente alla minaccia latente di una rivolta fiscale in tempo
reale, o all'evasione dalle proprie responsabilità: trasformandosi
in una cartocrazia, provando cioè a ridisegnare le carte geografiche
della "nazione", oppure ancora scoprendo una particolare tematica
della geopolitica, quella della dimensione ottimale dello stato [15]. Tuttavia il terreno principale
su cui conservatori e liberali intendono dare battaglia rimane la loro vecchia
arma, ovvero l'esasperazione di questa crisi: se quello che essi
chiamano "il centro" è in difficoltà, allora tutta
l'Italia non può schiodarsi da quel centro. L'evasione fiscale è
solo strumentale; essa deve servire a una mobilitazione che riesca a legare
alla grande industria e alle banche alcuni strati di piccola e media industria
già colpiti dalla crisi, in vista di eventuali conati autoritari.
Da questa visuale, salta agli occhi il genere d'instabilità che si
profila all'orizzonte.
La svalutazione dell'Italia è ovviamente ben più significativa
della svalutazione della lira o della sua classe dirigente. E' pur vero
che vi sono consolazioni, ma sono di breve momento. La svalutazione della
lira permette di gonfiare temporaneamente le esportazioni a costo di allontanarsi
dal Sistema monetario europeo, ma a un prezzo pesante. Infatti per i capitali
stranieri diventa agevole comprare aziende italiane, mentre il reciproco
diventa sempre più difficile. E' patetico (o è un diversivo)
voler reintegrare una "sovranità mutilata", magari con
il recupero di qualche terra "irredenta" grazie alle opportunità
derivanti dalle euroregioni, mentre le acquisizioni di imprese italiane
da parte di gruppi stranieri stanno fagocitando frazioni crescenti di interi
comparti produttivi [16]. La
svalutazione dell'Italia comporta pure il suo declassamento produttivo e
finanziario; esso avrebbe ben scarso significato se si trattasse soltanto
dell'accantonamento di compagnie di governanti che in larga misura non sono
riusciti a produrre un ricambio generazionale; o se si trattasse soltanto
della rissa che sta scatenandosi fra la frazione di ceto politico che si
acconcia al declassamento come a un pedaggio da pagare pur di venire finalmente
cooptata dalla maggiore potenza occidentale e la frazione che la rifiuta
perché si sente tradita dal vecchio alleato un tempo indulgente:
una rissa degna di clienti del Basso Impero. Non saremo noi a piangere togliattescamente
sulla "catastrofe della classe dirigente italiana" o sui nuovi
8 settembre, come pure ha fatto qualche mese fa un primo ministro; né
sul declassamento economico dell'Italia operato a più riprese dall'agenzia
Moody's, né sulla retrocessione strategica della "portaerei
italiana" nel Mediterraneo, né tantomeno sul suo progressivo
abbandono del Corno d'Africa.
Sono ben diverse le questioni essenziali. Ci preme qui ribadire che oggi
i mezzi di comunicazione evitano accuratamente di chiedere conto non tanto
ai politici bensì a un'intera classe dirigente di un ben diverso
declassamento: dell'occultamento sociale di lavoratrici e lavoratori nell'ultimo
decennio; della spesa pubblica puntata come un'arma in difesa della conservazione
sociale; dell'umiliazione della formazione e della ricerca; della tentata
liquidazione di larga parte del tessuto di solidarietà che strideva
con l'ideologia del mercato e del rampantismo; della svendita di interi
settori industriali in cambio di innominati favori che solo una paziente
ricerca dei prossimi decenni potrà, per ben che vada, sondare; dell'aggravamento
della forbice dei redditi e del divario tra Nord e Sud; di una delle più
inique politiche fiscali occidentali; della rinuncia alla gestione dell'immigrazine,
diventata, dopo la breve stagione della legge Martelli, un polpettone di
ordine pubblico, carità e violenza privata, adattamento italiano
all'insana politica dello stato tedesco di cogestione a mezzadria con l'estremismo
di destra; dello svuotamento del dibattito politico di un centro che è
incapace di riconsiderare il suo passato per produrre un programma politico;
del black out concordato sull'inquinamento; dell'esportazione di
armi ad alcuni dei più sanguinari dittatori del mondo e a tanti plebiscitati
tirannelli. In breve, la nostra condizione morale va letta non solo alla
luce dei dieci milioni di mine della Valsella vendute dai nostri governanti
all'Irak e poi disseminate da Saddam Hussein, ma anche della fibra di un
paese dove, ad esempio, i gusci delle mine adornano a mo' di vasi i balconi
delle tranquille case del decantato e moralissimo "profondo Nord"
[17].
Le ricette attorno alle quali plasmare una nuova classe dirigente si sprecano.
Andando per le spicce, da New York, per esempio, Business Week ha
provato a fornire il suo elenco di banalità conservatrici: bisogna
imporre moderazione salariale, tagliare i sussidi di disoccupazione, i permessi
di maternità, i sussidi agli handicappati, privatizzare all'osso,
ridurre i sussidi all'agricoltura e alle aziende in crisi, ridimensionare
la ricerca di base e renderla più rispondente al mercato [18]. E non è neppure mancato
un attacco del Washington Post e del New Yorker a uno dei
pochi centri di ricerca scientifica, per asserito terzomondismo nucleare
[19].
L'adozione della ricetta di Business Week comporterebbe un regime
autoritario; non altrimenti sono raggiungibili gli obbiettivi di un ulteriore
abbassamento del livello di vita rispetto ad altri paesi della Cee, dell'aggravamento
dell'iniquità fiscale in nome del risanamento del debito pubblico,
dell'ostracismo endemico nei confronti del conflitto sociale, della discriminazione
nei confronti degli immigrati, dell'aumento della disoccupazione, soprattutto
femminile, dell'esaurimento di promettenti filoni di ricerca, oltre che
della riassegnazione di vaste zone del Meridione alle compagnie armate non-dominanti.
Queste governerebbero con metodi ancora più feroci di quelli in uso
fino ad oggi perché il loro consenso sociale è attualmente
incrinato e quindi dovrebbero parzialmente riconquistarselo non solo con
l'offerta di reddito malavitoso, ma fors'anche con un rinnovato terrore.
Le valutazioni al ribasso dell'Italia sarebbero ben poca cosa se non fossero
il riflesso di progetti autoritari rivolti contro milioni di persone: non
contro un ceto politico camaleontico, declassato ma dalle unghie retrattili
e anzi pronto a tentare la rivincita, bensì contro decine di milioni
di individui a cui è stata attivamente sottratta la possibilità
di dibattito e di scelte significative e su cui graveranno le spese del
cosiddetto rinnovamento. Il "rinnovamento" dovrebbe forse permettere
ai nuovi padroni di arrossire un po' meno quando andranno a prendere il
benservito a Washington e nelle altre maggiori capitali, ma costringerebbe
chi è intrappolato nel rapporto salariale al silenzio politico grazie
alle nuove alchimie costituzionali che si vanno preparando.
Non è detto che tutte le riforme costituzionali, pur congegnate in
modo da rendere irrapresentabile il lavoro salariato, riescano a
ricompattare un fronte padronale che appare tuttora politicamente disgregato.
Il "rinnovamento" non sta prefigurando il ricambio della classe
dirigente nel suo insieme, bensì soltanto un pallido avvicendamento
nel cielo della politica. Per rimanere all'interno della storia italiana
di questo dopoguerra, se si confronta l'agevole sicurezza di De Gasperi
nel proclamare i suoi programmi ("noi vi daremo la meccanizzazione")
con l'assenza di proposte civili ed economiche dei "rinnovatori",
c'è da rimanere trasecolati. In questo ripiegamento produttivo, i
gruppi "rinnovatori" si mostrano tutti penosamente e trasversalmente
tanto simili quanto poveri di progetti e d'iniziative. Va da sé che
questo ceto politico ritiene che si possa far scorrere il declassamento
della classe dirigente fino a scaricarlo sui milioni di persone che dovrebbero
assistervi disorientate o, peggio ancora, "teleguidate". Comincia
qui il problema della costruzione di un'opposizione sociale.