[sintesi]
Il preteso "rinnovamento" seguito alla crisi dei rampanti anni
Ottanta non discende da un serio dibattito sul terreno delle garanzie politiche,
civili ed economiche, ma dagli aeropagiti della giustizia e dagli alchimisti
delle leggi elettorali in un clima di stravolgimento costituzionale. Un'ennesima
occasione in cui la società italiana non riesce ad alzare lo specchio
su se stessa.
Dietro il pallido avvicendamento politico spacciato per ricambio della classe
dirigente, l'autore individua in primo luogo la "fine dell'indulgenza
atlantica", del "filo lungo" lasciato all'Italia dagli alleati
in cambio della gestione di un "pericolo" di sovversione. La repressione
del conflitto e del movimento ha privato le classi dirigenti dello spauracchio
da agitare come arma di contrattazione nei confronti degli alleati occidentali,
che dunque hanno dato il via alla denigrazione dell'"azienda Italia"
e alla delegittimazione del ceto politico pentapartitico.
Le valutazioni al ribasso dell'Italia sarebbero ben poca cosa se non fossero
il riflesso di progetti autoritari rivolti contro milioni di persone: non
contro un ceto politico camaleontico, declassato ma pronto a tentare la
rivincita, bensì contro decine di milioni di individui a cui è
stata attivamente sottratta la possibilità di dibattito e di scelte
significative e su cui graveranno le spese del cosiddetto rinnovamento.