Per la critica di un'ideologia politica del movimento |
Partiamo da tre presupposti: 1) la politica di emancipazione non può
più avere come principale terreno d'azione lo Stato (anche se non
può fare a meno di porsi il problema del rapporto con esso), e deve
piuttosto investire i rapporti sociali e le relazioni della vita quotidiana;
2) il soggetto dell'emancipazione non può più essere identificato
semplicemente con la classe operaia (e magari con la sola classe operaia
della grande fabbrica), ma è costituito da un'insieme eterogeneo
di soggetti, tutti diversamente sottoposti al dominio del capitale,
la cui unificazione non è affatto scontata; 3) il partito politico
non può più essere visto come la sede esclusiva o principale
dell'unificazione di questi soggetti, ma nemmeno il movimento come
tale costituisce una vera alternativa: la politica dei nuovi soggetti dell'emancipazione
(sia la politica "orizzontale" che investe i rapporti sociali,
sia la politica "verticale" che investe lo Stato o gli organismi
sovranazionali) può essere prodotta solo da un insieme di istituzioni
di movimento (tra le quali si può annoverare anche il partito),
agenti a tutti i livelli della totalità sociale.
Una parte influente del "movimento antagonista" ritiene di poter
definire una nuova forma della politica, analoga a quella che ho condensato
in questi tre presupposti, ricorrendo all'idea di moltitudine e ad
altre idee a questa contigue.
Penso che questa idea, invece, a dispetto delle apparenze, non sia in grado
di farci veramente capire l'eterogeneità del soggetto, l'importanza
delle istituzioni di movimento, e nemmeno la necessità dell' antistatalismo.
E penso che una nuova posizione comunista debba definirsi anche nella critica
costruttiva della nozione di moltitudine, una critica che sappia sostituire
ad essa un'altra parola, o che sappia usare la stessa parola liberandola
da una parte delle sue ambiguità.
Le osservazioni che formulerò qui di seguito non sono che la traccia di un più ampio lavoro sul significato filosofico e politico della categoria di moltitudine, lavoro che sto conducendo assieme a Stefano Calzolari. I testi presi come riferimento sono, per ora, soltanto quelli contenuti in due recenti volumetti, di lettura relativamente agevole: si tratta di Grammatica della moltitudine. Per un'analisi delle forme di vita contemporanee, di Paolo Virno ( DeriveApprodi, Roma 2002), e di Controimpero. Per un lessico dei movimenti globali, di Marco Bascetta ed altri (manifestolibri, Roma 2002).
Breve riassunto della teoria della moltitudine.
Nei testi appena citati, come del resto in quasi tutti i testi che fanno
riferimento ai concetti che qui esamino, la categoria di moltitudine è
presentata in stretta derivazione da quella di postfordismo.
Il postfordismo si caratterizza come superamento della rigidità della
catena di produzione fordista, sia perché sostituisce alla produzione
seriale di quantità relativamente certe di prodotti la produzione
di modelli differenziati in quantità variabili e nient'affatto prevedibili
(just in time), sia perché sollecita un'attività lavorativa
che non è la mera ripetizione di gesti standardizzati, ma richiede
l'intervento continuo della creatività, della capacità di
adattamento, della duttilità e dell'autonomia decisionale del lavoratore.
Svolgendosi all'interno di una fortissima automatizzazione del processo
lavorativo, il lavoro postfordista non si applica direttamente alla materia
prima o alle macchine, ma consiste soprattutto in operazioni cognitive ed
in atti linguistici, che hanno la funzione di intervenire dialogicamente
sui rapporti sociali che si stabiliscono tra i lavoratori. Si tratta dunque
di un lavoro essenzialmente immateriale (e che spesso mette capo a prodotti
anch'essi immateriali: informazioni, sofisticati oggetti tecnologici, più
importanti per gli stili di vita che veicolano che per il loro contenuto
cosale...), nell'attuazione del quale vengono mobilitate tutte le facoltà
del lavoratore (capacità lavorative, ma anche conoscenze più
generali, reti di rapporti, passione ed affettività). E si tratta
di un lavoro che, in quanto consiste, come già detto, soprattutto
di atti linguistici di intervento su rapporti sociali, ha una forte connotazione
politica. Dato il carattere quasi esclusivamente mentale di questo lavoro
si può dire che oramai il mezzo di produzione (la mente, appunto)
è inscindibile dal lavoratore stesso, è stato ormai riappropriato
dal lavoratore, ed il capitale non interviene più nella gestione
diretta dell'erogazione dell'attività lavorativa.
Le capacità richieste nel processo lavorativo sono ormai le comuni
capacità generiche, che appartengono ad ogni essere umano (facoltà
di pensare, disponibilità all'adattamento, attitudine ai rapporti
dialogici) e queste capacità maturano soprattutto nel corso della
socializzazione extralavorativa, nelle reti di conoscenza, di pensiero e
comunicazione che esistono al di fuori del capitale ed indipendentemente
da esso. Nella socializzazione extralavorativa e poi nel lavoro si presenta
quindi tutta la forza di una cooperazione sociale che si attua senza l'intervento
del capitale, e che il capitale sfrutta parassitariamente dall'esterno,
imponendo norme e divisioni che non hanno più nessuna base tecnica
oggettiva, ma rimandano solo ad una volontà di dominio.
La forza della cooperazione sociale è la forza di un general intellect
che non è più (o quasi più) incarnato nelle macchine,
come ancora credeva Marx, ma si trova ormai tutto dalla parte del lavoro
vivo.
La moltitudine è l'altro nome di questa cooperazione, è
(riprendendo formulazioni di Spinoza) l'esistenza politica dei molti in
quanto molti, è una rete di individui che non costituiscono
un popolo. Infatti la nozione di popolo è antitetica a quella
di moltitudine: il popolo, nell'accezione hobbesiana del termine, è
un'insieme di soggetti che riconoscono che la loro unità e la loro
socievolezza possono essere ottenute solo trasferendo sovranità allo
Stato, visto come unico luogo di esistenza politica di un aggregato di individui
che senza il riferimento allo Stato sarebbero una massa informe e incontrollabile.
Mentre la moltitudine ha la propria unità in sé stessa, nel
suo essere espressione della cooperazione sociale.
La moltitudine indica dunque una forma di esistenza politica costitutivamente
esterna allo Stato. La sua politica non può quindi consistere né
nell'adesione allo Stato ed ai suoi riti rappresentativi, né nell'opposizione
binaria alle istituzioni statali nella prospettiva della costruzione di
un altro Stato. La politica della moltitudine consiste essenzialmente in
un doppio esodo: esodo dal lavoro salariato, esodo dalla rappresentanza
e ai suoi organismi: stato e partiti. La moltitudine deve definire una sfera
pubblica non statuale attraverso la pratica della disobbedienza radicale
ed attraverso l'attivazione di luoghi autonomi di aggregazione. Il movimento
della moltitudine deve costituire, rifondare, attraversare istituzioni,
plasmandole e riplasmandole incessantemente sulla base della propria forza
e potenzialità senza limiti. Ma questo processo non è definible
come rivoluzione, se per rivoluzione si intende la creazione di un ordine
sociale e politico radicalmente nuovo. Il nuovo "ordine" esiste
già, nella cooperazione sociale già sviluppata. Compito del
movimento è piuttosto la difesa di queste comuni forme di
cooperazione e di vita che la moltitudine quotidianamente sperimenta.
In queste note affronterò solo indirettamente la questione del postfordismo. Mi concentrerò su tre punti: la cooperazione, il rapporto tra moltitudine e popolo, la politica della moltitudine.
Cooperazione.
Il concetto di cooperazione sociale è uno dei punti nodali
del pensiero critico, e la discussione coi teorici della moltitudine ci
offre l'occasione per iniziare ad affrontarlo con la serietà che
merita. Cominciando con una digressione.
Per Marx il comunismo sorge proprio dalla contraddizione tra il carattere
sociale (cooperativo, appunto) della produzione e la forma privata dell'appropriazione.
Le attività produttive svolte dalle singole "imprese" sono
in realtà tutte interdipendenti tra di loro, ed il pieno sviluppo
di questa interdipendenza viene ostacolato dalla forma privata,e dunque
indipendente, che ogni singola impresa capitalistica assume. La connessione
tra le imprese avviene attraverso la mediazione del denaro, e ciò
implica una tendenza ad aumentare il conflitto (concorrenza) a scapito dell'interdipendenza.
Inoltre, il lavoro che si svolge all'interno di ogni singola impresa è
esso stesso un lavoro cooperativo, ma la cooperazione si realizza solo grazie
al comando del capitale, un comando che può esercitarsi o attraverso
il coordinamento autoritario di lavoratori che non hanno più la proprietà,
ma ancora la gestione diretta dello strumento di lavoro - p.es., una congruo
numero di ex artigiani riuniti nella stessa fabbrica - (ed in questo caso
abbiamo la sottomissione formale del lavoro al capitale), o attraverso
la costruzione di un sistema di macchine che separa lo strumento dal lavoratore
e lo inscrive in un meccanismo tecnologico ed organizzativo gestito direttamente
dal capitale ed al quale il lavoratore deve completamente adeguarsi (e si
tratta della sottomissione reale del lavoro).
Per Marx, insomma, la cooperazione non esisterebbe, di fatto, se non vi
fosse la mediazione del capitale, mediazione esercitata sia attraverso il
denaro, sia attraverso il controllo formale e/o reale del processo di lavoro.
Le piene potenzialità della cooperazione devono essere liberate da
questa loro forma capitalistica, ed il comunismo è appunto il processo
attraverso il quale i lavoratori si riappropriano della potenza cooperativa
inscritta nelle macchine ed inventano modalità di connessione tra
le unità produttive diverse da quelle monetarie.
Poiché le forze maggioritarie del movimento operaio e comunista del
novecento hanno visto nella proprietà privata l'essenza del capitalismo,
il processo di riappropriazione è stato da esse identificato con
lo sviluppo della proprietà collettiva e con la pianificazione centralizzata.
L'interdipendenza fra le diverse unità produttive è stata
vista come una tendenziale armonia, di cui il piano era la sanzione
giuridico-formale. Ma in realtà sembra ormai di poter dire che la
differenziazione delle unità produttive non è un portato del
capitalismo, bensì della modernità. Tecniche, scopi e linguaggi
delle diverse produzioni sono irrimediabilmente differenti e non possono
essere tutte risolte in un unico linguaggio, sia esso quello della valutazione
monetaria o quello del comando politico-burocratico. Svanito o indebolito
il mercato, solo una società con forti connotazioni democratiche
ed autogestionarie, capace di accettare il conflitto come una risorsa, può
governare una produzione irreversibilmente complessa e differenziata: questo
è uno dei motivi della sconfitta del comunismo novecentesco. Il comunismo
non può consistere, infatti, nell'eliminazione del conflitto e della
differenza fra le unità produttive, ma nell'eliminazione dei meccanismi
(denaro, produzione per il profitto) che fanno sì che la tendenza
al conflitto sopravanzi quella alla cooperazione. E tale cooperazione può
essere assicurata solo da un insieme di strumenti di regolazione che veda
ridursi il ruolo del denaro non semplicemente a vantaggio del piano centralizzato,
ma a vantaggio anche di piani locali e di procedure di autoregolazione "dal
basso" delle diverse reti produttive.
Quello che vale per la divisione sociale del lavoro (ossia per la
divisione fra unità produttive), vale anche, in buona misura, per
la divisione tecnica del lavoro, ossia per la divisione fra ruoli
di comando e ruoli di esecuzione all'interno di ogni singolo processo di
lavoro. A seconda delle epoche storiche questa divisione può essere
più o meno rigida, ma è irrealistico pensare che essa scompaia
del tutto. Anche nell'ipotesi di una produzione completamente automatizzata,
si porrebbe il problema del lavoro di controllo dell'automa; ed anche una
radicale modificazione della natura del lavoro, ad esempio una sua completa
trasformazione in attività linguistica, non eluderebbe il problema
della formazione e della gestione dei codici linguistici di produzione (assai
spesso inseriti anch'essi in sistemi di macchine), e dunque dei corrispettivi
rapporti di sapere/potere. Il comunismo non può consistere nell'ipotetica
eliminazione dei ruoli lavorativi e del conflitto tra ruoli dirigenti e
subordinati. Consiste piuttosto nella relativizzazione e flessibilizzazione
di questi ruoli (visti come revocabili, sottoposti a procedure democratiche
di definizione e controllo, sussunti a meccanismi di rotazione...) e nell'eliminazione
dell'impulso alla valorizzazione del capitale, che trasforma le divisioni
funzionali in divisioni gerarchiche tendenzialmente rigide e trasforma l'inevitabile
conflitto fra ruoli in uno scontro avente carattere necessariamente antagonistico.
Insomma, sia che la si consideri dal lato della divisione sociale che dal
lato della divisione tecnica del lavoro, la piena cooperazione appare come
una potenzialità che deve essere liberata da una forma capitalistica
che non costituisce un guscio esterno, ma che determina dall'interno le
caratteristiche concrete del lavoro e delle sue connessioni. Ed anche la
liberazione della cooperazione dalla sua forma capitalistica non ci consegnerebbe
una società finalmente divenuta armonica: la costruzione della cooperazione
sociale (nelle unità produttive e tra di esse) è un problema
infinito. Il superamento del capitalismo consentirebbe "solo"
di affrontarlo senza le coercizioni imposte dalla valorizzazione del capitale,
imperativo che costringe necessariamente a soluzioni catastrofiche (crisi)
e classiste (disoccupazione ed aumento dello sfruttamento).
Ma , come abbiamo visto, per i teorici della moltitudine questo problema
non esiste.
In quanto la produzione postfordista si basa essenzialmente sulle capacità
linguistico-cognitive dei lavoratori, ed in quanto queste capacità
sono espressione delle generiche facoltà intellettive umane, a tutti
comuni ed ormai socializzate nella rete comunicativa, la cooperazione preesiste
al suo uso capitalistico. Il capitale non connette più i lavori
divisi, giacché la produzione materiale è ormai tendenzialmente
automatizzata, mentre ai lavoratori spettano soprattutto compiti immateriali
di modifica costante delle procedure, di adattamento, di inventiva.
Ed anzi, poiché nella produzione postfordista divengono centrali
proprio l'innovazione e l'adattamento, le facoltà mentali che consentono
l'una e l'altro divengono il principale mezzo di produzione, mezzo che appartiene
irrevocabilmente al lavoratore e non è più appannaggio del
capitale, né dal punto di vista formale (proprietà) né
da quello reale (organizzazione del lavoro).
Consideriamo criticamente i punti salienti di questa argomentazione.
E diciamo subito che la tesi dell'ormai avvenuta riappropriazione dello
strumento di lavoro da parte del lavoratore è erronea sotto molti
punti di vista. Le facoltà mentali del lavoratore non sono mezzi
di produzione, ma sono lavoro: sono facoltà che devono essere
applicate alla gestione di mezzi di produzione che rimangono sotto la proprietà
ed in gran parte sotto il controllo tecnico del capitale. Si può
discutere se tali facoltà di lavoro non tendano ad identificarsi
coi mezzi di lavoro nel solo caso di lavori di carattere puramente o principalmente
ideativi. Ma questo riguarderebbe solo una frazione minimale dei lavoratori.
Nella grande maggioranza dei casi le facoltà mentali si applicano
sia, come vedremo, alla gestione di rapporti sociali, sia inevitabilmente
alla gestione di macchine o comunque di strumenti. Macchine e strumenti
che incorporano non solo generica tecnologia, ma proprio particolari
modalità di lavoro, e quindi costituiscono assai spesso un elemento
di "rigidità" della prestazione, anche se non sempre si
tratta della classica rigidità fordista. Si deve inoltre considerare
che anche le facoltà mentali attualmente inseparabili dalla persona
del lavoratore non sono inseparabili per natura ed irreversibilmente. L'appropriazione
delle capacità lavorative da parte del capitale e la loro inscrizione
in un sistema di macchine sono parte di un processo (il passaggio dalla
sottomissione formale del lavoro a quella reale) che non è mai concluso
una volta per tutte e che si ripete ciclicamente. Pochi immaginavano che
le capacità artigianali del lavoratore di mestiere sarebbero state
assorbite dalla macchina...ma anche le stesse capacità di programmazione
di software, prima totalmente controllate dal lavoratore, sono state
in parte formalizzate ed inglobate dalla macchina informatica. Infine, non
si dimentichi che, anche se lo strumento principale di lavoro fosse passato
completamente nelle mani del lavoratore, anche se versassimo, insomma, in
una situazione di mera sottomissione formale, detta sottomissione implica
comunque un generale controllo delle attività produttive da parte
del capitale, un controllo che può essere sostituito dall'autoorganizzazione
del lavoro solo alla fine di un contrastato processo di apprendimento nel
quale si tratterebbe di distinguere le necessità generiche di organizzazione
dalle forme di organizzazione classiste. In ogni caso, quindi, la riappropriazione
delle condizioni fondamentali di lavoro non è un portato diretto
delle attuali forme produttive, ma è il risultato di un processo.
Passando ora al problema della cooperazione in quanto tale, conviene precisare
che le facoltà che oggi la produzione capitalistica richiede al lavoratore
non sono le generiche capacità linguistico-comunicative comuni a
tutti, ma sono facoltà assolutamente specifiche, proprie solo di
una parte relativamente esigua di lavoratori. Si tratta di saper manipolare
i linguaggi attualmente richiesti come codici universali: la lingua
inglese, l'informatica, alcune nozioni di economia aziendale e di marketing.
Orbene, questi linguaggi si acquisiscono solo attraverso tirocinio e continuo
aggiornamento, pertengono a particolari classi culturali e generazionali,
consentono procedure di selezione e di esclusione. Inoltre, e questo è
forse il punto più importante, anche quando si tratta di capacità
apparentemente più generiche, come tutte le facoltà che pertengono
alla gestione dei rapporti, si tratta di facoltà di gestire questi
particolari rapporti (mutevoli, dinamici, strumentali), facoltà acquisibili
solo grazie ad esperienze di socializzazione che non sono comuni a tutti:
la socializzazione urbana extra-lavorativa, che dovrebbe costituire il terreno
germinale di queste facoltà che si presumono comuni, non ha lo stesso
significato, ad esempio, per il giovane bianco scolarizzato che mantiene
a lungo rapporti con la propria famiglia e per l'immigrato che passa dal
centro d'accoglienza al carcere, dal lavoro precario all'appartenenza ad
un clan. Anche le facoltà generiche, insomma, hanno forma
sociale specifica, sono il frutto di una particolare evoluzione storica
che non tocca tutti gli individui allo stesso modo. Non è
affatto un caso, quindi, che l'accertamento del possesso dei requisiti per
partecipare alla cosiddetta produzione postfordista si traduca in una serie
di procedure di selezione ed esclusione che conducono ad una dualizzazione
del mercato del lavoro, dividendo i lavoratori qualificati (o perché
specializzati o perché in possesso di facoltà generiche che
sono anch'esse - pur se diversamente - frutto di "specializzazione")
da quelli non qualificati, e dividendoli per linee generazionali, sessuali,
"etniche". Questa dualizzazione viene poi molto spesso raddoppiata
dai processi di esternalizzazione che separano anche giuridicamente le imprese
addette all'hard-core della produzione da quelle addette ai servizi
ausiliari, dequalificati e seriali. E la separazione giuridica, che ricalca
anche le differenze di qualificazione, erige spesso barriere ulteriori tra
lavoratori e lavoratori, rendendo più difficile sia la cooperazione
lavorativa sia - e soprattutto - la formazione di una comune identità
conflittuale.
Ma anche ammettendo che questo problema non esista e che tutti i lavoratori
possano essere chiamati, almeno in linea di principio, a svolgere gli stessi
compiti ed a svolgerli attivando una comune conoscenza cooperativa, la concreta
connessione di queste conoscenze è ancora mediata e costruita dal
capitale e dai suoi funzionari.
Infatti, non basta constatare che nella produzione attuale "le mansioni
dell'operaio o dell'impiegato non consistono più nel conseguimento
di un singolo scopo particolare, ma nel variare e intensificare la cooperazione
sociale" e che "non è la stessa cosa se i lavoratori sono
coordinati di fatto dall'ingegnere o se si chiede loro di inventare e produrre
nuove procedure cooperative" (Virno, 59-60). Non basta perché
questa rappresentazione si limita a descrivere, ed in maniera gravemente
incompleta, ciò che accade nelle singole cellule della produzione
toyotista, e non nella produzione toyotista nel suo complesso (per non parlare
delle consistenti branchie di produzione ancora squisitamente fordista o
addirittura prefordista). Nella produzione toyotista i lavoratori sono assegnati
dalla direzione d'azienda ad una singola "isola" o squadra di
lavoro. Qui essi non devono semplicemente inventare forme di cooperazione,
ma devono farlo al fine di produrre un determinato risultato materiale -
fissato in linea di principio dalle finalità dell'azienda. Queste
forme di cooperazione vertono quasi sempre attorno alle modalità
di utilizzo di macchine, che sono appannaggio del capitale sia perché
esso ne è proprietario, sia perché sono state costruite dagli
specialisti del capitale, spesso incorporando parte delle stesse capacità
linguistiche dei lavoratori. Il rapporto di lavoro interno all' isola è
tendenzialmente cooperativistico, ma si tratta di una cooperazione che verte
attorno all'uso del capitale fisso (e quindi non si tratta semplicemente
del dialogo tra individui considerati come la principale se non unica forza
produttiva) e che è motivata dal produttivismo e non dalla solidarietà
operaia. Inoltre non esiste una vera autonoma cooperazione tra le diverse
isole, sia perché essa è generalmente mediata dall'"ingegnere",
o dal sistema di macchine, sia perché il rapporto tra diverse squadre
di lavoro è concepito ed effettivamente funziona come rapporto in
cui ciascuna squadra è alternativamente "cliente" e "fornitrice"
dell'altra. Un'inserimento della logica del mercato all'interno della stessa
catena produttiva diretta.
Insomma, anche fingendo che tutta la produzione sia organizzata in maniera
toyotista, che il fordismo non esista più, e che non vi siano, fuori
dall'hard-core della produzione, altri lavoratori dequalificati,
divisi e separati da quelli delle "isole", una lettura realista
di questi processi ci fa dire che la cooperazione diretta dei lavoratori
si verifica - ed in forma spuria - solo nelle singole isole, che essa ha
per oggetto comunque sempre il miglior utilizzo delle macchine e che la
connessione tra diverse isole, per non parlare del fine della produzione,
resta saldamente in mano al capitale. Appaiono dunque infondate le tesi
secondo le quali la "vera" produzione starebbe nell'ideazione
o nella sola attività linguistico-comunicativa, mentre la produzione
materiale sarebbe solo una meccanica "riproduzione" assegnata
principalmente alle macchine (Lazzarato, in Controimpero, 104). Infondate
e vagamente idealistiche ed aristocratiche. La produzione è (quasi)
sempre contemporaneamente produzione materiale (o, meglio, di cose)
e immateriale (o, meglio, di rapporti sociali), mediata, sia nel
primo che nel secondo aspetto, da macchine che incorporano sia tecniche
produttive che rapporti tra i produttori. E ripeto che le tecniche produttive
incorporate dalle macchine veicolano assai spesso anche modalità
di lavoro, modalità alle quali non si può sfuggire - anche
nel caso di tecnologie diverse da quelle fordiste - , e che determinano
i confini entro i quali si può esercitare la creatività e
la capacità inventiva dei lavoratori.
Ma fingiamo pure che le cose, su questo punto, stiano proprio come vogliono
i teorici della moltitudine. Fingiamo, cioè, che la produzione sia
essenzialmente di carattere mentale, culturale, immateriale. Ebbene, anche
in questo caso non saremmo affatto di fronte ad un general intellect
sviluppatosi al di fuori del capitale e poi parassitariamente sfruttato
da quest'ultimo. L'unico vero caso di intelletto comune e libero può
essere rintracciato - e, anche qui, in forma tendenziale - nelle connessioni
che si stabiliscono nel web. Ma questa esperienza riguarda una parte
relativamente esigua, anche se crescente, di individui. Ed inoltre
non dovrebbe essere difficile dimostrare che le stesse connessioni di rete
sono spesso possibili solo in riferimento ad ambiti vitali già strutturati,
per i quali valgono le considerazioni svolte poco sopra a proposito delle
differenze nei processi di socializzazione.
Ma, soprattutto, se si considerano i processi reali attraverso i quali viene
prodotta la conoscenza - anche facendo astrazione dalle crescenti tendenze
alla standardizzazione del lavoro intellettuale ed alla sua inscrizione
in macchine - si vede subito che si tratta di processi separati, dominati
da logiche individualistiche e concorrenziali. E' del tutto erroneo, in
questo caso, dire che ci si trova di fronte ad un intelletto generale già
esistente che successivamente viene separato e frammentato dalla
logica capitalistica. Il fatto che questa logica sia in contrasto col pieno
sviluppo delle potenzialità del general intellect non significa
che tali potenzialità siano già attuali.
La conoscenza viene prodotta effettivamente in forme scisse e non cooperative.
La cooperazione viene poi costruita all'interno della produzione e sotto
il dominio del capitale. Una cooperazione effettiva ed alternativa può
essere, a sua volta, solo il frutto di una costruzione alternativa
- come vedremo meglio in seguito - e non è affatto qualcosa di già
sussistente per sé.
Ma facciamo un'ultima concessione. Ammettiamo infine che la cooperazione
dei cervelli vi sia già, che sia indipendente dal capitale, e che
assorba tutta la parte più rilevante della produzione sociale. Resterebbe
sempre un piccolo problema quasi mai affrontato nelle tesi che stiamo considerando:
il problema delle differenze tra i ruoli dei diversi partecipanti a questa
cooperazione sociale. Da nessuna parte si osa sostenere che questi ruoli
siano identici e che non vi siano differenze gerarchiche - per quanto non
necessariamente rigide - tra di essi: eppure da nessuna parte viene formulato
davvero questo problema, che poi è il problema dell'eguaglianza.
La giusta accentuazione del tema dell'autonomia e la giusta critica alla
massificazione si traducono qui in una sostanziale indifferenza al problema
della redistribuzione (tendenzialmente) egualitaria del sapere e quindi
del potere. E qui il cerchio si chiude. L'aver preso le mosse dal general
intellect come espressione delle caratteristiche generiche dei lavoratori
conduce a ritenere che, come non esiste il problema dell'attuazione di una
vera cooperazione, così non esiste il problema della costruzione
delle condizioni dell'eguaglianza.
Concludo questa rapida disamina facendo rilevare come qui io non abbia considerato
l'altro aspetto della cooperazione, ossia quello che riguarda il rapporto
tra le diverse unità produttive (la mediazione della divisione sociale
del lavoro), e mi sia comportato come i teorici della moltitudine che, confermando
una vecchia caratteristica dell'operaismo italiano, ritengono che la questione
non esista, essendo anch'essa assorbita dalla cooperazione tra cervelli.
Eppure la questione esiste, eccome. La cooperazione tra cervelli - ossia,
se vogliamo, la connessione reticolare tra imprese - è solo una delle
forme di mediazione della divisione sociale del lavoro, che sussiste accanto
alla integrazione gerarchica di gruppi di imprese sotto il comando di centri
strategico-finanziari ed accanto alla forma tuttora prevalente che è
quella dello scambio di merci e di denaro, scambio talmente pervasivo che
si innerva anche all'interno della singola impresa. Ma qui posso solo limitarmi
a questo accenno, giacché la trattazione di questo problema ci porterebbe
molto lontano dal nostro oggetto.
Va comunque precisato che le critiche alla nozione di cooperazione (e,
implicitamente, alla nozione di postfordismo) che qui ho avanzato, non vogliono
affatto negare le modificazioni avvenute nel processo di lavoro e nella
funzione del lavoro rispetto all'organizzazione sociale e alla formazione
delle identità individuali e collettive. Vogliono solo nominarle
diversamente.
Le modifiche più importanti del processo lavorativo riguardano il
fatto che, almeno nei punti nodali della produzione capitalistica, il lavoro
ha sempre più come oggetto il lavoro stesso: ha il compito
principale di produrre e riprodurre rapporti sociali (distribuzioni di ruoli
tra i diversi soggetti del processo) che sono la condizione preliminare
per la produzione di cose. Tutto ciò non riduce il lavoro a mero
atto linguistico, ad attività sostanzialmente immateriale che non
produce un oggetto specifico distinguibile dall'attività stessa.
Il fatto che non si producano direttamente cose non significa che
non si produca una realtà indipendente dal produttore stesso: i rapporti
sociali che vengono creati e ricreati sono appunto questa realtà
fortemente materiale, che "resiste" ai suoi stessi creatori e
che richiede tecniche specifiche e lavoro per essere continuamente
riadeguata. Questo lavoro sul lavoro, questo lavoro autoriflesso e di secondo
grado è certamente un'attività "politica", ma lo
è non semplicemente in quanto pubblica, aperta al nuovo ed alla contingenza
(Virno, 42-43) bensì proprio in quanto creatrice di norme. E questa
capacità politica del lavoro può senz'altro favorire momenti
di autoorganizzazione dei lavoratori stessi, nonché una loro progettualità
politica più generale, ma non si deve dimenticare che essa si esercita
sulla costruzione di norme settoriali e che il passaggio a norme più
generali richiede un'affinamento ed una trasformazione di questa capacità
stessa.
Da questa caratteristica del lavoro emerge una possibile ridefinizione del
soggetto del processo rivoluzionario: non più la classe operaia in
quanto produttrice razionale di cose, bensì l'insieme dei lavoratori
sociali in quanto produttori consapevoli di rapporti sociali. Ma questa
ridefinizione deve fare i conti sia col carattere settoriale delle norme
che sono oggetto immediato del lavoro, sia con la qualità dei rapporti
sociali che il capitalismo impone di produrre, sia con la presenza di una
gran massa di lavoratori il cui compito precipuo resta la produzione di
cose, spesso addirittura in forme prefordiste e servili.
E' inoltre assolutamente vero che le condizioni di socializzazione extralavorativa
costituiscono un luogo di formazione potenziale di general intellect
e che, oltre al produttore diretto, va considerata la figura dell'individuo
sociale (che non è necessariamente anche un produttore diretto),
come soggetto di bisogni e di capacità che eccedono il rapporto capitalistico
e che possono costituire la base di contraddizioni ulteriori rispetto a
quelle che scaturiscono dal conflitto di classe immediato. Ma, anche qui,
l'accento va posto sul carattere potenziale di questo processo, e sul fatto
che, da qualunque parte scaturisca la "scintilla" del movimento
rivoluzionario, esso deve comunque attraversare e modificare la produzione
diretta ed i rapporti sociali che in questa si costruiscono.
E, più in generale, è vero che forti tendenze alla cooperazione
sociale maturano anche in ragione del peso accresciuto della conoscenza
nel processo di produzione (ne sono un'esempio le necessarie alleanze tra
imprese per lo scambio di conoscenze su base di reciprocità) e che
queste tendenze potrebbero offrire ad un processo rivoluzionario una base
favorevole. Ma, ancora, va rimarcato il carattere appunto tendenziale di
questi fenomeni, che si svolgono sotto il dominio interno del capitale.
Moltitudine e popolo
Nel linguaggio ordinario del movimento la nozione di moltitudine evoca
spesso la pluralità e l'eterogeneità dei soggetti antagonisti
ed evoca pratiche conflittuali radicalmente diverse dalla classica politica
statalista. In tal senso si tratta di una nozione che può svolgere
una funzione positiva di innovazione lessicale, premessa e condensato di
innovazioni teoriche. Ma, e qui sta l'ambiguità, nelle sue più
raffinate elaborazioni concettuali, questa nozione non mantiene le sue promesse
e conduce a risultati opposti a quelli presunti. Non riesce ad indicare
veramente l'eterogeneità e quindi non riesce a porre veramente il
problema della riunificazione (non partitica né statuale) dei soggetti.
E ciò perché tale nozione è elaborata presupponendo
una unità che precede i molti, che è la premessa
dell'esistenza dei singoli, e che non è il risultato di una costruzione
politica.
Abbiamo già visto come la cooperazione sociale sia considerata come
una realtà sussistente per sé in cui i singoli sono già
da subito posti in rete, sono già da subito assegnati ad uno spazio
omogeneo. Già in questa nozione di cooperazione si trova, dunque,
una rimozione dei problemi sottostanti all'eterogeneità.
Questa operazione di sottoposizione dei "molti" all'"uno"
viene poi ulteriormente precisata e rivendicata nell'idea secondo la quale
gli elementi comuni ai diversi soggetti (soprattutto le generiche facoltà
linguistico-cognitive oggi espresse dal lavoro) sono la base, il punto di
partenza del processo di individuazione che costituisce le diverse soggettività.
Prima viene la base unitaria e poi viene la differenziazione
dei soggetti. Questa strategia conoscitiva ha le sue motivazioni: nel dire
che l'Uno "è una premessa e non una promessa" (Virno, 16,
34-35 e Bascetta, in Controimpero, 73) si vuol dire che non c'è
bisogno di una unificazione successiva dei soggetti che costituiscono
la moltitudine perché essi, i molti, sono il portato di condizioni
unitarie previgenti. E che quindi non c'è bisogno dell'unificazione
astratta nello Stato (come avviene nel caso della nozione di popolo)
perché c'è già l'unificazione concreta nella vita della
mente, nel general intellect.
Il pur nobile fine della fondazione di una politica non statalista non può
però giustificare qualunque operazione concettuale. Porre come concetto
prioritario l'Uno (la cooperazione sociale già sussistente,
le facoltà generiche) significa degradare l'eterogeneità dei
molti a momento secondario, fenomenico, non pienamente rilevante.
Se ne ha una riprova proprio quando i nostri interlocutori si accorgono
- e non potrebbe essere altrimenti - che questa eterogeneità è
molto pesante: proprio nel momento in cui la rilevano, la rimuovono ricorrendo
di bel nuovo alla presupposta unità. Ad esempio, si chiede Virno
che cosa abbiano in comune le diverse figure di lavoro - dall'analista di
software al precario - e risponde lucidamente: ben poco, almeno dal
punto di vista delle mansioni, dei ruoli lavorativi etc.. Ma subito dopo
aggiunge che hanno in comune tutto dal punto di vista delle generiche
facoltà umane che maturano nel processo di socializzazione extralavorativa,
e che è proprio questa comune appartenenza al genere a costituire
la base della sutura tra le diverse figure (Virno, 114,115). Sappiamo già
cosa pensare di queste generiche facoltà umane: esse in realtà
dividono invece di unire. E se Virno può sostenere che le differenze
di ruolo lavorativo sono secondarie rispetto alla comune appartenenza al
genere è perché pensa appunto all'esistenza generica come
ad un'essenza ed alle differenze come fenomeni secondari.
Ma purtroppo non basta il richiamo alle (presunte) comuni facoltà
di pensiero e linguaggio, alla (presunta) comune capacità di adattarsi
alle novità per definire una base di unificazione tra i diversi soggetti.
Bisogna prima analizzare le singole figure del lavoro e le loro diverse
modalità di conflitto e poi desumere da queste le concrete
possibilità di incontro, di comune costruzione politica, di elaborazione
di valori condivisi.
Insomma, ripeto: la nozione di moltitudine, elaborata presupponendo l'unità,
non consente di pesare appieno il valore dell'eterogeneità e quindi
di porre correttamente il problema dell'unificazione. E va per altro precisato
che l'unificazione di soggetti eterogenei non è necessariamente di
tipo statalistico o partitico, non comporta necessariamente un trasferimento
di sovranità dai molti allo Stato, una delega irrevocabile di potere.
L'unificazione può essere concepita come una realizzazione momentanea,
flessibile, revocabile. Può essere prodotta dagli stessi soggetti
che, appunto, si unificano,o, meglio, si federano, e non da
un'entità ad essi sovraordinata. Le eventuali funzioni di connessione
e di iniziativa più generale possono essere svolte ora da questa
ora da quella istituzione di movimento e non necessariamente sono appannaggio
di istituzioni specializzate: ed anche qualora lo fossero i rapporti tra
queste istituzioni e le altre potrebbero non essere rapporti verticali di
delega, ma rapporti orizzontali di alleanza tra differenti gruppi di "lavoratori
sociali". In questo contesto il ruolo del partito, o dei partiti,
non è necessariamente un ruolo verticistico-burocratico di supposta
guida del movimento. Un partito che riconosca di non essere il soggetto
esclusivo o unico della politica di emancipazione può mettere al
servizio della coalizione antagonista la sua vocazione strutturale alla
connessione (tra diversi agenti sociali, tra diversi livelli e forme
della politica) senza per questo pretendere di essere l'unica organizzazione
connettiva e senza per questo trasformare tale connessione in una sintesi
astratta (oltretutto impossibile).
Insomma: unificazione politica non è sinonimo di statalismo o partitismo,
dunque non c'è bisogno di presupporre una preesistente unità
sostanziale per sfuggire ai rischi (peraltro inevitabili) dell'unità.
Tale unità deve essere vista come un problema, la cui soluzione può
non essere di tipo statalista, ma che è in ogni caso aleatoria, rischiosa,
esposta alla possibilità di riprodurre strutture non democratiche.
Esorcizzare questo problema con formule filosofiche serve solo ad aggravarlo,
presupporre l'unità significa costituirsi una comoda (e presunta)
garanzia di democraticità, che consenta di attribuire tutte le tendenze
verticistiche ed antidemocratiche a qualcosa che proviene dall'esterno della
moltitudine.
Qui si nota, inoltre, come questa nozione di moltitudine non superi
pienamente i limiti della nozione di popolo, ed anzi in un certo senso li
possa addirittura ripetere in peggio. Se popolo è termine
che rimuove le differenze di classe e di potere a favore di una indistinta
unità basata su una presunta etnìa comune, o sulla condivisione
di uno stesso territorio, o sul comune riferimento allo stesso sovrano,
ebbene abbiamo visto che anche moltitudine, pur se per vie diverse,
produce effetti di rimozione in parte analoghi. Ed anzi, se l'unificazione
del popolo nella figura del sovrano è pur sempre un'operazione politica
di cui il popolo stesso può discutere l'efficacia (anche se si tratta
di una discussione sulla realizzazione concreta del trasferimento di sovranità
e non sul principio stesso) è molto più difficile discutere
della presunta unità della moltitudine, in quanto questa unità
espressamente non si presenta come il frutto di un'operazione politica (dunque
artificiale, dunque criticabile), ma come l'espressione di una condizione
biologica ed ontologica , ossia relativa alla struttura stessa dell'essere
sociale ("la moltitudine è questo: configurazione biologica
fondamentale che diventa modo di essere storicamente determinato, ontologia
che si rivela fenomenicamente", Virno, 103).
E si deve aggiungere che il preteso superamento dei limiti della nozione
di popolo non porta affatto al superamento del populismo,
che di quella nozione è stretto correlato. Uno dei tratti costitutivi
del populismo, infatti, è l'idea che il popolo, questo ente dall'unità
indistinta, sia per natura "buono", sia sede di tutte le virtù:
ed è per questo, tra l'altro, che il populismo non pretende di costruire
un nuovo sistema sociale, ma semplicemente di approntare le condizioni perché
la concreta vita del popolo possa essere valorizzata così com'è.
Il "male", i vizi e le tare del popolo, che il populismo non può
negare, vengono dal populismo stesso attribuite all'influenza esterna
del nemico, comunque questo venga definito.
Ora, anche i teorici della moltitudine ci avvisano che essa è continuamente
sottoposta al rischio di divenire altro, di trasformarsi in massa di manovra,
in aggregato informe di individui sottoposti a relazioni di dipendenza anche
personale, etc. (Bascetta, in Controimpero,78 e Virno, passim)
. Ma il fatto è che questo rischio non è pensato come
una tendenza immanente, come qualcosa che derivi dalla natura stessa della
moltitudine. La moltitudine è pensata come in sé stessa virtuosa,
gioiosa, libera e piena di potenzialità infinite. Il lato negativo
della moltitudine è importato in essa dall'esterno, dall'intervento
parassitario ed estrinseco del capitale. Come la cooperazione sussiste prima
del capitale e questi interviene successivamente a frammentarla, così
la moltitudine è costitutivamente libera, e solo successivamente
(da un punto di vista logico e non necessariamente cronologico) viene asservita
dal dominio politico del capitalismo. Le potenzialità interne
della moltitudine, quelle che la definiscono come tale, sono univocamente
positive, giacché moltitudine è l'altro nome della cooperazione
sociale, del general intellect, delle facoltà generiche espresse
dal lavoro... tutte cose di cui si può solo dire un gran bene. E
così la moltitudine è esposta al rischio del populismo, e
non per l'influenza nefasta dei padroni, ma proprio per il modo in cui viene
pensata, descritta, esaltata.
Orbene, basterebbe questo solo fatto a legittimare i dubbi su questa categoria.
Infatti ogni categoria dell'agire politico deve essere costruita come categoria
internamente ambivalente, e le sue potenzialità negative devono
essere viste come l'altra faccia delle sue potenzialità positive
e non semplicemente come il portato di condizioni esterne: questo per evitare
illusioni consolatorie, pretese di aver trovato finalmente la chiave che
schiude tutte le porte della democrazia. Ad esempio, la categoria di partito
nelle sue elaborazioni dottrinali più profonde, si presenta contemporaneamente
come una soluzione e come un problema, come la risposta ad alcuni problemi
e la posizione di problemi ulteriori. Il partito del movimento operaio consente
a strati rilevanti di lavoratori di trasformarsi potenzialmente in classe
dirigente, ma questo (anche facendo astrazione dal carattere statalista
della maggior parte dei partiti operai storicamente esistiti) comporta che
questi lavoratori diventino qualcosa di diverso dagli altri lavoratori,
costituiscano un gruppo sociale specifico che sviluppa interessi particolari
che possono entrare in contrasto con quelli della classe d'origine o di
riferimento. E questo vale, tendenzialmente, per ogni forma di associazione
dei lavoratori. Capire l'ambivalenza interna di queste modalità dell'agire
politico ci consente di "maneggiarle" meglio e di non farci asservire
da esse. Un'operazione di completa ridefinizione della politica, come quella
che qui stiamo discutendo, se vuole veramente essere emancipatrice non può
fondarsi su categorie univocamente positive e non ambivalenti, non può
esimersi dall'individuare i limiti ed i rischi interni dei propri
concetti fondamentali.
Più in generale, ed in conclusione, si deve osservare come la nozione
di popolo non possa essere ridotta alla semplice definizione hobbesiana,
non possa essere letta solo come categoria di fondazione dello Stato sovrano
mediante cessione di sovranità da parte del popolo stesso. Nell'esperienza
dell'antica Grecia e dell'antica Roma, nonché nell'esperienza dei
Comuni italiani, popolo non indica il fondamento dello Stato, ma
indica espressamente una parte di esso, la parte dei non possidenti,
che entra in conflitto con l'altra attorno al problema della costante ridefinizione
delle regole comuni. E' quindi qualcosa di molto diverso da un corpo unitario
che delega la propria sovranità ad un ente superiore. Nell'esperienza
dei popoli "germanici", inoltre, popolo è essenzialmente
l'insieme dei combattenti, degli individui in armi, che diviene assemblea
decisionale nei momenti critici: anche qui, qualcosa di molto diverso da
un soggetto informe che delega allo Stato tutte le funzioni decisive, e
quindi anche e soprattutto quella dell'esercizio della forza.
Bisogna considerare tutti questi aspetti della questione, non per riproporre
la nozione di popolo come base della nostra azione politica né per
sottacerne le ambivalenze, ma per evitare frettolose liquidazioni che non
consentono effettivi superamenti.
Inoltre, vi sono definizioni di popolo che possono esserci d'aiuto forse di più di quanto non faccia la nozione di moltitudine. Machiavelli, ad esempio, definisce in alcuni momenti il popolo come l'insieme di tutti coloro che vogliono liberarsi dal dominio dei signori non per opprimere altri, ma solo per emancipare sé stessi. Orbene questa definizione consente, pur se solo embrionalmente, una lettura dinamica dei processi rivoluzionari perché è una definizione formale e non sostanziale , ossia non ci dice chi sia il soggetto rivoluzionario, ma che cosa deve fare un soggetto per esserlo. Essa dunque non identifica una volta per tutte il soggetto dell'emancipazione, ma ci fa chiedere, per ogni fase dei suddetti processi, quale sia la coalizione di soggetti che miri appunto solo alla propria emancipazione e non all'asservimento di altri, ci fa capire che questa coalizione è variabile, perché nel corso dell'esperienza storica mutano gli obiettivi dei diversi soggetti, e spesso entrano in contraddizione con obiettivi precedenti. Insomma: ci offre una visione aperta, dialettica, aleatoria della costituzione dei soggetti politici. Cosa che non fa la nozione di moltitudine perché essa indica un insieme di agenti che è già dall'inizio definito nei propri contenuti e nelle proprie finalità. E questa "rigidità" della nozione di moltitudine deriva, in ultima analisi, proprio dal fatto che essa indica una pretesa preesistente realtà sostanziale e non - come invece accade nella definizione di Machiavelli - una modalità artificiale dell'agire, il frutto mutevole della pratica concreta dei diversi soggetti, il risultato aleatorio di un'azione politica. A dispetto di molte dichiarazioni di principio, nella moltitudine non vi è nulla di aleatorio, nulla dipende dall'incontro casuale dei soggetti e dal lavoro politico che stabilizza le condizioni di questo incontro, nulla è affidato alla creatività del caso perché l'incontro tra i soggetti è già avvenuto, una volta per tutte, nel "discorrere" cooperativo. La moltitudine non indica un futuro aperto e probabile, ma segna il percorso di un destino.
La politica della moltitudine
Dobbiamo distinguere le concrete pratiche conflittuali di disobbedienza
- che quasi sempre danno vita ad importanti esperienze di azione sociale
e politica, nonché i concreti obiettivi che sorgono dal movimento
(come l'estensione dei diritti, la lotta al precariato, la questione del
reddito di cittadinanza) - che sono a volte acquisizioni irreversibili ed
a volte importanti terreni di discussione, dal quadro teorico nel
quale queste pratiche e questi obiettivi sono presentati. Criticando la
teoria della moltitudine non intendo per ciò stesso criticare le
esperienze che a volte vengono pensate dentro le sue coordinate concettuali,
ma offrire a queste esperienze altri strumenti ed altri momenti di riflessione.
La politica fondata sulla nozione di moltitudine, infatti, non riesce a
sviluppare appieno le potenzialità del movimento e non costituisce
una base sufficiente ad uscire davvero dallo statalismo. E questo avviene
prima di tutto perché essa non riesce a porre correttamente
il problema principale del movimento, che è quello di rifuggire dallo
spazio statuale creando un proprio spazio pubblico attraverso la costruzione
di nuove istituzioni adeguate alla natura ed ai compiti del movimento
stesso: istituzioni di movimento, appunto.
Di queste istituzioni si parla sovente, all'interno di diversi ambiti teorici
e culturali. Anche i teorici della moltitudine fanno spesso riferimento
alla necessità di creare nuovi luoghi di incontro, nuovi momenti
di sedimentazione di esperienze, etc. Il parlarne indica certamente un positivo
orientamento politico, ma non è sufficiente. Infatti nella problematica
teorica della moltitudine non c'è davvero spazio per le nuove
istituzioni, c'è semmai spazio quasi solo per il movimento, che è
ritenuto essere la forma politica più adeguata per la moltitudine
stessa (Bascetta, in Controimpero, 78).
Orbene, la caratteristica principale del movimento attuale, quella che lo
differenzia, ad esempio, dall'esperienza del '68, è il fatto di non
essere solo un movimento. Un movimento è soprattutto un'aggregazione
di individui che producono nuovi valori e nuovi simboli, che nel movimento
si riconoscono come eguali e che attraverso forme generalmente extraistituzionali
(protesta, disobbedienza, pressione di massa) persegue propri obiettivi
specifici al di fuori delle (e spesso contro le) precedenti modalità
ed organizzazioni politiche. Rispetto a tali organizzazioni il movimento
si caratterizza per la fluidità contro la fissità, per l'informalità
contro la formalizzazione dei ruoli, per la dissoluzione o riduzione dei
livelli gerarchici contro la riproposizione delle usuali gerarchie di competenza
politica. Per tutte questi motivi il movimento si presenta come una modalità
d'azione che è certo più dinamica e più aderente al
"nuovo" dei partiti o dei sindacati (e comunque delle organizzazioni
"date"), ma che è anche più esposta al rischio della
transitorietà e della volatilità, ed è sovente presa
nell'alternativa tra inefficacia politica e precoce istituzionalizzazione
statuale o simil-statuale.
Quello che impropriamente chiamiamo "movimento di movimenti" ha
invece la caratteristica di essere da subito unità di movimento
e di istituzioni (non statuali). Istituzioni precedenti il movimento
hanno formato, negli anni bui del trionfo del neoliberismo, gli individui
che, assieme ad altri, hanno dato vita a qualcosa di inedito, un movimento
appunto, che però non ha travolto le sue istituzioni come è
avvenuto negli anni '60- `70: le ha piuttosto radicalizzate, le ha trasformate,
ma continua ad appoggiarsi ad esse (ed alle reti che tra esse si costituiscono)
perché sono proprio queste forme associative preesistenti e rinnovate
a fornire l'ossatura che permette la continuità, la non volatilità
del movimento stesso.
Il movimento è quindi già da subito in rapporto con uno spazio
istituzionale non statuale, uno spazio che va ricostruito, nuovamente radicalizzato,
rifondato, forse, ma che comunque accompagna fin dall'inizio questa esperienza
collettiva. Tutto questo consente al movimento, almeno in potenza ed anche
a prescindere dal giudizio che possiamo dare su questa o quella delle sue
istituzioni, di approntare progressivamente un'alternativa reale al capitalismo.
Infatti questa alternativa è possibile solo se si creano luoghi relativamente
stabili nei quali sia possibile costruire quella cooperazione sociale
che abbiamo visto essere solo potenziale, socializzare davvero conoscenze
che vengono prodotte - finora - soprattutto in maniera separata, redistribuire
le risorse conoscitive e, anche attraverso ciò, iniziare a modificare
in senso egualitario e per quanto possibile i rapporti sociali. L'importanza
delle nuove istituzioni si capisce davvero solo se si capisce davvero che
è necessario che il soggetto antagonista si (auto)costruisca modificando
radicalmente le proprie forme di esistenza immediata, che sono quelle imposte
dal capitale. Solo se si capisce davvero che la riappropriazione dei mezzi
di produzione non è affatto già avvenuta, e che può
avvenire iniziando dall'edificazione dei luoghi nei quali sia possibile
quantomeno progettarla.
Nella teoria della moltitudine non c'è spazio per capire questa necessità,
giacché la cooperazione sociale, la riappropriazione ed il soggetto
sono già dati. L'esigenza di nuove istituzioni può essere
a volte enunciata , ma non viene davvero pensata, e tali enunciazioni
si rivelano deboli. La sottovalutazione del problema si manifesta anche
nel modello di rivoluzione che viene proposto. Non di vera e propria rivoluzione
si tratta, non di costruzione di nuovi rapporti, quanto di difesa
di rapporti già esistenti. Non la revolutio, in qualcuno dei
suoi molteplici significati, ma lo jus resistentiae, il diritto di
resistenza contro il potere in difesa delle già costituite esperienze
di cooperazione sociale, in difesa della vita concreta della moltitudine,
che è già da oggi potenza illimitata, general intellect
in atto (Virno, 35,36; Bascetta, in Controimpero, 77).
Ora: è indubbio che elementi di difesa dell' esistente, o addirittura
di ritorno ad antiche condizioni ritenute genuinamente umane, siano presenti
in ogni esperienza rivoluzionaria, ma la riduzione della rivoluzione a questo
lascia di fatto campo libero al capitale, nell'erronea presunzione che i
nuovi rapporti siano già stati costruiti.
Una tale concezione depotenzia anche i significati positivi che sono impliciti
nella nozione di esodo, così cara ai nostri interlocutori.
L'esodo è la moltitudine che si sottrae ai rapporti capitalistici
perché rivendica la propria forza autonoma, la propria cooperazione
già attuata. E' la fuga dal confronto binario con le istituzioni
statali perché esse impongono una logica rappresentativa incompatibile
con la potenza della moltitudine. Ogni rivoluzione, è vero, si costruisce
anche attraverso un esodo: si fugge dai luoghi di confronto imposti
dalle classi dominanti perché questi sono limitati e condizionano
negativamente la formazione del soggetto antagonista. Si fugge da rivendicazioni
puramente sindacali o comunque compatibili; si fugge da un terreno puramente
elettorale; si cerca di costruire spazi nei quali possano svilupparsi quegli
individui liberi che sono la premessa più che il risultato di una
vera rivoluzione. Ma l'esodo, in questo senso, è creazione di luoghi
in cui si possa aggregare e elaborare un'insieme di valori e di conoscenze
che altrimenti non esisterebbero, o esisterebbero in forma solo dispersa.
Ed il luogo dell'esodo sono proprio le nuove istituzioni dentro le
quali nuovi rapporti iniziano a manifestarsi, ed a partire dalle quali
si può e si deve riattraversare lo spazio della produzione capitalistica
e dello Stato. Agire solo ed immediatamente nella produzione e nello Stato
così come essi sono ci costringerebbe ad accettare le logiche dell'uno
e dell'altro. Ma sottrarsi puramente ad essi è illusorio.
E' la creazione di istituzioni autonome (consigli di fabbrica, gruppi indipendenti
di elaborazione conoscitiva, media indipendenti, associazioni territoriali
di aggregazione di diverse culture...) a definire una politica come anti
produttivista ed anti statalista.
Se invece non si pone la questione delle nuove istituzioni come problema
principale, o non la si pone come questione della creazione di nuovi rapporti,
ma come espressione di rapporti già esistenti, l'esodo si riduce
ad essere la ricerca di forme di autovalorizzazione ( ossia la creazione
di spazi di piccola produzione autonoma, la cui indipendenza dal capitale
è quanto meno dubbia) oppure si riduce a pura dichiarazione di principio,
che non produce veri antidoti allo statalismo.
Ed è questo l'ultimo punto che vorrei trattare.
La moltitudine, così come ci viene presentata, è davvero la
condizione per poter pensare finalmente una politica pienamente antistatalista?
E' lecito rispondere di no. Prima di tutto perché in essa si riproduce
uno dei difetti principali del movimentismo: presupponendo la forza del
movimento, ritenendo che esso ha una illimitata potenza creatrice, ci si
illude che esso possa attraversare lo spazio istituzionale, usarlo in qualche
modo a suo piacimento senza per questo esserne condizionato o depotenziato.
Per quanta prudenza si possa usare nel maneggiare le tecniche della pressione
politica sulle istituzioni statuali, se si pensa che, alla fin fine, il
movimento è strutturalmente forte e per natura autonomo,
il rischio di essere riassorbiti in una logica estranea è fin troppo
evidente. Se non si assume chiaramente come priorità la creazione
di proprie autonome istituzioni (e la teoria della moltitudine non lo può
fare) si rischia di ridurre il tutto all'uso alternativo delle istituzioni
statali esistenti. Si veda, ad esempio, il ragionamento di Beppe Caccia
che, pur partendo dalla necessità dell'esodo e delle nuove istituzioni,
pensa a queste ultime come a qualcosa di necessariamente molto fluido ed
informe (dunque debole) e propone come unica soluzione concreta il nuovo
municipalismo (Caccia, in Controimpero, 134). Soluzione
che mi sembra legittima ed anche feconda: ma, da un lato, non c'è
bisogno di scomodare l'esodo per motivare la partecipazione alle elezioni
comunali, dall'altro senza la prioritaria costruzione di istituzioni autonome
questo attraversamento del campo statuale appare come una semplice spendita
della forza del movimento sul terreno istituzionale, con tutte le (già
viste) conseguenze del caso.
Inoltre, i concreti obiettivi che prendono linfa dalla teoria della moltitudine,
pur essendo spesso, come ho detto, in sé stessi condivisibili, costituiscono
a ben vedere obiettivi di forma tipicamente statalista. Infatti questi
obiettivi vertono attorno a due questioni fondamentali: ampliamento dei
diritti e acquisizione di un reddito di cittadinanza. Orbene, diritti
e denaro sono proprio gli oggetti tipici di una politica statalista
perché sono entrambi erogati dallo Stato: il concentrarsi su questi
obiettivi abitua gli individui a lottare per l'ottenimento di provvedimenti
pubblici, piuttosto che per la trasformazione di rapporti sociali. Il
diritto al reddito, ad esempio, può facilmente trasformarsi in dipendenza
dallo Stato (Bronzini, in Controimpero, 59-60).
E' ben vero che la lotta per questi obiettivi è quasi sempre condotta
in modi che sottolineano la radicalità dello scontro e la necessità
di un ribaltamento dei rapporti di forza a livello sociale prima che statuale.
Ma anche su questo è necessario fare chiarezza. Scegliere come punto
di partenza il terreno sociale piuttosto che quello statuale è giusto,
ma non basta. Se il terreno sociale è visto soprattutto come il campo
dei rapporti di forza (ossia della relazione tra soggetti così
come essi si danno in una determinata congiuntura, così come sono
costituiti in un momento dato) si rischia di sottovalutare, pur esaltandolo
a parole, il processo della costituzione dei soggetti, che è cosa
che riguarda soprattutto i rapporti sociali. L'occupazione di una
piazza o di un luogo simbolico è cosa che trasforma i rapporti di
forza, ma non i rapporti sociali. Questi ultimi sono modificati dalla redistribuzione
di sapere e di potere che avviene all'interno delle nuove istituzioni, e
ciò costituisce la base della forza da spendere nella congiuntura
politica e la condizione che consente che i nuovi rapporti non siano esposti
ad ogni modifica delle relazioni tra le forze che occupano la scena politica.
Solo in questo modo il soggetto antagonista si costituisce fuori dal
rapporto con lo Stato, e quindi anche fuori dal (e precedentemente al)
rapporto di forza che si instaura tra movimento e apparati pubblici. Non
si può sostenere che il movimento deve prescindere dal rapporto binario
con le istituzioni statali e poi sostenere che esso si costituisce principalmente
nelle lotte, perché esse sono lotte radicali. Per quanto radicali
siano, sono pur sempre lotte che si misurano con lo Stato, e dunque devono
in qualche modo riconoscerne la logica, riconoscere allo Stato un ruolo
specifico. E' certamente vero che anche i rapporti di forza sono rapporti
sociali, ma essi sono, per così dire, rapporti di secondo grado,
dipendenti da rapporti sociali più profondi. Così come è
certamente vero che azione sui rapporti di forza ed azione sui rapporti
sociali sono sempre intrecciate ed interdipendenti, ma è necessario
che esse siano analiticamente distinte. Perché, per tornare al nostro
ragionamento, se gli obiettivi principali restano i diritti ed il denaro,
e se l'attività sociale è vista soprattutto come attivazione
della forza necessaria al perseguimento di tali obiettivi, e non
come la costruzione di rapporti sociali che poi si condensano anche
in rapporti di forza, il rischio di ridurre la propria azione ad un'azione
di tipo lobbystico, che di fatto legittima i propri interlocutori statali
ed abitua il movimento a considerarsi come un semplice gruppo di pressione
pubblico, è assai acuto. Come cominciano ormai a rilevare anche
le più avvedute voci critiche interne alla stessa ideologia della
moltitudine (Martelloni, in Controimpero, 146-149).
Un' ideologia, ripeto e concludo, ambivalente.
Indica e nomina novità importanti, alimenta pratiche sociali significative,
ma tutto incasella in un quadro di riferimento inadeguato, troppo incline
a sopravvalutare il lato "positivo" del cosiddetto postfordismo
e a sottovalutare i problemi attuali e storici del movimento. Dialogare
con le ambivalenze della moltitudine serve ai comunisti per costruire la
propria posizione autonoma, imparando dall'intelligenza e dai limiti degli
altri.
Torino, agosto 2002.