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In un articolo scritto nel 1990, notavo come negli ultimi quindici-sedici
anni i sindacati, i partiti di classe e gli stati guidati da governi socialisti
- in particolare nella variante comunista - fossero sottoposti alla pressante
necessità di ristrutturarsi cambiando il loro orientamento, pena
il declino. Qualcuno può essere capace di ritardare la fine, e persino
rinvigorire attraverso un semplice cambiamento di strategia. Altri possono
ottenere il medesimo risultato, ma solo attraverso un processo di radicale
auto-ristrutturazione. Ed altri ancora possono solo tramontare, qualunque
cosa essi facciano (Arrighi, 1990: 179).
Avevo tracciato questa tendenza sulla base del fatto che tutte le organizzazioni
della classe operaia si erano formate in seguito alla disintegrazione del
mercato mondiale, tipica della prima metà del ventesimo secolo. In
quelle circostanze, le organizzazioni operaie dei paesi ad alto reddito
("centro") - Stati Uniti inclusi - avevano acquisito un considerevole
potere sociale e una notevole influenza politica, mentre la rivoluzione
comunista aveva fatto grandi passi nei paesi a medio ("semiperiferia")
ed a basso reddito ("periferia") - anzitutto in Cina e Russia.
Ma la rivitalizzazione delle forze di mercato che si era verificata sotto
l'egemonia degli Stati Uniti aveva progressivamente minato le condizioni
di autarchia delle economie nazionali, sulle quali era fondato il potere
sociale delle organizzazioni operaie nei paesi centrali. Per cui sostenevo
che, a prescidente dalla loro capacità di rispondere alle sfide e
di afferrare le opportunità della fase trascorsa, tutte le organizzazioni
operaie avrebbero trovato difficile o impossibile rispondere alle sfide
e afferrare le opportunità create dall'integrazione delle economie
nazionali in un singolo mercato mondiale.
Dal tempo in cui scrissi queste riflessioni, i partiti comunisti in Europa
si sono quasi estinti; i partiti social-democratici e i sindacati si sono
trasformati in modo irriconoscibile; e quelli che una volta erano potenti
sindacati operai stanno ancora lottando per evitare la riduzione del numero
degli iscritti e dell'influenza politica. Se la mia diagnosi della crisi
congiunta dei sindacati e dei regimi comunisti ha sottostimato qualcosa,
è stata la velocità con cui si è verificata e nel fatto
che si è risolta nell'estinzione piuttosto che nella trasformazione
delle organizzazioni operaie esistenti. Il ritmo e la distruttività
della crisi confermano la validità della mia ipotesi, secondo cui
le organizzazioni operaie prodotte all'inizio del ventesimo secolo stavano
per essere distrutte alla fine del secolo.
Questo non significa che i movimenti operai mondiali non abbiano futuro,
bensì che, per essere davvero efficace, il movimento operaio mondiale
nel ventunesimo secolo dovrà sviluppare strutture e strategie tanto
differenti da quelle del ventesimo secolo quanto queste erano differenti
da quelli del diciannovesimo secolo. Il capitalismo evolve continuamente
e con esso le condizioni entro cui la classe operaia mondiale costruisce
la propria storia.
Crisi del lavoro mondiale: alcuni fraintendimenti
Per cogliere come queste condizioni stanno sviluppandosi, dobbiamo prima
di tutto dissipare due fraintendimenti relativi alla presente crisi del
lavoro mondiale (world labor). In primo luogo, quello che la crisi
sia dovuta, da un lato, al declino della disposizione dei lavoratori a lottare
per proteggere le loro condizioni di lavoro e di vita; dall'altro, agli
effetti della rilocalizzazione dell'industria dai paesi al alto reddito
verso quelli a basso reddito. Secondo, che la crisi dimostri il fallimento
del movimento operaio mondiale, dando per scontato che esso coincida con
la forma che aveva assunto nella lotta, nella prima metà del ventesimo
secolo; oppure che il capitalismo mondiale sia capace di superare indefinitivamente
i suoi limiti e le sue contraddizioni.
Il primo frantendimento deriva dalla focalizzazione sul movimento operaio
nei paesi centrali, e, quindi, dalla mancanza di attenzione verso gli effetti
più ampi e più a lungo termine della rilocalizzazione del
capitale industriale. Il capitale, quello statunitense in particolare, è
venuto rilocalizzando le sue attività in paesi a basso reddito durante
tutto il corso del ventesimo secolo. Le corporations nord-americane
divennero transnazionali quasi subito dopo aver completato la loro integrazione
nazionale a livello continentale, cioè a cavallo del XX secolo. Nel
1914 gli investimenti diretti statunitensi all'estero ammontavano già
al 7% del PNL degli USA, la medesima percentuale della fine degli anni '60,
e poco maggiore di quella attuale (Hymer, 1972:121; Wilkins, 1970:201-202;
Kapstein, 1990/92:57). Questo processo di rilocalizzazione ebbe l'effetto
di contenere il potere contrattuale e di frenare la propensione alla lotta
della classe operaia nord-americana. Tuttavia, questi effetti interni erano
più che controbilanciati su scala mondiale dal rafforzamento del
potere contrattuale e dalla disposizione a lottare delle classi operaie
dei paesi verso cui le attività industriali venivano rilocalizzate
(Arrighi e Silver, 1984).
Più in generale, i nuovi dati mondiali sulla conflittualità
operaia tratti dai rapporti del New York Times e del Times
(Londra), hanno rivelato che sin dalla fine della seconda guerra mondiale
c'è stato un trend discendente solo nei paesi centrali. Al
contraio, nei paesi semiperiferici durante lo stesso periodo e nei paesi
periferici sin dal 1970, il trend è in aumento (Silver, 1995:177-79).
Come sostiene Beverly Silver:
Le corporations erano inizialmente attratte da particolari località semiperiferiche perché queste sembravano offrire lavoratori docili e a basso costo (ad esempio Spagna, Brasile, Sud Africa, Corea del Sud). Il conseguente afflusso di investimento straniero (diretto ed indiretto) contribuì a una serie di "miracoli economici" semiperiferici negli anni '70 e '80. Ma l'espansione delle industrie di produzione di massa ad alta intensità di capitale che accompagnò questi "miracoli economici" creò anche nuove classi operaie militanti, con un rilevante potere dirompente. I lavoratori espressero questo potere in cicli di lotta che si estesero in tutta la semiperiferia negli anni '70 e '80 - dal Brasile al Sud Africa negli anni '70, fino alla Corea del Sud negli anni '80 (Silver, 1995:182).
Se la rilocalizzazione spaziale fosse stata la spinta dominante della ristrutturazione in atto del capitalismo mondiale, negli '80 e primi anni '90 saremmo stati testimoni di un massiccio movimento in tutto il mondo; e oggi non parlaremmo di una crisi del lavoro mondiale. Se stiamo parlando di una crisi di questo genere, è perché la rilocalizzazione spaziale delle attività industriali verso i paesi a basso reddito - anche quella più accelerata resa possibile dal più recente sviluppo tecnologico - non è l'aspetto fondamentale della ristrutturazione capitalistica degli ultimi 25 anni.
Come ho sostenuto più esaustivamente altrove (Arrighi, 1994),
l'aspetto principale di questa ristrutturazione è un cambiamento
di fase del processo di accumulazione del capitale su scala mondiale: dall'espansione
materiale a quella finanziaria. Questo mutamento non è affatto una
anomalia, ma uno sviluppo normale dell'accumulazione capitalistica del capitale.
Dai sui primi inizi, 600 anni fa, fino ad oggi, l'economia-mondo capitalistica
si è sempre espansa attraverso l'alternanza di due fasi: una fase
di espansione materiale - in cui una crescente massa di capitale monetario
è canalizzata nel commercio e nella produzione - e una fase di espansione
finanziaria, in cui una crescente massa di capitale è riconvertita
nella sua forma monetaria e veicolata verso il sistema creditizio e le speculazioni.
Come Fernand Braudel rimarcava nell'indicare la ricorrenza di questo modello
nei secoli XVI, XVIII e XIX, "ogni sviluppo capitalistico di questo
genere sembra, con il raggiungimento della fase di espansione finanziaria,
aver in qualche senso annunciato la sua maturità: era un segno dell'autunno"
(Braudel 1984:246).
Mentre Braudel scriveva, la grande espansione del commercio mondiale e della
produzione degli anni '50 e '60 - la cosiddetta "età d'oro del
capitalismo" - stava iniziando, annunciando la propria maturità
attraverso la svolta verso l'espansione finanziaria degli anni '70 e '80.
Negli anni '70, l'espansione delle attività finanziarie era associata
con - e per molti versi contribuì a - un'espansione dei flussi di
capitale da paesi ad alto reddito verso paesi a basso reddito. Negli anni
'80, le operazioni creditizie internazionali continuarono a crescere esponenzialmente
- lo stock dei prestiti bancari internazionali tra il 1980 e il 1991 aumentava
dal 4% del GDP di tutti i paesi dell'OECD al 44%. Ma i flussi di capitale
dai paesi ad alto reddito verso i paesi a basso reddito, dopo una netta
contrazione nei primi anni '80, iniziarono una ripresa solo verso la fine
del decennio (The Economist, "World Economic Survey", Sept.
19, 1992:6-9; 14-17). In altri termini, la destinazione definitiva e privilegiata
del capitale reinvestito dal commercio e dalla produzione e convogliato
verso investimenti strategici non è stata quella dei paesi a basso
reddito, bensì la "dimora invisibile" della speculazione
finanziaria che connetteva l'uno all'altro i paesi ad alto reddito. Fu questa
crescita del capitale mobile e non la rilocalizzazione che negli anni '80
precipitò la crisi del lavoro mondiale.
D'altra parte, come già accennato, questa crisi non può
essere ricostruita per dimostrare che il movimento operaio mondiale della
prima metà del XX secolo fallì nei suoi obiettivi, o che il
capitalismo mondiale può indefinitivamente superare i suoi limiti
e le sue contraddizioni. Le potenti organizzazioni della classe operaia,
i sindacati e i partiti socialdemocratici e comunisti si costituirono nella
prima metà del ventesimo secolo come organizzazioni chiave della
società mondiale in una situazione quasi ininterrotta di guerra o
di preparazione di guerra fra gli stati capitalistici. La rivoluzione e
l'instaurazione dei regimi comunisti come potenza della politica mondiale,
prima in Russia e poi in Cina, fu un risultato diretto delle devastazioni
delle due guerre mondiali. Ma anche nei paesi del centro, il più
grande ciclo di lotte di classe si verificò verso la fine e immediatamente
dopo le due guerre mondiali (Silver, 1977:158-73).
L'ordine mondiale statunitense della Guerra Fredda, e la grande espansione
del commercio mondiale che si realizzò sotto gli auspici di tale
ordine, furono interamente modellati da questo comune avanzamento delle
organizzazioni operaie nei paesi centrali e della rivoluzione comunista
nei paesi semiperiferici e periferici. Dalla fine della seconda guerra mondiale,
questo comune processo fu largamente percepito come una minaccia fondamentale
per la stessa sopravvivenza del capitalismo mondiale; per cui si riteneva
che se non fosse stato contenuto o, eventualmente, ribaltato, la sola questione
che sembrava rimanere aperta fosse non se il capitalismo mondiale sarebbe
sopravvissuto, ma attraverso quale combinazione di riforme e rivoluzioni
sarebbe morto. L'"invenzione" da parte degli USA della guerra
fredda è stata essenzialmente una risposta a questa situazione di
emergenza del capitalismo mondiale.
Sotto l'ordine della guerra fredda, gli avanzamenti del movimento operaio
mondiale della prima metà del XX secolo furono realmente contenuti
e in alcuni casi rovesciati - ma solo attraverso la realizzazione, sia pur
parziale, dei suoi stessi obiettivi. In altri termini, gli stati capitalistici
centrali dovettero far propri gli obiettivi di sicurezza lavorativa (piena
occupazione) e di benessere (consumi di massa) della classe operaia; mentre
agli stati coloniali fu concessa la sovranità giuridica. Insieme
ad altri stati semiperiferici e periferici, questi furono anche incoraggiati
a perseguire modernizzazione e "sviluppo", così da essere
capaci, in un più o meno distante futuro, di fornire alle proprie
classi operaie la sicurezza e il benessere che per il momento solo i lavoratori
degli stati centrali potevano godere.
Senza dubbio, la ricerca del benessere per i lavoratori centrali e lo "sviluppo"
per quelli non-centrali divennero obiettivi delle politiche di governo soprattutto
in quanto strumenti della crociata anticomunista. Per questo, vennero incassati
(embedded) in un sistema di alleanze militari centrato sugli Stati
Uniti e in una corsa agli armamenti fra USA e URSS che non aveva precedenti.
Ma la Guerra Fredda fra le due superpotenze rimase "fredda" e
divenne la base per una fondamentale riorganizzazione del capitalismo mondiale,
designata ad assicurare una pace duratura fra le sue varie componenti nazionali.
L'importanza di questa riorganizzazione è cruciale. Dacché
il presidente Wilson aveva risposto all'appello di Lenin per la rivoluzione
mondiale con i suoi Quattordici Punti (Barraclough, 1967:127), la più
illuminata fazione della classe dominante statunitense aveva implicitamente
condiviso con Lenin l'idea che la più grande minaccia al capitalismo
mondiale veniva dalla guerra tra stati per le colonie e i confini territoriali.
Non sorprende, quindi, che una volta che la Seconda Guerra mondiale aveva
confermato le speranze di Lenin e la paura di Wilson, il governo degli Stati
Uniti sfruttò abilmente lo spettro della rivoluzione comunista per
indurre i governi dell'Europa occidentale a rinunciare al colonialismo,
entrare in una cooperazione militare di lungo termine con gli Stati Uniti,
e integrare le loro economie nazionali in un singolo mercato comune di dimensioni
continentali. Così facendo, gli Stati Uniti crearono nell'Europa
occidentale e in quello che era stato il mondo coloniale nuove arene di
espansione vantaggiosa per il grande capitale societario (corporate capital)
statunitense. Ma crearono anche strutture durature di cooperazione politica
ed economica fra gli stati dell'Europa occidentale, minando così
la loro propensione e capacità di ingaggiare una guerra reciproca.
La realizzazione della riorganizzazione, guidata dagli USA, del capitalismo
mondiale andò ben oltre le più rosee aspettative dei suoi
stessi promotori. Gli anni '50 e '60, nelle parole di Thomas McCormick,
furono "il periodo più sostenuto e vantaggioso di crescita economica
nella storia del capitalismo mondiale" (McCormick, 1989: 99). La rivoluzione
comunista continuò ad avanzare - a Cuba, in Indocina e in Africa
- non solo in paesi periferici. Di più, i due centri originari della
rivoluzione comunista svilupparono un antagonismo reciproco che rese più
facile agli Stati Uniti e ai suoi alleati giocare uno contro l'altro. E
mentre la rivoluzione comunista era periferalizzata o addomesticata, il
conflitto operaio nei paesi centrali veniva progressivamente routinizzato;
e dopo un breve risveglio verso la fine degli anni 60, iniziò a declinare
precipitosamente.
Tuttavia, nessun sforzo di immaginazione può interpretare questa
miracolosa ripresa del capitalismo come un fallimento del movimento operaio
mondiale, e ancora meno come una duratura soluzione delle contraddizioni
del capitalismo. Al contrario, la ripresa del capitalismo mondiale fu principalmente
fondata non sulla negazione, ma sulla parziale realizzazione, da parte dello
stesso capitalismo, degli obiettivi del movimento operaio mondiale dei cinquant'anni
precedenti. Questo compromesso dimostra la straordinaria adattabilità
del capitalismo mondiale. Ma l'inizio di una nuova espansione finanziaria,
intorno al 1970, mostra che questa adattabilità ha dei limiti, e
che l'approssimarsi di questi limiti riporta all'emergere, in vecchie
e nuove forme, della tendenza del capitalismo alle crisi.
Fasi di espansione finanziaria: analogie e anomalie della fase attuale
Le espansioni finanziarie sono momenti di crisi e di ristrutturazione dell'economia-mondo
capitalistica. Come in tutte le espansioni finanziarie dei precedenti secoli,
la forza trainante dell'attuale trasferimento del capitale dalla compra-vendita
di merci (compreso lavoro salariato, impianti e attrezzature) verso la speculazione
e il sistema creditizio è stata l'intensificazione della concorrenza
intercapitalista, conseguenza, a sua volta, della precedente espansione
del commercio e della produzione. Questa tesi è già stata
ampiamente discussa e documentata (Arrighi, 1994). Nella misura in cui vecchie
e nuove imprese investivano una massa crescente di capitale nell'acquisto
e nella vendita di merci, esse riducevano i margini di profitto nei loro
rispettivi rami commerciali. E quando un crescente numero di imprese tentavano
di opporsi alla riduzione dei rendimenti attraverso la diversificazione
della localizzazione e dei rami di attività, essi invadevano le nicchie
di mercato degli altri, intensificando così ulteriormente le pressioni
concorrenziali e l'incertezza in tutti i settori del commercio e della produzione.
In queste circostanze, è naturale che una crescente massa di capitale
venga sottratta al commercio e alla produzione, e mantenuta in forma liquida
per evitare i rischi e le difficoltà di investimento in una situazione
economica accentuatamente competitiva e incerta. Questa ingente e crescente
massa di capitale eccedente - vale a dire capitale che non può essere
redditivamente reinvestito nell'acquisto e nella vendita di merci - crea,
di per sè, tutti i tipi di opportunità remunerative per intermediari
finanziari nella speculazione e nel sistema creditizio. Storicamente, tuttavia,
il pieno rigoglio delle espansioni finanziarie è sempre stato associato
ad una intensificazione della concorrenza interstatale, messa in atto per
accaparrarsi il capitale mobile sottratto al commercio e alla produzione.
Man mano che aumentava la competizione sui mercati delle merci, i governi
tendevano a entrare nella lotta e a rivaleggiare l'uno l'altro per il capitale
necessario a sopraffare i rivali, soprattutto, anche se non esclusivamente,
attraverso una escalation nella corsa agli armamenti. A sua volta, questa
concorrenza moltipicava le opportunità di profitto derivanti dagli
investimenti del capitale eccedente nella speculazione e nel sistema creditizio.
Questo modello può chiaramente essere rinvenuto sia nelle passate
espansioni finanziarie sia in quella attuale. Durante tutti gli anni Settanta,
il capitale eccedente fu canalizzato in direzioni tali - prestiti ai paesi
semiperiferici e periferici e speculazioni sul mercato monetario - da incrementare
ulteriormente le pressioni competitive, nonché l'incertezza nel commercio
e nella produzione mondiali, senza per questo aumentare il tasso di redditività
dei mercati finanziari. La profusione di credito abbondante e a basso costo
incoraggiò i paesi periferici e semiperiferici ad accelerare i loro
sforzi di industrializzazione e modernizzazione e, quindi, a competere su
mercati e risorse (soprattutto petrolio) che erano precedentemente stati
riserva dei paesi centrali. La speculazione nei mercati monetari, a sua
volta, erose e quindi distrusse il sistema dei cambi fissi, che aveva contribuito
alla stabilità delle condizioni economiche mondiali negli anni Cinquanta
e Sessanta. Questo ulteriore aumento dell'incertezza e delle pressioni concorrenziali
rafforzò la tendenza del capitale ad allontanarsi dal commercio e
dalla produzione, allargando così la sperequazione fra una offerta
in rapida espansione e una domanda stagnante di capitale eccedente; e ciò
contrasse i rendimenti dei mercati finanziari[1].
Fu solo dopo il 1979 che il governo statunitense, prima sotto il Presidente
Carter e quindi con più grande determinazione sotto il Presidente
Reagan, prese una serie di misure che crearono condizioni di domanda largamente
favorevoli all'espansione finanziaria in corso. Tali misure furono prese
nel contesto di una più vasta intensificazione della guerra ideologica
e della corsa agli armamenti con l'Unione Sovietica - quella che Fred Holliday
ha definito Seconda Guerra Fredda. Rispondendo alla caduta del potere e
del prestigio degli stati Uniti, derivante dalla sconfitta militare in Indocina
e dall'insuccesso diplomatico in Iran, il governo statunitense venne in
soccorso a un dollaro indebolito, inducendo aggressivamente un aumento dei
tassi di interesse (reali) sui mercati finanziari mondiali. E quindi utilizzò
il credito apparentemente illimitato che aveva così acquisito per
intensificare la corsa agli armamenti ben oltre quello che l'Unione Sovietica
poteva permettersi, e per tagliare, simultaneamente, le tasse, al fine di
ottenere il sostegno elettorale per la nuova crociata anti-comunista. Il
risultato fu un aumento di portata storica del debito nazionale statunitense,
capace di fornire al capitale eccedente interno e estero uno sbocco più
sicuro e remunerativo di quello che si era venuto a creare dall'inizio dell'espansione
finanziaria[2].
L'intensificazione della lotta per il potere interstatale giocò quindi
un ruolo cruciale a sostegno dell'attuale espansione finanziaria, così
come era successo nel passato. Ora, come vedremo, per questo e altri aspetti,
la dinamica dell'espansione finanziaria attuale differisce significativamente
dalle esperienze passate. Prima, però, di affrontare queste differenze
dobbiamo occuparci di altre due analogie che riguardano direttamente il
nostro sforzo di comprendere la logica dell'attuale ristrutturazione del
capitale mondiale.
Entrambe le analogie fanno riferimento al fatto che tutte le passate
espansioni finanziarie non sono state solo il "segnale dell'autunno"
di una fase di espansione materiale dell'economia-mondo capitalistica. L'intensificazione
della competizione intercapitalistica, che costituisce il fondamento dell'espansione
finanziaria, determinò anche cambiamenti epocali nella configurazione
spaziale e nella struttura organizzativa dei processi di accumulazione su
scala globale - mutamenti che preparavano il terreno per, e a tempo debito
si tradussero in, una nuova fase di espansione del commercio e della produzione
mondiali. I cambiamenti epocali di questo tipo hanno sempre impiegato lunghi
periodi di tempo per realizzarsi - regolarmente più di mezzo secolo
dall'avvio delle espansioni finanziarie. Inizialmente, il precedente centro
dominante ebbe sempre i mezzi per volgere a proprio vantaggio l'intensificazione
della concorrenza intercapitalistica. Come afferma Halford MacKinder nel
1899, commentando il relativo declino della Gran Bretagna nella competizione
industriale, "siamo noi [i britannici] in fondo a disporre di capitale
e coloro che hanno capitale si avvantaggiano sempre dell'attività
dei cervelli e dei muscoli degli altri paesi" (citato in Hugill, 1993:
305).
Con il tempo, tuttavia, anche "la più grande proprietà
di capitale" non aiutò i centri precedentemente dominanti nel
sostenere i costi e nel cotrobilanciare la disgregazione prodotta dalla
lotta concorrenziale in via di intensificazione, i cui benefici andarono
proporzionalmente a vantaggio dei nuovi centri emergenti. Fu così
che il pesante indebitamento britannico nei confronti degli Sati Uniti durante
la Prima Guerra Mondiale iniziò quel cambiamento di guardia fra i
due paesi nelle vette dominanti dell'economia-mondo capitalista, trasferimento
che fu completato quando, durante la Seconda Guerra Mondiale, il suo indebitamento
divenne ancora maggiore. Sebbene il parallelismo non dovrebbe essere spinto
più in là, qualcosa di simile sembra essersi verificato negli
anni ottanta. Per i suoi risultati spettacolari nel reflazionare l'economia
statunitense e nel portare alla bancarotta l'Unione Sovietica, l'inflazione
storica del debito nazionale statunitense durante la Seconda Guerra Fredda
può aver spinto gli Stati Uniti verso una china analoga a quello
percorsa dalla Gran Bretagna. Come nota Kevin Philips, "dopo essere
stati il maggiore paese debitore del mondo, gli Stati Uniti avevano contratto
prestiti all'estero in tale quantità - come già l'inghilterra
nel periodo 1914-45 - da divenire il maggior paese debitore del mondo"
(Philips, 1993: 220).
Ugualmente importante, il declino della supremazia finanziaria statunitense
è stato accompagnato dalla spettacolare ascesa della regione dell'Asia
Orientale, non solo come maggiore "contenitore della liquidità
mondiale", ma anche come "officina del mondo". La vittoria
della Gran Bretagna in entrambe le guerre mondiali, lungi dal rallentare,
accelerò la sostituzione in corso del centro geo-politico dei processi
di accumulazione del capitale su scala mondiale dall'Europa Nord-Occidentale
al Nord-America. Non dovrebbe quindi sorprendere se, retrospettivamente,
risulterà che la vittoria degli Stati Uniti nella seconda guerra
mondiale abbia segnato un uguale spostamento dall'America del Nord all'Asia
Orientale.
Che questo potrebbe essere accaduto è suggerito da un'altra analogia fra la presente e le passate espansioni finanziarie. Come hanno sottolineato i teorici dell'"informalizzazione" e della "specializzazione flessibile", il relativo declino del potere economico statunitense dal 1970 è stato associato ad un'importante inversione nella spinta organizzativa del capitalismo rispetto ai secoli precedenti. Nelle parole di Manuel Castells e Alejandro Portes,
Le grandi corporations, con la loro struttura verticale nazionale e la separazione funzionale fra staff e line, non appare più come la fase finale della necessaria evoluzione verso una gestione razionale d'impresa. Le attività economiche interconnesse, le reti di impresa e i gruppi integrati di lavoratori sembrano configurare un nuovo modello emergente di produzione e distribuzione (1989: 29-30).
Nella stessa direzione, Michael Piore e Charles Sable hanno dimostrato che
le tecnologie e le procedure operative di molte corporations moderne; le forme di controllo del mercato del lavoro difese da molti movimenti operai; gli strumenti di controllo macroeconomico sviluppati da funzionari e economisti nei welfare states; e le regole dei sistemi monetario e commerciale internazionali, costituiti immediatamente dopo la seconda guerra mondiale - tutto ciò deve essere modificato, o abbandonato completamente se si vuole che le malattie economiche croniche del nostro secolo vengano curate (1984: 4-5).
Tutti questi capovolgimenti della principale spinta organizzativa del
capitalismo mondiale non sono una novità della fine del ventesimo
secolo. Quasi 80 anni fa, Henri Pirenne osservava la forte regolarità
con cui fasi di "libertà economica" e fasi di "regolamentazione
economica" si alternavano nella storia del capitalismo europeo. Egli
notava infatti che ciascuna oscillazione dell'organizzazione capitalistica
in una data direzione, egli notava, suscitava un movimento nella direzione
opposta, movimento che diventava dominante nel successivo stadio dello sviluppo
capitalistico. L'oscillazione verso la "libertà economica"
del XVI secolo spinse in direzione della "regolamentazione economica"
dei secoli XVII e XVIII. Questo, a sua volta, condusse verso la "libertà
economica" del XIX secolo, che portò alla "regolamentazione
economica" del XX secolo (Pirenne, 1953: 515-516).
Tutte queste tendenze opposte nella dinamica organizzativa del capitalismo
sono sopraggiunte in periodi di espansione finanziaria, e erano strettamente
associate alle trasformazioni nella configurazione spaziale dei processi
di accumulazione de capitale precedentemente discussi. Il susseguirsi delle
spinte di "deregolamentazione" e di "regolamentazione",
sottolineato da Pirenne, non è che un aspetto di questi ricorrenti
spostamenti. Altri ed ugualmente rilevanti aspetti vengono colti da antinomie
quali "informalizzazione contro formalizzazione", "specializzazione
flessibile contro specializzazione rigida", "accumulazione estensiva
contro accumulazione intensiva" (Arrighi, 1994: 127-74, 239-300).
Come i teorici dell'informalizzazione e della specializzazione flessibile
hanno sottolineato, esistono considerevoli evidenze di un crescente ribaltamento
della tendenza del secolo scorso che andava verso strutture governative
e imprenditoriali formalmente organizzate e rigidamente specializzate. Ma
non tutte le regioni dell'economia-mondo hanno eguali possibilità
in questa lotta per beneficiare, invece di perdere, dall'emergente tendenza
verso l'informalizzazione e la specializzazione flessibile. Dopo 600 anni
in cui i "doni" della storia e della geografia fecero dell'Occidente
la principale sede del capitalismo mondiale, sembra ora che la(e) civiltà(e)
dell'Asia Orientale si trovino in una posizione migliore per avvantaggiarsi
di quest'ultima svolta nella spinta organizzativa del capitalismo mondiale
(cfr. Hamilton, 198-89; Arrighi 1994: Epilogo).
Questa è una prima importante differenza fra la presente e le passate
espansioni finanziarie. Durante queste ultime, il centro geo-politico dei
processi di accumulazione di capitale si spostò da una regione all'altra
del mondo Occidentale. Durante l'attuale espansione finanziaria, al contrario,
il centro sembra trasferirsi verso una regione non-Occidentale del mondo.
Ugualmente importante, questa recente dislocazione del centro geo-politico
dei processi di accumulazione del capitale su scala mondiale è anomalo
per altri aspetti. Nel passato, gli spostamenti di questo genere erano associati
alla formazione, al vertice della nuova struttura di dominio dell'economia-mondo
capitalistica, di un complesso di organizzazioni governative e imprenditoriali
che era più potente, sia militarmente che finanziariamente, del precedente
complesso dominante: quello Statunitense nei confronti del complesso Britannico,
quest'ultimo rispetto a quello Olandese, il complesso Olandese relativamente
alle organizzazioni governative e imprenditoriali delle città-stato
italiane. In altre parole, le passate espansioni finanziarie e le sottostanti
lotte concorrenziali si tradussero in una crescente e potente fusione
di potere militare e finanziario mondiale, che si andava concentrando sotto
il dominio organizzativo del centro egemonico emergente. L'espansione finanziaria
attuale, invece, è risultata in una scissione dei due tipi
di potere. Mentre il potere finanziario è concentrato in misura crescente
nelle mani dell'Asia Orientale, il potere militare è più che
mai concentrato nelle mani degli Stati Uniti.
Questa seconda anomalia dell'attuale espansione finanziaria è strettamente
connessa ad una terza. Contrariamente a quanto accadde nel corso di tutte
le espansioni finanziarie precedenti, l'intensificazione nella lotta per
il potere interstatale degli anni Ottanta non volse in guerra aperta. Gli
Stati Uniti "vinsero", attraverso strumenti finanziari, una guerra
fredda che non avrebbero potuto vincere mediante mezzi militari e diplomatici:
ma la Guerra Fredda rimase "fredda". Di certo, durante e dopo
la Seconda Guerra Fredda, le guerre "calde" hanno proliferato
in molte regioni semiperiferiche e periferiche dell'economia-mondo - nell'America
Latina e i Caraibi, Africa, Europa sudorientale, Asia centrale, occidentale
e meridionale - spesso con la partecipazione diretta e indiretta degli stati
del centro. Nondimeno, anche dopo la fine della Guerra Fredda, le controversie
reciproche che hanno posto invariabilmente gli stati capitalistici l'uno
contro l'altro non hanno mostrato alcuna tendenza a degenerare in guerra
aperta, come si verificò in tutte le precedenti espansioni finanziarie.
Queste anomalie dell'attuale espansione finanziaria possono essere interpretate
come riflettenti un limite fondamentale della tendenza di lungo termine
del capitalismo storico ad espandersi attraverso la formazione di organizzazioni
politiche dotate di un potere militare maggiore dei loro precedessori. Storicamente,
l'emergenza di queste potenti organizzazioni è stato il prodotto
di guerre protratte e generalizzate fra stati capitalistici emergenti e
declinanti. La logica tendenziale di questo processo sembra condurre alla
realizzazione di un'organizzazione così potente da non essere militarmente
sfidabile dai nuovi stati capitalistici emergenti. Il capitalismo mondiale
sotto l'egemonia degli Stati Uniti può senz'altro essere giunto a
questo limite nel determinare una tale concentrazione di potere militare
nelle mani degli Stati Uniti e dei suoi più stretti alleati da fare
dello stato di guerra (warfare) uno strumento obsoleto della competizione
capitalistica.
Ciò non significa, naturalmente, che gli Stati Uniti non siano vulnerabili
alle conseguenze di una lotta interstatale condotta con mezzi diversi dalla
guerra, o che siano invulnerabili alla proliferazione di guerre locali nei
paesi semiperiferici e periferici. Al contrario, il consolidamento durante
la Seconda Guerra Fredda del quasi-monopolio statunitense sul potere militare
globale - rispetto a quello meramente locale o regionale - ha lasciato un'eredità
di costi fissi e disposizioni d'animo che frenano la capacità delle
agenzie governative e imprenditoriali statunitensi di competere effettivamente
in un sistema di scambi mondiale di scala, portata e densità senza
precedenti. Questo è particolarmente vero rispetto alle agenzie governative
e imprenditoriali di regioni come l'Asia Orientale, che i "doni"
della storia e della geografia hanno dotato di bassi costi di protezione
e di riproduzione. Paradossalmente, allora, il potere militare senza precedenti
storici che è stato accumulato nelle mani degli Stati Uniti non può
prevenire, anzi può in realtà contribuire a favorire la "migrazione"
verso il Pacifico del centro geo-politico dei processi di accumulazione
di capitale su scala mondiale.
Possibili trasformazioni del movimento operaio
Ritorniamo ora alla questione riguardante le trasformazioni delle condizioni
entro cui si possono dare le lotte della classe operaia a fronte della ristrutturazione
e riorganizzazione dell'economia-mondo capitalista. Il movimento operaio
mondiale del ventesimo secolo si era sviluppato in risposta alla crisi del
capitalismo mondiale, nella forma che aveva assunto sotto l'egemonia britannica.
Quali sono le possibilità che l'"autunno" del capitalismo
mondiale costituitosi sotto l'egemonia statunitense produca un movimento
operaio mondiale tanto efficace quanto quello precedente? E quale sarà
la sua configurazione?
Una prima risposta a queste questioni è che è ancora troppo
presto per dirlo. I primi 25 anni dell'espansione finanziaria della fine
del XIX secolo furono caratterizzati da un'estrema instabilità delle
organizzazioni della classe operaia, e da molte più sconfitte che
vittorie per la classe operaia nella maggior parte dei paesi. Furono necessari
ancora 25 anni perché i profili ideologici e organizzativi del movimento
operaio mondiale iniziassero a definirsi e a rendersi riconoscibili; e trascorsero
ancora 25 anni prima che il movimento diventasse abbastanza potente da imporre
alcuni dei suoi obiettivi al capitalismo mondiale (Arrighi, 1990:24-47).
Non c'è naturalmente ragione di supporre che il movimento operaio
mondiale del ventunesimo secolo si svilupperà con lo stesso ritmo
e lungo la stessa traiettoria di quello precedente. Ma se ciò stesse
realmente accadendo, quale sarà la forma che andrà assumendo
e quale efficacia avrà sono questioni che non possono essere stabilite
sulla base delle tendenze degli ultimi, o anche dei prossimi, dieci o venti
anni.
Non è, tuttavia, troppo presto per affermare che le condizioni entro
cui i lavoratori del mondo costruiranno la propria storia nel ventunesimo
secolo saranno radicalmente diverse da quelle dei secoli passati. Senza
dubbio, l'attuale espansione finanziaria, nello stesso modo di quella precedente,
segna l'inizio di una transizione del capitalismo mondiale da un nuovo tipo
di configurazione spaziale e di struttura organizzativa. Ma ogni transizione
ha proprie peculiarità, e ciò implica che le condizioni di
lotta della classe operaia sono differenti da quelle che si sono avute nella
precedente transizione.
Una prima differenza riguarda la trasformazione in atto della configurazione
spaziale dell'economia-mondo capitalista, che ci si può aspettare
sposti l'epicentro delle lotte della classe operaia verso i paesi semiperiferici
e periferici, in particolare verso l'Asia Orientale. Abbiamo già
sottolineato come l'idea secondo cui il movimento operaio mondiale sia stato
indebolito dalla massiccia rilocalizzazione delle attività produttive
dai paesi a alto reddito verso i paesi a basso e medio reddito non sia altro
che una leggenda. Se questa massiccia rilocalizzazione si fosse realmente
verificata, il movimento operaio mondiale sarebbe già stato rivitalizzato.
La ragione fondamentale del perché questo non si è dato è
che negli anni Ottanta la destinazione prevalente dell'esportazione di capitale
non sono stati i paesi a basso e medio reddito, bensì i mercati finanziari
extraterritoriali.
L'eccezione principale di questa tendenza generale ha riguardato l'Asia
Orientale, dove l'espansione finanziaria è stata accompagnata da
una rapida crescita del commercio e della produzione. Se tale tendenza dovesse
continuare, possono esserci pochi dubbi sul fatto che questa regione, Cina
inclusa, vedrà la formazione di un vigoroso movimento operaio. E
nella misura in cui l'espansione materiale dell'economia regionale dell'Asia
Orientale svilupperà sufficiente slancio per tradursi in una nuova
espansione materiale dell'intera economia-mondo, si dà l'opportunità
perché questo vigoroso movimento operaio diventi di portata globale.
Una seconda differenza è data dal rovesciamento del trend di questo
secolo verso strutture governative e imprenditoriali formalmente organizzate
e rigidamente specializzate, e ci si può aspettare che ciò
cambi anche la forma del movimento operaio mondiale. La crescente burocratizzazione
del capitale dopo il 1870 aveva creato condizioni favorevoli anche per la
burocratizzazione del movimento operaio. E' del tutto possibile che l'inversione
di questa tendenza produrrà le condizioni per la rinascita, in forme
interamente nuove, di strutture organizzative più flessibili ed informali,
tipiche del movimento operaio del XIX secolo.
Se e quando questa rinascita avverrà, dovremmo anche aspettarci un
più importante cambiamento nella composizione etnica, razziale e
di genere del movimento operaio mondiale. La correlata burocratizzazione
sia del capitale sia lavoro nel XX secolo aveva avvantaggiato principalmente
la componente centrale bianca e maschile della forza lavoro mondiale. Quando
lavoro e mercato furono "internalizzati" nella struttura burocratica
del capitale centrale[3], e quando la
"piena occupazione" e gli elevati consumi di massa furono assunti
dai governi dei paesi capitalisti centrali quali propri obiettivi, i lavoratori
bianchi maschi riuscirono a monopolizzare i salari migliori e gli impieghi
più sicuri. Ma l'intensificazione della competitività intercapitalista,
a partire dal 1970, ha indotto il capitale a cercare bacini di lavoro più
flessibile e a minor costo non solo in paesi a basso e medio reddito, ma
anche fra donne e maschi non-bianchi di tutti i paesi. Nel breve periodo,
l'impatto principale di questa tendenza è stato quello di accrescere
la "paura del crollo" dei lavoratori bianchi maschi nei paesi
centrali. Nel lungo periodo, tuttavia, il suo maggiore effetto può,
ragionevolmente, essere l'emergenza di un movimento operaio mondiale in
cui donne e gente di colore avranno un peso maggiore ed un'influenza di
gran lunga più grande di quello avuto in passato.
Infine, è possibile aspettarsi che l'obsolescenza dell'uso della
guerra interstatale quale strumento della concorrenza capitalistica indebolisca
l'orientamento nazionalista e statalista del movimento operaio mondiale.
Come abbiamo già notato, il movimento operaio mondiale si sviluppò
in condizioni di guerra quasi ininterrotta, o di preparazione della guerra,
fra stati capitalistici. In queste circostanze, il potere militare degli
stati poté essere presentato dalla classe dominante ed essere percepito
dalle classi subordinate (inclusi i lavoratori) come un ingrediente chiave
della ricchezza e della prosperità nazionale. Come risultato, nel
ventesimo secolo il nazionalismo diventò quasi dovunque una componente
integrante dei movimenti operai, e la lotta di classe divenne inestricabilmente
legata alla lotta per il potere intestatale.
Nella misura in cui l'obsolescenza della guerra interstatale, quale strumento
della concorrenza capitalistica, verrà confermata dalle future tendenze,
la lotta di classe verrà progressivamente svincolata dalla concorrenza
per il potere interstatale. Non c'è naturalmente alcuna garanzia
che questo sganciamento si traduca in una disposizione internazionalista
piuttosto che "tribalista" dei lavoratori del mondo. L'invenzione
di nuove - o il consolidamento di vecchie - "comunità immaginate"
lungo linee etniche o religiose è senza dubbio una più facile
risposta all'intensificazione della competizione nel mercato mondiale e
ai tracolli degli stati, piuttosto che la formazione di una solidarietà
di classe oltre i confini o le divisioni culturali. Come mostra tragicamente
l'esperienza dell'ex Yugoslavia la risposta più facile può
essere una cura peggiore della malattia.
Le milizie croate e serbe possono allora prefigurare la forma predominante
di organizzazione proletaria del ventunesimo secolo. Ma esiste almento una
eguale possibilità che la forma predominante possa essere prefigurata
dal tipo di cooperazione di classe che si va lentamente e autonomamente
organizzandosi dal basso al di sopra dei confini, fra Stati Uniti e Messico.
In definitiva, se il vento dell'internazionalismo, per ora debole, prevarrà
sul vento del "tribalismo", sta nelle mani degli stessi lavoratori
del mondo.
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