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I lavoratori del mondo alla fine del secolo

di Giovanni Arrighi
 


Questo articolo è stato tradotto con l'assenso dell'autore da Annamaria Vitale. La versione inglese è apparsa sulla rivista "Review", estate 1996, volume XIX, numero 3 con il titolo"Workers of the World at Century's End"

In un articolo scritto nel 1990, notavo come negli ultimi quindici-sedici anni i sindacati, i partiti di classe e gli stati guidati da governi socialisti - in particolare nella variante comunista - fossero sottoposti alla pressante necessità di ristrutturarsi cambiando il loro orientamento, pena il declino. Qualcuno può essere capace di ritardare la fine, e persino rinvigorire attraverso un semplice cambiamento di strategia. Altri possono ottenere il medesimo risultato, ma solo attraverso un processo di radicale auto-ristrutturazione. Ed altri ancora possono solo tramontare, qualunque cosa essi facciano (Arrighi, 1990: 179).
Avevo tracciato questa tendenza sulla base del fatto che tutte le organizzazioni della classe operaia si erano formate in seguito alla disintegrazione del mercato mondiale, tipica della prima metà del ventesimo secolo. In quelle circostanze, le organizzazioni operaie dei paesi ad alto reddito ("centro") - Stati Uniti inclusi - avevano acquisito un considerevole potere sociale e una notevole influenza politica, mentre la rivoluzione comunista aveva fatto grandi passi nei paesi a medio ("semiperiferia") ed a basso reddito ("periferia") - anzitutto in Cina e Russia. Ma la rivitalizzazione delle forze di mercato che si era verificata sotto l'egemonia degli Stati Uniti aveva progressivamente minato le condizioni di autarchia delle economie nazionali, sulle quali era fondato il potere sociale delle organizzazioni operaie nei paesi centrali. Per cui sostenevo che, a prescidente dalla loro capacità di rispondere alle sfide e di afferrare le opportunità della fase trascorsa, tutte le organizzazioni operaie avrebbero trovato difficile o impossibile rispondere alle sfide e afferrare le opportunità create dall'integrazione delle economie nazionali in un singolo mercato mondiale.
Dal tempo in cui scrissi queste riflessioni, i partiti comunisti in Europa si sono quasi estinti; i partiti social-democratici e i sindacati si sono trasformati in modo irriconoscibile; e quelli che una volta erano potenti sindacati operai stanno ancora lottando per evitare la riduzione del numero degli iscritti e dell'influenza politica. Se la mia diagnosi della crisi congiunta dei sindacati e dei regimi comunisti ha sottostimato qualcosa, è stata la velocità con cui si è verificata e nel fatto che si è risolta nell'estinzione piuttosto che nella trasformazione delle organizzazioni operaie esistenti. Il ritmo e la distruttività della crisi confermano la validità della mia ipotesi, secondo cui le organizzazioni operaie prodotte all'inizio del ventesimo secolo stavano per essere distrutte alla fine del secolo.
Questo non significa che i movimenti operai mondiali non abbiano futuro, bensì che, per essere davvero efficace, il movimento operaio mondiale nel ventunesimo secolo dovrà sviluppare strutture e strategie tanto differenti da quelle del ventesimo secolo quanto queste erano differenti da quelli del diciannovesimo secolo. Il capitalismo evolve continuamente e con esso le condizioni entro cui la classe operaia mondiale costruisce la propria storia.

Crisi del lavoro mondiale: alcuni fraintendimenti
Per cogliere come queste condizioni stanno sviluppandosi, dobbiamo prima di tutto dissipare due fraintendimenti relativi alla presente crisi del lavoro mondiale (world labor). In primo luogo, quello che la crisi sia dovuta, da un lato, al declino della disposizione dei lavoratori a lottare per proteggere le loro condizioni di lavoro e di vita; dall'altro, agli effetti della rilocalizzazione dell'industria dai paesi al alto reddito verso quelli a basso reddito. Secondo, che la crisi dimostri il fallimento del movimento operaio mondiale, dando per scontato che esso coincida con la forma che aveva assunto nella lotta, nella prima metà del ventesimo secolo; oppure che il capitalismo mondiale sia capace di superare indefinitivamente i suoi limiti e le sue contraddizioni.
Il primo frantendimento deriva dalla focalizzazione sul movimento operaio nei paesi centrali, e, quindi, dalla mancanza di attenzione verso gli effetti più ampi e più a lungo termine della rilocalizzazione del capitale industriale. Il capitale, quello statunitense in particolare, è venuto rilocalizzando le sue attività in paesi a basso reddito durante tutto il corso del ventesimo secolo. Le corporations nord-americane divennero transnazionali quasi subito dopo aver completato la loro integrazione nazionale a livello continentale, cioè a cavallo del XX secolo. Nel 1914 gli investimenti diretti statunitensi all'estero ammontavano già al 7% del PNL degli USA, la medesima percentuale della fine degli anni '60, e poco maggiore di quella attuale (Hymer, 1972:121; Wilkins, 1970:201-202; Kapstein, 1990/92:57). Questo processo di rilocalizzazione ebbe l'effetto di contenere il potere contrattuale e di frenare la propensione alla lotta della classe operaia nord-americana. Tuttavia, questi effetti interni erano più che controbilanciati su scala mondiale dal rafforzamento del potere contrattuale e dalla disposizione a lottare delle classi operaie dei paesi verso cui le attività industriali venivano rilocalizzate (Arrighi e Silver, 1984).
Più in generale, i nuovi dati mondiali sulla conflittualità operaia tratti dai rapporti del New York Times e del Times (Londra), hanno rivelato che sin dalla fine della seconda guerra mondiale c'è stato un trend discendente solo nei paesi centrali. Al contraio, nei paesi semiperiferici durante lo stesso periodo e nei paesi periferici sin dal 1970, il trend è in aumento (Silver, 1995:177-79). Come sostiene Beverly Silver:

Le corporations erano inizialmente attratte da particolari località semiperiferiche perché queste sembravano offrire lavoratori docili e a basso costo (ad esempio Spagna, Brasile, Sud Africa, Corea del Sud). Il conseguente afflusso di investimento straniero (diretto ed indiretto) contribuì a una serie di "miracoli economici" semiperiferici negli anni '70 e '80. Ma l'espansione delle industrie di produzione di massa ad alta intensità di capitale che accompagnò questi "miracoli economici" creò anche nuove classi operaie militanti, con un rilevante potere dirompente. I lavoratori espressero questo potere in cicli di lotta che si estesero in tutta la semiperiferia negli anni '70 e '80 - dal Brasile al Sud Africa negli anni '70, fino alla Corea del Sud negli anni '80 (Silver, 1995:182).

Se la rilocalizzazione spaziale fosse stata la spinta dominante della ristrutturazione in atto del capitalismo mondiale, negli '80 e primi anni '90 saremmo stati testimoni di un massiccio movimento in tutto il mondo; e oggi non parlaremmo di una crisi del lavoro mondiale. Se stiamo parlando di una crisi di questo genere, è perché la rilocalizzazione spaziale delle attività industriali verso i paesi a basso reddito - anche quella più accelerata resa possibile dal più recente sviluppo tecnologico - non è l'aspetto fondamentale della ristrutturazione capitalistica degli ultimi 25 anni.

Come ho sostenuto più esaustivamente altrove (Arrighi, 1994), l'aspetto principale di questa ristrutturazione è un cambiamento di fase del processo di accumulazione del capitale su scala mondiale: dall'espansione materiale a quella finanziaria. Questo mutamento non è affatto una anomalia, ma uno sviluppo normale dell'accumulazione capitalistica del capitale. Dai sui primi inizi, 600 anni fa, fino ad oggi, l'economia-mondo capitalistica si è sempre espansa attraverso l'alternanza di due fasi: una fase di espansione materiale - in cui una crescente massa di capitale monetario è canalizzata nel commercio e nella produzione - e una fase di espansione finanziaria, in cui una crescente massa di capitale è riconvertita nella sua forma monetaria e veicolata verso il sistema creditizio e le speculazioni. Come Fernand Braudel rimarcava nell'indicare la ricorrenza di questo modello nei secoli XVI, XVIII e XIX, "ogni sviluppo capitalistico di questo genere sembra, con il raggiungimento della fase di espansione finanziaria, aver in qualche senso annunciato la sua maturità: era un segno dell'autunno" (Braudel 1984:246).
Mentre Braudel scriveva, la grande espansione del commercio mondiale e della produzione degli anni '50 e '60 - la cosiddetta "età d'oro del capitalismo" - stava iniziando, annunciando la propria maturità attraverso la svolta verso l'espansione finanziaria degli anni '70 e '80. Negli anni '70, l'espansione delle attività finanziarie era associata con - e per molti versi contribuì a - un'espansione dei flussi di capitale da paesi ad alto reddito verso paesi a basso reddito. Negli anni '80, le operazioni creditizie internazionali continuarono a crescere esponenzialmente - lo stock dei prestiti bancari internazionali tra il 1980 e il 1991 aumentava dal 4% del GDP di tutti i paesi dell'OECD al 44%. Ma i flussi di capitale dai paesi ad alto reddito verso i paesi a basso reddito, dopo una netta contrazione nei primi anni '80, iniziarono una ripresa solo verso la fine del decennio (The Economist, "World Economic Survey", Sept. 19, 1992:6-9; 14-17). In altri termini, la destinazione definitiva e privilegiata del capitale reinvestito dal commercio e dalla produzione e convogliato verso investimenti strategici non è stata quella dei paesi a basso reddito, bensì la "dimora invisibile" della speculazione finanziaria che connetteva l'uno all'altro i paesi ad alto reddito. Fu questa crescita del capitale mobile e non la rilocalizzazione che negli anni '80 precipitò la crisi del lavoro mondiale.

D'altra parte, come già accennato, questa crisi non può essere ricostruita per dimostrare che il movimento operaio mondiale della prima metà del XX secolo fallì nei suoi obiettivi, o che il capitalismo mondiale può indefinitivamente superare i suoi limiti e le sue contraddizioni. Le potenti organizzazioni della classe operaia, i sindacati e i partiti socialdemocratici e comunisti si costituirono nella prima metà del ventesimo secolo come organizzazioni chiave della società mondiale in una situazione quasi ininterrotta di guerra o di preparazione di guerra fra gli stati capitalistici. La rivoluzione e l'instaurazione dei regimi comunisti come potenza della politica mondiale, prima in Russia e poi in Cina, fu un risultato diretto delle devastazioni delle due guerre mondiali. Ma anche nei paesi del centro, il più grande ciclo di lotte di classe si verificò verso la fine e immediatamente dopo le due guerre mondiali (Silver, 1977:158-73).
L'ordine mondiale statunitense della Guerra Fredda, e la grande espansione del commercio mondiale che si realizzò sotto gli auspici di tale ordine, furono interamente modellati da questo comune avanzamento delle organizzazioni operaie nei paesi centrali e della rivoluzione comunista nei paesi semiperiferici e periferici. Dalla fine della seconda guerra mondiale, questo comune processo fu largamente percepito come una minaccia fondamentale per la stessa sopravvivenza del capitalismo mondiale; per cui si riteneva che se non fosse stato contenuto o, eventualmente, ribaltato, la sola questione che sembrava rimanere aperta fosse non se il capitalismo mondiale sarebbe sopravvissuto, ma attraverso quale combinazione di riforme e rivoluzioni sarebbe morto. L'"invenzione" da parte degli USA della guerra fredda è stata essenzialmente una risposta a questa situazione di emergenza del capitalismo mondiale.
Sotto l'ordine della guerra fredda, gli avanzamenti del movimento operaio mondiale della prima metà del XX secolo furono realmente contenuti e in alcuni casi rovesciati - ma solo attraverso la realizzazione, sia pur parziale, dei suoi stessi obiettivi. In altri termini, gli stati capitalistici centrali dovettero far propri gli obiettivi di sicurezza lavorativa (piena occupazione) e di benessere (consumi di massa) della classe operaia; mentre agli stati coloniali fu concessa la sovranità giuridica. Insieme ad altri stati semiperiferici e periferici, questi furono anche incoraggiati a perseguire modernizzazione e "sviluppo", così da essere capaci, in un più o meno distante futuro, di fornire alle proprie classi operaie la sicurezza e il benessere che per il momento solo i lavoratori degli stati centrali potevano godere.
Senza dubbio, la ricerca del benessere per i lavoratori centrali e lo "sviluppo" per quelli non-centrali divennero obiettivi delle politiche di governo soprattutto in quanto strumenti della crociata anticomunista. Per questo, vennero incassati (embedded) in un sistema di alleanze militari centrato sugli Stati Uniti e in una corsa agli armamenti fra USA e URSS che non aveva precedenti. Ma la Guerra Fredda fra le due superpotenze rimase "fredda" e divenne la base per una fondamentale riorganizzazione del capitalismo mondiale, designata ad assicurare una pace duratura fra le sue varie componenti nazionali.

L'importanza di questa riorganizzazione è cruciale. Dacché il presidente Wilson aveva risposto all'appello di Lenin per la rivoluzione mondiale con i suoi Quattordici Punti (Barraclough, 1967:127), la più illuminata fazione della classe dominante statunitense aveva implicitamente condiviso con Lenin l'idea che la più grande minaccia al capitalismo mondiale veniva dalla guerra tra stati per le colonie e i confini territoriali. Non sorprende, quindi, che una volta che la Seconda Guerra mondiale aveva confermato le speranze di Lenin e la paura di Wilson, il governo degli Stati Uniti sfruttò abilmente lo spettro della rivoluzione comunista per indurre i governi dell'Europa occidentale a rinunciare al colonialismo, entrare in una cooperazione militare di lungo termine con gli Stati Uniti, e integrare le loro economie nazionali in un singolo mercato comune di dimensioni continentali. Così facendo, gli Stati Uniti crearono nell'Europa occidentale e in quello che era stato il mondo coloniale nuove arene di espansione vantaggiosa per il grande capitale societario (corporate capital) statunitense. Ma crearono anche strutture durature di cooperazione politica ed economica fra gli stati dell'Europa occidentale, minando così la loro propensione e capacità di ingaggiare una guerra reciproca.
La realizzazione della riorganizzazione, guidata dagli USA, del capitalismo mondiale andò ben oltre le più rosee aspettative dei suoi stessi promotori. Gli anni '50 e '60, nelle parole di Thomas McCormick, furono "il periodo più sostenuto e vantaggioso di crescita economica nella storia del capitalismo mondiale" (McCormick, 1989: 99). La rivoluzione comunista continuò ad avanzare - a Cuba, in Indocina e in Africa - non solo in paesi periferici. Di più, i due centri originari della rivoluzione comunista svilupparono un antagonismo reciproco che rese più facile agli Stati Uniti e ai suoi alleati giocare uno contro l'altro. E mentre la rivoluzione comunista era periferalizzata o addomesticata, il conflitto operaio nei paesi centrali veniva progressivamente routinizzato; e dopo un breve risveglio verso la fine degli anni 60, iniziò a declinare precipitosamente.
Tuttavia, nessun sforzo di immaginazione può interpretare questa miracolosa ripresa del capitalismo come un fallimento del movimento operaio mondiale, e ancora meno come una duratura soluzione delle contraddizioni del capitalismo. Al contrario, la ripresa del capitalismo mondiale fu principalmente fondata non sulla negazione, ma sulla parziale realizzazione, da parte dello stesso capitalismo, degli obiettivi del movimento operaio mondiale dei cinquant'anni precedenti. Questo compromesso dimostra la straordinaria adattabilità del capitalismo mondiale. Ma l'inizio di una nuova espansione finanziaria, intorno al 1970, mostra che questa adattabilità ha dei limiti, e che l'approssimarsi di questi limiti riporta all'emergere, in vecchie e nuove forme, della tendenza del capitalismo alle crisi.

Fasi di espansione finanziaria: analogie e anomalie della fase attuale
Le espansioni finanziarie sono momenti di crisi e di ristrutturazione dell'economia-mondo capitalistica. Come in tutte le espansioni finanziarie dei precedenti secoli, la forza trainante dell'attuale trasferimento del capitale dalla compra-vendita di merci (compreso lavoro salariato, impianti e attrezzature) verso la speculazione e il sistema creditizio è stata l'intensificazione della concorrenza intercapitalista, conseguenza, a sua volta, della precedente espansione del commercio e della produzione. Questa tesi è già stata ampiamente discussa e documentata (Arrighi, 1994). Nella misura in cui vecchie e nuove imprese investivano una massa crescente di capitale nell'acquisto e nella vendita di merci, esse riducevano i margini di profitto nei loro rispettivi rami commerciali. E quando un crescente numero di imprese tentavano di opporsi alla riduzione dei rendimenti attraverso la diversificazione della localizzazione e dei rami di attività, essi invadevano le nicchie di mercato degli altri, intensificando così ulteriormente le pressioni concorrenziali e l'incertezza in tutti i settori del commercio e della produzione.
In queste circostanze, è naturale che una crescente massa di capitale venga sottratta al commercio e alla produzione, e mantenuta in forma liquida per evitare i rischi e le difficoltà di investimento in una situazione economica accentuatamente competitiva e incerta. Questa ingente e crescente massa di capitale eccedente - vale a dire capitale che non può essere redditivamente reinvestito nell'acquisto e nella vendita di merci - crea, di per sè, tutti i tipi di opportunità remunerative per intermediari finanziari nella speculazione e nel sistema creditizio. Storicamente, tuttavia, il pieno rigoglio delle espansioni finanziarie è sempre stato associato ad una intensificazione della concorrenza interstatale, messa in atto per accaparrarsi il capitale mobile sottratto al commercio e alla produzione. Man mano che aumentava la competizione sui mercati delle merci, i governi tendevano a entrare nella lotta e a rivaleggiare l'uno l'altro per il capitale necessario a sopraffare i rivali, soprattutto, anche se non esclusivamente, attraverso una escalation nella corsa agli armamenti. A sua volta, questa concorrenza moltipicava le opportunità di profitto derivanti dagli investimenti del capitale eccedente nella speculazione e nel sistema creditizio.

Questo modello può chiaramente essere rinvenuto sia nelle passate espansioni finanziarie sia in quella attuale. Durante tutti gli anni Settanta, il capitale eccedente fu canalizzato in direzioni tali - prestiti ai paesi semiperiferici e periferici e speculazioni sul mercato monetario - da incrementare ulteriormente le pressioni competitive, nonché l'incertezza nel commercio e nella produzione mondiali, senza per questo aumentare il tasso di redditività dei mercati finanziari. La profusione di credito abbondante e a basso costo incoraggiò i paesi periferici e semiperiferici ad accelerare i loro sforzi di industrializzazione e modernizzazione e, quindi, a competere su mercati e risorse (soprattutto petrolio) che erano precedentemente stati riserva dei paesi centrali. La speculazione nei mercati monetari, a sua volta, erose e quindi distrusse il sistema dei cambi fissi, che aveva contribuito alla stabilità delle condizioni economiche mondiali negli anni Cinquanta e Sessanta. Questo ulteriore aumento dell'incertezza e delle pressioni concorrenziali rafforzò la tendenza del capitale ad allontanarsi dal commercio e dalla produzione, allargando così la sperequazione fra una offerta in rapida espansione e una domanda stagnante di capitale eccedente; e ciò contrasse i rendimenti dei mercati finanziari[1].
Fu solo dopo il 1979 che il governo statunitense, prima sotto il Presidente Carter e quindi con più grande determinazione sotto il Presidente Reagan, prese una serie di misure che crearono condizioni di domanda largamente favorevoli all'espansione finanziaria in corso. Tali misure furono prese nel contesto di una più vasta intensificazione della guerra ideologica e della corsa agli armamenti con l'Unione Sovietica - quella che Fred Holliday ha definito Seconda Guerra Fredda. Rispondendo alla caduta del potere e del prestigio degli stati Uniti, derivante dalla sconfitta militare in Indocina e dall'insuccesso diplomatico in Iran, il governo statunitense venne in soccorso a un dollaro indebolito, inducendo aggressivamente un aumento dei tassi di interesse (reali) sui mercati finanziari mondiali. E quindi utilizzò il credito apparentemente illimitato che aveva così acquisito per intensificare la corsa agli armamenti ben oltre quello che l'Unione Sovietica poteva permettersi, e per tagliare, simultaneamente, le tasse, al fine di ottenere il sostegno elettorale per la nuova crociata anti-comunista. Il risultato fu un aumento di portata storica del debito nazionale statunitense, capace di fornire al capitale eccedente interno e estero uno sbocco più sicuro e remunerativo di quello che si era venuto a creare dall'inizio dell'espansione finanziaria[2].
L'intensificazione della lotta per il potere interstatale giocò quindi un ruolo cruciale a sostegno dell'attuale espansione finanziaria, così come era successo nel passato. Ora, come vedremo, per questo e altri aspetti, la dinamica dell'espansione finanziaria attuale differisce significativamente dalle esperienze passate. Prima, però, di affrontare queste differenze dobbiamo occuparci di altre due analogie che riguardano direttamente il nostro sforzo di comprendere la logica dell'attuale ristrutturazione del capitale mondiale.

Entrambe le analogie fanno riferimento al fatto che tutte le passate espansioni finanziarie non sono state solo il "segnale dell'autunno" di una fase di espansione materiale dell'economia-mondo capitalistica. L'intensificazione della competizione intercapitalistica, che costituisce il fondamento dell'espansione finanziaria, determinò anche cambiamenti epocali nella configurazione spaziale e nella struttura organizzativa dei processi di accumulazione su scala globale - mutamenti che preparavano il terreno per, e a tempo debito si tradussero in, una nuova fase di espansione del commercio e della produzione mondiali. I cambiamenti epocali di questo tipo hanno sempre impiegato lunghi periodi di tempo per realizzarsi - regolarmente più di mezzo secolo dall'avvio delle espansioni finanziarie. Inizialmente, il precedente centro dominante ebbe sempre i mezzi per volgere a proprio vantaggio l'intensificazione della concorrenza intercapitalistica. Come afferma Halford MacKinder nel 1899, commentando il relativo declino della Gran Bretagna nella competizione industriale, "siamo noi [i britannici] in fondo a disporre di capitale e coloro che hanno capitale si avvantaggiano sempre dell'attività dei cervelli e dei muscoli degli altri paesi" (citato in Hugill, 1993: 305).
Con il tempo, tuttavia, anche "la più grande proprietà di capitale" non aiutò i centri precedentemente dominanti nel sostenere i costi e nel cotrobilanciare la disgregazione prodotta dalla lotta concorrenziale in via di intensificazione, i cui benefici andarono proporzionalmente a vantaggio dei nuovi centri emergenti. Fu così che il pesante indebitamento britannico nei confronti degli Sati Uniti durante la Prima Guerra Mondiale iniziò quel cambiamento di guardia fra i due paesi nelle vette dominanti dell'economia-mondo capitalista, trasferimento che fu completato quando, durante la Seconda Guerra Mondiale, il suo indebitamento divenne ancora maggiore. Sebbene il parallelismo non dovrebbe essere spinto più in là, qualcosa di simile sembra essersi verificato negli anni ottanta. Per i suoi risultati spettacolari nel reflazionare l'economia statunitense e nel portare alla bancarotta l'Unione Sovietica, l'inflazione storica del debito nazionale statunitense durante la Seconda Guerra Fredda può aver spinto gli Stati Uniti verso una china analoga a quello percorsa dalla Gran Bretagna. Come nota Kevin Philips, "dopo essere stati il maggiore paese debitore del mondo, gli Stati Uniti avevano contratto prestiti all'estero in tale quantità - come già l'inghilterra nel periodo 1914-45 - da divenire il maggior paese debitore del mondo" (Philips, 1993: 220).
Ugualmente importante, il declino della supremazia finanziaria statunitense è stato accompagnato dalla spettacolare ascesa della regione dell'Asia Orientale, non solo come maggiore "contenitore della liquidità mondiale", ma anche come "officina del mondo". La vittoria della Gran Bretagna in entrambe le guerre mondiali, lungi dal rallentare, accelerò la sostituzione in corso del centro geo-politico dei processi di accumulazione del capitale su scala mondiale dall'Europa Nord-Occidentale al Nord-America. Non dovrebbe quindi sorprendere se, retrospettivamente, risulterà che la vittoria degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale abbia segnato un uguale spostamento dall'America del Nord all'Asia Orientale.

Che questo potrebbe essere accaduto è suggerito da un'altra analogia fra la presente e le passate espansioni finanziarie. Come hanno sottolineato i teorici dell'"informalizzazione" e della "specializzazione flessibile", il relativo declino del potere economico statunitense dal 1970 è stato associato ad un'importante inversione nella spinta organizzativa del capitalismo rispetto ai secoli precedenti. Nelle parole di Manuel Castells e Alejandro Portes,

Le grandi corporations, con la loro struttura verticale nazionale e la separazione funzionale fra staff e line, non appare più come la fase finale della necessaria evoluzione verso una gestione razionale d'impresa. Le attività economiche interconnesse, le reti di impresa e i gruppi integrati di lavoratori sembrano configurare un nuovo modello emergente di produzione e distribuzione (1989: 29-30).

Nella stessa direzione, Michael Piore e Charles Sable hanno dimostrato che

le tecnologie e le procedure operative di molte corporations moderne; le forme di controllo del mercato del lavoro difese da molti movimenti operai; gli strumenti di controllo macroeconomico sviluppati da funzionari e economisti nei welfare states; e le regole dei sistemi monetario e commerciale internazionali, costituiti immediatamente dopo la seconda guerra mondiale - tutto ciò deve essere modificato, o abbandonato completamente se si vuole che le malattie economiche croniche del nostro secolo vengano curate (1984: 4-5).

Tutti questi capovolgimenti della principale spinta organizzativa del capitalismo mondiale non sono una novità della fine del ventesimo secolo. Quasi 80 anni fa, Henri Pirenne osservava la forte regolarità con cui fasi di "libertà economica" e fasi di "regolamentazione economica" si alternavano nella storia del capitalismo europeo. Egli notava infatti che ciascuna oscillazione dell'organizzazione capitalistica in una data direzione, egli notava, suscitava un movimento nella direzione opposta, movimento che diventava dominante nel successivo stadio dello sviluppo capitalistico. L'oscillazione verso la "libertà economica" del XVI secolo spinse in direzione della "regolamentazione economica" dei secoli XVII e XVIII. Questo, a sua volta, condusse verso la "libertà economica" del XIX secolo, che portò alla "regolamentazione economica" del XX secolo (Pirenne, 1953: 515-516).
Tutte queste tendenze opposte nella dinamica organizzativa del capitalismo sono sopraggiunte in periodi di espansione finanziaria, e erano strettamente associate alle trasformazioni nella configurazione spaziale dei processi di accumulazione de capitale precedentemente discussi. Il susseguirsi delle spinte di "deregolamentazione" e di "regolamentazione", sottolineato da Pirenne, non è che un aspetto di questi ricorrenti spostamenti. Altri ed ugualmente rilevanti aspetti vengono colti da antinomie quali "informalizzazione contro formalizzazione", "specializzazione flessibile contro specializzazione rigida", "accumulazione estensiva contro accumulazione intensiva" (Arrighi, 1994: 127-74, 239-300).
Come i teorici dell'informalizzazione e della specializzazione flessibile hanno sottolineato, esistono considerevoli evidenze di un crescente ribaltamento della tendenza del secolo scorso che andava verso strutture governative e imprenditoriali formalmente organizzate e rigidamente specializzate. Ma non tutte le regioni dell'economia-mondo hanno eguali possibilità in questa lotta per beneficiare, invece di perdere, dall'emergente tendenza verso l'informalizzazione e la specializzazione flessibile. Dopo 600 anni in cui i "doni" della storia e della geografia fecero dell'Occidente la principale sede del capitalismo mondiale, sembra ora che la(e) civiltà(e) dell'Asia Orientale si trovino in una posizione migliore per avvantaggiarsi di quest'ultima svolta nella spinta organizzativa del capitalismo mondiale (cfr. Hamilton, 198-89; Arrighi 1994: Epilogo).
Questa è una prima importante differenza fra la presente e le passate espansioni finanziarie. Durante queste ultime, il centro geo-politico dei processi di accumulazione di capitale si spostò da una regione all'altra del mondo Occidentale. Durante l'attuale espansione finanziaria, al contrario, il centro sembra trasferirsi verso una regione non-Occidentale del mondo.

Ugualmente importante, questa recente dislocazione del centro geo-politico dei processi di accumulazione del capitale su scala mondiale è anomalo per altri aspetti. Nel passato, gli spostamenti di questo genere erano associati alla formazione, al vertice della nuova struttura di dominio dell'economia-mondo capitalistica, di un complesso di organizzazioni governative e imprenditoriali che era più potente, sia militarmente che finanziariamente, del precedente complesso dominante: quello Statunitense nei confronti del complesso Britannico, quest'ultimo rispetto a quello Olandese, il complesso Olandese relativamente alle organizzazioni governative e imprenditoriali delle città-stato italiane. In altre parole, le passate espansioni finanziarie e le sottostanti lotte concorrenziali si tradussero in una crescente e potente fusione di potere militare e finanziario mondiale, che si andava concentrando sotto il dominio organizzativo del centro egemonico emergente. L'espansione finanziaria attuale, invece, è risultata in una scissione dei due tipi di potere. Mentre il potere finanziario è concentrato in misura crescente nelle mani dell'Asia Orientale, il potere militare è più che mai concentrato nelle mani degli Stati Uniti.
Questa seconda anomalia dell'attuale espansione finanziaria è strettamente connessa ad una terza. Contrariamente a quanto accadde nel corso di tutte le espansioni finanziarie precedenti, l'intensificazione nella lotta per il potere interstatale degli anni Ottanta non volse in guerra aperta. Gli Stati Uniti "vinsero", attraverso strumenti finanziari, una guerra fredda che non avrebbero potuto vincere mediante mezzi militari e diplomatici: ma la Guerra Fredda rimase "fredda". Di certo, durante e dopo la Seconda Guerra Fredda, le guerre "calde" hanno proliferato in molte regioni semiperiferiche e periferiche dell'economia-mondo - nell'America Latina e i Caraibi, Africa, Europa sudorientale, Asia centrale, occidentale e meridionale - spesso con la partecipazione diretta e indiretta degli stati del centro. Nondimeno, anche dopo la fine della Guerra Fredda, le controversie reciproche che hanno posto invariabilmente gli stati capitalistici l'uno contro l'altro non hanno mostrato alcuna tendenza a degenerare in guerra aperta, come si verificò in tutte le precedenti espansioni finanziarie.

Queste anomalie dell'attuale espansione finanziaria possono essere interpretate come riflettenti un limite fondamentale della tendenza di lungo termine del capitalismo storico ad espandersi attraverso la formazione di organizzazioni politiche dotate di un potere militare maggiore dei loro precedessori. Storicamente, l'emergenza di queste potenti organizzazioni è stato il prodotto di guerre protratte e generalizzate fra stati capitalistici emergenti e declinanti. La logica tendenziale di questo processo sembra condurre alla realizzazione di un'organizzazione così potente da non essere militarmente sfidabile dai nuovi stati capitalistici emergenti. Il capitalismo mondiale sotto l'egemonia degli Stati Uniti può senz'altro essere giunto a questo limite nel determinare una tale concentrazione di potere militare nelle mani degli Stati Uniti e dei suoi più stretti alleati da fare dello stato di guerra (warfare) uno strumento obsoleto della competizione capitalistica.
Ciò non significa, naturalmente, che gli Stati Uniti non siano vulnerabili alle conseguenze di una lotta interstatale condotta con mezzi diversi dalla guerra, o che siano invulnerabili alla proliferazione di guerre locali nei paesi semiperiferici e periferici. Al contrario, il consolidamento durante la Seconda Guerra Fredda del quasi-monopolio statunitense sul potere militare globale - rispetto a quello meramente locale o regionale - ha lasciato un'eredità di costi fissi e disposizioni d'animo che frenano la capacità delle agenzie governative e imprenditoriali statunitensi di competere effettivamente in un sistema di scambi mondiale di scala, portata e densità senza precedenti. Questo è particolarmente vero rispetto alle agenzie governative e imprenditoriali di regioni come l'Asia Orientale, che i "doni" della storia e della geografia hanno dotato di bassi costi di protezione e di riproduzione. Paradossalmente, allora, il potere militare senza precedenti storici che è stato accumulato nelle mani degli Stati Uniti non può prevenire, anzi può in realtà contribuire a favorire la "migrazione" verso il Pacifico del centro geo-politico dei processi di accumulazione di capitale su scala mondiale.

Possibili trasformazioni del movimento operaio
Ritorniamo ora alla questione riguardante le trasformazioni delle condizioni entro cui si possono dare le lotte della classe operaia a fronte della ristrutturazione e riorganizzazione dell'economia-mondo capitalista. Il movimento operaio mondiale del ventesimo secolo si era sviluppato in risposta alla crisi del capitalismo mondiale, nella forma che aveva assunto sotto l'egemonia britannica. Quali sono le possibilità che l'"autunno" del capitalismo mondiale costituitosi sotto l'egemonia statunitense produca un movimento operaio mondiale tanto efficace quanto quello precedente? E quale sarà la sua configurazione?
Una prima risposta a queste questioni è che è ancora troppo presto per dirlo. I primi 25 anni dell'espansione finanziaria della fine del XIX secolo furono caratterizzati da un'estrema instabilità delle organizzazioni della classe operaia, e da molte più sconfitte che vittorie per la classe operaia nella maggior parte dei paesi. Furono necessari ancora 25 anni perché i profili ideologici e organizzativi del movimento operaio mondiale iniziassero a definirsi e a rendersi riconoscibili; e trascorsero ancora 25 anni prima che il movimento diventasse abbastanza potente da imporre alcuni dei suoi obiettivi al capitalismo mondiale (Arrighi, 1990:24-47). Non c'è naturalmente ragione di supporre che il movimento operaio mondiale del ventunesimo secolo si svilupperà con lo stesso ritmo e lungo la stessa traiettoria di quello precedente. Ma se ciò stesse realmente accadendo, quale sarà la forma che andrà assumendo e quale efficacia avrà sono questioni che non possono essere stabilite sulla base delle tendenze degli ultimi, o anche dei prossimi, dieci o venti anni.
Non è, tuttavia, troppo presto per affermare che le condizioni entro cui i lavoratori del mondo costruiranno la propria storia nel ventunesimo secolo saranno radicalmente diverse da quelle dei secoli passati. Senza dubbio, l'attuale espansione finanziaria, nello stesso modo di quella precedente, segna l'inizio di una transizione del capitalismo mondiale da un nuovo tipo di configurazione spaziale e di struttura organizzativa. Ma ogni transizione ha proprie peculiarità, e ciò implica che le condizioni di lotta della classe operaia sono differenti da quelle che si sono avute nella precedente transizione.

Una prima differenza riguarda la trasformazione in atto della configurazione spaziale dell'economia-mondo capitalista, che ci si può aspettare sposti l'epicentro delle lotte della classe operaia verso i paesi semiperiferici e periferici, in particolare verso l'Asia Orientale. Abbiamo già sottolineato come l'idea secondo cui il movimento operaio mondiale sia stato indebolito dalla massiccia rilocalizzazione delle attività produttive dai paesi a alto reddito verso i paesi a basso e medio reddito non sia altro che una leggenda. Se questa massiccia rilocalizzazione si fosse realmente verificata, il movimento operaio mondiale sarebbe già stato rivitalizzato. La ragione fondamentale del perché questo non si è dato è che negli anni Ottanta la destinazione prevalente dell'esportazione di capitale non sono stati i paesi a basso e medio reddito, bensì i mercati finanziari extraterritoriali.
L'eccezione principale di questa tendenza generale ha riguardato l'Asia Orientale, dove l'espansione finanziaria è stata accompagnata da una rapida crescita del commercio e della produzione. Se tale tendenza dovesse continuare, possono esserci pochi dubbi sul fatto che questa regione, Cina inclusa, vedrà la formazione di un vigoroso movimento operaio. E nella misura in cui l'espansione materiale dell'economia regionale dell'Asia Orientale svilupperà sufficiente slancio per tradursi in una nuova espansione materiale dell'intera economia-mondo, si dà l'opportunità perché questo vigoroso movimento operaio diventi di portata globale.

Una seconda differenza è data dal rovesciamento del trend di questo secolo verso strutture governative e imprenditoriali formalmente organizzate e rigidamente specializzate, e ci si può aspettare che ciò cambi anche la forma del movimento operaio mondiale. La crescente burocratizzazione del capitale dopo il 1870 aveva creato condizioni favorevoli anche per la burocratizzazione del movimento operaio. E' del tutto possibile che l'inversione di questa tendenza produrrà le condizioni per la rinascita, in forme interamente nuove, di strutture organizzative più flessibili ed informali, tipiche del movimento operaio del XIX secolo.
Se e quando questa rinascita avverrà, dovremmo anche aspettarci un più importante cambiamento nella composizione etnica, razziale e di genere del movimento operaio mondiale. La correlata burocratizzazione sia del capitale sia lavoro nel XX secolo aveva avvantaggiato principalmente la componente centrale bianca e maschile della forza lavoro mondiale. Quando lavoro e mercato furono "internalizzati" nella struttura burocratica del capitale centrale[3], e quando la "piena occupazione" e gli elevati consumi di massa furono assunti dai governi dei paesi capitalisti centrali quali propri obiettivi, i lavoratori bianchi maschi riuscirono a monopolizzare i salari migliori e gli impieghi più sicuri. Ma l'intensificazione della competitività intercapitalista, a partire dal 1970, ha indotto il capitale a cercare bacini di lavoro più flessibile e a minor costo non solo in paesi a basso e medio reddito, ma anche fra donne e maschi non-bianchi di tutti i paesi. Nel breve periodo, l'impatto principale di questa tendenza è stato quello di accrescere la "paura del crollo" dei lavoratori bianchi maschi nei paesi centrali. Nel lungo periodo, tuttavia, il suo maggiore effetto può, ragionevolmente, essere l'emergenza di un movimento operaio mondiale in cui donne e gente di colore avranno un peso maggiore ed un'influenza di gran lunga più grande di quello avuto in passato.

Infine, è possibile aspettarsi che l'obsolescenza dell'uso della guerra interstatale quale strumento della concorrenza capitalistica indebolisca l'orientamento nazionalista e statalista del movimento operaio mondiale. Come abbiamo già notato, il movimento operaio mondiale si sviluppò in condizioni di guerra quasi ininterrotta, o di preparazione della guerra, fra stati capitalistici. In queste circostanze, il potere militare degli stati poté essere presentato dalla classe dominante ed essere percepito dalle classi subordinate (inclusi i lavoratori) come un ingrediente chiave della ricchezza e della prosperità nazionale. Come risultato, nel ventesimo secolo il nazionalismo diventò quasi dovunque una componente integrante dei movimenti operai, e la lotta di classe divenne inestricabilmente legata alla lotta per il potere intestatale.
Nella misura in cui l'obsolescenza della guerra interstatale, quale strumento della concorrenza capitalistica, verrà confermata dalle future tendenze, la lotta di classe verrà progressivamente svincolata dalla concorrenza per il potere interstatale. Non c'è naturalmente alcuna garanzia che questo sganciamento si traduca in una disposizione internazionalista piuttosto che "tribalista" dei lavoratori del mondo. L'invenzione di nuove - o il consolidamento di vecchie - "comunità immaginate" lungo linee etniche o religiose è senza dubbio una più facile risposta all'intensificazione della competizione nel mercato mondiale e ai tracolli degli stati, piuttosto che la formazione di una solidarietà di classe oltre i confini o le divisioni culturali. Come mostra tragicamente l'esperienza dell'ex Yugoslavia la risposta più facile può essere una cura peggiore della malattia.
Le milizie croate e serbe possono allora prefigurare la forma predominante di organizzazione proletaria del ventunesimo secolo. Ma esiste almento una eguale possibilità che la forma predominante possa essere prefigurata dal tipo di cooperazione di classe che si va lentamente e autonomamente organizzandosi dal basso al di sopra dei confini, fra Stati Uniti e Messico. In definitiva, se il vento dell'internazionalismo, per ora debole, prevarrà sul vento del "tribalismo", sta nelle mani degli stessi lavoratori del mondo.

 

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