La crisi nel cuore dell'imperialismo dominante
Molti economisti che lavorano per banche francesi hanno notato che la
recessione che ha investito gli Stati Uniti molti mesi prima dell'11 settembre
1971 presenta alcune delle forme delle crisi analizzate da Marx [1]. La sovraccumulazione del capitale
industriale [2] si è
prodotta nell'euforia della new economy, è stata sostenuta
da un formidabile rialzo del credito e dell'indebitamento che hanno alimentato
al tempo stesso l'investimento delle imprese e il consumo delle famiglie.
La sovraccumulazione del capitale si è tradotta in un abbassamento
del tasso di rendimento del capitale investito nella produzione.
Tuttavia, Marx riteneva che le crisi che analizzava non fossero semplicemente
un "punto basso" entro una evoluzione ciclica del capitalismo.
Esse riflettevano l'impasse di un modo di produzione la cui perpetuazione
non poteva che condurre l'umanità alla catastrofe. La globalizzazione
del capitale non ha come conseguenza un'espansione del capitalismo intesa
come allargamento della riproduzione delle ricchezze su scala planetaria,
ma una crescita delle predazioni operate dal capitale, i cui "diritti
di proprietà" (su attivi finanziari) gli permettono di percepire
redditi finanziari appropriandosi il processo del vivente. "Non
si produce troppa sussistenza in proporzione alla popolazione esistente.
Se ne produce troppo poca per soddisfare decentemente e umanamente la massa
della popolazione" [3].
E' questa contraddizione ad essere stata portata dalla globalizzazione del
capitale a un livello mai raggiunto, distruggendo la maggior parte dei paesi
dell'Africa e trascinando nella crisi, nel corso degli anni novanta, i paesi
"emergenti" dell'Asia e dell'America latina. E' questa contraddizione
a manifestarsi oggi negli Stati Uniti; per essere superata, richiederà
un insieme di misure che non colpiranno solo i salariati americani, ma minacciano
le condizioni di riproduzione e, per frazioni importanti, l'esistenza stessa
delle classi sociali sfruttate e delle popolazioni oppresse.
Si chiude un ciclo di due decenni
E' necessario rimettere in prospettiva la situazione attualke dell'economia
americana. In seguito alla crisi economica scoppiata nel 1973, il decennio
ottanta è stato caratterizzato da un cambiamento radicale dei rapporti
di forza tra capitale e lavoro. Il capitale, schierato sulle politiche neoliberali,
ha imposto un notevole aumento del tasso di sfruttamento della manodopera,
grazie a tassi di sfruttamento elevati e a uno sviluppo della flessibilità
e della precarizzazione, soprattutto dei giovani. Nei paesi dell'Unione
Europea (non soltanto nella Gran Bretagna) diretti da governi di "destra"
o di "sinistra" si è visto il ritorno di flagelli che ricordavano
quelli degli anni trenta (mense dei poveri, senza tetto, malattie da carenze
alimentari o da mancanza di mezzi per andare dal medico o dal dentista).
Il decennio ottanta mostrava già il costo, per gli sfruttati, del
mantenimento del dominio del capitale.
La caduta dei regimi burocratici dell'URSS e dei paesi dell'Europa centrale
e orientale all'inizio del decennio novanta si è verificata nel momento
in cui le economie degli Stati Uniti e dell'Unione Europea si trovavano
di fronte a una recessione più grave. Negli Stati Uniti, tale recessione
era stata aggravata dal crollo borsistico dell'ottobre 1987 (nel corso del
quale il valore delle azioni di Wall Street era calato più che nel
"giovedì nero" del 1929) e dal fallimento delle casse di
risparmio (Saving&Loans) il cui salvataggio costò 150 miliardi
di dollari pagati dai contribuenti americani. Paragonato a tale somma, il
costo del salvataggio del Crédit Lyonnais sembra quasi modesto...
In quel momento, i fatti (deficit commerciali, indebitamento estero) e le
analisi concordavano: gli Stati Uniti uscivano dal decennio ottanta in una
posizione economica nettamente deteriorata rispetto ai concorrenti più
prossimi (Germania, Giappone). La recessione iniziata nel 1989 non era terminata
quando la guerra contro l'Irak fu decisa da G. Bush. Questa decisione mirava
a confermare agli occhi di tutti, alleati europei compresi, che l'era della
spartizione del mondo con l'URSS era chiusa, che le regole (per esempio
rispetto all'ONU) erano cambiate. Era stata preparata da interventi militari
che cercavano di chiudere il capitolo della "sindrome vietnamita"
e che nel corso del decennio erano cresciuti di importanza (Grenada, 1983;
Libia 1986; Golfo Persico a sostegno di Saddam nella sua guerra contro l'Iran,
1986-87; Panama, 1989-90). Tappa superiore nella conferma della posizione
imperialista degli Stati Uniti, la guerra contro l'Irak segnalava che sarebbe
stata usata la forza armata per imporre ed estendere il dominio del capitale
americano.
Qualche mese dopo la fine della guerra, l'economia degli Stati Uniti a conosciuto
una forte crescita. Poi l'"esuberanza irrazionale" segnalata da
A. Greenspan, presidente della Federal Reserve nel 1996, non soltanto ha
colpito i "mercati finanziari", ma ha invaso il pensiero economico
dominante, che ha visto l'emergere di una "nuova economia" capace
di eliminare tutti i mali del capitalismo: sfruttamento, inflazione, crisi
e altro ancora. L'economia degli Stati Uniti ha chiaramente buone carte
da giocare sul piano interno, ma la forte crescita degli anni novanta si
spiega innanzitutto con la posizione assolutamente dominante che questo
paese occupa sul piano internazionale e con l'uso economico e militare che
di tale posizione fa. Il debito estero degli Stati Uniti è passato
dai 200 miliardi di dollari del 1990 ai 2700 miliardi del 1999.
I titoli del debito pubblico hanno nutrito l'attività dei mercati
finanziari americani e li hanno collocati, tenendo conto dello statuto degli
Stati Uniti, al centro dell'accumulazione del capitale finanziario alla
ricerca delle collocazioni meno rischiose su tutta la faccia del pianeta.
Ma ciò fa ugualmente delle piazze americane un luogo vulnerabile,
a causa dell'immenso edificio di crediti, di obbligazioni e di azioni che
è stato innalzato negli anni novanta. Il primo pilastro di questo
fragile edificio è rappresentato dai prestiti stranieri che finanziano
l'enorme debito estero. Ora, la sfiducia che subentra nel comportamento
dei creditori stranieri circa la capacità dell'economia americana
di superare la crisi attuale si somma alla crisi profonda che gli stessi
creditori stranieri [4], a cominciare
dai Giapponesi, a loro volta conoscono. Il secondo pilastro si basava sulla
creazione di credito da parte della Federal Reserve, istituzione centrale
del capitalismo americano contemporaneo. L'apertura di crediti a getto continuo
da parte della Banca centrale americana è stata la base su cui è
proliferato il capitale fittizio. La creazione di credito è stata
spesso usata per far fronte ai crolli borsistici anteriori (in particolare
quello dell'ottobre 1987) e ai fallimenti (casse di risparmio nel 1990-91,
fondi speculativi LTMC nel 1998 dopo la crisi asiatica). Ma oggi il livello
molto basso dei tassi d'interesse attualmente consentiti dalla Federal Reserve
(si sono alzati al 1,75% in media nel 2001 e 2002 [5])
non ha alcun effetto sull'economia, perché non è amplificato
dagli istituti di credito che, dopo gli affaire Enron, World Com
e gli altri, hanno al contrario chiuso il rubinetto del credito alle imprese
e hanno alzato il costo per tutti. Tutti sanno che di fatto negli Stati
Uniti la quasi totalità dei grandi gruppi può ritrovarsi nella
situazione di Enron o WorldCom. Inquietudini di ampiezza ancora maggiore
riguardano il possibile fallimento, secondo alcuni inevitabile, di due grandi
istituzioni di credito ipotecario [6],
tanto è alto il livello della loro partecipazione sui mercati derivati.
Il terzo pilastro, quello dei titoli emessi in borsa (obbligazioni, azioni)
che aveva permesso di finanziare la crescita delle società fondate
sulle tecnologie informatiche e della comunicazione (e altri settori) è
chiaramente in via di esaurimento sull'onda dei crolli borsistici degli
ultimi quindici mesi.
Il rilancio dell'economia attraverso l'aumento della spesa pubblica deciso
dall'amministrazione Bush rappresenta un tentativo per porre rimedio alla
recessione che colpisce l'economia americana prima dell'11 settembre 2001.
Il piano arriva ai 51 miliardi di dollari per l'anno 2002, di cui 35 miliardi
sono aiuti fiscali alle imprese per favorire l'investimento. Gli allegerimenti
fiscali destinati alle famiglie messi in opera o programmati riguardano
soprattutto i redditi alti (abbassamento delle aliquote, fine della doppia
imposizione sui dividendi, ecc.). Il 100% delle famiglie a reddito più
alto ne beneficia per il 31,3% mentre il 60% delle famiglie a reddito più
basso beneficia solo per il 16,5% delle riduzioni di imposta. In ogni caso,
il risultato più immediato è che alcuni anni di eccedenze
sul bilancio primario (cioè senza pagamento degli interessi sul debito),
che avevano portato alcuni ad annunciare il riassorbimento del debito pubblico
per la fine del decennio 200, hanno di nuovo lasciato il posto a un deficit
di 160 miliardi di dollari nel 2002 e probabilmente 200 miliardi di dollari
nel 2003. L'aumento esponenziale del debito pubblico sta per ripartire e
con esso le speranze del capitale finanziario.
La strategia di sicurezza nazionale: la nuova agenda
Il 17 settembre 2002, l'amministrazione Bush ha reso pubblico un documento
intitolato "La strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti
d'America". Questo documento rappresenta il punto di arrivo di una
evoluzione osservata fin dalla fine del decennio novanta. Ma la sua pubblicazione
dopo gli attentati dell'11 settembre e la guerra in Afghanistan, in un contesto
di recessione e di caduta incontrollata dei valori borsistici, ne ha fatto
il manifesto per l'azione degli anni a venire. Fin dal preambolo, il documento
del settembre 2002 adotta come bandiera "l'internazionalismo americano
[che trionfa dopo che] le visioni militanti di classe, di nazione,
di razza che avevano promesso l'utopia [sic!] e portato la miseria
sono state sconfitte e screditate" (pag. 1).
I commenti a questo documento hanno giustamente insistito sul diritto che
gli Stati Uniti si arrogano di scatenare guerre preventive ogni volta che
riterranno minacciati i propri interessi.
"La miglior difesa è l'attacco" (pag. 6) [7], "Gli Stati Uniti hanno mantenuto
da molto tempo l'opzione per azioni preventive [...] Per contrastare o impedire
atti ostili da parte dei nostri avversari, gli Stati Uniti agiranno, se
necessario, in modo preventivo" (pag. 13).
Ciò che è stato molto meno sottolineato riguarda la definizione
data agli "interessi" americani e alle azioni preventive. Le azioni
preventive condotte per far fronte alle minacce "del terrorismo
e del caos" (preambolo) hanno per obbiettivo la affermazione dei
"valori non negoziabili della dignità umana" (pag.
3). Tali valori sono "la pace, la democrazia, la libertà
dei mercati, il libero scambio" (preambolo). Il libero scambio
rappresenta ben più che una scelta di politica economica: "si
è sviluppato come un principio morale prima di diventare un pilastro
della scienza economica" (pag. 18). La sicurezza nazionale degli
Stati Uniti non può essere assicurata nel momento in cui questi principi,
tra cui il libero scambio, vengono messi in discussione, in qualsiasi parte
del mondo (pag. 17). L'inclusione di obbiettivi economici nell'"agenda"
della sicurezza nazionale non è nuova. C. Rice, consigliere alla
sicurezza nazionale di G. W. Bush e ispiratrice del documento pubblicato
nel settembre 2002, era già stata la tuttofare di un rapporto pubblicato
nel 1999 in cui le dimensioni economiche erano fortemente presenti [8]. Tre anni dopo la pubblicazione
di questo rapporto, l'istallazione degli Stati Uniti nel Caucaso grazie
alla guerra in Afghanistan e la preparazione della guerra in Irak confermano
l'importanza sempre più grande delle guerre al fine di difendere
gli interessi del capitalismo americano. Il documento pubblicato nel settembre
2002 sistematizza questo approccio. Un capitolo intero, intitolato "iniziare
una nuova era di crescita economica globale grazie ai mercati e al libero
scambio", oltre a numerosi riferimenti in altre parti del documento,
è dedicato alle poste in gioco economiche e finanziarie. Vi si ritrova
un programma economico che riprende le espressioni utilizzate dalle istituzioni
economiche internazionali. Per fare qualche esempio, il documento tratta
le politiche destinate a incoraggiare le iniziative imprenditoriali, le
politiche fiscali di bassi tassi, lo sviluppo di potenti mercati finanziari,
la creazione della Zona di libero scambio delle Americhe che sta per essere
varata, l'imposizione di accordi commerciali internazionali o bilaterali
e di leggi contro le pratiche commerciali ingiuste (pagg. 17-20) [9].
Questo documento mostra dunque tutta la portata strategica delle dichiarazioni
sulla "guerra senza limiti" lanciate da G. W. Bush all'indomani
dell'11 settembre 2001.
Il militarismo nel cuore dell'imperialismo
Attualità di R. Luxemburg
Come ricorda R. Luxemburg, "il militarismo ha una funzione determinata
nella storia del capitale. Accompagna tutte le fasi storiche dell'accumulazione"
[10]. La Luxemburg successivamente
svolge alcune tappe di questa storia, mostrando ciò che oggi chiameremmo
la "storicità" della relazione tra militarismo e capitale.
Il riferimento alla Luxemburg non è fortuito. La pertinenza delle
sue analisi dell'imperialismo e del ruolo che vi gioca la forza armata è
molto forte. Dopo aver definito "La fase imperialista dell'accumulazione
[come] fase della concorrenza mondiale del capitale", scrive che
tale fase "ha come teatro il mondo intero. Qui i metodi impiegati
sono la politica coloniale, il sistema dei prestiti internazionali, la politica
della sfera di interessi, la guerra. La violenza, la sopraffazione, lo sfruttamento
si dispiegano apertamente, senza maschera". E conclude: "La
teoria liberale borghese non vede che l'aspetto unico della 'concorrenza
pacifica', delle meraviglie della tecnica e del puro scambio di merci; separa
il dominio economico del capitale dall'altro aspetto, quello dei colpi di
forza considerati come incidenti più o meno fortuiti della politica
estera. In realtà, la violenza politica è anch'essa strumento
e veicolo del processo economico; lil dualismo degli aspetti dell'accumulazione
ricopre un unico fenomeno organico, generato dalle condizioni della riproduzione
capitalistica" [tomo 2, pag. 117].
Questa analisi è indispensabile se si vogliono comprendere i processi
di militarizzazione contemporanei che sono all'opera principalmente negli
Stati Uniti. Quella che la Luxemburg chiama "lotta all'economia naturale"
(cap. 27) non è conclusa, arriva al suo apice con l'appropriazione
dei processi del vivente da parte del capitale e la messa in pericolo delle
condizioni di riproduzione fisica delle classi e dei popoli sfruttati [11]. "Il prestito internazionale"
(cap. 30) rappresenta, da due decenni sotto la forma di pagamento di un
debito perpetuo, uno dei più importanti fattori della distruzione
economica e della tragedia sociale dei paesi dipendenti, compresi quelli
che vengono definiti emergenti.
Le guerre della globalizzazione del capitale
Occorre utilizzare le analisi di Rosa Luxemburg per capire come questo "dualismo
degli aspetti dell'accumulazione" (violenza politica e processi economici)
si ritrova nella traiettoria del capitalismo contemporaneo. Il dominio che
le istituzioni del capitale finanziario esercitano da vent'anni ha permesso
al capitale di concentrare la sua potenza contro il lavoro e offre alla
borghesia e alle classi agiate un arricchimento considerevole. Tuttavia,
né la notevole crescita del tasso di sfruttamento della mano d'opera
conseguente all'offensiva del capitale contro il lavoro organizzato attraverso
le politiche neoliberali, né l'apertura di nuovi mercati in URSS
e nei paesi dell'est hanno potuto dare al capitalismo una nuova giovinezza.
Su scala planetaria, l'estensione del capitale e dei rapporti di proprietà
su cui è basato - cioè in senso stretto l'estensione dello
spazio di riproduzione dei rapporti sociali - non ha prodotto in due decenni
un aumento durevole e significativo dell'accumulazione del capitale (riproduzione
allargata del valore creato). Al contrario, il dominio del capitale finanziario
esprime con forza i caratteri predatori del capitalismo.
In un contesto in cui la mondializzazione del capitale ha prodotto la miseria,
le guerre esterne alle metropoli imperialiste che conducono allo sterminio
di massa si sono moltiplicate. Queste guerre sono prodotte dalla globalizzazione
capitalistica e al tempo stesso ne sono diventate una componente. Il genocidio
in Rwanda non ha fermato lo sfruttamento del petrolio da parte dei gruppi
multinazionali, che hanno partecipato al finanziamento delle armate in guerra
[12]. Le risorse naturali razziate
dalle bande armate sono "riciclate" sui mercati internazinali
che forniscono così un finanziamento per il proseguimento di tali
razzie.
Gli Stati Uniti in guerra negli anni novanta
Prima di tornare alla situazione attuale, bisogna ricordare che il decennio
novanta è stato quello delle operazioni militari massicce e di guerra
da parte delle armate americane. La guerra contro l'Irak del 1991, gli interventi
delle forze armate americane nel mondo (che sono stati più numerosi
nel decennio novanta sotto l'amministrazione Clinton che in tutto il periodo
1945-90), la guerra contro la Serbia testimoniano che la guerra è
diventata un elemento del modo di funzionamento del capitalismo americano
degli anni novanta. Si collocano in un contesto in cui è evidente
l'incapacità del capitalismo di ritrovare la strada di una crescita
capace di ottenere, come negli anni del dopoguerra, una sorta di "compromesso
sociale".
La guerra contro la Serbia condotta nel 1999 ha segnato una nuova svolta
la cui relazione con le condizioni generali della riproduzione del capitale
è sottovalutata. A quella data, gli effetti della crisi del 1997
(crisi asiatica) si facevano sentire dappertutto, la possibilità
di una recessione negli Stati Uniti era seriamente evocata da quella minoranza
dei commentatori economici che non erano né acciecati dalla new
economy né compiacenti nei suoi confronti. La guerra contro la
Serbia, così come le prospettive di nuovi mercati nell'est e di significative
avanzate sulla "via del Caucaso" e le sue riserve petrolifere,
ebbero un effetto dopante sul "morale" di Wall Street e del Nasdaq.
Tenuto conto delle devastazioni prodotte dalla globalizzazione, la "comunità
finanziaria" ha capito, nel 1999, che la decisione del presidente Clinton
di aumentare in modo significativo il budget militare (+110 miliardi di
dollari nel periodo 1999-2003) apriva un ciclo di rialzo durevole delle
spese militari. Ciò ha fatto dei grandi gruppi dell'industria bellica
valori borsistici attraenti. Come ritorno, questi gruppi hanno consolidato
il loro potere di influenza nella società e nella politica statunitense.
Ma questi gruppi non sono stati i soli beneficiari. L'euforia di Wall Street
ha avuto un nuovo slancio con questa avanzata nell'Europa dell'est. I corsi
borsistici salirono al massimo mentre i "fondamentali", a cominciare
dal tasso di rendimento del capitale investito nella produzione, aveva continuato
a salire in modo continuo dal 1997. Il tasso di rendimento si collocava
nel 2001 allo stesso livello del 1984, quando l'economia americana era appena
uscita da una forte recessione. Tuttavia l'esuberanza di Wall Street non
era irrazionale: i versamenti di dividendi agli azionisti sono passati dal
4,5% del volume d'affari del 1995 al 5,7% del 2001, anno in cui i dividendi
distribuiti sono stati superiori ai profitti netti. Il risultato fu che
nel 1999 la grande maggioranza degli analisti concordava nel dire che l'economia
americana era così potente da essere "fuori dalla crisi".
E' evidente che gli Stati Uniti sono direttamente toccati dalla crisi economica
che dal 1997 ha toccato tutte le aree del pianeta. Il calo della borsa non
è più controllato, l'aggiornamento dei metodi di gestione,
di compatibilità, di auditing e di analisi finanziaria che
hanno permesso alla "comunità finanziaria" di imporre il
suo potere grazie alla deregulation mostra il carattere largamente
posticcio della new economy. Detto altrimenti, le contraddizioni
di cui il capitale è portatore non sono soppresse, ma amplificate
dalla globalizzazione e finiscono con l'esprimersi ugualmente negli Stati
Uniti, benché questo paese abbia tratto dalla sua posizione di imperialista
dominante più vantaggi rispetto ai suoi alleati/concorrenti economici.
Detto altrimenti, non esiste "capitalismo senza crisi in un solo paese"
più di quanto non sia esistito "socialismo in un solo paese".
Molte analisi economiche stimavano e speravano che nella primavera 2002
la recessione dell'economia americana fosse in via di risoluzione. Tutto
indica che queste speranze devono essere aggiornate. Sembra al contrario
che siano all'opera meccanismi cumulativi che potrebbero accelerare l'arrivo
di una crisi più grave. La loro potenza viene senza dubbio dal fatto
che la crisi dei mercati finanziari e l'impantanamento dei fattori fondamentali
della produzione e del consumo si rafforzano reciprocamente. Se questo pronostico
si conferma, maturano le condizioni per uno scontro di grande ampiezza tra
capitale e lavoro. Tutti sanno che se la crisi dovesse durare il tasso di
sfruttamento salirebbe considerevolmente [13].
L'arsenale delle misure utilizzate nell'ottobre 2002 da G. W. Bush per far
cedere i dockers della Costa ovest (minacce contro la sicurezza nazionale),
così come l'uso di tecnologie di controllo (assieme a minacce di
prigione) per verificare che non rallentassero il ritmo di lavoro dopo l'ingiunzione
dei tribunali, mostrano in che disposizione di spirito l'amministrazione
si prepari a grandi conflitti sociali. A ciò bisogna aggiungere le
conseguenze sociali delle massicce perdite dei fondi pensione per i pensionamenti
attuali e futuri di salariati. L'ultima consolazione viene dal fatto che
l'aumento dei prezzi immobiliari ha in parte compensato le perdite subite
in borsa [14]. La domanda che
tutti si pongono è: a quando il crack immobiliare?
Lo sviluppo dell'"economia di guerra"
Il momento scelto per la pubblicazione del documento che presenta "La
strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d'America" non
è dunque casuale. Gli Stati Uniti sono minacciati di essere l'epicentro
di una crisi mondiale. E' in questo contesto che gli Stati Uniti preparano
la guerra contro Saddam Hussein, che è di fatto una guerra per l'appropriazione
delle risorse petrolifere. Questo obbiettivo non è nemmeno più
nascosto dal vicepresidente Cheney, anch'egli figura dominante degli ambienti
politico-petrolieri americani. La preparazione di questa guerra rappresenta
un esperimento di più grande portata della dottrina della sicurezza
nazionale in cui militarismo ed economia sono fortemente intrecciati.
La preparazione della guerra contro l'Irak, decisa con un mandato del Congresso
che riunisce Repubblicani e Democratici, fa fare un passo ulteriore all'"economia
di guerra" che ha cominciato a essere costruita a tappe nel corso degli
anni novanta. Si appoggia su badget militari in forte crescita, ma anche,
nel quedro della "sicurezza interna" (Homeland Security)
sulle spese che gli Stati, le comunità locali, le imprese dedicheranno
alla "sicurezza" e il cui ammontare sorpassa il budget dell'equipaggiamento
militare (che alimenta le attività dei gruppi dell'industria bellica).
Gli obbiettivi assegnati alla "sicurezza interna" sono indissociabili
dalle misure per "criminalizzare" le resistenze degli sfruttati
e degli oppressi. La rivista The Economist ha pubblicato un articolo
intitolato "Per chi suona la campana della libertà"
[15]. L'articolo nota, nell'introduzione,
che "quasi dappertutto i governi [e il giornale si riferisce
in primo luogo a quelli delle "democrazie occidentali"] hanno
scelto l'11 settembre come un'opportunità per restringere le libertà
dei loro cittadini". Conclude che se le restrizioni non saranno
tolte a breve termine "le parole intelligenti di Mr Bush nel settembre
scorso non saranno servite altro che ad allargare per sempre le crepe della
campana della libertà".
Dal punto di vista macroeconomico, le spese militari rappresentano immensi
prelievi sulle ricchezze create dal lavoro. Non sono suscettibili di avviare
meccanismi di espansione economica durevoli, contrariamente alle analisi
del ruolo delle spese militari fatte dai keynesiani e da certi marxisti
[16] nel secondo dopoguerra.
La domanda pubblica, così come le spese delle imprese, dedicata alla
difesa e alla sicurezza fanno certamente prosperare i gruppi dell'industria
bellica al prezzo di un considerevole aggravio del debito pubblico americano.
Possono anche creare nei mercati finanziari degli Stati Uniti un "polo
d'attrazione" intorno a questi gruppi e alle industrie collegate e
risollevare provvisoriamente il "morale" alle istituzioni detentrici
di attivi finanziari.
Inoltre, tenendo conto del ruolo cruciale giocato dalle Teconologie dell'Informazione
e della Comunicazione (ICT) nella supremazia militare e nel controllo di
sicurezza, i gruppi dell'industria militare americani stanno conquistando
una posizione centrale nello sviluppo delle ICT, dominate dalle imprese
civili negli anni novanta. Il crollo borsistico della new economy,
seguito dalla sparizione di numerose imprese dell'informatica e dell'informazione,
ha chiuso il ciclo degli anni novanta. Oggi la grande influenza che i gruppi
militari hanno acquistato nelle istituzioni federali e statali dopo la seconda
guerra mondiale, l'estensione dell'"agenda della sicurezza nazionale"
che va ben al di là delle minacce militari e concerne sempre più
aspetti della vita sociale e privata stanno facilitando la creazione di
un "sistema militare-di sicurezza" e potrebbero conferirgli nei
prossimi anni un peso ben più importante di quello che ebbe il "complesso
militare-industriale" nei decenni della guerra fredda.
Ma è totalmente illusorio pensare che la guerra contro l'Irak aprirà
un'era di stabilità, che permetterà di aprire un orizzonte
oggi bloccato dall'"incertezza" dando "fiducia" alle
direzioni delle imprese e favorendo gli investimenti. Bisogna considerare
piuttosto la direzione contraria. L'attuale crisi economica non deriva da
una mancanza di "fiducia" o da un clima di "incertezza".
Questi sono elementi che possono eventualmente avere un ruolo, ma che nulla
possono contro i "fondamentali" rappresentati dai rapporti sociali
e dalla riproduzione del capitale. La storia non si ripete due volte nello
stesso modo. Una nuova guerra contro l'Irak non ricreerà le condizioni
economiche, sociali e politiche che esistevano dopo la querra del 1991 e
che hanno permesso agli Stati Uniti di conoscere nove anni di crescita.
Nel corso del decennio novanta tutte le regioni del pianeta sono state,
contemporaneamente o successivamente, ticcate dalla crisi. Il turno degli
Stato Uniti è arrivato alla fine di tale decennio. Dopo le affermazioni
di qualche anno fa secondo cui la new economy avrebbe messo fine
alle recessioni, le analisi insistono ormai sul fatto che l'economia mondiale,
Stati Uniti compresi, è entrata da qualche anno in un'era di instabilità
economica permanente, con forti ricadute che seguono le fasi di breve crescita,
che alcuni preferiscono chiamare di "remissione" [17].
La guerra ha come obbiettivo l'appropriazione delle risorse petrolifere
dell'Irak e un dominio ancora più forte sul Medio Oriente. Evoca
direttamente la posizione dei grandi paesi imperialisti dell'inizio del
ventesimo secolo. Il comportamento degli Stati Uniti aggiungerà un
po' più di caos al caos che affligge il pianeta [18]
e che è il risultato della fase contemporanea dell'era imperialista
[19]. E sappiamo a che grado
di barbarie ha portato il dominio dell'imperialismo nel secolo scorso.