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Il militarismo, la guerra e la crisi del capitalismo

di Claude Serfati

 


Articolo apparso sul n. 10 - 2002 di À l'encontre, revue politique mensuelle di Losanna

La crisi nel cuore dell'imperialismo dominante

Molti economisti che lavorano per banche francesi hanno notato che la recessione che ha investito gli Stati Uniti molti mesi prima dell'11 settembre 1971 presenta alcune delle forme delle crisi analizzate da Marx [1]. La sovraccumulazione del capitale industriale [2] si è prodotta nell'euforia della new economy, è stata sostenuta da un formidabile rialzo del credito e dell'indebitamento che hanno alimentato al tempo stesso l'investimento delle imprese e il consumo delle famiglie. La sovraccumulazione del capitale si è tradotta in un abbassamento del tasso di rendimento del capitale investito nella produzione.
Tuttavia, Marx riteneva che le crisi che analizzava non fossero semplicemente un "punto basso" entro una evoluzione ciclica del capitalismo. Esse riflettevano l'impasse di un modo di produzione la cui perpetuazione non poteva che condurre l'umanità alla catastrofe. La globalizzazione del capitale non ha come conseguenza un'espansione del capitalismo intesa come allargamento della riproduzione delle ricchezze su scala planetaria, ma una crescita delle predazioni operate dal capitale, i cui "diritti di proprietà" (su attivi finanziari) gli permettono di percepire redditi finanziari appropriandosi il processo del vivente. "Non si produce troppa sussistenza in proporzione alla popolazione esistente. Se ne produce troppo poca per soddisfare decentemente e umanamente la massa della popolazione" [3]. E' questa contraddizione ad essere stata portata dalla globalizzazione del capitale a un livello mai raggiunto, distruggendo la maggior parte dei paesi dell'Africa e trascinando nella crisi, nel corso degli anni novanta, i paesi "emergenti" dell'Asia e dell'America latina. E' questa contraddizione a manifestarsi oggi negli Stati Uniti; per essere superata, richiederà un insieme di misure che non colpiranno solo i salariati americani, ma minacciano le condizioni di riproduzione e, per frazioni importanti, l'esistenza stessa delle classi sociali sfruttate e delle popolazioni oppresse.

Si chiude un ciclo di due decenni
E' necessario rimettere in prospettiva la situazione attualke dell'economia americana. In seguito alla crisi economica scoppiata nel 1973, il decennio ottanta è stato caratterizzato da un cambiamento radicale dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Il capitale, schierato sulle politiche neoliberali, ha imposto un notevole aumento del tasso di sfruttamento della manodopera, grazie a tassi di sfruttamento elevati e a uno sviluppo della flessibilità e della precarizzazione, soprattutto dei giovani. Nei paesi dell'Unione Europea (non soltanto nella Gran Bretagna) diretti da governi di "destra" o di "sinistra" si è visto il ritorno di flagelli che ricordavano quelli degli anni trenta (mense dei poveri, senza tetto, malattie da carenze alimentari o da mancanza di mezzi per andare dal medico o dal dentista). Il decennio ottanta mostrava già il costo, per gli sfruttati, del mantenimento del dominio del capitale.
La caduta dei regimi burocratici dell'URSS e dei paesi dell'Europa centrale e orientale all'inizio del decennio novanta si è verificata nel momento in cui le economie degli Stati Uniti e dell'Unione Europea si trovavano di fronte a una recessione più grave. Negli Stati Uniti, tale recessione era stata aggravata dal crollo borsistico dell'ottobre 1987 (nel corso del quale il valore delle azioni di Wall Street era calato più che nel "giovedì nero" del 1929) e dal fallimento delle casse di risparmio (Saving&Loans) il cui salvataggio costò 150 miliardi di dollari pagati dai contribuenti americani. Paragonato a tale somma, il costo del salvataggio del Crédit Lyonnais sembra quasi modesto... In quel momento, i fatti (deficit commerciali, indebitamento estero) e le analisi concordavano: gli Stati Uniti uscivano dal decennio ottanta in una posizione economica nettamente deteriorata rispetto ai concorrenti più prossimi (Germania, Giappone). La recessione iniziata nel 1989 non era terminata quando la guerra contro l'Irak fu decisa da G. Bush. Questa decisione mirava a confermare agli occhi di tutti, alleati europei compresi, che l'era della spartizione del mondo con l'URSS era chiusa, che le regole (per esempio rispetto all'ONU) erano cambiate. Era stata preparata da interventi militari che cercavano di chiudere il capitolo della "sindrome vietnamita" e che nel corso del decennio erano cresciuti di importanza (Grenada, 1983; Libia 1986; Golfo Persico a sostegno di Saddam nella sua guerra contro l'Iran, 1986-87; Panama, 1989-90). Tappa superiore nella conferma della posizione imperialista degli Stati Uniti, la guerra contro l'Irak segnalava che sarebbe stata usata la forza armata per imporre ed estendere il dominio del capitale americano.
Qualche mese dopo la fine della guerra, l'economia degli Stati Uniti a conosciuto una forte crescita. Poi l'"esuberanza irrazionale" segnalata da A. Greenspan, presidente della Federal Reserve nel 1996, non soltanto ha colpito i "mercati finanziari", ma ha invaso il pensiero economico dominante, che ha visto l'emergere di una "nuova economia" capace di eliminare tutti i mali del capitalismo: sfruttamento, inflazione, crisi e altro ancora. L'economia degli Stati Uniti ha chiaramente buone carte da giocare sul piano interno, ma la forte crescita degli anni novanta si spiega innanzitutto con la posizione assolutamente dominante che questo paese occupa sul piano internazionale e con l'uso economico e militare che di tale posizione fa. Il debito estero degli Stati Uniti è passato dai 200 miliardi di dollari del 1990 ai 2700 miliardi del 1999.
I titoli del debito pubblico hanno nutrito l'attività dei mercati finanziari americani e li hanno collocati, tenendo conto dello statuto degli Stati Uniti, al centro dell'accumulazione del capitale finanziario alla ricerca delle collocazioni meno rischiose su tutta la faccia del pianeta. Ma ciò fa ugualmente delle piazze americane un luogo vulnerabile, a causa dell'immenso edificio di crediti, di obbligazioni e di azioni che è stato innalzato negli anni novanta. Il primo pilastro di questo fragile edificio è rappresentato dai prestiti stranieri che finanziano l'enorme debito estero. Ora, la sfiducia che subentra nel comportamento dei creditori stranieri circa la capacità dell'economia americana di superare la crisi attuale si somma alla crisi profonda che gli stessi creditori stranieri [4], a cominciare dai Giapponesi, a loro volta conoscono. Il secondo pilastro si basava sulla creazione di credito da parte della Federal Reserve, istituzione centrale del capitalismo americano contemporaneo. L'apertura di crediti a getto continuo da parte della Banca centrale americana è stata la base su cui è proliferato il capitale fittizio. La creazione di credito è stata spesso usata per far fronte ai crolli borsistici anteriori (in particolare quello dell'ottobre 1987) e ai fallimenti (casse di risparmio nel 1990-91, fondi speculativi LTMC nel 1998 dopo la crisi asiatica). Ma oggi il livello molto basso dei tassi d'interesse attualmente consentiti dalla Federal Reserve (si sono alzati al 1,75% in media nel 2001 e 2002 [5]) non ha alcun effetto sull'economia, perché non è amplificato dagli istituti di credito che, dopo gli affaire Enron, World Com e gli altri, hanno al contrario chiuso il rubinetto del credito alle imprese e hanno alzato il costo per tutti. Tutti sanno che di fatto negli Stati Uniti la quasi totalità dei grandi gruppi può ritrovarsi nella situazione di Enron o WorldCom. Inquietudini di ampiezza ancora maggiore riguardano il possibile fallimento, secondo alcuni inevitabile, di due grandi istituzioni di credito ipotecario [6], tanto è alto il livello della loro partecipazione sui mercati derivati.
Il terzo pilastro, quello dei titoli emessi in borsa (obbligazioni, azioni) che aveva permesso di finanziare la crescita delle società fondate sulle tecnologie informatiche e della comunicazione (e altri settori) è chiaramente in via di esaurimento sull'onda dei crolli borsistici degli ultimi quindici mesi.
Il rilancio dell'economia attraverso l'aumento della spesa pubblica deciso dall'amministrazione Bush rappresenta un tentativo per porre rimedio alla recessione che colpisce l'economia americana prima dell'11 settembre 2001. Il piano arriva ai 51 miliardi di dollari per l'anno 2002, di cui 35 miliardi sono aiuti fiscali alle imprese per favorire l'investimento. Gli allegerimenti fiscali destinati alle famiglie messi in opera o programmati riguardano soprattutto i redditi alti (abbassamento delle aliquote, fine della doppia imposizione sui dividendi, ecc.). Il 100% delle famiglie a reddito più alto ne beneficia per il 31,3% mentre il 60% delle famiglie a reddito più basso beneficia solo per il 16,5% delle riduzioni di imposta. In ogni caso, il risultato più immediato è che alcuni anni di eccedenze sul bilancio primario (cioè senza pagamento degli interessi sul debito), che avevano portato alcuni ad annunciare il riassorbimento del debito pubblico per la fine del decennio 200, hanno di nuovo lasciato il posto a un deficit di 160 miliardi di dollari nel 2002 e probabilmente 200 miliardi di dollari nel 2003. L'aumento esponenziale del debito pubblico sta per ripartire e con esso le speranze del capitale finanziario.

La strategia di sicurezza nazionale: la nuova agenda

Il 17 settembre 2002, l'amministrazione Bush ha reso pubblico un documento intitolato "La strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti d'America". Questo documento rappresenta il punto di arrivo di una evoluzione osservata fin dalla fine del decennio novanta. Ma la sua pubblicazione dopo gli attentati dell'11 settembre e la guerra in Afghanistan, in un contesto di recessione e di caduta incontrollata dei valori borsistici, ne ha fatto il manifesto per l'azione degli anni a venire. Fin dal preambolo, il documento del settembre 2002 adotta come bandiera "l'internazionalismo americano [che trionfa dopo che] le visioni militanti di classe, di nazione, di razza che avevano promesso l'utopia [sic!] e portato la miseria sono state sconfitte e screditate" (pag. 1).
I commenti a questo documento hanno giustamente insistito sul diritto che gli Stati Uniti si arrogano di scatenare guerre preventive ogni volta che riterranno minacciati i propri interessi.
"La miglior difesa è l'attacco" (pag. 6) [7], "Gli Stati Uniti hanno mantenuto da molto tempo l'opzione per azioni preventive [...] Per contrastare o impedire atti ostili da parte dei nostri avversari, gli Stati Uniti agiranno, se necessario, in modo preventivo" (pag. 13).
Ciò che è stato molto meno sottolineato riguarda la definizione data agli "interessi" americani e alle azioni preventive. Le azioni preventive condotte per far fronte alle minacce "del terrorismo e del caos" (preambolo) hanno per obbiettivo la affermazione dei "valori non negoziabili della dignità umana" (pag. 3). Tali valori sono "la pace, la democrazia, la libertà dei mercati, il libero scambio" (preambolo). Il libero scambio rappresenta ben più che una scelta di politica economica: "si è sviluppato come un principio morale prima di diventare un pilastro della scienza economica" (pag. 18). La sicurezza nazionale degli Stati Uniti non può essere assicurata nel momento in cui questi principi, tra cui il libero scambio, vengono messi in discussione, in qualsiasi parte del mondo (pag. 17). L'inclusione di obbiettivi economici nell'"agenda" della sicurezza nazionale non è nuova. C. Rice, consigliere alla sicurezza nazionale di G. W. Bush e ispiratrice del documento pubblicato nel settembre 2002, era già stata la tuttofare di un rapporto pubblicato nel 1999 in cui le dimensioni economiche erano fortemente presenti [8]. Tre anni dopo la pubblicazione di questo rapporto, l'istallazione degli Stati Uniti nel Caucaso grazie alla guerra in Afghanistan e la preparazione della guerra in Irak confermano l'importanza sempre più grande delle guerre al fine di difendere gli interessi del capitalismo americano. Il documento pubblicato nel settembre 2002 sistematizza questo approccio. Un capitolo intero, intitolato "iniziare una nuova era di crescita economica globale grazie ai mercati e al libero scambio", oltre a numerosi riferimenti in altre parti del documento, è dedicato alle poste in gioco economiche e finanziarie. Vi si ritrova un programma economico che riprende le espressioni utilizzate dalle istituzioni economiche internazionali. Per fare qualche esempio, il documento tratta le politiche destinate a incoraggiare le iniziative imprenditoriali, le politiche fiscali di bassi tassi, lo sviluppo di potenti mercati finanziari, la creazione della Zona di libero scambio delle Americhe che sta per essere varata, l'imposizione di accordi commerciali internazionali o bilaterali e di leggi contro le pratiche commerciali ingiuste (pagg. 17-20) [9].
Questo documento mostra dunque tutta la portata strategica delle dichiarazioni sulla "guerra senza limiti" lanciate da G. W. Bush all'indomani dell'11 settembre 2001.

Il militarismo nel cuore dell'imperialismo

Attualità di R. Luxemburg
Come ricorda R. Luxemburg, "il militarismo ha una funzione determinata nella storia del capitale. Accompagna tutte le fasi storiche dell'accumulazione" [10]. La Luxemburg successivamente svolge alcune tappe di questa storia, mostrando ciò che oggi chiameremmo la "storicità" della relazione tra militarismo e capitale. Il riferimento alla Luxemburg non è fortuito. La pertinenza delle sue analisi dell'imperialismo e del ruolo che vi gioca la forza armata è molto forte. Dopo aver definito "La fase imperialista dell'accumulazione [come] fase della concorrenza mondiale del capitale", scrive che tale fase "ha come teatro il mondo intero. Qui i metodi impiegati sono la politica coloniale, il sistema dei prestiti internazionali, la politica della sfera di interessi, la guerra. La violenza, la sopraffazione, lo sfruttamento si dispiegano apertamente, senza maschera". E conclude: "La teoria liberale borghese non vede che l'aspetto unico della 'concorrenza pacifica', delle meraviglie della tecnica e del puro scambio di merci; separa il dominio economico del capitale dall'altro aspetto, quello dei colpi di forza considerati come incidenti più o meno fortuiti della politica estera. In realtà, la violenza politica è anch'essa strumento e veicolo del processo economico; lil dualismo degli aspetti dell'accumulazione ricopre un unico fenomeno organico, generato dalle condizioni della riproduzione capitalistica" [tomo 2, pag. 117].
Questa analisi è indispensabile se si vogliono comprendere i processi di militarizzazione contemporanei che sono all'opera principalmente negli Stati Uniti. Quella che la Luxemburg chiama "lotta all'economia naturale" (cap. 27) non è conclusa, arriva al suo apice con l'appropriazione dei processi del vivente da parte del capitale e la messa in pericolo delle condizioni di riproduzione fisica delle classi e dei popoli sfruttati [11]. "Il prestito internazionale" (cap. 30) rappresenta, da due decenni sotto la forma di pagamento di un debito perpetuo, uno dei più importanti fattori della distruzione economica e della tragedia sociale dei paesi dipendenti, compresi quelli che vengono definiti emergenti.

Le guerre della globalizzazione del capitale
Occorre utilizzare le analisi di Rosa Luxemburg per capire come questo "dualismo degli aspetti dell'accumulazione" (violenza politica e processi economici) si ritrova nella traiettoria del capitalismo contemporaneo. Il dominio che le istituzioni del capitale finanziario esercitano da vent'anni ha permesso al capitale di concentrare la sua potenza contro il lavoro e offre alla borghesia e alle classi agiate un arricchimento considerevole. Tuttavia, né la notevole crescita del tasso di sfruttamento della mano d'opera conseguente all'offensiva del capitale contro il lavoro organizzato attraverso le politiche neoliberali, né l'apertura di nuovi mercati in URSS e nei paesi dell'est hanno potuto dare al capitalismo una nuova giovinezza. Su scala planetaria, l'estensione del capitale e dei rapporti di proprietà su cui è basato - cioè in senso stretto l'estensione dello spazio di riproduzione dei rapporti sociali - non ha prodotto in due decenni un aumento durevole e significativo dell'accumulazione del capitale (riproduzione allargata del valore creato). Al contrario, il dominio del capitale finanziario esprime con forza i caratteri predatori del capitalismo.
In un contesto in cui la mondializzazione del capitale ha prodotto la miseria, le guerre esterne alle metropoli imperialiste che conducono allo sterminio di massa si sono moltiplicate. Queste guerre sono prodotte dalla globalizzazione capitalistica e al tempo stesso ne sono diventate una componente. Il genocidio in Rwanda non ha fermato lo sfruttamento del petrolio da parte dei gruppi multinazionali, che hanno partecipato al finanziamento delle armate in guerra [12]. Le risorse naturali razziate dalle bande armate sono "riciclate" sui mercati internazinali che forniscono così un finanziamento per il proseguimento di tali razzie.

Gli Stati Uniti in guerra negli anni novanta
Prima di tornare alla situazione attuale, bisogna ricordare che il decennio novanta è stato quello delle operazioni militari massicce e di guerra da parte delle armate americane. La guerra contro l'Irak del 1991, gli interventi delle forze armate americane nel mondo (che sono stati più numerosi nel decennio novanta sotto l'amministrazione Clinton che in tutto il periodo 1945-90), la guerra contro la Serbia testimoniano che la guerra è diventata un elemento del modo di funzionamento del capitalismo americano degli anni novanta. Si collocano in un contesto in cui è evidente l'incapacità del capitalismo di ritrovare la strada di una crescita capace di ottenere, come negli anni del dopoguerra, una sorta di "compromesso sociale".
La guerra contro la Serbia condotta nel 1999 ha segnato una nuova svolta la cui relazione con le condizioni generali della riproduzione del capitale è sottovalutata. A quella data, gli effetti della crisi del 1997 (crisi asiatica) si facevano sentire dappertutto, la possibilità di una recessione negli Stati Uniti era seriamente evocata da quella minoranza dei commentatori economici che non erano né acciecati dalla new economy né compiacenti nei suoi confronti. La guerra contro la Serbia, così come le prospettive di nuovi mercati nell'est e di significative avanzate sulla "via del Caucaso" e le sue riserve petrolifere, ebbero un effetto dopante sul "morale" di Wall Street e del Nasdaq. Tenuto conto delle devastazioni prodotte dalla globalizzazione, la "comunità finanziaria" ha capito, nel 1999, che la decisione del presidente Clinton di aumentare in modo significativo il budget militare (+110 miliardi di dollari nel periodo 1999-2003) apriva un ciclo di rialzo durevole delle spese militari. Ciò ha fatto dei grandi gruppi dell'industria bellica valori borsistici attraenti. Come ritorno, questi gruppi hanno consolidato il loro potere di influenza nella società e nella politica statunitense.
Ma questi gruppi non sono stati i soli beneficiari. L'euforia di Wall Street ha avuto un nuovo slancio con questa avanzata nell'Europa dell'est. I corsi borsistici salirono al massimo mentre i "fondamentali", a cominciare dal tasso di rendimento del capitale investito nella produzione, aveva continuato a salire in modo continuo dal 1997. Il tasso di rendimento si collocava nel 2001 allo stesso livello del 1984, quando l'economia americana era appena uscita da una forte recessione. Tuttavia l'esuberanza di Wall Street non era irrazionale: i versamenti di dividendi agli azionisti sono passati dal 4,5% del volume d'affari del 1995 al 5,7% del 2001, anno in cui i dividendi distribuiti sono stati superiori ai profitti netti. Il risultato fu che nel 1999 la grande maggioranza degli analisti concordava nel dire che l'economia americana era così potente da essere "fuori dalla crisi".
E' evidente che gli Stati Uniti sono direttamente toccati dalla crisi economica che dal 1997 ha toccato tutte le aree del pianeta. Il calo della borsa non è più controllato, l'aggiornamento dei metodi di gestione, di compatibilità, di auditing e di analisi finanziaria che hanno permesso alla "comunità finanziaria" di imporre il suo potere grazie alla deregulation mostra il carattere largamente posticcio della new economy. Detto altrimenti, le contraddizioni di cui il capitale è portatore non sono soppresse, ma amplificate dalla globalizzazione e finiscono con l'esprimersi ugualmente negli Stati Uniti, benché questo paese abbia tratto dalla sua posizione di imperialista dominante più vantaggi rispetto ai suoi alleati/concorrenti economici. Detto altrimenti, non esiste "capitalismo senza crisi in un solo paese" più di quanto non sia esistito "socialismo in un solo paese".
Molte analisi economiche stimavano e speravano che nella primavera 2002 la recessione dell'economia americana fosse in via di risoluzione. Tutto indica che queste speranze devono essere aggiornate. Sembra al contrario che siano all'opera meccanismi cumulativi che potrebbero accelerare l'arrivo di una crisi più grave. La loro potenza viene senza dubbio dal fatto che la crisi dei mercati finanziari e l'impantanamento dei fattori fondamentali della produzione e del consumo si rafforzano reciprocamente. Se questo pronostico si conferma, maturano le condizioni per uno scontro di grande ampiezza tra capitale e lavoro. Tutti sanno che se la crisi dovesse durare il tasso di sfruttamento salirebbe considerevolmente [13]. L'arsenale delle misure utilizzate nell'ottobre 2002 da G. W. Bush per far cedere i dockers della Costa ovest (minacce contro la sicurezza nazionale), così come l'uso di tecnologie di controllo (assieme a minacce di prigione) per verificare che non rallentassero il ritmo di lavoro dopo l'ingiunzione dei tribunali, mostrano in che disposizione di spirito l'amministrazione si prepari a grandi conflitti sociali. A ciò bisogna aggiungere le conseguenze sociali delle massicce perdite dei fondi pensione per i pensionamenti attuali e futuri di salariati. L'ultima consolazione viene dal fatto che l'aumento dei prezzi immobiliari ha in parte compensato le perdite subite in borsa [14]. La domanda che tutti si pongono è: a quando il crack immobiliare?

Lo sviluppo dell'"economia di guerra"
Il momento scelto per la pubblicazione del documento che presenta "La strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d'America" non è dunque casuale. Gli Stati Uniti sono minacciati di essere l'epicentro di una crisi mondiale. E' in questo contesto che gli Stati Uniti preparano la guerra contro Saddam Hussein, che è di fatto una guerra per l'appropriazione delle risorse petrolifere. Questo obbiettivo non è nemmeno più nascosto dal vicepresidente Cheney, anch'egli figura dominante degli ambienti politico-petrolieri americani. La preparazione di questa guerra rappresenta un esperimento di più grande portata della dottrina della sicurezza nazionale in cui militarismo ed economia sono fortemente intrecciati.
La preparazione della guerra contro l'Irak, decisa con un mandato del Congresso che riunisce Repubblicani e Democratici, fa fare un passo ulteriore all'"economia di guerra" che ha cominciato a essere costruita a tappe nel corso degli anni novanta. Si appoggia su badget militari in forte crescita, ma anche, nel quedro della "sicurezza interna" (Homeland Security) sulle spese che gli Stati, le comunità locali, le imprese dedicheranno alla "sicurezza" e il cui ammontare sorpassa il budget dell'equipaggiamento militare (che alimenta le attività dei gruppi dell'industria bellica). Gli obbiettivi assegnati alla "sicurezza interna" sono indissociabili dalle misure per "criminalizzare" le resistenze degli sfruttati e degli oppressi. La rivista The Economist ha pubblicato un articolo intitolato "Per chi suona la campana della libertà" [15]. L'articolo nota, nell'introduzione, che "quasi dappertutto i governi [e il giornale si riferisce in primo luogo a quelli delle "democrazie occidentali"] hanno scelto l'11 settembre come un'opportunità per restringere le libertà dei loro cittadini". Conclude che se le restrizioni non saranno tolte a breve termine "le parole intelligenti di Mr Bush nel settembre scorso non saranno servite altro che ad allargare per sempre le crepe della campana della libertà".
Dal punto di vista macroeconomico, le spese militari rappresentano immensi prelievi sulle ricchezze create dal lavoro. Non sono suscettibili di avviare meccanismi di espansione economica durevoli, contrariamente alle analisi del ruolo delle spese militari fatte dai keynesiani e da certi marxisti [16] nel secondo dopoguerra. La domanda pubblica, così come le spese delle imprese, dedicata alla difesa e alla sicurezza fanno certamente prosperare i gruppi dell'industria bellica al prezzo di un considerevole aggravio del debito pubblico americano. Possono anche creare nei mercati finanziari degli Stati Uniti un "polo d'attrazione" intorno a questi gruppi e alle industrie collegate e risollevare provvisoriamente il "morale" alle istituzioni detentrici di attivi finanziari.
Inoltre, tenendo conto del ruolo cruciale giocato dalle Teconologie dell'Informazione e della Comunicazione (ICT) nella supremazia militare e nel controllo di sicurezza, i gruppi dell'industria militare americani stanno conquistando una posizione centrale nello sviluppo delle ICT, dominate dalle imprese civili negli anni novanta. Il crollo borsistico della new economy, seguito dalla sparizione di numerose imprese dell'informatica e dell'informazione, ha chiuso il ciclo degli anni novanta. Oggi la grande influenza che i gruppi militari hanno acquistato nelle istituzioni federali e statali dopo la seconda guerra mondiale, l'estensione dell'"agenda della sicurezza nazionale" che va ben al di là delle minacce militari e concerne sempre più aspetti della vita sociale e privata stanno facilitando la creazione di un "sistema militare-di sicurezza" e potrebbero conferirgli nei prossimi anni un peso ben più importante di quello che ebbe il "complesso militare-industriale" nei decenni della guerra fredda.
Ma è totalmente illusorio pensare che la guerra contro l'Irak aprirà un'era di stabilità, che permetterà di aprire un orizzonte oggi bloccato dall'"incertezza" dando "fiducia" alle direzioni delle imprese e favorendo gli investimenti. Bisogna considerare piuttosto la direzione contraria. L'attuale crisi economica non deriva da una mancanza di "fiducia" o da un clima di "incertezza". Questi sono elementi che possono eventualmente avere un ruolo, ma che nulla possono contro i "fondamentali" rappresentati dai rapporti sociali e dalla riproduzione del capitale. La storia non si ripete due volte nello stesso modo. Una nuova guerra contro l'Irak non ricreerà le condizioni economiche, sociali e politiche che esistevano dopo la querra del 1991 e che hanno permesso agli Stati Uniti di conoscere nove anni di crescita. Nel corso del decennio novanta tutte le regioni del pianeta sono state, contemporaneamente o successivamente, ticcate dalla crisi. Il turno degli Stato Uniti è arrivato alla fine di tale decennio. Dopo le affermazioni di qualche anno fa secondo cui la new economy avrebbe messo fine alle recessioni, le analisi insistono ormai sul fatto che l'economia mondiale, Stati Uniti compresi, è entrata da qualche anno in un'era di instabilità economica permanente, con forti ricadute che seguono le fasi di breve crescita, che alcuni preferiscono chiamare di "remissione" [17].
La guerra ha come obbiettivo l'appropriazione delle risorse petrolifere dell'Irak e un dominio ancora più forte sul Medio Oriente. Evoca direttamente la posizione dei grandi paesi imperialisti dell'inizio del ventesimo secolo. Il comportamento degli Stati Uniti aggiungerà un po' più di caos al caos che affligge il pianeta [18] e che è il risultato della fase contemporanea dell'era imperialista [19]. E sappiamo a che grado di barbarie ha portato il dominio dell'imperialismo nel secolo scorso.