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Fordismo e oltre
Alcune osservazioni

di Edoardo De Marchi
 

 

Scopi e limiti di questo intervento
Questo intervento è strettamente legato alle tematiche che sono state discusse nel primo numero di Intermarx, nella sezione Fasi, cicli, epoche: modelli interpretativi dello sviluppo capitalistico. Anche se il discorso prende le mosse da alcune considerazioni specifiche sulla fase attuale dello sviluppo capitalistico e affronta esplicitamente il problema della ciclicità solo verso la fine, il suo nucleo originario è costituito da riflessioni suscitate da una prima versione dei contributi di Maria Turchetto e Gianfranco la Grassa sulla ciclicità del capitalismo, rielaborate poi nella forma attuale.
Le considerazioni qui svolte partono da un retroterra di ricerca comune sedimentato nel corso degli anni. Oggi, in particolare, come gruppo di lavoro registriamo due importanti convergenze: 1) il rifiuto della classica periodizzazione del capitalismo in concorrenziale, monopolistico, monopolistico di stato e della tendenza ad enfatizzare i cambiamenti più recenti, spesso anche di superficie, come nuove fratture epocali; 2) l'idea che sia necessario individuare nello sviluppo capitalistico dei momenti di ricorsività o, in altre parole, alcune forme di andamento ciclico. Da qui in poi, tuttavia, le nostre certezze si fanno assai minori, perché non abbiamo ancora individuato in modo univoco i modelli di ciclicità a cui fare riferimento (è un'incertezza, va detto, che si riverbera anche all'interno del nostro ultimo volume collettivo Oltre il fordismo. Continuità e trasformazioni nel capitalismo contemporaneo, Unicopli, Milano 1999). Spero quindi che il contenuto di queste pagine serva a fare il punto e ad alimentare il dibattito.

Le pagine che seguono sono da considerare unicamente un work in progress, che non pretende alcuna forma di compiutezza. Può comunque risultare utile a chi legge conoscerne in anticipo filo conduttore: la prima parte si occupa delle dinamiche attuali del capitalismo, partendo dalla crisi del fordismo e dall'orizzonte delle politiche economiche attuali, per approdare infine all'intreccio tra finanziarizzazione e possibili depressioni mondiali; la seconda affronta la questione della ciclicità, cercando di individuare una linea di ricerca su cui muoversi per il futuro.

1. Le dinamiche attuali del capitalismo

1.1. Un bilancio sulla crisi del fordismo
Fino agli anni Settanta l'organizzazione economica dei paesi a capitalismo avanzato era caratterizzata da tre componenti fondamentali. La produzione industriale, innanzitutto, poggiava su una salda base fordistica, che dall'America si era diffusa negli altri paesi. Tale diffusione, a sua volta, era stata agevolata da altri due ordini di fattori: la forte crescita dell'intervento statale in varie direzioni (ricerca di base, infrastrutture, riproduzione della forza-lavoro, sostegno della domanda), con priorità assegnata al sostegno della domanda e dell'occupazione; una egemonia internazionale monocentrica stabile (USA) e sistema di cambi fissi.
Per mettere a fuoco meglio quello che è cambiato da allora bisogna partire dalle ragioni che hanno determinato la crisi del fordismo. Credo si possa sintetizzarle in termini su cui esiste una concordanza abbastanza larga (nel riassumerli ho tenuto d'occhio in buona parte BIHR pp.59-70, ma si tratta, come è noto, di fattori che sono stati messi in luce da varie voci intervenute nel dibattito).
1) Progressivo esaurimento della fase ascendente del fordismo, nella quale rapidi guadagni di produttività scaturivano dall'applicazione dei nuovi metodi organizzativi a settori che fino a quel momento non ne erano stati toccati. Nello stesso tempo la fase avanzata del fordismo tendeva a generare disaffezione e ondate di scioperi, con perdite pesanti di produttività e rischi di instabilità sociale.
2) Progressiva saturazione dei mercati dei beni di consumo durevoli, proprio nel momento in cui il rallentamento della produttività avrebbe richiesto ulteriori allargamenti produttivi per conseguire economie di scala.
3) Crescita dei servizi di riproduzione della forza-lavoro necessari a un sistema fortemente urbanizzato (sanità, pensioni, socializzazione e tempo libero etc.) e impossibilità di ristrutturare su base fordistica settori cruciali per la riproduzione della forza-lavoro come l'edilizia, i servizi sociali, medici, scolastici, etc.
4) Crescita dei costi dei servizi commerciali, assicurativi, organizzativi interni ed esterni alle imprese.
5) Fine di un sistema monetario internazionale di cambi fissi, monocentrico e stabile, che facilitava condizioni di prevedibilità e standardizzazione sui mercati internazionali (vedi più oltre).
In che misura la fine del fordismo e dell'incontrastata egemonia statunitense possono rappresentare una nuova fase epocale del modo di produzione capitalistico? Dico subito che ritengo la cesura molto meno fondamentale di quanto molti oggi siano portati a credere, ma prima argomentare la mia opinione vorrei soffermarmi su un caso italiano che si presta bene ad illustrare quante e quali conclusioni affrettate si possano trarre dalle premesse in questione.
Il volume di Cillario (L'economia degli spettri) parte dal presupposto che col toyotismo si sia entrati nella fase del capitalismo cognitivo, nella quale il fordismo è definitivamente superato. Il lavoro di Cillario crea certamente irritazione nel lettore per la disinvoltura un po' superficiale e giornalistica con cui il concetto di capitalismo cognitivo viene maneggiato per spiegare la fine dell'impero sovietico (avvenuta perché i sovietici non erano giunti al capitalismo cognitivo), la fine della prima repubblica (la rigidità della costituzione è un derivato della rigidità del fordismo), il modo in cui i media hanno gestito l'informazione al tempo della guerra del Golfo (il taylorismo deforma la realtà attraverso la censura, il capitalismo cognitivo attraverso un eccesso di informazione). Si potrebbe comunque passar sopra a queste esagerazioni se il concetto di capitalismo cognitivo avesse in sé una validità, ritengo però che sia proprio il concetto in sé ad avere gravi carenze, una disinvoltura di fondo da cui nascono poi varie bizzarrie minori.
Il toyotismo, secondo Cillario, richiederebbe da parte del lavoratore una creatività coatta che viene espropriata dal capitale e va a formare il plusvalore cognitivo, dando luogo ad una nuova fase del capitalismo; dopo cooperazione, manifattura, grande industria, fordismo abbiamo così il capitalismo cognitivo e, dopo il plusvalore relativo, anche il plusvalore cognitivo a caratterizzare la nuova fase. Anche tralasciando il fatto che Cillario tratta la teoria del valore in un modo che sarebbe stato comprensibile vent'anni fa ma non oggi, è discutibile proprio l'idea che si possa creare una cesura così netta tra fordismo e capitalismo cognitivo.

1.2. L'orizzonte attuale. Gli assetti interni della produzione
La mia perplessità nasce da due ordini di fattori. In primo luogo credo che l'entità della diffusione del toyotismo sia sopravvalutata, perché esso non caratterizza ancora interamente tutti i segmenti delle grandi imprese dei paesi avanzati, per non parlare delle piccole imprese e di quelle dei paesi periferici. In secondo luogo - ed è questo l'ordine di considerazioni più essenziale - ritengo che si siano creati degli equivoci sui rapporti tra fordismo e produzione di massa.
A partire dalla scuola della "régulation", il concetto di fordismo è stato considerato un sinonimo di quello di produzione di massa, con un fraintendimento che - come osserva giustamente la Turchetto - è ben visibile ad esempio in Coriat. Il risultato di questo equivoco è quello di esagerare le conseguenze della fine del fordismo, vedendo in essa la fine della produzione di massa.
Credo sarebbe utile impostare la questione secondo una prospettiva storica più ampia, che riprenda anche le periodizzazioni del processo di lavoro abbozzate a suo tempo da Marx. Lasciando perdere per il momento la fase della "manifattura", dove il discorso si fa complesso per l'intreccio con la transizione al capitalismo e l'incompletezza della subordinazione reale del lavoro al capitale, vorrei concentrarmi su quelle più recenti, ossia la "grande industria" e la produzione di massa (qui, naturalmente, si fuoriesce da Marx in senso stretto). Ognuna di queste grandi fasi passa attraverso un'evoluzione interna che non possiamo sottovalutare.
La "grande industria" , come è noto, coincide con il trasferirsi del centro di gravità della produzione sistema delle macchine; essa ha avuto un ciclo complessivo durato un secolo o poco più, con un periodo di diffusione (dall'inizio della rivoluzione industriale ai primi tre decenni del secolo), uno di consolidamento (i decenni immediatamente precedenti e seguenti alla metà del secolo) e uno di declino (ultimo paio di decenni dell'Ottocento).
Sul piano dei rapporti sociali, la discontinuità rappresentata dalla produzione di massa rispetto alla fase precedente riguarda il ruolo dell'organizzazione "scientifica" del lavoro - e più in generale di ogni aspetto della produzione - e la verticalizzazione dell'impresa che l'accompagna. Anche la produzione di massa ha avuto scansioni interne: la sua comparsa è legata innanzitutto al taylorismo e ad altri tentativi tardo-ottocenteschi, una forma iniziale nella quale la razionalizzazione è imposta da interventi discrezionali della direzione; solo in seguito il taylorismo si è evoluto nel fordismo, che incorpora la razionalizzazione di tempi e metodi nella catena e quindi nel sistema macchinico e in questa forma la produzione di massa si è imposta nel mondo nei due decenni successivi alla guerra.
In contrasto con la logica della produzione fordistica rigida, assistiamo oggi ad un progressivo diffondersi della produzione snella nell'industria. Il tratto caratterizzante delle innovazioni organizzative che vengono riassunte sotto il nome di toyotismo consiste, come è noto, nell'orientare il processo produttivo da valle a monte, invertendo la sequenza del fordismo classico e giungendo così a comprimere al massimo la necessità di "polmoni", scorte e magazzini; nel contempo la forza-lavoro viene coinvolta nell'andamento del processo produttivo, sia attraverso discussioni e la formulazione di suggerimenti, sia attraverso il diritto-dovere di interrompere la produzione non appena in essa si evidenzino difetti (evitando così costose procedure di collaudo a valle).
Il toyotismo rompe indubbiamente col fordismo ma al tempo stesso ne invera anche l'aspirazione alla fabbrica completamente sicronica e trasparente, ponendosi sotto questo aspetto in un preciso rapporto di continuità con esso. Mi sembra perciò che si debba parlare di un passaggio interno alla produzione di massa, dalla fabbrica rigida a quella flessibile, più che di un vero e proprio nuovo stadio epocale del modo di produzione capitalistico. Se esso rappresenti una rivitalizzazione su nuove basi della produzione di massa o insieme anche una sua forma di declino, non è possibile dirlo con assoluta certezza (mi limito qui a ricordare che la metafora del "tubo di cristallo", usata da Bonazzi, è stata coniata proprio per indicare che la completa trasparenza della fabbrica si accoppia a una forte fragilità della medesima).
Le forze che negli ultimi anni hanno operato con maggiore continuità nelle economie avanzate sono soprattutto due: l'innovazione tecnologica, in particolare quella legata alla microelettronica, e l'intensa attività di ristrutturazione aziendale resa necessaria dal nuovo ambiente economico interno e internazionale.
La microelettronica ha consentito una vera e propria rivoluzione tecnologica non solo nell'industria, ma anche in molte aree del terziario che finora erano state toccate solo limitatamente. Sembra dunque essere cresciuta la pressione della disoccupazione tecnologica. Proprio perché l'informatizzazione caratterizza fortemente anche il terziario , si attenua la capacità di quest'ultimo di generare occupazione.
In questi ultimi anni si è intensificata anche l'attività di acquisizione, di fusione di imprese private o di privatizzazione di imprese pubbliche che mette capo a ristrutturazioni aziendali. I processi di ristrutturazione hanno snellito, ridimensionato e ridisegnato la forma degli apparati direttivi aziendali e quindi le gerarchie organizzative dell'impresa privata; è appena il caso di dire che la privatizzazione provocherà processi altrettanto - se non più - consistenti (e, come tutti sappiamo, proprio per questo negli apparati pubblici si annida uno dei centri di maggior resistenza alla privatizzazione).
Mi pare, concludendo, che ci siano elementi sufficienti per affermare che siamo, complessivamente, di fronte ad una fase di crescita a basso tenore di occupazione. Si rende quindi necessaria una nuova dislocazione di consistenti quote di forza-lavoro da settori "vecchi" o sovrabbondanti di manodopera verso altri nuovi.
La mobilità e l'assenza di vincoli sul mercato del lavoro divengono quindi prioritarie. Se la cavano meglio i paesi che hanno un mercato del lavoro flessibile, che riesce a creare dei surrogati sotto forma di lavori part-time e/o a basso reddito da mettere in bella mostra nelle rilevazioni statistiche.
Se la produzione industriale viene resa indubbiamente più flessibile dalle tecnologie informatizzate e dalle nuove strategie organizzative, sarebbe però errato concentrare l'attenzione soltanto sull'industria, trascurando quanto sta avvenendo fuori di essa. Tutti i paesi capitalistici avanzati sono giunti ad uno stadio nel quale si è verificato un sorpasso indubbio e statisticamente evidente delle occupazioni industriali da parte di quelle extraindustriali ("terziarie" o "quaternarie" che siano).
Ovviamente la cosa dovrebbe andar intesa con cautela. E' difficile dire, alla luce delle considerazioni svolte più sopra, se il processo di terziarizzazione continuerà con lo stesso ritmo dei decenni appena trascorsi. Non vi è indizio, d'altra parte, che l'industria stia perdendo la sua posizione di fonte dell'innovazione tecnologica; gli assetti del mondo industriale, inoltre, saranno ancora determinanti per l'andamento della produttività di tutto il sistema economico. E' altrettanto vero, tuttavia, che il peso del settore terziario (con tutte le sue varianti tradizionali e "avanzate") è destinato a mantenere, o addirittura ad accrescere limitatamente, la sua rilevanza.
E' ancora improprio, di conseguenza, parlare di capitalismo postindustriale, perché l'industria condiziona ancora in modo determinante gran parte degli assetti organizzativi e concorrenziali del capitalismo, ma certamente siamo di fronte ad un modello di capitalismo industriale ad alta densità di servizi. Per le economie progredite, in altre parole, la terziarizzazione e la finanziarizzazione sono fenomeni per molti aspetti "fisiologici" e perciò è necessario rivedere tutti quei modi di pensare che più o meno consciamente poggiavano su un semplice predominio quantitativo delle configurazioni industriali.
Per l'investimento si aprono certamente sbocchi in settori relativamente nuovi come microelettronica e robotica, biotecnologie, etc; va detto però che attualmente i gruppi privati puntano a rimodellare, ristrutturandoli secondo nuove esigenze, settori strategici già esistenti, come le telecomunicazioni, le assicurazioni e le banche, le televisioni etc, molti dei quali situati nell'ambito dei servizi. In molti casi, in passato essi erano stati gestiti dallo stato attraverso imprese pubbliche; di qui la tendenza a sottrarre queste attività allo stato attraverso una politica di privatizzazioni.

1.3. Gli assetti internazionali
La mappa del potere economico mondiale si sta oggi ristrutturando attorno a tre tendenze parallele:
1) forte frammentazione e concorrenzialità tra blocchi capitalistici: europeo (Germania), giapponese e statunitense, ognuno dei quali è gerarchizzato al suo interno in paesi leader e paesi di secondo piano, destinati a subire le iniziative e le scelte dei primi.
2) tendenza alla localizzazione dell'industria tradizionale verso le periferie (o meglio verso i NIC), con una conseguente pressione concorrenziale nei confronti dei paesi avanzati.
3) disgregazione dell'ex "mondo socialista". I paesi in questione sono sempre più attratti nell'orbita dei vari blocchi capitalistici. La vittoria nella lotta tra questi ultimi dipenderà tra l'altro dal modo in cui verranno assimilati dai diversi blocchi capitalisticii frammenti dell'ex mondo socialista dall'Europa alla Cina.
Questi laboriosi processi di aggregazione di nuove sfere d'influenza nel quadro della competizione su scala mondiale si svolgono su uno sfondo globale dominato da forti elementi di instabilità.
Già tra dalla fine degli anni Sessanta lo sviluppo del mercato dell'eurodollaro e la formazione delle multinazionali avevano creato dei mercati delle xenovalute sottratti alla sovranità nazionale, veri e propri centri di potere sovranazionale privato. Queste forze, come ben si sa, avevano contribuito alla crisi definitiva del sistema di Bretton Woods. Con gli anni Settanta-Ottanta i mutamenti istituzionali dei mercati finanziari si sono ulteriormente accentuati. I principali possono essere sintetizzati così.
Mentre in regime di cambi fissi erano soprattutto le banche centrali a limitare le fluttuazioni valutarie, con il prevalere dei cambi fluttuanti i costi di copertura contro le fluttuazioni sono stati sempre più confinati nella sfera privata, attraverso operazioni a termine.
Negli anni Settanta - Ottanta, le vicende legate ai mercati delle materie prime e del petrolio in particolare non solo crearono il problema di riciclare gli enormi surplus petroliferi, accrescendo il peso delle istituzioni finanziarie incaricate di gestire il processo, ma produssero anche forti deficit dei pagamenti internazionali, problemi di indebitamento, un clima di generale incertezza sulle quotazioni delle materie prime. In un mondo caratterizzato da fluttuazioni nelle quotazioni delle materie prime, delle valute, dei tassi, le operazioni a termine hanno registrato un'esplosione non solo sui mercati valutari, ma in relazione ad ogni tipo di transazione borsistica.
I maggiori centri finanziari mondiali, infine, sono stati collegati tra loro in un mercato globale interamente informatizzato che permette di spostare pressoché istantaneamente masse enormi di capitali.
Nel nuovo modello di accumulazione le imprese sono sempre meno dipendenti dai mercati interni e sempre più preoccupate della loro posizione sui mercati internazionali. Al tempo stesso i capitali si spostano con eccezionale mobilità da un'area all'altra. Nell'insieme, ciò modifica profondamente apparati e vincoli della politica economica, rendendo impraticabile il "welfare" keynesiano: "Come comprese Keynes - scrive Gilpin - la logica del welfare state è la chiusura dell'economia, poiché il governo deve essere capace di isolare l'economia da vincoli e disturbi esterni in modo da poterla controllare e gestire. [...] Per questo la logica dell'economia di mercato come sistema globale intrinsecamente in espansione si scontra con la logica del welfare state moderno."(GILPIN, p.93). Il sistema di Bretton Woods era stato costruito nell'ipotesi che i conflitti tra obiettivi interni ed esterni della politica economica fossero di importanza contenuta e in ogni caso risolvibili attraverso l'operare di appropriati organismi sovranazionali: "Si poneva come assunto [...]- per dirla ancora con Gilpin - che i movimenti di capitali sarebbero stati piccoli e che i conflitti tra gli obiettivi economici sarebbero stati risolti fornendo a livello internazionale un finanziamento del deficit e, se necessario, modificando i tassi di cambio"(IVI, p.183).
Apparati e obiettivi della politica si ristrutturano di conseguenza, mutando soprattutto in due direzioni: innanzitutto si accresce il ruolo degli apparati finanziari che gestiscono i flussi di capitali e ciò potenzia la finanziarizzazione di tutta l'economia; la priorità assoluta è data ormai al vincolo della stabilità monetaria, a detrimento del sostegno del potere d'acquisto e quindi dello sviluppo dell'occupazione.

1.4. La fine del "welfare" e le politiche economiche
Le trasformazioni della politica economica derivano dall'azione congiunta dei nuovi vincoli internazionali e dal ruolo che il nuovo modello di accumulazione impone alla finanza pubblica.
Anche il ruolo della finanza pubblica appare considerevolmente ridimensionato, nel senso che essa non può più svolgere la funzione propulsiva che aveva svolto nei primi decenni postbellici. La letteratura in voga negli anni Sessanta (Maddison, Shonfield, p.es) aveva messo in evidenza che le politiche keynesiane avevano creato un circolo virtuoso, in cui alti livelli di domanda garantiti dallo stato stimolavano l'attività economica e la crescita, a sua volta, generava un elevato livello di risorse.
Il livello di impegno raggiunto dallo stato nella fase del "welfare" era sostenibile soltanto con tassi di sviluppo elevati. Era fatale che il rallentamento nel ritmo di accumulazione intervenuto negli anni Settanta, causato dalla crisi interna del fordismo, facesse emergere una crisi fiscale, aggravata in prospettiva dall'invecchiamento delle popolazioni e dal prevedibile aumento delle prestazioni pensionistiche e sanitarie.
Il "welfare", inoltre, è andato in crisi in parte anche da se stesso, sviluppando una serie di circoli viziosi interni, di disfunzioni burocratiche che ne accrescevano troppo i costi; all'interno della società capitalistica, inoltre, l'azione di ogni centro di spesa deve prima o poi essere attraversato da una varietà di forme di distorsione clientelare dovuta alla pressione di diversi centri d'interesse privato (segnalo, tra parentesi, che non sarebbe male se qualcuno di noi facesse una seria rilettura critica di O'Connor, mettendo meglio a fuoco i meccanismi fiscali nella fine del "welfare").
A cavallo dei decenni Settanta-Ottanta il rallentamento dell'accumulazione si è sommato ai vincoli dell'instabilità monetaria e alle crisi petrolifere spingendo ad una netta riduzione dell'intervento pubblico, prima in alcuni paesi e poi in altri. Questo, tuttavia, ha finito con lo stabilizzare l'economia a tassi di sviluppo meno elevati.

 

fig. 1

Sulla base di tali premesse l'intervento pubblico deve essere ricondotto nei limiti consentiti dalle risorse che si rendono disponibili a un tasso di sviluppo ridotto (non dimentichiamo che negli anni Sessanta si considerava normale un tasso di sviluppo annuo del 5%, mentre oggi ci si accontenta della metà) e rientrare quindi sotto le punte massime raggiunte. Lo stato è ora indotto a liberarsi delle sue prestazioni più costose e a contenere il numero dei dipendenti pubblici che dovevano garantirle. Nello stesso tempo la pubblica amministrazione deve liberarsi dei rami inefficienti, a vendere le imprese pubbliche per ridurre il deficit. Anche la razionalizzazione derivante dalla privatizzazione tende a ridurre il numero degli occupati.
Abbiamo già visto come oggi ci sia una relazione molto tenue tra crescita e occupazione. A ciò si sommano gli effetti delle nuove politiche, che implicano un livello piuttosto contenuto di consumi pubblici. Ciò mantiene relativamente basso il livello dell'attività economica e quindi cronicizza il basso livello di entrate e la crisi fiscale, determinando un circolo vizioso.
La figura sotto riportata sintetizza in una rappresentazione grafica unitaria quanto sono andato sostenendo finora. La parte sinistra della figura è costruita sulla scia delle considerazioni contenute nel par. 2 e la parte destra visualizza il ragionamento che ho appena cercato di tratteggiare sui circoli viziosi della finanza pubblica.

fig. 2

Questo non significa, tuttavia, che si vada verso un'economia senza intervento statale. L'intervento statale, anche se minore di quello del recente passato, continuerà anzi a restare ad un livello ragguardevole; è cambiato comunque - e cambierà semmai ulteriormente - il suo contenuto qualitativo.
La spesa pubblica dovrà in primo luogo contribuire alla creazione di sistemi di infrastrutture avanzate che supportino l'investimento internazionale, anche se solo in certi paesi leader le classi dominanti sembrano capaci di puntare a tali obiettivi, mentre altri (tra cui l'Italia) puntano a rendere appetibile il proprio paese supplendo a tutto con la diminuzione del costo del lavoro.
Il "welfare" residuo dovrà semmai finanziare temporaneamente la dislocazione di forza-lavoro, i periodi di disoccupazione, la disoccupazione giovanile etc., che vengono considerati ormai come fenomeni naturali incontrollabili se ci si vuole mantenere entro i binari della concorrenzialità internazionale.
Senza venir meno, la politica di spesa dovrà comunque ridimensionare il proprio ruolo e rinunciare ad essere la componente della domanda che svolge una funzione propulsiva; quest'ultima dovrà essere lasciata all'investimento privato.
A scanso di equivoci, voglio precisare che il mutamento, notevole per noi europei e specialmente italiani, è molto meno sconvolgente se visto in una prospettiva più ampia. Il discorso di M. Albert sui due modelli di capitalismo ("anglosassone" e "renano") può funzionare a rovescio nel mettere a confronto due tipi ideali di capitalismo. Mentre negli anni Sessanta (il periodo Kennedy-Johnson) era il mondo statunitense che ampliava l'area del "welfare" avvicinandosi alla prassi europea, oggi sta avvenendo il contrario, cosicché sia il capitalismo dell'Europa continentale che quello americano stanno tornando ad uno stile d'intervento per certi versi paragonabile a quello degli Stati Uniti prekennediani.
Concludendo, anche in questo caso, come in quello del sistema produttivo in senso stretto, non vi sono gli estremi per parlare di una nuovo stadio del capitalismo in senso forte. Stiamo semplicemente passando da una fase all'altra della produzione di massa: nei primi decenni del dopoguerra si stava generalizzando una produzione di massa rigida, supportata da un 'intervento pubblico finalizzato in larga misura alla riproduzione della forza lavoro, dagli anni Ottanta stiamo invece andando sempre più verso una produzione di massa flessibile, affiancata da un'alta densità di servizi privati ai quali si tende ad affidare sempre più la riproduzione della forza lavoro, l'intervento pubblico registra quindi una contrazione e una riqualificazione verso compiti di sostegno del sistema di mercato e delle sue ristrutturazioni.

1.5. La finanziarizzazione
Come accennavo più sopra, siamo nell'ambito di un'economia sempre più finanziarizzata (par. 2). Ho però la sensazione che per coloro che hanno i nostri trascorsi teorici l'idea di finanziarizzazione sia più uno spettro da evocare che un concetto analiticamente utile. Nel subconscio del marxista la finanziarizzazione è strettamente associata a significati come parassitismo, speculazione, travisamento della realtà attraverso la lente deformante. Nella migliore delle ipotesi, denunciamo il fenomeno per poi spiegare che non intendiamo soggiacere al gioco delle apparenze e che vogliamo prescinderne per attingere a dimensioni più profonde. Sono sempre più convinto, tuttavia, che dovremmo entrare meglio nei meccanismi finanziari e comprenderne i meccanismi operativi, perché i loro effetti deformanti seguono sempre una logica precisa.
Un indice grossolano ma immediatamente percettibile del livello di finanziarizzazione raggiunto dalle economie occidentali può essere desunto dall'andamento delle quotazioni di Wall Street negli ultimi dieci - quindici anni. Parto da Wall Street per ovvie ragioni, ma il ragionamento trova riscontri anche sulle altre importanti piazze mondiali.

fig. 3

Un prerequisito lontano ma importante dei boom borsistici è costituito da una serie di fenomeni concomitanti che hanno cominciato a manifestarsi negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni Settanta, un periodo di inflazione elevata, con quotazioni incerte delle materie prime e dei cambi. In un contesto simile, per offrire rendimenti maggiori le banche diedero l'avvio ad una forma di concorrenza che puntava sulla diversificazione dei prodotti finanziari, concorrenza che esigeva maggiore libertà di movimento ed assenza di vincoli. Analogamente, gli investitori istituzionali ormai sviluppati creavano una pressione verso la riduzione dei costi delle transazioni borsistiche, che impegnarono le case di intermediazione a trovare altre forme di guadagno attraverso la creazione di prodotti finanziari sempre più sofisticati (cfr. p. es. HAMILTON). Si trattava, peraltro, di un'offerta che veniva incontro alla domanda di copertura del rischio derivata dall'incertezza tipica del periodo (vedi sopra par.3).
E' importante notare che, una volta iniziata, la deregolamentazione dei mercati finanziari produce effetti cumulativi: con la deregolamentazione, la specializzazione piuttosto rigida delle istituzioni di banca e di borsa create dopo gli anni Trenta per evitare il ripetersi di dissesti finanziari viene meno in misura crescente, ma ciò alimenta la concorrenza e quindi un'ulteriore spinta alla diminuzione delle barriere tra diversi tipi di attività, ossia un'ulteriore richiesta di deregolamentazione.
Come è facile constatare anche dal diagramma riportato sopra, la svolta al rialzo delle quotazioni sopravviene negli anni Ottanta (è significativo che il famoso crollo dell'ottobre '87 sia a malapena distinguibile nel flusso apparentemente inarrestabile dell'orientamento rialzista) e soprattutto negli anni Novanta.
Le ragioni normalmente addotte per spiegare questo fenomeno sono l'elevata entità degli utili prodotti dalle fusioni e riorganizzazioni aziendali e il calo dei tassi d'interesse nominali (anche se - possiamo aggiungere - la politica monetaria americana degli ultimi decenni non è stata particolarmente permissiva, poiché il calo dei tassi si è verificato in un periodo di ribasso dell'inflazione e non si è tradotto integralmente in diminuzione dei tassi reali). A fronte di ciò si è avuto un forte sviluppo della liquidità interna in cerca di investimento, in particolare quella creata dal boom dei fondi pensione, le pressioni degli ultimi anni per una riduzione del deficit pubblico vanno naturalmente nella stessa direzione.
Da parte di qualche osservatore scomodo, tuttavia, è stato fatto osservare che questa ottimistica spiegazione ufficiale tralascia di considerare che uno dei fattori fondamentali che hanno alimentato il boom borsistico è stata la liquidità di origine estera, generata in ultima analisi dai surplus commerciali di Germania e Giappone investita sul mercato finanziario statunitense; da questo punto di vista la brillante situazione della borsa poggia in realtà sul deficit crescente degli Stati Uniti verso il resto del mondo, cosicché non appare del tutto improprio parlare provocatoriamente degli Stati Uniti come di una Thailandia in formato gigante ( BATRA, pp.111-2 e 131, WOLMAN-COLAMOSCA, pp.191-222, 237-258 ).

fig. 4

E' facilmente immaginabile quale insieme d'interessi colossale si sia intrecciato attorno a questa crescita della borsa ed alla necessità che esso non subisca brusche interruzioni, tanto più che il rapporto prezzo - utile è salito ai limiti di guardia (vedi figura 4).
E' il caso di segnalare due tra le più importanti conseguenze di ciò:
1) la politica economica è diventata straordinariamente sensibile alle variazioni dei tassi d'interesse, al punto che qualsiasi evento, anche positivo per l'economia reale, viene percepito male dalla borsa quando comporta la prospettiva di un aumento dei tassi,
2) per certi versi siamo di fronte ad un'inversione delle relazioni tra la borsa e l'economia reale, perché l'aumento delle quotazioni dei titoli ha provocato un arricchimento delle famiglie e per questa via ha contribuito notevolmente ad alimentare i consumi (il che, naturalmente, implica anche l'inverso, ossia che un crollo delle quotazioni si traduca in un crollo dei consumi).

1.6. Finanziarizzazione e instabilità globale
Come dicevo più sopra, la priorità data alla lotta all'inflazione tra gli obiettivi della politica economica è andata di pari passo ad un calo tendenziale del tasso di sviluppo. Tenendo presente che la caduta dello sviluppo e quella dell'inflazione sono state simultanee, anche la contrazione dei tassi nominali di fatto è stata minore di quanto appaia a prima vista. L'ottimismo ufficiale sulla caduta dei tassi d'interesse da cui siamo stati inondati in questi ultimi anni ha dunque dei retroscena su cui si preferisce pudicamente sorvolare.
La lotta all'inflazione è stata condotta talmente a fondo da far spuntare all'orizzonte lo spettro della deflazione. Nonostante molti degli ammortizzatori sociali stiano venendo meno, non vedo però grandi probabilità di crisi che si originino all'interno dei paesi avanzati. Anche se vi è una crescente ristrutturazione, la contrazione dei consumi privati che essa comporta non è drastica, perché si punta a diminuire le retribuzioni ma a far entrare nuove persone in questo mondo del lavoro precarizzato per sostenere i redditi familiari (e quindi la domanda). Anche la contrazione del settore pubblico eliminerà certe punte patologiche, ma non sarà drastica, come ho già detto più sopra, infatti, la domanda si riqualificherà (sussidi temporanei ai disoccupati al posto di pensioni, investimenti in infrastrutture o trasferimenti alle imprese invece di servizi sociali, etc.) ma non si contrarrà oltre misura.
I problemi veri potrebbero sorgere da una crisi a livello mondiale, soprattutto se quest'ultima, sgonfiando le borse, provocasse drastici crolli nelle strutture finanziarie dei paesi avanzati e, tramite il funzionamento a rovescio dell'effetto ricchezza sopra ricordato, una forte contrazione dei consumi.
Uno dei principali addensamenti di potenziale deflazionistico a livello mondiale è costituito dal basso livello dei prezzi delle materie prime. Non è il caso di fare qui un'analisi particolareggiata delle ragioni che consentono il deterioramento delle ragioni di scambio a sfavore delle materie prime non energetiche (ragioni che vanno dallo sviluppo di succedanei sintetici, alla politica protezionistica dei paesi avanzati e al rallentamento della crescita in questi ultimi, etc.) e del petrolio (aumento del numero dei paesi produttori non OPEC, conflitti interni all'OPEC, misure antispreco dei paesi avanzati, minore sviluppo di questi ultimi, diminuzione dei costi di estrazione etc.). Ai fini del ragionamento che stiamo conducendo basta sottolineare che la caduta del prezzo delle materie prime costituisce una delle ragioni principali dell'indebitamento dei PVS.
Le condizioni di questi paesi finiscono coll'essere aggravate anche dalle politiche restrittive imposte dalle organizzazioni internazionali (in testa il FMI) per accedere a nuovi aiuti. Tali politiche impongono un aumento dell'estroversione finalizzata all'ottenimento di divise estere, accentuando così gli squilibri nelle strutture economiche dei paesi interessati, diminuendo le loro importazioni, i PVS esportano inoltre le loro contraddizioni anche all'esterno, perché contribuiscono a diminuire le esportazioni dei paesi avanzati, i quali a loro volta contraggono il loro sviluppo e gli acquisti di materie prime, aggravando il problema iniziale.
Gli interessi finanziari legati alle borse sono in prima linea non solo nel temere ogni aumento dei tassi (che agli attuali livelli di quotazioni potrebbe avere effetti dirompenti), ma nel richiedere che una eventuale svolta deflazionistica venga affrontata prioritariamente, e fino all'estremo limite possibile, attraverso una politica monetaria espansiva. I commenti che provengono dagli ambienti finanziari danno la sensazione che la politica monetaria espansiva rappresenti la prima linea di difesa (quella sulla quale ci si sta muovendo attualmente) di una strategia anticrisi. Qualora la situazione si facesse più grave dovrebbe poi subentrare una seconda linea d'intervento, costituita da un keynesismo di destra a base di sgravi fiscali. La "comunità scientifica" degli economisti, naturalmente, sembra seguire docilmente i desideri della "comunità finanziaria".
Mi scuso se entrerò ora in quella che potrebbe sembrare un'analisi congiunturale, ma quello che è avvenuto nel secondo semestre del '98 è estremamente indicativo della direzione che stanno prendendo le forze in campo. La crisi asiatica era sul tappeto in forma acuta da circa un anno allorché, nell'estate del '98, essa si è abbattuta sui paesi produttori di materie prime. Non entro nei particolari, perché certamente sono vivi nella memoria di tutti, ma riassumo le linee fondamentali di quanto è avvenuto nello schema riportato più sotto: la sequenza degli eventi scatenanti è quella riprodotta nelle parte sinistra della figura, mentre gli effetti negativi sulle borse sono visualizzati nella parte destra.

fig. 5

Oggi (inizio '99) le falle più grosse aperte dalla crisi sono state momentaneamente tappate (con un essenziale intervento del FMI) e in Giappone sono stati varati sia il piano di salvataggio bancario, sia quello di rilancio dei consumi. Nel complesso oggi la situazione sembra sotto controllo, ma il prezzo pagato è stato notevole. Le prospettive di crescita mondiale si sono dimezzate ed ora viaggiano sotto il 2%, solo qualcosa meglio del 2%, a quel che sembra, faranno Stati Uniti ed Europa, mentre sembra che difficilmente il Giappone possa rimettersi in moto prima di fine '99. Sia negli Stati Uniti che in Europa, come sappiamo, sono diminuiti i tassi per far fronte alla situazione ed evitare il credit crunch.
La paradossalità del contesto finanziario attuale consiste proprio nel fatto che le borse mondiali sembrano aver apprezzato più il palliativo monetario che la prospettiva di sviluppo poco rosea. Nel momento in cui sto scrivendo Wall Street ha superato i massimi di luglio e viaggia a quota 9500, mentre anche le borse europee stanno velocemente recuperando lo spazio perduto. Certo, si parla di entusiasmo per l'euro e di nuove ondate di fusioni, ma l'ottimismo non è spontaneo, come si ammette apertamente, esso deriva dal fatto che si deve investire una massa enorme di liquidità e per farlo si deve credere (o fingere di credere) a qualcosa. Non voglio dire che non si possano scontare eventi futuri positivi, ma che l'attuale assetto finanziario obbliga a farlo.
Su queste basi è difficile pensare ad un orizzonte stabile. Se anche non avverrà un nuovo '29, permanendo l'attuale eccesso di liquidità dovremo probabilmente abituarci a ricorrenti sequenze di gonfiamento e sgonfiamento di bolle speculative. [N.B.: queste pagine, scritte pochi giorni prima della crisi brasiliana, sono rimaste nella loro forma originaria e non toccano quindi i suoi possibili sviluppi concreti]

1.7. L'egemonia internazionale
Quando sono andato dicendo finora sottende implicitamente l'idea che esista un forte disordine sistemico a livello mondiale. Vorrei ora esplicitare questo giudizio alla luce di alcune considerazioni proiettate su un orizzonte temporale un po' più ampio.
Mi sembra opportuno cominciare dai rapporti Usa - Giappone, due economie configurate in modo complementare ma tra le quali c'è sul tappeto da tempo un problema di leadership. Credo che noi tutti, più o meno, ricordiamo come si configurasse ai nostri occhi questo rapporto una decina d'anni fa. Il Giappone sembrava allora nettamente all'offensiva e ormai sul punto di sorpassare gli USA. L'economia del Giappone appariva il regno dell'efficienza produttiva e della qualità totale per antonomasia; questa economia, pressoché impenetrabile dall'esterno e guidata dalla sapiente regia del MITI, stava oramai stendendo i suoi tentacoli finanziari sul resto del mondo. Gli Stati Uniti nell'età reaganiana avevano sperimentato una ripresa economica che li aveva condannati però all'accrescimento delle passività esterne ; essi entravano nell'ultimo decennio del secolo con un'economia che risparmiava ed investiva poco e che viaggiava - si diceva allora - verso la deindustrializzazione. L'organizzazione antiquata ed elefantiaca, gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo e l'avidità di profitto a breve termine delle corporations americane avevano esposto il mercato statunitense all'invasione giapponese.
Gli industriali ci spiegavano che bisognava lavorare di più e collaborare per far fronte al pericolo giallo. Anche gli intellettuali di sinistra, con il loro fiuto salottiero per ciò che è alla moda, avevano avvertito a modo loro le novità del toyotismo e, sedotti dal nuovo modello di efficienza, avevano dato le prime pennellate all'affresco del tramonto del fordismo. Oltre al toyotismo, naturalmente, nel capitalismo giapponese c'era anche altro, a cominciare dall'aumento eccessivo delle quotazioni immobiliari e della borsa, alla corruzione della classe dirigente etc., ma questi temi sembravano troppo marginali e prosaici per interessare i teorici del nuovo a tutti i costi.
La spirale nella quale l'aumento stratosferico delle quotazioni immobiliari serviva a procurarsi prestiti coi quali investire in borsa (e magari poi reinvestire i proventi nel settore immobiliare ricominciando così il giro...) si interruppe nel '90: subentrò il crack borsistico e da allora una sostanziale stagnazione e una crescente crisi del sistema bancario che solo di recente è stata affrontata con un ampio piano di intervento statale.
Altezza del livello di risparmio e di investimento e altezza delle quotazioni immobiliari sono due facce di una stessa medaglia e contribuiscono a connotare un preciso modello di sviluppo: immobili costosi esigono che si risparmi molto per acquistarli e il poco spazio pagato a peso d'oro non consente un boom dei consumi domestici. Finora la contraddizione di un capitalismo che consumava troppo poco era stata compensata facendo trainare lo sviluppo dalla domanda estera, ma ora il meccanismo sembra definitivamente inceppato. Il Giappone si è trovato di fronte alla necessità di cambiare il suo modello di sviluppo dando più spazio ai consumi proprio mentre la crisi del sistema bancario toccava il culmine. Supponendo che l'operazione riesca, essa avrà tuttavia come effetto la diminuzione degli attivi commerciali che alimentavano l'abbondanza di capitali da investire. Anche se indubbiamente il Giappone continua ad avere enormi potenzialità, è intuitivo che questo renderà più difficile riprendere la penetrazione economica sugli altri mercati con lo stile aggressivo degli anni Ottanta.
Come è facile vedere, qui c'è un insieme di nodi su cui bisognerebbe affacendarsi a lungo. Sembra paradossale, ma da quando i nodi sono venuti al pettine e c'è da lavorare sul serio per chiarire teoricamente il modello di sviluppo giapponese si parla del Giappone molto meno di prima.
Mentre si consumava in silenzio il dramma giapponese, gli Stati Uniti hanno avuto nel frattempo gli onori della cronaca. Cos'è accaduto per giustificare tanto ottimismo ? Indubbiamente alcuni settori sono riusciti a far fronte alla concorrenza giapponese e le prospettive sono buone per quel che riguarda le imprese legate alle tecnologie avanzate (farmaceutici, biotecnologie, microelettronica e software). Nel frattempo i prezzi non danno segnali di riscaldamento, mentre l'offensiva neoliberista ha conseguito buoni risultati nella riduzione del deficit pubblico (ed ha affossato anche il pur timido riformismo di Clinton). Questi sono naturalmente gli ingredienti ideali per far gonfiare i mercati finanziari
Per il resto non c'è da esser molto entusiasti. I tassi di sviluppo dell'era Clinton non sono mediamente più alti di quelli delle ere precedenti (semmai sono sensibilmente più bassi...), anche sul fronte del deficit estero gli Stati Uniti continuano ad accumulare risultati preoccupanti e niente di nuovo è emerso riguardo alla cronica carenza di risparmio (cfr. le considerazioni di E. NELL, in GRAZIANI-NASSISI (a cura di), pp.193 ss.). Il commento più incisivo, a questo proposito, mi sembra quello dovuto alla penna di Lester Thurow: "Gli Stati Uniti appaiono più forti di quanto sembrassero all'inizio del decennio. Nei due settori dell'automobile e dei semiconduttori sono di nuovo al primo posto nel mondo per quanto riguarda la quota di mercato. [...] La concorrenza e i licenziamenti selvaggi hanno sortito effetti positivi. Tutto il grasso è stato strappato dal sistema, ma non è ancora chiaro se gli americani ora sono disposti a creare un muscolo economico sulla loro magra struttura. Gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per aumentare i loro bassi livelli di risparmio e di investimento. La situazione, semmai, è peggiorata a causa dei drastici tagli della spesa pubblica nell'istruzione, nelle infrastrutture e nella ricerca. [...] La costruzione di un'economia da Primo mondo sulla base di una forza lavoro da Terzo mondo non rappresenta la base migliore su cui fondare lo sviluppo economico" (THUROW 1997, p.137).
Il quadro globale, riassumendo, vede un Giappone che conserva il suo potenziale tecnologico-organizzativo di lungo periodo ma è in forti difficoltà congiunturali ; gli Stati Uniti, all'opposto, stanno attraversando una congiuntura discreta che però non ha risolto i loro problemi di fondo. A livello mondiale, dunque, esisterà ancora per anni un vuoto di leadership, né, con ogni probabilità, lo colmerà l'entrata in vigore dell'euro.
Non voglio dilungarmi ancora argomentando questo giudizio nei dettagli, ma ritengo che le speranze (o i timori) che l'euro sostituisca il dollaro siano per il momento premature. L'Europa monetaria, infatti, è più avanti dell'Europa effettiva: disomogeneità e conflitti sugli obiettivi, attriti per la leadership sono già all'ordine del giorno nell'Europa occidentale, il tutto mentre l'Europa orientale attende in qualche modo di essere assimilata. Non si tratta certamente di questioni irrisolvibili in linea di principio, ma sarà difficile che la cosa avvenga in breve.

2. Stadi e cicli

2.1. La ciclicità nel marxismo tradizionale
Con le sommarie considerazioni esposte nei paragrafi precedenti ho cercato di tratteggiare le linee lungo le quali, a mio avviso, va condotta la lettura della situazione attuale. Si tratta di prendere ora in considerazione una prospettiva molto più ampia nella quale le tendenze dell'oggi possano essere collocate in prospettiva e di affrontare la questione della ciclicità.
La prima cosa che vorrei far notare è che, sebbene il filone maggioritario del marxismo tradizionale non abbia mai dato rilievo all'idea di ciclicità e abbia manifestato una propensione marcata a ragionare in rigidi termini stadiali, esiste nondimeno, all'interno della tradizione, una linea minoritaria ben indirizzata in questo senso, che ha il suo capostipite in Trotskij e la più elaborata formulazione analitica negli scritti di Mandel.
Nella relazione sulla crisi economica mondiale tenuta al III congresso dell'Internazionale, Trotskij parte dalla constatazione che dalla metà del secolo al 1873 l'accumulazione era stata nel complesso accelerata; una caduta si era avuta da allora fino alla metà degli anni Novanta e una nuova fase lunga di prosperità era iniziata da lì fino alla guerra mondiale. Questo movimento, che varie serie statistiche sembravano suffragare, testimoniava a detta di Trotskij l'esistenza di un alternarsi di fasi di sovra e sottoaccumulazione nel cui ambito si collocano le oscillazioni congiunturali del consueto ciclo novennale ( TROTSKIJ 1957, pp.152-3).
La congiuntura postbellica si inquadra per Trotskij in un'onda lunga discendente che non promette alcuna ripresa durevole, anche se da questa diagnosi pessimistica non deduce che in assoluto il capitalismo sia entrato in una crisi irreversibile. Sono quindi possibili rilanci momentanei, ma essi rimarranno di carattere superficiale e speculativo e sarà necessario individuare dietro le oscillazioni della congiuntura la direzione dello sviluppo, perché è l'onda lunga nel suo complesso che genera la situazione rivoluzionaria (TROTSKIJ 1979, pp.160-4).
Il rapporto in questione, data anche la natura squisitamente politica della circostanza cui era destinato, non contiene indicazioni relative alle forze che governano la dinamica delle fluttuazioni nel lungo periodo, ma un'occasione per precisare meglio quali fattori siano coinvolti nella genesi delle fluttuazioni si offre tuttavia di lì a poco nel dibattito con Kondratev. In quegli stessi anni la ricerca di Kondratev, allora direttore dell' Istituto per la Congiuntura di Mosca, mette capo alla pubblicazione del volume L'economia mondiale e la sua congiuntura durante e dopo la guerra (1922), nel quale viene delineata la teoria dei cicli lunghi (o delle onde lunghe, secondo la terminologia che Kondratev introduce più tardi).
A Kondratev Trotskij obietta che mentre i cicli ordinari sono interamente determinati dalla dinamica delle forze interne al capitalismo e manifestano la stessa regolarità ovunque, i caratteri e la durata di quelli che con analogia impropria sono definiti "cicli maggiori" sono determinati "not by the internal interplay of capitalist forces but by those external conditions through whose channel capitalist development flows"(citato, qui e più oltre, da MANDEL 1975, p.128-9). Ciò che decide il carattere e l'avvicendamento delle fasi in questione è piuttosto l'interrelazione dello sviluppo capitalistico con fattori esterni, sia di ordine economico che sociale, vale a dire "the acquisition by capitalism of new countries and continents, the discovery of new natural resources, and in the wake of these, such major fact of a 'superstructural' order as wars and revolutions".
Scontata questa differenza fondamentale d'approccio, resta da stabilire fino a che punto si possa spingere l'analogia fra Kondratev e Trotskij in merito al concetto stesso di movimento ondulatorio di lungo periodo. La maggior analogia con Kondratev viene ravvisata da Mandel, il quale oppone che Trotskij non rifiuta in sè l'idea del ciclo lungo, ma la tendenza a spiegarlo in stretta analogia con quelli più brevi e senza tener conto dei rapporti fra il capitalismo e il suo ambiente esterno (MANDEL 1975, p.129). In un articolo del '43, Garvy sostiene che Trotskij in realtà non considera il ciclo lungo come uno strumento utile e che egli pensa all'insieme della tendenza di lungo periodo in termini di una successione di trends lineari di diversa pendenza e lunghezza(GARVY, p.218). Ragionando più esplicitamente nella direzione indicata da Garvy, si è fatto notare a Mandel che concepire i cicli lunghi quali deviazioni da un'ininterrotta linea di trend (come avviene nei grafici di Kondratev) e pensare al trend come rappresentato da una successione di segmenti diversamente inclinati (in quello di Trotskij) implica due visioni inconcilabili dello sviluppo capitalistico: "In his article and his diagram, - ha scritto R. Day - Trotskij sought to demonstrate that 'external conditions' and the relative autonomy of 'superstructural' phenomena precluded any automatic periodicity of long cycles. Indeed, in his sketch of a segmented trend-line Trotskij challenged the entire methodology upon wich Kondratev detection and measurement of long cycles depended. The logical consequence was that Trotskij dednied the existence of long cycles and referred instead to distinct 'epochs', or historical 'periods', wich found diagrammatic expression in the segments of the trend-line"(DAY 1976, p.80).
Non deve tuttavia sfuggire che la contrapposizione fra Kondratev e Trotskij si fonda in ultima analisi sull'incertezza nell'individuare le costanti interne dello sviluppo capitalistico e le variabili esogene che interagiscono con esse. Se in Kondratev rimane indubbiamente un residuo di ideologia dell'equilibrio, neanche Trotskij riesce tuttavia ad andare molto più oltre e a precisare che ruolo giochino nella periodizzazione per fasi del capitalismo fattori interni di grande importanza come i rivolgimenti epocali del processo di produzione e l'incidenza di questi sulle leggi di movimento del capitalismo e la teoria delle crisi.
Trotskij, in particolare, pone al centro delle sue elaborazioni fra le due guerre quelli che sono effettivamente elementi cruciali del periodo, ossia l'entrata dell'economia mondiale in una fase di lungo periodo tendenzialmente depressiva aggravata dal ruolo oggettivamente destabilizzante giocato dagli Stati Uniti. Il patrimonio tradizionale dell'economia marxista, tuttavia, non offre a Trotskij strumenti adeguati a pensare il rapporto fra quanto sta avvenendo all'interno del processo di produzione e le nuove forme di regolazione e controllo richieste da ciò. Sebbene ammetta che è pensabile una nuova onda lunga di prosperità, Trotskij non riesce a vedere che essa non potrà scaturire che dall'adozione di apparati e politiche adeguati al nuovo stadio della produzione di massa e che proprio la ripresa economica americana su questa base contribuirà a stabilizzare l'insieme dell'economia mondiale: ragionando sulla base della visione prevalentemente estensiva ereditata dal marxismo tradizionale, egli concepisce la crescita degli Stati Uniti solo sotto forma di sottrazione di aree di mercato e d'investimento agli altri paesi, vale a dire in termini immediatamente confliggenti con gli interessi degli altri centri del capitalismo mondiale; nell'insieme, di conseguenza, la sua analisi si affida in modo preponderante al momento della conflittualità estensiva.
Late capitalism, l'opus magnum del Mandel anni Settanta, è la prima opera sistematica di impostazione ortodossa che incorpori una versione della teoria delle onde lunghe. L'impianto su cui si fondano gli scritti di Mandel assomiglia talmente a quello dell'ortodossia tradizionale da rendere noioso ogni tentativo di enumerare le concordanze. Nell'ambito di questa analogia di fondo, tuttavia, Mandel conserva una sua identità specifica, avendo cercato di approfondire un tipo di problemi che viene sacrificato in altre concezioni di derivazione ortodossa.
Chi di noi ha presenti le vecchie elaborazioni di Mandel, in particolare il Trattato marxista di economia, sa che in esse vi è una sostanziale accettazione della nota periodizzazione ortodossa del capitalismo in capitalismo concorrenziale, monopolistico e monopolistico di stato. Quantunque Mandel preferisca poi a quest'ultimo il termine di "tardo capitalismo" per evitare l'idea di una sostanziale neutralità dello stato nei confronti della struttura economica implicita nei teorici dei partiti comunisti, tale scansione riappare inalterata nell'opera più tarda.
A questa periodizzazione, che necessariamente deve andare intesa come indicazione di larga massima, a partire dalla fine degli anni Sessanta Mandel ne sovrappone un'altra basata sulle onde lunghe, per la quale dall'inizio dell'ottocento lo sviluppo capitalistico conosce l'avvicendarsi di fasi alterne: in quelle espansive la produzione e gli scambi mondiali crescono a ritmo più accelerato e le crisi di sovrapproduzione divengono meno frequenti e marcate, mentre l'inverso si verifica in quelle di contrazione. Poiché da un punto di vista marxista la teoria delle onde lunghe fa tutt'uno con la teoria dell'accumulazione, la variabile strategica dei movimenti ondulatori è data dal saggio di profitto: la diminuzione della composizione organica del capitale derivata da ragioni tecniche, una flessione di prezzo di elementi del capitale costante, l'abbreviarsi dei tempi di rotazione del capitale e l'aumento del saggio di plusvalore sono tutti fattori che possono innescare un'onda lunga ascendente, mentre un andamento inverso delle stesse variabili può porre in atto una fase di relativa stagnazione (in generale l'esposizione tiene conto di MANDEL 1975 e 1980).
Ragionando con una logica ortodossa per cui la legge della caduta del saggio di profitto conserva - pur se in modo elastico - la sua validità, è chiaro che i fattori che per un certo periodo hanno aumentato il saggio di profitto non possono indefinitamente perdurare; una volta iniziate, le onde lunghe debbono prima o poi tendere verso il basso per la struttura intima delle leggi dell'accumulazione. Tutto ciò introduce ovviamente un'asimmetria fra la svolta verso il basso, che risponde ad una necessità economica interna, e quella verso l'alto, che va ricondotta invece a fattori esogeni: "this upturn [...] can be understood only if all the concrete forms of capitalist development in a given environment [...] are brought into play" (MANDEL 1980, p. 21). L'ondata di prosperità iniziata col 1848 si spiega così coll'allargamento del mercato a livello mondiale che ha facilitato il passaggio alla produzione di macchine mediante macchine; quella avviatasi dalla fine dell'ottocento con lo sfruttamento imperialistico combinato con la rivoluzione tecnologica connessa al motore a scoppio e all'elettricità; la prosperità del secondo dopoguerra poggia infine sulla precedente disfatta della classe operaia (depressione, fascismo, guerra) che ha assicurato larghi margini di profitto e sul basso prezzo delle materie prime, mentre entravano nel processo produttivo le prime forme di automazione e le nuove energie (nucleare) (MANDEL 1975, pp.130-2).
Anche da questa concisa esposizione della tesi di Mandel è evidente che ogni onda lunga, pur essendo iniziata per ragioni esogene, crea l'occasione per la comparsa di una rivoluzione tecnologica. Chi legge non deve credere tuttavia che nell'introdurre questo tema Mandel affronti il problema della relazione fra controllo delle macchine e lavoro umano, vale a dire l'aspetto che definisce i rapporti sociali all'interno del processo produttivo. Questo problema non compare praticamente mai sulla scena, mentre largo spazio è dedicato invece alle svolte nella produzione di apparati motori, cioè all'elemento della tecnologia meno immediatamente legato al lavoro anche se più direttamente incidente sull'entità degli investimenti materiali: "The fundamental revolution in power technology [...] thus appears as the determinant moment in revolutions of tecnology as a whole. Machine production of steam-driven motors since 1848; machine production of electric and combustion motors since the 90's of the 19th century; machine production of electronic and nuclear-powered apparatuses since the 40's of the 20th century- these are the three general revolutions in technology engendered by the capitalist mode of production since the 'original' industrial revolution of the later 18th century" (ivi, p.118).
La crisi degli anni Settanta viene dunque letta come il graduale subentrare di tendenze depressive all'insieme dei fattori che avevano sostenuto la prosperità dei decenni postbellici: il rallentamento sopravviene quando riemerge l'aumento di composizione del capitale, mentre diviene impossibile mantenere elevato il saggio di plusvalore e finisce l'era dei bassi prezzi delle materie prime; tutto ciò, insieme alla riduzione delle rendite tecnologiche causate dal generalizzarsi dei nuovi metodi produttivi e a molti altri fattori, porta ad una fase di stagnazione da cui non esiste uscita automatica (MANDEL 1975, pp.81-96 e 107-11).
Senza entrare nei minuti dettagli delle argomentazioni che sorreggono l'analisi, è facile notare come gli stessi vuoti che è possibile riscontrare nella periodizzazione generale del capitalismo esaminata più sopra (scandita in sostanza sulle forme del mercato e della concorrenza) si ritrovino nella più concreta analisi basata sulle onde lunghe. Né qui né là è possibile individuare un'attenzione non episodica alla struttura dei rapporti sociali inerenti alla produzione e al loro legame con quelli impliciti nelle forme interne e internazionali di regolazione. La periodizzazione del capitalismo rimane perciò scandita ad un livello più generale della generica tripartizione (o bipartizione) tradizionale (concorrenza, monopolio, stato), mentre i mutamenti che si impongono attraverso le onde lunghe riguardano soprattutto la sfera delle tecnologie, senza stretti agganci con la trasformazione dei rapporti sociali che attraversano il mondo della produzione e della circolazione.
Anche prescindendo dalle cause storiche (i rapporti di Trotskij con Parvus e con Kondratev, quelli di Mandel con Trotskij etc.), è indubbio che l'inclusione in un modello marxista classico dei cicli Kodratev risponde ad alcune esigenze logiche abbastanza profonde e a loro modo coerenti. In prima linea troviamo naturalmente il tecnologismo delle forze produttive caratteristico di molta ortodossia marxista. In secondo luogo, la periodicità per certi versi automatica del Kondratev si lega bene all'idea che esista un'unica legge che attraversa tutte le fasi dello sviluppo capitalistico: facendo il caso di Mandel, ad esempio, tutto si spiega guardando alla caduta del saggio di profitto e a ciò che temporaneamente la sospende.

2.2. Le formulazioni di Turchetto e La Grassa
Questo excursus sulla visione del ciclo propria del marxismo classico non è stata compiuto per puro scrupolo filologico, ma perché credo consenta di inquadrare e valutare meglio le proposte di Maria Turchetto. In sintesi, la Turchetto punta ad una rivisitazione dei cicli Kondratev proponendo una variante rispetto alla lettura schumpeteriana di essi , legata al propagarsi di una singola innovazione.
La Turchetto propone di distinguere una fase innovativo-accelerativa e una diffusiva all'interno di ogni ciclo lungo. Nella prima si creano settori di punta, nella seconda sistemi di infrastrutture collegati ad essi. Per comodità del lettore riporto lo schema.

(PRIMARIO?).... idrico - fluviale... TESSILE... ferrovia - vapore (coke).... (CHIMICO?)... ferrovia - elettricità... MECCANICA LEGGERA... trasporto su gomma - petrolio... (INFORMATICA?).... reti informatiche, new media?

[Attenzione: parentesi e punti di domanda sono tutti della Turchetto e si riferiscono al fatto che nella letteratura non vi è accordo unanime sul ruolo giocato dallo sviluppo di quei settori]

Questa proposta teorica ha un sapore lievemente paradossale. La Turchetto, infatti, si presenta come una critica acerrima della tradizione, ma rimane poi nei limiti del modello di ciclo più vicino alla tradizione che critica.
La cosa è facilmente comprensibile se si pensa all'intento fondamentalmente polemico che muove la Turchetto. E' normale che, nell'intento di polemizzare con certe posizioni, le si semplifichi ; purtroppo, però, oltre un certo limite le semplificazioni comportano dei costi e alla fine si rischia di presentare come nuovo ciò che per molti aspetti somiglia al vecchio. Mi pare, in altre parole, che anche la Turchetto presenti un ciclo di tipo sostanzialmente tecnologico che ripropone tutte le aporie connesse ai Kondratev in quanto tali.
Innanzitutto i contorni empirici dei Kondratev sono sfuggenti. Non solo è statisticamente sub iudice la stessa identificazione statistica dei cicli (vedi p. es. MADDISON 1982), ma anche la letteratura che crede ai Kondratev ha le sue incertezze nell'identificazione dei settori traenti. Lo sa bene del resto la stessa Turchetto, nel cui schema, proprio per questa ragione, a tre cicli su cinque viene attribuita un'origine non ben chiara.
Ulteriori complicazioni vengono poi create dalla Turchetto nel tentativo di far coesistere la sua visione dello sviluppo capitalistico, fortemente centrata sulla configurazione sociale del processo produttivo, con un modello di ciclo fondamentalmente tecnologico. La soluzione pensata dalla Turchetto è stata quella di dare la priorità a settori di punta che nascono, con la correlativa forma di organizzazione del lavoro, nella produzione in senso stretto, mentre la diffusione può essere lasciata con maggior tranquillità a trasporti e infrastrutture. A me sembra che questo escamotage complichi e irrigidisca inutilmente il modello, tanto più se alla coppie settori traenti/ infrastrutture e accelerazione/diffusione si vogliono far corrispondere differenze empiricamente riscontrabili del tasso di innovazione e di concorrenzialità.
Vorrei infine rilevare che non è ben chiaro quale statuto venga attribuito alla sequenza proposta. Nei modelli come quello di Mandel si tratta di una ricorsività sostanzialmente meccanica, sorretta dalla fede nell'esistenza di un'unica legge (caduta del saggio di profitto) che vale per tutte le fasi del capitalismo. Non credo che la Turchetto la pensi in questi termini , ma allora , privata di un retroterra deterministico, la sequenza proposta perderebbe in spessore teorico tutto quello che potrebbe acquistare in termini di aderenza descrittiva.
Concludendo, credo che la ciclicità Kondratev o simil-Kondratev finisca per creare più problemi di quelli che risolve. Più utili, invece, mi sembrano alcuni spunti che derivano dalle indicazioni La Grassa, le quali, senza sottovalutare l'importanza delle ristrutturazioni tecnologico - organizzative e delle dinamiche che ne scaturiscono, puntano soprattutto a mettere a fuoco a diversi livelli i rapporti sociali capitalistici.
Pur ragionando in termini generali, La Grassa pone al centro del suo ragionamento un'alternanza di fasi verificatesi nell'arco di poco più di un secolo. Si tratta del susseguirsi di periodi di tipo monocentrico e policentrico, intesi come epoche nelle quali l'egemonia mondiale è dominata rispettivamente da una o più sezioni economico-territoriali del capitalismo mondiale. Si parte così dal monocentrismo del capitalismo inglese fino al 1914 per giungere al policentrismo del periodo tra le due guerre, esso viene a sua volta soppiantato dal dominio monocentrico statunitense nel secondo dopoguerra, il quale lascia poi spazio al policentrismo attuale.
A seconda dei periodi cambiano i rapporti interni ed esterni alle imprese e quelli tra le diverse frazioni della classe capitalistica. L'impresa moderna non si identifica con l'unità produttiva in senso stretto, ma è una entità mobile che media tra due spazi: quello della compiuta pianificazione tecnica e quello del mercato competitivo. Nei periodi policentrici, in cui aumenta il disordine, si accresce l'importanza del mercato e della competizione sia all'esterno che all'interno dell'impresa, le cui unità elementari si autonomizzano maggiormente, l'inverso accade nei periodi monocentrici.
Qualcosa di analogo avviene anche per i rapporti tra le frazioni della classe dominante, ossia quelle connesse alle funzioni tecnico - produttive e quelle connesse alle funzioni finanziarie. Le fasi policentriche implicano la necessità di ristrutturare rapidamente le strategie, di spostare risorse da un campo all'altro, di investire in settori nuovi, cosicché si accresce e si autonomizza la funzione degli apparati finanziari connnessi al reperimento delle risorse liquide e al loro trasferimento; nei periodi monocentrici, inversamente, le due funzioni tendono a ricomporsi.
Personalmente condivido la concezione dell'impresa (vedi il mio saggio su questo tema in Oltre il fordismo. Continuità e trasformazioni nel capitalismo contemporaneo, Unicopli, Milano 1999) e quanto ho scritto più sopra sull'evoluzione dei mercati finanziari mi sembra andare esattamente nella direzione di quanto sostiene La Grassa a proposito dell'autonomizzazione degli apparati finanziari nelle fasi policentriche.
Mi sembra sia il caso di far attenzione all'impostazione di La Grassa anche per un terzo motivo. Nel suo lavoro, infatti, ci si muove verso una tipologia differenziata delle crisi che rompe con l'idea di un'unica forma di dinamica economica inerente all'intero arco storico del capitalismo. In sintesi, secondo La Grassa, la mancanza di coordinamento tra i vari spezzoni del capitalismo spinge nelle fasi policentriche a crisi derivanti dalle sproporzioni tra i diversi settori, all'anarchia mercantile ; nelle fasi monocentriche, invece, il pericolo deriva soprattutto da un insufficiente sviluppo della domanda e il maggior coordinamento permette conseguenti politiche di sostegno. Per quanto di taglio un po' impressionistico, queste considerazioni mi sembrano rimandare ad una concezione della dinamica ciclica connessa alla configurazione dei rapporti sociali prevalenti di fase in fase.
In chiusura vorrei far notare comunque che trovo troppo sommario il modo in cui sia La Grassa che la Turchetto, per far posto all'idea della ciclicità, sembrano ignorare l'esistenza di componenti cumulative e "stadiali" dello sviluppo capitalistico. E' evidente che gli stadi definiti dalla tradizione sono criticabilissimi, perché definiti in base alle forme della concorrenza e/o del dominio di certi apparati della finanza o dello stato, ma la vis polemica non può giungere fino a buttar via l'acqua sporca col bambino. Credo, insomma, che degli stadi in qualche modo esistano e vadano definiti in relazione alle configurazioni sociali della produzione di volta in volta prevalenti. Non vedo perché non si possa continuare a parlare di tre stadi fondamentali definiti dalla manifattura, dalla grande industria e dalla produzione di massa, ovviamente - come dicevo sopra al par. 2 - dinamizzandone e articolandone internamente il quadro.

2.3. Spunti per una proposta provvisoria
Vorrei concretizzare il mio abbozzo di tesi attraverso un esame degli spunti offerti da alcuni autori che si sono occupati delle problematiche connesse alla ciclicità del capitalismo, iniziando dal modello che meglio illumina le relazioni internazionali per giungere poi alle configurazioni dei rapporti fra produzione e regolazione.
Le tesi cui alludo sono quelle formulate da Arrighi ne Il lungo XX secolo. Secondo Arrighi, nella storia del capitalismo si sono avuti quattro grandi cicli i quali, nonostante una durata via via decrescente, hanno tuttavia mostrato un ritmo interno ricorrente che consente di parlare di un andamento ciclico. I quattro cicli, ognuno dei quali fa perno su una potenza territoriale di ampiezza crescente, sono tipizzati con riferimento alla formula marxiana del ciclo D-M-D' : "L'aspetto principale di questo modello è costituito dall'alternanza di epoche di espansione materiale (le fasi D-M dell'accumulazione di capitale) e di epoche di rinascita e di espansione finanziaria (le fasi M-D'). Nelle fasi di espansione materiale il capitale monetario 'mette in movimento' una crescente massa di merci (inclusa la forza-lavoro mercificata e le doti naturali) ; nelle fasi di espansione finanziaria una crescente massa di capitale monetario 'si libera' dalla sua forma di merce, e l'accumulazione procede attraverso transazioni finanziarie (come nella formula marxiana abbreviata D-D'). Insieme, le due epoche o fasi formulano un intero ciclo sistemico di accumulazione (D-M-D')" (ARRIGHI p.23).
Nel corso delle fasi D-M opera una tendenza alla riduzione dei costi e dei rischi derivanti dal volume e dalla densità crescente del commercio, mentre nella fase successiva il reinvestimento dei profitti nell'ambito di una sfera spaziale limitata provoca una diminuzione della redditività e quindi la tendenza ad uscire dal commercio verso la finanza (M-D') (ivi, pp.294-5).

fig. 6

Ogni egemonia successiva prende forma durante la fase M-D' della precedente, nel corso della quale i capitali accumulati dal precedente paese egemone vengono via via trasferiti verso il nuovo (solo il rapporto attuale USA - Giappone fa eccezione a questa regola). Dopo un periodo di consolidamento, anche la nuova potenza egemone comincia la sua fase finanziaria, creando così l'ambiente adatto per il ciclo D-M del ciclo successivo. Nel corso delle fasi M-D' di ogni ciclo si creano quindi dei momenti di policentrismo, durante i quali il vecchio capitalismo e quello emergente coesistono e si contendono gli spazi.
Mi rendo ben conto che nel confrontarsi con Arrighi si pone un problema di commensurabilità dei linguaggi. Il concetto di capitalismo da cui parte Arrighi è sostanzialmente braudeliano e sembra che all'interno di esso la produzione abbia uno spazio abbastanza incidentale. Non solo i cicli del capitalismo di Arrighi cominciano dal XIV secolo, quando di capitalismo nel nostro senso non si può certamente parlare, ma anche avvicinandosi a noi la configurazione sociale della produzione in ogni fase è ben poco indagata e trattata come una sorta di "scatola nera".
Nonostante ciò, credo che una qualche utilizzabilità ai nostri fini i cicli di Arrighi la possiedano. In particolare mi sembrano rilevanti due aspetti :
1) la scala temporale con cui lavora Arrighi è sensibilmente maggiore di quella dei Kondratev e mi sembra più adeguata, come cercherò di spiegare più oltre, al modello che intendo proporre;
2) altrettanto importante, inoltre, è il fatto che nel modello di Arrighi abbia uno spazio rilevante l'alternanza di periodi monocentrici con altri policentrici nei quali si accentuano la rivalità e la concorrenzialità.
Naturalmente, come dicevo, la diversità dei concetti di capitalismo non ci permettono di usare i suggerimenti di Arrighi nella loro forma originaria. In particolare, credo bisognerà operare tre modifiche:
1) espungere il ciclo "genovese", che di capitalistico nel nostro senso ha ben poco, e considerare solo i successivi (ovviamente non dovrebbe essere solo una cancellazione, ma una eliminazione motivata attraverso una ripresa della problematica della transizione);
2) andare a vedere come si configurino all'interno di ogni singola fase i rapporti sociali di produzione;
3) dare una spiegazione delle fasi interne ai cicli un po' meno vaga e generica di quella basata sull'alternarsi di economie interne-esterne e concorrenza.

Per dare un fondamento su una base diversa agli aspetti dei cicli di Arrighi che si possono recuperare, bisognerebbe, a mio modo di vedere, qualificare ed estendere modelli simili a quelli della scuola della regolazione non solo lungo tutto l'arco della produzione di massa, ma anche agli stadi anteriori. Naturalmente la mia proposta si presenta ancora in forma fluida e segnalo quindi alcune linee di ricerca a titolo puramente esemplificativo.

Manifattura. I problemi centrali, dal punto di vista della tipizzazione delle forme produttive, mi sembrano tre, tutti in vario modo segnalati da Marx, ma sui quali finora si è lavorato poco: 
1) coesistenza della manifattura vera e propria con forme di artigianato urbano e rurale, industria domestica etc.;
2) dominanza quantitativa della produzione agricola, che in questa è fondata ancora su forme arretrate e di transizione;
3) prevalenza della frazione commerciale del capitale su quella produttiva.
Certamente esiste anche qui una dinamica ciclica, ma ha un andamento assai peculiare, governato dai ritmi dell'agricoltura, in particolare dai rapporti tra le fluttuazioni dei raccolti e quelle del potere d'acquisto.

Grande industria. Nonostante che in questo caso si disponga dell'indagine marxiana, anche qui resta da fare molto lavoro. Come dicevo sopra ([[section]]2), la grande industria ha avuto un ciclo complessivo che può essere scandito indicativamente da tre fasi interne: diffusione (dall'inizio della rivoluzione industriale ai primi tre decenni del secolo), consolidamento (i decenni immediatamente precedenti e seguenti alla metà del secolo) e declino (ultimo paio di decenni dell'Ottocento, inizio Novecento).
Marx - e, possiamo aggiungere, anche i suoi referenti teorici come Ure e Babbage - ha potuto vedere le prime due fasi, alle quali si limita l'analisi del Capitale, ma il periodo delle grandi costruzioni ferroviarie, del passaggio del predominio dal tessile a quello della siderurgia etc., oltrepassa quell'orizzonte. Bisognerebbe, in altre parole, declinare il modello della grande industria anche in relazione all'industria estrattivo - siderurgica, alla meccanica pesante, alla costruzione di macchine mediante macchine che Marx ha più intravisto che rielaborato a fondo. Non facendolo si ripeterebbe l'errore del marxismo tradizionale che, ragionando in termini di dimensione della fabbrica e/o limitazione della concorrenza e/o prevalenza della finanza, ha preso questi ultimi approdi della vecchia fase come l'inizio del nuovo.
La questione della ciclicità presenta in quest'epoca problemi minori, perché conosciuti meglio e filtrati da un'ampia letteratura, ma comunque c'è probabilmente una differenza di un certo peso tra i primi cicli del secolo e gli ultimi (sappiamo del resto che Marx ed Engels cambiarono idea sulla periodicità del ciclo dopo la metà del secolo e l'avrebbero cambiata probabilmente ancora se fossero vissuti abbastanza).

Produzione di massa. Mi limito qui a rimandare a quanto accennavo nei primi paragrafi, ricordando che più passa il tempo e meno possiamo applicare il modello fordistico classico ovunque, come faceva il vecchio Braverman, anche agli uffici e ai servizi. Anche la dinamica ciclica classica, probabilmente, si modifica nel corso del secolo e si attenua per effetto del peso crescente dell'intervento statale e dell'espansione del terziario.

Venendo infine brevemente al problema dei modelli di regolazione, sarebbe importante anche qui andar oltre gli esempi, pur importanti, che ci hanno dato gli autori che si riferiscono a questo filone. Per ogni stadio dello sviluppo capitalistico i modelli di regolazione e di politica economica dovrebbero essere più articolati di fase in fase e tener conto anche dei vincoli internazionali (e quindi del mono - policentrismo etc.).
Ho già detto a sufficienza, per quanto consentito dai limiti di un intervento sintetico, come si stia modificando il sistema di regolazione attuale in corrispondenza al passaggio ad una forma flessibile di produzione di massa e come sia semplicistico adottare un'unica variante del rapporto produzione - circolazione per il Novecento. Questo vale anche per le fasi anteriori, a cominciare dalle più lontane. Sarebbe necessario, se posso esprimermi in questo modo, non solo interpretare il mercantilismo attraverso il concetto di regolazione, ma individuarne anche meglio le scansioni interne. Importanti scansioni andrebbero introdotte anche nell'Ottocento, perché la politica economica inglese dei primi decenni del secolo, che va progressivamente lasciando spazio ad un sistema aperto e basato sugli automatismi di mercato, è un sistema di regolazione che funziona in modo differente da quello di fine secolo, quando Londra è diventata il centro del mercato creditizio mondiale e il perno di un sistema internazionalizzato e gerarchizzato in cui circolano forti flussi di capitali. Ragionare, come spesso si fa, attraverso un parallelismo tra un unico modello di grande industria e un unico modello di liberoscambismo significa adottare la stessa ottica per il periodo in cui la Gran Bretagna si sta imponendo come leader del mondo e quello in cui sta declinando (pur tenendo ancora le fila della finanza mondiale).
A scanso di equivoci, preciso che non sto proponendo di abbandonare i modelli astratti per immergermi nel flusso eracliteo del divenire, ma cercando di spiegare come le astrazioni divengano semplicistiche e pericolose quando prescindono dall'articolazione e dalla complessità del reale. Se ieri vi si passava sopra in nome delle urgenze della politica, oggi non c'è nemmeno questa scusa.

Venezia, gennaio 1999

Le citazioni in corpo sono state ridotte al minimo per non appesantire la lettura. Questa nota bibliografica è stata aggiunta per consentire comunque al lettore di avere un'indicazione di massima sulla letteratura cui implicitamente si fa riferimento.

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