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Alcune osservazioni |
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Scopi e limiti di questo intervento
Questo intervento è strettamente legato alle tematiche che sono state
discusse nel primo numero di Intermarx, nella sezione Fasi, cicli,
epoche: modelli interpretativi dello sviluppo capitalistico. Anche se
il discorso prende le mosse da alcune considerazioni specifiche sulla fase
attuale dello sviluppo capitalistico e affronta esplicitamente il problema
della ciclicità solo verso la fine, il suo nucleo originario è
costituito da riflessioni suscitate da una prima versione dei contributi
di Maria Turchetto e Gianfranco la Grassa sulla ciclicità del capitalismo,
rielaborate poi nella forma attuale.
Le considerazioni qui svolte partono da un retroterra di ricerca comune
sedimentato nel corso degli anni. Oggi, in particolare, come gruppo di lavoro
registriamo due importanti convergenze: 1) il rifiuto della classica periodizzazione
del capitalismo in concorrenziale, monopolistico, monopolistico di stato
e della tendenza ad enfatizzare i cambiamenti più recenti, spesso
anche di superficie, come nuove fratture epocali; 2) l'idea che sia necessario
individuare nello sviluppo capitalistico dei momenti di ricorsività
o, in altre parole, alcune forme di andamento ciclico. Da qui in poi, tuttavia,
le nostre certezze si fanno assai minori, perché non abbiamo ancora
individuato in modo univoco i modelli di ciclicità a cui fare riferimento
(è un'incertezza, va detto, che si riverbera anche all'interno del
nostro ultimo volume collettivo Oltre il fordismo. Continuità
e trasformazioni nel capitalismo contemporaneo, Unicopli, Milano 1999).
Spero quindi che il contenuto di queste pagine serva a fare il punto e ad
alimentare il dibattito.
Le pagine che seguono sono da considerare unicamente un work in progress, che non pretende alcuna forma di compiutezza. Può comunque risultare utile a chi legge conoscerne in anticipo filo conduttore: la prima parte si occupa delle dinamiche attuali del capitalismo, partendo dalla crisi del fordismo e dall'orizzonte delle politiche economiche attuali, per approdare infine all'intreccio tra finanziarizzazione e possibili depressioni mondiali; la seconda affronta la questione della ciclicità, cercando di individuare una linea di ricerca su cui muoversi per il futuro.
1. Le dinamiche attuali del capitalismo
1.1. Un bilancio sulla crisi del fordismo
Fino agli anni Settanta l'organizzazione economica dei paesi a capitalismo
avanzato era caratterizzata da tre componenti fondamentali. La produzione
industriale, innanzitutto, poggiava su una salda base fordistica, che dall'America
si era diffusa negli altri paesi. Tale diffusione, a sua volta, era stata
agevolata da altri due ordini di fattori: la forte crescita dell'intervento
statale in varie direzioni (ricerca di base, infrastrutture,
riproduzione della forza-lavoro, sostegno della domanda), con priorità
assegnata al sostegno della domanda e dell'occupazione; una egemonia
internazionale monocentrica stabile (USA) e sistema di cambi fissi.
Per mettere a fuoco meglio quello che è cambiato da allora bisogna
partire dalle ragioni che hanno determinato la crisi del fordismo. Credo
si possa sintetizzarle in termini su cui esiste una concordanza abbastanza
larga (nel riassumerli ho tenuto d'occhio in buona parte BIHR pp.59-70,
ma si tratta, come è noto, di fattori che sono stati messi in luce
da varie voci intervenute nel dibattito).
1) Progressivo esaurimento della fase ascendente del fordismo, nella quale
rapidi guadagni di produttività scaturivano dall'applicazione dei
nuovi metodi organizzativi a settori che fino a quel momento non ne erano
stati toccati. Nello stesso tempo la fase avanzata del fordismo tendeva
a generare disaffezione e ondate di scioperi, con perdite pesanti di produttività
e rischi di instabilità sociale.
2) Progressiva saturazione dei mercati dei beni di consumo durevoli, proprio
nel momento in cui il rallentamento della produttività avrebbe richiesto
ulteriori allargamenti produttivi per conseguire economie di scala.
3) Crescita dei servizi di riproduzione della forza-lavoro necessari a un
sistema fortemente urbanizzato (sanità, pensioni, socializzazione
e tempo libero etc.) e impossibilità di ristrutturare su base fordistica
settori cruciali per la riproduzione della forza-lavoro come l'edilizia,
i servizi sociali, medici, scolastici, etc.
4) Crescita dei costi dei servizi commerciali, assicurativi, organizzativi
interni ed esterni alle imprese.
5) Fine di un sistema monetario internazionale di cambi fissi, monocentrico
e stabile, che facilitava condizioni di prevedibilità e standardizzazione
sui mercati internazionali (vedi più oltre).
In che misura la fine del fordismo e dell'incontrastata egemonia statunitense
possono rappresentare una nuova fase epocale del modo di produzione capitalistico?
Dico subito che ritengo la cesura molto meno fondamentale di quanto molti
oggi siano portati a credere, ma prima argomentare la mia opinione vorrei
soffermarmi su un caso italiano che si presta bene ad illustrare quante
e quali conclusioni affrettate si possano trarre dalle premesse in questione.
Il volume di Cillario (L'economia degli spettri) parte dal presupposto
che col toyotismo si sia entrati nella fase del capitalismo cognitivo,
nella quale il fordismo è definitivamente superato. Il lavoro di
Cillario crea certamente irritazione nel lettore per la disinvoltura un
po' superficiale e giornalistica con cui il concetto di capitalismo cognitivo
viene maneggiato per spiegare la fine dell'impero sovietico (avvenuta perché
i sovietici non erano giunti al capitalismo cognitivo), la fine della prima
repubblica (la rigidità della costituzione è un derivato della
rigidità del fordismo), il modo in cui i media hanno gestito l'informazione
al tempo della guerra del Golfo (il taylorismo deforma la realtà
attraverso la censura, il capitalismo cognitivo attraverso un eccesso di
informazione). Si potrebbe comunque passar sopra a queste esagerazioni se
il concetto di capitalismo cognitivo avesse in sé una validità,
ritengo però che sia proprio il concetto in sé ad avere gravi
carenze, una disinvoltura di fondo da cui nascono poi varie bizzarrie minori.
Il toyotismo, secondo Cillario, richiederebbe da parte del lavoratore una
creatività coatta che viene espropriata dal capitale e va a formare
il plusvalore cognitivo, dando luogo ad una nuova fase del capitalismo;
dopo cooperazione, manifattura, grande industria, fordismo abbiamo così
il capitalismo cognitivo e, dopo il plusvalore relativo, anche il plusvalore
cognitivo a caratterizzare la nuova fase. Anche tralasciando il fatto che
Cillario tratta la teoria del valore in un modo che sarebbe stato comprensibile
vent'anni fa ma non oggi, è discutibile proprio l'idea che si
possa creare una cesura così netta tra fordismo e capitalismo cognitivo.
1.2. L'orizzonte attuale. Gli assetti interni della produzione
La mia perplessità nasce da due ordini di fattori. In primo luogo
credo che l'entità della diffusione del toyotismo sia sopravvalutata,
perché esso non caratterizza ancora interamente tutti i segmenti
delle grandi imprese dei paesi avanzati, per non parlare delle piccole imprese
e di quelle dei paesi periferici. In secondo luogo - ed è questo
l'ordine di considerazioni più essenziale - ritengo che si siano
creati degli equivoci sui rapporti tra fordismo e produzione di massa.
A partire dalla scuola della "régulation", il concetto
di fordismo è stato considerato un sinonimo di quello di produzione
di massa, con un fraintendimento che - come osserva giustamente la Turchetto
- è ben visibile ad esempio in Coriat. Il risultato di questo equivoco
è quello di esagerare le conseguenze della fine del fordismo, vedendo
in essa la fine della produzione di massa.
Credo sarebbe utile impostare la questione secondo una prospettiva storica
più ampia, che riprenda anche le periodizzazioni del processo di
lavoro abbozzate a suo tempo da Marx. Lasciando perdere per il momento la
fase della "manifattura", dove il discorso si fa complesso per
l'intreccio con la transizione al capitalismo e l'incompletezza della subordinazione
reale del lavoro al capitale, vorrei concentrarmi su quelle più recenti,
ossia la "grande industria" e la produzione di massa (qui, naturalmente,
si fuoriesce da Marx in senso stretto). Ognuna di queste grandi fasi
passa attraverso un'evoluzione interna che non possiamo sottovalutare.
La "grande industria" , come è noto, coincide con il trasferirsi
del centro di gravità della produzione sistema delle macchine; essa
ha avuto un ciclo complessivo durato un secolo o poco più, con un
periodo di diffusione (dall'inizio della rivoluzione industriale ai primi
tre decenni del secolo), uno di consolidamento (i decenni immediatamente
precedenti e seguenti alla metà del secolo) e uno di declino (ultimo
paio di decenni dell'Ottocento).
Sul piano dei rapporti sociali, la discontinuità rappresentata dalla
produzione di massa rispetto alla fase precedente riguarda il ruolo dell'organizzazione
"scientifica" del lavoro - e più in generale di ogni
aspetto della produzione - e la verticalizzazione dell'impresa che l'accompagna.
Anche la produzione di massa ha avuto scansioni interne: la sua comparsa
è legata innanzitutto al taylorismo e ad altri tentativi tardo-ottocenteschi,
una forma iniziale nella quale la razionalizzazione è imposta da
interventi discrezionali della direzione; solo in seguito il taylorismo
si è evoluto nel fordismo, che incorpora la razionalizzazione di
tempi e metodi nella catena e quindi nel sistema macchinico e in questa
forma la produzione di massa si è imposta nel mondo nei due decenni
successivi alla guerra.
In contrasto con la logica della produzione fordistica rigida, assistiamo
oggi ad un progressivo diffondersi della produzione snella nell'industria.
Il tratto caratterizzante delle innovazioni organizzative che vengono riassunte
sotto il nome di toyotismo consiste, come è noto, nell'orientare
il processo produttivo da valle a monte, invertendo la sequenza del
fordismo classico e giungendo così a comprimere al massimo la necessità
di "polmoni", scorte e magazzini; nel contempo la forza-lavoro
viene coinvolta nell'andamento del processo produttivo, sia attraverso
discussioni e la formulazione di suggerimenti, sia attraverso il diritto-dovere
di interrompere la produzione non appena in essa si evidenzino difetti (evitando
così costose procedure di collaudo a valle).
Il toyotismo rompe indubbiamente col fordismo ma al tempo stesso ne invera
anche l'aspirazione alla fabbrica completamente sicronica e trasparente,
ponendosi sotto questo aspetto in un preciso rapporto di continuità
con esso. Mi sembra perciò che si debba parlare di un passaggio
interno alla produzione di massa, dalla fabbrica rigida a quella flessibile,
più che di un vero e proprio nuovo stadio epocale del modo di produzione
capitalistico. Se esso rappresenti una rivitalizzazione su nuove basi della
produzione di massa o insieme anche una sua forma di declino, non è
possibile dirlo con assoluta certezza (mi limito qui a ricordare che la
metafora del "tubo di cristallo", usata da Bonazzi, è stata
coniata proprio per indicare che la completa trasparenza della fabbrica
si accoppia a una forte fragilità della medesima).
Le forze che negli ultimi anni hanno operato con maggiore continuità
nelle economie avanzate sono soprattutto due: l'innovazione tecnologica,
in particolare quella legata alla microelettronica, e l'intensa attività
di ristrutturazione aziendale resa necessaria dal nuovo ambiente economico
interno e internazionale.
La microelettronica ha consentito una vera e propria rivoluzione tecnologica
non solo nell'industria, ma anche in molte aree del terziario che finora
erano state toccate solo limitatamente. Sembra dunque essere cresciuta
la pressione della disoccupazione tecnologica. Proprio perché
l'informatizzazione caratterizza fortemente anche il terziario , si attenua
la capacità di quest'ultimo di generare occupazione.
In questi ultimi anni si è intensificata anche l'attività
di acquisizione, di fusione di imprese private o di privatizzazione di imprese
pubbliche che mette capo a ristrutturazioni aziendali. I processi di ristrutturazione
hanno snellito, ridimensionato e ridisegnato la forma degli apparati direttivi
aziendali e quindi le gerarchie organizzative dell'impresa privata; è
appena il caso di dire che la privatizzazione provocherà processi
altrettanto - se non più - consistenti (e, come tutti sappiamo, proprio
per questo negli apparati pubblici si annida uno dei centri di maggior resistenza
alla privatizzazione).
Mi pare, concludendo, che ci siano elementi sufficienti per affermare che
siamo, complessivamente, di fronte ad una fase di crescita a basso tenore
di occupazione. Si rende quindi necessaria una nuova dislocazione
di consistenti quote di forza-lavoro da settori "vecchi" o
sovrabbondanti di manodopera verso altri nuovi.
La mobilità e l'assenza di vincoli sul mercato del lavoro divengono
quindi prioritarie. Se la cavano meglio i paesi che hanno un mercato
del lavoro flessibile, che riesce a creare dei surrogati sotto forma di
lavori part-time e/o a basso reddito da mettere in bella mostra nelle rilevazioni
statistiche.
Se la produzione industriale viene resa indubbiamente più flessibile
dalle tecnologie informatizzate e dalle nuove strategie organizzative, sarebbe
però errato concentrare l'attenzione soltanto sull'industria, trascurando
quanto sta avvenendo fuori di essa. Tutti i paesi capitalistici avanzati
sono giunti ad uno stadio nel quale si è verificato un sorpasso indubbio
e statisticamente evidente delle occupazioni industriali da parte di quelle
extraindustriali ("terziarie" o "quaternarie" che siano).
Ovviamente la cosa dovrebbe andar intesa con cautela. E' difficile dire,
alla luce delle considerazioni svolte più sopra, se il processo di
terziarizzazione continuerà con lo stesso ritmo dei decenni appena
trascorsi. Non vi è indizio, d'altra parte, che l'industria stia
perdendo la sua posizione di fonte dell'innovazione tecnologica; gli assetti
del mondo industriale, inoltre, saranno ancora determinanti per l'andamento
della produttività di tutto il sistema economico. E' altrettanto
vero, tuttavia, che il peso del settore terziario (con tutte le sue varianti
tradizionali e "avanzate") è destinato a mantenere, o addirittura
ad accrescere limitatamente, la sua rilevanza.
E' ancora improprio, di conseguenza, parlare di capitalismo postindustriale,
perché l'industria condiziona ancora in modo determinante gran parte
degli assetti organizzativi e concorrenziali del capitalismo, ma certamente
siamo di fronte ad un modello di capitalismo industriale ad alta densità
di servizi. Per le economie progredite, in altre parole, la terziarizzazione
e la finanziarizzazione sono fenomeni per molti aspetti "fisiologici"
e perciò è necessario rivedere tutti quei modi di pensare
che più o meno consciamente poggiavano su un semplice predominio
quantitativo delle configurazioni industriali.
Per l'investimento si aprono certamente sbocchi in settori relativamente
nuovi come microelettronica e robotica, biotecnologie, etc; va detto però
che attualmente i gruppi privati puntano a rimodellare, ristrutturandoli
secondo nuove esigenze, settori strategici già esistenti, come le
telecomunicazioni, le assicurazioni e le banche, le televisioni etc, molti
dei quali situati nell'ambito dei servizi. In molti casi, in passato
essi erano stati gestiti dallo stato attraverso imprese pubbliche; di
qui la tendenza a sottrarre queste attività allo stato attraverso
una politica di privatizzazioni.
1.3. Gli assetti internazionali
La mappa del potere economico mondiale si sta oggi ristrutturando attorno
a tre tendenze parallele:
1) forte frammentazione e concorrenzialità tra blocchi capitalistici:
europeo (Germania), giapponese e statunitense, ognuno dei quali è
gerarchizzato al suo interno in paesi leader e paesi di secondo piano,
destinati a subire le iniziative e le scelte dei primi.
2) tendenza alla localizzazione dell'industria tradizionale verso le
periferie (o meglio verso i NIC), con una conseguente pressione concorrenziale
nei confronti dei paesi avanzati.
3) disgregazione dell'ex "mondo socialista". I paesi in
questione sono sempre più attratti nell'orbita dei vari blocchi capitalistici.
La vittoria nella lotta tra questi ultimi dipenderà tra l'altro dal
modo in cui verranno assimilati dai diversi blocchi capitalisticii frammenti
dell'ex mondo socialista dall'Europa alla Cina.
Questi laboriosi processi di aggregazione di nuove sfere d'influenza nel
quadro della competizione su scala mondiale si svolgono su uno sfondo globale
dominato da forti elementi di instabilità.
Già tra dalla fine degli anni Sessanta lo sviluppo del mercato dell'eurodollaro
e la formazione delle multinazionali avevano creato dei mercati delle xenovalute
sottratti alla sovranità nazionale, veri e propri centri di potere
sovranazionale privato. Queste forze, come ben si sa, avevano contribuito
alla crisi definitiva del sistema di Bretton Woods. Con gli anni Settanta-Ottanta
i mutamenti istituzionali dei mercati finanziari si sono ulteriormente accentuati.
I principali possono essere sintetizzati così.
Mentre in regime di cambi fissi erano soprattutto le banche centrali a limitare
le fluttuazioni valutarie, con il prevalere dei cambi fluttuanti i costi
di copertura contro le fluttuazioni sono stati sempre più confinati
nella sfera privata, attraverso operazioni a termine.
Negli anni Settanta - Ottanta, le vicende legate ai mercati delle materie
prime e del petrolio in particolare non solo crearono il problema di riciclare
gli enormi surplus petroliferi, accrescendo il peso delle istituzioni finanziarie
incaricate di gestire il processo, ma produssero anche forti deficit dei
pagamenti internazionali, problemi di indebitamento, un clima di generale
incertezza sulle quotazioni delle materie prime. In un mondo caratterizzato
da fluttuazioni nelle quotazioni delle materie prime, delle valute, dei
tassi, le operazioni a termine hanno registrato un'esplosione non solo
sui mercati valutari, ma in relazione ad ogni tipo di transazione borsistica.
I maggiori centri finanziari mondiali, infine, sono stati collegati tra
loro in un mercato globale interamente informatizzato che permette di
spostare pressoché istantaneamente masse enormi di capitali.
Nel nuovo modello di accumulazione le imprese sono sempre meno dipendenti
dai mercati interni e sempre più preoccupate della loro posizione
sui mercati internazionali. Al tempo stesso i capitali si spostano con
eccezionale mobilità da un'area all'altra. Nell'insieme, ciò
modifica profondamente apparati e vincoli della politica economica, rendendo
impraticabile il "welfare" keynesiano: "Come comprese Keynes
- scrive Gilpin - la logica del welfare state è la chiusura dell'economia,
poiché il governo deve essere capace di isolare l'economia da vincoli
e disturbi esterni in modo da poterla controllare e gestire. [...] Per questo
la logica dell'economia di mercato come sistema globale intrinsecamente
in espansione si scontra con la logica del welfare state moderno."(GILPIN,
p.93). Il sistema di Bretton Woods era stato costruito nell'ipotesi che
i conflitti tra obiettivi interni ed esterni della politica economica fossero
di importanza contenuta e in ogni caso risolvibili attraverso l'operare
di appropriati organismi sovranazionali: "Si poneva come assunto [...]-
per dirla ancora con Gilpin - che i movimenti di capitali sarebbero stati
piccoli e che i conflitti tra gli obiettivi economici sarebbero stati risolti
fornendo a livello internazionale un finanziamento del deficit e, se necessario,
modificando i tassi di cambio"(IVI, p.183).
Apparati e obiettivi della politica si ristrutturano di conseguenza, mutando
soprattutto in due direzioni: innanzitutto si accresce il ruolo degli apparati
finanziari che gestiscono i flussi di capitali e ciò potenzia la
finanziarizzazione di tutta l'economia; la priorità assoluta è
data ormai al vincolo della stabilità monetaria, a detrimento del
sostegno del potere d'acquisto e quindi dello sviluppo dell'occupazione.
1.4. La fine del "welfare" e le politiche economiche
Le trasformazioni della politica economica derivano dall'azione congiunta
dei nuovi vincoli internazionali e dal ruolo che il nuovo modello di accumulazione
impone alla finanza pubblica.
Anche il ruolo della finanza pubblica appare considerevolmente ridimensionato,
nel senso che essa non può più svolgere la funzione propulsiva
che aveva svolto nei primi decenni postbellici. La letteratura in voga
negli anni Sessanta (Maddison, Shonfield, p.es) aveva messo in evidenza
che le politiche keynesiane avevano creato un circolo virtuoso, in cui alti
livelli di domanda garantiti dallo stato stimolavano l'attività economica
e la crescita, a sua volta, generava un elevato livello di risorse.
Il livello di impegno raggiunto dallo stato nella fase del "welfare"
era sostenibile soltanto con tassi di sviluppo elevati. Era fatale che il
rallentamento nel ritmo di accumulazione intervenuto negli anni Settanta,
causato dalla crisi interna del fordismo, facesse emergere una crisi fiscale,
aggravata in prospettiva dall'invecchiamento delle popolazioni e dal prevedibile
aumento delle prestazioni pensionistiche e sanitarie.
Il "welfare", inoltre, è andato in crisi in parte anche
da se stesso, sviluppando una serie di circoli viziosi interni, di
disfunzioni burocratiche che ne accrescevano troppo i costi; all'interno
della società capitalistica, inoltre, l'azione di ogni centro di
spesa deve prima o poi essere attraversato da una varietà di forme
di distorsione clientelare dovuta alla pressione di diversi centri d'interesse
privato (segnalo, tra parentesi, che non sarebbe male se qualcuno di noi
facesse una seria rilettura critica di O'Connor, mettendo meglio a fuoco
i meccanismi fiscali nella fine del "welfare").
A cavallo dei decenni Settanta-Ottanta il rallentamento dell'accumulazione
si è sommato ai vincoli dell'instabilità monetaria e alle
crisi petrolifere spingendo ad una netta riduzione dell'intervento pubblico,
prima in alcuni paesi e poi in altri. Questo, tuttavia, ha finito con lo
stabilizzare l'economia a tassi di sviluppo meno elevati.
Sulla base di tali premesse l'intervento pubblico deve essere ricondotto
nei limiti consentiti dalle risorse che si rendono disponibili a un tasso
di sviluppo ridotto (non dimentichiamo che negli anni Sessanta si considerava
normale un tasso di sviluppo annuo del 5%, mentre oggi ci si accontenta
della metà) e rientrare quindi sotto le punte massime raggiunte.
Lo stato è ora indotto a liberarsi delle sue prestazioni più
costose e a contenere il numero dei dipendenti pubblici che dovevano garantirle.
Nello stesso tempo la pubblica amministrazione deve liberarsi dei rami inefficienti,
a vendere le imprese pubbliche per ridurre il deficit. Anche la razionalizzazione
derivante dalla privatizzazione tende a ridurre il numero degli occupati.
Abbiamo già visto come oggi ci sia una relazione molto tenue tra
crescita e occupazione. A ciò si sommano gli effetti delle nuove
politiche, che implicano un livello piuttosto contenuto di consumi pubblici.
Ciò mantiene relativamente basso il livello dell'attività
economica e quindi cronicizza il basso livello di entrate e la crisi fiscale,
determinando un circolo vizioso.
La figura sotto riportata sintetizza in una rappresentazione grafica unitaria
quanto sono andato sostenendo finora. La parte sinistra della figura è
costruita sulla scia delle considerazioni contenute nel par. 2 e la parte
destra visualizza il ragionamento che ho appena cercato di tratteggiare
sui circoli viziosi della finanza pubblica.
Questo non significa, tuttavia, che si vada verso un'economia senza intervento
statale. L'intervento statale, anche se minore di quello del recente passato,
continuerà anzi a restare ad un livello ragguardevole; è cambiato
comunque - e cambierà semmai ulteriormente - il suo contenuto qualitativo.
La spesa pubblica dovrà in primo luogo contribuire alla creazione
di sistemi di infrastrutture avanzate che supportino l'investimento internazionale,
anche se solo in certi paesi leader le classi dominanti sembrano capaci
di puntare a tali obiettivi, mentre altri (tra cui l'Italia) puntano a rendere
appetibile il proprio paese supplendo a tutto con la diminuzione del costo
del lavoro.
Il "welfare" residuo dovrà semmai finanziare temporaneamente
la dislocazione di forza-lavoro, i periodi di disoccupazione, la disoccupazione
giovanile etc., che vengono considerati ormai come fenomeni naturali incontrollabili
se ci si vuole mantenere entro i binari della concorrenzialità internazionale.
Senza venir meno, la politica di spesa dovrà comunque ridimensionare
il proprio ruolo e rinunciare ad essere la componente della domanda che
svolge una funzione propulsiva; quest'ultima dovrà essere lasciata
all'investimento privato.
A scanso di equivoci, voglio precisare che il mutamento, notevole per noi
europei e specialmente italiani, è molto meno sconvolgente se visto
in una prospettiva più ampia. Il discorso di M. Albert sui due modelli
di capitalismo ("anglosassone" e "renano") può
funzionare a rovescio nel mettere a confronto due tipi ideali di capitalismo.
Mentre negli anni Sessanta (il periodo Kennedy-Johnson) era il mondo statunitense
che ampliava l'area del "welfare" avvicinandosi alla prassi europea,
oggi sta avvenendo il contrario, cosicché sia il capitalismo dell'Europa
continentale che quello americano stanno tornando ad uno stile d'intervento
per certi versi paragonabile a quello degli Stati Uniti prekennediani.
Concludendo, anche in questo caso, come in quello del sistema produttivo
in senso stretto, non vi sono gli estremi per parlare di una nuovo stadio
del capitalismo in senso forte. Stiamo semplicemente passando da una fase
all'altra della produzione di massa: nei primi decenni del dopoguerra si
stava generalizzando una produzione di massa rigida, supportata da un 'intervento
pubblico finalizzato in larga misura alla riproduzione della forza lavoro,
dagli anni Ottanta stiamo invece andando sempre più verso una produzione
di massa flessibile, affiancata da un'alta densità di servizi privati
ai quali si tende ad affidare sempre più la riproduzione della forza
lavoro, l'intervento pubblico registra quindi una contrazione e una riqualificazione
verso compiti di sostegno del sistema di mercato e delle sue ristrutturazioni.
1.5. La finanziarizzazione
Come accennavo più sopra, siamo nell'ambito di un'economia sempre
più finanziarizzata (par. 2). Ho però la sensazione che per
coloro che hanno i nostri trascorsi teorici l'idea di finanziarizzazione
sia più uno spettro da evocare che un concetto analiticamente utile.
Nel subconscio del marxista la finanziarizzazione è strettamente
associata a significati come parassitismo, speculazione, travisamento della
realtà attraverso la lente deformante. Nella migliore delle ipotesi,
denunciamo il fenomeno per poi spiegare che non intendiamo soggiacere al
gioco delle apparenze e che vogliamo prescinderne per attingere a dimensioni
più profonde. Sono sempre più convinto, tuttavia, che dovremmo
entrare meglio nei meccanismi finanziari e comprenderne i meccanismi operativi,
perché i loro effetti deformanti seguono sempre una logica precisa.
Un indice grossolano ma immediatamente percettibile del livello di finanziarizzazione
raggiunto dalle economie occidentali può essere desunto dall'andamento
delle quotazioni di Wall Street negli ultimi dieci - quindici anni. Parto
da Wall Street per ovvie ragioni, ma il ragionamento trova riscontri anche
sulle altre importanti piazze mondiali.
Un prerequisito lontano ma importante dei boom borsistici è costituito
da una serie di fenomeni concomitanti che hanno cominciato a manifestarsi
negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni Settanta, un periodo
di inflazione elevata, con quotazioni incerte delle materie prime e dei
cambi. In un contesto simile, per offrire rendimenti maggiori le banche
diedero l'avvio ad una forma di concorrenza che puntava sulla diversificazione
dei prodotti finanziari, concorrenza che esigeva maggiore libertà
di movimento ed assenza di vincoli. Analogamente, gli investitori istituzionali
ormai sviluppati creavano una pressione verso la riduzione dei costi delle
transazioni borsistiche, che impegnarono le case di intermediazione a trovare
altre forme di guadagno attraverso la creazione di prodotti finanziari sempre
più sofisticati (cfr. p. es. HAMILTON). Si trattava, peraltro, di
un'offerta che veniva incontro alla domanda di copertura del rischio derivata
dall'incertezza tipica del periodo (vedi sopra par.3).
E' importante notare che, una volta iniziata, la deregolamentazione dei
mercati finanziari produce effetti cumulativi: con la deregolamentazione,
la specializzazione piuttosto rigida delle istituzioni di banca e di borsa
create dopo gli anni Trenta per evitare il ripetersi di dissesti finanziari
viene meno in misura crescente, ma ciò alimenta la concorrenza e
quindi un'ulteriore spinta alla diminuzione delle barriere tra diversi tipi
di attività, ossia un'ulteriore richiesta di deregolamentazione.
Come è facile constatare anche dal diagramma riportato sopra, la
svolta al rialzo delle quotazioni sopravviene negli anni Ottanta (è
significativo che il famoso crollo dell'ottobre '87 sia a malapena distinguibile
nel flusso apparentemente inarrestabile dell'orientamento rialzista) e soprattutto
negli anni Novanta.
Le ragioni normalmente addotte per spiegare questo fenomeno sono l'elevata
entità degli utili prodotti dalle fusioni e riorganizzazioni aziendali
e il calo dei tassi d'interesse nominali (anche se - possiamo aggiungere
- la politica monetaria americana degli ultimi decenni non è stata
particolarmente permissiva, poiché il calo dei tassi si è
verificato in un periodo di ribasso dell'inflazione e non si è tradotto
integralmente in diminuzione dei tassi reali). A fronte di ciò si
è avuto un forte sviluppo della liquidità interna in cerca
di investimento, in particolare quella creata dal boom dei fondi pensione,
le pressioni degli ultimi anni per una riduzione del deficit pubblico vanno
naturalmente nella stessa direzione.
Da parte di qualche osservatore scomodo, tuttavia, è stato fatto
osservare che questa ottimistica spiegazione ufficiale tralascia di considerare
che uno dei fattori fondamentali che hanno alimentato il boom borsistico
è stata la liquidità di origine estera, generata in ultima
analisi dai surplus commerciali di Germania e Giappone investita sul
mercato finanziario statunitense; da questo punto di vista la brillante
situazione della borsa poggia in realtà sul deficit crescente degli
Stati Uniti verso il resto del mondo, cosicché non appare del tutto
improprio parlare provocatoriamente degli Stati Uniti come di una Thailandia
in formato gigante ( BATRA, pp.111-2 e 131, WOLMAN-COLAMOSCA, pp.191-222,
237-258 ).
E' facilmente immaginabile quale insieme d'interessi colossale si sia
intrecciato attorno a questa crescita della borsa ed alla necessità
che esso non subisca brusche interruzioni, tanto più che il rapporto
prezzo - utile è salito ai limiti di guardia (vedi figura 4).
E' il caso di segnalare due tra le più importanti conseguenze di
ciò:
1) la politica economica è diventata straordinariamente sensibile
alle variazioni dei tassi d'interesse, al punto che qualsiasi evento, anche
positivo per l'economia reale, viene percepito male dalla borsa quando comporta
la prospettiva di un aumento dei tassi,
2) per certi versi siamo di fronte ad un'inversione delle relazioni tra
la borsa e l'economia reale, perché l'aumento delle quotazioni dei
titoli ha provocato un arricchimento delle famiglie e per questa via ha
contribuito notevolmente ad alimentare i consumi (il che, naturalmente,
implica anche l'inverso, ossia che un crollo delle quotazioni si traduca
in un crollo dei consumi).
1.6. Finanziarizzazione e instabilità globale
Come dicevo più sopra, la priorità data alla lotta all'inflazione
tra gli obiettivi della politica economica è andata di pari passo
ad un calo tendenziale del tasso di sviluppo. Tenendo presente che la caduta
dello sviluppo e quella dell'inflazione sono state simultanee, anche la
contrazione dei tassi nominali di fatto è stata minore di quanto
appaia a prima vista. L'ottimismo ufficiale sulla caduta dei tassi d'interesse
da cui siamo stati inondati in questi ultimi anni ha dunque dei retroscena
su cui si preferisce pudicamente sorvolare.
La lotta all'inflazione è stata condotta talmente a fondo da far
spuntare all'orizzonte lo spettro della deflazione. Nonostante molti degli
ammortizzatori sociali stiano venendo meno, non vedo però grandi
probabilità di crisi che si originino all'interno dei paesi avanzati.
Anche se vi è una crescente ristrutturazione, la contrazione dei
consumi privati che essa comporta non è drastica, perché si
punta a diminuire le retribuzioni ma a far entrare nuove persone in questo
mondo del lavoro precarizzato per sostenere i redditi familiari (e quindi
la domanda). Anche la contrazione del settore pubblico eliminerà
certe punte patologiche, ma non sarà drastica, come ho già
detto più sopra, infatti, la domanda si riqualificherà
(sussidi temporanei ai disoccupati al posto di pensioni, investimenti in
infrastrutture o trasferimenti alle imprese invece di servizi sociali, etc.)
ma non si contrarrà oltre misura.
I problemi veri potrebbero sorgere da una crisi a livello mondiale, soprattutto
se quest'ultima, sgonfiando le borse, provocasse drastici crolli nelle strutture
finanziarie dei paesi avanzati e, tramite il funzionamento a rovescio dell'effetto
ricchezza sopra ricordato, una forte contrazione dei consumi.
Uno dei principali addensamenti di potenziale deflazionistico a livello
mondiale è costituito dal basso livello dei prezzi delle materie
prime. Non è il caso di fare qui un'analisi particolareggiata delle
ragioni che consentono il deterioramento delle ragioni di scambio a sfavore
delle materie prime non energetiche (ragioni che vanno dallo sviluppo di
succedanei sintetici, alla politica protezionistica dei paesi avanzati e
al rallentamento della crescita in questi ultimi, etc.) e del petrolio (aumento
del numero dei paesi produttori non OPEC, conflitti interni all'OPEC, misure
antispreco dei paesi avanzati, minore sviluppo di questi ultimi, diminuzione
dei costi di estrazione etc.). Ai fini del ragionamento che stiamo conducendo
basta sottolineare che la caduta del prezzo delle materie prime costituisce
una delle ragioni principali dell'indebitamento dei PVS.
Le condizioni di questi paesi finiscono coll'essere aggravate anche dalle
politiche restrittive imposte dalle organizzazioni internazionali (in testa
il FMI) per accedere a nuovi aiuti. Tali politiche impongono un aumento
dell'estroversione finalizzata all'ottenimento di divise estere, accentuando
così gli squilibri nelle strutture economiche dei paesi interessati,
diminuendo le loro importazioni, i PVS esportano inoltre le loro contraddizioni
anche all'esterno, perché contribuiscono a diminuire le esportazioni
dei paesi avanzati, i quali a loro volta contraggono il loro sviluppo e
gli acquisti di materie prime, aggravando il problema iniziale.
Gli interessi finanziari legati alle borse sono in prima linea non solo
nel temere ogni aumento dei tassi (che agli attuali livelli di quotazioni
potrebbe avere effetti dirompenti), ma nel richiedere che una eventuale
svolta deflazionistica venga affrontata prioritariamente, e fino all'estremo
limite possibile, attraverso una politica monetaria espansiva. I commenti
che provengono dagli ambienti finanziari danno la sensazione che la politica
monetaria espansiva rappresenti la prima linea di difesa (quella
sulla quale ci si sta muovendo attualmente) di una strategia anticrisi.
Qualora la situazione si facesse più grave dovrebbe poi subentrare
una seconda linea d'intervento, costituita da un keynesismo di destra
a base di sgravi fiscali. La "comunità scientifica" degli
economisti, naturalmente, sembra seguire docilmente i desideri della "comunità
finanziaria".
Mi scuso se entrerò ora in quella che potrebbe sembrare un'analisi
congiunturale, ma quello che è avvenuto nel secondo semestre del
'98 è estremamente indicativo della direzione che stanno prendendo
le forze in campo. La crisi asiatica era sul tappeto in forma acuta da circa
un anno allorché, nell'estate del '98, essa si è abbattuta
sui paesi produttori di materie prime. Non entro nei particolari, perché
certamente sono vivi nella memoria di tutti, ma riassumo le linee fondamentali
di quanto è avvenuto nello schema riportato più sotto: la
sequenza degli eventi scatenanti è quella riprodotta nelle parte
sinistra della figura, mentre gli effetti negativi sulle borse sono visualizzati
nella parte destra.
Oggi (inizio '99) le falle più grosse aperte dalla crisi sono
state momentaneamente tappate (con un essenziale intervento del FMI) e in
Giappone sono stati varati sia il piano di salvataggio bancario, sia quello
di rilancio dei consumi. Nel complesso oggi la situazione sembra sotto controllo,
ma il prezzo pagato è stato notevole. Le prospettive di crescita
mondiale si sono dimezzate ed ora viaggiano sotto il 2%, solo qualcosa meglio
del 2%, a quel che sembra, faranno Stati Uniti ed Europa, mentre sembra
che difficilmente il Giappone possa rimettersi in moto prima di fine '99.
Sia negli Stati Uniti che in Europa, come sappiamo, sono diminuiti i tassi
per far fronte alla situazione ed evitare il credit crunch.
La paradossalità del contesto finanziario attuale consiste proprio
nel fatto che le borse mondiali sembrano aver apprezzato più il palliativo
monetario che la prospettiva di sviluppo poco rosea. Nel momento in cui
sto scrivendo Wall Street ha superato i massimi di luglio e viaggia a quota
9500, mentre anche le borse europee stanno velocemente recuperando lo spazio
perduto. Certo, si parla di entusiasmo per l'euro e di nuove ondate di fusioni,
ma l'ottimismo non è spontaneo, come si ammette apertamente, esso
deriva dal fatto che si deve investire una massa enorme di liquidità
e per farlo si deve credere (o fingere di credere) a qualcosa. Non voglio
dire che non si possano scontare eventi futuri positivi, ma che l'attuale
assetto finanziario obbliga a farlo.
Su queste basi è difficile pensare ad un orizzonte stabile. Se anche
non avverrà un nuovo '29, permanendo l'attuale eccesso di liquidità
dovremo probabilmente abituarci a ricorrenti sequenze di gonfiamento e sgonfiamento
di bolle speculative. [N.B.: queste pagine, scritte pochi giorni prima della
crisi brasiliana, sono rimaste nella loro forma originaria e non toccano
quindi i suoi possibili sviluppi concreti]
1.7. L'egemonia internazionale
Quando sono andato dicendo finora sottende implicitamente l'idea che esista
un forte disordine sistemico a livello mondiale. Vorrei ora esplicitare
questo giudizio alla luce di alcune considerazioni proiettate su un orizzonte
temporale un po' più ampio.
Mi sembra opportuno cominciare dai rapporti Usa - Giappone, due economie
configurate in modo complementare ma tra le quali c'è sul tappeto
da tempo un problema di leadership. Credo che noi tutti, più o meno,
ricordiamo come si configurasse ai nostri occhi questo rapporto una decina
d'anni fa. Il Giappone sembrava allora nettamente all'offensiva e ormai
sul punto di sorpassare gli USA. L'economia del Giappone appariva il regno
dell'efficienza produttiva e della qualità totale per antonomasia;
questa economia, pressoché impenetrabile dall'esterno e guidata dalla
sapiente regia del MITI, stava oramai stendendo i suoi tentacoli finanziari
sul resto del mondo. Gli Stati Uniti nell'età reaganiana avevano
sperimentato una ripresa economica che li aveva condannati però all'accrescimento
delle passività esterne ; essi entravano nell'ultimo decennio
del secolo con un'economia che risparmiava ed investiva poco e che viaggiava
- si diceva allora - verso la deindustrializzazione. L'organizzazione antiquata
ed elefantiaca, gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo e l'avidità
di profitto a breve termine delle corporations americane avevano esposto
il mercato statunitense all'invasione giapponese.
Gli industriali ci spiegavano che bisognava lavorare di più e collaborare
per far fronte al pericolo giallo. Anche gli intellettuali di sinistra,
con il loro fiuto salottiero per ciò che è alla moda, avevano
avvertito a modo loro le novità del toyotismo e, sedotti dal nuovo
modello di efficienza, avevano dato le prime pennellate all'affresco del
tramonto del fordismo. Oltre al toyotismo, naturalmente, nel capitalismo
giapponese c'era anche altro, a cominciare dall'aumento eccessivo delle
quotazioni immobiliari e della borsa, alla corruzione della classe dirigente
etc., ma questi temi sembravano troppo marginali e prosaici per interessare
i teorici del nuovo a tutti i costi.
La spirale nella quale l'aumento stratosferico delle quotazioni immobiliari
serviva a procurarsi prestiti coi quali investire in borsa (e magari poi
reinvestire i proventi nel settore immobiliare ricominciando così
il giro...) si interruppe nel '90: subentrò il crack borsistico e
da allora una sostanziale stagnazione e una crescente crisi del sistema
bancario che solo di recente è stata affrontata con un ampio piano
di intervento statale.
Altezza del livello di risparmio e di investimento e altezza delle quotazioni
immobiliari sono due facce di una stessa medaglia e contribuiscono a connotare
un preciso modello di sviluppo: immobili costosi esigono che si risparmi
molto per acquistarli e il poco spazio pagato a peso d'oro non consente
un boom dei consumi domestici. Finora la contraddizione di un capitalismo
che consumava troppo poco era stata compensata facendo trainare lo sviluppo
dalla domanda estera, ma ora il meccanismo sembra definitivamente inceppato.
Il Giappone si è trovato di fronte alla necessità di cambiare
il suo modello di sviluppo dando più spazio ai consumi proprio mentre
la crisi del sistema bancario toccava il culmine. Supponendo che l'operazione
riesca, essa avrà tuttavia come effetto la diminuzione degli attivi
commerciali che alimentavano l'abbondanza di capitali da investire. Anche
se indubbiamente il Giappone continua ad avere enormi potenzialità,
è intuitivo che questo renderà più difficile riprendere
la penetrazione economica sugli altri mercati con lo stile aggressivo degli
anni Ottanta.
Come è facile vedere, qui c'è un insieme di nodi su cui bisognerebbe
affacendarsi a lungo. Sembra paradossale, ma da quando i nodi sono venuti
al pettine e c'è da lavorare sul serio per chiarire teoricamente
il modello di sviluppo giapponese si parla del Giappone molto meno di prima.
Mentre si consumava in silenzio il dramma giapponese, gli Stati Uniti hanno
avuto nel frattempo gli onori della cronaca. Cos'è accaduto per giustificare
tanto ottimismo ? Indubbiamente alcuni settori sono riusciti a far
fronte alla concorrenza giapponese e le prospettive sono buone per quel
che riguarda le imprese legate alle tecnologie avanzate (farmaceutici, biotecnologie,
microelettronica e software). Nel frattempo i prezzi non danno segnali di
riscaldamento, mentre l'offensiva neoliberista ha conseguito buoni risultati
nella riduzione del deficit pubblico (ed ha affossato anche il pur timido
riformismo di Clinton). Questi sono naturalmente gli ingredienti ideali
per far gonfiare i mercati finanziari
Per il resto non c'è da esser molto entusiasti. I tassi di sviluppo
dell'era Clinton non sono mediamente più alti di quelli delle ere
precedenti (semmai sono sensibilmente più bassi...), anche sul fronte
del deficit estero gli Stati Uniti continuano ad accumulare risultati preoccupanti
e niente di nuovo è emerso riguardo alla cronica carenza di risparmio
(cfr. le considerazioni di E. NELL, in GRAZIANI-NASSISI (a cura di), pp.193
ss.). Il commento più incisivo, a questo proposito, mi sembra quello
dovuto alla penna di Lester Thurow: "Gli Stati Uniti appaiono più
forti di quanto sembrassero all'inizio del decennio. Nei due settori dell'automobile
e dei semiconduttori sono di nuovo al primo posto nel mondo per quanto riguarda
la quota di mercato. [...] La concorrenza e i licenziamenti selvaggi hanno
sortito effetti positivi. Tutto il grasso è stato strappato dal sistema,
ma non è ancora chiaro se gli americani ora sono disposti a creare
un muscolo economico sulla loro magra struttura. Gli Stati Uniti non hanno
fatto nulla per aumentare i loro bassi livelli di risparmio e di investimento.
La situazione, semmai, è peggiorata a causa dei drastici tagli della
spesa pubblica nell'istruzione, nelle infrastrutture e nella ricerca. [...]
La costruzione di un'economia da Primo mondo sulla base di una forza lavoro
da Terzo mondo non rappresenta la base migliore su cui fondare lo sviluppo
economico" (THUROW 1997, p.137).
Il quadro globale, riassumendo, vede un Giappone che conserva il suo
potenziale tecnologico-organizzativo di lungo periodo ma è in forti
difficoltà congiunturali ; gli Stati Uniti, all'opposto,
stanno attraversando una congiuntura discreta che però non ha risolto
i loro problemi di fondo. A livello mondiale, dunque, esisterà
ancora per anni un vuoto di leadership, né, con ogni probabilità,
lo colmerà l'entrata in vigore dell'euro.
Non voglio dilungarmi ancora argomentando questo giudizio nei dettagli,
ma ritengo che le speranze (o i timori) che l'euro sostituisca il dollaro
siano per il momento premature. L'Europa monetaria, infatti, è più
avanti dell'Europa effettiva: disomogeneità e conflitti sugli obiettivi,
attriti per la leadership sono già all'ordine del giorno nell'Europa
occidentale, il tutto mentre l'Europa orientale attende in qualche modo
di essere assimilata. Non si tratta certamente di questioni irrisolvibili
in linea di principio, ma sarà difficile che la cosa avvenga in breve.
2. Stadi e cicli
2.1. La ciclicità nel marxismo tradizionale
Con le sommarie considerazioni esposte nei paragrafi precedenti ho cercato
di tratteggiare le linee lungo le quali, a mio avviso, va condotta la lettura
della situazione attuale. Si tratta di prendere ora in considerazione una
prospettiva molto più ampia nella quale le tendenze dell'oggi possano
essere collocate in prospettiva e di affrontare la questione della ciclicità.
La prima cosa che vorrei far notare è che, sebbene il filone maggioritario
del marxismo tradizionale non abbia mai dato rilievo all'idea di ciclicità
e abbia manifestato una propensione marcata a ragionare in rigidi termini
stadiali, esiste nondimeno, all'interno della tradizione, una linea minoritaria
ben indirizzata in questo senso, che ha il suo capostipite in Trotskij e
la più elaborata formulazione analitica negli scritti di Mandel.
Nella relazione sulla crisi economica mondiale tenuta al III congresso dell'Internazionale,
Trotskij parte dalla constatazione che dalla metà del secolo al 1873
l'accumulazione era stata nel complesso accelerata; una caduta si era avuta
da allora fino alla metà degli anni Novanta e una nuova fase lunga
di prosperità era iniziata da lì fino alla guerra mondiale.
Questo movimento, che varie serie statistiche sembravano suffragare, testimoniava
a detta di Trotskij l'esistenza di un alternarsi di fasi di sovra e sottoaccumulazione
nel cui ambito si collocano le oscillazioni congiunturali del consueto ciclo
novennale ( TROTSKIJ 1957, pp.152-3).
La congiuntura postbellica si inquadra per Trotskij in un'onda lunga discendente
che non promette alcuna ripresa durevole, anche se da questa diagnosi pessimistica
non deduce che in assoluto il capitalismo sia entrato in una crisi irreversibile.
Sono quindi possibili rilanci momentanei, ma essi rimarranno di carattere
superficiale e speculativo e sarà necessario individuare dietro le
oscillazioni della congiuntura la direzione dello sviluppo, perché
è l'onda lunga nel suo complesso che genera la situazione rivoluzionaria
(TROTSKIJ 1979, pp.160-4).
Il rapporto in questione, data anche la natura squisitamente politica della
circostanza cui era destinato, non contiene indicazioni relative alle forze
che governano la dinamica delle fluttuazioni nel lungo periodo, ma un'occasione
per precisare meglio quali fattori siano coinvolti nella genesi delle fluttuazioni
si offre tuttavia di lì a poco nel dibattito con Kondratev. In quegli
stessi anni la ricerca di Kondratev, allora direttore dell' Istituto per
la Congiuntura di Mosca, mette capo alla pubblicazione del volume L'economia
mondiale e la sua congiuntura durante e dopo la guerra (1922), nel quale
viene delineata la teoria dei cicli lunghi (o delle onde lunghe, secondo
la terminologia che Kondratev introduce più tardi).
A Kondratev Trotskij obietta che mentre i cicli ordinari sono interamente
determinati dalla dinamica delle forze interne al capitalismo e manifestano
la stessa regolarità ovunque, i caratteri e la durata di quelli che
con analogia impropria sono definiti "cicli maggiori" sono determinati
"not by the internal interplay of capitalist forces but by those external
conditions through whose channel capitalist development flows"(citato,
qui e più oltre, da MANDEL 1975, p.128-9). Ciò che decide
il carattere e l'avvicendamento delle fasi in questione è piuttosto
l'interrelazione dello sviluppo capitalistico con fattori esterni, sia di
ordine economico che sociale, vale a dire "the acquisition by capitalism
of new countries and continents, the discovery of new natural resources,
and in the wake of these, such major fact of a 'superstructural' order as
wars and revolutions".
Scontata questa differenza fondamentale d'approccio, resta da stabilire
fino a che punto si possa spingere l'analogia fra Kondratev e Trotskij in
merito al concetto stesso di movimento ondulatorio di lungo periodo. La
maggior analogia con Kondratev viene ravvisata da Mandel, il quale oppone
che Trotskij non rifiuta in sè l'idea del ciclo lungo, ma la tendenza
a spiegarlo in stretta analogia con quelli più brevi e senza tener
conto dei rapporti fra il capitalismo e il suo ambiente esterno (MANDEL
1975, p.129). In un articolo del '43, Garvy sostiene che Trotskij in realtà
non considera il ciclo lungo come uno strumento utile e che egli pensa all'insieme
della tendenza di lungo periodo in termini di una successione di trends
lineari di diversa pendenza e lunghezza(GARVY, p.218). Ragionando più
esplicitamente nella direzione indicata da Garvy, si è fatto notare
a Mandel che concepire i cicli lunghi quali deviazioni da un'ininterrotta
linea di trend (come avviene nei grafici di Kondratev) e pensare al trend
come rappresentato da una successione di segmenti diversamente inclinati
(in quello di Trotskij) implica due visioni inconcilabili dello sviluppo
capitalistico: "In his article and his diagram, - ha scritto R. Day
- Trotskij sought to demonstrate that 'external conditions' and the relative
autonomy of 'superstructural' phenomena precluded any automatic periodicity
of long cycles. Indeed, in his sketch of a segmented trend-line Trotskij
challenged the entire methodology upon wich Kondratev detection and measurement
of long cycles depended. The logical consequence was that Trotskij dednied
the existence of long cycles and referred instead to distinct 'epochs',
or historical 'periods', wich found diagrammatic expression in the segments
of the trend-line"(DAY 1976, p.80).
Non deve tuttavia sfuggire che la contrapposizione fra Kondratev e Trotskij
si fonda in ultima analisi sull'incertezza nell'individuare le costanti
interne dello sviluppo capitalistico e le variabili esogene che interagiscono
con esse. Se in Kondratev rimane indubbiamente un residuo di ideologia
dell'equilibrio, neanche Trotskij riesce tuttavia ad andare molto più
oltre e a precisare che ruolo giochino nella periodizzazione per
fasi del capitalismo fattori interni di grande importanza come i rivolgimenti
epocali del processo di produzione e l'incidenza di questi sulle leggi di
movimento del capitalismo e la teoria delle crisi.
Trotskij, in particolare, pone al centro delle sue elaborazioni fra le due
guerre quelli che sono effettivamente elementi cruciali del periodo, ossia
l'entrata dell'economia mondiale in una fase di lungo periodo tendenzialmente
depressiva aggravata dal ruolo oggettivamente destabilizzante giocato dagli
Stati Uniti. Il patrimonio tradizionale dell'economia marxista, tuttavia,
non offre a Trotskij strumenti adeguati a pensare il rapporto fra quanto
sta avvenendo all'interno del processo di produzione e le nuove forme di
regolazione e controllo richieste da ciò. Sebbene ammetta che è
pensabile una nuova onda lunga di prosperità, Trotskij non riesce
a vedere che essa non potrà scaturire che dall'adozione di apparati
e politiche adeguati al nuovo stadio della produzione di massa e che proprio
la ripresa economica americana su questa base contribuirà a stabilizzare
l'insieme dell'economia mondiale: ragionando sulla base della visione
prevalentemente estensiva ereditata dal marxismo tradizionale, egli concepisce
la crescita degli Stati Uniti solo sotto forma di sottrazione di aree di
mercato e d'investimento agli altri paesi, vale a dire in termini immediatamente
confliggenti con gli interessi degli altri centri del capitalismo mondiale;
nell'insieme, di conseguenza, la sua analisi si affida in modo preponderante
al momento della conflittualità estensiva.
Late capitalism, l'opus magnum del Mandel anni Settanta, è
la prima opera sistematica di impostazione ortodossa che incorpori una versione
della teoria delle onde lunghe. L'impianto su cui si fondano gli scritti
di Mandel assomiglia talmente a quello dell'ortodossia tradizionale da rendere
noioso ogni tentativo di enumerare le concordanze. Nell'ambito di questa
analogia di fondo, tuttavia, Mandel conserva una sua identità specifica,
avendo cercato di approfondire un tipo di problemi che viene sacrificato
in altre concezioni di derivazione ortodossa.
Chi di noi ha presenti le vecchie elaborazioni di Mandel, in particolare
il Trattato marxista di economia, sa che in esse vi è una
sostanziale accettazione della nota periodizzazione ortodossa del capitalismo
in capitalismo concorrenziale, monopolistico e monopolistico di stato. Quantunque
Mandel preferisca poi a quest'ultimo il termine di "tardo capitalismo"
per evitare l'idea di una sostanziale neutralità dello stato nei
confronti della struttura economica implicita nei teorici dei partiti comunisti,
tale scansione riappare inalterata nell'opera più tarda.
A questa periodizzazione, che necessariamente deve andare intesa come indicazione
di larga massima, a partire dalla fine degli anni Sessanta Mandel ne
sovrappone un'altra basata sulle onde lunghe, per la quale dall'inizio
dell'ottocento lo sviluppo capitalistico conosce l'avvicendarsi di fasi
alterne: in quelle espansive la produzione e gli scambi mondiali crescono
a ritmo più accelerato e le crisi di sovrapproduzione divengono meno
frequenti e marcate, mentre l'inverso si verifica in quelle di contrazione.
Poiché da un punto di vista marxista la teoria delle onde lunghe
fa tutt'uno con la teoria dell'accumulazione, la variabile strategica dei
movimenti ondulatori è data dal saggio di profitto: la diminuzione
della composizione organica del capitale derivata da ragioni tecniche, una
flessione di prezzo di elementi del capitale costante, l'abbreviarsi dei
tempi di rotazione del capitale e l'aumento del saggio di plusvalore sono
tutti fattori che possono innescare un'onda lunga ascendente, mentre un
andamento inverso delle stesse variabili può porre in atto una fase
di relativa stagnazione (in generale l'esposizione tiene conto di MANDEL
1975 e 1980).
Ragionando con una logica ortodossa per cui la legge della caduta del saggio
di profitto conserva - pur se in modo elastico - la sua validità,
è chiaro che i fattori che per un certo periodo hanno aumentato
il saggio di profitto non possono indefinitamente perdurare; una volta iniziate,
le onde lunghe debbono prima o poi tendere verso il basso per la struttura
intima delle leggi dell'accumulazione. Tutto ciò introduce ovviamente
un'asimmetria fra la svolta verso il basso, che risponde ad una necessità
economica interna, e quella verso l'alto, che va ricondotta invece a fattori
esogeni: "this upturn [...] can be understood only if all the concrete
forms of capitalist development in a given environment [...] are brought
into play" (MANDEL 1980, p. 21). L'ondata di prosperità iniziata
col 1848 si spiega così coll'allargamento del mercato a livello mondiale
che ha facilitato il passaggio alla produzione di macchine mediante macchine;
quella avviatasi dalla fine dell'ottocento con lo sfruttamento imperialistico
combinato con la rivoluzione tecnologica connessa al motore a scoppio e
all'elettricità; la prosperità del secondo dopoguerra poggia
infine sulla precedente disfatta della classe operaia (depressione, fascismo,
guerra) che ha assicurato larghi margini di profitto e sul basso prezzo
delle materie prime, mentre entravano nel processo produttivo le prime forme
di automazione e le nuove energie (nucleare) (MANDEL 1975, pp.130-2).
Anche da questa concisa esposizione della tesi di Mandel è evidente
che ogni onda lunga, pur essendo iniziata per ragioni esogene, crea l'occasione
per la comparsa di una rivoluzione tecnologica. Chi legge non deve credere
tuttavia che nell'introdurre questo tema Mandel affronti il problema della
relazione fra controllo delle macchine e lavoro umano, vale a dire l'aspetto
che definisce i rapporti sociali all'interno del processo produttivo. Questo
problema non compare praticamente mai sulla scena, mentre largo spazio è
dedicato invece alle svolte nella produzione di apparati motori, cioè
all'elemento della tecnologia meno immediatamente legato al lavoro anche
se più direttamente incidente sull'entità degli investimenti
materiali: "The fundamental revolution in power technology [...] thus
appears as the determinant moment in revolutions of tecnology as a whole.
Machine production of steam-driven motors since 1848; machine production
of electric and combustion motors since the 90's of the 19th century; machine
production of electronic and nuclear-powered apparatuses since the 40's
of the 20th century- these are the three general revolutions in technology
engendered by the capitalist mode of production since the 'original' industrial
revolution of the later 18th century" (ivi, p.118).
La crisi degli anni Settanta viene dunque letta come il graduale subentrare
di tendenze depressive all'insieme dei fattori che avevano sostenuto la
prosperità dei decenni postbellici: il rallentamento sopravviene
quando riemerge l'aumento di composizione del capitale, mentre diviene impossibile
mantenere elevato il saggio di plusvalore e finisce l'era dei bassi prezzi
delle materie prime; tutto ciò, insieme alla riduzione delle rendite
tecnologiche causate dal generalizzarsi dei nuovi metodi produttivi e a
molti altri fattori, porta ad una fase di stagnazione da cui non esiste
uscita automatica (MANDEL 1975, pp.81-96 e 107-11).
Senza entrare nei minuti dettagli delle argomentazioni che sorreggono l'analisi,
è facile notare come gli stessi vuoti che è possibile riscontrare
nella periodizzazione generale del capitalismo esaminata più sopra
(scandita in sostanza sulle forme del mercato e della concorrenza)
si ritrovino nella più concreta analisi basata sulle onde lunghe.
Né qui né là è possibile individuare un'attenzione
non episodica alla struttura dei rapporti sociali inerenti alla produzione
e al loro legame con quelli impliciti nelle forme interne e internazionali
di regolazione. La periodizzazione del capitalismo rimane perciò
scandita ad un livello più generale della generica tripartizione
(o bipartizione) tradizionale (concorrenza, monopolio, stato), mentre
i mutamenti che si impongono attraverso le onde lunghe riguardano soprattutto
la sfera delle tecnologie, senza stretti agganci con la trasformazione dei
rapporti sociali che attraversano il mondo della produzione e della circolazione.
Anche prescindendo dalle cause storiche (i rapporti di Trotskij con Parvus
e con Kondratev, quelli di Mandel con Trotskij etc.), è indubbio
che l'inclusione in un modello marxista classico dei cicli Kodratev risponde
ad alcune esigenze logiche abbastanza profonde e a loro modo coerenti. In
prima linea troviamo naturalmente il tecnologismo delle forze produttive
caratteristico di molta ortodossia marxista. In secondo luogo, la periodicità
per certi versi automatica del Kondratev si lega bene all'idea che esista
un'unica legge che attraversa tutte le fasi dello sviluppo capitalistico:
facendo il caso di Mandel, ad esempio, tutto si spiega guardando alla caduta
del saggio di profitto e a ciò che temporaneamente la sospende.
2.2. Le formulazioni di Turchetto e La Grassa
Questo excursus sulla visione del ciclo propria del marxismo classico non
è stata compiuto per puro scrupolo filologico, ma perché credo
consenta di inquadrare e valutare meglio le proposte di Maria Turchetto.
In sintesi, la Turchetto punta ad una rivisitazione dei cicli Kondratev
proponendo una variante rispetto alla lettura schumpeteriana di essi , legata
al propagarsi di una singola innovazione.
La Turchetto propone di distinguere una fase innovativo-accelerativa e una
diffusiva all'interno di ogni ciclo lungo. Nella prima si creano settori
di punta, nella seconda sistemi di infrastrutture collegati ad essi. Per
comodità del lettore riporto lo schema.
| (PRIMARIO?).... idrico - fluviale... TESSILE... ferrovia - vapore (coke).... (CHIMICO?)... ferrovia - elettricità... MECCANICA LEGGERA... trasporto su gomma - petrolio... (INFORMATICA?).... reti informatiche, new media? |
[Attenzione: parentesi e punti di domanda sono tutti della Turchetto e si riferiscono al fatto che nella letteratura non vi è accordo unanime sul ruolo giocato dallo sviluppo di quei settori]
Questa proposta teorica ha un sapore lievemente paradossale. La Turchetto,
infatti, si presenta come una critica acerrima della tradizione, ma rimane
poi nei limiti del modello di ciclo più vicino alla tradizione che
critica.
La cosa è facilmente comprensibile se si pensa all'intento fondamentalmente
polemico che muove la Turchetto. E' normale che, nell'intento di polemizzare
con certe posizioni, le si semplifichi ; purtroppo, però, oltre
un certo limite le semplificazioni comportano dei costi e alla fine si rischia
di presentare come nuovo ciò che per molti aspetti somiglia al vecchio.
Mi pare, in altre parole, che anche la Turchetto presenti un ciclo di tipo
sostanzialmente tecnologico che ripropone tutte le aporie connesse ai Kondratev
in quanto tali.
Innanzitutto i contorni empirici dei Kondratev sono sfuggenti. Non solo
è statisticamente sub iudice la stessa identificazione statistica
dei cicli (vedi p. es. MADDISON 1982), ma anche la letteratura che crede
ai Kondratev ha le sue incertezze nell'identificazione dei settori traenti.
Lo sa bene del resto la stessa Turchetto, nel cui schema, proprio per questa
ragione, a tre cicli su cinque viene attribuita un'origine non ben chiara.
Ulteriori complicazioni vengono poi create dalla Turchetto nel tentativo
di far coesistere la sua visione dello sviluppo capitalistico, fortemente
centrata sulla configurazione sociale del processo produttivo, con
un modello di ciclo fondamentalmente tecnologico. La soluzione pensata dalla
Turchetto è stata quella di dare la priorità a settori di
punta che nascono, con la correlativa forma di organizzazione del lavoro,
nella produzione in senso stretto, mentre la diffusione può essere
lasciata con maggior tranquillità a trasporti e infrastrutture. A
me sembra che questo escamotage complichi e irrigidisca inutilmente il modello,
tanto più se alla coppie settori traenti/ infrastrutture e accelerazione/diffusione
si vogliono far corrispondere differenze empiricamente riscontrabili del
tasso di innovazione e di concorrenzialità.
Vorrei infine rilevare che non è ben chiaro quale statuto venga attribuito
alla sequenza proposta. Nei modelli come quello di Mandel si tratta di una
ricorsività sostanzialmente meccanica, sorretta dalla fede nell'esistenza
di un'unica legge (caduta del saggio di profitto) che vale per tutte le
fasi del capitalismo. Non credo che la Turchetto la pensi in questi termini
, ma allora , privata di un retroterra deterministico, la sequenza proposta
perderebbe in spessore teorico tutto quello che potrebbe acquistare in termini
di aderenza descrittiva.
Concludendo, credo che la ciclicità Kondratev o simil-Kondratev finisca
per creare più problemi di quelli che risolve. Più utili,
invece, mi sembrano alcuni spunti che derivano dalle indicazioni La Grassa,
le quali, senza sottovalutare l'importanza delle ristrutturazioni tecnologico
- organizzative e delle dinamiche che ne scaturiscono, puntano soprattutto
a mettere a fuoco a diversi livelli i rapporti sociali capitalistici.
Pur ragionando in termini generali, La Grassa pone al centro del suo ragionamento
un'alternanza di fasi verificatesi nell'arco di poco più di un secolo.
Si tratta del susseguirsi di periodi di tipo monocentrico e policentrico,
intesi come epoche nelle quali l'egemonia mondiale è dominata rispettivamente
da una o più sezioni economico-territoriali del capitalismo mondiale.
Si parte così dal monocentrismo del capitalismo inglese fino al 1914
per giungere al policentrismo del periodo tra le due guerre, esso viene
a sua volta soppiantato dal dominio monocentrico statunitense nel secondo
dopoguerra, il quale lascia poi spazio al policentrismo attuale.
A seconda dei periodi cambiano i rapporti interni ed esterni alle imprese
e quelli tra le diverse frazioni della classe capitalistica. L'impresa moderna
non si identifica con l'unità produttiva in senso stretto, ma è
una entità mobile che media tra due spazi: quello della compiuta
pianificazione tecnica e quello del mercato competitivo. Nei periodi policentrici,
in cui aumenta il disordine, si accresce l'importanza del mercato e della
competizione sia all'esterno che all'interno dell'impresa, le cui unità
elementari si autonomizzano maggiormente, l'inverso accade nei periodi monocentrici.
Qualcosa di analogo avviene anche per i rapporti tra le frazioni della classe
dominante, ossia quelle connesse alle funzioni tecnico - produttive e quelle
connesse alle funzioni finanziarie. Le fasi policentriche implicano la necessità
di ristrutturare rapidamente le strategie, di spostare risorse da un campo
all'altro, di investire in settori nuovi, cosicché si accresce e
si autonomizza la funzione degli apparati finanziari connnessi al reperimento
delle risorse liquide e al loro trasferimento; nei periodi monocentrici,
inversamente, le due funzioni tendono a ricomporsi.
Personalmente condivido la concezione dell'impresa (vedi il mio saggio su
questo tema in Oltre il fordismo. Continuità e trasformazioni
nel capitalismo contemporaneo, Unicopli, Milano 1999) e quanto ho scritto
più sopra sull'evoluzione dei mercati finanziari mi sembra andare
esattamente nella direzione di quanto sostiene La Grassa a proposito dell'autonomizzazione
degli apparati finanziari nelle fasi policentriche.
Mi sembra sia il caso di far attenzione all'impostazione di La Grassa anche
per un terzo motivo. Nel suo lavoro, infatti, ci si muove verso una tipologia
differenziata delle crisi che rompe con l'idea di un'unica forma di dinamica
economica inerente all'intero arco storico del capitalismo. In sintesi,
secondo La Grassa, la mancanza di coordinamento tra i vari spezzoni del
capitalismo spinge nelle fasi policentriche a crisi derivanti dalle sproporzioni
tra i diversi settori, all'anarchia mercantile ; nelle fasi monocentriche,
invece, il pericolo deriva soprattutto da un insufficiente sviluppo della
domanda e il maggior coordinamento permette conseguenti politiche di sostegno.
Per quanto di taglio un po' impressionistico, queste considerazioni mi sembrano
rimandare ad una concezione della dinamica ciclica connessa alla configurazione
dei rapporti sociali prevalenti di fase in fase.
In chiusura vorrei far notare comunque che trovo troppo sommario il modo
in cui sia La Grassa che la Turchetto, per far posto all'idea della ciclicità,
sembrano ignorare l'esistenza di componenti cumulative e "stadiali"
dello sviluppo capitalistico. E' evidente che gli stadi definiti dalla tradizione
sono criticabilissimi, perché definiti in base alle forme della concorrenza
e/o del dominio di certi apparati della finanza o dello stato, ma la vis
polemica non può giungere fino a buttar via l'acqua sporca col bambino.
Credo, insomma, che degli stadi in qualche modo esistano e vadano definiti
in relazione alle configurazioni sociali della produzione di volta in volta
prevalenti. Non vedo perché non si possa continuare a parlare
di tre stadi fondamentali definiti dalla manifattura, dalla grande
industria e dalla produzione di massa, ovviamente - come dicevo
sopra al par. 2 - dinamizzandone e articolandone internamente il quadro.
2.3. Spunti per una proposta provvisoria
Vorrei concretizzare il mio abbozzo di tesi attraverso un esame degli spunti
offerti da alcuni autori che si sono occupati delle problematiche connesse
alla ciclicità del capitalismo, iniziando dal modello che meglio
illumina le relazioni internazionali per giungere poi alle configurazioni
dei rapporti fra produzione e regolazione.
Le tesi cui alludo sono quelle formulate da Arrighi ne Il lungo XX secolo.
Secondo Arrighi, nella storia del capitalismo si sono avuti quattro grandi
cicli i quali, nonostante una durata via via decrescente, hanno tuttavia
mostrato un ritmo interno ricorrente che consente di parlare di un andamento
ciclico. I quattro cicli, ognuno dei quali fa perno su una potenza territoriale
di ampiezza crescente, sono tipizzati con riferimento alla formula marxiana
del ciclo D-M-D' : "L'aspetto principale di questo modello è
costituito dall'alternanza di epoche di espansione materiale (le fasi D-M
dell'accumulazione di capitale) e di epoche di rinascita e di espansione
finanziaria (le fasi M-D'). Nelle fasi di espansione materiale il capitale
monetario 'mette in movimento' una crescente massa di merci (inclusa la
forza-lavoro mercificata e le doti naturali) ; nelle fasi di espansione
finanziaria una crescente massa di capitale monetario 'si libera' dalla
sua forma di merce, e l'accumulazione procede attraverso transazioni finanziarie
(come nella formula marxiana abbreviata D-D'). Insieme, le due epoche o
fasi formulano un intero ciclo sistemico di accumulazione (D-M-D')"
(ARRIGHI p.23).
Nel corso delle fasi D-M opera una tendenza alla riduzione dei costi e dei
rischi derivanti dal volume e dalla densità crescente del commercio,
mentre nella fase successiva il reinvestimento dei profitti nell'ambito
di una sfera spaziale limitata provoca una diminuzione della redditività
e quindi la tendenza ad uscire dal commercio verso la finanza (M-D') (ivi,
pp.294-5).
Ogni egemonia successiva prende forma durante la fase M-D' della precedente,
nel corso della quale i capitali accumulati dal precedente paese egemone
vengono via via trasferiti verso il nuovo (solo il rapporto attuale USA
- Giappone fa eccezione a questa regola). Dopo un periodo di consolidamento,
anche la nuova potenza egemone comincia la sua fase finanziaria, creando
così l'ambiente adatto per il ciclo D-M del ciclo successivo. Nel
corso delle fasi M-D' di ogni ciclo si creano quindi dei momenti di policentrismo,
durante i quali il vecchio capitalismo e quello emergente coesistono e si
contendono gli spazi.
Mi rendo ben conto che nel confrontarsi con Arrighi si pone un problema
di commensurabilità dei linguaggi. Il concetto di capitalismo da
cui parte Arrighi è sostanzialmente braudeliano e sembra che all'interno
di esso la produzione abbia uno spazio abbastanza incidentale. Non solo
i cicli del capitalismo di Arrighi cominciano dal XIV secolo, quando di
capitalismo nel nostro senso non si può certamente parlare, ma anche
avvicinandosi a noi la configurazione sociale della produzione in ogni fase
è ben poco indagata e trattata come una sorta di "scatola nera".
Nonostante ciò, credo che una qualche utilizzabilità ai nostri
fini i cicli di Arrighi la possiedano. In particolare mi sembrano rilevanti
due aspetti :
1) la scala temporale con cui lavora Arrighi è sensibilmente maggiore
di quella dei Kondratev e mi sembra più adeguata, come cercherò
di spiegare più oltre, al modello che intendo proporre;
2) altrettanto importante, inoltre, è il fatto che nel modello di
Arrighi abbia uno spazio rilevante l'alternanza di periodi monocentrici
con altri policentrici nei quali si accentuano la rivalità e la concorrenzialità.
Naturalmente, come dicevo, la diversità dei concetti di capitalismo
non ci permettono di usare i suggerimenti di Arrighi nella loro forma originaria.
In particolare, credo bisognerà operare tre modifiche:
1) espungere il ciclo "genovese", che di capitalistico nel nostro
senso ha ben poco, e considerare solo i successivi (ovviamente non dovrebbe
essere solo una cancellazione, ma una eliminazione motivata attraverso una
ripresa della problematica della transizione);
2) andare a vedere come si configurino all'interno di ogni singola fase
i rapporti sociali di produzione;
3) dare una spiegazione delle fasi interne ai cicli un po' meno vaga e generica
di quella basata sull'alternarsi di economie interne-esterne e concorrenza.
Per dare un fondamento su una base diversa agli aspetti dei cicli di
Arrighi che si possono recuperare, bisognerebbe, a mio modo di vedere, qualificare
ed estendere modelli simili a quelli della scuola della regolazione non
solo lungo tutto l'arco della produzione di massa, ma anche agli stadi anteriori.
Naturalmente la mia proposta si presenta ancora in forma fluida e segnalo
quindi alcune linee di ricerca a titolo puramente esemplificativo.
Manifattura. I problemi centrali, dal punto di vista della tipizzazione
delle forme produttive, mi sembrano tre, tutti in vario modo segnalati da
Marx, ma sui quali finora si è lavorato poco:
1) coesistenza della manifattura vera e propria con forme di artigianato
urbano e rurale, industria domestica etc.;
2) dominanza quantitativa della produzione agricola, che in questa è
fondata ancora su forme arretrate e di transizione;
3) prevalenza della frazione commerciale del capitale su quella produttiva.
Certamente esiste anche qui una dinamica ciclica, ma ha un andamento assai
peculiare, governato dai ritmi dell'agricoltura, in particolare dai rapporti
tra le fluttuazioni dei raccolti e quelle del potere d'acquisto.
Grande industria. Nonostante che in questo caso si disponga dell'indagine
marxiana, anche qui resta da fare molto lavoro. Come dicevo sopra ([[section]]2),
la grande industria ha avuto un ciclo complessivo che può essere
scandito indicativamente da tre fasi interne: diffusione (dall'inizio della
rivoluzione industriale ai primi tre decenni del secolo), consolidamento
(i decenni immediatamente precedenti e seguenti alla metà del secolo)
e declino (ultimo paio di decenni dell'Ottocento, inizio Novecento).
Marx - e, possiamo aggiungere, anche i suoi referenti teorici come Ure e
Babbage - ha potuto vedere le prime due fasi, alle quali si limita l'analisi
del Capitale, ma il periodo delle grandi costruzioni ferroviarie,
del passaggio del predominio dal tessile a quello della siderurgia etc.,
oltrepassa quell'orizzonte. Bisognerebbe, in altre parole, declinare il
modello della grande industria anche in relazione all'industria estrattivo
- siderurgica, alla meccanica pesante, alla costruzione di macchine mediante
macchine che Marx ha più intravisto che rielaborato a fondo. Non
facendolo si ripeterebbe l'errore del marxismo tradizionale che, ragionando
in termini di dimensione della fabbrica e/o limitazione della concorrenza
e/o prevalenza della finanza, ha preso questi ultimi approdi della vecchia
fase come l'inizio del nuovo.
La questione della ciclicità presenta in quest'epoca problemi minori,
perché conosciuti meglio e filtrati da un'ampia letteratura, ma comunque
c'è probabilmente una differenza di un certo peso tra i primi cicli
del secolo e gli ultimi (sappiamo del resto che Marx ed Engels cambiarono
idea sulla periodicità del ciclo dopo la metà del secolo e
l'avrebbero cambiata probabilmente ancora se fossero vissuti abbastanza).
Produzione di massa. Mi limito qui a rimandare a quanto accennavo nei primi paragrafi, ricordando che più passa il tempo e meno possiamo applicare il modello fordistico classico ovunque, come faceva il vecchio Braverman, anche agli uffici e ai servizi. Anche la dinamica ciclica classica, probabilmente, si modifica nel corso del secolo e si attenua per effetto del peso crescente dell'intervento statale e dell'espansione del terziario.
Venendo infine brevemente al problema dei modelli di regolazione, sarebbe
importante anche qui andar oltre gli esempi, pur importanti, che ci hanno
dato gli autori che si riferiscono a questo filone. Per ogni stadio dello
sviluppo capitalistico i modelli di regolazione e di politica economica
dovrebbero essere più articolati di fase in fase e tener conto
anche dei vincoli internazionali (e quindi del mono - policentrismo
etc.).
Ho già detto a sufficienza, per quanto consentito dai limiti di un
intervento sintetico, come si stia modificando il sistema di regolazione
attuale in corrispondenza al passaggio ad una forma flessibile di produzione
di massa e come sia semplicistico adottare un'unica variante del rapporto
produzione - circolazione per il Novecento. Questo vale anche per le fasi
anteriori, a cominciare dalle più lontane. Sarebbe necessario, se
posso esprimermi in questo modo, non solo interpretare il mercantilismo
attraverso il concetto di regolazione, ma individuarne anche meglio le scansioni
interne. Importanti scansioni andrebbero introdotte anche nell'Ottocento,
perché la politica economica inglese dei primi decenni del secolo,
che va progressivamente lasciando spazio ad un sistema aperto e basato sugli
automatismi di mercato, è un sistema di regolazione che funziona
in modo differente da quello di fine secolo, quando Londra è diventata
il centro del mercato creditizio mondiale e il perno di un sistema internazionalizzato
e gerarchizzato in cui circolano forti flussi di capitali. Ragionare, come
spesso si fa, attraverso un parallelismo tra un unico modello di grande
industria e un unico modello di liberoscambismo significa adottare la stessa
ottica per il periodo in cui la Gran Bretagna si sta imponendo come leader
del mondo e quello in cui sta declinando (pur tenendo ancora le fila della
finanza mondiale).
A scanso di equivoci, preciso che non sto proponendo di abbandonare i modelli
astratti per immergermi nel flusso eracliteo del divenire, ma cercando di
spiegare come le astrazioni divengano semplicistiche e pericolose quando
prescindono dall'articolazione e dalla complessità del reale. Se
ieri vi si passava sopra in nome delle urgenze della politica, oggi non
c'è nemmeno questa scusa.
Venezia, gennaio 1999
Le citazioni in corpo sono state ridotte al minimo per non appesantire la lettura. Questa nota bibliografica è stata aggiunta per consentire comunque al lettore di avere un'indicazione di massima sulla letteratura cui implicitamente si fa riferimento.
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